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Alberto Manzi: Essere uomo, Sintesi del corso di Pedagogia dell'infanzia e pratiche narrative

Alberto Manzi (Roma 1924-1997) è stato “un educatore, un rivoluzionario, un uomo”.

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 22/05/2020

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ESSERE UOMO
Alberto Manzi (Roma 1924-1997) è stato “un educatore, un
rivoluzionario, un uomo”. Con queste parole lo descrive il suo grande
amico e scrittore Daniele Giancane che ha scritto su di lui il libro “Alberto
Manzi o il fascino dell’infanzia”. Il suo motto era: bisogna educare a
pensare: solo così si cresce, si capisce di più il mondo, non ci si lascia
sopraffare dal potere, si impara a riflettere con la propria testa. Mosso da
questi ideali, è riuscito, con immane impegno e dedizione profonda, a
cambiare le condizioni di moltissime persone, fornendo loro lo strumento
fondamentale per la crescita culturale, psicologica e civile di ogni
individuo: l’istruzione. Negli anni sessanta si è distinto con la sua
fortunata trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi” con cui è
riuscito ad alfabetizzare quasi un milione e mezzo di italiani, realizzando
anche delle campagne di alfabetizzazione degli italiani all’estero.
Nella sua opera di scrittore per ragazzi emergono la figura del capo (capo
democratico e capo autoritario); le due facce della Chiesa cattolica
impegnata da un lato a difendere gli interessi dei contadini e dall’altro ad
allearsi col potere; la valorizzazione del folle che si mostra più saggio dei
cosiddetti “normali”; il messaggio che solo l’alfabetizzazione può porre
fino allo sfruttamento dei popoli.
Utilizzando un linguaggio semplice e diretto e facendo leva su grandi
personaggi/protagonisti, emblemi di virtù e di coraggio, i suoi romanzi per
ragazzi mirano a far prendere coscienza dei problemi del mondo, offrendo
grandi ideali per una forte identificazione da parte dei giovani lettori.
I romanzi di Manzi possono, senz’altro, collocarsi tra le vette più alte della
letteratura per ragazzi di questi ultimi cinquant’anni.
Come scrive la figlia Giulia “Manzi è un uomo dai mille volti”. Accanto allo
straordinario professionista dell’insegnamento, accanto all’uomo pervaso
da una vena fortemente etico-rivoluzionaria che lo spinge a cambiare il
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ESSERE UOMO

Alberto Manzi (Roma 1924-1997) è stato “un educatore, un rivoluzionario, un uomo”. Con queste parole lo descrive il suo grande amico e scrittore Daniele Giancane che ha scritto su di lui il libro “Alberto Manzi o il fascino dell’infanzia”. Il suo motto era: bisogna educare a pensare: solo così si cresce, si capisce di più il mondo, non ci si lascia sopraffare dal potere, si impara a riflettere con la propria testa. Mosso da questi ideali, è riuscito, con immane impegno e dedizione profonda, a cambiare le condizioni di moltissime persone, fornendo loro lo strumento fondamentale per la crescita culturale, psicologica e civile di ogni individuo: l’istruzione. Negli anni sessanta si è distinto con la sua fortunata trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi” con cui è riuscito ad alfabetizzare quasi un milione e mezzo di italiani, realizzando anche delle campagne di alfabetizzazione degli italiani all’estero. Nella sua opera di scrittore per ragazzi emergono la figura del capo (capo democratico e capo autoritario); le due facce della Chiesa cattolica impegnata da un lato a difendere gli interessi dei contadini e dall’altro ad allearsi col potere; la valorizzazione del folle che si mostra più saggio dei cosiddetti “normali”; il messaggio che solo l’alfabetizzazione può porre fino allo sfruttamento dei popoli. Utilizzando un linguaggio semplice e diretto e facendo leva su grandi personaggi/protagonisti, emblemi di virtù e di coraggio, i suoi romanzi per ragazzi mirano a far prendere coscienza dei problemi del mondo, offrendo grandi ideali per una forte identificazione da parte dei giovani lettori. I romanzi di Manzi possono, senz’altro, collocarsi tra le vette più alte della letteratura per ragazzi di questi ultimi cinquant’anni. Come scrive la figlia Giulia “Manzi è un uomo dai mille volti”. Accanto allo straordinario professionista dell’insegnamento, accanto all’uomo pervaso da una vena fortemente etico-rivoluzionaria che lo spinge a cambiare il

mondo…si fanno strada le tenerezze di una persona che vive con semplicità la sua quotidianità e sa coltivare i sentimenti più raccolti e intimi. La Silloge, ovvero la raccolta delle sue poesie dal titolo “Essere uomo” esplicita ulteriormente la personalità di Manzi quale grande educatore, utopista, rivoluzionario disarmato, impegnato in una strenua e ininterrotta battaglia contro il potere che sfrutta, uccide, schiavizza, non permette l’alfabetizzazione. Il potere, spesso, si esprime con la violenza (vedi “Catturare un cane”) ed è “soffocatore, strangolatore e uccide” (vedi “Ho imparato dalla saggezza della gente). Ne “La luna nelle baracche” denuncia le condizioni dei contadini sudamericani. Il Sudamerica è attraversato dallo sfruttamento, dal capitalismo, dall’egoismo; la vita umana è ridotta all’ingranaggio di una macchina. Pedro, il contadino protagonista, è diverso e ha capito che per chi crede e per chi vuole, esiste un altro mondo e per questo lotterà fino in fondo. Pedro è la giustificazione dei popoli oppressi, il fiume della libertà che non conosce argini. E come Pedro che cantava durante la fucilazione, Manzi resiste alle sofferenze del mondo con il canto. Il canto diventa rabbia, contestazione, mostra la forza dell’uomo che non si rassegna. Per Manzi, esiste il potere perché restiamo in silenzio e questo è il peccato peggiore. Il tema del silenzio è presente nelle poesie “Omissione”, “Io devo cantare”, “Io non colpevole”. Gli eroi isolati danno il loro contributo, ma la battaglia, poi, spetta al popolo. Manzi è felice quando diventa “un io plurimo”, come si evince nella poesia “Non è vero che è Natale”. In “Volevo un figlio”, Manzi rivendica a se stesso la pazzia: meglio evitare di avere dei figli che erediterebbero la sua vena utopica! In “Giravo per Lima”, l’autore parla di una casa senza tetto, senza pareti che ogni poeta sogna. In “Inutile cantare l’amore” Manzi riflette sul fatto che non serve cantare l’amore in astratto, ma ci deve essere un dialogo, un tu che ci corrisponde. In “Un luminoso immenso”, il rivoluzionario raggiunge la quiete, ma è solo una sosta in vista di altre battaglie e di altri sogni: