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riassunto di esami per ripasso
Art: Zusammenfassungen
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Per descrivere gli inizi di una disciplina non basta sapere “Chi? Dove? Quando?”, ma stabilire “che cosa” può essere considerato come punto di partenza. Chi, dove e quando → Lighter Witmer in Pennsylvania nel 1896 Che cosa → ciò che segnò l’inizio della psicologia clinica fu il mutamento della disciplina accademica della psicologia (si emancipa dalla filosofa) e l’impulso dato agli psicologi perché entrassero nel mondo dei problemi reali. Witmer afferma: “ho preso in prestito la parola “clinica” dalla medicina, perché è il miglior termine che ho potuto trovare per indicare la specificità del metodo che suppongo sia necessario per questo lavoro”. L’innovazione è resa possibile da un clima sociale ed intellettuale dovuto agli sviluppi di 4 antecedenti storici della psicologia clinica:
condusse i medici a diminuire la qualità e la quantità dei loro interventi per ciascuno di essi: il rapporto con il malato, che era uno dei cardini del moral treatment secondo Pinel e Tuke, perse la maggior parte del suo potenziale terapeutico, i trattamenti non somatici vennero considerati infondati scientificamente e progressivamente abbandonati. Gli ospedali psichiatrici ridiventarono quello che erano stati prima del
terapeutiche alla luce di nuovi concetti quali la genesi sociale della malattia mentale, la necessità di privilegiare il momento preventivo rispetto a quello terapeutico. Nel 1963 con il supporto del presidente Kennedy viene promulgato il Community Mental Health Centers Act e il ruolo degli psicologi si apre alle attività di servizio all’interno delle comunità, vengono impiegati anche come consulenti per varie agenzie sociali (scuole, polizia, istituzioni riabilitative ecc) e divengono supervisori nei programmi di formazione per le figure paraprofessionali (infermieri, assistenti sociali). Anni ’70 e primi anni ’80 : negli anni 70 la psicologia clinica sviluppa interesse per l’attività psicoterapeutica. Questa proliferazione dei professionisti della psicoterapia pone il problema di un più efficace controllo sulla professione. Negli Stati Uniti il governo riduce le sovvenzioni ai programmi per la salute mentale e vengono avvantaggiati i trattamenti che si ritengono più rapidi e risolutivi → ritorno di interesse per le terapie farmacologiche e un aumento del potere degli psichiatri. Nel 1973 l’APA prende posizione ufficialmente sui non medical mental-health professionals relegando queste figure ai ruoli subordinati alla supervisione di uno psichiatra. Nel 1975 la stessa definisce il trattamento delle malattie mentali come ‘psicoterapia medica’ che deve essere esercitata da un terapeuta con formazione in ‘medicina psichiatrica’. Prima della 2 guerra mondiale c’era in comune nei programmi di addestramento e nelle esperienze di lavoro di psicologia clinica e psichiatri, i primi ricevevano la loro formazione nell’ambiente accademico e i secondi nelle scuole mediche. Durante la 2GM furono assegnate agli psicologi responsabilità fino a quel momento riservate agli psichiatri. Nel periodo postbellico, soprattutto quando gli psicologi cominciarono a ricevere un addestramento clinico sia all’università che in ospedali, le due professioni si sovrapposero sempre più sia a proposito dei programmi di training che dei servizi che esse erano in grado di offrire. Ne scaturirono incomprensioni e rivalità. A fronte delle così frequenti insistenze circa l’indispensabilità della formazione medico-psichiatrica per una corretta ed efficace pratica psicoterapeutica non manca menzione del punto di vista di noti psicoterapeuti avversi a questa tesi, i nomi più citati sono Anna Freud, Otto Rank, Klein... Inoltre, il paziente psicoterapeutico non viene comunque sottoposto a periodici esami fisici, indipendentemente dal fatto che lo abbia in cura uno psichiatra o uno psicologo. Se il paziente richiede un intervento medico la soluzione più semplice è indirizzarlo a una consultazione esterna al rapporto psicoterapeutico, inoltre molti psicologi fanno abitualmente riferimento a medici e a psichiatri per valutare e trattare i sintomi fisici dei loro pazienti. Il 13 maggio 1978 viene pubblicata la LEGGE BASAGLIA n molto importante perché chiude le istituzioni manicomiali Dalla metà degli anni 80 a oggi : nel 21° International Congress of Applied Psychology tenutosi a Gerusalemme nel 1986 è stata dibattuta per la prima volta a livello internazionale la questione della formazione in psicologia. Per quanto riguarda l’Italia, la seconda metà degli anni ’80 ha rappresentato un periodo importante per la psicologia: dopo la ridefinizione dell’iter formativo, con la revisione del programma del corso di laurea in Psicologia, si è giunti alla regolamentazione della professione con la legge 18 febbraio 1989 n56 che istituisce l’Ordine degli psicologi. Il 5 giugno 2001 un decreto del presidente della repubblica istituisce due diverse sezioni dell’albo: sezione A 5 anni, sezione B 3 anni. Oggi La Psicologia Clinica è una disciplina poliedrica ma autonoma, caratterizzata da una pluralità di modelli, di metodi e di tecniche, ciascuno con una sua propria ragione storica, cui sottende come comune denominatore (indispensabile e centrale) un’attività clinica, sia essa rivolta al singolo, ai gruppi, ai collettivi.
Finalità delle classificazioni: operazione in base a cui la mente riduce diversi oggetti in un numero minore di tipi ordinati gerarchicamente, così che si possano conoscere prima e più facilmente. Le classificazione si fondano su un approccio e a-teorico → unico scopo: descrivere quanto osservato, tali sistemi sono svincolati da un modello concettuale di riferimento per quanto concerne le cause e il processo fisiopatologico all’origine del disturbo/manifestazione.
In un sistema ideale di classificazione, le categorie devono essere al tempo stesso escludentisi ed esaustive: tutti i membri che possiedono le stesse caratteristiche dovevano fare parte di una sola classe e gli elementi che definiscono le categorie devono essere sempre presenti o assenti. Tuttavia, la classificazione è un'operazione complessa poiché i sistemi di classificazione spesso sono empirici: non definiti da un unico attributo (classi monotetiche) ma dalla presenza di più attributi, nessuno dei quali costituisce una condizione vincolante per l'appartenenza alla classe in questione (classi politetiche). Se l’oggetto della classificazione è la malattia fisica o psichica, la complessità aumenta perché la definizione dell’”oggetto” malattia è controversa EVOLUZIONE STORICA DEI PRIMI SISTEMI NOSOGRAFICO-DESCRITTIVI Da Kraepelin alla fine della 1° guerra mondiale : alla fine del XIX secolo aumenta l’interesse per una classificazione dei disturbi psichici: nasce la psicologia clinica, la psicoanalisi ottiene i primi riconoscimenti ufficiali e la psichiatria abbandona la logica custodialistica (tendenza a tenere ricoverato qualcuno) rivendicando una funzione terapeutica. Nel 1881, sul journal of insanity, Hurd critica il fatto che nelle istituzioni ci si avvalga di una diversa terminologia per riferirsi ai medesimi disturbi. Compaiono i sistemi classificatori di Kraepelin e si diffonde il modello dei ‘reaction sets’ di Meyer (reazioni psicobiologiche a eventi stressanti multicausali). Kraepelin crede che il disturbo abbia cause organiche, pur sostenendo la necessità di un'analisi del comportamento del paziente in modo da capirne il quadro clinico. Propone un sistema classificatorio basato sulla psicopatologia e non sui sintomi, ma date le conoscenze scientifiche dell'epoca questa scelta risulta impraticabile. Negli anni successivi compaiono altre classificazioni: nella classificazione dell’U.S Census Bureau (1840) per la prima volta è proposta una diagnosi differenziale tra idiocy e insanity, e le persone che non rientrano in queste 2 categorie sono considerate normali. Si ricercano le basi biologiche dei disturbi mentali: il sistema di classificazione del 1880, costruito sui dati del censimento, include 7 disturbi (mania, melanconia, monomania, paresi, demenza, dipsomania e epilessia. Nel 1918 si pubblica la prima nosologia psichiatrica (statistical manual for the use of institutions for the insane) costituita da 22 categorie a orientamento prevalentemente somatico o biologico (questa caratteristica riflette la realtà di quel periodo in cui psichiatri lavorano soprattutto in ospedali psichiatrici dove la maggior parte dei pazienti presenta gravi problemi fisici e psichici). Dalla 1° alla 2° guerra mondiale : nel corso del XX secolo, i sistemi classificatori risentono di molteplici variabili, tra cui il cambio di paradigma della psichiatria, il suo distacco dalla neurologia, il declino delle strutture manicomiali e la comparsa di scuole che definiscono il disturbo psichico secondo nuovi modelli della mente. Il modello organo-genetico perde rilevanza: diventa bio-medico ed è affiancato dai modelli psico e socio-genetico con la concomitante riduzione dell'approccio meccanicistico al disturbo; al modello psicoanalitico si affianca il modello comportamentale. Mentre la psichiatria cerca di identificare il fattore biologico sotteso a ogni disturbo, gli altri orientamenti ricercano possibili nessi causali tra cause non organiche, segni e sintomi. Dopo la classificazione del 1917 è pubblicata la Standard Classified Nomenclature of Diseases: costruito soprattutto per classificare i pazienti cronici (senza