Storia del giornalismo italiano riassunto, Manual de História Cultural da Europa. Universidade Independente de Angola
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magnagrecia24 de maio de 2015

Storia del giornalismo italiano riassunto, Manual de História Cultural da Europa. Universidade Independente de Angola

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Capitolo 1 Le prime gazzette risalgono all’inizio del 600, nelle città di Anversa, Augusta e Strasburgo. Dodici anni dopo arrivano a Amsterdam, Parigi, Vienna e Londra. Per l’Italia bisogna aspettare il 1939, la prima data documentata per l’avvio di una gazzetta genovese (non certa una gazzetta fiorentina di 3 anni prima). Il termine “gazeta” indica il prezzo del giornale (in vendita appunto a una gazeta). Le prime gazzette hanno il formato dei libri (15x23), sono manoscritte ed escono ogni 20 giorni a 2 o 4 pagine. Al gazzettiere non è concessa alcuna libertà politica, ma può “romanzare”, purché non nuoccia al principe; ci sono poi i “dazi” degli inquisitori. Il mestiere è pieno di rischi: nel 719 Clemente XI manda a morte l’abate Volpini ritenendosi calunniato, e numerose bolle e bandi vengono scritti contro i gazzettieri, spesso accomunati a “biscazzieri e meretrici”. Tra la fine del 600 e l’inizio del700 arrivano quei progressi che aumentano la diffusione dei giornali, preoccupando gli uomini di potere, che tentano di complicare la vita dei giornali (tasse), mentre quelli letterari e specializzati crescono: seguirà un periodo in cui il dibattito politico passerà attraverso quello culturale. Il primo esempio di periodico diretto ai ceti colti risale a Luigi XIV, che si avvaleva delle accademie come punti di forza, e s’intitola “Journal de scavants” (1665). Il corrispettivo italiano “Giornale dei letterati” risale al 1668.

Venezia è la capitale dell’arte e della stampa, anche perché dopo il Concilio di Trento il suo mercato è rimasto aperto agli apporti stranieri: il battistrada è il “Giornale dei letterati d’Italia”, 1710, in voga per 30 anni, il cui contenuto abbraccia molti rami del sapere (storia, scienza, diritto, teologia). Un’altra esperienza di rilievo è “Novelle Letterarie” del 40. Questi periodici, rispetto alle gazzette, hanno la caratteristica di essere frutto del lavoro sinergico di esperti che commentano i libri ed “estensori” che scrivono gli articoli. Il primato di Venezia si consolida dopo metà secolo, quando Goldoni furoreggia fra i ceti colti, e sotto l’influenza dell’Illuminismo, della massoneria, e il giornalismo morale che viene da Londra, dove alcuni giornali si rivolgono a un pubblico più ampio di quello dei colti, coinvolgendolo in dibattiti culturali e usando dialoghi inventati dal giornalista. Il primo a prendere questo modello (dello “Spectator”) è Gaspare Gozzi con la sua “Gazzetta Veneta” del 60, che dura due anni, e alla sua chiusura tiene il campo la “Frusta letteraria” di Baretti, che attraverso il personaggio di “Aristarco Scannabue” si becca l’ostracismo (deve andare ad Ancona per pubblicare gli ultimi numeri). Se il modello dello “Spectator” viene ripreso, i contenuti sono un po’ diversi: questo si occupa di temi tecnico-scientifici ed economici. Il miglior prodotto dell’Illuminismo italiano resta il “Caffè” di Verri, Pietro e Alessandro Beccaria, che riprende la lezione illuministica dell’”enciclopedie” di Diderot e D’Alembert.

Verso la fine dell’Ancient Regime la Penisola vede una grande diffusione di periodici (ben 81, che però durano poco per la loro scarsa diffusione) e il mestiere dello stampatore è particolarmente redditizio, mentre i giornalisti non guadagnano un cazzo. L’ascesa dei giornali è dovuta anche all’imitazione del modello di altri paesi, le riviste specializzate. La libertà di stampa? Dipende dai vari stati della Penisola: relativa a Venezia, in Toscana e Lombardia, mentre a Roma e a Napoli vigono regimi assolutistici. Se in una prima fase sono i detentori del potere a far dispensare alle gazzette info mapolate, verso la fine dell’ancient regime saranno le notizie a promuovere cambiamenti nel modo di fare informazione, rivelando verità pericolose per i “tiranni”.

Capitolo 2: nasce il giornalismo politico

La Rivoluzione francese e la Costituzione nordamericana ebbero grandi effetti sul giornalismo, anche italiano. L’articolo XI della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e il Primo emendamento riconoscevano la libertà di pensiero ed opinione come uno dei diritti più importanti dell’uomo. Queste idee si iniziano a diffondere in Italia, anche fra i ceti bassi, e si presta particolare attenzione ai fatti di Francia. Atteggiamenti politicamente avanzati si trovano nella “Gazzetta Universale” di Firenze, e nel periodico veneziano “Notizie del mondo”; persino nello Stato della Chiesa si trova una certa apertura (“Notizie politiche” di Roma, e la “Gazzetta di Bologna”). Ma la fase di tolleranza dura poco: allo scoppio del Terrore in Francia e con la coalizione austro- prussiana, i governatori italiani rimettono il bavaglio alle gazzette, specialmente in Toscana e Lombardia (a Milano il Consiglio di governo ha la facoltà di proibire qualsiasi pubblicazione, e i caffè e circoli del cazzo sono sorvegliati dalla pula). Tuttavia resta il contrabbando, che riguarda soprattutto i giornali di propaganda della Repubblica francese (che aveva la sua testa di ponte a Genova), e delle zone confinanti con la Svizzera ( il “Giornale di Lugano” è particolarmente diffuso nel nord Italia). La Chiesa ovviamente si oppone agli ideali rivoluzionari, avendo come bersaglio anche le monarchie dell’assolutismo illuminato, e la voce più importante dello schieramento papale di Roma è il “Giornale ecclesiastico di Roma”. Negli anni 90 arrivano i primi periodici femminili: fra i pionieri il “Giornale delle dame” di Firenze.

Nel 96 Napoleone entra a Milano, facendo esplodere per volontà sua una fioritura di giornali, e tagliando le restrizioni sulla stampa. Molte città che non hanno mai visto un periodico ne avranno uno, ed è in questa fase che compaiono i primi quotidiani e nascono le prime forme di giornalismo politico. Mentre l’unità d’Italia non sembrava più un’utopia, e nasceva il tricolore per iniziativa del Compagnoni, il ventaglio delle posizioni politiche comprendeva i reazionari (in netta minoranza), i moderati e i democratici (che includevano i giacobini). Lo Statuto della Repubblica Cisalpina, voluto da Napoleone, assicurava libertà di espressione ed esclusione di ogni libertà preventiva, ma fu proprio lui a non tenervi fede: quando il Direttorio stabilì nel 97 la consegna preventiva di 12 copie di ogni periodico uscito, scoraggiando anche gli editori con l’istituzione di un bollo da pagare, cadde la libertà di stampa. La capitale della stampa in quegli anni diventa Milano, il cui primo foglio libero esce nel 76 intitolato “Giornale degli amici della libertà e dell’uguaglianza” (compilato da Rasori), seguito dal “Termometro politico della Lombardia”. La soppressione di questi giornali, considerati ostili dai francesi, induce il libraio Carlo Barelle a pubblicare un foglio senza titolo, satirico e spregiudicato, che conquista la bellezza di 4.000 copie (tantissime per il tempo). Il giornale più famoso del tempo è il “Monitore Italiano” (98, poi “Monitore Cisalpino”), che nasce sul modello del “Moniteur universel” (giornale preferito di Bonaparte), e aprirà in It la serie dei “monitori” (Bologna, Firenze, Genova, Roma e Napoli). A Milano correvano due edizioni del Monitore: una (dove collabora Foscolo, redatto da Gioia e Custodi) è un foglio di battaglia, l’altro (diretto da Compagnoni) è un foglio democratico e moderato che gode della protezione, anche finanziaria, delle autorità francesi. Nel corso del ’98 alcuni giornalisti conoscono la galera, a cominciare dal Custodi, mentre altri, come Foscolo, si ritirano negli orti della letteratura. La maggior parte dei fogli, soprattutto vecchie e sbiadite gazzette finanziate dai francesi, mostrano adesione al nuovo ordine politico. A Genova (la repubblica ligure è la più lunga del triennio) c’è uno scontro tra la “Gazzetta nazionale genovese”, strumento di battaglia dei democratici, e il settimanale “Annali politico-ecclesiastici”, portavoce dei moderati. Piuttosto scolorita la stampa piemontese nel breve periodo repubblicano, dove va ricordata la “Gazzetta piemontese”, più vivace la situazione in Toscana, anche se la presenza francese dura lì poco più di 3 mesi. Lì nascono 4 nuove testate, che sono il “Monitore fiorentino”, “Il club patriottico”, e i settimanali “IL mondo nuovo” e “Il democratico”. A Roma, dove il

panorama giornalistico non è particolarmente florido, l’unico che ha un certo rilievo è “Il monitore romano”. A Napoli, la repubblica dura poco e non ha vita facile, c’è il “Monitore napoletano”: la repubblica partenopea capitolerà di fronte ai sanfedisti del cardinale Ruffo, e la Pimentel, direttrice della testata e fautrice della stampa democratico-giacobina, finirà impiccata. Quando nel 1799 le forze francesi vengono cacciate dagli austro-russi dalla penisola, scompare la stampa democratica. L’anno successivo, con la vittoria di Napoleone a Marengo, inizia la seconda fase della Repubblica: ma questa volta Bonaparte entra a Milano non come un liberatore ma come un dittatore.

Dei giornalisti che si sono messi in luce nel Triennio rivoluzionario, molti si mettono in disparte: quelli che restano non riescono a riprendere il filo del discorso. Un esempio? Pietro Custodi che fonda l’”Amico della libertà”, da lui chiuso al 25esimo numero. Finiscono diversi nella rete della censura, come il “Colpo d’occhio giornaliero sulla città di Milano” di Lattanzi, che aveva fondato un foglio “di servizio” (che ospita annunci a pagamento). Le autorità impongono ai giornali il bilinguismo, promuovendo anche alcune testate in lingua francese. Nel 1803 scatta un decreto nella Repubblica cisalpina che sancisce la censura preventiva, in base a offese alla morale, religione di stato, ordine pubblico, rispetto delle forze di governo e delle autorità: questo sarà modificato nell’86 con la duplice incoronazione di Napoleone (imperatore dei francesi e re d’Italia) che cercherà di mostrarsi un imperatore di larghe vedute, abolendo la censura preventiva, e rinominando la magistratura di revisione “Ufficio della libertà di stampa”. Ormai, nonostante qualche voce di opposizione che si leva da Sicilia, Sardegna e Malta (sotto gli inglesi), tutti sono assuefatti al nuovo clima, e più che reprimere basta sorvegliare: i giornali assomigliano tutti al “Monitoeur” di Parigi (il prediletto di Napoleone). Pochi giornali chiudono il bilancio in attivo, dipendono quasi tutti da sovvenzioni e altri aiuti. Un tentativo di risvegliare l’orgoglio nazionale lo fa Vincenzo Cuoco, e le vendite del “giornale italiano” vanno molto bene, specie nel 1813, al momento della sconfitta di Napoleone. L’altro che vende bene è il “Corriere milanese” di Francesco Pezzi, un foglio ufficioso di proprietà del viceré. Nel 12 Napo aveva limitato a uno il numero dei fogli per dipartimento, tranne Milano che ne poteva avere fino ad 8. Con il regime repressivo cresce il giornalismo letterario, ovviamente legato alla cultura francese, e crescono i periodici specializzati in economia, agricoltura e scienze. Infine, con “Il corriere delle dame”, si consolidano i giornali femminili: gli ingredienti erano un po’ quelli dei moderni giornali del genere, e comprendevano moda, cronaca politica e fatti della settimana, critiche teatrali, aneddoti, poesie e cazzate varie…

La stampa si evolve molto dal periodo che va dalla rivoluzione francese alla fine di Napoleone: nascono le varie figure professionali (giornalisti, caporedattori, collaboratori…) al posto del vecchio compilatore unico, s’inventa la stenografia che semplifica il lavoro, cresce il formato dei giornali (in molti casi la pagina viene divisa in 3 colonne), che ai primi dell’800 era 26 cm larghezza X 40 in altezza. Viene inoltre inventata la macchina per la fabbricazione continua della carta, e viene applicato il vapore al torchio. Le condizioni socio-economiche e politiche rallentano lo sviluppo in Italia rispetto agli altri paesi.

