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Aitareya Upanishad: Prathama e Secondo Capitolo, Sintesi del corso di Letteratura Indiana

Testo della prima e seconda lettura dell’Aitareya Upanishad, che tratta del concetto di Atman e della sua relazione con il mondo materiale e spirituale. Max Müller osserva che Atman è un nome proprio con forte referenzialità ostensiva e si traduce come 'Self'. la creazione del mondo e l'interazione tra Atman e i sensi, il fuoco e il soffio espirato, e il concetto di reincarnazione.

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 17/11/2021

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sundari_88 🇮🇹

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Aitareya upaniṣad1
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Prathamaḥ adhyāyaḥ
Prima lettura
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prathamaḥ kaṇḍaḥ
Capitolo primo
AaTma va #dmek @va¢ AasIt! , naNyiT—kcn im;t! , s $]t laekaNnu s&ja #it .1.
1. ātmā2 vā idam ekaḥ eva agre āsīt; na anyat kiṃcana miṣat; sa īkṣata lokānnu sṛjā iti.
1. Proprio un unico essere era in principio3 questo mondo. Nient’altro ammiccava4, e allora egli
formula il pensiero: «Che io, ora, produca mondi!»
s #ma~Llaekans&jt , AM-aemrIcImRrmapae, Adae =M-> pre[ idv< *aE> àitóaNtir]< mrIcy> p&iwvI mrae ya
AxStaTta Aap> .2.
1 Oppure, con denominazione dovuta a Śaṅkara Bahvṛcabrāhmaṇopaniṣad, con cui però s’intende un testo più ampio.
La AitUp fa parte dello Aitareya Brāhmaṇa, un testo destinato al sacerdote hotar, e quindi facente parte del Ṛgveda, che
riguarda principalmente il rituale del Mahāvrāta. La AitUp propriamente detta fa parte del secondo āraṇyaka (lo
Aitareya Āraṇyaka ne conta cinque) e comprende il quarto, quinto, sesto e settimo adhyāya. Con
Bahvṛcabrāhmaṇopaniṣad s’intende invece l’intero secondo āraṇyaka. Tradizionalmente si attribuiscono il Brāhmaṇa e
l’Āraṇyaka a un figlio, oppure discendente, di Itara o Itarā, vale a dire Mahidāsa (appunto per matronimico Aitareya),
che sarebbe vissuto 116 anni. Stando al racconto del commentatore Sāyaṇa (XIV sec.), che per molti versi segue
Śaṅkara (VIII sec.), un veggente (ṛṣi) non nominato aveva molte mogli fra cui Itarā, la madre di Mahidāsa, ma il
veggente prediligeva gli altri figli, trascurando Mahidāsa. Allora Itarā pregò la dea Terra (Bhūmi). La Terra comparve
nella sua manifestazione celeste nel corso di un’assemblea regia, donò a Mahidāsa Aitareya un trono celeste e la
conoscenza che traspose nei testi che da lui sono nominati. Il testo della Up è quello presente in Olivelle 1998: 314-323.
2 Max Müller (1879: xxxi-xxxii) osserva che ātman è soltanto soggetto e non può essere tradotto come predicato. Se
possiamo dire che un uomo possiede un’anima, sostiene lo studioso tedesco, non possiamo dire che possiede un ātman.
L’ātman, dunque, può ricevere predicati, ma non venire predicato. L’argomentazione è piuttosto singolare, poiché
quando si afferma che il brahman, o il prāṇa sono identificabili con l’ātman, se ne fa in effetti un predicato.
L’osservazione di Max Müller sembra piuttosto portare a considerare ātman un nome proprio «puro», con una forte
referenzialità ostensiva; in ogni caso vengono rifiutate le traduzioni «soul» (Röer, Colebrooke), e analoghe, così come
l’uso di lasciare non tradotto il termine (Regnaud). Max Müller propone di tradurre, dunque, «Self», attingendo alla
funzione di pronome riflessivo che può assemere ātman. Si noterà che scrivendo Self con la maiuscola, Max Müller
sembra farne proprio un nome proprio. ***
3 Intendi: prima che la creazione venisse differenziata
4 miṣat è ingiuntivo, qui da rendere con l’imperfetto. In RV X 190, 2 miṣ- pare sininimo di «vivere».
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Anteprima parziale del testo

Scarica Aitareya Upanishad: Prathama e Secondo Capitolo e più Sintesi del corso in PDF di Letteratura Indiana solo su Docsity!

@Etreyaepin;t!