possibilità di guarigione) e quando viene impiegato con i veterani della 2° guerra mondiale risulta inadeguato poiché questi ultimi sono affetti da disturbi non contemplati dal sistema. L'assenza di categorie classificatorie che rispondono ai quadri psicopatologici che lo psichiatra vede in ospedale induce le strutture (US army, US navy e V.A) a sviluppare nomenclature alternative basate su presupposti teorici differenti. Il nuovo sistema, nonostante si proponga di trovare un punto di integrazione tra i diversi sistemi classificatori e permetta la diagnosi di pazienti con gravi disturbi psichiatrici e neurologici, non trova il favore dei clinici che ritengono abbia un’utilità ridotta nel lavoro con i pazienti. La 2° guerra mondiale e la ricerca di una classificazione internazionale: emerge la necessità di disporre di un’unica nomenclatura delle cause di decesso che sia internazionale. Si crea una nuova classificazione, che sarà la base per l’ICD. Nel 1948 la World Health Organization (WHO) pubblica la 6° edizione del Manual of
➢ Criterio A: valutazione della compromissione del dominio del sé, si valuta con la scala dei livelli di funzionamento della personalità. Per accedere al criterio B il paziente deve avere una compromissione moderata (da 2 in su) ➢ Criterio B: presenza di 1 o più tratti patologici di personalità. I tratti patologici sono organizzati in 5 domini: affettività negativa, distacco, antagonismo, disinibizione e psicoticismo, i quali al loro interno hanno circa altri 25 sottodomini di tratto (si valutano con l’inventario di personalità: PID-5). Se si rientra in uno dei 6 disturbi tra borderline, ossessivo-compulsivo, evitante, schizotipico, antisociale, narcisistico si parla di disturbo di personalità specifico: più la presenza di alcuni tratti patologici corrisponde a disturbi specifici, più facile sarà la diagnosi di un disturbo specifico di personalità. Se non coincide con uno dei 6 si fa una diagnosi PD- tratto specifica: si include il disturbo in una macrocategoria esclusa dai 6 specifici Sono poi integrati alcuni strumenti di: ➢ Misura della gravità sintomatologica (approccio dimensionale) ➢ Misura della disabilità: al posto dell’asse 5 viene introdotto il WHODAS: valuta il livello di disabilità valutando le caratteristiche disfunzionali. È uno strumento composto da 36 item che indagano la disabilità in pazienti adulti a partire dai 18 anni attraverso 6 domini: comprendere e comunicare, mobilità, cura di sé, relazionarsi con le persone, attività della vita quotidiana e partecipazione alla vita sociale. Il paziente è chiamato a rispondere su una scala da 1 a 5 alle diverse domande. ➢ Un'intervista per la valutazione delle influenze culturali sulla condizione clinica del soggetto. ➢ Scale di valutazione trasversale (scale di screening e scale più specifiche) Sono state introdotte altre innovazioni: cambi all'articolazione dei disturbi d'ansia e ampliamento di quella dei disturbi dello spettro autistico; sono modificate alcune categorie diagnostiche preesistenti (es: la disforia di genere non fa più parte dei disturbi sessuali); eliminate le sottocategorie della schizofrenia e scompare la presenza del lutto come criterio di esclusione per una patologia depressiva. Le categorie residuali oggi: oggi sono divise in 2 categorie diverse:
contraddittorietà dei dati clinici non come elementi di disturbo o disordine nella classificazione, ma come segnali della peculiarità di un malato invece che di una sindrome → questi dati che provengono da un'osservazione allargata e che non hanno importanza sintomatica il nome di segni, possono apparire spontaneamente all'osservatore o richiedere qualche particolare manovra per essere evidenziato. il termine “segno” appartiene già al vocabolario medico, con il significato di “indicatore” di determinate entità ‘altre’ diverse dal segno in sé, che concorrono insieme ai sintomi, o anche in assenza di essi, alla formulazione della diagnosi. Tutti i sintomi sono segni, ma non viceversa. I sintomi, per la loro natura patologica, sono segnali forti, i segni possono anche essere segnali deboli → gli uomini producono più segni che