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Adolescenze estreme libro, Schemi e mappe concettuali di Psicodinamica Delle Relazioni Sociali

Riassunto di adolescenze estreme

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2025/2026

Caricato il 28/06/2026

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desiree-lombardo-1 🇮🇹

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Cap 1 - Introduzione : la tentazione della morte
Il tema centrale è delle adolescenze estreme, cioè di quelle situazioni in cui il disagio dei
ragazzi arriva a manifestarsi attraverso comportamenti molto gravi, come aggressioni,
omicidi, suicidi, tentativi di suicidio, anoressia, bulimia o altre forme di autodistruzione.
Quando ci troviamo davanti a questi casi, la prima reazione è spesso quella di dividere
nettamente i ragazzi tra “buoni” e “cattivi”, oppure di giudicarli subito come mostri. In realtà,
questo modo di vedere le cose è troppo semplice e rischia di impedire una comprensione più
profonda.
È difficile incontrare davvero questi adolescenti, perché prima di loro arrivano quasi sempre
le notizie, i racconti dei giornali, il dolore delle vittime e delle famiglie, e l’indignazione
dell’opinione pubblica. Tutto questo crea una barriera: ancora prima di ascoltare il ragazzo,
lo abbiamo già giudicato. Però, se vogliamo capire davvero che cosa porta un adolescente a
compiere un gesto estremo, dobbiamo essere disposti almeno temporaneamente a mettere
tra parentesi il giudizio.
Questo non significa giustificare ciò che ha fatto, né negare la gravità del danno provocato.
Significa, piuttosto, provare a comprendere da dove nasce quel comportamento. Chi lavora
con adolescenti che hanno commesso gesti gravi viene spesso accusato di volerli difendere,
ma in realtà il suo compito non è assolvere né condannare: il suo compito è capire. La
punizione appartiene a un altro piano; il lavoro educativo e psicologico deve invece cercare il
significato profondo dell’azione.
I giovani trasgressori, con i loro comportamenti, esprimono spesso una forte quota di
disagio. A volte fanno cose eclatanti, violente o paradossali, ma dietro questi gesti può esserci
una richiesta di aiuto. È come se non riuscissero a parlare direttamente della propria
sofferenza e allora la mettessero in scena attraverso il corpo, l’aggressione, il rischio o la
distruzione. Quando poi trovano un adulto disponibile ad ascoltare, spesso riescono anche a
raccontare qualcosa del disastro che è successo.
Il problema è che questi ragazzi raramente chiedono aiuto da soli. Di solito la richiesta di
cura arriva da altri: dai genitori, dai tribunali, dai medici, dagli educatori, da adulti
spaventati dal fatto che quei ragazzi possano perdersi o fare del male a sé o agli altri. Per
questo si parla di una domanda di cura indiretta: non è l’adolescente a dire chiaramente “ho
bisogno di aiuto”, ma sono le sue azioni a parlare per lui.
Lavorare con questi adolescenti non significa lavorare con “gente cattiva”. Questa è una
questione fondamentale. Non bisogna identificare una persona con il gesto che ha compiuto.
Un ragazzo può aver fatto qualcosa di gravissimo, ma non per questo coincide totalmente
con quella sua azione. Bisogna capire se quella cattiveria sia davvero qualcosa di stabile e
definitivo oppure se sia una forma temporanea, legata a una crisi, a una fase della vita, a una
sofferenza che non ha trovato altri modi per esprimersi.
Per questo è importante non partire subito dal desiderio di giustizia o di vendetta. Davanti a
un gesto grave è normale provare rabbia, ma se l’obiettivo è comprendere e prevenire,
bisogna riuscire a mettere da parte, almeno per un momento, il bisogno immediato di
punire. Solo così si può capire se dietro l’azione c’è una sofferenza, una fragilità, una storia
familiare difficile, un fallimento educativo o una crisi personale.
Le ragioni della cattiveria sono spesso difficili da decifrare. A volte persino i genitori non
riconoscono più i propri figli. Ragazzi apparentemente normali, tranquilli o “bravi” possono
arrivare a compiere azioni terribili. Questo ci fa capire che il disagio adolescenziale non
sempre è visibile in modo chiaro. Può restare nascosto, silenzioso, sotterraneo, fino a
esplodere in un gesto improvviso.
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Cap 1 - Introduzione : la tentazione della morte

Il tema centrale è delle adolescenze estreme, cioè di quelle situazioni in cui il disagio dei ragazzi arriva a manifestarsi attraverso comportamenti molto gravi, come aggressioni, omicidi, suicidi, tentativi di suicidio, anoressia, bulimia o altre forme di autodistruzione. Quando ci troviamo davanti a questi casi, la prima reazione è spesso quella di dividere nettamente i ragazzi tra “buoni” e “cattivi”, oppure di giudicarli subito come mostri. In realtà, questo modo di vedere le cose è troppo semplice e rischia di impedire una comprensione più profonda.

È difficile incontrare davvero questi adolescenti, perché prima di loro arrivano quasi sempre le notizie, i racconti dei giornali, il dolore delle vittime e delle famiglie, e l’indignazione dell’opinione pubblica. Tutto questo crea una barriera: ancora prima di ascoltare il ragazzo, lo abbiamo già giudicato. Però, se vogliamo capire davvero che cosa porta un adolescente a compiere un gesto estremo, dobbiamo essere disposti almeno temporaneamente a mettere tra parentesi il giudizio.

Questo non significa giustificare ciò che ha fatto, né negare la gravità del danno provocato. Significa, piuttosto, provare a comprendere da dove nasce quel comportamento. Chi lavora con adolescenti che hanno commesso gesti gravi viene spesso accusato di volerli difendere, ma in realtà il suo compito non è assolvere né condannare: il suo compito è capire. La punizione appartiene a un altro piano; il lavoro educativo e psicologico deve invece cercare il significato profondo dell’azione.

I giovani trasgressori, con i loro comportamenti, esprimono spesso una forte quota di disagio. A volte fanno cose eclatanti, violente o paradossali, ma dietro questi gesti può esserci una richiesta di aiuto. È come se non riuscissero a parlare direttamente della propria sofferenza e allora la mettessero in scena attraverso il corpo, l’aggressione, il rischio o la distruzione. Quando poi trovano un adulto disponibile ad ascoltare, spesso riescono anche a raccontare qualcosa del disastro che è successo.

Il problema è che questi ragazzi raramente chiedono aiuto da soli. Di solito la richiesta di cura arriva da altri: dai genitori, dai tribunali, dai medici, dagli educatori, da adulti spaventati dal fatto che quei ragazzi possano perdersi o fare del male a sé o agli altri. Per questo si parla di una domanda di cura indiretta: non è l’adolescente a dire chiaramente “ho bisogno di aiuto”, ma sono le sue azioni a parlare per lui.

Lavorare con questi adolescenti non significa lavorare con “gente cattiva”. Questa è una questione fondamentale. Non bisogna identificare una persona con il gesto che ha compiuto. Un ragazzo può aver fatto qualcosa di gravissimo, ma non per questo coincide totalmente con quella sua azione. Bisogna capire se quella cattiveria sia davvero qualcosa di stabile e definitivo oppure se sia una forma temporanea, legata a una crisi, a una fase della vita, a una sofferenza che non ha trovato altri modi per esprimersi.

Per questo è importante non partire subito dal desiderio di giustizia o di vendetta. Davanti a un gesto grave è normale provare rabbia, ma se l’obiettivo è comprendere e prevenire, bisogna riuscire a mettere da parte, almeno per un momento, il bisogno immediato di punire. Solo così si può capire se dietro l’azione c’è una sofferenza, una fragilità, una storia familiare difficile, un fallimento educativo o una crisi personale.

Le ragioni della cattiveria sono spesso difficili da decifrare. A volte persino i genitori non riconoscono più i propri figli. Ragazzi apparentemente normali, tranquilli o “bravi” possono arrivare a compiere azioni terribili. Questo ci fa capire che il disagio adolescenziale non sempre è visibile in modo chiaro. Può restare nascosto, silenzioso, sotterraneo, fino a esplodere in un gesto improvviso.

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In questi casi bisogna chiedersi che cosa quel gesto rappresenti per l’adolescente. A volte l’aggressività diventa un modo per affermare la propria esistenza. È come se il ragazzo dicesse: “Io esisto”, ma lo facesse attraverso la distruzione dell’altro o di sé. Il gesto estremo diventa allora una risposta sbagliata e tragica a un bisogno di identità, di riconoscimento o di uscita da una sofferenza insopportabile.

Si può distinguere tra una crisi rivolta verso se stessi e una crisi rivolta verso l’esterno. Nel suicidio o nel tentativo di suicidio, il raptus è rivolto contro di sé: il ragazzo attacca il proprio corpo, la propria vita, la propria esistenza. Nell’omicidio o nell’aggressione, invece, il raptus viene rivolto contro l’altro, contro il mondo esterno. In entrambi i casi, però, non si tratta semplicemente di follia improvvisa: spesso c’è una crisi profonda che cresce nel tempo e che a un certo punto esplode.

Il raptus può essere visto come il momento in cui qualcosa che prima era interno diventa azione reale. Finché una paura, un incubo o una fantasia restano dentro la mente, possono essere pensati, sognati o temuti. Nel raptus, invece, quell’incubo entra nella realtà. Ciò che era rimasto nascosto dentro esplode fuori e diventa comportamento concreto. È per questo che i gesti estremi vanno letti come segnali di una sofferenza che non è stata contenuta né trasformata in parola.

Un altro elemento importante è la tendenza a definire questi ragazzi “mostri”. È una definizione comoda, perché ci permette di prendere le distanze da loro. Se diciamo che sono mostri, allora pensiamo che siano completamente diversi da noi e che il loro gesto non abbia nulla a che fare con la famiglia, la società, l’educazione o il mondo adulto. Però questa spiegazione è troppo facile. Dire “è un mostro” chiude la domanda, mentre il vero lavoro dovrebbe essere proprio quello di aprirla.

La figura del mostro semplifica tutto: c’è un colpevole assoluto, separato dagli altri, da punire e isolare. Ma in questo modo non si capisce nulla della storia che ha portato a quel gesto. Non si tratta di negare la responsabilità individuale, perché chi commette un atto grave resta responsabile. Però bisogna riconoscere che questi comportamenti non nascono nel vuoto. Spesso hanno alle spalle relazioni difficili, mancanze educative, solitudini, traumi, fallimenti del mondo adulto o incapacità di riconoscere i segnali di disagio.

È quindi necessario evitare spiegazioni troppo semplici. Non basta dire che un ragazzo è cattivo, malato o pericoloso. Bisogna provare a capire cosa lo ha portato lì, quali passaggi ci sono stati, quali segnali sono stati ignorati e quali possibilità di intervento sono mancate. Solo così si può passare da una logica puramente punitiva a una logica anche preventiva ed educativa.

Un aspetto fondamentale riguarda il modo in cui l’adolescente vive il tempo e la morte. L’adolescenza è una fase particolare perché il ragazzo non è più bambino, ma non è ancora adulto. Vive in una specie di passaggio, in cui deve lasciare l’infanzia e costruire una nuova identità. Il corpo cambia, i pensieri cambiano, le relazioni cambiano, e spesso l’adolescente si sente spaesato, come se non si riconoscesse più del tutto.

In questa fase il tempo viene percepito in modo diverso rispetto all’età adulta. L’adulto tende a pensare in termini di conseguenze: prima, dopo, causa, effetto, responsabilità. L’adolescente invece spesso vive tutto nel presente, con grande intensità. Per questo può compiere gesti molto gravi senza riuscire a percepire davvero fino in fondo la loro irreversibilità. Un’azione compiuta in pochi minuti può sembrare in quel momento inevitabile, ma poi produce effetti che non si possono più cancellare.

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Chi lavora con questi adolescenti deve anche rinunciare all’idea di poterli salvare sempre. Non bisogna cadere in una forma di onnipotenza salvifica. A volte si vorrebbe riparare tutto, cambiare tutto, impedire ogni conseguenza, ma non sempre è possibile. Bisogna saper distinguere tra comprensione e giustificazione, tra cura e assoluzione. Comprendere non vuol dire cancellare le colpe, ma dare un senso a ciò che è accaduto per evitare che si ripeta.

Allo stesso tempo, anche l’adulto deve fare i conti con la propria frustrazione. Lavorare con ragazzi che hanno commesso gesti gravi può generare rabbia, impotenza, stanchezza e persino intolleranza. Per questo serve un atteggiamento realistico: bisogna ascoltare, comprendere e curare dove possibile, ma anche riconoscere i limiti dell’intervento educativo e psicologico.

In conclusione, le adolescenze estreme vanno comprese come situazioni in cui il disagio non riesce più a restare nascosto e diventa gesto. A volte questo gesto colpisce il proprio corpo, come nei suicidi, nei tentativi di suicidio, nell’anoressia o nella bulimia. Altre volte colpisce l’altro, come negli omicidi, nelle aggressioni o negli abusi di gruppo. In ogni caso, dietro l’azione estrema c’è spesso una sofferenza che non ha trovato parole, ascolto o contenimento.

Per questo è importante non fermarsi alla categoria del mostro, del cattivo o del malato. Il male commesso può essere reale e gravissimo, ma proprio per questo va compreso in profondità. Solo così si può provare a prevenire, intervenire prima che sia troppo tardi e impedire che il malessere adolescenziale si trasformi in un’azione irreversibile, da cui non c’è più ritorno.

Cap 2 - Un omicidio: Ermes

Il caso di Ermes permette di comprendere come un reato gravissimo in adolescenza non possa essere spiegato in modo semplice o ridotto a una causa unica. La prima reazione di fronte a un omicidio commesso da ragazzi è spesso quella di considerarli “mostri”, ma questa definizione è fuorviante perché ha una funzione difensiva: serve a prendere distanza, a rassicurarsi che chi compie un gesto del genere sia completamente diverso da noi. In questo modo si evita di interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibile l’evento. In realtà, si tratta di adolescenti inseriti in contesti apparentemente normali, e proprio questa normalità rende il caso più inquietante, perché mostra che il problema non è confinato a situazioni eccezionali.

L’omicidio si sviluppa all’interno di un gruppo di coetanei e il gruppo rappresenta uno degli elementi più importanti per comprenderlo. In adolescenza il gruppo è fondamentale per la costruzione dell’identità, ma può anche diventare uno spazio in cui la responsabilità individuale si attenua. Nel caso di Ermes, il gruppo funziona come un amplificatore: ogni ragazzo trova negli altri una conferma, una spinta ad andare oltre, una legittimazione implicita delle proprie azioni. Si crea una dinamica in cui è difficile opporsi, perché il rischio è quello di essere esclusi o percepiti come deboli. In questo modo, il gesto non è più solo individuale ma diventa collettivo, e proprio questa dimensione collettiva abbassa le inibizioni e rende possibile il passaggio all’atto.

Dentro questa dinamica si inserisce il tema della sessualità, che appare centrale. Il rapporto con il sesso è immaturo e fortemente condizionato dal gruppo: non viene vissuto come esperienza relazionale, ma come prova da superare, come dimostrazione di sé. La sessualità è legata all’identità e all’autostima, e quindi diventa qualcosa che deve essere confermato davanti agli altri. La ragazza viene progressivamente privata della sua soggettività e trasformata in un oggetto, in uno strumento attraverso cui i ragazzi cercano una conferma. Questo processo di oggettivazione è decisivo, perché rende possibile la violenza: quando l’altro non è più percepito come persona, ma come cosa, diventa più facile oltrepassare i limiti.

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Un elemento molto importante è la mancanza di simbolizzazione. I ragazzi non riescono a pensare ciò che stanno vivendo, non danno un significato alle emozioni, alle paure, alle fantasie. Tutto questo viene agito invece che elaborato. L’azione prende il posto del pensiero. Anche il silenzio che accompagna il fatto è significativo: non c’è un vero confronto, non c’è una parola che permetta di fermarsi e riflettere. Il gruppo agisce senza costruire un senso condiviso dell’esperienza, e proprio questa assenza di elaborazione favorisce l’escalation.

Dal punto di vista psicologico, non si tratta di follia in senso clinico. Ermes non presenta disturbi psichiatrici evidenti né una struttura psicotica. Si può parlare piuttosto di una “follia morale”, legata al gesto compiuto. Questo significa che non è la mente del soggetto a essere malata, ma il rapporto tra il soggetto, il contesto e l’azione. Il fatto che Ermes appaia un ragazzo normale rende il caso ancora più destabilizzante, perché mostra che il male può emergere anche in assenza di patologie.

Anche il contesto familiare non offre spiegazioni semplici. Non emergono situazioni di grave degrado o abbandono, ma piuttosto una fragilità più sottile: difficoltà nel sostenere il processo di crescita, nel contenere le emozioni e nel fornire strumenti per comprenderle. Questo porta a escludere interpretazioni deterministiche: non esiste una causa unica, ma una combinazione complessa di fattori.

Un aspetto particolarmente rilevante riguarda la costruzione psichica del reato. Il gesto non nasce improvvisamente, ma si sviluppa attraverso fantasie, rappresentazioni e dinamiche relazionali che, nel tempo, rendono possibile l’azione. Il gruppo contribuisce a costruire un immaginario condiviso, in cui certi comportamenti diventano pensabili e quindi realizzabili. In questo senso, il reato è il punto di arrivo di un processo, non un evento isolato.

Dopo il delitto emerge la dimensione traumatica. Ermes è attraversato da immagini intrusive, ricordi che ritornano, sensazioni che non riesce a controllare. Il trauma si manifesta come una ripetizione dell’evento, segno che non è stato elaborato. Il tempo psichico sembra bloccarsi: il passato continua a irrompere nel presente. In questo processo compare anche una forma di identificazione con la vittima, che rappresenta un primo movimento verso la consapevolezza. Tuttavia, questa presa di coscienza è lenta e contraddittoria.

Il senso di colpa non è immediato né lineare. In un primo momento può essere negato, attenuato o spostato, ma nel tempo tende a emergere. Ermes oscilla tra il riconoscimento della propria responsabilità e il tentativo di difendersi da essa. Questo conflitto interno rende il percorso di elaborazione instabile: da una parte c’è il bisogno di capire, dall’altra il tentativo di non vedere fino in fondo.

La questione della responsabilità si collega al tema della pena. Nel caso dei minori, la giustizia non può limitarsi a una funzione retributiva. La pena deve avere anche una funzione rieducativa, perché l’adolescente è ancora in formazione e quindi può cambiare. La legge riconosce questa possibilità e prevede interventi orientati al recupero. Questo non significa negare la gravità del reato, ma riconoscere che la risposta deve essere diversa rispetto a quella prevista per gli adulti.

Il carcere, in questo senso, non è solo un luogo di punizione, ma può diventare uno spazio di riflessione e di elaborazione, anche se non è automaticamente così. Per Ermes, l’esperienza del carcere si intreccia con il processo interno di presa di coscienza, ma resta comunque un contesto ambivalente, in cui convivono possibilità di cambiamento e rischi di ulteriore chiusura.

Un tema molto importante è quello della prevenzione. Intervenire dopo il reato è necessario, ma non basta. Il caso mostra quanto sarebbe fondamentale lavorare prima, sul disagio adolescenziale, sull’educazione affettiva e sulla capacità di simbolizzazione. La difficoltà a

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Il concetto di “confusione delle lingue” aiuta a comprendere questo processo. Il bambino o l’adolescente vive la relazione in termini di bisogno affettivo, mentre l’altro introduce una dimensione sessuale che non può essere compresa. Questo crea una frattura interna tra affetto e sessualità, tra amore e violenza. Di conseguenza, diventa difficile distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è.

Da questa esperienza nasce un senso di colpa molto profondo, accompagnato da vergogna. La vergogna non riguarda solo ciò che è accaduto, ma investe l’identità stessa: Nicole si sente sbagliata. Questo sentimento contribuisce a mantenere il segreto e a impedire qualsiasi richiesta di aiuto. Il silenzio diventa una struttura centrale della sua esperienza.

La relazione con il fratello assume quindi un carattere ambivalente. Da un lato è una relazione abusante, dall’altro rappresenta anche un tentativo di trovare vicinanza e affetto in un contesto familiare povero di relazioni significative. Questo rende ancora più difficile interrompere la relazione e riconoscerne la violenza. Nicole prova contemporaneamente attaccamento, dipendenza, rabbia e colpa.

La gravidanza si inserisce su questo sfondo come una conseguenza concreta di questa relazione, ma anche come un evento che rende visibile ciò che era stato nascosto. Tuttavia, invece di portare a una rivelazione, viene ulteriormente negata. Nicole continua a vivere come se nulla stesse accadendo. Questo mostra quanto sia potente il meccanismo di negazione.

Il momento del parto rappresenta una rottura improvvisa. Nicole partorisce da sola, in bagno, mentre i familiari si trovano nelle stanze accanto. Questo elemento sottolinea ancora una volta la dimensione del silenzio e della non-comunicazione. Il parto avviene senza alcuna possibilità di elaborazione emotiva o simbolica. È un evento puramente corporeo, che irrompe nella realtà senza essere stato preparato sul piano psichico.

Il gesto che porta alla morte della neonata non può essere interpretato come un atto pienamente consapevole. Si colloca in una condizione di estrema confusione, in cui la realtà è troppo intensa per essere sostenuta. Nicole si trova di fronte a qualcosa che non è in grado di pensare né di gestire. L’azione appare come il risultato di questa impossibilità di simbolizzazione.