Aitareya upaniṣad^1

àwmae =Xyay> Prathamaḥ adhyāyaḥ

Prima lettura

àwm> o{f> prathamaḥ kaṇḍaḥ

Capitolo primo

AaTma va #dmek @va¢ AasIt! , naNyiT—kcn im;t! , s $]t laekaNnu s&ja #it .1.

  1. ātmā^2 vā idam ekaḥ eva agre āsīt; na anyat kiṃcana miṣat; sa īkṣata lokānnu sṛjā iti.
  2. Proprio un unico essere era in principio 3 questo mondo. Nient’altro ammiccava 4 , e allora egli formula il pensiero: «Che io, ora, produca mondi!»

s #ma~Llaekans&jt , AM-aemrIcImRrmapae, Adae =M-> pre[ idv< *aE> àitóaNtir]< mrIcy> p&iwvI mrae ya

AxStaTta Aap> .2.

(^1) Oppure, con denominazione dovuta a Śaṅkara Bahvṛcabrāhmaṇopaniṣad, con cui però s’intende un testo più ampio.

La AitUp fa parte dello Aitareya Brāhmaṇa, un testo destinato al sacerdote hotar, e quindi facente parte del Ṛgveda, che riguarda principalmente il rituale del Mahāvrāta. La AitUp propriamente detta fa parte del secondo āraṇyaka (lo Aitareya Āraṇyaka ne conta cinque) e comprende il quarto, quinto, sesto e settimo adhyāya. Con Bahvṛcabrāhmaṇopaniṣad s’intende invece l’intero secondo āraṇyaka. Tradizionalmente si attribuiscono il Brāhmaṇa e l’Āraṇyaka a un figlio, oppure discendente, di Itara o Itarā, vale a dire Mahidāsa (appunto per matronimico Aitareya), che sarebbe vissuto 116 anni. Stando al racconto del commentatore Sāyaṇa (XIV sec.), che per molti versi segue Śaṅkara (VIII sec.), un veggente (ṛṣi) non nominato aveva molte mogli fra cui Itarā, la madre di Mahidāsa, ma il veggente prediligeva gli altri figli, trascurando Mahidāsa. Allora Itarā pregò la dea Terra (Bhūmi). La Terra comparve nella sua manifestazione celeste nel corso di un’assemblea regia, donò a Mahidāsa Aitareya un trono celeste e la conoscenza che traspose nei testi che da lui sono nominati. Il testo della Up è quello presente in Olivelle 1998: 314-323. (^2) Max Müller (1879: xxxi-xxxii) osserva che ātman è soltanto soggetto e non può essere tradotto come predicato. Se

possiamo dire che un uomo possiede un’anima, sostiene lo studioso tedesco, non possiamo dire che possiede un ātman. L’ātman, dunque, può ricevere predicati, ma non venire predicato. L’argomentazione è piuttosto singolare, poiché quando si afferma che il brahman, o il prāṇa sono identificabili con l’ātman, se ne fa in effetti un predicato. L’osservazione di Max Müller sembra piuttosto portare a considerare ātman un nome proprio «puro», con una forte referenzialità ostensiva; in ogni caso vengono rifiutate le traduzioni «soul» (Röer, Colebrooke), e analoghe, così come l’uso di lasciare non tradotto il termine (Regnaud). Max Müller propone di tradurre, dunque, «Self», attingendo alla funzione di pronome riflessivo che può assemere ātman. Si noterà che scrivendo Self con la maiuscola, Max Müller sembra farne proprio un nome proprio. *** (^3) Intendi: prima che la creazione venisse differenziata (^4) miṣat è ingiuntivo, qui da rendere con l’imperfetto. In RV X 190, 2 miṣ- pare sininimo di «vivere».

  1. Sa imān lokān asṛjata: ambhaḥ marīcīḥ maram āpaḥ. adaḥ ambhaḥ pareṇa divaṃ, dyauḥ pratiṣṭhā^5 ; antarikṣaṃ marīcayaḥ; pṛthivī maraḥ; yāḥ adhastāt, tāḥ āpaḥ.
  2. Egli produceva questi mondi: oceano celeste, luci, morte, acque 6. Quell’oceano si trova oltre il cielo; il cielo ne è il sostegno. Le luci sono l’atmosfera, la morte è la terra, quelle che ne sono al disotto, sono le acque.

s $]teme nu laeka laekpalaNnu s&ja #it , sae =Ñ!y @v pué;< smuÏ&TyamUCDRyt! .3.

  1. Sa īkṣata ime nu lokāḥ lokapālān nu sṛjā iti; saḥ adbhyaḥ eva puruṣaṃ samuddhṛtya amūrcchayat.
  2. Egli formula il pensiero: «Questi, ora, sono i mondi; che io produca i signori dei mondi 7 ». Egli, dopo averlo estratto proprio dalle acque 8 , dette forma a un essere antropomorfo 9.

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àa[aÖayu>, Ai][I inri-etam]I_ya— c]uí]u; AaidTy> , k[aER inri-eta— k[Ra_ya— ïaeÇ— ïaeÇaiÎz>,

Tv'!inri-t Tvcae laemain laem_y Aae;ixvnSpty> , ùdy— inri-t ùdyaNmnae mnsíNÔma>, nai-inRri-*t

na_ya Apanae =panaNm&Tyu>, izZn— inri-*t izZnaÔetae rets Aap> .4.

  1. Tam abhyatapat, tasya abhitaptasya mukhaṃ nirabhidyata yathā aṇḍam; mukhād vāg, vācaḥ agniḥ; nāsike nirabhidyetāṃ, nāsikābhyāṃ prāṇaḥ, prāṇād vāyur; akṣiṇī nirabhidyetāṃ, akṣībhyāṃ cakṣuḥ, cakṣuṣaḥ ādityaḥ; karṇau nirabhidyetāṃ, karṇābhyāṃ śrotraṃ, śrotrād diśas; tvag nirabhidyata, tvacaḥ lomāni, lomabhyaḥ oṣadhivanaspatayaḥ; hṛdayaṃ nirabhidyata, hṛdayād manaḥ, manasaḥ candramāḥ; nābhiḥ nirabhidyata, nābhyāḥ apānaḥ, apānād mṛtyuḥ; śiśnaṃ nirabhidyata, śiśnād retaḥ, retasaḥ āpaḥ.
  2. Egli lo riscaldava 10 ; una volta riscaldato, si crepò la bocca, come accade con un uovo 11. Dalla bocca nacque la parola, dalla parola il fuoco. Si creparono le narici, dalle narici il soffio inspirato 12 , dal soffio inspirato il vento. Si creparono gli occhi, dagli occhi la vista, dalla vista il sole. Si creparono le orecchie, dalle orecchie l’udito, dall’udito i punti cardinali. Si crepò la pelle, dalla

(^5) Il termine pratiṣṭhā significa «base», «supporto», «sostegno». Nel linguaggio filosofico delle Up. («sostrato») indica

un elemento ontologicamente irriducibile. (^6) Dalla monade (ātmā ekaḥ) si sviluppa una tetraktys di quattro «mondi»: acque celesti (ambhas), gli astri situati

nell’atmosfera (marīcīḥ, cfr. ChUp II 21, 1), la terra (maraḥ) e le acque che affiorano da sottoterra (āpaḥ), che corrispondono al cielo (dyauḥ), all’atmosfera (antarikṣam), alla terra (pṛthvī), alle acque sotterranee (āpaḥ). (^7) Secondo i commentatori i cinque elementi (Acqua, Aria, Fuoco, Terra, Etere), ma qui si tratta delle regioni del cosmo

indicate sopra e i «signori dei mondi» saranno le divinità che li presiedono, ma nelle Up. più antiche anche agli elementi si fa riferimento spesso con termine devatā «divinità» (v. sotto I 2, 1). (^8) Solitamente l’atto della creazione da parte della divinità suprema (Prajāpati nei Br.) avviene in seguito a pratiche di

austerità. Qui invece avviene naturalmente dalle acque, che si presentano come il primo elemento nella cosmogonia. Qui con āpas si indicano le acque sotterranee, non l’oceano primordiale (salila) preesistente alla differenziazione del mondo (cfr. RV X 129, ***). È probabile che il puruṣa sia stato foggiato dalla terra umida di acqua, purīṣa (Meli ***, per il significato), con sottinteso gioco paretimologico fra i due termini. (^9) Così rendono puruṣa («individuo», «persona», ma anche l’essere antropomorfo primordiale, cfr. RV X 90) sia Röer

sia Colebrooke (Müller 1897: 238). Qui la cosmogonia si riduce a macro-antropogonia. (^10) Max Müller non vede giustamente alcun riferimenti a pratiche ascetiche, come potrebbe lasciar credere l’uso di tap-.

Piuttosto si dovrebbe intendere «scaldare col proprio corpo» («he brooded on him», Müller 1897: 238). (^11) Non vedo qui che un paragone dettato dall’osservazione, senza alcun riferimento all’uovo cosmico da cui sarebbe

sorto il mondo, come si legge in parecchie testimonianze anche occidentali, fra cui le cosmogonie orfiche. (^12) Il prāṇa è anche un organo di sendo che presiede all’odorato.

