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Appunti di Leonardo Sciascia sull'Affare Moro, il rapimento e l'omicidio dell'ex Presidente del Consiglio Aldo Moro. Sciascia analizza le lettere scritte da Moro durante la prigionia e le interpretazioni personali e controverse suscitate dal libro. una profonda analisi intellettuale e umana dei fatti e delle lettere, ancora oggi incompleta e da studiare.
Tipologia: Appunti
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Pochi mesi dopo l'epilogo del rapimento del presidente della DC Aldo Moro , Leonardo Sciascia scrive questo saggio, l'Affaire Moro: in esso, l'autore (all’epoca parlamentare del Partito Radicale e poi membro della commissione d’inchiesta sul delitto Moro) cerca di svolgere il suo lavoro di intelletuale, analizzando non solo i fatti (e la coreografia messa attorno, sia da parte dello Stato che da parte delle BR), ma soprattutto le lettere che Moro spedì alla sua famiglia e agli esponenti della DC (Cossiga, Zaccagnini). Nel giugno 1978 si era a conoscenza di sole 30 lettere (delle circa 80 spedite); non solo, a pochi mesi dalla morte di Moro, molti dei fatti e dei dubbi sulla ricostruzione ufficiale non erano ancora usciti. Sorprende ancora di più allora, la lucidità e l'inteligenza dimostrata dal lavoro di Sciascia: l'analisi delle parole del presidente e di quelle del partito e degli uomini delle istituzioni. Un lavoro che principia da un articolo scritto da Pasolini nel 1975 prima di essere ucciso sulla DC, "Il vuoto del potere in Italia" , raccolto negli Scritti corsari, dove si parla delle lucciole e della loro scomparsa, da mettere in relazione alla trasformazione del partito di maggioranza, la Democrazia Cristiana. Da partito che inizialmente rappresentava la "continuazione del potere fascista" e che aveva permesso la trasformazione industriale del paese degli anni '60 che aveva fatto sparire dalle campagne le luccione. Le lucciole. Il palazzo. Il processo al Palazzo- E come se, dentro al Palazzo, tre anni dopo la pubblicazione sul Corriere della sera di questo articolo di Pasolini, soltanto Aldo Moro continuasse ad aggirarsi: in quelle stanze vuote, in quelle stanze già sgomberate. Già sgomberate per occuparne altre ritenute più sicure: in un nuovo e più vasto palazzo. E più sicure, s'intende, per i peggiori. «Il meno implicato di tutti», dunque. In ritardo e solo: e aveva creduto di essere una guida. In ritardo e solo appunto perché «Il meno implicato di tutti». E appunto perché «il meno implicato di tutti» destinato a più enigmatiche e tragiche correlazioni. [pagina 14] Aldo Moro, «il meno implicato di tutti» che per questa tragica correlazione degli eventi, pagherà il prezzo per tutto il partito. Sciascia riprende allora tutte le lettere note, che Moro scrisse dal "prigione del popolo" e che, sostiene l'autore, se anche subirono un intervento censorio da parte delle Br, non furono scritte sotto dettatura. Lettere in cui si ritrova lo stesso Moro politico, i suoi stessi valori caritatevoli che gli facevano chiedere al suo stesso partito, quel gesto di umanità per portare avanti una trattativa per liberarlo. Furono queste lettere ad ucciderlo? Fin da subito, all'interno del suo partito e sui principali quotidiani, si iniziò a parlare di un Moro prima del rapimento e di un Moro dopo. Le lettere spedite "non erano a lui ascrivibili". La trattativa non poteva essere accettata, per un senso dello stato: scrive Sciascia che "né Moro né il partito da lui presieduto avevano mai avuto il 'senso dello Stato'". Ecco che il Moro uomo si trasforma, in una sorta di " santificazione " fatta dai suoi stessi compagni, nel moro "statista": "Moro non era stato, fino al 16 marzo, un 'grande statista'. Era stato e continuò ad esserlo anche nella 'prigione del popolo' un grande politicante". Moro statista e non uomo dunque, per rendere meno pesante ai compagni e all'opinione pubblica la scelta della linea della fermezza che avrebbe comportato la sua condanna a morte. In barba a quei valori cristiani che il partito intendeva rappresentare. In una delle sue lettere Moro ricorda infatti ai suoi compagni di partito che non sarebbe stata la prima volta che lo Stato si piegava (in modo magari poco palese) ad una trattativa: «non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti e anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione ..» Non ci fu nulla da fare: se si esclude il partito socialista, il fronte della fermezza non mostrò
cedimenti. In una delle ultime lettere scrive: «Con queste tesi [la linea della fermezza] si avalla il peggiore rigore comunista ed a servizio dell'unicità del comunismo». E ancora: "...eccomi qui, sul punto di morire per aver detto di sì alla Dc. Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d'Italia..". La condanna al suo partito: il mio sangue ricadrà su di loro. "Mia carissima Noretta - scriveva Aldo Moro alla moglie - resta pure in questo momento la mia profonda amarezza personale. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro. Ma non è di questo che voglio parlare; ma di voi che amo e amerò sempre, della gratitudine che vi debbo, della gioia indicibile che mia avete dato nella vita...." Sciascia compie un altro lavoro di analisi: nelle sue lettere Moro, da persona inteligente quale era, avrà certamente cercato di fornire indizi sul luogo di detenzione. Nella lettera a Cossiga, ad un certo punto Moro scrive: “Penso che un preventivo passo della Santa Sede (…) potrebbe essere utile”. Veramente Moro intendeva portare avanti una trattativa col Vaticano. Forse, è parere dello scrittore, Moro riteneva di essere nei paraggi della Città del Vaticano, o comunque a Roma. Un altro esempio riportato da Sciascia è contenuto nel brano in cui lo statista dice di trovarsi sotto un “dominio pieno e incontrollato”: forse voleva lasciar intendere un con-dominio pieno e ancora non controllato dalle forze dell'ordine? La Relazione di minoranza presentata dalla “Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani e il sequestro e l’omicidio dell’Onorevole Aldo Moro”. Nella relazione di minoranza presentata dal deputato radicale emergono, lampanti, tutti gli errori nella ricerca del covo, nella condivisione delle informazioni, le incongruenze della versione ufficiale. I timori e le preoccupazioni del brigadiere Leonardi e dell'autista Ricci, per l'assenza dell'auto blindata (che secondo la moglie era stata richiesta), i pochi uomini per la scorta. Di tutte queste preoccupazioni, che sicuramente i due avranno condiviso coi loro superiori, non c'è traccia nei documenti ufficiali. La parata coreografica messa in atto, in tutto il paese, per trovare il covo dei brigatisti. Un'operazione quantitativamente grossa, ma di scarsa qualità: tutti i posti di blocco non hanno bloccato né i postini né il viaggio della Renault 4. Forse ci si poteva concentrare sulla città di Roma. Il falso comunicato numero 7, quello che indica il cadavare sul fondo del lago della Duchessa. Falso comunicato dello stato, o falso comunicato dei brigatisti stessi? La tipografia in via Foà, con la macchina per stampare che arrivava da un ufficio dei servizi segreti (ufficio R). Il pedinamento ad intervalli delle persone che frequentavano la tipografia. Il covo in via Gradoli che non viene perquisito il 18 marzo (perché gli agenti si trovarono una porta chiusa davanti), mentre venne scoperto (casualmente per una perdita d'acqua) il 18 aprile. Gradoli, la via che secondo la Questura, su domanda della moglie del presidente DC, non esisteva. Nonostante fossero noti i contatti dei Br con l'area dell'autonomia, questo non ha impedito i contatti tra Faranda e Morucci con Pace e Piperno. non sono stati pedinati volutamente o cosa? I verbali delle riunioni del gruppo politico tecnico operativo, presieduto dal presidente del Consiglio e dai capi delle forze dell'ordine e dei servizi, spariti. Era il gruppo che doveva decidere e vagliare sulle informazioni ricevute e coordinare le operazioni.