Dopo l’evento emerge con forza la dimensione traumatica. Il trauma si manifesta attraverso la ripetizione: immagini, ricordi e sensazioni ritornano continuamente. Allo stesso tempo, la memoria è frammentata: alcuni elementi sono chiari, altri restano confusi. Questo indica che l’esperienza non è stata elaborata, ma continua a essere attiva a livello psichico.

Il senso di colpa si intensifica ulteriormente. Nicole si trova a confrontarsi con una responsabilità reale, ma questa si sovrappone a quella già presente legata all’abuso. Si crea una confusione tra colpa reale e colpa interiorizzata. La vergogna diventa ancora più profonda e investe tutta la sua identità.

L’analisi si sposta poi sul sistema familiare. Non si tratta di individuare un colpevole unico, ma di comprendere il funzionamento complessivo della famiglia. Emergono dinamiche di silenzio, difficoltà di comunicazione, rigidità dei ruoli e incapacità di riconoscere i bisogni emotivi. La famiglia appare come un sistema in cui alcune realtà non possono essere pensate né dette.

Questo porta a un approccio sistemico, in cui il comportamento di Nicole viene visto come parte di una rete di relazioni. Il reato non è un evento isolato, ma il risultato di una serie di condizioni che si sono costruite nel tempo. Questo non elimina la responsabilità individuale, ma la colloca all’interno di una cornice più ampia.

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Il percorso successivo di Nicole è lungo e complesso. Non si tratta di una trasformazione immediata, ma di un processo graduale, fatto di avanzamenti e regressioni. Un ruolo fondamentale è svolto dalle relazioni con figure esterne, che permettono di costruire uno spazio in cui l’esperienza può essere pensata.

Il tema della “terapia della colpa” è centrale. Non si tratta di eliminare la colpa, ma di renderla pensabile. La colpa può avere una funzione evolutiva se viene elaborata, ma può diventare distruttiva se resta bloccata. Il lavoro terapeutico consiste proprio nel trasformare la colpa in qualcosa che può essere integrato.

Anche la punizione assume un significato particolare. Non è solo una risposta al reato, ma può avere una funzione contenitiva. Tuttavia, da sola non basta: deve essere accompagnata da un lavoro di comprensione.

Nel tempo emerge la possibilità di costruire una nuova identità. Nicole non è riducibile al gesto compiuto, anche se questo resta una parte fondamentale della sua storia. Attraverso relazioni significative e un lavoro psicologico, può costruire una vita più stabile.

Nonostante questo, il passato resta una presenza costante. L’esperienza dell’abuso e dell’infanticidio continua a influenzare la percezione di sé e del mondo. Tuttavia, emerge anche la possibilità di un cambiamento, che richiede un lavoro continuo.

In conclusione, il caso di Nicole mostra come l’infanticidio adolescenziale sia il risultato di una costruzione complessa, in cui si intrecciano dinamiche individuali, familiari e sociali. Non può essere spiegato attraverso categorie semplici, ma richiede una comprensione profonda. Comprendere non significa giustificare, ma riconoscere la complessità per poter intervenire in modo efficace, sia sul piano della cura sia su quello della prevenzione.

Cap 4 - Paolo e Sereno: Suicidio e Suicidi

Il suicidio in adolescenza non si presenta come un gesto improvviso o incomprensibile, ma come l’esito di un processo lungo e complesso in cui si intrecciano fragilità personali, dinamiche familiari e difficoltà nella costruzione dell’identità. In questa fase della vita, infatti, il soggetto è impegnato a ridefinire sé stesso, a separarsi dalle figure genitoriali e a costruire nuove forme di appartenenza. Quando questo processo si blocca o diventa troppo doloroso, il suicidio può emergere come una possibile via di uscita da una situazione percepita come senza alternative.

Nel caso di Paolo emerge una profonda difficoltà a costruire un’immagine stabile di sé. Si tratta di un ragazzo intelligente e dotato, ma attraversato da un senso costante di inadeguatezza. Il suo rapporto con il corpo è particolarmente problematico: il corpo diventa allo stesso tempo oggetto di investimento e di rifiuto. Da un lato cerca di migliorarlo, di renderlo più forte e accettabile, dall’altro lo vive come insufficiente, fragile, incapace di sostenere le aspettative che sente su di sé. Questo rapporto ambivalente riflette una difficoltà più generale a sentirsi adeguato nel mondo.

Il legame con la madre occupa uno spazio centrale nella sua esperienza. La madre appare come una figura forte, presente, ma anche ingombrante, rispetto alla quale diventa difficile costruire una reale autonomia. Il processo di separazione, che dovrebbe caratterizzare l’adolescenza, resta incompiuto. Paolo rimane legato a una posizione di dipendenza che lo rende insicuro e lo espone continuamente al rischio di sentirsi inadeguato. In questo senso, il riferimento alla dimensione edipica è evidente: il legame con la madre non è stato sufficientemente elaborato, e questo condiziona la possibilità di costruire relazioni più mature.

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distruttiva, che potrebbe essere diretta verso l’esterno, viene invece interiorizzata. Questo processo può essere legato a una difficoltà nel riconoscere e nel gestire le proprie emozioni.

Un altro elemento importante riguarda il narcisismo. Il suicidio può essere collegato a una ferita narcisistica, cioè a una lesione dell’immagine di sé. Quando il soggetto non riesce più a sostenere questa immagine, può arrivare a distruggere sé stesso. In questo senso, il suicidio non è solo distruzione, ma anche un tentativo estremo di mantenere un controllo sulla propria identità.

Il contesto sociale gioca un ruolo significativo. L’adolescente si trova a confrontarsi con aspettative elevate e con un sistema che valorizza il successo, la competizione e la performance. Quando non riesce a rispondere a queste richieste, può sviluppare un senso di fallimento. Questo sentimento può diventare particolarmente intenso in una fase in cui l’identità è ancora in costruzione.

Il corpo, ancora una volta, rappresenta un elemento centrale. È il luogo in cui si manifestano le trasformazioni dell’adolescenza, ma anche il luogo su cui si proiettano le tensioni interne. Quando il soggetto non riesce a integrare queste trasformazioni, il corpo può diventare un bersaglio. Il suicidio può essere visto come un attacco al corpo, ma anche come un tentativo di controllarlo.

La differenza tra suicidio maschile e femminile emerge come un altro elemento di riflessione. Nei ragazzi il gesto tende a essere più diretto e violento, mentre nelle ragazze può assumere forme più indirette e legate alla dimensione relazionale. Tuttavia, queste differenze non sono assolute e devono essere lette all’interno del contesto specifico.

L’aspetto forse più importante riguarda la necessità di ascoltare. Il suicidio non arriva mai completamente senza segnali, ma questi segnali richiedono una capacità di attenzione e di comprensione. L’adolescente spesso comunica il proprio disagio in modo indiretto, attraverso comportamenti o cambiamenti che possono essere difficili da interpretare.

Alla base di tutto c’è una difficoltà a dare senso all’esperienza. Quando il soggetto non riesce a costruire un significato per ciò che sta vivendo, il rischio è che l’azione prenda il posto del pensiero. Il suicidio rappresenta proprio questo passaggio: dall’impossibilità di pensare alla necessità di agire.

