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questo documento rappresenta vari autori dell’ermetismo e non solo, appunti appresi durante le lezione del mio professore di italiano
Art: Skripte
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L’Ermetismo è una delle correnti poetiche più importanti del Novecento , sia per la sua lunga durata (circa sessant’anni) sia per l’influenza che ha avuto sulla poesia del secolo. Questa corrente attraversa quasi tutto il Novecento e ha avuto tra i suoi maggiori esponenti poeti come Giuseppe Ungaretti , Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo. La poesia ermetica è caratterizzata da una forte complessità espressiva : il suo significato è spesso nascosto, chiuso , e non immediatamente comprensibile. Gli autori adottano consapevolmente uno stile oscuro e allusivo , rifiutando una comunicazione diretta e lasciando il lettore con la necessità di interpretare e decifrare il testo. Questo stile nasce anche dalla volontà di esprimere sentimenti profondi , angosce esistenziali e il senso di smarrimento dell’uomo moderno in un mondo privo di certezze.
I poeti ermetici utilizzano diverse tecniche per rendere la loro poesia “chiusa” e difficile da decifrare. Tra queste, troviamo:
L’Ermetismo si sviluppò in un periodo di crisi storica e sociale , tra le due guerre mondiali, e riflette l’insicurezza e il senso di smarrimento dell’uomo dell’epoca. Per questo, la sua poesia è spesso breve , essenziale , con un linguaggio rarefatto e immagini cariche di simbolismo. Nonostante la sua difficoltà interpretativa, ha avuto un’enorme influenza sulla poesia italiana e ha lasciato un segno indelebile nel panorama letterario del Novecento.
Giuseppe Ungaretti
Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto il 10 febbraio 1888 da genitori italiani emigrati dalla provincia di Lucca. Rimasto orfano di padre a soli due anni, grazie all’impegno della madre poté studiare e si appassionò presto alla letteratura e alla poesia.
Nel 1912 decise di trasferirsi a Parigi , città delle Avanguardie , dove entrò in contatto con importanti artisti e intellettuali del tempo, tra cui Apollinaire , Picasso e De Chirico. Durante il suo soggiorno approfondì lo studio della filosofia e della poesia simbolista e futurista , che influenzeranno profondamente il suo stile.
Con lo scoppio della Prima guerra mondiale si arruolò volontario e combatté sull’altopiano del Carso , esperienza che lo segnò profondamente e ispirò molte delle
poesie della sua prima raccolta Il porto sepolto (1916), poi confluita in L’Allegria (1931). Dopo la fine del conflitto, tornò in Italia , dove visse fino agli anni ‘20.
Negli anni ‘30 si trasferì in Brasile per insegnare lingua e letteratura italiana all’Università di San Paolo. Questo periodo fu molto significativo per lui, ma anche doloroso : durante la sua permanenza in Sud America, infatti, perse il fratello e il figlio Antonietto, di soli nove anni.
Tornato in Italia nel 1942, nel 1943 ottenne la cattedra di Letteratura Italiana all’Università di Roma. In questi anni pubblicò diverse raccolte poetiche, tra cui Il dolore (1947), ispirata alla tragica perdita del figlio. Rimasto vedovo nel 1958, continuò il suo lavoro di poeta e traduttore, ottenendo importanti riconoscimenti. Morì a Milano nel 1970, lasciando un’impronta indelebile nella poesia italiana del Novecento.
Le opere
La prima opera di Ungaretti venne pubblicata durante la Prima guerra mondiale e si intitola Il porto sepolto (1916). Successivamente, nel 1919, diede alle stampe Allegria di naufragi , un’altra raccolta che, insieme alle poesie precedenti, confluì nell’opera L’Allegria (1931). Questa raccolta rappresenta la prima fase della sua poetica, caratterizzata da una sintassi frammentata , dall’assenza di punteggiatura e di metrica tradizionale, con versi liberi privi di rime. In questo periodo, la sua poesia si concentra sull’esperienza della guerra , la precarietà della vita e il senso di smarrimento dell’uomo.
Nella seconda fase , Ungaretti si allontana dal verso libero e torna alla metrica tradizionale pur mantenendo il suo stile ermetico. Nel 1933 pubblica Sentimento del tempo, una raccolta che segna un’evoluzione nella sua poetica: i versi diventano più strutturati, il linguaggio si arricchisce di riferimenti alla tradizione letteraria e il poeta riflette sullo scorrere del tempo e sulla ricerca di un ordine superiore.
La terza fase della sua produzione poetica è segnata dal dolore personale e dalla tragedia della guerra. Nel 1947 pubblica Il dolore , un’opera in cui emergono il senso di vuoto e la sofferenza per la perdita del figlio Antonietto , morto prematuramente, e per le devastazioni della Seconda guerra mondiale. Negli anni successivi continua a scrivere e a riflettere sulla condizione umana. Tra le opere della vecchiaia troviamo Il taccuino del vecchio , che approfondisce il tema del tempo e della memoria. Tutte le sue poesie furono poi raccolte in un’unica grande opera, Vita d’un uomo (1969), che rappresenta la sintesi del suo percorso poetico.
LA POETICA
Ungaretti nasce ermetico e rimane ermetico per tutta la vita. La sua poesia è essenziale , priva di elementi superflui , costruita su un linguaggio denso e carico di significati nascosti. Tra le caratteristiche principali della sua scrittura troviamo: ● Sintassi frammentata : i periodi non sono collegati tra loro, creando un effetto di sospensione.
Veglia
“Veglia” è una poesia scritta da Giuseppe Ungaretti il 23 dicembre 1915, durante la Prima guerra mondiale , mentre si trovava come soldato semplice sul fronte del Carso , una zona aspra e piena di trincee. Il componimento nasce da un’esperienza drammatica realmente vissuta: il poeta trascorre un’intera notte accanto al cadavere di un compagno morto in battaglia. Questa esperienza lo sconvolge profondamente e lo spinge a riflettere sulla morte e sul valore della vita.
La poesia è molto breve , composta da versi liberi, senza punteggiatura, con una sintassi spezzata e frammentata. Queste scelte stilistiche sono tipiche dell’Ermetismo, la corrente letteraria di cui Ungaretti è uno dei fondatori. Il suo linguaggio è essenziale, ridotto al minimo, ma ogni parola è ricca di significato, quasi scolpita nella pagina. Questo stile serve a rendere più intenso e diretto il contenuto emotivo della poesia.
La poesia si può dividere in due momenti principali.
Nella prima parte , Ungaretti descrive la scena in modo freddo, secco e realistico: il cadavere del compagno ha la bocca digrignata, le mani congestionate e il volto rivolto verso il plenilunio, cioè la luna piena. Queste immagini forti trasmettono tutto l’orrore della guerra senza bisogno di spiegazioni: non ci sono riflessioni dirette o giudizi, ma il dolore e la crudeltà emergono da soli grazie alla potenza delle immagini. Il poeta non usa giri di parole: ci mostra la nuda realtà della morte in trincea.
Nella seconda parte , avviene un cambio improvviso. Dopo aver vissuto così da vicino la morte, Ungaretti sente un fortissimo bisogno di amare la vita. Scrive:
“Ho scritto / lettere piene d’amore. / Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita.”
È un passaggio molto significativo: il contatto con la morte non lo porta alla disperazione, ma al contrario, gli fa capire quanto la vita sia preziosa. Questo contrasto tra la morte reale e l’attaccamento profondo alla vita è il cuore della poesia. Con “Veglia”, Ungaretti ci mostra la sua idea della guerra: non come un evento eroico o glorioso, ma come un’esperienza disumana, che però può risvegliare nell’uomo un senso profondo dell’esistenza. Il poeta non si limita a denunciare l’orrore, ma riesce a trasformare quella sofferenza in una riflessione profonda e umana. La poesia, quindi, diventa un modo per resistere al dolore, per restare vivi anche quando tutto intorno sembra morire.
San Martino del corso Scritta da Giuseppe Ungaretti il 27 agosto 1916 , durante la Prima guerra mondiale. Il titolo fa riferimento a un piccolo paese del Carso , una zona devastata dal conflitto. Durante la guerra, il poeta si trovava lì come soldato e ha vissuto in prima persona la distruzione e la morte dei suoi compagni.
Questa lirica, come molte altre della raccolta L’Allegria, è molto breve e scritta con parole semplici, essenziali, senza punteggiatura e con una sintassi frammentata. Questo stile è tipico della poesia ermetica e serve a rendere ancora più forte l’emozione espressa.
Nel contenuto, la poesia si divide in due parti. Nella prima parte ,Ungaretti descrive la distruzione del paese: delle case non è rimasto quasi nulla, solo qualche brandello di muro.
Ma la tragedia più grande riguarda le persone: tanti amici e compagni di guerra sono morti e non è rimasto nulla di loro, nemmeno un segno.
Nella seconda parte , il poeta esprime il dolore personale per queste perdite. Anche se i corpi dei suoi compagni non ci sono più, lui li porta sempre nel cuore. Usa un’immagine molto forte: “È il mio cuore il paese più straziato”. Con questa frase, Ungaretti fa capire che la vera devastazione non è solo quella delle case distrutte, ma soprattutto quella interiore, nel suo animo segnato dalla sofferenza.
Questa poesia è un esempio perfetto di come Ungaretti riesca a esprimere emozioni profonde con poche parole. In soli cinque versi, ci mostra la desolazione della guerra, il dolore per la perdita dei compagni e la sua sofferenza interiore. Il poeta non parla direttamente della guerra, non usa toni polemici o descrizioni dettagliate, ma lascia che le immagini parlino da sole, colpendo il lettore con la loro intensità.
I fiumi
La poesia è un viaggio nella memoria e nell’identità del poeta. Si apre con una scena notturna : il poeta si trova accanto a un albero mutilato , distrutto dalla guerra, e si sente immerso in una malinconia profonda, simile a quella di un circo prima e dopo lo spettacolo, quando tutto si svuota e resta solo il silenzio. È una metafora molto forte, che ci fa capire il senso di solitudine e smarrimento che la guerra gli provoca. Osserva il cielo, il lento passaggio delle nuvole sulla luna, e questo momento di contemplazione sembra essere un attimo di tregua dal caos della battaglia. La mattina , esausto, si era disteso in una pozza d’acqua, quasi come un morto, immobile, come una reliquia. Il fiume Isonzo , accarezzandolo con la sua corrente, lo leviga come un sasso, quasi volesse purificarlo dalla sofferenza della guerra. È un’immagine molto potente: il fiume diventa un elemento di rinascita, di riflessione profonda. A un certo punto, si rialza , si mette in piedi e si allontana. Ma il suo movimento non è pesante o casuale: si descrive come un acrobata sull’acqua, quasi a indicare che in quel momento sente una leggerezza interiore , una nuova consapevolezza di sé. Si accoccola accanto ai suoi vestiti sporchi di guerra e, come un beduino nel deserto, si inchina per ricevere il sole , come se cercasse un nuovo legame con la natura , qualcosa che lo riconnetta all’universo. Qui arriva la riflessione più profonda della poesia: attraverso il fiume, Ungaretti capisce di essere solo una piccola fibra nell’immenso tessuto dell’universo. La guerra lo ha distrutto, lo ha reso consapevole della sua fragilità. Eppure, il contatto con l’acqua, con la natura, gli restituisce un senso di appartenenza. L’Isonzo lo ha fatto riflettere sulla sua esistenza, ma anche sugli altri fiumi che hanno segnato la sua vita. Infatti, Ungaretti elenca i quattro fiumi che hanno avuto un ruolo fondamentale nella sua storia personale:
L'amore di Umberto Saba si rivolge a tre destinatari fondamentali: la moglie Lina, la figlia Linuccia e la città di Trieste.
La sua poesia esprime un profondo affetto e devozione per la sua famiglia, in particolare per la figlia Linuccia, che è spesso al centro delle sue riflessioni e delle sue emozioni.
Allo stesso tempo, Saba nutre un amore profondo per la sua città natale, Trieste, che rappresenta per lui un luogo di identità e di appartenenza. La moglie Lina, la figlia Linuccia e la città di Trieste sono quindi i tre poli dell'amore di Saba, che si intrecciano e si arricchiscono a vicenda nella sua poesia."
POESIE:
AMAI
La poesia “ Amai ” di Umberto Saba è una specie di bilancio della sua vita e della sua poesia. Il poeta racconta cosa ha amato davvero, cioè quali sono stati i valori e i temi più importanti per lui, sia come uomo che come scrittore.
Saba dice che ha amato le parole semplici, le parole antiche, anche quelle che ormai nessuno usa più, perché sembrano “ logore ” o banali. Per esempio, cita la rima “fiore-amore ”, che è una delle più tradizionali e usate nella poesia italiana. Anche se è considerata banale, a lui piace proprio per la sua sincerità. Saba non cerca l’originalità a tutti i costi, ma preferisce le parole che sanno ancora dire la verità.
Il poeta spiega che ha amato la verità, quella nascosta nelle cose semplici e quotidiane, nel mondo che ci circonda. Questa verità è come un sogno dimenticato : difficile da trovare, ma pieno di significato. Spesso è vicina al dolore, e proprio per questo diventa un’amica. Anche se la verità fa paura, una volta trovata, lui non se ne stacca più.
Nella poesia, Saba parla anche dell’amore per chi lo ascolta, per chi legge le sue poesie. Alcuni critici pensano che si riferisca alla moglie Lina, mentre altri credono che sia un amore universale, verso tutti gli esseri umani.
Alla fine, il poeta parla di una carta da gioco , che diventa una metafora della vita. Saba immagina che, anche se il gioco (cioè la vita) è stato difficile, gli è rimasta in mano una carta buona, una speranza, qualcosa che può ancora cambiare tutto. Questa carta rappresenta la possibilità di ricominciare, di non arrendersi mai.
La Capra
“La capra” è una poesia scritta da Umberto Saba e fa parte del suo “ Canzoniere ”, nella sezione intitolata “Casa e campagna”. Il tema principale della poesia è il dolore universale, cioè quel dolore che appartiene a tutti gli esseri viventi , uomini e animali.
Il poeta racconta di aver visto una capra legata in un prato, sotto la pioggia. L’animale è solo, bagnato, e emette un lamento continuo, il suo belato. All’inizio, Saba risponde per gioco al suo verso, quasi imitando il suo lamento. Ma poi si ferma e capisce una cosa
importante: quel lamento non è solo di un animale, ma è un simbolo del dolore del mondo intero.
La capra diventa così un’immagine del dolore di tutti, anche degli esseri umani. Il poeta si riconosce in quel lamento, prova compassione, e si sente unito a quella creatura. Per lui, animali e uomini soffrono allo stesso modo, e tutti condividono una stessa condizione di solitudine e sofferenza.
Saba aggiunge anche un dettaglio importante : il volto della capra gli ricorda quello di un ebreo, come venivano raffigurati nell’arte antica. Questo rende ancora più forte l’idea della capra come simbolo di un dolore storico e collettivo, che riguarda i popoli perseguitati, come gli ebrei (e anche lo stesso Saba, che era di origine ebraica).
In conclusione , questa poesia, anche se molto breve e semplice, è molto profonda. Parla del dolore di ogni essere vivente, che Saba riesce a esprimere attraverso un’immagine concreta e quotidiana come quella di una capra. È un esempio perfetto della sua poesia fatta di verità, emozione e umanità.
Trieste
"La poesia 'Trieste' di Umberto Saba è un omaggio alla sua città natale.
Il poeta descrive la sua passeggiata per le strade di Trieste, fino a raggiungere una salita ripida che lo porta ai confini della città.
La salita è deserta e chiusa da un muretto, dove il poeta è solito sedersi da solo. Da questo punto, può vedere tutta la città, con le sue chiese e strade che si estendono dalla spiaggia affollata alla collina dove sorge l'ultima casa.
Il poeta descrive Trieste come una città con una grazia scontrosa , che rompe l'armonia della sua bellezza. È come un amore tormentato e geloso , che piace solo a chi è disposto a sopportarne le difficoltà.
La città è viva e pulsante , ma il poeta trova un posticino adatto a lui, dove può pensare da solo e evitare la folla. La sua aria natia è unica e speciale, e il poeta la sente intorno a sé, anche in questo angolo solitario della città."
Città vecchia
La poesia 'Città Vecchia' di Umberto Saba fa parte della sezione 'Trieste e una donna'. In questo componimento, il poeta offre una visione più intima e personale della città, diversa dalla visione generica offerta nella poesia precedente.
Il poeta descrive come spesso, per tornare a casa, prenda una via buia che attraversa la città vecchia. La luce si riflette sulle pozzanghere , creando un'atmosfera di umidità e decadenza.
Durante la Seconda Guerra Mondiale rimase a Firenze , dove offrì protezione e salvò la vita al poeta Umberto Saba, perseguitato per motivi razziali. Dopo la guerra si trasferì a Milano , dove iniziò a lavorare per il Corriere della Sera come giornalista, scrittore di articoli culturali e conferenziere. Nel 1975 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura, il massimo riconoscimento per la sua carriera poetica. Morì a Milano il 12 settembre 1981, all’età di 85 anni. Era sposato con Drusilla Tanzi , ma ebbe anche diverse altre relazioni sentimentali.