  1. Tābhyaḥ puruṣam ānayat, tāḥ abruvan: sukṛtaṃ bata iti; puruṣa vāva sukṛtaṃ; tāḥ abravīd: yathā āyatanaṃ praviśata iti.
  2. Portava loro un uomo^19. Dissero: «Ecco, ben fatto!» E, in effetti, l’uomo è ben fatto. Disse loro «Entrate, come in una dimora».

Ai¶vaRG-UTva muo< àaivzÖayu> àa[ae -UTva naiske àaivzdaidTyí]u-RUTvai][I àaivziÎz> ïaeÇ< -UTva k[aER

àaivzNnae;ixvnSptyae laemain -UTva Tvc< àaivz~íNÔma mnae -UTva ùdy< àaivzNm&Tyurpanae -UTva nai-<

àaivzdapae retae -UTva izZn< àaivzn! .4.

  1. agnir vāg bhūtvā mukhaṃ prāviśad; vāyuḥ prāṇaḥ bhūtvā nāsike prāviśad; ādityaś cakṣur bhūtvā akṣiṇī prāviśad; diśaḥ śrotraṃ bhūtvā karṇau prāviśann; oṣadhivanaspatayaḥ lomāni bhūtvā tvacaṃ prāviśaṃś; candramāḥ manaḥ bhūtvā hṛdayaṃ prāviśad; mṛtyuḥ apānaḥ bhūtvā nābhiṃ prāviśad; āpaḥ retaḥ bhūtvā śiśnaṃ prāviśan.
  2. Il fuoco, diventato parola, entrò nella bocca; il vento, diventato soffio inspirato, entrò nelle narici; il sole, diventato vista, entrò negli occhi; i punti cardinali, diventati udito, entrarono nelle orecchie; le erbe e le piante, diventate peli, entrarono nella pelle; la luna, diventata psiche, entrò nel cuore; la morte, diventata soffio espirato, entrò nell’ombelico; le acque, diventate sperma, entrarono nel pene 20.

t&tIy> k{f> tṛtīyaḥ kaṇḍaḥ

Capitolo terzo

s $]teme nu laekaí laekpalaíaNnme_y> s&ja #it .1.

  1. Sa īkṣata: ime nu lokāś ca lokapālaś ca annam ebhyaḥ sṛjā iti.
  2. Egli formula il pensiero: «Questi, ora, sono i mondi e i signori dei mondi. Che io produca nutrimento per loro!»

sae =pae =_ytpÄa_yae =i-tÝa_yae mUitRrjayt , ya vE sa mUitRrjaytaÚ< vE tt! .2.

  1. Saḥ apaḥ 21 abhyatapat, tābhyaḥ abhitaptābhyaḥ, mūrtir^22 ajāyata; yā vā sā mūrtir ajāyata, annaṃ vai tat.

(^19) Qui puruṣa deve indicare una entità diversa dal macroantropo prima creato (I 1, 2) e solitamente s’intende «uomo». (^20) Si ha qui a che fare con un processo inverso a quello rilevato sopra. Il puruṣa-uomo vine reintegrato al livello del

microcosmo, poiché gli elementi (devatā) dispersi nella «grande corrente» penetrano (si nutrono, dunque) nel si mulacro antropomorfo procurato dall’Uno. (^21) Le acque «terrestri». (^22) Il nome denota ciuscun oggetto che abbia forma e sostanza.

  1. Scaldava le acque; una volta scaldate, nacque una sostanza. Quella sostanza che era nata era proprio il nutrimento 23.

tdenTs&ò< pra'Tyij"a<st! tÖacaij"&]ÄÚaz²aeÖaca ¢hItum! , s yÏEnÖaca¢hE:ydi-VyaùTy hEvaÚmÇPSyt!

.3.

  1. Tad enat sṛṣṭaṃ, parāṅ atyajighāṃsat; tad vācā ajighṛkṣat; tad na aśaknod vācā grahītuṃ; sa yadd hā enad vācā agrahaiṣyad, abhivyāhṛtya hā eva annam atrapsyat.
  2. Quanto era stato prodotto, quello volle farsi da parte 24. Egli 25 intese afferrarlo per mezzo della parola. Non poté afferrarlo con la parola. In effetti, se lo avesse afferrato con la parola, una volta pronunciatolo, avrebbe veramente soddisfatto il desiderio di nutrimento.

tTàa[enaij"&]ÄÚaz²aeTàa[en ¢ihtum! , s yÏEnTàa[ena¢hE:ydi-àa{y hEvaÚmÇPSyt! .4.