sintomi, all’interno del vasto insieme di segni si collocano i sintomi. L'interpretazione si sforza di “leggere dietro” anche ai segni, e soprattutto legge dietro ai sintomi aiutandosi con i segni → cerca di comprendere il segno patologico inserendolo nel contesto dei segni non patologici che appartengono all'universo comunicativo del medesimo soggetto VERSO UN SISTEMA INTERPRETATIVO-ESPLICATIVO CLINICAMENTE FONDATO La costruzione di un sistema interpretativo-esplicativo integrato del comportamento normale e patologico presuppone la possibilità che le teorie biologiche, psicologiche e sociali del disturbo mentale riconoscano ciascuno la parzialità del proprio punto di vista e, al tempo stesso, l'utilità dei punti di vista diversi dal proprio, in uno sforzo di collaborazione anziché di concorrenza. È importante che vengano presi in considerazione simultaneamente più eziologie psicogenetiche, sia a livello della diagnosi che della terapia. Le maggiori garanzie di un intervento corretto si hanno quando è possibile stabilire una gerarchia fra i fattori che inducono il disturbo (o meglio i disturbi: perché anche il quadro sintomatologico è pressoché sempre multiforme) e affrontare ciascuno di essi nel modo adeguato
Diagnosi: processo di conoscenza attraverso il colloquio (e a seguito i testing) PRESUPPOSTI DELLA DIAGNOSI Le diagnosi implicite sono inevitabili: quando conosciamo una nuova persona inconsciamente cerchiamo di creare una mappatura, anche nel contesto clinico lo psicologo è spinto a costruirsi una mappatura del funzionamento del paziente. Le diagnosi cambiano nel tempo: una diagnosi non è una condanna a vita, poiché si cercano di cambiare quegli aspetti che hanno contribuito alla diagnosi del disturbo → Recovery: condizione di recupero di alcune aree di funzionamento, aldilà che il disturbo persista o no Una diagnosi non può fermarsi solo agli aspetti osservabili: la diagnosi deve essere un’entità multistrumentale: si deve basare sul colloquio e poi il testing lo accompagna (è il limite del DSM e dell’ICD) La diagnosi avviene sempre in un contesto relazionale: oltre alla descrizione dell’esperienza soggettiva del paziente, è importante come il clinico interagisce con il paziente MODELLI DI ASSESSMENT (prima valutazione psicologica) L’information gathering (IG): è il modello più tradizionale e diffuso, è finalizzato alla raccolta di info, che non è necessariamente guidata da ipotesi o da strumenti, ma si affida a un numero imprecisato di colloqui. Non presta particolarmente attenzione ad aspetti dell'interazione e quindi alla comunicazione verbale e non verbale: il suo focus è la raccolta delle informazioni, ma le info per la pianificazione della psicoterapia sono poche poiché questi dati sono superficiali e tralasciano aspetti specifici. Il therapeutic model of Aassessment (TMA): si basa sulla condivisione dei dati emersi nel corso dell'assessment con il paziente → uso dei colloqui, interviste cliniche e strumenti psicodiagnostici per la
raccolta dei dati, prevede la comunicazione e la discussione con il paziente (restituzione o feedback) di quanto emerso nel percorso di valutazione. Il modo in cui il clinico si relaziona con il paziente (comunicazione verbale: frasi di incoraggiamento, interessamento..., e non verbale: contatto oculare, postura, prossemica...) è un punto cruciale di questo modello di assessment. La therapeutic specific formulation: modello di assessment di ultima generazione, si basa sull'assunto che la diagnosi è un processo bilaterale, in cui il paziente si auto-diagnostica con l'aiuto di un esperto. Questo approccio permette di indagare fattori come le capacità del paziente di accettare aiuto, gli obiettivi da privilegiare nel trattamento e la scelta delle modalità terapeutiche → giunge ad un piano di trattamento. IL PROCESSO DIAGNOSTICO Processo diagnostico: è l'iter (il processo) che il clinico percorre insieme al paziente allo scopo di rilevare e delimitare l'ampiezza e l'entità del/dei disturbi, attribuire loro un significato e individuare le possibili strategie di cui avvalersi per ridurre e modificare, se possibile, la causa che ha provocato la sofferenza. Obiettivo: giungere a una comprensione del funzionamento del paziente tramite l'integrazione di dati longitudinali (derivano dalla storia clinica) con dati trasversali (ottenuti dalla somministrazione dei test). I dati raccolti sono di 2 tipi:
