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Testo della prima e seconda lettura dell’Aitareya Upanishad, che tratta del concetto di Atman e della sua relazione con il mondo materiale e spirituale. Max Müller osserva che Atman è un nome proprio con forte referenzialità ostensiva e si traduce come 'Self'. la creazione del mondo e l'interazione tra Atman e i sensi, il fuoco e il soffio espirato, e il concetto di reincarnazione.
Tipologia: Sintesi del corso
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àwmae =Xyay> Prathamaḥ adhyāyaḥ
Prima lettura
àwm> o{f> prathamaḥ kaṇḍaḥ
Capitolo primo
AaTma va #dmek @va¢ AasIt! , naNyiT—kcn im;t! , s $]t laekaNnu s&ja #it .1.
s #ma~Llaekans&jt , AM-aemrIcImRrmapae, Adae =M-> pre[ idv< *aE> àitóaNtir]< mrIcy> p&iwvI mrae ya
AxStaTta Aap> .2.
(^1) Oppure, con denominazione dovuta a Śaṅkara Bahvṛcabrāhmaṇopaniṣad, con cui però s’intende un testo più ampio.
La AitUp fa parte dello Aitareya Brāhmaṇa, un testo destinato al sacerdote hotar, e quindi facente parte del Ṛgveda, che riguarda principalmente il rituale del Mahāvrāta. La AitUp propriamente detta fa parte del secondo āraṇyaka (lo Aitareya Āraṇyaka ne conta cinque) e comprende il quarto, quinto, sesto e settimo adhyāya. Con Bahvṛcabrāhmaṇopaniṣad s’intende invece l’intero secondo āraṇyaka. Tradizionalmente si attribuiscono il Brāhmaṇa e l’Āraṇyaka a un figlio, oppure discendente, di Itara o Itarā, vale a dire Mahidāsa (appunto per matronimico Aitareya), che sarebbe vissuto 116 anni. Stando al racconto del commentatore Sāyaṇa (XIV sec.), che per molti versi segue Śaṅkara (VIII sec.), un veggente (ṛṣi) non nominato aveva molte mogli fra cui Itarā, la madre di Mahidāsa, ma il veggente prediligeva gli altri figli, trascurando Mahidāsa. Allora Itarā pregò la dea Terra (Bhūmi). La Terra comparve nella sua manifestazione celeste nel corso di un’assemblea regia, donò a Mahidāsa Aitareya un trono celeste e la conoscenza che traspose nei testi che da lui sono nominati. Il testo della Up è quello presente in Olivelle 1998: 314-323. (^2) Max Müller (1879: xxxi-xxxii) osserva che ātman è soltanto soggetto e non può essere tradotto come predicato. Se
possiamo dire che un uomo possiede un’anima, sostiene lo studioso tedesco, non possiamo dire che possiede un ātman. L’ātman, dunque, può ricevere predicati, ma non venire predicato. L’argomentazione è piuttosto singolare, poiché quando si afferma che il brahman, o il prāṇa sono identificabili con l’ātman, se ne fa in effetti un predicato. L’osservazione di Max Müller sembra piuttosto portare a considerare ātman un nome proprio «puro», con una forte referenzialità ostensiva; in ogni caso vengono rifiutate le traduzioni «soul» (Röer, Colebrooke), e analoghe, così come l’uso di lasciare non tradotto il termine (Regnaud). Max Müller propone di tradurre, dunque, «Self», attingendo alla funzione di pronome riflessivo che può assemere ātman. Si noterà che scrivendo Self con la maiuscola, Max Müller sembra farne proprio un nome proprio. *** (^3) Intendi: prima che la creazione venisse differenziata (^4) miṣat è ingiuntivo, qui da rendere con l’imperfetto. In RV X 190, 2 miṣ- pare sininimo di «vivere».
s $]teme nu laeka laekpalaNnu s&ja #it , sae =Ñ!y @v pué;< smuÏ&TyamUCDRyt! .3.
tm_ytpTtSyai-tÝSy muo— inri-t ywa{fm! , muoaÖaGvacae =i¶nRaiske inri-eta— naiska_ya— àa[>
àa[aÖayu>, Ai][I inri-etam]I_ya— c]uí]u; AaidTy> , k[aER inri-eta— k[Ra_ya— ïaeÇ— ïaeÇaiÎz>,
Tv'!inri-t Tvcae laemain laem_y Aae;ixvnSpty> , ùdy— inri-t ùdyaNmnae mnsíNÔma>, nai-inRri-*t
na_ya Apanae =panaNm&Tyu>, izZn— inri-*t izZnaÔetae rets Aap> .4.