apparentemente distratto, ovviamente turbato ma assolutamente lucido. E questo le BR lo sapevano bene, al pari di coloro che si opposero ad ogni mediazione nascondendosi dietro ad un senso dello Stato che solo a chi è morto per esso è giusto attribuire (3). A questo punto l’autore tenta di suggerire una via interpretativa, forse apparentemente artificiosa, ma che, ad un attenta lettura delle lettere, risulta tutt’altro che inverosimile: occorre secondo lui applicare un codice alle lettere come al memoriale, codice che egli definisce del non senso. Stranezze concettuali in cui difficilmente un intellettuale come Moro poteva cadere inconsapevolmente: nella lettera a Cossiga, ad un certo punto Moro scrive: “Penso che un preventivo passo della Santa Sede (…) potrebbe essere utile” (4). Niente di più assurdo secondo Sciascia, e probabilmente, anche secondo Moro. Cosa poteva aver voluto dire? Forse, è parere dello scrittore, Moro riteneva di essere nei paraggi della Città del Vaticano, o comunque a Roma. Un indizio, un appiglio, al quale avrebbero fatto bene ad attaccarsi Cossiga con l’intero apparato di polizia messo spettacolarmente quanto inutilmente in moto. Un altro esempio riportato da Sciascia è contenuto nel più volte citato brano in cui lo statista dice di trovarsi sotto un “dominio pieno e incontrollato” (5): forse voleva lasciar intendere un con-dominio pieno e ancora non controllato? Probabilmente non lo sapremo mai. Moro lasciava molliche che nessuno avrebbe raccolto, indizi che qualcuno avrebbe sapientemente occultato. Una analisi tecnica delle lettere di Moro degna di questo nome, come ha ammesso lo stesso Cossiga, non venne mai fatta nei giorni del sequestro. (6) Un’altra interpretazione degli scritti di Moro altrettanto audace ma non per questo inverosimile è connessa alla parola famiglia, o meglio al concetto che con essa Moro vuole esprimere. Termine ricorrente nelle lettere, spesso fuori luogo, che secondo Sciascia si riferisce non alla famiglia naturale di Moro, alla quale egli è indubbiamente molto attaccato ma che obbiettivamente non sarebbe così impossibilitata nel far fronte alle proprie esigenze senza l’apporto di Moro come quest’ultimo vuole far intendere (7), quanto alla famiglia del partito della Democrazia Cristiana. Famiglia quest’ultima, tutt’altro che unita e indubbiamente bisognosa invece della figura carismatica e mediatrice che Moro rappresentava. Traspare altresì in molte occasioni nelle lettere che Moro scriveva ai suoi collaboratori e colleghi l’amara constatazione che già senza la sua presenza fisica, nei giorni del sequestro le decisioni vengano prese in fretta, senza una adeguata riflessione. Considerazioni quasi sempre accompagnate, vale la pena dirlo, da oscuri presagi che lo statista intravede nel futuro della DC e che, come noi sappiamo bene, troveranno la loro concreta manifestazione nella disgregazione e nel tracollo del partito per antonomasia nei primi anni novanta (8). Ancora nel corso del testo Sciascia si sofferma su aspetti importanti dell’affaire quali il mito dell’imprendibilità delle BR, della loro efficienza e sicurezza nei movimenti. Fino ad aprire uno spazio di dialogo con i sostenitori del cosiddetto “fronte della trattativa”: in particolare, secondo Sciascia, il Partito Socialista di Bettino Craxi poteva aver “intuito” giustamente la dicotomia o meglio la spaccatura che si stava inserendo all’interno della stessa organizzazione rossa. Dicotomia ben tratteggiata in una lettera di Moro alla Democrazia Cristiana recapitata il 28 aprile. Scrive Moro che “la pietà di chi mi recava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna, se non avverrà il miracolo del ritorno della D.C. a se stessa e la sua assunzione di responsabilità”. Pietà, quella stessa pietà che sembra trasparire nel balbettio della voce del brigatista nel corso della telefonata fatta al professor Franco Tritto la mattina del 9 maggio in cui si davano le istruzioni per il ritrovamento del corpo del più volte definito onorevole, presidente Aldo Moro. Scrive Sciascia che “nel loro manifesto o latente antiparlamentarismo…, mai credo gli italiani avevano pensato che il titolo di “onorevole” venisse da “onore” come nel momento in cui lo hanno sentito dalla voce del brigatista accompagnarsi al nome di Moro”. Ma di questa dicotomia, di questa possibile spaccatura che avrebbe potuto salvare la vita di un uomo nessuno seppe farci nulla. Al termine l’autore ha inserito la Relazione di minoranza redatta e presentata da lui stesso alla Commissione Parlamentare d’inchiesta su la strage di via Fani, preceduta da una utile cronologia degli eventi dell’affaire che si conclude con i funerali di Moro e con il comunicato diffuso dalla famiglia: “La famiglia desidera che sia pienamente rispettata dalle autorità di Stato e di partito la precisa volontà di Aldo Moro. Ciò vuol dire: nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso; nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro, giudicherà la storia.” Davvero oggi sono queste pagine di storia, di una storia non tutta italiana e nella quale
finiscono allo stesso modo i sogni di chi voleva una democrazia compiuta e quelli di chi, parafrasando le parole di Sciascia, voleva morire per la rivoluzione ed è finito invece per morire con la rivoluzione. Roberto Bortone Annotazioni