o Questionari self-report (autosomministrati): questionari compilati dal soggetto stesso, perciò il più facile da somministrare. Il paziente risponde a domande sul suo funzionamento e su ogni suo dominio. Presenti dei limiti: potrebbero essere presenti bias nelle risposte oppure alcuni domini di funzionamento del paziente non gli permettono di dare risposte adeguate (es: se un paziente ha sintomi egosintonici non vedrà il proprio comportamento come un sintomo ma come un modo di essere). Un esempio è il WHODAS 2.0 e l’MMPI- 2 o Clinitian report: questionario compilato dal clinico (es: SWAP) o Questionari performance- based: questionari basati su compiti poco strutturati, una volta definiti test proiettivi (es: Roscharch) o Questionari per valutatori esterni: si basano sui trascritti ➢ Batterie di test: raccolgono info che massimizzano la validità dei dati raccolti durante il colloquio clinico ➢ Test proiettivi ➢ Inventari di personalità Gli strumenti psicodiagnostici proiettivi, narrativi, cognitivi e neuropsicologici proporrebbero al paziente un compito di problem solving, inducendolo a un processo decisionale che, come nella vita quotidiana, impone il ricorso a risorse emotive, cognitive e motivazionali. Nel fornire una risposta alle richieste di performance, il paziente accederebbe al complesso e articolato bagaglio di percezioni, classificazioni, schemi cognitivo- emotivi e rappresentazioni interne che caratterizzano la sua organizzazione psicologica. In altre parole, è importante integrare una descrizione idiografica (ciò che rende unico e differente l’individuo) e una nomotetica (funzionamento del singolo che viene ricondotto a classi ampie di individui con un certo funzionamento) del funzionamento del paziente. LA RESTITUZIONE Il processo diagnostico non può tralasciare il compito di restituire al paziente i risultati del complesso percorso di conoscenza che è stato compiuto → la restituzione ripropone e riassume le alterne vicende relative al livello e alla quantità dell'alleanza diagnostica. Elemento centrale della restituzione è la valutazione con il paziente delle sue ipotesi eziopatogenetiche (ipotesi su quali siano le cause della malattia) e della possibilità di modificarle alla luce dei dati raccolti → è offerta al paziente una prospettiva alternativa a quella considerata fino a quel momento a proposito della propria sofferenza. Il clinico verifica quali risorse il paziente è in grado di mettere in campo per sfruttare il set di nuove info che il processo diagnostico ha contribuito a produrre. Una restituzione attenta e costruttiva tende a incrementare le emozioni positive del soggetto, ad aumentare la fiducia nel possibile trattamento successivo, a favorire una significativa diminuzione del malessere e a migliorare il livello di autostima → è il momento in cui l'alleanza diagnostica può essere incrementata, ma anche messa alla prova: spesso si riattivano le stesse sensazioni e ansie che il paziente aveva manifestato durante i primi colloqui all'inizio del processo diagnostico. Questa riattivazione può essere tuttavia proficua se gestita e trasformata in un elemento clinico che può fornire ulteriori info sul funzionamento del paziente, oltre che essere riproposta a quest'ultimo perché possa condividerne l'eziologia e il significato. La restituzione può assumere forme e processualità differenti:
➢ Si può mettere in atto una restituzione-intervento: gli elementi clinici raccolti fino a quel momento suggeriscono la possibilità di lavorare immediatamente per ottenere alcune modificazioni. Può verificarsi questa condizione quando sono particolarmente evidenti alcune ripetute situazioni di difficoltà o di disturbo, il cui chiarimento diagnostico può andare di pari passo con l'elaborazione di proficue alternative nella valutazione soggettiva degli eventi, nei vissuti, nelle relazioni ecc...