Capitolo 3: Il giornalismo del Risorgimento Con il Concilio di Vienna (1814-15) si stabilisce l’alleanza fra il trono e l’altare: in tutta Europa ci sono regimi assolutistici, l’Inghilterra è la patria dei liberali. In Italia si parla di un giornalismo politico vero dal 1848 in poi (promulgazione degli editti): le idee si esprimono attraverso i fogli letterari e culturali. In un periodo in cui l’esigenza della libertà di stampa è sentita da molti due fatti contribuiscono a movimentare la scena giornalistica: l’estensione dei lettori (piccola e media borghesia) e l’avversione degli intellettuali all’assolutismo (più o meno marcata secondo la

permissività del regime dei vari stati e la censura ecclesiastica). A Roma e nei maggiori centri urbani esce un foglio ufficiale (quasi sempre intitolato “Gazzetta”) dove alla pubblicazione delle leggi e decreti si affianca un notiziario arido: questi fogli sono manipolati e gli unici che si possono occupare di politica. Per quanto riguarda i periodici, pochi superano le 1.000 copie, molti nascono e muoiono rapidamente, il linguaggio è ancora aulico, la mentalità provinciale: meglio i periodici di varietà, che si occupano di scienza e tecnica, moda e giardinaggio, cucina e altre cazzate (continua ad andare forte il “Giornale delle dame”). Grazie ai progressi nella resa delle illustrazioni vanno molto anche quelli dedicati alla vita teatrale e artistica, con i riflettori puntati particolarmente su Parigi. Nel Lombardo-Veneto tutti i comuni e gli uffici governativi devono abbonarsi alla “Gazzetta di Milano”, che esibendo l’Aquila bicipite in cima alla testata propina un notiziario maledettamente arido e ovviamente manipolato. Che cazzo ci si può fare??? Gli Austriaci promuovono nel 1816 a Milano la “Biblioteca italiana”, che con lo scopo di accattivarsi le simpatie degli intellettuali, offre la direzione a Foscolo e a Monti, che declinano: Acerbi invece non la disdegna. All’inizio la rivista ha una certa autonomia, che si legge nelle righe di Madame de Stael, che avvia con un articolo la polemica fra classicisti e romantici. La libertà dura poco. Monti e Giordani abbandonano la rivista, che perde il favore del pubblico. Dal 18 alla “Biblioteca” si contrappone “il Conciliatore”, un giornale statistico-letterario compilato da De Stael, Pellico, Borsieri, di cui si nota l’impronta liberale di respiro europeo (la “Biblioteca” era invece classicista). La rivista viene costretta a “suicidarsi” a colpi di censura. Con i moti del ’20 iniziano a proliferare i quotidiani clandestini, come “L’illuminatore” (nelle Romagne), che vogliono la guerra al potere temporale della Chiesa e l’unità d’ita sotto monarchia costituzionale. Il giornale democratico più importante del napoletano è “Minerva napoletana” che lancia appelli alla lotta partigiana; a Torino c’è la “Sentinella subalpina”. Fogli di questo tipo causano insurrezioni, e repressioni da parte dei regimi assolutisti, che si avvalgono anche di una stampa aggressiva e di una pubblicistica cattolica del cazzo. L’opposizione liberal-patriottica inizia a svilupparsi dopo i moti del ’31, e si nota soprattutto a Firenze, Milano, Genova e Ducato di Parma. Nasce a Firenze “l’Antologia, giornale di scienze, lettere e arti”, un esempio di lavoro culturale e politico diretto a incidere sull’opinione pubblica e a far pressione sui governi: nelle lettere dell’editore Viesseux si legge la sua filosofia, dello sforzo al linguaggio semplice e dei collaboratori pagati (fra cui Tommaseo, giornalista, e gli scrittori Cattaneo e Mazzini). Nel 1924 escono gli “Annali universali di statistica” (’24), a Milano, espressione della pubblicistica tecnico-economica, e il “Corriere mercantile” a Genova, bisettimanale; 4 anni dopo sarà la volta dell’”Indicatore genovese”, che Mazzini userà per polemizzare contro conservatori e reazionari (non passa un anno e la testata viene interdetta dalle autorità). La sferzata di libertà di stampa del ’31, peraltro effimera, convince le forze del rinnovamento di un’azione più coordinata. Arriva una nuova stretta di freni per la libertà di stampa, che fra le sue vittime farà l’”Antologia” (soppressa nel ’33 dal Granduca di Toscana); anche nel Regno sardo Carlo Alberto dà il via alle angherie censorie. “scrivete, perseguitate i vostri tiranni con la verità” (Foscolo). Questa la frase che cita Mazzini nel sottotitolo della rivista “Giovane Italia”, fondata a Marsiglia nel ’32 durante il suo esilio. Continuava intanto la lotta tra fogli liberali e fogli reazionari e conservatori: superando i vari momenti repressivi la stampa i giornali delle idee nuove si fanno più forti, anche quelli politicamente più circospetti guadagnano adesioni. Questo è anche il momento del progresso per l’Italia: dalla macchina a vapore alle ferrovie, dal gas alla corrente elettrica, dal telegrafo ai progressi nella fotografia. Nel ’29 fu Giuseppe Pomba a chiedere a Carlo Alberto l’esclusiva per Torino della macchina da stampa a doppio cilindro mossa dal vapore: Pomba si era reso conto della crescente

domanda di cultura e informazione da ceti differenti, e il suo periodico più significativo fu il “Teatro Universale. Raccolta enciclopedica e scenografica”, distribuito in tutta Italia con grande successo, con un formato simile al nostro tabloid. Il suo direttore (Bertolotti) si dichiarava estraneo alla politica. A Genova, Napoli e Sicilia c’è una grande fioritura di testate. Fra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40 si assiste allo sviluppo della pubblicistica rivolta ai ceti popolari (anche se non ai livelli di Fr e ING, dove il fenomeno esisteva da tempo), prodotta da borghesi illuminati, pedagogisti e patrioti. Il più importante di questi periodici è “Letture popolari” fondato da Lorenzo Valerio a Torino nel ’37, che accanto a invocazioni di paternalismo propinava incitazioni al riscatto, alla lotta contro la miseria, a nuovi rapporti fra lavoratori e padroni: soppresso nel ’41 si ripresenta l’anno dopo come “Letture di famiglia”, che fa la stessa fine nel giro di 6 anni. A Milano esce “Il politecnico” di Cattaneo, periodico culturale che ottiene tanta stima e poca diffusione, a Torino “L’antologia italiana” (culturale) e “Il mondo illustrato” (di stampo più commerciale, che invoca il patriottismo, e chiude due anni dopo per scarsa diffusione): entrambi dall’officina di Pomba. A rendere tutto più focoso c’è la ripresa della stampa clandestina, soprattutto in Toscana ad opera di Giuseppe Montanelli.

Due spiragli per la libertà di stampa diventano brecce sotto la pressione dei circoli liberali e democratici: l’Editto di Pio IX del ’47, che riduce le procedure censorie del Santo uffizio del cazzo e affida la censura a uomini più tolleranti, e quello del Granduca di Toscana, che due mesi dopo adotta provvedimenti analoghi. Si delinea la divisione fra i quotidiani che fanno politica e quelli che si occupano di intrattenimento culturale. Il periodico più importante di Roma in questo periodo è “il Contemporaneo” , trisettimanale filomazziniano. Nel Regno di Sardegna Carlo Alberto allenta le maglie della censura civile e abolisce quella ecclesiastica sulla pubblicistica che non riguarda la religione: il risultato è la nascita di due nuovi quotidiani (“Il Risorgimento” di Cavour, moderato, e “La concordia” di Valerio, democratico). Nelle 2 Sicilie Ferdinando II concede la costituzione costretto da moti e insurrezioni, ma presto sostituisce la censura preventiva con quella repressiva. Lo Statuto albertino ha grande importanza sulla stampa perché le sue norme rimarrano vigenti, con poche modifiche, fino a dopo l’Unità d’Italia. In 91 articoli dà le seguenti disposizioni: 1) libertà di manifestazione del pensiero per mezzo della stampa e qualsiasi altro “artificio meccanico” 2) tutti i cittadini maggiorenni possono pubblicare, e il tipografo deve dichiarare i propri dati e l’anno di stampa, mentre il giornale deve avere un “gerente responsabile” (con lui sono responsabili tutti i redattori) e la prima copia va consegnata alle autorità senza che ciò possa comprometterne la pubblicazione 3) obbligo di rettifica, dove le precisazioni devono essere pubblicate subito dopo il loro arrivo, e possono avere una lunghezza doppia rispetto agli articoli contenti i personaggi citati 4) reati principali: incitazione a commetterne, offese a religione e altri culti, a famiglia reale e autorità, e al buon costume e morale del cazzo. Molte perplessità sulla figura del gerente, atta a coprire i direttori che non vogliono esporsi, facendo di poveri diavoli (le “teste di legno”) i capri espiatori.

Dal ’48 all’Unità: si ripete quella fioritura di giornali, accompagnata da >libertà, verificatasi nelle fasi rivoluzionarie nel biennio ’48-49. questo per i moti insurrezionali che seguono le rivolte di Venezia e Milano, alimentati dalla dichiarazione di guerra di Carlo Alberto all’Austria (’48): la corrente sabauda si contrappone a quella repubblicana, ogni schieramento vuole un giornale come arma da combattimento. I quotidiani dello Stato sardo appaiono uniti di fronte alla decisione della guerra, dal “Risorgimento” dove scrive Cavour, al “Messaggero” di Brofferio, fino alla sconfitta di Custoza dove si creeranno atteggiamenti contrapposti.

Sempre il ’48 è l’anno di una grande novità editoriale, di Torino: “La gazzetta del popolo” di Bottero, che esce ogni giorno “ad un’ora” con notizie tempestive e linguaggio semplice, prezzo popolare (e per un certo numero di anni resta il quotidiano più diffuso). A Genova pullula il giornalismo repubblicano, le cui testate più significative sono “Il balilla” e il “Diario del popolo” diretto da Mameli, di chiaro indirizzo repubblicano. Il Giornalismo lombardo, fra le 5 giornate e il ritorno degli austriaci è caratterizzato dal dibattito sulla fusione col Piemonte e dal forte schieramento repubblicano di Mazzini. Il “22 marzo” di Tenca è l’organo del Governo provvisorio, che diventa filo sabaudo quando il governo provvisorio sceglie la fusione, e Tenca se ne va. Mazzini dirige il più importante fra i fogli repubblicani, “L’Italia del popolo”. Mentre il vecchio “La gazzetta di Venezia” diventa organo ufficiale della Repubblica, ad esso si affiancano altri quotidiani di stampo repubblicano e filo sabaudi. a Firenze “La patria” è il maggior sostenitore della causa sabauda, mentre “L’alba”, “Il popolano” e il “Corriere livornese” sostengono i democratici: in questo scenario si fa strada anche il filone umoristico, con “Il lampione” di Carlo Lorenzini, pseudonimo per Collodi. Ma è a Roma che questo genere avrà maggior successo, pur scadendo a livelli bassi, fatta eccezione di giornali come “Er rugantino” e il “Pirlone” (questo, di caricature politiche, promosso dal quotidiano “Epoca”). Napoli e Palermo battono ogni primato sulla vendita di testate nel periodo rivoluzionario: si tratta di una produzione scadente facente capo a politici che saranno importanti durante l’Unità (come Crispi e Bonghi). A Napoli fanno da padroni i giornali a basso costo, come “Il lampo”, che vive di notizie flash rubate ad altri giornali. Sconfitto il movimento rivoluzionario, il sipario dell’assolutismo cadrà su tutti gli stati, escluso il Regno sardo. a quel punto molti patrioti e uomini politici si rifugiano a Torino, che acquista sempre più centralità nella vita politica e culturale italiana: lì si sta affermando l’egemonia di Cavour, e sta crescendo vertiginosamente il numero dei periodici (53 nel 1857). I più diffusi sono la “Gazzetta del popolo” e “L’opinione”, entrambi fedeli a Cavour e anticlericali. La grande novità di Torino è la fondazione di un’agenzia di notizie simile alla Routers (Londra), alla Wolff (Berlino) e alla Havas (Parigi, dal 35): dal ’52 arriva pure il collegamento via telegrafo elettrico fra Torino e Parigi. Nel ’53 a Cavour viene l’idea di dotare la capitale del regno sardo di una società analoga, la Stefani, che prende il nome dal direttore dell’ufficiosa “Gazzetta piemontese”. La stampa fedele a Mazzini ha più fortuna a Genova, dove però il quotidiano “L’Italia del popolo” chiude nel ’57 dopo circa sei anni di vita, mentre un certo successo lo ottiene “Il san Giorgio” del gruppo di Bixio, vicino a Garibaldi e critico verso Mazzini. La politica degli austriaci nel Lombardo-veneto diventa particolarmente severa tra il 49 e il 52, con pesanti limitazioni sulla libertà di stampa. L’unica eccezione al poco significativo andamento della stampa negli stati a regime assoluto è Milano, dove esce “Nuovo Emporio”, settimanale basato su notizie di cronaca, anche nera, un paio di settimanali umoristici, e uno di cronaca letteraria, “Il crepuscolo” di Carlo Tenca. Nel 1850 la “Gazzetta di Parma” si trasforma in quotidiano ed esce una prima versione dell’”Osservatore Romano” (quella attuale uscirà la prima volta nel 1860). L’evoluzione editoriale e giornalistica- nel ’58, nonostante l’assolutismo galoppante (una certa libertà di stampa esisteva solo negli stati sotto Vittorio Emanuele II), esce un numero rispettabile di periodici negli stati italiani, a partire dai 117 negli stati sardi, fino ai 16 a Roma. La media è di 2.000 copie annuali (eccetto le 10.000 della “Gazzetta del popolo”)mentre in Francia se ne tirano su già 80.000. se già negli anni ’50 all’estero si costruiscono le prime rotative, e i cavi telegrafici sottomarini, in Italia il mercato editoriale è piuttosto debole: i giornali si vendono solo al botteghino delle stamperie e in qualche libreria, con un prezzo piuttosto elevato; la stampa nelle maggiori città avviene con i torchi a vapore: a Torino se ne contano 47, a Milano 6,

per la resistenza dei lavoratori all’introduzione delle macchine più moderne. La pubblicità è piuttosto scarsa, e i giornali, perennemente in deficit, vivono di sovvenzioni governative e di gruppi politici. La differenziazione per tipo è meno marcata che all’estero, il livello editoriale è ancora quello artigianale, manca la spinta imprenditoriale, eccetto il caso del Pomba e quello della “Gazzetta del popolo”. Il giornalismo italiano risorgimentale si è sviluppato con una forte connotazione politica. Agli altri limiti verso la libertà di stampa si aggiunge l’ostilità della Chiesa, che a differenza di Mazzini, dei democratici e dei liberali non crede alla funzione educativa del giornalismo, ma lo considera piuttosto una “piaga”, motivo di agitazione sociale.

