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Riassunto del testo "Rileggere adolescenze e devianze, fare sicurezza e trattamento negli Istituti penali e nei Servizi minorili"
Tipologia: Sintesi del corso
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Sono cambiate le modalità di comunicazione dei disagi individuali e sociali, aumentano i minori con disagi psichici e tratti psicopatologici. Il volume nasce da riflessioni di operatori nel settore minorile con la consapevolezza che relazionarsi e dialogare con questi adolescenti è un compito delicato e complesso. In questo lavoro hanno partecipato 750 agenti di Polizia Penitenziaria, facendo emergere riflessioni sul senso e sul significato di educazione e sicurezza. Quando siamo in presenza di un disagio può accadere che l’adolescente trovi delle vie attraverso cui esprimerlo (uso di sostanze, affiliazione a bande…). Diventa importante in questo caso, fare esperienza del gruppo educativo per prevenire delle recidive circa i comportamenti devianti. Servizi per la Giustizia Minorile: - normative di riferimento centrali sul processo penale minorile che istituisce risposte e interventi per creare le condizioni di tutela dei diritti dei minori in carcere – processi di cooperazione con altre figure. RIFLESSIONI SULLA SICUREZZA E SULL’EDUCAZIONE Nel funzionamento degli Istituti Penali Minorili si sperimenta quanto sia difficile integrare la tutela della sicurezza e la promozione alla rieducazione o all’educazione degli adolescenti che hanno compiuto reati. IL CONTESTO SOCIALE ENTRO CUI SI COLLOCANO GLI IPM E IL LAVORO DEGLI AGENTI Viviamo in un contesto storico di grandi cambiamenti, prima nella società vigeva una struttura piramidale, alla base stavano le classi sociali meno agiate e ai vertici quella che deteneva la proprietà dei mezzi di produzione. L’appartenenza a un gruppo sociale condizionava la vita delle famiglie e dei singoli, l’educazione era incanalata in modelli indiscussi proposti in modo autoritario e mantenuti attraverso un controllo sociale e repressivo. Oggi questo ordine è venuto meno. Le persone possono scegliere il loro lavoro, hanno maggiore libertà ma non è più chiaro quali siano i comportamenti devianti, come e da chi vadano repressi. Nei rapporti con le generazioni non è più chiaro cosa sia bene e se sia bene imporre. Fino a qualche tempo fa il cittadino era disponibile ad accettare valutazioni dalle istituzioni oggi vengono duramente criticati gli operati di giudici, assistenti sociali, insegnanti. Sono avvenuti dei cambiamenti anche negli assetti economici e finanziari, sono stati ridimensionati rispetto al passato. I CAMBIAMENTI PIU’ GENERALI E IL LAVORO COME AGENTI DI POLIZIA PENITENZIARIA NELL’I.P.M. L’Istituto Penale Minorile ha a che fare con la tutela dei diritti di minori che hanno compiuto reati. Vanno create condizioni perché gli adolescenti possano crescere e possano partecipare alla vita sociale. Le limitazioni alla spesa e i cambiamenti economici portano ad ottimizzare il rapporto costi- benefici ovvero individuare quelle modalità che consentono di raggiungere gli obiettivi. Gli Agenti Speciali creano condizioni perché i minori vengano tutelati ed educati. La società a questi ragazzi fa delle proposte molto spesso contrapposte: “per guadagnarsi da vivere è meglio avere un lavoro o spacciare o prostituirsi”, “per far vedere chi sono devo mostrare la mia forza”, “avere un titolo di studio è inutile, è roba vecchia”. Promuovere processi educativi per i ragazzi detenuti è essenziale perché è un loro diritto riuscire a diventare adulti in grado di vivere in modo attivo. EDUCAZIONE E SICUREZZA: PERCHE’ E COME SONO COLLEGATE E COLLEGABILI Definizione lavoro Corpo di Polizia Penitenziaria: attività di osservazione e trattamento rieducativo dei detenuti. Educazione e sicurezza sono due facce della stessa medaglia perché educare significa
condurre fuori e questo richiede una relazione e una situazione sufficientemente sicura in cui ci si prende cura. Si parla molto di minori in istituti penitenziari ma li si lascia parlare poco, perché ci intimoriscono ed è realmente difficile ascoltarli. È importante che in carcere tutto e tutti siano al loro posto per evitare che si faccia e ci si faccia del male. Gli adolescenti si trovano in carcere non tanto per essere puniti ma per evitare che compiano altri reati. Educare quindi? Ordine in passato era collegato a disciplina che è collegata a collettività religiose e militari. Disciplina indica anche una materia di studio che amplia le proprie conoscenze. Educare è definire regole uguali per tutti? L’educazione si muove su 2 polarità: imporre modelli da interiorizzare e riconoscere- sviluppare capacità, guidare e accompagnare alla crescita. Regole semplici se non sono giustificate e comprese tendono ad essere continuamente trasgredite. QUALI OPZIONI EDUCATIVE GARANTISCONO LA SICUREZZA? Nelle rappresentazioni su questi adolescenti è necessario prendere le distanze da immagini che li qualificano come malvagi, delinquenti irrecuperabili, straboccanti di aggressività pericolosa. È importante vederli come ragazzi sofferenti. Bisogna spostarsi dall’idea di carcere come luogo di punizione a luogo di spazio in cui si cercano opportunità di incontro. I colleghi non sono più ruoli professionali fissi ma sono gruppo di operatori che coopera. Sul piano degli interventi è importante ridurre pratiche incentrate sull’esecuzione di prescrizioni per prendere iniziativa. Si tratta di applicare le regole tenendo conto di diversi fattori in campo. IL PROCESSO PENALE MINORILE: PROFILI TEORICI E ASPETTI OPERATIVI DEL D.PR. n.448/ I PRINCIPI Il procedimento penale minorile è disciplinato dal D.PR 22 settembre 1988 n.448 entrato in vigore il 24 ottobre 1989. Oltre ad avere il diritto di avere un proprio giudice vi è il diritto a un proprio processo. Si osservano nuove disposizioni speciali che devono essere applicate in modo adeguato alla personalità e alle esigenze educative del minorenne. Il giudice illustra al minore le attività che si svolgono in sua presenza e il contenuto con relative ragioni delle decisioni. Il principio cardine nel processo minorile è la prescrizione di accertamenti sulla personalità del minorenne: il pubblico ministero e il giudice acquisiscono elementi circa le condizioni e le risorse personali, famigliari del minorenne al fine di accertarne l’imputabilità e il grado di responsabilità. Principali caratteri del procedimento penale minorile: -specializzazione del collegio giudicante formato da due magistrati di carriera togati e due giudici onorari, un giudice monocratico togato per le indagini preliminari, un giudice togato e due giudice onorari per l’udienza preliminare -Pubblico ministero che coopera nell’interesse-dovere dello Stato al recupero del minore deviante -Sezione di Polizia Giudiziaria presso le Procure minorili -obbligo di accertare l’imputabilità del minore cioè la sua capacità di intendere e di volere al momento del reato -istituto del perdono giudiziale in base al quale se la pena non supera i due anni il giudice può astenersi dal pronunciare condanna -possibilità di concedere al minore la sospensione della pena se questa non supera i tre anni
Minori abbandonati, privi di referenti e in situazione di rischio vanno collocati in luogo sicuro fino a quando si può provvedere alla loro protezione. Per i collocamenti urgenti gli Agenti di Polizia Giudiziaria hanno l’obbligo di rivolgersi agli uffici comunali e ai servizi sociali ove il minore si trova. SENTENZA DI NON LUOGO A PROCEDERE PER IRRILEVANZA DEL FATTO Durante le indagini se risulta l’occasionalità del comportamento il pm chiede al giudice sentenza di non luogo procedere per irrilevanza del fatto in quanto il procedimento pregiudica le esigenze educative del minorenne. Per parlare di irrilevanza del fatto: tenuità del fatto (fatto lieve), occasionalità del comportamento ( la condotta criminosa non rientra nello stile di vita), pregiudizio per le esigenze educative del minorenne. Questo viene fatto per far uscire il minorenne dal circuito penale. SOSPENSIONE DEL PROCESSO CON MESSA ALLA PROVA La messa alla prova porta alla sospensione del processo. Il giudice affida il minore ai servizi minorili per attività di osservazione, trattamento e sostegno. Decorso il periodo di sospensione il giudice dichiara con sentenza estinto il reato se la prova ha avuto esito positivo. La sospensione del processo può essere richiesta per tutti i reati, il baricentro è la finalità di recupero e educativa. All’eventuale pena è sostituito un obbligo di facere (studio, attività di volontariato, lavoro) che unito agli obblighi di non facere (comportamenti devianti, abbandono scolastico, altre denunce) caratterizza la risposta dello Stato. Tutto ciò funzionerà nella misura in cui il giudice minorile faccia un uso equilibrato della messa alla prova e i servizi siano propositivi ed efficaci nella presa in carico del ragazzo. L’imputato maggiorenne può richiedere la sospensione con messa alla prova una sola volta. All’istanza di sospensione del procedimento deve essere allegato un programma di trattamento. L’ASCOLTO DEL MINORE La procedura giudiziaria penale minorile deve svolgersi in un clima di comprensione, permettendo al minore di parteciparvi e di esprimersi liberamente. Il tema dell’ascolto è sempre stato vitale nel penale, sia per il minore imputato sia per il minore vittima (reati sessuali). Il procedimento penale minorile è un processo della persona. LA CONCILIAZIONE, LA GIUSTIZIA RIPARATIVA E LA MEDIAZIONE PENALE MINORILE Il 15 dicembre 2015 è stato sottoscritto un protocollo di giustizia riparativa e di mediazione penale, al fine di riparare le conseguenze del reato e promuovere la riconciliazione del minorenne con la persona offesa dal reato. Nella querela la mediazione risulta utile. La sinergia tra le istituzioni coinvolte nel protocollo conoscono il lavoro di rete in un sistema multidisciplinare volto a realizzare l’interesse del minore e la sua crescita equilibrata. L’attività di mediazione non può incidere sui diritti processuali, potrà però valorizzare il ruolo della vittima il cui incontro con il reo avrà effetti benefici per entrambi. Un’efficace attività di mediazione nei casi più delicati può incidere sull’applicazione o meno di una misura cautelare. LA FUNZIONE DEI SERVIZI In ogni stato e grado del procedimento l’autorità giudiziaria si avvale dei servizi minorili per l’acquisizione di elementi di conoscenza, di natura personale, familiare, sociale, ambientale che devono essere forniti al giudice e al pm. L’attività dei servizi consiste nell’analisi dei bisogno di ciascun soggetto e nella realizzazione di progetti educativi individualizzati.
La procura per i minorenni è l’unico referente per i servizi locali nella fase preliminare. La polizia di base e i servizi sociali territoriali sono tenuti a comunicargli tutti i fatti costituenti o non costituenti reato riguardanti il minore vittima fornendo gli elementi necessari agli interventi di protezione. La legge non prevede presso le procure minorili personale della polizia penitenziaria. RILEGGERE ADOLESCENZE, DEVIANZE E SISTEMI EDUCATIVI Si dice spesso a torto che l’adolescente è allo stesso tempo un bambino e un adulto: in realtà egli non è più bambino e non è ancora un adulto. Facciamo fatica a comprendere i reati compiuti dagli adolescenti proprio per la loro età. Negli anni ci siamo allontanati dall’idea che i ragazzi hanno la necessità di modelli chiari e relazioni salde, di un dialogo costruttivo. EVOLUZIONE DI COMPETENZE E COSTRUZIONE DELLA PERSONALITA’ Le molteplici trasformazioni ci fanno capire che non siamo riusciti a compiere azioni per trovare un nuovo modello di comunicazione e di incontro costruttivo tra adolescenze, devianze, trasformazioni della società e modelli educativi. L’adolescenza è un passaggio evolutivo di radicali trasformazioni che mettono alla prova. Affrontare queste sfide significa riuscire a far fronte alle esigenze e alle richieste della vita. Rileggere le adolescenze e le devianze pone noi adulti nella scomoda posizione di mettere in discussione anche la nostra funzione educativa che non comprende solo il dover essere ma necessita di un dinamismo in cui il minore e l’adulto entrano in relazione. Il minore necessita di identificarsi in questa relazione, da cui ne riceve contenimento fino a quando non raggiunge una soglia di autonomia assumendo il controllo, la consapevolezza e la responsabilità delle proprie condotte. “EMERGENZE” DI UNA COMPLESSITA’ ATTUALE: AGGRESSIVITA’ E VIOLENZA L’uso dell’aggressività viene finalizzato ad una serie di funzioni evolutive: per integrare una sessualità più adulta tralasciando l’aspetto tenero e infantile, per autoaffermarsi in un contesto nuovo, per svincolarsi dai genitori, per negare la pubertà e renderla meno minacciosa. Punto cruciale: funzione e senso simbolico dell’adulto sembra aver perso autorevolezza, contenimento, senso di sicurezza. Colpiscono i racconti dei minori che transitano nei circuiti penali per il disagio, il disadattamento e la sofferenza che contengono. Si assiste nel comune vivere e interagire quotidiano ad atteggiamenti distruttivi, condotte di sopraffazione. Non va dimenticato che dietro ad ogni gesto violento c’è una persona con una storia, contro cui sono in atto conflitti interiori. Come professionisti dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra esigenza punitiva, di responsabilizzazione e educativa. Non per ultimo, offrire ai minori una relazione costruttiva, in grado di offrire una rilettura dei gesti compiuti al fine di trovarvi nuovi significati. LEGAMI E RELAZIONI: PER UNA SINTOMATOLOGIA DEL DISAGIO Questa epoca vede spazio e tempo azzerati. Lo spazio virtuale viene utilizzato come lettura di realtà parallele dietro cui nascondere desideri, bisogni, disagi. Disagio: difficoltà ad assolvere compiti evolutivi sia rispetto alla costruzione della propria identità sia in merito all’acquisizione delle abilità relazionali, riguarda la sfera psicologica, affettiva, delle relazioni. Un disagio assume connotazioni di comportamento trasgressivo quando si trasforma in una lotta al disorientamento espresso nella ricerca di modelli forti, di condotta autolesiva quando agisce come re-azione alla richiesta di costruzione della propria identità. Il percorso evolutivo dell’adolescente passa attraverso il legame
intersoggettivo famigliare, si fonda sulla rapidità della trasformazione. In questo livello è utile un terzo che ascolta rispettoso, che non esprime giudizio, “sono in grado di ascoltare quello che pensi”. Il terzo livello è l’ambiente, l’adolescente vuole uscire da una dipendenza intrafamiliare per trovare una dipendenza che sial lui a scegliere. Obbedienza e sottomissione sono due concetti molto diversi e, tra i due estremi, c’è il dialogo. L’ADOLESCENTE E LO STATUS DI SUB-ADULTO L’adolescente è iper-sensibile alle evoluzioni del mondo, genera domande sulla società contemporanea. Dimentichiamo che esiste uno scarto molto forte tra gli ideali dell’adolescenza e quelli che potremmo definire gli ideali della società che lo circonda. Status dell’adolescente di sub- adulto, qualcuno che sta sotto, sotto l’adulto. Sentimento di impasse: l’adolescente sente la sua traiettoria bloccata alla fine, dai giochi di potere dell’adulto. L’adolescente vorrebbe andare avanti ma le divergenze di ideali trasformano il quotidiano in una lotta tra generazioni. Discorso jihadista, peso importante, sono bloccato soluzione partire per la Siria. ADOLESCENZA E ALTERITA’ Dopo una fase di interrogativi la maggior parte degli adolescenti entra in una fase adulta. Alcuni restano incastrati in quel sentimento di impasse, di immobilità obbligata chiamata anche morositè. Due forme di morositè: prima forma quasi depressiva, l’adolescente si pone in una posizione di vittima, la seconda morositè attiva, paranoica. Nella paranoia attiva ci scontriamo con il problema della distruttività, distruggere colui che mi blocca o chi penso che mi blocchi. Questo tipo di adolescente viene sedotto dal discorso jihadista. Diversi livelli di attrazione verso il mondo jihadista: 1.offrire una risposta alla domanda dell’adolescente, 2.proporsi come esperienza innovativa 3.contrapposizione tra bene e male. Lea ragazza di 16 anni, si converte e inizia a chattare segretamente con uno jihadista, il giudice predispone seminari di de-radicalizzazione per lei gestiti da Dounia Bouzar. Ella è stata incaricata di formare dei gruppi di riflessione con giovani coinvolti nel problema delle partenze per la Siria, si dedica alle terapie di gruppo con controllo giuridico molto stretto. Primo momento vogliono tutti convincere Lea di quanto sia immorale il suo progetto ma lei non partecipa al dibattito, pensa al suo passato. Poi i membri del gruppo iniziano a parlare di se stessi, piano piano il tono è di conciliazione. Così Lea inizia ad aprirsi. Nota una ragazza Ines, la coppia che già si conosceva si costituisce in un gruppo più grande. La ricerca di complementarietà e di somiglianza è molto importante. Nella terza fase dell’incontro Lea sente la madre prenderle delicatamente la mano. In questo contesto gruppale sorge l’amore materno. Lea oggi è ancora in una zona grigia, bisogna vedere se riuscirà ad elaborare il lutto delle sue utopie jihadiste; cadere nell’Isis è più facile che uscirne. MINORI STRANIERI, MINORI DIVERSI, DIVERSI DISAGI? TRASFORMAZIONI E GLOBALIZZAZIONE Fine anni 80, inizio anni 90 trasformazioni tecnologiche. Le società cambiano e le nuove generazioni devono sostenere le novità. Generazioni iridescenti cioè adolescenti addensati sui confini sociali che mutano e si trovano parenti stupiti. La cultura delle nuove generazioni può essere definita glocal cioè ci si istruisce con la cultura della globalizzazione. MINORI STRANIERI? La globalizzazione ha ridefinito i concetti di migrazione, migrante, emigrato. Le popolazioni si spostano in numero maggiore. Le crisi geopolitiche portano diversi minori non accompagnati nel nostro Paese. Ci sono anche i discendenti di famiglie migranti, i figli di famiglie miste e le adozioni.
Oltre alla variabile viaggio anche la qualità psicologica è molto importante poiché da essa deriva il consolidamento identitario. Se sono stati adolescenti prima in un altro paese hanno prima capito come si fa laggiù e ora devono cambiare e imparare come si fa dalle nostre parti. ALCUNE TIPOLOGIE DI MINORI STRANIERI -Minori Rom -Ricongiungimenti, ragazzi nati all’estero che hanno viaggiato da bambini o in età adolescenziale -Minori non accompagnati -Miori adottati -Discendenti di migranti nativi italiani -Figli di famiglie miste con un genitore straniero -Ragazzi nati in Italia da genitori stranieri e vivono un po' nel nostro e un po' nel loro paese -Ragazzi rimasti al paese e non ricongiunti che vengono in Italia per brevi visite MIGRAZIONI E STORIE DI VITA Giovani migranti spesso si ritrovano a dover risolvere problemi lasciati in sospeso dai genitori. Si trovano a dover affrontare problemi che possono bloccare le loro possibilità di sviluppo. Le diversità culturali si vanno a sommare con l’adolescenza e ciò può scaturire in ritardi scolastici, sensazioni di inferiorità, rabbia. Ci sono i ragazzi rifugiati, minori con famiglie colpite da conflitti e potrebbero aver perso i parenti. Ci sono ragazzi che si sentono italiani ma il loro aspetto fisico sottolinea la diversità. Capita che con questi minori non si riesca ad instaurare una immediata relazione di accoglienza. OSSERVARE IL DISAGIO L’osservazione aiuta nella comprensione degli andamenti relazionali. Il razzismo viene sperimentato da questi ragazzi, intuito dalle risposte e dalle dinamiche ripetitive che gli altri presentano a loro. È difficile capire se un ragazzo è sensibile ad un certo argomento, per capirlo bisogna ascoltare cosa dice, come si comporta, osservarlo. Il mondo affettivo dei minori stranieri può non essersi potuto sviluppare entro parametri di accudimento, i ragazzi possono essere sospettosi, cinici, disobbedienti, riluttanti a seguire un’istituzione. La prospettiva di dinamiche devianti risulta semplice rispetto a problemi complessi. L’impulsività e l’agito sono spesso dei meccanismi per far qualcosa. L’insicurezza è mal tollerata dalle strutture mentali in adolescenza. La cittadinanza in sospeso spinge verso la ricerca più che verso la progettualità. LE PERSONALITA’ DILAZIONATE COME PARTE DELLA POST-MODERNITA’ Le attuali realtà aggregative raccolgono diverse etnie. L’etnos, l’appartenenza geografica sembra diventare sempre meno importante tra le nuove generazioni. DISAGIO vs DISTURBO Usare sostanze psicogene in prima età adolescenziale è pericoloso per lo sviluppo dell’integrità del sistema nervoso centrale. Prima dei 13 anni c’è poi una maggiore tendenza allo sviluppo di disturbi dell’umore e psicosi. Quest’area di rischio si estende dai 10 ai 18 anni. La maturità neurologica completa si ha intorno ai 21 anni. La maturazione culturale dipende dal contesto, dalla cultura, dalle esperienze del soggetto. Traumi in età infantile e adolescenziale sono delle mine posate al centro
l’occasione e l’effetto varia secondo le circostanze. Somministrare morfina per sedare un dolore non è andare alla ricerca di eroina per puro piacere. TAKE CARE: PRENDERSI CURA DELL’ALTRO Prendersi cura dell’altro per migliorare la sua condizione costa fatica e non è facile. Perché il giovane è ribelle e la variabile droga sovverte tutto in una miscela esplosiva. Il passare del tempo è nostro alleato. La droga non crea felicità. Fare terapia vuol dire ridurre i danni ed evitare l’irreparabile ovvero il punto di non ritorno, poi accelerare la scoperta di alternative. La terapia deve aumentare la qualità della vita, diminuire l’infelicità e dare speranza nel futuro. Il primo obiettivo della terapia è evitare il punto di non ritorno, il tossicomane è tale anche quando non assume sostanze, la ricaduta in realtà è l’andamento costante del fenomeno. La disintossicazione comporta la perdita dell’assuefazione, in questo modo la dose che prima il soggetto tollerava può diventare eccessiva cioè over per le capacità di sopportazione facendolo morire così di overdose. Indispensabile è il Naloxone, antagonista degli oppiacei, capace di risolvere immediatamente e miracolosamente le overdosi. Altri farmaci giocano un ruolo importante per esempio il metadone. Il metadone assicura a chi è dipendente 24 ore di normalità in cui il soggetto può fare una vita tranquilla, lavorare ragionare e amare. Il metadone non deve essere considerato una droga ma un farmaco, serve a stare normale non male. Le terapie producono risultati positivi in funzione alla loro durata. Prendersi cura ed entrare in relazione è il miglior investimento di salute pubblica. Di irreversibile c’è solo la morte. DAL BRANCO ANTISOCIALE AL GRUPPO FARE GRUPPO Quando l’adolescente vive isolato o in un branco antisociale è privo del principale strumento della sua crescita: il gruppo. Il gruppo educativo con questo tipo di adolescenti risulta essere la miglior prevenzione delle recidive dei comportamenti devianti. L’esperienza del gruppo è il condividere con altri coetanei il processo di crescita, partecipando alla progettazione di un destino comune fondato su valori condivisi che orientano il processo di affermazione di sé come persona. COME RIUSCIRE A FARE GRUPPO Il percorso ha come scopo l’inserimento della capacità di pensare. Per arrivarci bisogna fare tutta una serie di esperienze educative che comprendono: l’istituzione di un contenitore mentale, l’istituzione del funzionamento pluralista del sé, l’istituzione della legge condivisa. Il principio ordinatore è quello dell’evoluzione psichica, portare l’adolescente a riuscire a parlare con il gruppo delle proprie esperienze e dei propri vissuti affettivi.
questo caso deve riuscire a far parlare tutti. Il confronti si riesce ad attivare grazie al dispositivo gruppale che spesso si divide tra parte sana e antisociale. È importante che la parte sana riesca ad esprimere il proprio giudizio.
L’evento critico sta nell’esperienza della detenzione, sia negli IPM che nei CPA. Questi sono luoghi e non-luoghi, spazi di perdita dell’appartenenza e dell’identità. Il soggetto problematico ha capacitò cognitive nella norma ma non riesce ad adattarsi ai canoni di convivenza civile e sociale. Questa sofferenza di cui è portatore potrebbe diventare disagio esistenziale. Per arrivare alla devianza si passa: disagio, disadattamento, devianza. I ragazzi sregolati sono quelli che non hanno mai avuto confronti reali con le regole diventando adolescenti vulnerabili e disorientati. Reclusione: il rischio che il soggetto incorre è quello di nutrire un senso di appartenenza verso la categoria deviante. L’ADOLESCENZA COME EVENTO CRITICO Uso incontrollato si socialnetwork dai 14 ai 18 anni ha portato alla crisi del sistema famiglia e die valori come l’amicizia, l’amore e la relazione con l’altro. Adolescenza è una fase di passaggio, un’epoca di cambiamento. Egli deve usare le risorse di cui dispone per fronteggiare ostacoli, situazioni di stress, risolvere problemi e gestire situazioni nuove e complesse. Se l’adolescente non ha accanto figure di riferimento significative, corre il rischio di incontrare maggiori ostacoli. La devianza è carenza di relazioni primarie che inibisce le funzioni riflessive. Spesso i comportamenti trasgressivi messi in atto dall’adolescente servono per richiamare l’attenzione dell’adulto. Nel rapporto con la vittima, egli non ha consapevolezza delle azioni infatti la pienezza delle intenzioni aggressive nei minori è un aspetto difficile da definire. UNA PARENTESI SU ADOLESCENTI E GIUSTIZIA L’educazione alla legalità diventa strumento attraverso il quale attuare valori di democrazia, di cittadinanza attiva capace di leggere in sé stessa lo sviluppo del senso di cittadinanza agito tramite partecipazione attiva. La cultura della legalità propone la logica della condivisione e dello scambio. L’adolescente autore di reato, non è un attore isolato bensì un attore sociale di un cambiamento. Il suo comportamento è frutto di un’interazione tra persona e ambiente in un dato momento. Cittadinanza attiva si fonda sulla formazione delle coscienze grazie alla possibilità di vivere le regole come spazi di riflessione. La coscienza morale è il corollario dell’interiorizzazione e dell’elaborazione di determinati valori da parte di un individuo. La violazione della norma fa emergere la necessità di una sanzione. La mafia ha una struttura valoriale precisa e una specifica visione del mondo. Sentire mafioso: pensiero inconscio esonerato dal pensiero riflessivo. Si fonda su una cultura familistica agita attraverso l’accudimento materno e il potere e la soggezione paterna. Sentire mafioso è ravvisabile nella patologia della relazione individuo- famiglia e società. Si parla di ipertrofia dell’appartenenza che spinge alcuni individui a percepire il sociale come luogo straniero e pericoloso. Il adolescenza, il gruppo dei pari è lo stesso che può mettere in atto condotte antisociali che il soggetto singolo difficilmente avrebbe agito. L’agito criminale possiede il potere di comunicare un messaggio; l’adolescente dando cieca obbedienza al gruppo agisce in cambio non ne subisce l’isolamento. La fedeltà al gruppo può quindi trasformarsi in obbedienza criminale. La mafia presenta l’obbedienza a regole imposte, si trasforma in chiusura emotiva e cognitiva ed in omertà da cui è possibile evincere: la cristallizzazione dei codici famigliari, l’incapacità di pensare e pensarsi diverso, la tendenza a vedere l’altro come nemico da cui difendersi. Oggi i minori per la mafia rappresentano la maggior parte dei consumatori di sostanze stupefacenti, di video pornografici, gioco d’azzardo. Il minore al di sotto dei 14 anni non può essere imputabile quindi la rete di spaccio oggi sembra essere legata ad un pubblico di
minori. La mafia gestisce il mercato della prostituzione minorile, della cinematografia pedopornografica di cui i minori sono gli attori e i soggetti principali. La mafia guarda i minori come territorio di investimento e di reclutamento. Secondo il modello classico il reclutamento era intrafamiliare oggi è extrafamiliare. Accade che la mafia accolga minori per auto- proposizione. I CONTESTI DI PREVENZIONE: FAMIGLIA, SCUOLA, COMUNITA’ La percezione del cambiamento possibile deve essere accompagnata da una reale motivazione al cambiamento, motivazione che lo renda agibile e non solo pensabile. Strategia preventiva: garantire spazi di sicurezza che permettano di sviluppare un senso di appartenenza. Prevenzione primaria: intervento sull’adolescente e sul contesto socio- familiare in cui vive, il crimine non è ancora stato commesso. Prevenzione secondaria: sono stati commessi piccoli reati. Prevenzione terziaria: siamo davanti ad agiti più gravi. Le capacità che un adolescente ha di fronteggiare gli stressfull life events dipenderà dalle capacità di coping e di problem solving possedute, dai fattori di resistenza. L’obiettivo è quello di promuovere fattori protettivi: famiglia, scuola, comunità. La famiglia svolge un ruolo di estrema importanza per la fondazione dell’identità psichica, l’adulto dovrebbe guidare il ragazzo nel processo di crescita usando il dialogo. La scuola può offrire un’azione preventiva aprendo spazi di pensiero e di riflessione. Le comunità svolgono azione preventiva offrendo la possibilità di attuare un cambiamento di cui essi siano attori positivi. Il lavoro di rete ben contrasta il sentire mafioso. Sviluppare comunità competenti porterà a costruire una società competente che guardi al reo come lo straniero in patria, lasciando che la comunità stessa possa ri-conoscerlo come proprio prodotto e trasformarlo positivamente. L’INCONTRO CON LA GIUSTIZIA MINORILE COME EVENTO CRITICO La delinquenza causa uno scompenso nella società. Il contatto diretto con il sistema giudiziario può aiutare il minore a comprendere l’azione commessa. Nell’esperienza della riabilitazione sociale il minore conosce realtà positive in cui sperimentarsi come persona nuova. Momento traumatico: l’arresto, esso coincide con la separazione dalla famiglia e dal gruppo dei pari. La prima realtà giudiziaria con cui il minore fa esperienza è il CPA, esso ospita il minore fino all’udienza di convalida dell’arresto. Questo per evitare la carcerazione preventiva. Nel CPA si trovano: educatori, agenti di polizia, psicologo e assistente sociale. Il lavoro richiesto a queste figure è quello di raccogliere il maggior numero di informazioni per permettere al GIP di decidere. Compiti della polizia penitenziaria: dare informazioni sulla struttura o sull’udienza, sostenere il minore in questo momento di crisi e di ansia, mettere in contatto la famiglia con il minore, garantire assistenza in sede di udienza. Contesti in cui è possibile fare prevenzione: sistema normativo, sistema delle istituzioni e dei servizi, competenze del sociale, gruppo dei pari, famiglia, individuo. L’ISTITUTO PENALE MINORILE E GLI EVENTI CRITICI Figure professionali nell’IPM: agenti di polizia penitenziaria, criminologi, psicologi, educatori, assistenti sociali, magistrati di sorveglianza, direttore di carcere, preti e associazioni di volontariato. Il poliziotto è una figura indispensabile e significativa alla funzione rieducativa della pena. Soggetti di rischio connessi alla detenzione: soggetti fragili, soggetti appartenenti ad organizzazioni criminali sul territorio, soggetti appartenenti a bande minorili, soggetti aggregati in gruppi opposti in carcere.
della valutazione. Al regolatore si chiede di: riconoscersi come tale, allestire esperienze in cui mettere in gioco la regolazione, curare momenti di analisi e di riflessione. I SERVIZI, DISPOSITIVI EDUCATIVI… PER LA REGOLAZIONE Il soggetto risulta essere regolamentato dal contesto in cui vive. Alcuni mondi hanno una particolare rilevanza educativa: scuola, comunità, carcere. Sono mondi che trasformano il soggetto. Quando si vuole costituire un dispositivo educativo si può iniziare con: eleggere e condividere alcuni snodi della regolazione educativa, rispettare tempo personali e spazi, fissare criteri d’accesso e di fruibilità dei servizi in comune, predisporre protocolli di intervento per momenti critici, organizzare incontri di verifica. LA COOPERAZIONE CON LE ALTRE FIGURE PROFESSIONALI E I DISPOSITIVI DI ORGANIZZAZIONE E FORMAZIONE COSA SIGNIFICA COOPERARE E PERCHE’ FARLO Cooperare significa operare insieme, contribuire ad ottenere un fine. Per farlo è richiesta fatica e cura. Nei Dipartimenti per la Giustizia minorile ci sono diverse figure con diversi ruoli. La collaborazione in questo caso è fondamentale. COME COOPERARE? La qualità dei processi di comunicazione e scambio di informazioni tra operatori influenza la possibilità di realizzare il compito comune. Come decidere se dare peso ad un evento accaduto nel corso del proprio turno? Ciascun operatore realizza il proprio compito anche sulla base di informazioni che il collega è in grado di trasmettergli. Ci sono tre differenti modelli di organizzazione dei servizi: 1. L’organizzazione sulla carta, è formale. Il personale è articolato secondo il ruolo, il grado, la collocazione, l’anzianità. Per comunicare da un turno all’altro bisogna compilare il registro delle consegne. È una comunicazione prevalentemente scritta. 2. L’organizzazione quotidiana, sono forme di collaborazione e di comunicazione più formali legati a fiducie costruite nel tempo. La comunicazione spontanea ha il vantaggio di essere immediata, utile per affrontare emergenze e prendere decisioni rapide. I rischio è che è troppo soggetta a variabilità e può interrompersi. 3. L’organizzazione reticolare, è una modalità di collaborazione per obiettivi e risultati. Sono le volte in cui si cerca di attivarsi per una soluzione. I tre modelli modificano l’organizzazione secondo scale diverse: - funzionamenti più rigidi si mescolano a modalità di lavoro centrate sulla relazione, - responsabilità individuali lasciano il posto a responsabilità collettive, - si cerca di coniugare sistemi di controllo e di operatività a forme di riconoscimento delle soggettività. QUALI STRUMENTI ED ACCORGIMENTI PER COOPERARE? Gli agenti nel loro lavoro mostrano una spiccata sensibilità nell’osservazione. L’osservazione può garantire: maggiore prevenzione in termini di sicurezza e riduzione delle emergenze, livelli di investimento attivo sul lavoro, esiti positivi alla valenza educativa del servizio con utenti che sperimentano forme di vita più integrata. Il passaggio di consegne ha elementi di complessità perché: non è incasellabile proceduralmente, richiede di confrontarsi su punti di vista soggettivi, le informazioni da passare richiedono una capacità di valutazione, richiede osservazioni su ragazzi individuali e in gruppo. Se il passaggio avviene solo oralmente si corre il rischio che le informazioni si perdano. QUALE FORMAZIONE PER SOSTENERE PROCESSI DI COOPERAZIONE?
Cooperare vuol dire che si può non essere d’accordo con un collega ma bisogna sforzarsi per trovare una soluzione comune. Per cooperare è importante: ascoltare con atteggiamento di attenzione il verbale e il non verbale, connettere quello che ciascun operatore coglie. Le diversità dovrebbero spingere verso attività di formazione per: potenziare i processi di comunicazione, costruire accordi per lo scambio di dati e informazioni con l’area trattamentale e dare supporto e sostegno a chi riveste ruoli di responsabilità. ALCUNI CASI DI OPERATIVITA’ DEL RUOLO DI POLIZIA PENITENZIARIA MINORILE UNA PREMESSA DEONTOLOGICA Deontologia indica l’insieme delle norme morali e di correttezza, che stanno alla base del comportamento nell’esercizio di una determinata attività professionale sia pubblica che privata. Riguarda principi di imparzialità, legalità e trasparenza. Il dipendente deve essere imparziale e apparire come tale. Anche al di fuori dei doveri d’ufficio egli deve essere integro e virtuoso. L’azione di repressione delle infrazioni richiede senso di equilibrio tra chi la impartisce e chi la riceve. In caso di negligenze o omissioni per gli agenti penitenziari vi è un apposito procedimento disciplinare. PERQUISIZIONE E RITROVO DI SOSTANZE STUPEFACENTI Perquisizioni personali solo nei casi di necessità e urgenza con provvedimento provvisori convalidato. Le perquisizioni personali sono comprese nelle misure di trattamento. La suprema corte stabilisce che le camere dei detenuti non sono riconducibili a luoghi di privata dimora, la cella non è possesso del detenuto e può essere ispezionata. Perquisizione due casi: persona non detenuta che accede all’istituto e non vuole essere perquisita, non può accedere. Se ci sono sospetti si può perquisire anche mediante l’uso della forza fisica. In questo caso il soggetto incorre nel reato di resistenza a pubblico ufficiale. Nel caso di un detenuto si procede anche con l’uso della forza. In caso si sospetti di attività di spaccio devono esserci elementi concreti a sostegno di tali ipotesi. Perquisizione in senso ampio: quelle urgenti possono essere eseguite anche da persone non dello stesso sesso. La convalida della perquisizione rimane la necessità per procedere con il sequestro della sostanza. EVASIONE Prime ricerche, anche esterne all’Istituto. Nell’ipotesi che ci siano operatori indagati per – procurata evasione – colpa del custode questi possono essere attenuati se si cattura l’evaso in tre mesi – procurata inosservanza delle misure di sicurezza. EVASIONE E USO DELLE ARMI L’uso delle armi è contemplato al fine di respingere una violenza o superare una resistenza attiva. Le armi non possono essere utilizzate in caso di fuga, di fermo, di arresto. L’uso delle armi è legittimo quando vi è la necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza. Nel caso di violenza attiva, l’uso delle armi è legittimo purchè esista un rapporto di proporzione tra la violenza e la risposta, da ciò consegue che la violenza portata senza armi non giustifica mai una risposta armata. OMICIDIO In caso di omicidio la polizia penitenziaria si occupa di rilievi e accertamenti. I rilievi sono operazioni tecniche che consistono nel prelievo di tracce materiali. Sono consentiti rilievi sulla
comunicazione. L’ uso della forza deve essere limitato al tempo necessario e deve essere controllato dal sanitario. INTORNO AD ALCUNI PREGIUDIZI Si può ricorrere alla forza fisica quando: c’è il rifiuto ad eseguire un ordine, c’è il rifiuto del rientro in camera detentiva, c’è il rifiuto di farsi perquisire, barricamento, tentativo di evasione, minacce al personale con oggetti contundenti, atti auto-soppressivi. Per non alimentare pregiudizi che già circondano gli istituti penitenziari è utile che le azioni eseguite siano sempre chiare. LA CIRCOLARE N.1 DEL 18 MARZO 2013 DEL CAPO DEL DIPARTIMENTO DELLA GIUSTIZIA MINORILE Prima di optare per l’uso della forza sarebbe opportuno tentare un’opera di persuasione. Sarebbe opportuna nella gestione dell’evento critico anche la presenza degli educatori i quali potrebbero offrire un importante contributo all’opera di persuasione al fine di far rinunciare al minore l’azione intrapresa. Dal punto di vista del poliziotto penitenziario la presenza di altre figure costituiscono ulteriore testimonianza dell’accaduto. ALCUNE RIFLESSIONI CONCLUSIVE Gli spunti di riflessione presentati nel testo costituiscono un unico filo rosso che costituisce l’importanza del sapersi relazionare con gli adolescenti. Il senso del lavoro racconta l’intento di realizzare due obiettivi: acquisire competenze relazionali al fine di coordinare modi e stili di intervento, potenziare le capacità degli operatori per agire interventi di sicurezza con valenza educativa. Ciò che aiuta a comprendere meglio è l’ascolto. Rileggere adolescenze e devianze consente di avviare una revisione critica delle certezze che guidano l’abituale rapporto con la realtà, inserendovi punti di riferimento rinnovati che permettono riattualizzare la funzione educativa per tornare ad essere adulti significanti. È importante che l’istituzione assuma la funzione di contenitore, per consentire all’adolescente di pensare, riflettere e trasformare i pensieri intollerabili in forme più accettabili. NOTE A MARGINE E RINGRAZIAMENTI Questo volume ha raccolto una serie di contributi elaborati in un progetto durato oltre 4 anni, finalizzato a far acquisire la specializzazione nel trattamento dei detenuti minorenni a circa 750 poliziotti penitenziari.