Colloquio: processo interattivo, che ha luogo tra almeno 2 persone. Nel contesto psicologico, lo scopo del colloquio è chiarire il modo caratteristico di vivere della persona in esame, modo di vivere che egli trova particolarmente molesto o degno di nota e dalla cui chiarificazione egli attende un beneficio. Diverso dalla conversazione: interazione finalizzata al conseguimento di un obiettivo predeterminato. In ambito psicologico può essere utile per raccogliere le info necessarie per indirizzare il paziente verso l’intervento più efficace, inoltre il colloqui clinico è presente in tutti gli aspetti tecnici: assessment, processo diagnostico, processo valutativo, somministrazione di test… Gli aspetti centrali del colloquio clinico sono: ➢ Presenza di una relazione: in particolare una relazione a-simmetrica (relazione tra persone con ruoli diversi e specifici): c’è una persona che soffre che chiede un aiuto specialistico e c’è un professionista che mette a disposizione le sue capacità per alleviare le sofferenze dell’individuo ➢ Presenza di un accordo comune tra psicologo e paziente: il paziente si impegna nel condividere, raccontare aspetti intimi e difficili della sua vita personale, il clinico si impegna nell’ascolto e nella comprensione senza giudizi, con lo scopo di favorire un processo di conoscenza del paziente ➢ Deve avere un oggetto o un argomento: l’oggetto fondamentale è la conoscenza del paziente e del suo funzionamento Saper condurre un buon colloquio clinico richiede: ➢ Avere buone capacità di diagnostica e di osservatore: conoscere il modello diagnostico (ovvero la chiave di lettura) di riferimento è fondamentale per l’organizzazione del colloquio, in modo da avere più chiare le aree che ci interessa indagare e fare domande al paziente che lo indirizzino proprio lì ➢ Conoscere i diversi trattamenti possibili con le loro indicazioni e controindicazioni ➢ Saper instaurare un’alleanza diagnostica con il paziente o se serve con i suoi familiari: fondamentale nei primi colloqui, importantissimo non avere atteggiamenti ostili o giudicanti. Per raggiungere ciò deve essere curato il linguaggio: deve essere adeguato al livello di comprensione del paziente (quindi può essere sia abbassato, sia alzato). Bisogna fare molta attenzione poiché anche solo una parola fuori posto potrebbe essere percepita dal soggetto come una microaggressione (es: dare per scontato l’orientamento sessuale). ➢ Saper prendere decisioni in tempo utile, tollerando il senso di responsabilità che ne consegue ➢ Saper comunicare chiaramente e motivare al paziente le decisioni prese, questo implica anche il saper mediare tra le necessità imposte dalla realtà clinica e le aspettative, lo stile di vita del paziente ➢ Conoscere i propri bias: conoscere i propri errori cognitivi. Le caratteristiche di chi conduce il colloquio sono importanti, poiché non siamo robot I VARI TIPI DI COLLOQUI I colloqui clinici variano in base al loro scopo:
paziente, soprattutto se sostiene di non aver bisogno di una consultazione, se il paziente ha qualche motivo di evitare un consulente scelto dai familiari. Il paziente inviato da un collega Un paziente può essere inviato allo psicologo clinico da un medico generico, che ha ipotizzato che alcuni disturbi organici abbiano una grave componente psicologica. Nel corso del colloquio, bisogna comprendere in che modo il paziente abbia vissuto l'invio e in quale misura ne sia coinvolto e lo condivida, così come non va trascurato il problema del rapporto con l'inviante, poiché anch'egli ha le proprie aspettative nei confronti della consultazione. Il paziente inviato da altre agenzie o da professionisti diversi dal medico e dallo psicologo Innanzitutto, è importante verificare la correttezza dell'indicazione data dall’inviante. Nel caso di un invio scorretto, non è sempre facile convincere l'inviante delle ragioni della mancata presa in carico, se invece l'invio è corretto, è comunque importante distinguere il paziente che accetta volontariamente di seguire il consiglio che gli è stato fornito (è opportuna cautela per accertare che la disponibilità del paziente non sia solo apparente) dal paziente che è costretto a subire una consultazione imposta. Il secondo caso pone problemi complessi, le difficoltà sono concentrate attorno al tema dell'alleanza: il paziente costretto manifesta sfiducia, sospetto, oppositività o una motivazione scarsa. Diverso è il caso in cui l'inviante (es. un avvocato o un giudice) chiede esplicitamente un parere diagnostico (per l'affidamento di un minore, per il riconoscimento di idoneità professionale...): la percezione del paziente di doversi sottoporre alla consultazione, non per un'esigenza propria sentita, può minare la possibilità di alleanza → la consultazione assume la caratteristica dell'esame, la diagnosi viene quindi vissuta