Capitolo 4 –dall’unità alla svolta di fine secolo Mentre l’analfabetismo diminuisce lentamente, l’Italia tra il 59 e il 70 ha un’economia prettamente agricola, con forte disparità fra nord e sud; l’industria è ancora circoscritta tra Lombardia e Piemonte. L’estensione dei principi dello Statuto albertino a tutta la Penisola, e l’editto sulla stampa alimenta le lotte politiche, mentre i governi di dx mantengono forte l’accentramento del potere: bisognerà aspettare il ’76, quando la sinistra andrà al potere allargando il suffragio (prima votava solo il2% della popolazione). Gli schieramenti in lotta erano Dx (poi detta “storica”) e sx, e fra questi s’inseriva il giornalismo, a sua volta influenzato dall’esecutivo, e dalla sua capacità d’interpretare le norme (più varie forme d’intervento legale o extra-legale). Partiti gli austriaci del cazzo a Milano spicca “La gazzetta di Milano”, che tolta l’aquila bicipite dalla testata, assicurava la fortuna di Casa Sozogno, fondata nel 1818: filo ministeriale, avrà la sua grande sortita con la prima campagna urbanistica condotta in grande stile nella storia italiana, e quando il direttore Raffaele Sozogno riesce a documentare gli intrallazzi nella costruzione di Piazza del Duomo e della Galleria destinata alla celebrità, fa cadere il sindaco e la sua giunta del cazzo. Il secondo quotidiano era “La Lombardia”, foglio ufficiale del governatore, e poi c’erano il “Pungolo” (quotidiano letterario) e “La perseveranza”, fondato dalla dx liberale e poi diretto da Bonghi. Nel ’65 a Milano esce anche “Il sole”, primo quotidiano economico, commerciale e finanziario, fondato dal neonato partito d’azione. A Torino il giornalismo vive un periodo scialbo, quando la capitale viene trasferita a Firenze e i giornali fanno del piemontesismo: intanto la Stefani fa marameo a tutti, e se ne va a Firenze. Quando Firenze diventa sede del parlamento e del governo, viene favorita l’ascesa del gruppo liberalconservatore toscano, rappresentato da “La nazione” di Bettino Ricasoli: sono 11 i fogli che si pubblicano a Firenze, con una tiratura complessiva che non supera le 25.000 copie, e l’influenza maggiore dei fogli moderati. Rifiorisce anche la pubblicistica culturale, il cui frutto migliore è la “Nuova antologia”, che dal 66 riprende la tradizione di Vieusseux. Le tensioni politiche rendono incerta e contraddittoria la situazione della stampa meridionale. A Napoli e Palermo si fa sentire la spinta garibaldina attraverso due nuove testate (il “Roma” e il “Giornale delle due sicilie”), ma la maggiore influenza e dei fogli moderati (come “Il piccolo” di De Zerbi). Caduta la dx nel ’76, i fogli ufficiali del Regno sono 65, con la sopravvivenza nei centri urbani principali dei fogli dell’opposizione di sx, dai toni molto aspri (come il “Gazzettino rosa” –’67- di Bizzoni e Cavallotti, di Milano, che fa scoppiare lo scandalo della Regia dei tabacchi: non sarà risparmiato dai colpi della magistratura a quel tipo di testate, che lo sottoporrà a condanne e sequestri nei suoi 7 anni di vita). I sequestri e le angherie varie contro i giornali sono ormai l’arma più forte delle autorità, che inaspriscono le misure nel ’69, e smettono di rompere il cazzo nel ’71, intimoriti dalla Comune di Parigi. I governi di destra usavano peraltro cautela verso i giornali dell’opposizione cattolica, e vari tipi di sostegno ai giornali amici, primo fra tutti la pubblicazione a pagamento degli atti ufficiali del parlamento e del governo, che assicuravano anche un certo numero di abbonati. Un’altra forma d’aiuto è la pubblicazione di notizie politiche provenienti dalla capitale,

alla cui stesura provvedevano funzionari statali. Del resto, la natura artigianale delle imprese che stampavano notizie politiche, che concorreva al loro deficit, ne favoriva la corruzione. C’era un abisso fra le tirature dei quotidiani degli Stati Uniti, Francia e Inghilterra, e quella dei giornali italiani: il primato era di Parigi, che con il “Petit Journal” tocca le 300.000 copie nel 1867. Nel 61 compaiono le prime edicole italiane a Milano, mentre i trasporti sono arretrati e non c’è traccia delle rotative Walter e Hoe che funzionavano all’estero. Se la Reuters e la Wolff avevano già stabilito collegamenti telegrafici per passarsi notizie, la Stefani era ancora un’impresa di modeste proporzioni. L’unico mutamento rispetto alla stampa risorgimentale era la scomparsa di quei patrioti che sono diventati protagonisti della vita politica, in luogo di avvocati e professionisti vari che scrivevano di politica nel linguaggio dei comizi, e di intellettuali di modesta levatura che adoperavano toni aulici: lo stile era vuoto, gonfio e rotava intorno alle piccole cose.

Verso il quotidiano moderno- la scena del giornalismo politico-artigianale comincia a mutare nella Milano degli anni sessanta, quando fra gli stampatori assumono un ruolo di rilievo i Sozogno ed Emilio Treves, dai cui torchi escono giornali di vario tipo, dedicati a pubblici eterogenei. In entrambe le imprese si pensa anche alla stampa quotidiana con esiti diversi: mentre Treves dovrà presto cedere il “Corriere di Milano”, passando alla storia del giornalismo con il periodico “L’illlustrazione italiana”, Sozogno si apre la strada del quotidiano moderno con “Il secolo”nel ’66 (anno in cui la Reuters e la Associated Press americana si connettono con un cavo sottomarino fra Terranova e l’Irlanda), che esprimerà un caloroso incitamento verso la Terza guerra d’indipendenza, con il pensiero rivolto a Venezia “la poveretta che ha tanto aspettato e patito”. Il giornale segue le vicende della guerra con una precisione sconosciuta alle altre testate. Si rivolge alla piccola e media borghesia, agli artigiani e agli operai di milano, con una linea politica democratica (ma non diventa organo di alcun partito), potenziando la cronaca cittadina (finora quasi inesistente anche sul Pungolo), e dando voce alla povera gente. Copia anche la ricetta dei più diffusi quotidiani parigini sotto Napoleone III, cioè grande spazio ad articoli e rubriche d’attualità, oltre a far leva sul romanzo a puntate. Collaboratori vengono mandati in municipio, tribunale, uffici di polizia ed ospedale. Con Reggiani, nominato da Sozogno direttore amministrativo, nasce proprio quella figura: egli seguirà Sozogno nell’impiego del telegrafo per battere la concorrenza e organizzerà come si deve la distribuzione e il lavoro di produzione. Per colpire i Milanesi Sozogno fa mettere in vetrina i primi telegrammi diretti al Secolo, che si fa pioniere del giornalismo pre-industriale. Il Secolo decolla progressivamente, e nel 76 tocca le 30.000 copie, proprio mentre nasceva nello stesso anno “Il corriere della sera”. Incrementare i guadagni pensa la pubblicità, in gran parte derivante dai prodotti farmaceutici. Il pioniere della pubblicità è Attilio Manzoni, commerciante dei prodotti farmaceutici, che crea un tramite coi giornali, e inventa (colpo di genio) i necrologi. Frattanto suona l’ora di Roma capitale: di questo importante episodio della storia fu protagonista giornalistico Raffaele Sozogno, fratello minore di Edoardo, che seguì le truppe di Cadorna con un bravo tipografo e una macchina da stampa. I due entrano a Roma subito dopo i bersaglieri nel 70, il giorno successivo la Breccia, e fanno uscire il primo numero della “Capitale” (il primo giornale della sx costituzionale che esce a Roma, seguito da una serie di giornali figli di un impegno che tarderà ad essere ripagato sia sul piano politico che su quello editoriale). Quello fu il più solido dei giornali politici di Roma, che sopravviverà alla morte di Raffaele, ucciso per via di una donna, quel Casanova del cazzo. Come abbiamo detto, la sx va al potere nel 75, e da quel momento la lotta politica si accende. In quel periodo escono a Milano la “Ragione” (un foglio della sx radicale) e la “Plebe” (fondato a Lodi da Bignami e trasferito a Milano perché il primo quotidiano socialista del paese, a cui Bignami deve rinunciare perché il giornale viene tartassato

dal prefetto e dal questore, e il mondo operaio è debole sia sindacalmente che politicamente). La novità successiva di Milano è il “Corriere della Sera” che compare nel 1876 diretto da Eugenio Torelli Violler, che ha lavorato al “Secolo”, che ora vuole sfidare. Lo propone alla borghesia come una versione di dx del secolo, dicendo “siamo moderati, apparteniamo al partito che ebbe il suo organizzatore in Cavour”. 13 giorni dopo la “rivoluzione parlamentare” rovescia la dx, e al governo va la sx di Depretis: l’avvio del “Corriere”, che rappresentava l’opposizione è molto stentato, e rischia più volte di dover chiudere, mentre il “Secolo” è ben saldo sul mercato lombardo (nel 75 ha anche assorbito la “Gazzetta di Milano”). Nel 1882 il “Corriere” inizia a uscire dalla condizione di precarietà, e comincia il grande duello col “Secolo”: il primo segnale è la pubblicazione di numeri a 6 pagine. Vigeva il primo ministero di Depretis che abolisce i giornali ufficiali, revoca loro l’appalto di pubblicazione delle leggi, e si serve largamente della stampa quale strumento di potere, mentre i suoi rivali (Crispi e Nicotera) fanno altrettanto. I fondi per il controllo dei giornali non sono solo governativi, ma iniziano a provenire anche da gruppi bancari, immobiliari, affaristi. Il presidente del Consiglio Depretis tuttavia, non riesce ad ottenere una parte importante in quotidiani come “Il secolo” e la “Gazzetta piemontese”, che anzi, criticano gli sviluppi che Depretis vuole imprimere al “trasformismo”.

Lo scandalo Oblieight e quello della Banca romana- quando nell’82 i 2 quotidiani di casa Sozogno pubblicano un dispaccio proveniente da Parigi (Oblieght ha venduto alla Banca franco-romana i suoi sei giornali, a condizione che questi mantengano una politica gradita al compratore), scoppia uno scandalo di proporzioni enormi, che coinvolge esponenti del governo e della maggioranza parlamentare, e investe delicate questioni di politica estera, senza contare che la società francese che opera in Italia attraverso la Banca franco-romana è strettamente legata al Vaticano. Inoltre Oblieight, protetto da Nicotera (ex ministro dell’interno), ha fogli politici legati a diversi gruppi, di cui può servirsi nelle più disparate attività affaristiche in tutta la Penisola. La magistratura indaga sull’imbroglio, mentre molti suoi redattori si dimettono e lui vende tutte e sei le testate. Anche l’Associazione della stampa periodica italiana (sorta a Roma nel 1877, presieduta da De Santis) indaga il caso, approvando la condotta dei pubblicisti che si erano dimessi, e ritenendo la manovra dell’affarista ungherese un oltraggio alla libertà di stampa. Tuttavia manca ancora una consapevolezza professionale dei giornalisti, e l’Associazione ha solo funzione di “giurì d’onore” (del cazzo) per la discussione di vertenze personali di carattere personale: in pratica, serviva solo ad evitare i duelli. Negli ultimi ministeri Depretis si verifica un abbassamento del tono e del costume: segno più evidente di ciò è il successo di alcuni periodici, innovativi dal punto di vista del linguaggio, ma denigratori della democrazia e degli istituti parlamentari. I più diffusi li pubblica l’editore Sommaruga, con “Cronaca bizantina” in testa, al quale collaborano scrittori affermati accanto a giovani che avranno un ruolo importante nel giornalismo (come Scarfoglio e D’Annunzio). L’impero di questo stronzo crolla nel 1885, quando la magistratura lo colpisce duramente. Nonostante lo scandalo Oblieight continua la solfa dei finanziamenti occulti: le tre banche più forti (Romana, Nazionale e il Banco di Napoli) elargiscono sovvenzioni a giornali e giornalisti, e anche la “Nuova Antologia” fa parte dell’elenco. Giornali per il pubblico- nel decennio 80 crescono i giornali che accanto a una veste politica ne hanno anche una imprenditoriale ed editoriale (accanto al trionfante “Secolo” e al “Corriere della sera”). I modelli sono prevalentemente quelli della stampa francese, ma anche inglese e nordamericana: nonostante i limiti imposti dal Secondo Impero si tende alla crescita della diffusione delle testate in Francia, e all’allargamento della lettura alle masse, complici l’abbassamento del prezzo e le formule diversificate. A Londra fa da padrone il “Times”, con una tiratura di 60.000 copie (poche, di fronte alla sua grande autorevolezza), e si affermano i quotidiani a un penny e quelli della sera a mezzo penny, e settimanali di diversa impronta (come l’Observer e il Sunday

Times). Il mercato nordamericano è quello dove la stampa si diversifica di più per prezzi di vendita e contenuti, e allo scadere del secolo essi saranno più di mille: se il “New York Herald” impone un giornalismo fatto di reportages, echi di cronaca (accentuandone gli aspetti raccapriccianti) e curiosità, la stampa di qualità ha il proprio vessillo nel “New York Times”, lanciato nel 51. A casa nostra la situazione è meno interessante, e la politica fa ancora da motore per tutte le iniziative. Il 1885 è l’anno della svolta per il “Corriere della sera”, anno in cui Crespi entra in società con Viollier, facendo aggiungere ben 2 rotative che aumentano a 3 le edizioni (mattina\pomeriggio\sera) e a 60.000 la tiratura: raggiungere il “Secolo” non è più un’impresa folle. A Torino la “Gazzetta del popolo”, riassestata dopo gli sbandamenti degli anni ’60, compete con la “Gazzetta piemontese”, che nel 95 si trasformerà nella “Stampa”. Nel 78 il giornalista Cesana lancia il “Messaggero” nella Capitale, puntando su cronaca cittadina, resoconti di processi emozionanti (di grande impatto sul pubblico femminile) e libri in appendice: politicamente il messaggero, per dirla con Talamo, “adotta facile buon senso, con venature di moralismo spicciolo e ripetuta condanna della politica”. Alla fine del 1883 la tiratura arriva a 60.000, e grazie alla rotativa Marinoni (da 27.000 copie all’ora)esce anche un’edizione dell’alba da spedire fuori Roma. Nello stesso anno nasce “La tribuna” a Roma, d’ispirazione liberale, i cui finanziamenti derivano da una sottoscrizione dell’opposizione (comprendente 120 deputati). Passata poi nelle mani del principe Sciarra (Maffeo), e superato lo scandalo della Banca di Roma in cui è coinvolta, la “Tribuna” assumerà un assetto imprenditoriale. Nel 1886 compare a Genova il “Secolo XIX” per iniziativa dell’industriale siderurgico Perrone: esso è collegato alla borghesia industriale e agraria, invischiato con la politica. Nel 1887 esce a Venezia “Il gazzettino” di Talamini, che si distingue dalla vecchia Gazzetta di Venezia per essere un giornale popolare con molte notizie ogni giorno, grazie a una fitta rete di informatori dalle province: la linea politica è liberale riformista. Alla fine del secolo vende 25.000 copie. A Trieste nasce nell’81 il “Piccolo” di Mayer, un giovane irredentista che aveva ottenuto l’autorizzazione dalle autorità austriache. Nell’85 Papa attua una rivoluzione tecnica al quotidiano milanese “L’Italia”, a cui era appena stato chiamato come direttore, adottando il “New York Herald” come modello per impaginazione e contenuti, e adotta titoli su 2,3, persino tutte le 5 colonne della prima pagina, in cui colloca tutte le notizie di attualità (nera, politica e attualità). Il giornale sorprende il pubblico per il suo stile semplice, asciutto, che ironizza sulle “americanate”, mentre Papa non nasconde le sue idee repubblicane, che lo mandano sul cazzo agli azionisti. Quando Papa deve lasciarne la direzione nel 90 l’esperimento fallisce.

Il mal d’Africa e il moschettiere Scarfoglio- sotto la politica coloniale e i governi Crispi i giornali alimentano il mito dell’Africa, in vari casi, con toni retorici e imperialistici. Nasce in quel periodo la figura del “redattore viaggiante”. I quotidiani del Nord si scontrano sul tema coloniale con quelli da Roma in giù: da una parte chi considera la scelta errata sotto il profilo economico (Secolo\Corriere sera\Stampa), dall’altra chi lo sollecita (Tribuna\Mattino, fondato a Napoli da Scarfoglio- alla Tribuna la polemica varrà il potenziamento dell’impianto editoriale con reclutamento di nuovi collaboratori fra cui D’Annunzio; l’ascesa del giornale tuttavia è lenta).

Nascita dell’”Avanti”, e sviluppo stampa cattolica- mentre si consolidano i fogli liberalconservatori, nasce una stampa di opposizione divisa in socialisti e cattolici. Nel 91 viene fondato “Critica sociale” di Turati e Anna Kuliscioff, nel 92, sempre a Milano, “Lotta di classe” (organo del partito socialista).

La proliferazione dei piccoli periodici continua, e nel 96 il partito socialista può contare su ben 25 periodici. Nel 1896, a seguito del Congresso dello stesso anno, in cui si evidenzia l’esigenza di creare un organo quotidiano che raccordi le organizzazioni di base fungendo anche da strumento di educazione ideologico-culturale, nasce l’”Avanti”, diretto da Bissolati e redatto da Bonomi. La tiratura del primo numero è 40.000 copie. Attira parecchi intellettuali, fra cui Croce, uno dei primi abbonati. Nel 1887 la stampa cattolica conta 26 quotidiani, fra cui spiccano l’”Osservatore cattolico” di Milano, “L’avvenire” di Bologna, il “cittadino” di Brescia e “L’eco di Bergamo”: la linea s’ispira molto spesso all’intransigenza, il focus è sulla cronaca, un genere capace di attirare lettori di tutti i livelli sociali. Nel decennio 80 si vive un clima repressivo sulla libertà di stampa, sia per il nuovo codice penale Zanardelli, che pur accogliendo i principi liberali dello Statuto non evita l’inasprirsi dei controlli di polizia, dei sequestri anche illegali di testate ritenute sovversive, sia per l’azione della magistratura. All’inizio l’opposizione democratica sottovaluta l’intensificarsi della repressione, e solo Cavallotti (che ora scrive sul “Secolo”) e pochi altri stronzi denunciano il pericolo (Cavallotti attaccò Crispi perché aveva ordinato l’espusione di un inviato del Secolo che avrebbe recato oltraggio al “Governo della colonia”). Quando il disastro di Adua travolge Crispi, il conservatore Rudini intensifica gli interventi governativi sulla stampa. A marzo crepa Cavallotti, nel trentaduesimo duello della sua vita, che lo contrappone al direttore della “Gazzetta di Venezia”, Ferruccio Macola. Poche settimane dopo è la volta delle agitazioni per il rincaro del pane. A milano viene proclamato lo stadio d’assedio e il gen. Bava reprime tutti con le cannonate, e chiude con un decreto una decina di giornali (fra cui “Secolo” e l’”Osservatore romano”), mandando in tribunale militare diversi giornalisti e politici (fra cui Turati). Mentre la “Stampa” auspica una politica liberale, il “Corriere della sera” sorprende per i suoi atteggiamenti che richiamano a una politica repressiva, e questo perché Torelli Viollier è sempre stato un moderato (del resto lui è in minoranza, e non ha quasi voce in capitolo dopo l’ingresso in società degli industriali De Angelis e Pirelli- Viollier passerà presto la mano a Domenico Oliva, imposto dagli imprenditori lombardi). Cessato lo stato d’emergenza nel 1898, i giornali interdetti ricominciano a funzionare: il Secolo vende 400.000 copie, un trionfo di breve durata. Il partito della reazione prepara la prova di forza: il nuovo presidente del Consiglio Luigi Pelloux restringe le pubbliche libertà e costituisce una seria minaccia per la stampa. Aggrava le pene per i reati dei periodici, estende la responsabilità penale dello scritto all’autore e quella civile allo stampatore, la facolltà dell’autorità giudiziaria di sospendere qualsiasi periodico per 3 mesi, e l’istituzione del reato civile per notizie tendenziose. Il progetto di destra desta allarme alla Camera e in molti giornali (la Stampa): la Sinistra si avvale dell’arma dell’ostruzionismo mentre Pelloux tenta la strada del decreto legge, che gli fa perdere anche l’appoggio di molti liberali (come Zanardelli e Giolitti). Ormai non gli resta che la strada delle elezioni anticipate. Albertini, giovane giornalista assume il ruolo di gerente del Corriere alla morte di Torelli. Il re scioglie le camere mentre Oliva (il direttore del giornale), in viaggio per Roma, prima di partire aveva lasciato un articolo a sostegno di Pelloux: Albertini lo sostituisce con uno in cui fa a pezzi Pelloux, e Oliva sbigottito si dimette. Mentre i ministeriali escono battuti alle elezioni dalla sinistra e dai liberali moderati, iniziava il grande regno di Albertini: nel 1.900 la società “Torelli Viollier e company” diventa “Albertini e c.”.

Capitolo 5 Giornali e giornalisti all’inizio del 900- la situazione giornalistica è ancora fragile, anche se ci sono prospettive di progresso per l’Italia (che verranno sviluppate da Giolitti): la popolazione è in crescita, e anche il reddito nelle regioni più sviluppate, si ampliano la

rete ferroviaria e il servizio postale, viene reso più veloce il telegrafo. Con Giolitti aumenta la libertà di stampa, e dal 1913 il suffragio sarà esteso a tutta la popolazione adulta maschile. I giornali liberali sono usciti rafforzati dalla battaglia contro il disegno reazionario, e Giolitti usa la stampa come arma di battaglia mediante finanziamenti anche illegali, e pressioni esercitate dal governo e dai prefetti. Gli editori si preparano ad affrontare la prospettiva di un rinnovamento nell’industrializzazione della stampa, avviando quel processo che porterà l’Italia a livello europeo. La riduzione dei quotidiani è forte, anche in una città come Milano, dove i più grandi schiacciano i piccoli e ne assorbono i lettori (i 3 forti dell’inizio del 900 sono Secolo\Corriere sera\Tribuna, che tirano sulle 100.000 copie): la maggior parte delle testate è in deficit, e da anni si parla di “passivo pianificato” (dipendenza dalla politica). In più un quotidiano in vendita a 5 centesimi, di 4 pagine, non è remunerativo se le inserzioni pubblicitarie sono poche. Ci sono poi i costi dei nuovi macchinari: la Linotype, presente soprattutto a Milano, e il cliché a retino,per le fotografie (ancora poco diffuso). Le imprese devono ricorrere, ad alleanze con gli industriali. Aumentano i formati (“grande”, a 5 colonne), e la foliazione (6 pagine che presto diventeranno 8),arrivano le testatine apposite per dividere gli argomenti. Va forte la cronaca, il teatro e le “recentissime”; resta il romanzo d’appendice (non + in prima pagina). I modelli restano il “Times”, “Le matin” e il “Temps”, seri e seriosi: in prima pagina c’è posto solo per la politica e uno spunto culturale, e a volte per la corrispondenza di un inviato. I titoli sono sempre a una colonna fino a conclusione del decennio, quando iniziano a comparire i “titoli di taglio”(a due colonne, quando le pagine vengono spartite in 6 colonne). Procede la razionalizzazione del lavoro e nasce il “giornale collettivo”, con una struttura gerarchica dominata dal direttore e dal redattore capo (il suo factotum per la realizzazione del giornale): gli inviati speciali acquistano a volte molta popolarità, come i cronisti giudiziari, il critico teatrale e il letterato. La cronaca cittadina fa da padrona, sia bianca che nera. La Stefani, principale fonte di notizie per i giornali grandi (i piccoli rubano da quelli) è ancora in condizioni di arretratezza. In più, durante Crispi si è impegnata in cambio di finanziamenti a non diffondere notizie “lesive gli interessi italiani”, e questo rapporto non cambia nell’era giolittiana. Nel 1900 ha 10 succursali di provincia, che diventano 14 dieci anni dopo, con un centinaio di corrispondenti per lo più non professionalizzati. Per le informazioni provenienti dall’estero si appoggia alla Wolff, a sua volta collegata con la Reuters. A volte il suo funzionamento si blocca, come nel caso dell’assassinio di Umberto I a Londra. La concorrenza fra quotidiani si basa sulla tempestività delle notizie, il prestigio delle firme, la cronaca cittadina e giudiziaria. La formula dei quotidiani italiani è “omnibus”, per tutti, dominata però da un’impostazione elitaria e da una loro partecipazione attiva alla politica. La differenziazione fra giornali politici\di cronaca\popolari\di qualità da noi non è netta come fuori, o peggio non esiste. sulla strada della diversità dei pubblici si sono avviati invece i settimanali di attualità e varietà, in via di sviluppo anche loro. La buona borghesia legge settimanali come L’”illustrazione italiana” di Treves, ricca di illustrazioni, che con l’avvento della fotografia si alternano a foto. Le fasce medio- basse leggono invece i supplementi illustrati dei quotidiani d’informazione, come Tribuna illustrata\domenica del corriere\mattino illustrato. Anche la stampa femminile e quella per ragazzi sono in crescita, mentre quella sportiva è agli albori (di rado le notizie sportive si vedevano sui quotidiani precedenti): nell’82 i primi settimanali dedicati al ciclismo, nel 96 nasce la “Gazzetta dello sport”, a Milano, che esce prima due, poi tre volte la settimana (a seguito del successo del giro d’Italia, occasione in cui la gazzetta adotta anche la caratteristica carta rosa), che la Sozogno trasformerà in quotidiano nel 1919.

La professionalizzazione comincia a prendere forma: mentre pullulano gruppi di volontari e corrispondenti di provincia malpagati, ai giornalisti inseriti nei quotidiani si inizia a dare un certo riconoscimento professionale. Ovvio che direttori, capiredattori e grandi firme se la passano bene economicamente. Nel 1908 le varie associazioni giornalistiche si uniscono sotto la Federazione nazionale della stampa (Fnsi), nata per iniziativa dei maggiori direttori editoriali in accordo con vari politici (fra cui spiccano leaders del socialismo riformista e del cattolicesimo liberale). La Fnsi mira alla tutela dell’editoria sia nei confronti del pubblico che dello Stato.

I trionfi di Albertini, Frassati e Bergamini- il 900 apre una stagione che porterà la stampa italiana a una grande evoluzione, che farà dei giornali i principali strumenti di informazione su tutti i piani, compreso quello culturale e politico, di cui saranno principali armi di lotta. Nel primo quindicennio domina Albertini (in testa al Corriere della sera), fronteggiato da Frassati (La stampa, di Torino) e Bergamini (il Giornale d’Italia, di Roma). Albertini è un conservatore liberale, legato alle idee etico-politiche della dx storica e avverso a Giolitti, fortemente legato all’Inghilterra vittoriana e al modello del Times, a cui si ispirerà persino sulla forma della sede di via Solferino, completata nel 1904. Qui si stampano (con modernissime linotype e rotative) non solo il Corriere e la “Domenica”, ma anche i nuovi supplementi dedicati alla piccola borghesia, e la “Domenica del corriere” che piace anche ad artigiani, operai e contadini. In pochi anni il Corriere ha una fitta rete di corrispondenti dalle varie capitali europee, persino Pietrogrado: nel 1904 lo stronzo si assicura la possibilità di riprodurre le corrispondenze, e contemporaneamente i dispacci, dei più attrezzati quotidiani (dal “Telegraph” al “Times”, dal “Daily Chronicle” al “Le matin”). Il giornale, che ormai esce a 6 pagine, si appresta alle 8 e diventa il più ricco e accurato d’Italia. La veste resta austera, e non si stampano più di una\2 foto, ma arrivano argomenti nuovi come aviazione e sport. La prima edizione parte la mattina da Milano e raggiunge entro sera alcune città del Meridione. Crescono anche gli introiti pubblicitari. Il 1904 è anche l’anno in cui Albertini può intimare a Romussi, direttore del Secolo, di togliere dalla testata la dicitura “il quotidiano più venduto d’Italia”. Dopo quasi 30 anni, il sorpasso è finalmente avvenuto. Ma perché era successo? Il Secolo dava la colpa al ministro delle finanze, che aveva abolito le lotterie colpendo duramente il giornale, ma la crisi andava cercata dal ritiro di Edoardo Sozogno nel 1895, seguito dalle crescenti interferenze della democrazia lombarda (portavano finanziamenti) favorite dal Romussi. A tutto ciò si era aggiunta l’incapacità del giornale di cogliere e trattare i mutamenti di fine secolo, della mentalità dei ceti borghesi di Milano, della lotta politica ed economica. Frassati aveva trascorso 3 anni in Germania, essendo fortemente influenzato dai suoi modelli giornalistici. Nel 1894 entra in società con Roux per risollevare le sorti della “Gazzetta Piemontese”, puntando sulla riorganizzazione tecnica, la necessità di varcare i confini regionali. Dal 1900 il giornale è interamente nelle mani di Frassati, e inizia a gareggiare con la “Gazzetta del popolo” (fondato da Bottero, al momento sotto la direzione di Orsi). Quest’ultimo è in ripresa perché si accosta a posizioni nazionalconservatrici, mentre la Stampa s’ispira al riformismo liberale e sostiene la “democrazia industriale”, entrando quindi in sintonia con le idee che si sviluppano a Nord e le novità imprenditoriali che vengono da Torino. Albertini si circonda di giovani redattori e collaboratori, come Luigi Einaudi e Francesco Saverio Nitti (il + in vista nel periodo). Appoggia dapprima in modo cauto Giolitti, poi sempre di + fino al loro sodalizio spirituale, e Frassati e la Stampa sono sempre di + i veri rivali di Albertini e del Corriere della sera. Le predilezioni culturali e letterarie dei due giornali sono molto diverse: Albertini sta con D’Annunzio e Ojetti, Thovet e Lanza con Frassati. Il maggior peso che la parte letteraria sta assumendo si consolida con il “terzo grande” del tempo, Bergamini, con cui si istituzionalizza nella “terza pagina”.

Il “Giornale d’Italia” inizia a pubblicare nel 1901 a Roma, con pochi mezzi a disposizione e il solo vantaggio che i periodici romani –Tribuna compresa- se la stanno passando male. È un foglio movimentato, meno austero dei due rivali, e dove si ritrovano alcuni propositi americanizzanti di Dario Papa: notizie e articoli più importanti in prima pagina\servizi dall’estero e molta cronaca cittadina\molte interviste e i primi referendum fra i lettori. L’intuizione che assicura a Bergamini un posto nella storia del giornalismo italiano è quella di riunire nella stessa pagina (la terza, uscita il 10-12-1901) gli articoli di argomento culturale. La terza pagina ha un aspetto grigio, senza titoli a due colonne (fra le 6 colonne della pagina) né foto o disegni, ma nonostante ciò, piace. Il filone risulta fruttuoso soprattutto nell’Italia meridionale, e arruola studiosi e letterati di prestigio (Benedetto Croce), e accende e alimenta polemiche letterarie. Gli imitatori si trovano soprattutto a Roma e nel Meridione, mentre a Nord la terza pagina fatica ad essere adottata: quando però questa decisione la prende Albertini, in breve tempo la rende la più famosa e ambita. Anche i fogli locali iniziano ad imitarla, con esiti mediocri. Un’altra novità del 900 è la nascita delle edizioni locali per molti fogli regionali, come “Il messaggero”, il “Resto del carlino” e il “Gazzettino”.

Giolitti e lo schieramento dei giornali- durante la permanenza agli interni nel Ministero Zanardelli, Giolitti intervenì limitatamente sulla stampa. In quel periodo, il Secolo e la Tribuna sono i giornali più forti di Roma e Milano, mentre a Torino la Stampa se la gioca con la Gazzetta del popolo (conservatrice). Durante i primi governi Giolitti, questi subisce gli attacchi del Corriere della sera e del Giornale d’Italia, e la sua posizione s’indebolisce ulteriormente per la defezione che avviene tra i fogli che lo sostengono: quelli democratico-radicali si dividono sul realismo di Giolitti, mentre i liberalconservatori lo fanno per via delle aperture ai riformisti e i provvedimenti sociali. Giolitti riprende i metodi di controllo stampa, meno intimidatori perché il periodo non lo consentiva più, e basati anche sulle sovvenzioni attraverso i fondi segreti del Ministero dell’Interno: di questo, l’ufficio stampa viene riorganizzato con il compito di tenere i rapporti con i giornalisti parlamentari, moderandone il diapason. Nel 1906 viene interdetta ogni possibilità di sequestro preventivo, e il Guardasigilli del cazzo invita la magistratura a particolare vigilanza sui reati della stampa: quest’ultima si rivelò particolarmente severa nei controlli, mentre la polizia non rinunciò a quelli sui giornali considerati sovversivi (socialisti, anarchici, democratico-repubblicani e del cattolicesimo intransigente). Iniziano le commistioni fra industria, stampa e politica. Il caso più esemplare è quello della Tribuna (alla fine del primo decennio del secolo): Giolitti aveva perso la sua capacità d’intervento sulla Tribuna, perché al momento della crisi erano intervenuti i contributi delle banche Commerciale e d’Italia, e alcuni industriali siderurgici e zuccherifici. Nel 1909 la Tribuna passa all’opposizione, dando vita alla campagna promossa dalla Banca Commerciale contro il senatore Piaggio, col quale Giolitti stava negoziando una convenzione (de che non se sa porco Iddio). La disputa vede contrapposti dei potentati a prevalenza genovese e mette in forse la sopravvivenza del giornale, facendo prospettare il suo passaggio in altre mani. Nel 911 Giolitti torna al governo e induce i genovesi a un compromesso: si forma una cordata di finanziatori per far rinascere il giornale, che comprende le forze economiche più legate alle prospettive di sviluppo industriale e al riformismo di Giolitti (banche Commerciale, d’Italia, di Roma e vari industriali siderurgici, zuccherifici e degli armamenti, fra cui Piaggio). Mentre i genovesi ottenevano il salvataggio del trust siderurgico, Giolitti la spunta sul nuovo direttore, Olindo Malagodi, preferito a Torre (favorito da Luzzatti). Un altro mutamento importante riguarda il Secolo, sempre nel 1909, a Milano. Il giornale, ormai messo in crisi dal Corriere della sera, vende testata e stabilimento a condizione che gli acquirenti (Pontremoli- uomo d’affari e possessore del Tempo- e

Della Torre – uomo di finanza vicino alla Banca Commerciale e agli elettrici lombardi, e possessore della casa editrice Treves) restino fedeli alla sua linea politica. Il nuovo direttore, il garibaldino Borsa, ritiene che il Secolo debba tornare alle origini (un giornale facile da leggere, snello, adatto anche al popolino) adottando un minor coinvolgimento nella politica, ma alla fine prevale la tesi di Pontremoli, che di fatto dirige il giornale: fare concorrenza al Corriere nel suo stesso terreno, mirando allo stesso pubblico. La terza pagina del Secolo risulta però modesta rispetto al rivale, e i servizi dall’estero del Corriere non temono confronti. Inoltre, la redazione del Secolo appare troppo eterogenea e divisa rispetto a quella avversaria, molto compatta. Nel 1911 i proprietari del Secolo comprano anche il Messaggero (in crisi perché male amministrato da Cesana, che aveva però successo fra la piccola borghesia e i ceti popolari), dando un po’ di respiro finanziario al primo. Il tramonto del Secolo è uno dei segnali del generale declino della stampa democratica e radicale che si compie alla fine del primo decennio del 900. Cause di questo declino: il disegno riformatore di Giolitti si sta arrestando davanti al duello tra capitalismo agrario e industriale, e per le spinte che agitano sia la destra che la sinistra, e le idee del mondo intellettuale che attecchiscono su piccola e media borghesia.

La stampa socialista, cattolica e nazionalista- la stampa socialista è legata alle lotte fra le varie correnti all’interno del partito: le più forti sono quella riformista e la massimalista. Il punto di riferimento principale è “L’avanti!”, che passa più volte di mano tra l’inizio del secolo e la guerra in Libia (da Ferri fino a Treves), è in deficit cronico e una tiratura oscillante. Nel 1911 (dieci giorni dopo l’inizio guerra in Libia) Treves decide di affidarne la gestione a una società anonima e portare il quotidiano a Milano per ragioni editoriali: lì è più facile distribuirlo tempestivamente dove il partito è più forte, e c’è + lotta di classe. Le tirature aumentano a 30.000 e arrivano due iniziative editoriali: “L’avanti della domenica”e “Difesa delle donne lavoratrici”. La corrente riformista può intanto contare su due quotidiani: “Il tempo”, di Milano diretto da Treves, che soccombe nel 1910, e “Il lavoro” di Genova, fondato nel 1903- un anno dopo il Tempo- dal movimento cooperativo degli scaricatori di porto, destinato a durare. Rispetto a fine 800 la stampa cattolica si fa più incisiva sulla vita politica e sociale del paese. “Il momento” e “Il corriere d’Italia” sono due quotidiani nuovi di stampo cattolico, che interpretano la formula del “non-expedit” e di una maggiore lotta sociale. Nel 1907 l’”Osservatore cattolico” si fonde con la “Lega lombarda”, dando origine a “L’unione” (poi L’Italia), affidato a Filippo Meda, che tocca le 20.000. Nel 1908 il conte Grossoli promuove la costituzione della Società editrice romana, mirando ad organizzare un vero e proprio trust della stampa cattolica. La novità più significativa del giornalismo politico è la comparsa della stampa nazionalista, che nega la democrazia criticando l’Italia “pacifista e meschina”: le testate più diffuse sono “Leonardo”, “Il regno”, “Marzocco” e la “Voce”. Fra il 1908 e l’11 la stampa nazionalista osteggia il tentativo di giolitti di estendere il suffragio, e combatte i socialisti. Nel 1910 viene costituita l’Associazione nazionalista italiana, a cui aderisce anche il “sommo vate” D’Annunzio, il cui più importante foglio, di Roma, è “L’idea nazionale”.

La guerra in Libia- a nulla valgono gli avvertimenti di Salvemini e dell’ “Unità” da lui fondata nel 911: i maggiori quotidiani sono per la guerra in Libia (dal Giornale d’Italia al Secolo XIX, dal Mattino alla Stampa- i 2 fogli più vicini a Giolitti- dal Messaggero al Resto del Carlino), creando il mito della “terra promessa”. Albertini, dopo un iniziale esitazione, diventa il capofila del coro proprio mentre Giolitti sta per dichiarare guerra all’Impero turco. Barzini è il numero 1 di una decina di inviati del Corriere in Tripolitania e in Cirenaica: è l’uomo del reportage, mentre i colleghi si dedicano più al colore e ai richiami sentimentali. Così fanno gli inviati degli altri giornali: nel complesso la propaganda inquina l’info. Fiore all’occhiello del Corriere

resta però D’Annunzio, che scrive in terza pagina: le sue “Canzoni d’oltremare” sono la punta più elevata del fiume di retorica che invade il paese. Un altro dispensatore di retorica e mal d’Africa è Edoardo Scarfoglio che vede così la conquista delle isole egee e di Rodi: “Roma porge la mano ad Atene contro i barbari d’Asia”. Senza dubbio la responsabilità della letteratura fu grande sulla guerra in Libia, come fa notare Benedetto Croce. I fogli socialisti si oppongono alla situazione, e l’”Avanti” ne fa le spese, quando l’iniziale entusiasmo per la guerra ne fa calare le vendite, e si becca l’accusa di essere filo-turco, mentre alcuni inserzionisti rompono i contratti con la testata. Le autorità militari ordinano il rimpatrio di Guarino, inviato in Libia dell’organo socialista, che segnala le deficienze nella condotta di guerra. Di notevole efficacia sono le vignette di Scalarini, amaro e incisivo. L’avanti acquista vivacità politica e la sua tiratura aumenta: il 1\12\12 ne assume la direzione Mussolini, esponente del gruppo idealista- rivoluzionario, mentre la corrente massimalista prevale al congresso di Reggio Emilia. Sotto la direzione, abile e spregiudicata di M. l’Avanti tocca punte di 60.000. Il primato è del Corriere di Albertini, che sta a 200.000, seguito a distanza dal Giornale d’Italia, Tribuna, Stampa e Gazzetta del popolo: il primato nel Mezzogiorno è del Mattino di Scarfoglio, che pure sta sulle 60.000. l’Italia è un’eccezione rispetto ai paesi più sviluppati, dove va forte la stampa popolare: i quotidiani italiani sono solo di qualità, l’industrializzazione ha prodotto di popolari soltanto settimanali. Il forte coinvolgimento della guerra in Libia ha portato il nazionalismo a innestarsi in alcuni quotidiani liberali come il Corriere della sera. In questo contesto di debolezza e disparità nello sviluppo economico, di lotte sindacali per il carovita, il sistema di Giolitti entra in crisi, con il vantaggio di una non chiara leadership nazional-liberale.

Il giornalismo nella Grande guerra- i giornali, durante la neutralità proclamata dal Governo Salandra, hanno avuto una parte importante nello scontro fra neutralisti e interventisti: è lì, prima che sulle piazze, si svolge la battaglia fra i 2 schieramenti. Mussolini dà forza all’offensiva degli interventisti (radicalizzandola) con il suo voltafaccia, manifestato sia nell’Avanti che nella fondazione del “Popolo d’Italia”, Milano, 1914. Il gruppo delle testate interventiste aumenta: ne fanno parte il Corriere della sera, la Gazzetta del popolo, il Resto del Carlino, il Giornale d’Italia, il Messaggero e il Roma. Il Secolo, il Gazzettino e il Lavoro (dei riformisti liguri) sono i portavoce di quel filone democratico confluito nell’interventismo, che vede nella guerra contro l’Austria- Ungheria lo strumento per riscattare le terre irredente del Risorgimento. Il campo neutralista conta su Stampa\Tribuna\mattino\Nazione: il neutralismo di Scarfoglio, tuttavia, è più salandriano che giolittiano (è per un appoggio, interessato, alla Germania). All’interventismo nazionale si uniscono anche i fogli cattolici. L’Avanti, diretto ora da Serrati, condanna la guerra fra le potenze imperialistiche, con una certa incertezza (parola d’ordine: “né aderire, né sabotare). Il Corriere di Albertini si fa più deciso, con D’Annunzio che tuona in orazioni contro il riluttante Parlamento (ma ormai la guerra è stata decisa, al di sopra della Camera dei Deputati). Il decreto del 23 marzo 1915 autorizza il governo a vietare qualunque notizia di argomento militare. Il 23 maggio ne scatta un altro, che vieta ai giornali di dare notizie politiche al di fuori dei comunicati ufficiali; lo stesso decreto permette ai prefetti il sequestro, e invita i direttori (che seguivano il consiglio) alla censura preventiva dei loro giornali del cazzo. Il 24 maggio entra in vigore la censura militare coordinata dall’Ufficio stampa del comando supremo. Le disposizioni di Cadorna sono drastiche: gli inviati non possono entrare nella zona delle operazioni, pena l’espulsione. La censura prende di mira soprattutto i giornali socialisti, che in gran parte, Avanti compreso, sono messi al bando: per la prima volta si sente nominare la parola “fascismo”, quando si formano i fasci interventisti in varie città, che combattono i socialisti propagandando il boicottaggio della loro stampa.

Albertini si lamenta con Salandra per le sue misure, nonostante il corriere facesse tutt’uno con governo e comando supremo, che prevedevano oltretutto parafrasi dei bollettini di guerra, senza neppure un po’ di cronaca. Quando la guerra si rivela più lunga del previsto, ad un minor rigore dei Comandi, si accompagna cautela informativa: iniziano a comparire colore e retoriche del cazzo, anche per tranquillizzare le famiglie dei soldati. Comune a tutti i giornali è l’idea di dare un’immagine ottimistica del conflitto. I toni magnificenti e le descrizioni edulcorate mandano in bestia gli ufficiali, che pretendono le copie dei giornali nelle loro trincee: famosa la battuta di un soldato “se trovo Barzino –Barzini- lo ammazzo”. Nel 1917 cade lo Zar, e le notizie sono piuttosto schematiche, dato il timore che la pubblicazione di quegli eventi indebolissero l’Intesa. Si tenta anche di ridurre l’eco delle parole di Benedetto XV, che definisce la guerra “inutile strage”, e si polemizza contro i fogli cattolici (come “Osservatore romano”). Si minimizzano i Moti torinesi per la mancanza del pane, che sfociano in proteste contro la guerra, e la sanguinosa repressione che segue. La disfatta di Caporetto viene minimizzata per tranquillizzare l’opinione pubblica. Allontanato Cadorna, il sostituto Diaz cambia le cose: limita a 500 parole i bollettini da inviare ai giornali, che sono invitati ad abbandonare i toni retorici e solenni. Dal 15 iniziano i giornaletti per i soldati: linguaggio semplice\impronta nazionalistica \stimolano il patriottismo\atteggiamento critico verso la politica\tono satirico. All’inizio nelle trincee ne arrivano pochi, ma dopo Caporetto si diffondo a bestia, essendo il capofila “La tradotta della III armata”. Finiscono nel 19, quando fermenti del conflitto iniziano a produrre effetti nefasti.

Il ruolo dei giornali nel I dopoguerra- le tirature erano salite nella fase del neutralismo, grazie anche a >introiti pubblicitari, e nella prima fase: dopo arrivano le restrizioni e l’aumento dei costi di produzione, soprattutto carta. Le poche aziende che in questa fase hanno raggiunto una situazione solida sono quelle con un’organizzazione più moderna: prime fra tutte, il Corriere di Albertini e la Stampa. Tutti gli altri rischiavano la fine, nonostante la concessione del Governo Orlando di raddoppiare il prezzo di vendita. Questa situazione fa entrare l’industria (particolarmente siderurgica, interessata alla produzione bellica), appoggiata dalle banche, nelle testate (che iniziano a passare di mano). Qualche esempio? Il Messaggero di Pontremoli\Della Torre viene ceduto ai fratelli Perrone, che controllano già il Secolo XIX e altri. Alla morte di Scarfoglio l’Ilva arriva al controllo del Mattino, oltre che della Nazione. Dopo il conflitto ben 14 sono i quotidiani in mano ai siderurgici (fra cui Il piccolo di Trieste, il vecchio Secolo), che entrano anche nelle agenzie di notizie e pubblicitarie, come la Volta (fondata nel 12): i giornali non cambiano necessariamente la loro ispirazione politica, ma devono fare gli interessi dei nuovi proprietari. Mussolini (dir. del Popolo d’Italia) inizia a trovarsi nei casini dal ’16, e non basta il soccorso economico del fondatore del Tempo (Naldi, nel ’12-era anche dir del Resto del Carlino), e si fanno avanti alcuni potentati e banche: determinante per la sopravvivenza del giornale sarà l’accordo con i Perrone, che in cambio di finanziamenti farà cambiare linea a Mussolini (e sottotitolo: “quotidiano dei combattenti e dei produttori”). Gli agrari hanno il controllo del Resto del Carlino e dei quotidiani di provincia, specie nella Val Padana. Frassati cede 1\3 della sua società al finanziere Gualino e al fondatore della FIAT, Giovanni Agnelli. Nel corso della guerra l’industria e le banche iniziano a sostenere anche la stampa cattolica. Nel 1916 nasce l’Unione Editoriale Italiana, fondata dal conte Grossoli, che raccoglie in una società buona parte delle 20 testate cattoliche del momento (l’Italia a Milano, Il corriere d’Italia a Roma, il Momento a Torino, L’avvenire d’Italia a Bologna- sono le testate di spicco). Nel 19 esce a Roma il Popolo nuovo, settimanale del neonato partito di don Sturzo.

La stampa socialista è in una situazione meno florida. L’Avanti si è ripreso con una rispettabile tiratura di 70.000 copie, e due edizioni (Roma e Torino), di modesto successo (Gramsci Tasca e Togliatti si sono staccati dal partito, dando vita a “L’ordine nuovo”). La riforma di Modigliani, proposta nel 18 a Montecitorio, avrebbe voluto rendere pubblici i finanziamenti ai giornali, ma viene insabbiato dai nazionalisti e liberali, che non volevano rinunciare ai loro strumenti di controllo sulla stampa (i fondi segreti del Ministero degli Interni). Corretti informatori sono “La stampa” e il “Corriere”, che non cedono alle sovvenzioni. Ai giornalisti ‘frega un cazzo di questi problemi, mentre la Federazione della stampa è ancorata al mito della apoliticità e tenta di difendere i salari, bassi. La svolta della Fnsi comincia con il Congresso del ’20, quando va alla sua guida un gruppo di repubblicani e riformisti, che inizia a mettere in luce i problemi della libertà di stampa. I quotidiani del primo anno di pace, tuttavia, nonostante la guida di Fnsi fosse ancora in mano a liberalcostituzionali e riformisti, avevano mostrato una maggiore vivacità politica e una terza pagina più culturale, e non solo letteraria. Il Partito comunista nasce con la scissione di Livorno (riformisti-massimalisti) nel 1921. Alle elezioni del ’19 trionfano socialisti\donSturzo\nazionalisti\seguaci di D’Annunzio\di Mussolini (fonda nello stesso anno i Fasci di combattimento. Nel 21 c’è il crack della Banca Italiana di Sconto, e parte il “balletto” dei pacchi azionari di Tribuna, Mattino, Tempo. Nel ’20 torna Giolitti al governo, osteggiato dai giornali, ancora di più per il suo atteggiamento neutrale di fronte all’occupazione delle fabbriche e per i suoi provvedimenti economici. Ad aprile viene incendiato l’Avanti e nel ’20 inizia la vera e propria violenza fascista contro i socialisti. Va di moda incendiare le sedi dei giornali, anche se buona parte degli stampatori vedevano nel fascismo (e nella sua rigidità, proclamata da Mussolini nel Popolo d’Italia) la soluzione ai disordini del momento, la difesa del capitalismo. Filofascisti sono Corriere\Secolo\Giornale d’Italia. Mussolini riceve l’appoggio di molta stampa cattolica, e non mancano i giornali che si autofascitizzano prima della marcia su Roma, come il Resto del Carlino\Messaggero. Il quotidiano fascista per antonomasia resta il “Popolo d’Italia”, affiancato da altri minori in mano al partito. Le squadre fasciste devastano più volte i giornali di sinistra, come l’Avanti, e i nuovi nati Ordine nuovo (dove opera Gramsci), e il Comunista; Turati e Treves avevano l’organo del partito socialista unitario, “la Giustizia”, uscito a Milano nel 22 (un anno prima della “Voce repubblicana”-analogo per i repubblicani). La sera del 28 ottobre del 22 i fascisti intimano ai giornali di opposizione di non uscire: chi si rifiuta viene assalito (meglio fare come il Corriere: quel giorno non esce). Frattanto Mussolini ha raggiunto il re in vagone letto, e ottenuto da lui l’incarico di formare il governo. La libertà di stampa va sotto zero: si parla persino di fascisti locali che accompagnavano i corrispondenti e assistevano alle loro telefonate.

Con l’avvento di Mussolini la libertà di stampa va a farsi benedire dal porco di Cristo- nelle prime settimane del Governo Mussolini i giornali d’info sono spenti, a parte l’opposizione più tenace che reagiscono al fatto compiuto. Mussolini scrive sul Popolo d’Italia (ora diretto dal fratello Arnaldo) 3 articoli sulla libertà di stampa: il primo riguarda il problema della gerenza (il più discusso dello Statuto), gli altri i sequestri e la censura. Ovvio come la pensa. Riprende a tappeto la violenza contro la stampa. L’art 1 del Regio decreto del 12 luglio prescrive che il responsabile della testata debba essere un direttore o caporedattore, non + un uomo di paglia; il 2 la facoltà dei prefetti di diffidare di questo e dichiararlo decaduto, dopo aver consultato un magistrato e un giornalista: La stampa e il Corriere prendono posizione contro la durezza del R.D. ma le reazioni si fermano qui. Mussolini lo sospende per usarlo come spauracchio incombente al momento del bisogno (e poi ha sempre il mezzo della violenza illegale). Anche la Fnsi vota un documento di rigetto verso questo decreto, e una delegazione si

reca da Muss ricevendo assicurazioni vaghe ma distensive. Mussolini costituirà poi un Sindacato fascista dei giornalisti da opporre alla Federazione della Stampa. Passa di mano il vecchio Secolo, con un’operazione orchestrata da Arnaldo, che lo mette in mani industriali e fidate; Bergamini e Malagodi si ritirano dalla direzione del Giornale d’Italia e della Tribuna: il primo appoggerà criticamente il Governo, il secondo sarà portavoce del gruppo finanziario filofascista che lo ha acquistato. Mussolini tiene molto al Carlino, e si servirà degli aiuti della FIAT e altri gruppi per risollevarlo. I giornali più oltranzisti del Fascismo sono “L’impero”, diretto dallo squadrista Carli, e il “Tevere”, il cui direttore (Interlandi) non nasconde sentimenti antisemiti. La stampa cattolica, in linea con la Chiesa, inizia a succhiare il cazzo al Duce: don Sturzo reagisce fondando il Popolo a Roma (organo del partito popolare), ma la gerarchia ecclesiastica ha già fatto la sua scelta e Sturzo deve dimettersi dal partito. Nel 1924 la grande novità della sinistra è la nascita dell’organo del partito comunista, L’unità, diretto da Ottavio Pastore. Nello stesso anno c’è il delitto Matteotti. Giornali liberali come Stampa e Corriere fanno leva sulla monarchia come garante dello Statuto, denunciando le contraddizioni interne del Fascismo, diviso in moderati e oltranzisti. Si uniscono il Mattino, il Gazzettino. I giornali che si erano fascistizzati, invece, fanno della condanna del delitto un’esortazione ad epurare il movimento fascista, “normalizzando” la situazione politica: gazzetta del popolo\Messaggero \Nazione\Resto del Carlino\Tribuna\Giornale d’Italia. L’opinione pubblica partecipa alla battaglia, come dimostra l’aumento delle vendite. Mussolini reagisce attuando il regio decreto, persino aggravandolo: i prefetti possono sequestrare anche solo se sussistono i presupposti per una diffida. Né la protesta della Federazione (costituisce un comitato di giornali di diverso orientamento) né la secessione sull’Aventino fermano il Duce, che a gennaio del 25 instaura la dittatura. Mussolini deve soprattutto 1)mettere a tacere il Corriere, che ha molto seguito nella borghesia (diffida Alberto Albertini, mentre il fratelli Crespi, sfruttano un cavillo legale per far cadere il contratto con gli Albertini) 2)idem la Stampa (sospesa con un pretesto: se ne va Salvatorelli) 3) impossessarsi della Fnsi: fa partire la legge “fascistissima” del 25, con cui crea la figura del direttore responsabile, e istituisce l? Ordine dei giornalisti, cui bisogna essere iscritti per esercitare (il Partito gestisce l’albo, serve un certificato di buona condotta politica rilasciato dal prefetto per entrarvi). Dal 26 pullulano intimidazioni, aggressioni e sequestri ai fogli dell’opposizione: momento finale, la sera prima dell’attentato al ministro dell’interno , i prefetti bloccano l’uscita di tutti i giornali dell’opposizione. Il 5 novembre vengono aboliti tutti i partiti\giornali opposizione\- poco dopo – i 120 deputati rifugiati Aventino, e il 21 approvata Legge per difesa dello Stato (che contempla la pena di morte).

Capitolo 6: Stampa e radio nel regime fascista La fascistizzazione inizia dalle pagine politiche dei giornali. Consigliere e factotum di Muss in questo campo è Arnaldo, che tiene anche i contatti col mondo degli affari; interprete ed esecutore è anche Turati, segretario del Pnf dal 26. Al Corriere si susseguono 3 direttori: Croci (designato da Muss perché a lui fedele, dura pochi mesi) \Ojetti (che mette il giornale in camicia nera, ma senza usare il calore che vuole il Duce e i gerarchi)\Maffio (-dir. anche della Gazzetta del Popolo- Muss lo passa a direttore dopo l’aumento delle vendite: in linea con le richieste dei Crespi, infatti, Dux aveva fascistizzato il giornale in maniera non traumatica, e questo aveva aumentato la diffusione del Corriere). Il Secolo, che Arnaldo non riesce a rilanciare, viene accomunato con la “Sera”, nella nuova azienda editoriale di questo, che comprendeva anche “L’ambrosiano”. La Stampa torna in edicola edita da una nuova società controllata dalla Fiat, con Torre direttore, che assume un atteggiamento di collaborazione, con “qualche critica costruttiva”. I Perrone, che Mussolini non ha favorito dal punto di vista editoriale, affidano il Messaggero al loro fidato Pier Giulio Breschi.

I giornali più diffusi della Capitale sono il Giornale d’Italia (portavoce ufficioso del Ministero degli Esteri) e la Tribuna. Il Resto del Carlino è diviso da lotte tra fazioni opposte: la spunta Arpinati, segretario del Fascio, con la mediazione di Arnaldo, e Agnelli si ritira donando a lui la testata. Mussolini impone Pini come direttore, non volendo Missiroli (proposto da Arpinati) perché lo riteneva pericoloso, anche se fascista. Il primo caso di proprietà ufficiale di due quotidiani da parte di un ente pubblico è Il Mattino e Il Roma, voluti in mano al Banco di Napoli da parte di Mussolini. Nelle province alcuni quotidiani sono chiusi, altri incorporati nei fogli locali fascisti. Tatto verso la stampa cattolica: a parte la chiusura del Momento di Torino, dopo la conciliazione fra Stato e Chiesa, tutti gli altri fogli cattolici si allineano al Regime. Debole in questo momento il Popolo d’Italia, i più diffusi fra i “fascistissimi” sono Il Regime Fascista (di Farinacci, prende questo nome dal ‘26) e Il Corriere padano (di Balbo); punte di iceberg a Roma continuano ad essere l’Impero e il Tevere. Nel 27 Mussolini limita a 70 il numero dei quotidiani, per favorire la diffusione del suo giornale e dei fogli più deboli a scapito delle testate ricche (alcune di queste si rifanno con la pubblicità, passando all’impaginazione da 6 a 7 colonne- un provvedimento limitava le pagine a 8). Grande differenza fra quotidiani italiani e FR\ING\USA sta nella diversificazione dei contenuti di questi ultimi. Mussolini dal 25 potenzia il suo Ufficio stampa (unendo quello della presidenza del consiglio e quello dell’Interno), da cui partono i comunicati con le notizie, corredati dalle direttive per i direttori delle varie testate per utilizzarli. Dal 26 sono aumentano anche i fondi segreti per sovvenzionare i giornali, e Mussolini procede a “smobilitare la cronaca nera fino a farla scomparire”. Se l’Ufficio stampa è il principale strumento di controllo del Regime, non ultimo è la Stefani, sotto la direzione di Morgagni, fidatissimo del Duce (a cui i giornali devono ricorrere quasi sempre per scarsità di corrispondenti sia in Italia che all’estero). Inolte, viene spesso disposto di servirsi della Stefani per le notizie politiche, specialmente se delicate. Con il via ufficiale (’27-28) al Sindacato fascista e all’Albo avviene l’irregimentazione legale dei giornalisti e l’epurazione di quelli non iscritti al Pnf (condizione necessaria per esserlo al Sindacato- per l’Albo, in mano al Sindacato su cui veglia a sua volta il Ministero di grazia e giustizia, è invece necessaria l’attestazione di fedeltà al Regime da parte dei prefetti). Si impone la “funzione educativa della Stampa” e che i direttori siano “camice nere fedelissime”. Solo nell’arte, scienza e filosofia è consentito il libero dibattito e la tessera non costituisce un privilegio.

Un giornalismo più moderno- nel 30 arriva la radio, e nel 38 gli abbonati superano il milione. Il giornalismo radiofonico resta in secondo piano rispetto al cartaceo, anche perché il primo è monopolio di Stato (e compilato solo usando la Stefani). Nel 30 si vara il Codice Rocco, che accentua la responsabilità del direttore (quindi il potere) ed estende i reati di vilipendio rispetto al Codice Zanardelli del 1890. Il processo di modernizzazione della stampa prende il via da Torino, sede fra l’altro dell’ente radiofonico. L’iniziativa è presa dalla Gazzetta del popolo, quotidiano appartenente alla SIP. La modernizzazione consiste in: costruzione nuovi stabilimenti, rotative più veloci, procedimenti migliori per riprodurre foto. Aumentano inoltre le pagine, arriva l’impaginazione orizzontale, i quotidiani si diversificano maggiormente, si dà più spazio allo sport. Crescono anche in numero e complessità organizzativa le redazioni, e migliorano trasporti e distribuzione. I modelli erano i quotidiani parigini della sera e del mattino, conosce gloria sotto il fascismo la terza pagina, che diventa cinghia di trasmissione tra potere politico e intellettuali. Si ha una vera e propria “settimanalizzazione del quotidiano”, con l’introduzione di argomenti che spaziano dalla scienza alla tecnica, dall’arte al teatro, e strizzando l’occhio a tutta la famiglia.

La Stampa, dopo qualche cambio di direttore, diventa un giornale di grande successo (300.000 copie, insieme alla “Stampa Sera” sotto la direzione di Signoretti) e vuole essere autorevole come quello di Borelli, il Milanese corriere della sera, che è il più diffuso\organo della borghesia italiana. A Borelli era stato affidato il compito, assolto, di fascistizzare e tecnicizzare il suo giornale: il corriere poteva contare su una magnifica corrispondenza dall’estero, ed era l’unico quotidiano nazionale che non la rivendeva a nessuna testata. Anche questo giornale amplia molto i suoi contenuti, che spaziano dal cinema alla moda,allo sport… Cresce lentamente il Popolo d’Italia dopo l’immobilismo che segue la morte di Arnaldo nel 31, essendo firmato dal figlio Vito, ma in pratica il caporedattore lo fa Sandro Giuliani. I Perrone affidano la direzione del Messaggero a Malgeri nel 32, che lo porterà a profonde trasformazioni: saranno questo e il Giornale d’Italia a giocarsi la piazza di Roma. Insomma: il potenziamento dei giornali maggiori si traduce in misto di foglio del partito unico\foglio d’info. La Stefani, per quanto potenziata dal Regime, ha ancora una trasmissione lenta. La grande novità degli anni 30 in Italia è l’arrivo del rotocalco, che farà nascere un sacco di settimanali di successo: i re del rotocalco saranno Rizzoli e presto anche Mondadori. Questo settore è ancora dominato dalla Domenica del Corriere, un supplemento da 600.000 copie. Accanto agli sviluppi della stampa arrivano la radio e il cinema (e i cinegiornali dell’Istituto Luce), e il sistema di comunicazione di massa si fa moderno: diventa necessario coordinare il tutto, ed ecco che Ciano, Genero di Mussolini, diventa capo dell’Ufficio stampa, mostrando grande interesse per il cinema e la radio, e assumendo tratti affabili in contrasto con i suoi predecessori. Il potenziamento dell’apparato è suggerito dal pensiero dell’Abissinia.

Mobilitazione per l’Impero- il primo segnale è un discorso del Duce al Sindacato dei giornalisti, nel 33, quando gli dice che i giornalisti, i militi detentori dell’arma più potente di ogni battaglia, devono fare un “blocco solo”. Pochi si sottraggono a questa orgia, che porterà la stampa italiana a inscenare una gazzarra contro il Negus della Società delle nazioni a Ginevra: opera di 8 giornalisti, fra cui Signoretti (direttore della Stampa).

Il Minculpop dappertutto- Mussolini aveva affidato a Ciano il Ministero degli esteri, la cui attività di repressione si intensifica e si burocratizza: nel ’37 il Ministero diventa “della cultura popolare” o Minculpop. In questo periodo la terza pagina assume un aspetto meno arcadico per via della penuria di carta, già iniziata con l’Abissinia, che permetteva ai giornali di uscire a 8 pagine solo 2 volte a settimana. La concorrenza fra i giornali più ricchi, oltre che fra le grandi firme dei commentatori, si basa anche sui letterati-giornalisti- inviati speciali: tutti intenti, come Ansaldo e Malaparte, a celebrare i viaggi di Mussolini, i fasti del Regime. Nel 39 il primato del Corriere è inattaccabile, con 600.000 copie, contro le 300.000 dei due rivali torinesi: il tentativo di questi di avvicinarsi è stroncato dal Governo Borelli, che vieta l’impiego degli automezzi di trasporto per varcare i confini regionali. La Tribuna e il Giornale d’Italia passano sotto i controllo della Banca dell’agricoltura, mentre il Resto del Carlino viene ceduto dalla Segreteria del Pnf al gerarca Dino Grandi. Ormai le testate più importanti dipendono dai potentati industriali e finanziari, mentre i giornali che dipendono dal Partito fascista sono tutti in deficit. Vanno forte i periodici, grazie agli sviluppi del rotocalco e della fotografia, che con i loro argomenti incontrano l’interesse dei giovani: il “Bertoldo” di Rizzoli spopola in università e scuole medie. Rotocalco e grafiche vengono ben sfruttate dal settimanale d’attualità di Rizzoli “Omnibus”, diretto da Longanesi, e fondato a fine anni 30: suo rivale è il settimanale

Tempo. Omnibus viene soppresso dopo due anni per la sua natura lontana dalla marzialità del Regime, nostalgica dell’800, ricca d’ironia, e dedicata alle elite. Il Tempo, edito da Arnoldo Mondadori e diretto dal figlio Alberto, sul modello americano Life dà alle immagini una funzione informativa: nasce così la figura del fotoreporter: non trascura le rubriche culturali, ma non ha la sfacciataggine del giornalismo letterario di Longanesi. La radio ha conosciuto nel frattempo un grande sviluppo, anche perché vengono coordinati ascolti collettivi di radiogiornale (in 6 edizioni giornaliere a reti unificate) dopo il lavoro: non si avvicina però, allo sviluppo che c’è all’estero. Intorno al ’36 direzione e redazione del giornale radio sono concentrate a Roma. Le radiocronache conoscono un miglioramento tecnico-professionale, grazie alla formazione di un gruppo di specialisti, ma quelle su eventi politici sono tutte riservate a Mussolini e ricorrenze storiche del Regime.

La guerra e il crollo del Regime- nel 40, Pavolini tiene rapporto ai direttori e corrispondenti dei principali quotidiani, sparando questa cazzata: l’entrata in guerra è stata decisa quando ancora l’esito non si conosceva, in realtà Parigi era già in ginocchio. Obbiettivo del Minculpop in questo periodo è far fare propaganda sulla guerra ai giornali, nascondendo gli eventi “controproducenti” di essa. È così che i corrispondenti di guerra Buzzati, Napolitano, Emanueli e Malaparte, scrivono più le impressioni esaltanti del conflitto che i fatti, mentre era sempre più evidente per tutti che glli aritcoli erano le versioni massaggiate dei comunicati: le vendite calavano. Mario Appelius (scriveva sul Popolo d’Italia e parlava in radio) è il cantore più tronfio della Guerra. Pavolini fa riprendere le vendite, concedendo le 6 pagine per due numeri a settimana (la penuria della carta ne aveva alzato di molto il costo- nel 43 il numero delle pagine scende persino a 2), e esortando i direttori a dare maggior rilievo alla terza pagina. Nel 43 il quotidiano più diffuso è il Corriere, seguito da Stampa e Stampa sera. Per la Guerra “delle onde”, iniziata col conflitto spagnolo, gli strumenti più importanti di propaganda sono i 2 giornali radio: il Bollettino delle 13, e il commento serale, dal 40 affidato a Valori (del Corriere). Per tamponare gli aumentati ascolti di Radio Londra e Radio Mosca, il Minculpop creerà una squadra di commentatori, fra cui spiccano Appelius e Ansaldo. Mentre gli speakers stranieri, più spigliati, mettono in crisi quelli del Regime, Mussolini raggruppa i giornali di provincia nell’Ente stampa (fondato nel 42): preferisce ora i giornali perché più disciplinati, anche se nelle redazioni dei maggiori inizia a serpeggiare la sfiducia e il mugugno. Mussolini continua a ostentare baldanza (“sono tempi duri ma vinceremo, è matematico”), e a pressare i giornalisti perché trascinino le masse. Ad ogni fatto che accade gli ordini del Regime dicono ai giornalisti come massaggiare i fatti: allo sbarco in Sicilia si chiedono titoli sobri, il bombardamento di Roma serve a spingere all’odio verso il nemico “barbaro”, se il Papa visita le zone bombardate di minimizza il fatto, etc… quando Mussolini viene destituito dal Gran Consiglio scoppia un casino: fra i giornali regna lo sgomento, Morgagni (pres. della Stefani) si toglie la vita. L’ultimo numero del Popolo d’Italia viene bloccato dal prefetto di Milano, per via delle proteste dei dimostranti su quanto c’era scritto: Mussolini non viene praticamente citato, se non in un breve corsivo, dove si parlava di “affetto filiale imperituro” (questo aveva motivato l’irruzione dell’atrio del giornale). Il Corriere scriveva: “è difficile fare noi stessi un giornale, dopo che per 20 anni ce lo ha dettato un ministero”. Nelle testate vengono fatti direttori gli uomini meno compromessi, come Pio Perrone (peraltro fra i proprietari) per il Messaggero, idealmente legato a Badoglio.

L’abiguo interludio- il Governo Badoglio adotta misure severe. Innanzitutto non vuole fogli antifascisti (qundi, niente giornali socialisti\comunisti\democratici\cattolici), e poi istituisce la censura preventiva estesa a tutte le pubblicazioni. Riprendono le veline ministeriali, vengono soppresse solo due testate: Popolo d’Italia e Il regime fascista. Il

re e Badoglio erano d’accordo nel rendere non traumatico il trapasso che stava avvenendo. Rocco, il nuovo ministro della cultura, faceva in modo che si tacesse sia sul Regime fascista, che sulle aspirazioni del popolo per la fine della guerra. La direzione del Corriere (dei Crespi) va al liberalconservatore Janni, quella della Stampa a Filippo Burzio, mentre Bergamini riprende quella del Giornale d’Italia. Con Galli al posto di Rocco viene concessa una certa libertà nel parlare dei fatti del Fascismo, in sostanza degli aspetti scandalistici e grotteschi del Regime, di Claretta Petacci e dei suoi familiari, ma “con il massimo rispetto per le autorità, quali Casa reale, il Papa, Hitler, l’Imperatore del Giappone”. Al momento dell’armistizio la libertà torna al Sud e al Centro, non nella parte del Fascismo di Salò e dell’occupazione nazista.

La stampa e la radio di Salò- fuggiti Badoglio e il re, giornali e radio tacciono qualche giorno, e sono allo sbando: segno evidente è la pubblicazione della liberazione di Mussolini a una colonna da molte testate. I tedeschi ordinano la pubblicazione dell’integrale discorso di Hitler sui giornali romani, mentre impongono le agenzie di Germania come unica fonte d’informazione, e i notiziari unici della RSI (trasmessi da Monaco). A Salò vengono trasferiti la sede del Minculpop, l’ispettorato della radio e la Stefani: ricompare il “Regime fascista”, non viene resuscitato il “Popolo d’Italia”. Nel ’43 Mussolini riunisce il Consiglio dei Ministri, affidando il Minculpop a Mezzasoma, e a Pavolini la costituzione del Partito fascista repubblicano. I tedeschi controllano radio e stampa da Milano, sede dell’Ufficio della propaganda Staffel. Salò non ostacola i giornali cattolici, ossessionati dal comunismo, e spesso favorevoli al Regime. Il reclutamento dei giornalisti è difficile: molti si sono eclissati o cercano di non esporsi. La più significativa è l’assuzione di Amicucci al Corriere, mentre Spampanato va al Messaggero: della vecchia guardia dei direttori fascisti è rimasto solo il presidente della Stefani Luigi Barzini. Mezzasoma attribuisce ai direttori poteri più ampi persino che agli editori, contando anche sugli addetti stampa provinciali. La pratica delle veline è intransigente: fedeltà alla Germania, guerra a tutti gli oppositori. Nel 43 Mussolini abolisce la censura preventiva di Badoglio, ma la rissosità del periodo lo induce a ripristinarla. Alcuni giornali accendono una polemica revisionista, pur nella fedeltà al Fascismo (la Stampa\il Secolo XIX\la Nazione\la Gazzetta del popolo), che culminerà con l’articolo di Pettinato sulla Stampa, “se ci sei batti un colpo”: a quel punto il Duce s’incazza e rimuove i direttori revisionisti. A contrastare queste tendenze conciliative c’erano i giornali di battaglia del Regime, fra cui la “Crociata italica” creato da Farinacci, e diretto da don Calcagno (un prete sospeso a divinis). Il maggior successo editoriale del periodo spetta a Mussolini, quando sul Corriere pubblica una serie di articoli dove ripercorre le vicende dall’ottobre ’42 al dicembre ‘43, con l’interpretazione che è ovvia: le tirature, quando i 19 articoli sono pubblicati (numero del 12\agosto) nella raccolta “il tempo del bastone e della carota- le vicende di un anno” toccano le 800.000 copie.

la stampa della Resistenza: due sono i filoni della stampa clandestina, quello dei gruppi\partiti antifascisti da Roma in su, e quello della stampa partigiana, che non aveva i rischi della clandestinità: i formati sono ovviamente piccoli (2-4 pagine), e comune è lo sforzo di dedicare i fogli a varie categorie sociali. Più diffusa è la stampa comunista, il cui organo principale è l’Unità, che esce a Torino, Milano, Genova e Roma. Il Partito d’azione contava invece su L’Italia libera, che esce a Roma e a Milano con una tiratura di 20.000 in entrambi i casi. Il Partito socialista si fa sentire a Roma e al Nord con l’Avanti, prodotto a Milano.

Lenta è la stampa clandestina della Democrazia cristiana: Il popolo comincia a Roma nel 43 e raggiunge Milano l’anno successivo. Nel 44 partono anche i fogli partigiani, precariamente diffusi: su molti di questi, a volte numeri unici, si legge “esce quando e come può”.

Capitolo 7: il ritorno della libertà Dal regno del Sud alla liberazione del Nord- libertà di stampa e radio dipendono dal Governo militare alleato, che agisce attraverso il Pwb (psycological welfare branch), che agisce nei territori liberati via via: autorizza l’uscita o meno dei giornali, filtra le info delle agenzie di stampa estere. Sulle notizie belliche c’è la censura dei comandi militari. “Sicilia liberata” (di Palermo) è il capofila dei primi fogli promossi dal Pwb, che escono in Sicilia e in Calabria, a due facciate e stampati con mezzi di fortuna. Il quotidiano più diffuso nel Sud è il pugliese “Gazzetta del Mezzogiorno”(sotto controllo di Badoglio, alla testa dei circoli monarchici), mentre a Napoli nasce “Il risorgimento”(più aperto alle voci dell’antifascismo), diretto da Scaglione e Scarfoglio, il cui nume tutelare è B Croce. La monarchia vs repubblica è il tema che domina il dibattito nei quotidiani, al momento gli unici strumenti di lotta e manovra politica (gli Alleati tenevano sotto controllo i partiti, molti dei quali si stavano riorganizzando). Le radio del Sud, in contrasto con quelle di Salò, si battono per la guerra di liberazione e quella “delle onde”. Una delle più efficaci è Radio Bari, con la trasmissione “Italia combatte”. Nel ’44 vengono allentati i freni dell’armistizio, al Governo di Brindisi viene concessa l’autorizzazione a far stampare, mentre con regi decreti vengono abolite le più stridenti fra le norme fasciste. In aprile nasce il Gov Badoglio di unità antifascista, e i partiti usciti dalla lotta clandestina stampano un proprio organo, tipo l’Avanti\l’Unità\il Popolo\l’Italia liberata\la Voce repubblicana. Nasce anche il Corriere di Roma, promosso dal Pwb e diretto da Arrigo Jacchia. Gli alleati non sono contenti dell’uscita di soli fogli di partito accanto al loro, e questo per il sopravanzare delle forze di sx che guidano la lotta partigiana (a Nord) e la guerra di liberazione; alle forze laiche e marxiste del rinnovamento si contrappone la Chiesa e la stampa cattolica, mentre la DC di De Gasperi assume la leadership del gruppo moderato in seno al CLN. Accanto alla scelta monarchia\repubblica c’è il problema dell’epurazione, grave per il fatto che i ceti medi soprattutto funzionari e impiegati pubblici: a sfruttare i timori del ceto impiegatizio sarà soprattutto l’”Uomo qualunque” di Giannini, d’impronta reazionaria e aggressivo verso tutti i partiti, con linguaggio colorito e insulti, e che farà nascere un movimento politico di peso non secondario per qualche anno. Nel frattempo era nato il Gov Bonomi, dove prevalgono le forze moderate, che frenano la revisione delle norme fasciste per la stampa. Si sta riorganizzando anche l’organismo sindacale dei giornalisti, che si batte per tenere l’Albo, visto dagli alleati come proprio di un regime autoritario: riescono a tenerlo grazie al sostegno di Governo e partiti (eccetto qualche liberale del cazzo). Un decreto del 44 sancisce l’istituzione di una Commissione per la tenuta degli albi professionali dei giornalisti e la disciplina degli scritti, i cui membri sono scelti dalla Fnsi, sotto la supervisione del Ministero di grazia e giustizia. Sulla radio sono tutti d’accordo: continuità della concessione statale, e fondazione di un ente pubblico monopolistico (RAI), costituito nel 44 alle dipendenze del ministero delle poste. A gennaio del ’45 viene affrontato anche il problema della costituzione di un’agenzia nazionale d’info: con il beneplacito degli alleati, nasce l’ANSA (fondata dagli editori dei giornali, anche di partito). Mentre gli alleati vorrebbero l’uscita, accanto ai quotidiani di partito, di almeno uno indipendente per città maggiore, il comitato stampa stabilisce che, accanto al quotidiano del Pwb, escano soltanto i fogli dei partiti non compromessi, quelli cattolici

e promossi dai Comitati di liberazione. A Milano compaiono così i primi organi di partito: l’Italia libera-azionista-\l’Unità\l’Avanti e gli altri. Esce anche il Giornale lombardo, del Pwb, di formato tabloid a 4 pagine (mentre gli altri preferivano le 2 pag in formato grande). Nelle varie città, a compilare i fogli di partito provvedono gli stessi attivisti che li avevano fatti nella clandestinità, magari aiutati da qualche professionista; molti professionisti lavorano invece nelle redazioni del Pwb. La differenza tra i due filoni è che i giornali del Pwb sono fatti soprattutto di notizie e fotografie di cronaca, irresistibili dopo le imposizioni del Fascismo.

I giornali nelle prime battaglie politiche del dopoguerra- gli Alleati chiedono che compaiano giornali quotidiani, soprattutto a Milano e a Torino (città guida della lotta partigiana, con grandi insediamenti di operai): direttori e redattori vanno scelti fra chi non ha aderito al fascismo, e le aziende editrici gestite dal CLN in attesa che il Governo Italiano acquisisca legittimi poteri. A Milano parte il Corriere dell’informazione di Borsa (uno dei giornalisti che contano in questo periodo), che si dichiara indipendente, ma rispettoso delle direttive del Comitato di liberazione: trova molti lettori. A Torino si chiude il Corriere del Piemonte del Pwb, ed esce la Stampa diretta da Burzio, che l’aveva guidata nel 43: proteste del Cln e dimostrazioni popolari con tanto di incidenti non servono a fermare la rinascita del giornale, che reca la dizione “anno I”. Gli impianti radio che consentivano la comunicazione fra le stazioni sono tutti distrutti, ma le trasmissioni riprendono, sotto la sovrintendenza del Pwb. Alcuni giornali ancora in quarantena: Messaggero\Secolo XIX\Resto del Carlino\Nazione \Giornale d’Italia. A Roma dominano Il Tempo e il Giornale del mattino (edito dai Perrone, ha preso il posto del giornale del Pwb). Le >novità del Nord riguardano i giornali del pomeriggio, influenzati dai modelli parigini e USA: esce, fra gli altri, il Corriere lombardo a Milano, molto vivace, sensazionalistico, improntato sulla nera e sulle fotografie (audaci per il periodo) delle dive di Hollywood (Rita Eworth in testa). Milano riprende anche il ruolo di capitale del rotocalco: Rizzoli (ri)pubblica “Oggi”, diretto da Rusconi, in formato tabloid a 16 pagine. Nel 46 riprende ad uscire anche il Tempo, la cui testata era stata donata da Mondadori a un gruppo di socialisti. L’Europeo, settimanale d’impronta liberaldemocratica, con il suo stile da cronaca per raccontare la politica, gli articoli di costume e di inchiesta, diventa un modello per il giornalismo italiano. All’inizio le tirature dei settimanali milanesi sono limitate, ma decolleranno alla fine della fase più dura del dopoguerra. Alla fine del ’45 crolla il Gov Parri, De Gasperi arriva alla presidenza del Consiglio, e cessa il governo militare: 3 cose che influenzeranno il giornalismo. Alcuni direttori del periodo di Salò vengono processati, fra cui Amicucci del Corriere della sera, prima condannato a morte, e dopo il ricorso, a 30 anni, e fra il 45-46 Gray (Gazzetta del popolo)\Spampanato (Il Messaggero)\ Pettinato (la Stampa), con condanne di 12-20 anni: tutti tornano alla libertà con l’amnisita del 46 di Togliatti (min. grazia e giustizia), sostenuta anche dalla Fnsi (era necessario, fra l’altro, avere giornalisti pratici del mestiere nelle redazioni). Si riaccende la concorrenza fra le grandi firme dei quotidiani, molte di queste note o prestigiose durante il Fascismo, mente i giovani abbondano nelle redazioni degli organi di partito.

Il referendum repubblica-monarchia – il passaggio dei poteri dal Governo militare alleato a quello italiano del Nord, nel ’46, segna la fine della tutela del Pwb su stampa e radio (la Rai inizia a riorganizzarsi, gli impianti si ricostruiscono); finita l’esperienza del Comitato nazionale di liberazione, le imprese editrici si liberano delle gestioni commissariali.

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