(^5) Il termine pratiṣṭhā significa «base», «supporto», «sostegno». Nel linguaggio filosofico delle Up. («sostrato») indica
un elemento ontologicamente irriducibile. (^6) Dalla monade (ātmā ekaḥ) si sviluppa una tetraktys di quattro «mondi»: acque celesti (ambhas), gli astri situati
nell’atmosfera (marīcīḥ, cfr. ChUp II 21, 1), la terra (maraḥ) e le acque che affiorano da sottoterra (āpaḥ), che corrispondono al cielo (dyauḥ), all’atmosfera (antarikṣam), alla terra (pṛthvī), alle acque sotterranee (āpaḥ). (^7) Secondo i commentatori i cinque elementi (Acqua, Aria, Fuoco, Terra, Etere), ma qui si tratta delle regioni del cosmo
indicate sopra e i «signori dei mondi» saranno le divinità che li presiedono, ma nelle Up. più antiche anche agli elementi si fa riferimento spesso con termine devatā «divinità» (v. sotto I 2, 1). (^8) Solitamente l’atto della creazione da parte della divinità suprema (Prajāpati nei Br.) avviene in seguito a pratiche di
austerità. Qui invece avviene naturalmente dalle acque, che si presentano come il primo elemento nella cosmogonia. Qui con āpas si indicano le acque sotterranee, non l’oceano primordiale (salila) preesistente alla differenziazione del mondo (cfr. RV X 129, ***). È probabile che il puruṣa sia stato foggiato dalla terra umida di acqua, purīṣa (Meli ***, per il significato), con sottinteso gioco paretimologico fra i due termini. (^9) Così rendono puruṣa («individuo», «persona», ma anche l’essere antropomorfo primordiale, cfr. RV X 90) sia Röer
sia Colebrooke (Müller 1897: 238). Qui la cosmogonia si riduce a macro-antropogonia. (^10) Max Müller non vede giustamente alcun riferimenti a pratiche ascetiche, come potrebbe lasciar credere l’uso di tap-.
Piuttosto si dovrebbe intendere «scaldare col proprio corpo» («he brooded on him», Müller 1897: 238). (^11) Non vedo qui che un paragone dettato dall’osservazione, senza alcun riferimento all’uovo cosmico da cui sarebbe
sorto il mondo, come si legge in parecchie testimonianze anche occidentali, fra cui le cosmogonie orfiche. (^12) Il prāṇa è anche un organo di sendo che presiede all’odorato.
Ai¶vaRG-UTva muo< àaivzÖayu> àa[ae -UTva naiske àaivzdaidTyí]u-RUTvai][I àaivziÎz> ïaeÇ< -UTva k[aER
àaivzNnae;ixvnSptyae laemain -UTva Tvc< àaivz~íNÔma mnae -UTva ùdy< àaivzNm&Tyurpanae -UTva nai-<
àaivzdapae retae -UTva izZn< àaivzn! .4.
t&tIy> k{f> tṛtīyaḥ kaṇḍaḥ
Capitolo terzo
s $]teme nu laekaí laekpalaíaNnme_y> s&ja #it .1.
sae =pae =_ytpÄa_yae =i-tÝa_yae mUitRrjayt , ya vE sa mUitRrjaytaÚ< vE tt! .2.
(^19) Qui puruṣa deve indicare una entità diversa dal macroantropo prima creato (I 1, 2) e solitamente s’intende «uomo». (^20) Si ha qui a che fare con un processo inverso a quello rilevato sopra. Il puruṣa-uomo vine reintegrato al livello del
microcosmo, poiché gli elementi (devatā) dispersi nella «grande corrente» penetrano (si nutrono, dunque) nel si mulacro antropomorfo procurato dall’Uno. (^21) Le acque «terrestri». (^22) Il nome denota ciuscun oggetto che abbia forma e sostanza.
tdenTs&ò< pra'Tyij"a<st! tÖacaij"&]ÄÚaz²aeÖaca ¢hItum! , s yÏEnÖaca¢hE:ydi-VyaùTy hEvaÚmÇPSyt!
.3.
tTàa[enaij"&]ÄÚaz²aeTàa[en ¢ihtum! , s yÏEnTàa[ena¢hE:ydi-àa{y hEvaÚmÇPSyt! .4.
t½]u;aij"&]ÄÚaz²ae½]u;a ¢ihtum! , s yÏEn½]u;a¢hE:yd! †:ò!va hEvaÚmÇPSyt! .5.
tCD+aeÇe[aij"&]ÄÚaz²aeCD+aeÇe[ ¢ihtum! , s yÏEnCD+aeÇe[a¢hE:yCD+…Tva hEvaÚmÇPSyt! .6.
tÅvcaij"&]ÄÚaz²aeÅvca ¢ihtum! , s yÏEnÅvca¢hE:yTSp&ò!va hEvaÚmÇPSyt! .7.
(^23) Il «nutrimento» è costituito dagli oggetti di senso, fra cui i desideri, oggetto del manas. (^24) Il concetto che viene sviluppato nei versetti seguenti è che non è possibile avere conoscenza del mondo esterno
attraverso i singoli organi di senso. Ciascuno di essi concorre alla definizione dell’oggetto. (^25) Il puruṣa-uomo.
inspira con il soffio inspirato, se si vede con l’occhio, se si ascolta con l’orecchio, se si tocca con la pelle, se si pensa con la psiche, e si espira con il soffio espirato, se si eiacula con il pene, allora io chi sono? 31 »
s @tmev sIman< ivdayERtya Öara àap*t , sE;a iv†itnRam ÖaStdetÚaNdnm! , tSy Çy AavswaSÇy> Svßa
Aymavswae =ymavswae =ymavsw #it .12.
s jatae -UtaNyi-VyEOyt! ikimhaNy< vavid;idit , s @tmev pué;< äü ttmmpZyt! , #dmdzRimtI‡ 3 .13.
tSmaiddNÔae namedNÔae h vE nam timdNÔ< sNtimNÔ #Tyac]te prae]e[ , ptae]iàya #v ih deva> ptae]iàya #v ih
deva>.14.
(^29) «Questo qui», il puruṣa-uomo. (^30) Oppure «attraversao quele delle due vie entrerò in lui?» (^31) La reintegrazione deve essere completa con la presenza dell’Uno nel puruṣa-uomo. Inoltre, la reintegrazione
conferisce identità anche all’Uno stesso che appare escluso dall’oera creatriche che egli stesso ha provocato. (^32) La sutura sagittale, porta d’ingresso dell’anima o prinicipio unificatore nel puruṣa-uomo. (^33) È presente un gioco paretimologico fra vidārya «dopo aver aperto» e vidṛti «apertura». (^34) Forse il punto in cui mondo materiale e mondo spirituale s’incontrano. (^35) L’Uno. (^36) Accanto alla coscienza di veglia, si contano tre stati di veglia, sogno e sonno profondo, i quali preludono alla
conoscenza svincolata dai sensi. Le tre dimore saranno, dunque, i sensi, il manas e il cuore. Numerosi sono i luoghi nella tradizione indiana e greca in cui il sonno e il sogno precludono a una conoscenza più intensa e veritiera dell stato di veglia; anzi, spesso al sapiente sono attribuiti proprio questi stati di coscienza, in opposizione alla coscienza di veglia limitata ai comuni mortali. (^37) Le Upaniṣad erano comunicate originariamente in maniera orale con la relativa brachilogia che si deve
all’insegnamento in presenza di un maestro. Qui, con l’uo del deittico (ayam «quello»), il maestro deve aver spiegato oralmente al discepolo in che consistessero gli stati di sonno. (^38) «Venuto all’essere», vale a dire circostanziato nel puruṣa-uomo. (^39) Qui ancora il termine impiegato è puruṣa. L’Uno, una volta circostanziato e insediatosi nel puruṣa-uomo come
elemento ultimo e causa delle devatā sensoriali, chiede se vi sia un altro principio pari a lui nel mondo che si è venuto così a configurare. (^40) Il Brahman (neutro), com’è noto, è il principio che governa il cosmo nelle sue leggi certe e inviolabili. L?uno
penetrato nel puruṣa-uomo ora vede il mondo esterno a lui ne riconosce il principio unificatore, allo stesso modo in cui lui è il principio unificatore nel microcosmo.
iÖtIyae =¸yay> dvitīyaḥ adhyāyaḥ
Lettura seconda
pué;e h va Aymaidtae g-aeR -vit ydetÔet> , tdetTsveR_yae =¼e_yStej> s<-UtmaTmNyevaTman< ib-itR , t*da
iôya< isÂTywEn¾nyit tdSy àwm< jNm .1.
tiTôya AaTm-Uy< gCDit ywa Svm¼< twa , tSmadena< n ihniSt , saSyEtmaTmanmÇ gt< -avyit .2.
(^41) È ancora presente un gioco paretimologico fra idam adarśam «questo vedevo» e idandraḥ, da idaṃ draḥ, con draḥ
nome radicale fittizio dalla radice dṛś- «vedere». Dunque idandraḥ è «colui che vede questo», cioè il Brahman. L’Uno, divenuto soggetto vivente in questo mondo e in questo mondo conoscente riceve perciò il nome «Colui che vede questo [i.e. il Brahman]». (^42) Indra è la divinità suprema del pantheon del Ṛgveda, ma indriya «ciò che è caro a Indra», indica tanto la poenza che
gli atti di forza e al neutro plurale indica gli organi di locomozione e di percenzione. Dunque l’Uno è occultamente Indra, perché percepisce e conosce questo mondo riducendolo in suo potere. (^43) Questa asserzione si spiega considerando che gli dèi pensano, operano e parlano in maniera diversa dagli uomini. Il
loro modo di vare va perciò interpretato. È concezione anche greca e, più in generale, indeuropea (Lazzeroni, Maggi, Meli). (^44) sc. puruṣaṃ. (^45) Il luogo è di difficile interpretazione e traduzione. Müller 1879: 243 rende «he (the man) bears as self in his self
(body)». Comunque è difficile che ātman denoti qui il principio eterno presente nell’uomo. Quello che sembra si voglia dire che il seme è già strutturato in forma umana, traendo il proprio vigore (tejas) dalle membra del corpo. Il tejas dunque porta in se stesso (ātmani) il puruṣa stesso (ātmanaṃ). (^46) Il soggetto è puruṣa «maschio». (^47) Soggetto è retaḥ «seme». (^48) Müller 1879: 243 «Tha seed becomes the self of the woman». (^49) ātman può indicare la totatità del corpo in opposizione alle sue parti. Del resto anātmakā devāḥ (***) significa
proprio «gli dèi sono privi di corpo». Si veda anche sopra (n. 45) la traduzione di M. Müller.
g-R @vEtCDyanae vamdev @vmuvac .5.
garbhe nu sann eṣām avedam ahaṃ devānāṃ janimāni viśvā; śataṃ mā puraḥ āyasīr arakṣann adhaḥ, śyenaḥ javasā niradīyam; iti;
garbhe eva etac chayanaḥ Vāmadevaḥ evam uvāca.
«Mentre ero ancora nell’utero conobbi tutte le nascite delle divinità. Mi circondavano in basso cento fortezze di metallo; allora, uccello io volai via rapidamente»^60.
Proprio mentre giaceva nell’utero Vāmadeva in questo modo lo disse.
s @v< ivÖanSmaCDrIr-edaËXvR %T³Myamui:mNTSvgeR laeke svaRNkamanaPTva =m&t> sm-vTsm-vt! .6.
t&tIyae =Xyay> tṛtīyaḥ adhyāyaḥ
Lettura terza
kae =ymaTmeit vymupaSmhe ktr> s AaTma , yen va pZyit yen va z&[aeit yen va gNxanaijºit yen va vac<
Vyakraeit yen va SvaÊ caSvÊ ivjanait .1.
(^59) Vāmadeva Gautama, che è l’autore di quasi tutto il IV ciclo di inni del Ṛgveda. (^60) Cfr. RV IV 27, 1:
gárbhe nú sánn ánu eṣām avedam aháṃ devā́ nāṃ jánimāni víśvā śatám mā púra ā́ yasīr arakṣann ádha śyenó javásā nír adīyam
(^61) Formula tipica che si pone alla fine dell’insegnamento nei Brāhmaṇa, che si potrebbe compendiare nella massima
«sapere è potere». Chi conosce la natura di qualcosa è in grado di padroneggiarla.
ydetϯdy< mnZcEtTs<}anma}an< iv}an< à}an< mexa †iòx&RitmRnI;a jUit> Sm&it> s»Lp> ³tursu> kamae vz #it ,
svaR{yevEtain à}anSy namxeyain -viNt .2.
@; äüE; #NÔ @; àjapitrete sveR deva #main c p mha-Utain p&iwvI vayurakaz Aapae JyaetI<;ITyetanImain c
]uÔimïa[Iv bIjanItrai[ cetrai[ ca{fjain c jaéjain c Svedjain caeiÑjain caña gav> pué;a hiStnae
(^62) Si riprendono qui le argomentazioni presenti in I 3. (^63) Müller 1879: 245 traduce qui ātman com «Self». Si potrebbe qui rendere però «chi l’individuo corporeo?», «qual è la
sua natura?». Come psyche nella tradizione greca omerica, ātman pare piuttosto indicare una unità indissolubile fra corpo e fenomeni psichici che in esso si manifestano. (^64) Cioè: «l’ātman è riconducibile a uno degli organi senso (inclusa la parola, con la quale si percepiscono ‘chiamandoli’
gli oggetti), che si riveli egemonico?» (^65) Come si legge in RV X 129, il «cuore» (hṛdaya) è l’organo della percezione interiore che si oppone alla percezione
sensibile. (^66) Nella dottrina delle Up. la «mente» (manas) è un organo di senso che ha per oggetto i desideri. Si può. più che con
«mente» rendere il termine sanscrito con «attività psichica indirizzata verso il mondo esteriore». (^67) Il termine sanscrito saṃjñāna è solitamente reso «coscienza»; può, al neutro, anche valere «accordo», «concordia».
Qui può indicare un processo conoscitivo che comporta non la semplice percezione, ma la valutazione dei dati percepiti in relazione a quanto si è già esperito. (^68) Con «osservazione» (ājñāna), ma anche «definizione», si può intendere la ricerca di una corrispondenza fra dati
esperiti in maniera non immediata e quanto già è conosciuto. (^69) Con «discriminazione» (vijñāna) si può intendere il giudizio attraverso il quale i dali dell’esperienza vengono valutati
se veri o falsi. Dunque si procede attraverso il processo che va dalla coscienza percettiva alla ricerca della corrispondenza fra i dati esperiti, alla loro valutazione. (^70) La «conoscenza» (prajñāna) sarà allora il complesso dei giudizi tratti dalla valutazione dell’esperienza. (^71) Il significato del sanscrito medhā oscilla fra «vigore mentale», «prudenza», «intelligenza»; qui pare indicare
l’applicazione ‘sociale’ della conoscenza. (^72) È la «visione» (dṛṣṭi) dei veggenti (ṛṣi) che porta alla conoscenza delle realtà ultime. (^73) Intendi «nel conseguire un fine». (^74) La capacità di agire ponderando le situazioni; così almeno io l’intendo. (^75) Vale a dire «rapidità di esecuzione». Si potrebbe anche intendere «versatilità». (^76) Intesa come facoltà di fissare la tradizione e, dunque, un canone di comportamento. (^77) Con saṃkalpa, qui tradotto con «immaginazione» si denota il processo mentale che porta a figurarsi uno stato di cose
con l’intenzione di realizzarlo. Il termina sanscrito vale anche «volontà», «desiderio», «scopo». (^78) Così intendo kratu, quasi un corrispondente del greco techne. (^79) Qui quasi un corrispondente di prāṇa o ātman (nel significato vedico). Da determinazioni relativi al pensiero o alle
facoltà mentali, si passa qui a determinazioni di ordine pneumatico o fisico. (^80) Il «desiderio» (kāma) compare come uno dei prime elementi nella cosmogonia di RV X 129. (^81) In sanscrito vaśa, «volere», «autorevolezza», «controllo».