come un giudizio per di più comunicato ad altri, oltre che al paziente. In questi casi, la dizione stessa di paziente è impropria. L'elemento coercitivo e la necessità di rendere conto a terzi introducono pesanti distorsioni: può anche accadere che il paziente reciti una parte per dare allo psicologo un'immagine di sé. FUNZIONI E MODELLI DELLE TEORIE Non esistono il modello o la teoria che siano globalmente esplicativi del disturbo del paziente → tutti gli orientamenti della psicologia contribuiscono alla comprensione del disturbo del paziente ma nessuno di essi lo spiega totalmente, per cui la formulazione della diagnosi si avvale di componenti fenomenologiche, biologiche, psicodinamiche, cognitivo-comportamentali, sistemiche. Il ricorso precoce a un modello precostituito di colloquio, che utilizzi un'unica teoria esplicativa, è inevitabilmente un'operazione riduttiva per la formulazione di ipotesi cliniche. CONDUZIONE DEL COLLOQUIO E RACCOLTA DELLE INFORMAZIONI È utile differenziare le variabili che determinano le modalità di conduzione del colloquio (la gravità della situazione clinica, l'effetto che la psicopatologia del paziente produce sul clinico, il livello di formazione e le capacità tecniche di chi conduce il colloquio), dalla qualità dell'alleanza diagnostica (che comunque un elemento imprescindibile per un uso corretto dello strumento) e dalla quantità e qualità degli elementi informativi (diretti e inseriti) La gravità della situazione clinica e del paziente Le situazioni di gravità vanno divise in: ➢ Acute: nel colloquio con i pazienti acuti è indispensabile ottenere il maggior numero di info nel minor tempo possibile, mantenendo una buona alleanza. I quesiti cui trovare risposta nel corso del colloquio sono: il paziente è un interlocutore sufficientemente attendibile o è necessario interpellare qualcun altro? È indispensabile l'intervento di un altro specialista oltre lo psicologo? ➢ Croniche L’effetto della psicopatologia del paziente sul clinico e sulla conduzione del colloquio Non è possibile mantenere uno stile di consultazione uguale con tutti i pazienti. Già in fase diagnostica, alcuni pazienti inducono nel clinico vissuti che determinano la comparsa di difficoltà diagnostiche e possono condizionare la diagnosi stessa. Sfortunatamente, tali reazioni personali possono influenzare, distorcere o sovvertire il percorso di valutazione e di restituzione. Possiamo raggruppare le possibili reazioni emotive del clinico verso il paziente in:
➢ Comuni e generalizzate: si tratta di una sorta di “contagio emotivo”. Es: l'effetto che una persona arrabbiata produce sulle persone circostanti. Il contagio può esercitare i propri effetti sul funzionamento cognitivo, emotivo, o sulle percezioni dell'autostima professionale del clinico. ➢ Specifiche di un determinato operatore: alcune risposte del clinico alla psicopatologia del paziente sono determinate dalla specificità della sua struttura di personalità, dal tipo di formazione ricevuta e dalle esperienze professionali. Livello di formazione e capacità tecniche di chi conduce il colloquio Una persona capace di fare i colloqui deve sapere come lavorare con differenti strutture di personalità e con problemi diversi: deve lasciare spazio al paziente che dà info e incoraggiare chi rimane in silenzio. L’ansia da primo colloquio non esiste solo nel paziente ma anche nel clinico, hanno 2 cause diverse: ➢ L’ansia del clinico: è un miscuglio di ansia da prestazione unita alla preoccupazione provocata dall'idea di incontrare una persona ignota e all'inevitabile curiosità e sfida presenti nel meccanismo della consultazione stessa. Quest’ansia può causare effetti come: minore sensibilità ai contenuti della comunicazione del paziente, valutazione inadeguata a causa della lettura parziale degli elementi psicopatologici, necessità di intervenire continuamente senza lasciare spazio al paziente ➢ L’ansia del paziente: è contraddistinta dalla preoccupazione che l'altro non sia in grado di capire la natura del suo disturbo... Sia il clinico che il paziente gestiscono la propria ansia attraverso le operazioni (o misure) di sicurezza: meccanismi di difesa utilizzati allo scopo di padroneggiare meglio il disagio indotto dal colloquio e sono determinate dalla struttura di personalità del clinico (es: mostrarsi sempre intelligenti, sforzarsi di capire tutto, conquistare la fiducia, cercare subito una soluzione al problema del paziente…) Elementi informativi (diretti e inferiti) Elementi informativi: ciò che il paziente dice del proprio star male, la sua autodiagnosi e i sintomi che ha rilevato (oltre ai dati anamnestici riferiti dal paziente o da altri), quello che è il clinico inferisce dall'aspetto, dall'abbigliamento, dall'atteggiamento, dall'attività motoria, dalla mimica, dal linguaggio ecc. Il valore attribuito ai