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Agamennone di Eschilo, Appunti di Greco

Appunti sull'Agamennone di Eschilo: tematiche principali, trama, vita e pensiero di Eschilo, cenni al teatro greco

Tipologia: Appunti

2017/2018

Caricato il 22/11/2018

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Agamennone, Eschilo:
la tragedia si sviluppa nel corso del 5° secolo. La commedia inizia più tardi, ma avrà una vita
maggiormente lunga. I tre autori maggiori, fin dal mondo antico, sono considerati Eschilo, Sofocle
e Euripide. Ognuno scrisse circa un centinaio di tragedie a testa. I primi due furono apprezzati da
subito (portarono sulla scena valori e idee condivisi), Euripide ebbe uno sguardo eccessivamente
moderno, specie nella concezione del rapporto uomo-divinità. Fu rivalutato in età ellenistica e
nell’antichità latina, riuscì ad esprimere idee meno legate al loro conteso di nascita (Atene) e
maggiormente eterne, applicabili a qualsiasi epoca e luogo, lavorando su concetti, idee e valori
universali. Il suo teatro è quello di uno sperimentatore, introdusse una serie di variazioni alla
tradizione (ad esempio, alcuni personaggi comici si muovono in un contesto tragico: questo
influenzò Menandro e la commedia latina, in alcuni suoi aspetti, come l’intreccio, l’equivoco e il
doppio, che compaiono anche in Elena). Secondo lui, nel teatro si rappresenta la vita, che ha miriadi
di sfaccettature, non soltanto tragiche. Il pubblico della sua epoca, però, non era maturo per la sua
innovazione: ciò lo indusse, alla fine, a trasferirsi in Macedonia, dove produsse le Baccanti.
Eschilo nasce ad Eleusi, in Attica, luogo importante per la religione (luogo di venerazione di
Demetra: culto della madre terra, legato all’immortalità dell’anima che, come la terra, muore e
rinasce) nel 500 a.C. Nasce in un luogo che ha senso come santuario: egli è profondamente
religioso, e crede nella presenza divina permanente nella vita quotidiana. La sua religiosità
differisce dalla poliade (tradizione collettiva, legata alla comunità): è una fede profonda, che
coinvolge il singolo individuo, legata alle sue origini eleusine (l’immortalità dell’anima riguarda
l’individualità). La sua concezione di Zeus assomiglia al monoteismo: egli è un dio superiore, e non
è certamente quello del mito (“Zeus, chiunque tu sia”: non identificabile, dio più alto di tutti,
garante di giustizia, fornisce un senso all’esistenza umana). Si colloca alla fine dell’età arcaica, e
non conosce ancora le idee dei sofisti, che si diffonderanno a seguito. Questo dato non è
trascurabile: la sua formazione è arcaica, appartenente ad un mondo precedente. Non è ancora
stato introdotto il relativismo dei valori: in quest’epoca, esistono ancora dei valori assoluti, che
sono visti come scontati. Muore nel 456 a Gela (Sicilia). Era stato talmente amato che la sua fama
era uscita all’Attica ed era giunta fino alle colonie d’Occidente, che lo invitarono ad una
rappresentazione delle sue tragedie (motivi diametralmente opposti alla “fuga” dalla polis di
Euripide). Compose anche la celebrazione della fondazione di una colonia. Era integrato
splendidamente nella vita della sua città, alla cui vita politica partecipava con entusiasmo (combat
nella battaglia di maratona e in quella si salamina, nella quale perse il fratello). Questo gli conferiva
grande autorità, e lo rendeva gradito al pubblico. Il teatro è parte fondamentale della vita politica
della città ateniese. Di lui, ci rimangono solo 7 tragedie (Sofocle: 7, Euripide: 17+ “Il Ciclope”, in
realtà di Eschilo), dalle quali però traspaiono le sue idee, la struttura dei suoi spettacoli, il suo
utilizzo della lingua: essi, infatti, sono completi e non frammentari.
Eschilo pensava lo spettacolo nella struttura della trilogia concatenata: negli agoni tragici (legati al
culto dionisiaco) erano previsti tre giorni di spettacoli religiosi, e quattro di rappresentazioni
teatrali, nelle quali gareggiavano tre autori, dei quali venivano messi in scena 4 spettacoli: tre
tragedie, e un dramma satiresco. Le trilogie hanno un tema che le unifica, che però non è statico,
ma dinamico: ne viene messa in scena l’evoluzione (nell’Orestea, Eschilo mette in scena
l’evoluzione della giustizia e della sua amministrazione nel corso del tempo). Il concetto, alla fine,
si configura come assoluto: ma il pubblico deve comprenderlo man mano, e dunque esso è mostrato
nei momenti del suo sviluppo. Nell’Orestea, la giustizia tribale regna nell’Agamennone e nelle
Coefore: essa genera una catena ininterrotta di omicidi e vendette. Questa giustizia (del clan, del
genos-stirpe), non rispecchia però la configurazione politica dell’età di Eschilo. Nelle Eumenidi,
Oreste viene giudicato dall’areopago, nonostante le Erinni desiderino ucciderlo. Il dio Apollo, che
gli comandò di uccidere la madre, lo difende. L’accusa è sostenuta dalle Erinni, Atena giudica la
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Agamennone, Eschilo:

la tragedia si sviluppa nel corso del 5° secolo. La commedia inizia più tardi, ma avrà una vita maggiormente lunga. I tre autori maggiori, fin dal mondo antico, sono considerati Eschilo, Sofocle e Euripide. Ognuno scrisse circa un centinaio di tragedie a testa. I primi due furono apprezzati da subito (portarono sulla scena valori e idee condivisi), Euripide ebbe uno sguardo eccessivamente moderno, specie nella concezione del rapporto uomo-divinità. Fu rivalutato in età ellenistica e nell’antichità latina, riuscì ad esprimere idee meno legate al loro conteso di nascita (Atene) e maggiormente eterne, applicabili a qualsiasi epoca e luogo, lavorando su concetti, idee e valori universali. Il suo teatro è quello di uno sperimentatore, introdusse una serie di variazioni alla tradizione (ad esempio, alcuni personaggi comici si muovono in un contesto tragico: questo influenzò Menandro e la commedia latina, in alcuni suoi aspetti, come l’intreccio, l’equivoco e il doppio, che compaiono anche in Elena). Secondo lui, nel teatro si rappresenta la vita, che ha miriadi di sfaccettature, non soltanto tragiche. Il pubblico della sua epoca, però, non era maturo per la sua innovazione: ciò lo indusse, alla fine, a trasferirsi in Macedonia, dove produsse le Baccanti.

Eschilo nasce ad Eleusi, in Attica, luogo importante per la religione (luogo di venerazione di Demetra: culto della madre terra, legato all’immortalità dell’anima che, come la terra, muore e rinasce) nel 500 a.C. Nasce in un luogo che ha senso come santuario: egli è profondamente religioso, e crede nella presenza divina permanente nella vita quotidiana. La sua religiosità differisce dalla poliade (tradizione collettiva, legata alla comunità): è una fede profonda, che coinvolge il singolo individuo, legata alle sue origini eleusine (l’immortalità dell’anima riguarda l’individualità). La sua concezione di Zeus assomiglia al monoteismo: egli è un dio superiore, e non è certamente quello del mito (“Zeus, chiunque tu sia”: non identificabile, dio più alto di tutti, garante di giustizia, fornisce un senso all’esistenza umana). Si colloca alla fine dell’età arcaica, e non conosce ancora le idee dei sofisti, che si diffonderanno a seguito. Questo dato non è trascurabile: la sua formazione è arcaica , appartenente ad un mondo precedente. Non è ancora stato introdotto il relativismo dei valori: in quest’epoca, esistono ancora dei valori assoluti, che sono visti come scontati. Muore nel 456 a Gela (Sicilia). Era stato talmente amato che la sua fama era uscita all’Attica ed era giunta fino alle colonie d’Occidente, che lo invitarono ad una rappresentazione delle sue tragedie (motivi diametralmente opposti alla “fuga” dalla polis di Euripide). Compose anche la celebrazione della fondazione di una colonia. Era integrato splendidamente nella vita della sua città, alla cui vita politica partecipava con entusiasmo (combatté nella battaglia di maratona e in quella si salamina, nella quale perse il fratello). Questo gli conferiva grande autorità, e lo rendeva gradito al pubblico. Il teatro è parte fondamentale della vita politica della città ateniese. Di lui, ci rimangono solo 7 tragedie (Sofocle: 7, Euripide: 17+ “Il Ciclope”, in realtà di Eschilo), dalle quali però traspaiono le sue idee, la struttura dei suoi spettacoli, il suo utilizzo della lingua: essi, infatti, sono completi e non frammentari.

Eschilo pensava lo spettacolo nella struttura della trilogia concatenata: negli agoni tragici (legati al culto dionisiaco) erano previsti tre giorni di spettacoli religiosi, e quattro di rappresentazioni teatrali, nelle quali gareggiavano tre autori, dei quali venivano messi in scena 4 spettacoli: tre tragedie, e un dramma satiresco. Le trilogie hanno un tema che le unifica, che però non è statico, ma dinamico: ne viene messa in scena l’evoluzione (nell’Orestea, Eschilo mette in scena l’evoluzione della giustizia e della sua amministrazione nel corso del tempo). Il concetto, alla fine, si configura come assoluto: ma il pubblico deve comprenderlo man mano, e dunque esso è mostrato nei momenti del suo sviluppo. Nell’Orestea, la giustizia tribale regna nell’Agamennone e nelle Coefore: essa genera una catena ininterrotta di omicidi e vendette. Questa giustizia (del clan, del genos-stirpe), non rispecchia però la configurazione politica dell’età di Eschilo. Nelle Eumenidi, Oreste viene giudicato dall’areopago, nonostante le Erinni desiderino ucciderlo. Il dio Apollo, che gli comandò di uccidere la madre, lo difende. L’accusa è sostenuta dalle Erinni, Atena giudica la

causa (affiancata da uomini che, però, non sono in grado di prendere una decisione). La giustizia della polis è più civile e non più sanguinaria (famiglie che risolvono le loro controversie da sé, autonomamente). L’appartenenza alla città è determinata dall’adesione al suo codice di leggi e dalla partecipazione alla sua vita. Esiste una modalità di vita che è puramente ateniese: l’individuo non appartiene più solo alla sua stirpe e famiglia, ma alla comunità politica nella quale nasce e si forma. Eschilo, con l’Orestea, desidera mettere in scena e analizzare l’evoluzione del concetto di giustizia, e la sua applicazione nel corso dei secoli. Eschilo ragiona sul mito, come Pindaro, ma non lo accetta in quanto verità: portatore di una cultura barbara e vendicativa. Fornisce al pubblico stimoli di riflessioni (quello latino diverte e “inebetisce” il pubblico, calmandolo e distraendolo): il teatro greco, a differenza di quello romano, è un momento fondamentale di formazione. La trilogia di Euripide e Sofocle è, invece, slegata.

L’Agamennone ha un prologo, secondo la tipica struttura della tragedia: in esso, una guardia situata ad Argo, in Peloponneso (Argos, in greco, indica sia l’Argolide che la città: Eschilo gioca su questa ambiguità nella sua tragedia, perché ai suoi tempi tutte le città del Peloponneso, tranne essa, democratica e filoateniese, erano schierate dalla parte di Sparta: ciò dimostra il legame strettissimo fra teatro e vita politica contemporanea: l’Orestea, infatti, è un omaggio alla lealtà di Argo e alla democrazia e alla giustizia ateniese). La sentinella osserva la luce nel buio: un complesso e astuto sistema di roghi collegava Troia e Argo, per informare la Grecia del prossimo ritorno dei combattenti achei. La tragedia inizia con un clima di attesa, alquanto ambiguo: la sensazione dominante dovrebbe essere la gioia, ma le trame di Clitemnestra e di Egisto traspaiono da un’inspiegabile tensione. Eschilo definisce Clitemnestra come dotata di “cuore maschile”, mentre Egisto è visto come “femmineo”, dato che è la sua amante a organizzare la congiura contro il marito legittimo e visto che egli rifiuta di partecipare alla guerra di Troia.

La “parodo” è l’ingresso del coro, in questo caso composto da anziani che non avevano partecipato alla guerra: essi sono preoccupati per le sorti del loro sovrano, assente da 10 anni e sostituito da suo cugino. Si parla di un “prodigio”: la presenza divina, in Eschilo, si manifesta sempre nella vita umana, spesso sotto forma di sogno o visione. Appaiono due aquile, una nera e una bianca (gli Atridi) che divorano una lepre gravida. Essa, però, è sacra ad Artemide, che chiederà vendetta: un uomo dovrà uccidere con le sue mani la propria figlia, in memoria del terribile accaduto. Altrimenti, per gli achei saranno venti sfavorevoli alla navigazione: Agamennone ragiona da capo dell’esercito, e non da padre quale è. Ciò sua moglie, che vive solo per la famiglia, non potrà perdonare: egli ritiene più importante garantire la partenza della flotta che risparmiare la vita alla figlia. Il coro commemora il lutto del sacrificio di Ifigenia, mentre Agamennone rientra vittorioso in patria: ciò che sta per accadere, è l’espiazione di una colpa non ancora pagata. La colpa sia espia sempre, anche durante i passaggi di generazione: morendo, Agamennone espierà anche la colpa di Atreo. La colpa appartiene non al singolo, non è individuale: è della stirpe, la colpa del padre è sempre ereditaria. Questo concetto è tipicamente di Eschilo: nulla accade per casualità. Clitemnestra è puro strumento della punizione divina, che è il suo vero esecutore. In questa logica, non esiste possibilità alcuna di redenzione (almeno per ora). Anche Clitemnestra, però, è a sua volta portatrice di una colpa : lei ha ucciso. La responsabilità , però, non esiste nel suo caso: responsabilità implica capacità di scelta, ma lei non ha scelta: una madre non può fare altrimenti, essa deve vendicare l’assassinio di una figlia innocente. Inoltre, essa è esecutrice di un volere divino, che è sempre ineluttabile. Lo spettacolo tragico genera quesiti: la vita non è mai così chiara e trasparente, vi sono infinite sfumature. Anche Agamennone esegue una volontà divina, alla quale è stato costretto: in questo sta la tragicità dell’esistenza dei personaggi. In ciò consiste il bivio tragico: forse, anche se avesse fatto una scelta coraggiosa in nome della figlia, Agamennone avrebbe ricevuto una punizione. Rifiutando il sacrificio, avrebbe disobbedito ad una volontà divina, e avrebbe ricevuto il biasimo fortissimo dei suoi compagni d’armi. Agamennone è colpevole, ma non responsabile.

sul quale egli, inconscio, cammina. Questa, però, è un’ulteriore tracotanza. Clitemnestra prega Zeus di provvedere alla riuscita della punizione esemplare da lui stesso prevista.

Quarto episodio: entra in scena Cassandra, profetessa (per punizione di Apollo) e prigioniera di guerra, consapevole del suo atroce destino. È diventata compagna di letto e concubina di Agamennone: Clitemnestra, oltre che madre ferita mortalmente, si vede anche sposa tradita e infangata, e ciò incrementa il suo furore. Cassandra non parla ma canta: ella è invasata, non si esprime lucidamente, come gli altri attori. Gli uomini non possono mai capire tutto: la spiegazione della realtà giunge sempre da fonti non totalmente umane. Ha visioni passate, presente e future: vede la colpa di Atreo (casa – mattatoio di uomini: si contese il trono miceneo con il fratello Tieste, che tornerà supplice dall’esilio: egli, però, avrebbe insidiato la moglie del fratello e diventa sospetto; ad un banchetto Atreo gli serve, senza farglielo sapere, la carne dei suoi figli, che egli stesso aveva abbattuto: Atreo, però, rimane impunito), vede l’uccisione sua e di Agamennone, che paga anche la colpa di averla portata a Micene, e vede anche il destino di Oreste, nel quale consiste anche la sua vendetta. Egisto è il figlio sopravvissuto di Tieste: egli punisce la morte dei fratelli. Clitemnestra fa preparare al marito un bagno purificatore (del sangue bellico): ricorre la parola- chiave rete/ragnatela (con essa si andava a caccia e a pesca: Agamennone vi cade in senso metaforico e proprio). Clitemnestra non si lava del suo sangue, che considera un trofeo: l’uccisione del marito è rituale: è una trasposizione scenica di antichissimi riti cretesi, nel quale veniva immolato un toro alla madre terra. La scure con la quale viene ucciso è simbolo della civiltà cretese. Creta è fondamentale per la cultura greca: mescolanza di elementi micenei e mediterranei. La forza di Clitemnestra, che sacrifica l’uomo, è la potenza della grande madre.

Oreste non si trova sulla scena del delitto: Clitemnestra non vuole che venga coinvolto e lo invia da un amico in Focide.

Clitemnestra si spiega al coro, che rimane perplesso: “fu giustizia”. Il dialogo diventa dialogo lirico. Gli Atridi sono nipoti di Tantalo. Clitemnestra ed Elena sono sorelle. Leda è la moglie di Tindaro: in una stessa notte si unì sia con lui, sia con Zeus sotto forma di cigno: nascono le sorelle e Castore (secondo figlio di Zeus) e Polluce. Castore ed Elena sono immortali a giorni alterni. Tutto dipende dal dio supremo Zeus, non avviene nulla che non sia da lui stabilito.

Clitemnestra afferma di non essere sé stessa, ma “Alastor”, ovvero demone vendicativo. A Salamina aiuta i greci, qua si impossessa del corpo di Clitemnestra. Dopo l’uccisione, si calma: ferma Egisto, dicendo che hanno esaurito la loro terribile missione.