La poesia di Montale nasce da una visione negativa dell’esistenza. Al centro delle sue opere c’è il tema del “ male di vivere ”, cioè il senso di disagio , solitudine e mancanza di certezze dell’uomo moderno. La sua poesia non offre soluzioni, ma esprime in modo profondo questa condizione di crisi. Per rappresentare questi sentimenti, Montale utilizza la “ poetica dell’oggetto ”, ispirata al “correlativo oggettivo ” di T.S. Eliot. In pratica, non descrive direttamente le emozioni, ma le rappresenta attraverso oggetti concreti e immagini simboliche, come il famoso “ cavallo stramazzato ”, simbolo della sofferenza e del fallimento.
All’inizio della sua carriera Montale aderisce all’Ermetismo , una corrente poetica che usa un linguaggio simbolico , difficile , molto lontano dalla realtà quotidiana. Negli anni ’50 e ’60 , però, viene criticato dai giovani intellettuali del Gruppo ’63, che accusano l’Ermetismo di essere troppo chiuso e fuori dal tempo. La società stava cambiando rapidamente , e secondo loro la poesia doveva avvicinarsi di più alla vita reale. Montale accetta queste critiche e, verso la fine degli anni ’60, cambia stile: la sua poesia diventa più semplice , diretta e legata all’attualità.
OPERE PIÙ IMPORTANTI :
Il Linguaggio e la metrica.
Montale all’inizio adotta una metrica e un linguaggio tradizionali, legati alla grande poesia italiana del passato. Tuttavia, con il passare del tempo e soprattutto con l’abbandono dell’Ermetismo, il suo stile cambia. Il linguaggio diventa sempre più semplice e vicino alla quotidianità , con espressioni prese dalla vita di tutti i giorni e un tono più colloquiale. Anche la metrica si fa più libera e meno legata alle forme classiche, seguendo l’evoluzione dei contenuti e del contesto storico-sociale.
Poesie ;
Montale, nella sua poesia, esprime spesso il “ male di vivere ”, una sensazione profonda di disagio , sofferenza e mancanza di senso. Per rappresentarlo, utilizza immagini concrete: lo paragona al rivo strozzato che gorgoglia ma non riesce a scorrere, alla foglia secca bruciata dal sole, o al cavallo crollato dalla fatica. Sono tutti simboli di un’esistenza bloccata , stanca , senza speranza.
Di fronte a questa sofferenza, Montale non trova un vero bene , se non in una forma particolare: il “ miracolo ” della divina indifferenza. È uno stato di distacco totale, in cui si è indifferenti a tutto, non si soffre e non si spera più. Questa immagine appare, ad esempio, nell’ora più calda del giorno, il mezzogiorno , quando tutto è immobile e silenzioso, e l’airone vola alto nel cielo, simbolo di questo distacco sereno, lontano dal dolore umano.
NON CHIEDERCI LA PAROLA:
Montale, in una delle sue poesie più famose, “Non chiederci la parola”, si rivolge direttamente al lettore e gli dice di non aspettarsi da lui, né dai poeti, una parola capace di definire con chiarezza e precisione l’animo umano. L’animo , infatti, non ha una forma chiara , è incerto , mutevole , e non si può racchiudere in una formula perfetta.
Tuttavia, con parole forti e limpide – “lettere di fuoco” – il poeta lo dichiara apertamente, come un f iore di zafferano che spicca con il suo colore vivo in mezzo a un prato secco e polveroso.
Montale guarda con invidia chi riesce a vivere senza farsi domande, senza turbamenti interiori , senza paura delle ombre. Sono persone semplici , che non si pongono problemi esistenziali e non si accorgono nemmeno dell’ombra del proprio corpo proiettata dal sole su un muro rovinato, simbolo dell’usura della vita.
Il poeta, invece, non può offrire certezze o rivelazioni profonde , né formule nuove per spiegare l’esistenza. Può solo pronunciare “ qualche sillaba arida” , parole essenziali e spoglie, come dire “si sta” invece di “sto bene” , perché anche la felicità è incerta, ridotta al minimo.
Tutto ciò che può dire oggi è solo in negativo : può dire ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, perché l’identità è sfuggente e la realtà è complessa.
CIGOLA LA CARRUCOLA DEL POZZO
Montale descrive una scena semplice e quotidiana , ma carica di significato simbolico.
La carrucola cigola mentre si tira su un secchio pieno d’acqua da un pozzo. Questo cigolio è il suono della catena che sfrega contro la ruota, causato dal peso dell’acqua. Quando il secchio arriva in superficie, la luce colpisce l’acqua, e il poeta ha una visione, come se nel riflesso dell’acqua comparisse l’immagine di una donna del passato.
L’acqua e la luce si fondono, diventano un tutt’uno, e nel secchio, pieno fino all’orlo, trema un ricordo: il tremolio dell’acqua rappresenta l’instabilità della memoria e delle emozioni. Il poeta vede il volto di una donna che sorride, forse una figura amata, legata al passato, ma non più sua, forse appartenente a un altro tempo o a un altro uomo.
Ora che è rimasto solo, per lui non contano più le “ coincidenze ”, cioè gli appuntamenti, le prenotazioni, o le difficoltà della vita quotidiana. Non contano più nemmeno le discussioni con chi crede che la realtà sia solo ciò che si vede. Per Montale, infatti, la realtà non è solo quella visibile agli occhi: è molto più complessa e profonda, e non sempre può essere capita da tutti.
Alla fine della poesia, Montale spiega il vero motivo per cui camminava accanto alla moglie dandole il braccio: non era solo per aiutarla a causa della sua vista debole, ma perché sapeva che, tra i due, quella che “ vedevo davvero” era lei. Nonostante la sua miopia, Mosca riusciva a cogliere la verità della vita molto più profondamente delle persone comuni. Le sue “pupille”, anche se offuscate, erano in realtà le uniche capaci di vedere il mondo in modo autentico.
Con questa poesia, Montale esprime un amore profondo e sincero , e mostra quanto la presenza di Mosca fosse fondamentale nella sua vita. Anche nei gesti più semplici, come camminare insieme, si nascondeva un legame profondo e una verità più grande. Ora che lei non c’è più, tutto gli sembra più vuoto e privo di senso.
Questa poesia di Eugenio Montale si concentra, in soli quattro versi, sul tema del rapporto tra amore e morte. Il poeta racconta che lui e la persona amata si erano messi d’accordo, quando erano in vita, su un segnale particolare — un fischio — da usare come riconoscimento nell’aldilà, per potersi ritrovare. Ogni tanto, Montale prova a modulare questo fischio, con la speranza, amara ma anche consolante, che in realtà siamo già tutti morti senza saperlo. In questi versi emerge il desiderio profondo di un amore che vada oltre la morte, insieme a una riflessione malinconica sull’esistenza e sul senso stesso della vita.
IL PIRLA
La poesia di Montale che non ci si aspetta si intitola “Il pirla” ed è tratta da Diario del ’71 e del ’72 , una raccolta che appartiene al periodo successivo alla morte della moglie, Drusilla Tanzi, affettuosamente chiamata “Mosca”. Il titolo stesso della poesia colpisce per il suo tono insolito: “ pirla ” è infatti un termine dialettale lombardo , usato per indicare una persona sciocca , ingenua o sprovveduta. Non è affatto un complimento, ma un’espressione gergale dal significato ben preciso e difficilmente traducibile in altre lingue o dialetti.
Secondo il racconto di Montale, poco prima di addormentarsi — e quindi poco prima di morire — Drusilla gli avrebbe detto, in modo affettuoso ma anche ironico, che lui era un “pirla”.
Questa parola, così semplice e popolare, Montale se la porta addosso da allora, come un marchio indelebile: è una definizione che resiste persino all’usura della pietra pomice, che normalmente serve per levigare o cancellare.
Il poeta riflette anche sul fatto che sicuramente esistono altri “pirla” nel mondo. Ma come riconoscerli? In realtà, i “pirla” non sanno di esserlo e, anzi, fanno di tutto per non farsi riconoscere e per non essere chiamati così. Questo crea una sorta di paradosso affettuoso: essere “pirla” è una condizione profonda, forse universale, ma chi lo è, non se ne rende conto. In questa poesia Montale usa un tono apparentemente leggero e ironico per parlare in realtà di temi molto seri, come la memoria, l’amore che sopravvive alla morte e l’identità personale.
LA NEOAVANGUARDIA È IL GRUPPO 63
Dopo il boom economico degli anni ’50 , molti intellettuali iniziarono a criticare la nuova società italiana , dove anche la cultura stava diventando un prodotto da vendere. Secondo loro, la cultura tradizionale non riusciva più a raccontare i grandi cambiamenti del Paese.
Per questo, nacque un nuovo periodo di forte sperimentazione, in cui molti poeti sentirono il bisogno di rinnovare il linguaggio , sia per ribellarsi contro il potere delle classi dominanti, sia per raccontare una realtà diversa e più moderna.
All’inizio non si trattò di un vero movimento organizzato; solo nel 1963 nacque ufficialmente il Gruppo 63. Come le Avanguardie del primo Novecento, anche la Neoavanguardia si occupò dei problemi politici e sociali , ma lo fece cambiando soprattutto il modo di scrivere: usava un linguaggio strano, provocatorio e difficile, per mostrare il disagio degli intellettuali nella società contemporanea.
La Neoavanguardia aveva un carattere elitario , cioè parlava più che altro a un pubblico di studiosi e non a tutti. Non fu importante tanto per i libri che produsse, che furono pochi, ma per le grandi discussioni culturali che riuscì ad accendere in Italia.
“Questo è il gatto” è la decima poesia della raccolta Purgatorio de l’inferno , formata da 17 poesie. In questo testo il poeta parla con suo figlio Alessandro , in un tono apparentemente leggero e giocoso , utilizzando un libro illustrato per fargli una specie di lezione.
All’inizio, elenca una serie di immagini e oggetti che si possono vedere nel libro: il gatto con gli stivali, la pace di Barcellona firmata tra Carlo V e papa Clemente VII, una locomotiva, un pesco in fiore, un cavalluccio marino, i satelliti di Giove, l’autostrada del Sole (che collega Napoli a Milano), una lavagna a quadretti, un libro di poeti latini, delle scarpe, le bugie, la Scuola di Atene (un famoso dipinto di Raffaello), un bricco, una cartolina arrivata dalla Finlandia, un muscolo della faccia (il massetere), e il parto. Però, ogni volta, il poeta dice ad Alessandro che se gira il foglio, dietro a tutte queste immagini si vede sempre il denaro. Anche quando descrive cose più serie, come i generali con i loro eserciti, i cimiteri con le loro trombe, le casse di risparmio con le cassette di sicurezza, e i libri di storia, il messaggio è sempre lo stesso: dietro tutto c’è il denaro. E quando finalmente Alessandro gira il foglio, non vede niente: dietro il denaro non c’è nulla.
La poesia quindi lancia un messaggio molto amaro e critico: tutto nella nostra società sembra ruotare attorno al denaro. Ogni oggetto, ogni avvenimento, ogni valore è
A casa, la madre le dice che ora che lavora ha più diritto di mangiare, perché porta i soldi. Ma Carla si sente comunque sola. Una sera, si lava, va a letto e si accarezza, non per piacere, ma quasi per cercare conforto. È un gesto che mostra quanto si senta vuota, senza sogni né desideri.
La mattina dopo torna al lavoro. Cammina tra strade piene di palazzi rotti, insegne luminose, semafori, polvere e rumore. Tutto sembra freddo e senza anima. In ufficio ognuno fa il suo compito in silenzio: lei spolvera i mobili, un collega legge i telegrammi, una donna fa calcoli alla macchina.
In quel momento, anche se tutto è triste, c’è un attimo di pace: il ritmo del lavoro sembra come un respiro, qualcosa di meccanico ma regolare. Guardando fuori dalla finestra, Carla vede la gente andare a lavorare, obbligata dal dovere, senza scelta. Fa freddo, e il respiro caldo esce dalle bocche delle persone mentre dicono “buongiorno”.
Il cielo sopra Milano è grigio come la lamiera, non è più simbolo di speranza o paradiso. Non promette niente di meglio: fa parte anche lui di questa vita pesante e triste. È un cielo che schiaccia tutti, come la fatica quotidiana, e non lascia vie di fuga.
Significato:
Pagliarani racconta la vita di Carla per mostrare come le persone comuni, soprattutto i giovani e le donne, vivano in una società che li schiaccia. Il lavoro, la città, la vita moderna non danno spazio alla libertà o alla felicità. Il cielo, che di solito simboleggia sogni e speranza, qui è grigio e pesante: non c’è scampo, nemmeno nella fantasia.