diversi elementi si modifica a seconda della psicopatologia del paziente. Quanto alle informazioni obiettive, il problema è ottenere dati congrui con la finalità del colloquio: quali info fornite sono significative per la comprensione del disturbo del paziente? Tra le innumerevoli info che il paziente non ha fornito, quali vanno chieste e quali possono essere tralasciate? Quando e quanto a lungo fare domande? Le Informazioni fornite dai pazienti possono essere esaurienti, parziali, settoriali, consciamente o inconsciamente distorte (il paziente può per esempio ritenere che alcune info non siano significative, cercare di eliminare tutti i dati discordati dalla diagnosi, vergognarsi di ciò che gli sta capitando, avere rimosso o negato alcuni dati...) Funzionamento emotivo: nel corso del colloquio è fondamentale indagare il funzionamento emotivo del paziente. In letteratura, si distingue tra sentimenti, emozioni e umore (o stato d'animo), quest'ultimo si riferisce a un'emozione pervasiva e duratura che contraddistingue la percezione che il paziente ha del mondo (la persona può provare un'emozione o un sentimento specifico ma gli permane più o meno manifesto il tono d'umore). Lo stato d’animo si deduce dal comportamento e dalla conversazione spontanea del paziente anche se a volte si può verificare una discrepanza per cui diventa indispensabile un intervento che facilita al paziente l'espressione dell'emozione che tenta di mascherare. Per evitare di ricorrere a processi inferenziali scorretti, si può chiedere al paziente di confrontare il tono dell'umore che ha in quel momento con il suo tono di umore solito, con il tono d'umore che dovrebbe avere se fosse normale o con il tono d'umore che altri avrebbero in circostanze analoghe. Funzionamento mentale: le funzioni cognitive valutabili in un colloquio psicologico sono: il livello di coscienza e di consapevolezza, orientamento, attenzione e concentrazione, memoria, comprensione, capacità di concettualizzazione e di astrazione e capacità di giudizio. È poi indispensabile valutare i processi di pensiero del paziente, e in particolare, la presenza di eventuali disturbi di questi ultimi. Se dai contenuti del colloquio emerge un disturbo formale di pensiero, lo stesso deve comparire nei protocolli dei test e nella raccolta anamnestica oltre che nella modalità di interazione del paziente. Talvolta, ricorrere a interviste semi strutturate è indice della necessità del clinico di tutelarsi, avvalendosi di uno strumento che
La formazione alla conduzione dei colloqui è in realtà una formazione all'uso del metodo clinico: se si è imparato il metodo, si è in grado di applicare le tecniche e persino di inventarne di nuove. La clinica del colloquio è prima di tutto clinica della consultazione → fare bene i colloqui di consultazione vuol dire essere capaci di fare un buon lavoro diagnostico e avere imparato che il processo diagnostico è il fulcro del metodo della psicologia clinica. UN ESEMPIO DI COLLOQUIO SEMI-STRUTTURATO I colloqui strutturati e semi-strutturati rispondono alla necessità di rendere meno arbitraria l'interlocuzione con il paziente e conferire quindi maggiore affidabilità ai dati raccolti, anche ai fini di una loro possibile successiva elaborazione a scopo di ricerca e/o di confronto fra quadri psicopatologici diversi. Il conseguimento di questo obiettivo prevede tuttavia una limitazione della libertà del clinico nella conduzione del colloquio. Questi colloqui guidati non hanno avuto particolare successo tra i clinici, tranne il colloquio diagnostico strutturale messo a punto da O. Kernberg nei primi anni 80, da cui deriva in anni più recenti la Structured Interview of Personality Organization (STIPO). Structured Interview of Personality Organization (STIPO) Kernberg ha elaborato un modello nosologico (classifica le malattie) psicoanalitico, che integra costrutti categoriali (cioè i disturbi previsti dal DSM-IV-TR) e dimensionali (cioè il grado relativo in cui la vita mentale è pervasa da aggressività e il continuum introversione/estroversione) per la comprensione dell'intero dominio della personalità patologica. Kernberg ha proposto una classificazione dei disturbi di personalità in 3 diverse organizzazioni di personalità, che si basano su 3 criteri: livello di maturità difensiva, esame di realtà e integrazione dell’identità (continuità temporale e affettiva che il paziente ha di sé e degli altri).
e i valori morali. L’esplorazione dei vari domini procede sia attraverso gli aspetti comportamentali che rispetto al mondo interiore del paziente. Lo STIPO è composto da 100 domande, ognuna delle quali possiede ulteriori specificazioni nel caso in cui la risposta del paziente fosse imprecisa. Anche il sistema di scoring è strutturato: i 100 item indagano 7 dimensioni relative alla struttura della personalità: