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3. IL MERCANTILISMO, Appunti di Storia Del Pensiero Economico

concetti fondamentali

Tipologia: Appunti

2010/2011

Caricato il 17/09/2011

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IL MERCANTILISMO
Le interpretazioni del mercantilismo:
Smith:
1. I mercantilisti confusero la ricchezza reale con la quantità di mercato e cedettero che
possedere sempre maggiori quantitativi di metalli preziosi fosse il principale obbiettivo
dello stato
2. Inseguito a questa convinzione essi predicarono la necessità di scoraggiare le importazioni
e di favore le esportazioni al fine di accrescere l’afflusso di metalli preziosi
3. La loro politica economica imperniata sul monopolio si risolse in una difesa ad oltranza
degli interessi dei produttori che rese necessario il sacrificio degli interessi dei consumatori.
Essi cos’ dimenticarono che il consumo è l’unico fine e scopo della produzione e che
l’interesse del produttore dovrebbe essere considerato solo nella misura in cui esso può
essere necessario a procurare l’interesse del consumatore
Heckscher:
1. I mercantilisti non confusero la ricchezza reale con la quantità di moneta e svolsero in modo
coerente con questo obiettivo le loro tesi sul controllo del commercio estero
2. Non è vero che non si occuparono delle relazione necessarie nei meccanismi economici, ma
ebbero l’attenzione degli studiosi di economia sulle relazioni
3. Posero così le premesse per gli sviluppi successivi della scienza economica anche sotto
l’angolazione del protezionismo.
Quindi se Smith e i mercantilisti sbagliarono tutto o quasi per Heckscher questi studiosi pur
cadendo spesso in contraddizioni gravi ebbero il merito dell’affermazione dell’economia
politica che molti attribuiscono ai classici.
Viner:
1. Smith esagerò il grado di dipendenza della teoria mercantilistica dalla assoluta
identificazione di moneta e ricchezza.
Shumpeter:
si trova d’accordo con Keynes, favorevole al mercantilismo
1. Essi ebbero come merito più importante quello di aver aperto la strada all’economia politica
2. È possibile trovare qua e là degli esempi di vero lavoro analitico
3. Dal punto di vista pratico essi ebbero sostanzialmente ragione
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IL MERCANTILISMO

Le interpretazioni del mercantilismo:

Smith:

  1. I mercantilisti confusero la ricchezza reale con la quantità di mercato e cedettero che possedere sempre maggiori quantitativi di metalli preziosi fosse il principale obbiettivo dello stato
  2. Inseguito a questa convinzione essi predicarono la necessità di scoraggiare le importazioni e di favore le esportazioni al fine di accrescere l’afflusso di metalli preziosi
  3. La loro politica economica imperniata sul monopolio si risolse in una difesa ad oltranza degli interessi dei produttori che rese necessario il sacrificio degli interessi dei consumatori. Essi cos’ dimenticarono che il consumo è l’unico fine e scopo della produzione e che l’interesse del produttore dovrebbe essere considerato solo nella misura in cui esso può essere necessario a procurare l’interesse del consumatore

Heckscher:

  1. I mercantilisti non confusero la ricchezza reale con la quantità di moneta e svolsero in modo coerente con questo obiettivo le loro tesi sul controllo del commercio estero
  2. Non è vero che non si occuparono delle relazione necessarie nei meccanismi economici, ma ebbero l’attenzione degli studiosi di economia sulle relazioni
  3. Posero così le premesse per gli sviluppi successivi della scienza economica anche sotto l’angolazione del protezionismo.

Quindi se Smith e i mercantilisti sbagliarono tutto o quasi per Heckscher questi studiosi pur cadendo spesso in contraddizioni gravi ebbero il merito dell’affermazione dell’economia politica che molti attribuiscono ai classici.

Viner:

  1. Smith esagerò il grado di dipendenza della teoria mercantilistica dalla assoluta identificazione di moneta e ricchezza.

Shumpeter:

si trova d’accordo con Keynes, favorevole al mercantilismo

  1. Essi ebbero come merito più importante quello di aver aperto la strada all’economia politica
  2. È possibile trovare qua e là degli esempi di vero lavoro analitico
  3. Dal punto di vista pratico essi ebbero sostanzialmente ragione

La fine del periodo d’oro delle tesi sulla efficienza del libero commercio modifica in altri termini il giudizio su questa scuola di pensiero e il ritorno diffuso a forme di protezionismo fa riconsiderare sotto una luce diversa le tesi precedentemente ridicolizzate

Denis:

  1. È importante perché contiene il primo abbozzo di una vera e propria scienza economica
  2. Esprime nella maniera più netta lo spirito di quell’epoca che si apre con il rinascimento e che prosegue fino a noi
  3. Orienta il pensiero economico verso l’autonomia scientifica mediante una distinzione netta nel campo dell’economia da quello della morale

Da queste diverse valutazioni sono scaturi due giudizi nettamente contrastanti,

per alcuni:

  • Il mercantilismo si è sviluppato in un ambiente economico con alcune particolarità: la politica di potenza degli Stati nazionali, la diffusione di una mentalità mercantile aggressiva,iniziale scarsità di moneta circolante e così via.

Tutto ciò può dare una spiegazione degli errori e delle incapacità teoriche, ma non può dare una validità a teorie che rimangono false nella loro essenza e che devono far concludere in senso negativo circo l’apporto analitico di questa teoria.

Altri sostengono la tesi opposta:

  • False sarebbero state le successive teorie liberiste che introducono una concezione fondata sulla pretesa esistenza di un ordine naturale e che allontanano la riflessione economica da una considerazione delle relazioni economiche storicamente determinata.
  • I mercantilisti esaminarono con grande acume i fenomeni del tempo;
  • Diedero risposte precise alle esigenze teoriche che si presentarono loro,
  • (anche se non giunsero ad una teoria completa) riuscirono a scoprire l’andamento delle principali forze che si muovevano nella struttura economica degli Stati nazionali.

[Letteratura mercantilista]

I. La pressoché generale uguaglianza delle condizioni di produzione e delle conoscenze scientifiche

II. L’uniformità delle procedure commerciali

III. Il comune riferimento a principi di diritto commerciale

Secondo aspetto (b):

I. Ristrettezza dei mercati

II. Il particolarismo, se no il campanilismo, che opponeva contrada a contrada

III. La scarsa diffusione dell’economia monetaria

Entrambi questi aspetti, ma in particolare il secondo, erano in contrasto con gli obiettivi dei nuovi stati nazionali: struttura economica unitaria e delimitazione sotto il profilo territoriale. Era quindi necessaria l’opera di un’agente unificatore che lottasse contro il particolarismo e l’universalismo nel medioevale e fosse in grado di sostituire ad una struttura economico-cittadina, che aveva come obiettivo il rifornimento di alimenti e materie prime, in cui dominava il punto di vista del consumatore e dove la libertà del produttore e del commerciante era molto limitata, una struttura coordinata ed integrata nelle sue parti tale da consentire una finalizzazione delle singole attività, che avessero come obiettivo la potenza dello stato.

2 F 0E 0 ricomposta la struttura produttiva ed eliminati i vincoli che impedivano una produzione e una circolazione su scala allargata, era necessario però finalizzare l’intera macchina economica ad uno scopo che fosse omogeneo con la forza politica, che aveva promosso questa unificazione.

Heckesher: “se la ricchezza è considerata come un fine, questo è il colmo dell’assurdità ma sotto l’aspetto politico era del tutto logico pensare a questo modo. Se il potere significa aumento della forza di un paese nei confronti di quella degli altri, il progresso economico, in assoluto, perde ogni valore”

Il mercantilismo si interessava alla ricchezza solo in quanto base per la potenza dello stato, mentre per il liberalismo la ricchezza è preziosa per l’individuo e perciò degna di essere raggiunta

3 F 0E 0 In rottura con il medioevo, che aveva sempre considerato in subordine l’attività economica rispetto ai fini etici e religiosi, nella nuova società si affermano il mercantilismo, che riteneva la ricchezza la base della potenza dello stato, e il liberalismo, per il quale la ricchezza era preziosa per l’individuo e perciò in sé degna si essere raggiunta.

I mercantilisti si ponevano dal punto di vista etico in un duplice senso amorale. La raggiunta autonomia rispetto all’etica e alla religione (quanto ai contenuti) e la dipendenza ( quanto ai fini) dalla politica, conservativo poi un risultato di tutto rilievo nella descrizione dei rapporti fra le variabili economiche e i generale nella definizione di principi della casualità sociale. La casualità sociale esisteva ma era automatica e dunque vi era un largo margine d’azione per l’uomo di stato che avesse voluto influire sui rapporti casuali. Per spingerli nella direzione di un obiettivo determinato bisognava però agire sulle cause e non sugli effetti e questi inevitabilmente avrebbero scaturito, una volta innescati, determinati meccanismi.

In conclusione Heckesher nel XVII secolo disse che si verifico una stretta dipendenza della carica economica da una visione politica dominante che assegnava allo stato e alla sua potenza il ruolo di fine ultimo dell’espansione commerciale produttiva.

Denis riteneva che i mercantilisti difendevano lo stato perché ritenevano che la prosperità dei commerci di una nazione fosse strettamente legata alla potenza politica del sovrano e al suo successo nelle campagne militari sul continente e soprattutto sul mare. Dunque lo stato come strumento della ricchezza e non viceversa.

Si passa quindi dalla concezione della potenza dello stato alla concezione della ricchezza come valore in se. Nel sorgere dello stato nazionale, bisognerebbe pertanto porre l’origine della grande svolta nel pensiero economico che si verificò nel 1600 nella modificazione di doti strutturali causate dall’inflazione e nell’affermarsi di una concezione della vita economica svincolata dai valori feudali e sostanzialmente materialistica.

Nel 1500 scoperte geografiche, introduzione di merci nuove nei mercati, sviluppo delle città e afflusso di metalli preziosi, avevano causato un rialzo dei prezzi inusitato per quei tempi. La nuova struttura delle distribuzioni aveva a sua volta alterato l’equilibrio fra i diverso ceti facendo emergere la classe dei manifatturieri e dei commercianti, riducendo a semplici salariati i compagni delle antiche corporazioni.

Il calvinismo non si limitò a tollerare il commercio ma finì per esaltarlo e per fare addirittura del successo economico un segno dell’elezione divina. L’interesse dello stato dunque venne si collocato al primo posto ma, in sostanza, la tesi vincente fu quella dell’arricchimento individuale considerato come il vero fine della vita umana.

Per risolvere il problema delle origini della teoria mercantilista bisognava secondo Dobb prendere in considerazione lo stato delle relazioni economiche nel periodo che precedette la sua diffusione; per tutto il periodo in questione la produttività del lavoro rimase bassa, il numero di manifatture che impegnavano lavoratori salariati su ampia scala fu molto modesto; fu molto difficile rappresentare il profitto come un risultato naturale dell’investimento. Si aggiunsero poi a questa stagnazione delle tecniche produttive due circostanze del tutto peculiari dell’epoca: la rigidità del mercato interno e l’elasticità del mercato esterno. Il primo ingombro di privilegi e di regolamentazioni monopolistiche, non consentiva di aumentare le quote di venduti di un mercato a spese di un suo concorrente; il secondo invece aperto ad ogni possibilità di guadagno, consentiva un fondo praticamente inesauribile di ricchezza.

Su questa struttura dei rapporti economici, per alcuni apsetti pre-capitalistica e per altri favorevole allo sviluppo di un capitalismo speculativo o commerciale, venne così a formarsi l’intreccio delle raccomandazioni di politica economica dei mercantilisti.

Con Dobb la tesi Denis circa la necessità di scoprire al di sotto di una apparenza costituita dalle istanze politiche degli stati nascenti, una realtà più profonda capace di spiegare l’articolazione interna della teoria, viene spinta fino all’esame di rapporti di produzione.

Dobb ritiene che “ il sistema mercantilistico fu un sistema di sfruttamento attraverso lo scambio, regolato dallo Stato, che ebbe una parte di grande rilievo nel’adolescenza dell’industria capitalistica, e la teoria mercantilistica, che fu il prodotto culturale di questo sistema, non poté ricalcarne le esigenze di fondo”

La quantità complessiva dei beni disponibili viene assunta come un dato, la ricchezza, sia nel suo aspetto monetario che in quello reale, fu vista come un “fondo” e non come un “flusso” a disposizione della collettività, da cui ogni nazione poteva attingere una quota in ragione della sua potenza. Un’altra concezione fu quella che riteneva che la crescita economica di ciascun paese e la ricchezza derivassero dalla circolazione e non dalla produzione.

Affinché nello scambio non ci fosse per uno dei due soggetti una perdita è necessario stabilire delle regole di fondo:

  • difesa ad oltranza di ogni vantaggio commerciale
  • protezionismo interno
  • ricerca continua di accordi privilegiati
  • difesa dei monopoli commerciali
  • forme di dominazione coloniale

Assumeremo allora l’insieme di assiomi come punto di partenza capace di dare alla teoria un significato storicamente determinato.

Tre i temi condivisi tra gli autori mercantilisti:

  1. La funzione della moneta
  2. I vantaggi di una bilancia commerciale attiva
  3. La possibilità di regolamentare la vita economica

La funzione della moneta : il primo problema da esaminare è quello del carattere convenzionale della moneta quale misura dei valori, da cui deriva il rapporto tra ricchezza reale e ricchezza monetaria. Il grande scopo dell’economia politica fu quello di diminuire il più possibile l’esportazione di merci straniere per il consumo interno ed aumentare il più possibile l’esportazione. Per Smith le argomentazioni mercantiliste erano errate e dannose poiché a suo parere il commercio interno è più importante di quello estero. (La critica di Smith si concentrò sul primo dei tre elementi perché in realtà essi sono strettamente collegati.)

La moneta non fu considerata mai alla stregua delle altri merci, non per la loro caratteristica di conservare il valore, quanto piuttosto per la funzione che svolgevano nel sistema economico.

Il primo dato da cui partire è il rapporto tra quantità di moneta e circolazione delle merci. Per i mercantilisti la moneta svolge nel campo sociale la stessa funzione che il sangue svolge nel corpo umano e ritengono che l’afflusso di una sempre maggiore quantità di moneta non potrà portare effetti favorevoli per tutti a seguito dell’aumento degli scambi che ne conseguirà. Tuttavia il loro discorso non si ferma qui e la grande attenzione che essi dedicarono ai fenomeni monetari ebbe anche altre motivazioni:

  • Relazione tra quantità di moneta e livello dei prezzi interni
  • Relazione tra aumento dei prezzi interni e crescita dell’attività economica
  • Rapporto tra quantità di moneta e livello del saggio d’interesse

Essi ipotizzavano l’attivazione di un circolo virtuoso in grado di mettere in movimento tutte le energie produttive. L’abbondanza di moneta provoca un rialzo dei prezzi che stimola l’incremento della produzione, che a sua volta crea un maggiore volume di reddito, e quindi sia ha una maggiore capacità d’acquisto che determina di nuovo un rialzo dei prezzi e così via.

Si giunge alla consapevolezza che:

0 01 F+ In un’economia monetaria, l’aumento di circolazione dell’oro è la premessa indispensabile per l’espandersi della produzione e del benessere

  • In un sistema economico dominato dal valore di scambio, la moneta era di fatto lo strumento del potere e dell’espansione economica

Il contenuto analitico della teoria mercantilista: le tesi sul commercio estero

I tre principi base della teoria mercantilista sono:

  1. Il rapporto tra il livello dei prezzi all’interno e il livello dei prezzi all’estero
  2. L’utilità di un monopolio delle esportazioni
  3. I vantaggi del commercio internazionale

Il maggior afflusso di denaro e il conseguente aumento dei prezzi interni promuove lo sviluppo del commercio interno e la mobilitazione di risorse inoperose ( funzione analoga a quella della moneta negli scambi internazionali).

L’elevato livello dei prezzi interni stimola il commercio e le esportazioni, si determina quindi nei vari paesi un afflusso d’oro che a sua volta genera un incremento della circolazione interna e maggiore forza contrattuale con l’estero, ciò fa si che è possibile imporre dei prezzi più alti.

Ma i prezzi devono essere fissati ad una quota tale che vi sia equilibrio tra le importazioni e le esportazioni perché se altrimenti con prezzi eccessivamente alti si verificherebbe una contrazione delle esportazioni e un aumento delle importazioni; il mercato a questo punto porterebbe all’eliminazione del denaro in eccedenza e al ritorno dell’equilibrio. Affinché il meccanismo di riequilibrio funzioni, le relazioni commerciali fra i paesi devono avvenire in condizioni di sostanziale parità. I mercantilisti ritenevano però che nelle azioni di compravendita tale parità non esistesse, una delle due parte aveva un maggior potere contrattuale che dipendeva non solo dalle caratteristiche del bene ma anche dalla posizione che una parte aveva nei confronti dell’altra: se detiene o meno un bene capitale o di consumo. Ovviamente la posizione di vantaggio è di coloro che detengono beni capitali.