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Recensione del libro Alberto Manzi per esame di "Letteratura per l'infanzia"
Tipologia: Appunti
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Alberto Manzi nasce a Roma nel 1924. E’ stato un docente e pedagogista e la sua fama incomincia quando inizia a condurre la trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi” dal 1960 al 1968. La trasmissione fu organizzata per insegnare a leggere e a scrivere agli italiani in quanto la maggior parte della popolazione era analfabeta. Manzi teneva delle vere e proprie lezioni a delle classi formate da adulti. Venivano utilizzate tecniche di insegnamento moderne per l’epoca: si serviva di filmati, supporti audio, dimostrazioni pratiche e di disegni (schizzi e bozzetti) su una lavagna a grandi fogli. Il motto di Manzi era: “Bisogna educare a pensare”. Infatti solo educando a pensare si può avere una crescita, si capisce di più il mondo, si riflette con la propria testa e non ci si fa sopraffare dal potere. Manzi valorizzava la creatività, cioè quella capacità produttiva della ragione che non può essere insegnata e imparata tra le mura scolastiche. La creatività infatti è legata alla fantasia che offre l’inventiva necessaria per affrontare i vari problemi che la vita ci mette di fronte. La creatività deve essere intesa come il riconoscimento del problema e il saper trovare vari modi e varie soluzioni al problema stesso. Solo chi ha la capacità creativa infatti può essere sicuro di riuscire ad affrontare con successo qualsiasi tipo di imprevisto. Alberto Manzi è stato anche uno scrittore e ha prodotto una letteratura per ragazzi volta a far prendere coscienza dei problemi del mondo, sempre utilizzando un linguaggio semplice, diretto e facendo leva su grandi personaggi/protagonisti, emblemi di virtù e di coraggio, ideali per una forte identificazione da parte dei giovani lettori. Infatti l’identificazione con i personaggi/protagonisti è molto importante per i lettori: il ragazzo ha bisogno di sentire che sta vivendo in prima persona le avventure del protagonista del libro e che tra lui e l’eroe non c’è nessuna differenza. Se l’identificazione non avviene al ragazzo non piacerà quel libro e non bisognerà neanche forzarlo alla lettura perché poi sarebbe una sorta di “tortura” e si andrebbe contro al primo dei “Diritti del lettore” di Pennac cioè il diritto di non leggere. Alberto Manzi è stato un uomo dai mille volti, in lui da un lato c’era la vena fortemente etico-rivoluzionaria di uomo impegnato per cambiare il mondo, dall’altra ci sono le tenerezze di una persona che nonostante il suo ruolo pedagogico, vive con semplicità la quotidianità. Manzi come educatore di confine combatteva un’interrotta battaglia contro il potere che omologa, schiavizza, non permette l’alfabetizzazione, esalta l’avere più che l’essere. Manzi nel romanzo “La luna nelle baracche” fa notare come il potere vuole schiavi attorno a se e che farebbe di tutto pur di avere persone più produttive e che non pensano con la loro mente. L’autore è indignato oltre che dal potere anche dal silenzio della gente: se esiste il potere è perché le persone si conformano ad esso. Tutti restano in silenzio. E il silenzio di fronte al male sociale è il peccato peggiore. Quello del silenzio per Manzi è un tema ricorrente, ad esempio nelle poesie “Omissione” e “Io devo cantare”, esprime il pensiero che, solo se si è un tutti uniti, si può cambiare il mondo.
1 Carlucci Doriana Matricola: 639853
Ciò che spingeva Manzi come educatore, era l’esigenza interiore di offrirsi agli altri, di farsi promotore di cambiamento. Un messaggio educativo centrale di Manzi era proprio il poter cambiare. Nonostante il potere, si può sempre attuare una azione per riuscire a mutare le cose, come scrive in “Ero venuto per cantare con voi”. L’autore sa che ci sarà sempre qualcuno che riuscirà a cambiare il mondo o almeno a innescare il cambiamento. Nelle poesie di Manzi è presente l’archetipo del pazzo che però ha una visione più lucida dei cosiddetti “normali”. Il pazzo infatti, riesce a svelare verità e pregiudizi. Manzi intende la pazzia come una azione pura per riuscire a cambiare il mondo e in “Volevo un figlio” troviamo proprio ciò. Quelle di Manzi sono poesie che si possono definire “sociali”, però alcune volte si lascia andare anche alla dimensione più “lirica” della poesia. Bisogna tener presente che la demarcazione tra poesia lirica e poesia sociale è molto sottile, infatti quando il poeta denuncia un disagio personale racconta implicitamente il suo tempo e la società in cui vive. La poesia diventa uno strumento di denuncia in grado di affermare l’identità della società e diventa coscienza dell’umanità. La poesia è frutto di una forza interiore e non di una decisione, non si può scegliere di scrivere poesie sociali, accade spontaneamente interagendo con la realtà ed è proprio questo che Manzi riesce a mettere in evidenza nelle sue poesie. Manzi morì nel 1997 a Pitigliano e ancora oggi viene ricordato come un grande educatore e come colui che è riuscito a innescare il cambiamento da lui tanto agognato.
2 Carlucci Doriana Matricola: 639853