  1. tat prāṇena ajighṛkṣat, tan na aśaknot prāṇena grahituṃ; sa yadd hā enat prāṇena agrahaiṣyad, abhiprāṇya hā eva annam atrapsyat.
  2. Egli intese afferrarlo per mezzo del soffio inspirato. Non poté afferrarlo col soffio inspirato. In effetti, se lo avesse afferrato col soffio inspirato, una volta inspiratolo, avrebbe veramente soddisfatto il desiderio di nutrimento.

t½]u;aij"&]ÄÚaz²ae½]u;a ¢ihtum! , s yÏEn½]u;a¢hE:yd! †:ò!va hEvaÚmÇPSyt! .5.

  1. Tac cakṣuṣā ajighṛkṣat, tan na aśaknot cakṣuṣā grahituṃ; sa yadd hā enac cakṣuṣā agrahaiṣyad, dṛṣṭvā hā eva annam atrapsyat.
  2. Egli intese afferrarlo per mezzo dell’occhio. Non poté afferrarlo con l’occhio. In effetti, se lo avesse afferrato con l’occhio, una volta vistolo, avrebbe veramente soddisfatto il desiderio di nutrimento.

tCD+aeÇe[aij"&]ÄÚaz²aeCD+aeÇe[ ¢ihtum! , s yÏEnCD+aeÇe[a¢hE:yCD+…Tva hEvaÚmÇPSyt! .6.

  1. Tac chrotreṇa ajighṛkṣat, tan na aśaknoc chrotreṇa grahituṃ; sa yadd hā enac chrotreṇa agrahaiṣyad, dṛṣṭvā hā eva annam atrapsyat.
  2. Egli intese afferrarlo per mezzo dell’ orecchio. Non poté afferrarlo con l’ orecchio. In effetti, se lo avesse afferrato con l’orecchio, una volta uditolo, avrebbe veramente soddisfatto il desiderio di nutrimento.

tÅvcaij"&]ÄÚaz²aeÅvca ¢ihtum! , s yÏEnÅvca¢hE:yTSp&ò!va hEvaÚmÇPSyt! .7.

(^23) Il «nutrimento» è costituito dagli oggetti di senso, fra cui i desideri, oggetto del manas. (^24) Il concetto che viene sviluppato nei versetti seguenti è che non è possibile avere conoscenza del mondo esterno

attraverso i singoli organi di senso. Ciascuno di essi concorre alla definizione dell’oggetto. (^25) Il puruṣa-uomo.

inspira con il soffio inspirato, se si vede con l’occhio, se si ascolta con l’orecchio, se si tocca con la pelle, se si pensa con la psiche, e si espira con il soffio espirato, se si eiacula con il pene, allora io chi sono? 31 »

s @tmev sIman< ivdayERtya Öara àap*t , sE;a iv†itnRam ÖaStdetÚaNdnm! , tSy Çy AavswaSÇy> Svßa

Aymavswae =ymavswae =ymavsw #it .12.

  1. Sa etam eva sīmānaṃ vidārya, etayā dvārā prāpadyata; sa eṣā vidṛtir nāma dvār, tad etan nāndanam; tasya trayaḥ āvasathās, trayaḥ svapnāḥ: ayam āvasathaḥ, ayam āvasathaḥ, ayam āvasathaḥ iti.
  2. Egli, allora, dopo aver aperto la scriminatura sulla nuca 32 , penetrò per mezzo di quella porta. «Apertura»^33 si chiama la porta, e questo è il «Luogo della Beatitudine»^34. Questi 35 ha tre dimore, tre stati di sonno 36 : «ecco una dimora, ecco una dimora, ecco una dimora»^37.

s jatae -UtaNyi-VyEOyt! ikimhaNy< vavid;idit , s @tmev pué;< äü ttmmpZyt! , #dmdzRimtI‡ 3 .13.

  1. Sa jātaḥ, bhūtāni abhivyaikhyat: kim iha anyaṃ vāvadiṣad iti; sa etam eva puruṣaṃ, brahma tatamam, apaśyat; idam adarśam itīṃ 3.
  2. Una volta nato 38 , dunque, guardò le creature dicendo: «C’è qualcuno qui che voglia dichiararsi un altro?» Allora egli vedeva proprio quell’individuo 39 , il brahman amplissimo 40. «Questo vedevo» disse.

tSmaiddNÔae namedNÔae h vE nam timdNÔ< sNtimNÔ #Tyac]te prae]e[ , ptae]iàya #v ih deva> ptae]iàya #v ih

deva>.14.

(^29) «Questo qui», il puruṣa-uomo. (^30) Oppure «attraversao quele delle due vie entrerò in lui?» (^31) La reintegrazione deve essere completa con la presenza dell’Uno nel puruṣa-uomo. Inoltre, la reintegrazione

conferisce identità anche all’Uno stesso che appare escluso dall’oera creatriche che egli stesso ha provocato. (^32) La sutura sagittale, porta d’ingresso dell’anima o prinicipio unificatore nel puruṣa-uomo. (^33) È presente un gioco paretimologico fra vidārya «dopo aver aperto» e vidṛti «apertura». (^34) Forse il punto in cui mondo materiale e mondo spirituale s’incontrano. (^35) L’Uno. (^36) Accanto alla coscienza di veglia, si contano tre stati di veglia, sogno e sonno profondo, i quali preludono alla

conoscenza svincolata dai sensi. Le tre dimore saranno, dunque, i sensi, il manas e il cuore. Numerosi sono i luoghi nella tradizione indiana e greca in cui il sonno e il sogno precludono a una conoscenza più intensa e veritiera dell stato di veglia; anzi, spesso al sapiente sono attribuiti proprio questi stati di coscienza, in opposizione alla coscienza di veglia limitata ai comuni mortali. (^37) Le Upaniṣad erano comunicate originariamente in maniera orale con la relativa brachilogia che si deve

all’insegnamento in presenza di un maestro. Qui, con l’uo del deittico (ayam «quello»), il maestro deve aver spiegato oralmente al discepolo in che consistessero gli stati di sonno. (^38) «Venuto all’essere», vale a dire circostanziato nel puruṣa-uomo. (^39) Qui ancora il termine impiegato è puruṣa. L’Uno, una volta circostanziato e insediatosi nel puruṣa-uomo come

elemento ultimo e causa delle devatā sensoriali, chiede se vi sia un altro principio pari a lui nel mondo che si è venuto così a configurare. (^40) Il Brahman (neutro), com’è noto, è il principio che governa il cosmo nelle sue leggi certe e inviolabili. L?uno

penetrato nel puruṣa-uomo ora vede il mondo esterno a lui ne riconosce il principio unificatore, allo stesso modo in cui lui è il principio unificatore nel microcosmo.

  1. Tasmād idandraḥ nāma idandraḥ ha vai nāma; tam idandraṃ santam, indraḥ iti ācakṣate parokṣeṇa; parokṣapriyāḥ iha hi devāḥ, parokṣapriyāḥ iha hi devāḥ
  2. Perciò ebbe nome «idandra»^41 ; e questi, pur essendo «idandra» viene chiamato occultamente «Indra»^42. In questo mondo, infatti, gli dèi prediligono in qualche modo l’occulto 43 , gli dèi prediligono in qualche modo l’occulto.

iÖtIyae =¸yay> dvitīyaḥ adhyāyaḥ

Lettura seconda

pué;e h va Aymaidtae g-aeR -vit ydetÔet> , tdetTsveR_yae =¼e_yStej> s<-UtmaTmNyevaTman< ib-itR , t*da

iôya< isÂTywEn¾nyit tdSy àwm< jNm .1.

  1. Puruṣe ha vā ayam āditaḥ garbhaḥ; bhavati tad etad retaḥ; tad etat sarvebhyaḥ aṅgebhyaḥ tejaḥ sambhūtam, ātmany eva ātmānaṃ 44 bibharti; tad yadā striyāṃ siñcaty, atha enaj janayati, tad asya prathamaṃ janma.
  2. In un individuo da principio c’è l’embrione, vale a dire il seme. Quello che è il vigore raccolto da tutte le membra, porta in se stesso se stesso 45. Quando, dunque, lo emette^46 in una donna, allora ne procura la nascita. Quella è la sua prima nascita.

tiTôya AaTm-Uy< gCDit ywa Svm¼< twa , tSmadena< n ihniSt , saSyEtmaTmanmÇ gt< -avyit .2.

  1. Tat striyā ātmabhūyaṃ gacchati, yathā svam aṅgaṃ tathā, tasmād enāṃ na hinasti; sā asya etam ātmānam atra gataṃ bhāvayati.
  2. Quello 47 diviene una sola cosa con la donna 48 , così come se fosse una delle sue membra; perciò non la danneggia. È lei che ne nutre il corpo 49 , una volta che sia penetrato là.

(^41) È ancora presente un gioco paretimologico fra idam adarśam «questo vedevo» e idandraḥ, da idaṃ draḥ, con draḥ

nome radicale fittizio dalla radice dṛś- «vedere». Dunque idandraḥ è «colui che vede questo», cioè il Brahman. L’Uno, divenuto soggetto vivente in questo mondo e in questo mondo conoscente riceve perciò il nome «Colui che vede questo [i.e. il Brahman]». (^42) Indra è la divinità suprema del pantheon del Ṛgveda, ma indriya «ciò che è caro a Indra», indica tanto la poenza che

gli atti di forza e al neutro plurale indica gli organi di locomozione e di percenzione. Dunque l’Uno è occultamente Indra, perché percepisce e conosce questo mondo riducendolo in suo potere. (^43) Questa asserzione si spiega considerando che gli dèi pensano, operano e parlano in maniera diversa dagli uomini. Il

loro modo di vare va perciò interpretato. È concezione anche greca e, più in generale, indeuropea (Lazzeroni, Maggi, Meli). (^44) sc. puruṣaṃ. (^45) Il luogo è di difficile interpretazione e traduzione. Müller 1879: 243 rende «he (the man) bears as self in his self

(body)». Comunque è difficile che ātman denoti qui il principio eterno presente nell’uomo. Quello che sembra si voglia dire che il seme è già strutturato in forma umana, traendo il proprio vigore (tejas) dalle membra del corpo. Il tejas dunque porta in se stesso (ātmani) il puruṣa stesso (ātmanaṃ). (^46) Il soggetto è puruṣa «maschio». (^47) Soggetto è retaḥ «seme». (^48) Müller 1879: 243 «Tha seed becomes the self of the woman». (^49) ātman può indicare la totatità del corpo in opposizione alle sue parti. Del resto anātmakā devāḥ (***) significa

proprio «gli dèi sono privi di corpo». Si veda anche sopra (n. 45) la traduzione di M. Müller.

g-R @vEtCDyanae vamdev @vmuvac .5.

  1. Tad uktam ṛṣiṇā:

garbhe nu sann eṣām avedam ahaṃ devānāṃ janimāni viśvā; śataṃ mā puraḥ āyasīr arakṣann adhaḥ, śyenaḥ javasā niradīyam; iti;

garbhe eva etac chayanaḥ Vāmadevaḥ evam uvāca.

  1. Lo disse il veggente 59 :

«Mentre ero ancora nell’utero conobbi tutte le nascite delle divinità. Mi circondavano in basso cento fortezze di metallo; allora, uccello io volai via rapidamente»^60.

Proprio mentre giaceva nell’utero Vāmadeva in questo modo lo disse.

s @v< ivÖanSmaCDrIr-edaËXvR %T³Myamui:mNTSvgeR laeke svaRNkamanaPTva =m&t> sm-vTsm-vt! .6.

  1. Sa evaṃ vidvān, asmāc charīrabhedād ūrdhvaḥ utkramya, amuṣmint svarge loke sarvān kāmān āptvā, amṛtaḥ samabhavat samabhavat.
  2. Costui, avendo conosciuto in tal modo, essendo andato al dilà della rovina di questo corpo, avendo soddisfatto tutti i desideri nel mondo celeste, divenne immortale, divenne 61.

t&tIyae =Xyay> tṛtīyaḥ adhyāyaḥ

Lettura terza

kae =ymaTmeit vymupaSmhe ktr> s AaTma , yen va pZyit yen va z&[aeit yen va gNxanaijºit yen va vac<

Vyakraeit yen va SvaÊ caSvÊ ivjanait .1.

  1. Kaḥ ayam ātmā iti vayam upāsmahe; kataraḥ sa ātmā, yena vā paśyati, yena vā śṛṇoti, yena vā gandhān ājighrati, yena vā vācaṃ vyākaroti, yena vā svādu ca asvādu vijānāti.

(^59) Vāmadeva Gautama, che è l’autore di quasi tutto il IV ciclo di inni del Ṛgveda. (^60) Cfr. RV IV 27, 1:

gárbhe nú sánn ánu eṣām avedam aháṃ devā́ nāṃ jánimāni víśvā śatám mā púra ā́ yasīr arakṣann ádha śyenó javásā nír adīyam

(^61) Formula tipica che si pone alla fine dell’insegnamento nei Brāhmaṇa, che si potrebbe compendiare nella massima

«sapere è potere». Chi conosce la natura di qualcosa è in grado di padroneggiarla.

  1. «Chi è esso stesso? 63 » Noi consideriamo con attenzione. «Quale è esso stesso? Quello con cui egli vede, oppure quello con cui egli ode, oppure quello con cui egli percepisce gli odori, oppure quello con cui pronuncia la parola, oppure quello con cui riconosce il dolce e l’amaro? 64 »

ydetϯdy< mnZcEtTs<}anma}an< iv}an< à}an< mexa †iòx&RitmRnI;a jUit> Sm&it> s»Lp> ³tursu> kamae vz #it ,

svaR{yevEtain à}anSy namxeyain -viNt .2.

  1. Yad etad hṛdayaṃ manaś ca etat; saṃjñānam, ājñānaṃ, vijñānaṃ, prajñānaṃ, medhā, dṛṣṭir, dhṛtir, manīṣā, jūtiḥ, smṛtiḥ, samkalpaḥ, kratur, asuḥ, kāmaḥ, vaśaḥ iti; sarvāṇy eva etāni prajñānasya nāmadheyāni bhavanti.
  2. «È il cuore 65 e la mente^66? La coscienza 67? l’osservazione^68? la discriminazione^69? la conoscenza 70? La saggezza^71? La visione 72? La risoluzione^73? L’accortezza^74? La prontezza^75? La memoria^76? L’immaginazione^77? L’artificio 78? Il soffio vitale 79? Il desiderio^80? La forza di volontà 81? Tutti questi sono in realtà denominazioni del processo conoscitivo».

@; äüE; #NÔ @; àjapitrete sveR deva #main c p mha-Utain p&iwvI vayurakaz Aapae JyaetI<;ITyetanImain c

]uÔimïa[Iv bIjanItrai[ cetrai[ ca{fjain c jaéjain c Svedjain caeiÑjain caña gav> pué;a hiStnae

(^62) Si riprendono qui le argomentazioni presenti in I 3. (^63) Müller 1879: 245 traduce qui ātman com «Self». Si potrebbe qui rendere però «chi l’individuo corporeo?», «qual è la

sua natura?». Come psyche nella tradizione greca omerica, ātman pare piuttosto indicare una unità indissolubile fra corpo e fenomeni psichici che in esso si manifestano. (^64) Cioè: «l’ātman è riconducibile a uno degli organi senso (inclusa la parola, con la quale si percepiscono ‘chiamandoli’

gli oggetti), che si riveli egemonico?» (^65) Come si legge in RV X 129, il «cuore» (hṛdaya) è l’organo della percezione interiore che si oppone alla percezione

sensibile. (^66) Nella dottrina delle Up. la «mente» (manas) è un organo di senso che ha per oggetto i desideri. Si può. più che con

«mente» rendere il termine sanscrito con «attività psichica indirizzata verso il mondo esteriore». (^67) Il termine sanscrito saṃjñāna è solitamente reso «coscienza»; può, al neutro, anche valere «accordo», «concordia».

Qui può indicare un processo conoscitivo che comporta non la semplice percezione, ma la valutazione dei dati percepiti in relazione a quanto si è già esperito. (^68) Con «osservazione» (ājñāna), ma anche «definizione», si può intendere la ricerca di una corrispondenza fra dati

esperiti in maniera non immediata e quanto già è conosciuto. (^69) Con «discriminazione» (vijñāna) si può intendere il giudizio attraverso il quale i dali dell’esperienza vengono valutati

se veri o falsi. Dunque si procede attraverso il processo che va dalla coscienza percettiva alla ricerca della corrispondenza fra i dati esperiti, alla loro valutazione. (^70) La «conoscenza» (prajñāna) sarà allora il complesso dei giudizi tratti dalla valutazione dell’esperienza. (^71) Il significato del sanscrito medhā oscilla fra «vigore mentale», «prudenza», «intelligenza»; qui pare indicare

l’applicazione ‘sociale’ della conoscenza. (^72) È la «visione» (dṛṣṭi) dei veggenti (ṛṣi) che porta alla conoscenza delle realtà ultime. (^73) Intendi «nel conseguire un fine». (^74) La capacità di agire ponderando le situazioni; così almeno io l’intendo. (^75) Vale a dire «rapidità di esecuzione». Si potrebbe anche intendere «versatilità». (^76) Intesa come facoltà di fissare la tradizione e, dunque, un canone di comportamento. (^77) Con saṃkalpa, qui tradotto con «immaginazione» si denota il processo mentale che porta a figurarsi uno stato di cose

con l’intenzione di realizzarlo. Il termina sanscrito vale anche «volontà», «desiderio», «scopo». (^78) Così intendo kratu, quasi un corrispondente del greco techne. (^79) Qui quasi un corrispondente di prāṇa o ātman (nel significato vedico). Da determinazioni relativi al pensiero o alle

facoltà mentali, si passa qui a determinazioni di ordine pneumatico o fisico. (^80) Il «desiderio» (kāma) compare come uno dei prime elementi nella cosmogonia di RV X 129. (^81) In sanscrito vaśa, «volere», «autorevolezza», «controllo».