In questo senso, comprendere il suicidio adolescenziale significa riconoscere la complessità del fenomeno. Non si tratta di individuare una causa unica, ma di considerare l’intreccio di fattori che contribuiscono a renderlo possibile. Solo a partire da questa comprensione è possibile pensare a interventi efficaci, sia sul piano della prevenzione sia su quello della cura.

Cap 5 - Chiara: anoressia e bulimia

La sofferenza legata all’anoressia e alla bulimia non può essere ridotta a un semplice problema alimentare o a una questione di volontà. Si tratta di un modo complesso attraverso cui l’adolescente esprime un disagio più profondo, che riguarda il rapporto con il proprio corpo, con gli altri e con la propria identità. Il cibo diventa solo la superficie visibile di un conflitto interno molto più articolato.

La storia di Chiara si colloca all’interno di questo quadro. Dopo un lungo percorso sanitario, fatto di ricoveri e tentativi di recupero del peso, la situazione sembra stabilizzarsi solo apparentemente. In realtà, la libertà ritrovata si rivela fragile e pericolosa: Chiara esce dal controllo medico, ma non ha ancora strumenti interiori sufficienti per sostenere quella libertà. Questo porta a una ricaduta improvvisa e drammatica, che culmina nella morte. Il

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corpo, che era stato al centro della cura, diventa ancora una volta il luogo in cui si manifesta il fallimento del contenimento.

L’anoressia e la bulimia non seguono un percorso lineare. Spesso si alternano: momenti di restrizione estrema si intrecciano con episodi di perdita di controllo, come il vomito autoindotto o le abbuffate. Questo andamento oscillante riflette una tensione interna tra bisogno di controllo e perdita di controllo. Il soggetto tenta di dominare il proprio corpo, ma allo stesso tempo ne subisce la forza.

Il controllo del cibo diventa così un modo per gestire qualcosa che non riesce a essere elaborato a livello emotivo. Invece di affrontare direttamente il conflitto, l’adolescente lo sposta sul corpo. Il corpo diventa il campo di battaglia: ogni caloria, ogni grammo, ogni gesto legato al cibo assume un significato che va oltre la dimensione biologica.

Questo spostamento ha anche una funzione difensiva. Concentrarsi sul corpo permette di evitare il confronto con emozioni più difficili, come la rabbia, la paura, il senso di inadeguatezza. Il corpo diventa un linguaggio: attraverso di esso si esprime qualcosa che non può essere detto.

La dimensione relazionale è fondamentale. L’anoressia e la bulimia non sono fenomeni isolati, ma si sviluppano all’interno di un sistema di relazioni, in particolare familiari. Spesso emerge una difficoltà nei processi di separazione. L’adolescente fatica a costruire un’identità autonoma e resta intrappolato in legami che non permettono una reale individuazione.

In molte situazioni, la famiglia appare caratterizzata da un forte coinvolgimento emotivo, ma anche da una difficoltà a riconoscere i confini. Le relazioni possono essere intense, ma poco differenziate. In questo contesto, il controllo del corpo può diventare un modo per affermare una forma di autonomia. Rifiutare il cibo significa, simbolicamente, rifiutare qualcosa che viene dall’esterno, affermare un limite.

Allo stesso tempo, questo gesto non è mai completamente libero. È attraversato da ambivalenze: da un lato c’è il desiderio di separarsi, dall’altro la paura di perdere il legame. L’anoressia può essere letta proprio come un tentativo di stare in questa tensione, senza riuscire a risolverla.

Un elemento centrale è il rapporto con il corpo femminile. L’adolescenza comporta una trasformazione del corpo, che diventa sessuato. Per alcune ragazze questa trasformazione può essere vissuta come minacciosa. Il corpo che cambia introduce nuove dimensioni, come il desiderio, la sessualità, l’esposizione allo sguardo dell’altro.

In questo senso, il rifiuto del cibo può essere interpretato anche come un rifiuto della femminilità. Dimagrire significa in qualche modo annullare le forme, ridurre la visibilità del corpo, sottrarsi a una dimensione che viene vissuta come troppo intensa o difficile da gestire. Il corpo magro diventa allora un ideale, ma anche una difesa.

La cultura contemporanea gioca un ruolo importante in questo processo. L’ideale di magrezza è fortemente valorizzato, e questo può contribuire a legittimare comportamenti che, in realtà, nascondono un disagio. Tuttavia, ridurre tutto a un problema culturale sarebbe semplicistico. L’anoressia e la bulimia utilizzano questi modelli, ma non ne sono determinate in modo diretto.

Piuttosto, si inseriscono in una vulnerabilità già presente. La pressione culturale trova terreno fertile in soggetti che hanno già difficoltà a costruire un’immagine stabile di sé. In questo senso, il sintomo diventa una risposta personale a una situazione complessa.

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L’anoressia e la bulimia possono essere viste come modalità attraverso cui l’adolescente cerca di costruire un’identità. Il corpo diventa il luogo in cui questa identità viene definita. Tuttavia, si tratta di una costruzione fragile, che richiede un continuo mantenimento.

Il sintomo, in questo senso, ha una funzione. Non è solo un problema da eliminare, ma anche una soluzione, per quanto disfunzionale, a un conflitto. Per questo motivo, eliminarlo senza comprenderne il significato può essere inefficace.

Alla base di tutto emerge una difficoltà a crescere, nel senso più profondo del termine. Crescere significa separarsi, differenziarsi, accettare la propria individualità. Questo processo comporta inevitabilmente una perdita, e non tutti riescono a tollerarla.

L’anoressia può essere letta come un tentativo di evitare questa perdita, di restare in una dimensione controllata, prevedibile. Tuttavia, questo tentativo ha un costo molto alto, che può arrivare fino alla distruzione del corpo.

In conclusione, la sofferenza legata ai disturbi alimentari non può essere ridotta a una questione di cibo. Si tratta di una forma complessa di disagio, che coinvolge l’identità, il corpo, le relazioni e il significato stesso dell’esperienza. Comprendere questa complessità è fondamentale per poter affrontare il problema in modo adeguato.

Cap 6 - Un intruso: L’abuso sessuale di gruppo in adolescenza

L’abuso sessuale di gruppo in adolescenza non può essere capito soltanto come un reato sessuale, né come una semplice esplosione di violenza o di desiderio. È un fenomeno molto più complesso, perché mette insieme sessualità, gruppo, immaturità affettiva, paura della relazione, difficoltà a riconoscere l’altro come persona e bisogno di conferma da parte dei pari. La vittima non viene colpita solo fisicamente: prima ancora viene cancellata simbolicamente, trasformata in qualcosa che non ha più una soggettività, un desiderio, una volontà. Perché il gruppo possa abusare di lei, deve prima smettere di vederla come una persona simile a sé. Viene ridotta a immagine, corpo, occasione, oggetto di desiderio o di gioco. Questo passaggio è fondamentale, perché l’abuso non nasce solo nel momento dell’atto, ma prima, nel modo in cui la vittima viene pensata, nominata, desiderata o non riconosciuta.

La cancellazione dell’altro è uno dei nuclei centrali. La vittima viene privata della sua umanità e diventa qualcosa su cui il gruppo può agire senza sentirsi pienamente responsabile. Non è più una ragazza con pensieri, paura, confini e volontà, ma una figura usata per confermare l’identità maschile del gruppo. Questa riduzione permette agli abusanti di non sentire fino in fondo il peso del loro gesto. È come se, nella mente del gruppo, la vittima non esistesse davvero; o meglio, esistesse solo nella funzione che serve agli adolescenti: eccitare, confermare, rassicurare, rendere possibile una prova di virilità.

Il silenzio ha un ruolo decisivo. Nei casi di abuso di gruppo, spesso non si parla davvero di ciò che sta accadendo. Non c’è un linguaggio emotivo, non c’è una riflessione, non c’è una parola che riconosca la gravità della situazione. Il silenzio protegge gli autori del reato, ma soprattutto protegge il gruppo dal pensare. Parlare significherebbe dare realtà all’evento, riconoscere la vittima, interrogarsi sulla responsabilità. Invece il gruppo tende a mantenere tutto in una zona opaca, dove le cose accadono ma non vengono nominate. Questo silenzio è anche ciò che rende possibile l’irresponsabilità: se non si nomina l’abuso, se non si riconosce la violenza, allora diventa più facile raccontarsi che non sia successo nulla di veramente grave.

L’abuso di gruppo si differenzia dall’abuso intrafamiliare anche per il modo in cui viene scelta la vittima. Nell’abuso familiare la vittima appartiene spesso alla stessa rete domestica e

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affettiva dell’abusante, ed è coinvolta in una relazione patologica che può durare nel tempo. Nell’abuso di gruppo, invece, la vittima è quasi sempre femminile e viene scelta perché appare accessibile, vulnerabile, “facile”, oppure perché in qualche modo è già collocata dal gruppo in una posizione svalutata. Non è casuale che molte vittime siano preadolescenti o adolescenti molto giovani, spesso più piccole degli abusanti, in una fase in cui il corpo sta cambiando e la femminilità appare ancora fragile, incerta, non pienamente riconosciuta nemmeno da loro stesse.

La vittima designata è spesso una ragazza che si trova in una posizione particolare rispetto al gruppo. Può essere considerata strana, ingenua, disponibile, fragile, sola, oppure già etichettata come diversa. Questa diversità la rende più esposta. Il gruppo individua in lei un punto debole e lo trasforma in una disponibilità immaginaria. Se una ragazza è sola, viene pensata come disponibile; se cerca affetto, viene pensata come consenziente; se non si difende, viene pensata come complice; se ha già avuto esperienze sessuali, viene pensata come “facile”. In questo modo il gruppo costruisce una giustificazione preventiva: la vittima sarebbe, secondo loro, già collocata in una posizione tale da rendere meno grave ciò che accade. Ma questa è una distorsione profondissima, perché confonde la fragilità con il consenso e la vulnerabilità con il desiderio.

Il consenso è infatti uno dei problemi più delicati. Nei casi che riguardano ragazze molto giovani, la questione giuridica del consenso si intreccia con quella psicologica. Anche quando una ragazza dice di non essere stata costretta, bisogna chiedersi se fosse davvero in grado di scegliere liberamente. Per una preadolescente o una ragazza molto giovane, trovarsi davanti a un gruppo di maschi più grandi, più sicuri, più coesi, può rendere impossibile opporsi. Il consenso non è solo una parola pronunciata o non pronunciata: dipende dal contesto, dall’asimmetria di potere, dalla capacità di capire ciò che sta accadendo, dalla possibilità reale di dire no. In molti di questi casi il problema è proprio che il gruppo interpreta il silenzio, l’imbarazzo, la paura o la passività come consenso, quando invece sono segnali di confusione e sottomissione.

L’adolescenza è il periodo in cui la sessualità diventa una questione centrale, ma proprio per questo può diventare anche un terreno di rischio. Il corpo cambia, il desiderio emerge, il rapporto con l’altro sesso diventa più importante, ma non sempre l’adolescente possiede strumenti emotivi e simbolici per affrontare tutto questo. La maturazione sessuale non è mai un fatto solo biologico: è un processo sociale, relazionale e psichico. Si diventa sessualmente adulti non solo perché il corpo è pronto, ma perché si impara a riconoscere il desiderio proprio e quello dell’altro, a tollerare il limite, a distinguere fantasia e realtà, seduzione e violenza, gioco e sopraffazione. Quando questa maturazione non avviene, il sesso può diventare un modo per dominare, per dimostrare qualcosa, per inserirsi nel gruppo, per compensare insicurezze profonde.

Il gruppo dei pari ha una funzione enorme in adolescenza. Può aiutare a crescere, a separarsi dalla famiglia, a costruire una nuova identità; ma può anche diventare un luogo in cui il soggetto smette di pensare con la propria testa. Nel gruppo la responsabilità si diluisce, il giudizio individuale si indebolisce, l’azione viene sostenuta dalla presenza degli altri. Quello che da soli sembrerebbe impossibile, in gruppo diventa pensabile, poi dicibile, poi agibile. L’abuso di gruppo nasce spesso dentro questa trasformazione: nessuno, da solo, avrebbe forse compiuto quell’atto, ma insieme tutti diventano capaci di farlo, perché ciascuno trova negli altri una conferma e una giustificazione.

Il gruppo funziona anche come scena di appartenenza. Per molti adolescenti maschi, partecipare al gruppo significa dimostrare di non essere deboli, infantili, femminili o esclusi. L’abuso può diventare una prova, un falso rito di passaggio, un modo distorto per entrare nel mondo dei grandi. Il problema è che questo rito non produce vera maturazione, ma una caricatura della maturità. Invece di aiutare a integrare la sessualità nella relazione con l’altro,

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ingenuità viene usata contro di loro. L’accoglienza del gruppo si rivela un inganno: ciò che sembrava inclusione diventa sottomissione.

Il contesto sociale e territoriale ha un peso notevole. Alcuni episodi avvengono in piccoli paesi, in ambienti chiusi, dove tutti si conoscono e dove le relazioni sono molto dense. In questi luoghi la sessualità può restare confinata dentro tradizioni implicite, silenzi, abitudini mai davvero discusse. Il gruppo dei coetanei diventa ancora più importante perché mancano alternative, stimoli, spazi di confronto. L’isolamento culturale può favorire la ripetizione di modelli poveri e arretrati, soprattutto rispetto al rapporto tra maschile e femminile. In alcuni casi si parla addirittura di “tradizione”: come se certi comportamenti fossero sempre esistiti, come se il gruppo avesse sempre funzionato così, come se la violenza potesse essere normalizzata perché fa parte della storia locale.

Il caso della scuola di Porporino mostra bene questa dimensione. La scuola dovrebbe essere un luogo educativo, ma diventa uno spazio in cui si consumano episodi di violenza, sopraffazione e sessualità distorta. L’istituzione appare fragile, incapace di controllare davvero ciò che avviene nei suoi spazi. Gli adulti non vedono, o vedono troppo tardi; gli adolescenti si organizzano in modo sotterraneo; le ragazze vengono coinvolte in pratiche sessuali che alcuni interpretano come consensuali, ma che in realtà segnalano un disagio profondo. Il problema non è solo stabilire se ci sia stata costrizione fisica, ma capire come una ragazzina possa trovarsi in una posizione in cui il sesso viene agito senza che lei abbia davvero la possibilità di scegliere.

La risposta giudiziaria, in casi simili, incontra molti limiti. La legge deve definire responsabilità, età, consenso, imputabilità. Ma la realtà psicologica è più complessa. Sotto una certa età il consenso non può essere considerato pienamente valido; tuttavia, anche sopra quella soglia, non è detto che una ragazza sia davvero libera di decidere. Inoltre, quando gli autori sono molto giovani, si apre il problema educativo: come si interviene con ragazzi che hanno commesso un reato grave ma che sono ancora in formazione? La punizione è necessaria, ma non basta. Serve anche capire cosa quel gesto rivela della loro crescita, della loro sessualità, del loro rapporto con il gruppo.

C’è anche il rischio opposto: trasformare ogni intervento in una giustificazione. Comprendere non significa assolvere. Dire che questi ragazzi sono fragili, immaturi o incapaci di simbolizzare non significa negare la responsabilità del reato. Significa però evitare risposte semplicistiche, perché l’etichetta di “mostro” impedisce di capire. Se l’abusante viene pensato solo come delinquente, si perde la possibilità di lavorare sui meccanismi che hanno prodotto l’abuso. Se invece viene pensato solo come vittima della società, si cancella la sofferenza della ragazza. Il punto difficile è tenere insieme responsabilità e complessità.

Il carcere minorile mostra bene questa contraddizione. Per alcuni ragazzi il carcere può diventare un luogo in cui vantarsi, trasformare il reato in segno di forza, costruire una reputazione. Per l’abusante sessuale, però, il carcere può essere anche un luogo difficile, perché lo espone al giudizio degli altri detenuti. L’aggressore sessuale rischia di essere percepito come debole, spregevole, non appartenente alla stessa gerarchia di forza degli altri ragazzi. Questo può generare ulteriore difesa, ulteriore negazione, ulteriore chiusura. La riabilitazione richiede quindi interventi molto delicati, perché bisogna lavorare con adolescenti che spesso non riescono nemmeno a pensare il significato del proprio gesto.

Molti abusanti presentano una debolezza profonda, anche quando si mostrano arroganti o spavaldi. L’aggressività serve spesso a coprire insicurezza e senso di impotenza. Il ragazzo che abusa può essere incapace di vivere una relazione sessuale autentica, perché teme il rifiuto, la dipendenza, l’intimità. Il gesto violento gli permette di evitare tutto questo: non deve sedurre davvero, non deve chiedere, non deve rischiare di essere respinto. Prende. Ma

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proprio questa presa mostra che non è capace di entrare in relazione. La violenza, quindi, non è segno di potenza reale, ma di incapacità.

Nel caso del gruppo di Montagù, il garage diventa un luogo simbolico. È uno spazio separato dal mondo adulto, una specie di rifugio dove i ragazzi cercano esperienze nuove, trasgressive, diverse dalla vita ordinaria del paese. Lì si concentrano fantasie di evasione, desiderio di uscire dalla provincia, bisogno di diventare grandi. La trielina, usata per stordirsi, non è solo una sostanza: diventa il simbolo di una fuga. I ragazzi cercano una dimensione diversa, un’esperienza che li faccia sentire fuori dalla normalità. Ma questa fuga si trasforma in confusione, eccitazione, perdita di controllo.

L’abuso, in questo caso, non nasce da un piano premeditato. È piuttosto l’esito di un clima, di una disinibizione, di una fantasia collettiva che prende forma. Il gruppo non parte con l’intenzione chiara di commettere un reato, ma costruisce progressivamente le condizioni perché accada. Questo è importante perché mostra come la violenza possa nascere anche senza un progetto iniziale. Il gruppo trasforma una situazione confusa in una scena abusante, e poi cerca di difendersi attribuendo la responsabilità alla sostanza, all’ambiente, alla vittima, al caso.

La trielina e il Greco assumono nel gruppo una funzione quasi mitologica. Il Greco, proprietario o figura legata al garage, diventa il simbolo di un mondo adulto deviante, una specie di cattivo maestro, un untore che contamina i ragazzi. Il gruppo lo usa come capro espiatorio: se il male viene da lui, allora i ragazzi possono pensarsi meno responsabili. Questa difesa è molto comune: attribuire a un esterno la colpa permette di non vedere la propria partecipazione. Ma la realtà è più complessa. Il Greco può avere favorito, contaminato, sedotto, ma il gruppo ha comunque agito, partecipato, scelto di non fermarsi.

Anche il cellulare di Erminia assume un valore simbolico. La ragazza lo lascia nel garage come garanzia del proprio ritorno. Questo gesto mostra la sua ambivalenza: forse vuole partecipare, forse vuole appartenere, forse non vuole essere esclusa. Ma proprio questa ambivalenza viene usata contro di lei. Il gruppo interpreta la sua presenza come disponibilità. La ragazza si trova così intrappolata tra desiderio di essere inclusa e incapacità di difendersi. Il cellulare, oggetto di comunicazione, diventa paradossalmente simbolo dell’impossibilità di comunicare davvero.

Durante il lavoro con il gruppo emerge progressivamente la consapevolezza. All’inizio i ragazzi negano, minimizzano, spostano la colpa. Raccontano l’evento come se fosse confuso, come se nessuno avesse deciso davvero, come se le cose fossero semplicemente accadute. Poi, attraverso il confronto, iniziano a riconoscere che c’erano loro, che la ragazza era lì, che la sessualità era stata vissuta in modo violento e disumanizzante. Questo passaggio è fondamentale perché permette di trasformare l’evento da fatalità confusa a gesto di cui qualcuno è responsabile.

Nel caso di Alberto, il cedimento alla richiesta sessuale è legato al bisogno di essere amato. Non agisce tanto per desiderio, ma per paura di perdere l’affetto, per bisogno di essere incluso, per non restare solo. Questo mostra un’altra faccia del problema: non tutti gli abusanti hanno la stessa posizione. Alcuni sono più attivi, altri più trascinati, altri ancora partecipano per paura. Ma partecipare per paura non elimina la responsabilità. Serve però a capire che il gruppo è fatto di ruoli diversi: leader, gregari, osservatori, complici passivi, ragazzi che non fermano ciò che accade.

Il caso di Valle Zitta evidenzia ancora di più l’incapacità di elaborare. I ragazzi faticano a riconoscere il male compiuto, non riescono a costruire una narrazione autentica del reato. Usano frasi fatte, giustificazioni, minimizzazioni. La vittima viene svalutata con parole volgari, come se fosse necessario abbassarla per rendere meno grave ciò che le è stato fatto. Chiamarla con nomi offensivi serve a non guardarla come persona. Anche qui il linguaggio è

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Il lavoro terapeutico di gruppo può funzionare quando riesce a spezzare il patto difensivo. Il gruppo abusante tende a proteggersi con una versione comune dei fatti: non è successo niente, lei ci stava, eravamo sotto effetto di sostanze, è colpa del Greco, è colpa dei giornali, è colpa dei genitori, è colpa della società. La terapia deve introdurre una crepa in questa narrazione. Deve permettere ai ragazzi di vedere che non sono tutti uguali, che ciascuno ha avuto una posizione, che la vittima esisteva, che l’evento ha avuto conseguenze. Solo allora può iniziare una vera elaborazione.

Tuttavia, l’intervento non è onnipotente. Non sempre produce cambiamenti profondi. A volte riesce solo ad attenuare le difese, a creare un primo dubbio, a far emergere per un attimo la possibilità di pensare. Ma anche questo può essere importante. In adolescenza, aprire uno spazio di riflessione può avere effetti successivi, magari non immediati. L’obiettivo non è cancellare il reato, ma impedire che resti un evento muto, non pensato, destinato a ripetersi.

Il trattamento deve evitare sia la repressione cieca sia la giustificazione buonista. Se ci si limita a punire, si rischia di rafforzare l’identità deviante del ragazzo. Se ci si limita a capire senza porre limiti, si rischia di negare la gravità della violenza. Serve una posizione educativa e clinica insieme: riconoscere la responsabilità, nominare il reato, proteggere la vittima, ma anche lavorare sulla povertà simbolica degli abusanti, sulla loro paura del sesso, sulla loro dipendenza dal gruppo, sulla loro incapacità di vedere l’altro.

Il tema dell’educazione sessuale emerge con forza. Non basta spiegare il funzionamento biologico del corpo o dare informazioni tecniche. Serve un’educazione affettiva e relazionale, capace di parlare di desiderio, limite, consenso, vergogna, paura, rispetto. Molti adolescenti sanno molte cose sul sesso come prestazione, ma pochissimo sul sesso come incontro. Possono avere accesso a immagini, racconti, pornografia, ma non possiedono parole per dire l’imbarazzo, la tenerezza, il rifiuto, il bisogno di essere amati. Questa povertà simbolica rende il sesso un terreno pericoloso.

La responsabilità degli adulti è quindi centrale. Il mondo adulto spesso si accorge del problema solo dopo il reato, quando ormai la vittima è stata ferita e gli abusanti sono entrati nel circuito penale. Ma la prevenzione dovrebbe avvenire prima, nei luoghi della crescita: famiglia, scuola, gruppo dei pari, comunità. Bisogna aiutare gli adolescenti a distinguere desiderio e sopraffazione, gioco e violenza, appartenenza e complicità. Bisogna offrire parole prima che l’azione prenda il posto del pensiero.

Alla fine, l’abuso sessuale di gruppo appare come il risultato di un fallimento collettivo di simbolizzazione. I ragazzi non riescono a pensare il sesso, il corpo, il desiderio, la differenza, il limite. Il gruppo offre una scorciatoia: invece di affrontare la complessità, la elimina. La vittima viene cancellata, il desiderio trasformato in possesso, la paura coperta dalla violenza, la fragilità mascherata da potenza. Ma proprio questa scorciatoia produce il reato.

Comprendere questi episodi non significa attenuarne la gravità. Al contrario, significa prenderli più sul serio. L’abuso non è una bravata, non è un gioco finito male, non è solo una manifestazione di istinti sessuali incontrollati. È un atto che distrugge la soggettività della vittima e rivela, negli autori, una profonda immaturità affettiva e simbolica. Per questo non basta chiedersi “chi ha fatto cosa”; bisogna chiedersi come sia stato possibile che un gruppo di adolescenti arrivasse a non vedere più una ragazza come persona.

Il punto più importante è proprio questo: la vittima deve tornare a essere vista. Nel momento dell’abuso era stata trasformata in oggetto; nel lavoro successivo deve riacquistare un nome, una storia, una presenza. Solo quando gli abusanti riescono a riconoscere che davanti a loro non c’era una cosa, ma una persona, può iniziare un’elaborazione reale. Senza questo passaggio, il reato resta esterno, attribuito a fattori casuali, sostanze, gruppo, tradizione, provocazione. Con questo passaggio, invece, diventa possibile incontrare la responsabilità.

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L’abuso sessuale di gruppo in adolescenza mostra quindi quanto fragile possa essere il confine tra crescita e violenza, tra gruppo e branco, tra desiderio e dominio. L’adolescente ha bisogno del gruppo per diventare adulto, ma può anche perdersi nel gruppo se questo diventa l’unico luogo di riconoscimento. Ha bisogno di scoprire la sessualità, ma può trasformarla in aggressione se non ha strumenti per viverla come relazione. Ha bisogno di separarsi dagli adulti, ma rischia di restare senza guida se gli adulti non sanno più nominare limiti e responsabilità.

La risposta più adeguata non è né il panico morale né la minimizzazione. Serve una comprensione severa, capace di tenere insieme il dolore della vittima, la responsabilità degli autori e il compito educativo della società. Solo così la violenza può essere pensata, nominata e forse prevenuta. L’obiettivo non è trovare una spiegazione semplice, perché una spiegazione semplice sarebbe falsa; l’obiettivo è riconoscere la rete complessa di fattori che rendono possibile l’abuso e intervenire lì, prima che il gruppo trasformi ancora una volta la paura di crescere in distruzione dell’altro.

Cap 7 - Adolescenti cattivi

La cattiveria adolescenziale non può essere considerata come una caratteristica naturale, stabile e definitiva della personalità. Quando un adolescente commette un reato grave, la prima reazione degli adulti è spesso quella di definirlo “cattivo”, come se quella parola bastasse a spiegare tutto. In realtà questa definizione è molto povera, perché tende a trasformare un comportamento, anche gravissimo, in un’identità. Dire che un ragazzo “è cattivo” significa chiudere la domanda proprio nel punto in cui bisognerebbe aprirla: che cosa è successo perché arrivasse a compiere quel gesto? In che modo ha potuto non fermarsi? Che rapporto ha con la colpa, con il limite, con il dolore dell’altro? E soprattutto: quanto di quel gesto appartiene davvero a una scelta consapevole e quanto invece a una fragilità interna, a una storia familiare, a una povertà educativa o a un’incapacità di pensare le conseguenze?

La vicenda di Federica introduce subito questa complessità. Federica è una ragazza sedicenne che viene chiamata “l’avvelenatrice dell’aeroporto di Colonia” perché, per presentarsi alla stazione di polizia, porta con sé un involucro contenente vecchi di cocaina purissima. La sua storia è segnata da problemi familiari, da un padre carcerato, da difficoltà economiche e da una vicenda personale già compromessa. Per l’opinione pubblica è facile trasformarla immediatamente in una “cattiva ragazza”, una ragazza pericolosa, una che avrebbe scelto il male. Ma questa definizione non basta. Il punto non è negare la gravità del gesto, ma capire che cosa significhi, per una minorenne, essere già collocata dentro un destino così duro da sembrare quasi inevitabile. La domanda non può essere semplicemente “è cattiva?”, ma deve diventare: che cosa significa per lei sentirsi cattiva? Che funzione ha questa identità? È una scelta, una difesa, un’etichetta subita, un modo per raccontarsi o per sopravvivere?

Il termine “cattiveria” sembra semplice, ma in realtà è estremamente complesso. Nel linguaggio comune indica la disposizione a fare il male, a danneggiare gli altri, a provare piacere o indifferenza davanti alla sofferenza altrui. Però, quando si lavora con adolescenti autori di reato, questa definizione diventa subito insufficiente. L’adolescente raramente possiede una cattiveria strutturata, lucida, pienamente consapevole. Molto più spesso si trova dentro un intreccio confuso di impulsi, difese, rabbia, vergogna, bisogno di riconoscimento e incapacità di prevedere davvero le conseguenze. La decisione di fare il male appare spesso sfumata: non è sempre chiaro quando il ragazzo abbia scelto, quanto abbia scelto, e quanto invece sia stato trascinato da una dinamica interna o relazionale che non sapeva governare.

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