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appunti di antropologia del prof Lamarte michele
Tipologia: Dispense
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Secondo la definizione presente nel dizionario enciclopedico Treccani, l'antropologia è la scienza dell'uomo, che si concreta come concezione, teoria, programma di ricerche sull'uomo, visto come soggetto o individuo, oppure in aggregati, comunità, situazioni. Secondo Greenwood e Stini (1977) si può definire come lo studio della natura umana, della società umana e del passato dell'uomo. Come disciplina accademica mira a descrivere in modo ampio ed esaustivo cosa significhi esseri umani. Diverse discipline hanno come oggetto di studio l'essere umano e le sue creazioni: basti pensare alla biologia umana, ma anche l'arte e la letteratura, la sociologia. Qual è la differenza nel modo di approcciare lo studio della vita dell'uomo? L’antropologia è una disciplina: ● Olistica: l'antropologia è lo studio olistico, integrato, della natura umana, della società e del passato dell'uomo; gli aspetti della vita umana si intrecciano in modo diverso, si plasmano e si integrano a vicenda. L'antropologo deve sforzarsi di integrare tutto ciò che si conosce a proposito degli esseri umani e delle loro attività ● Comparativa: l'antropologia si interessa della comparazione, in quanto per formulare generalizzazioni sulla natura e società umana, sul passato dell'uomo, occorrono prove raccolte dall'osservazione di una grossa varietà di società umane che verranno comparate tra loro. L'antropologo prende in esame gli elementi di somiglianza e diversità nelle società umane prima di formulare generalizzazioni in merito a natura, società e passato dell'uomo ● Basata sulla ricerca sul campo: la raccolta dei dati avviene a diretto contatto con persone e luoghi di interesse ● Basata sull'evoluzione: le generalizzazioni formulate devono avere una validità nello spazio e nel tempo. Lo studio
dell'antropologia documenta e spiega i cambiamenti che hanno avuto luogo nel passato dell'uomo; fulcro essenziale dell'antropologia è l'evoluzione.
Una caratteristica che l'antropologia, e quindi l'antropologo deve avere, è saper collocare le osservazioni concernenti la natura, la società e il passato dell'uomo in un quadro temporale che prenda in considerazione il cambiamento nel tempo. Se si intende l'evoluzione in senso ampio, come mutamento nel corso del tempo, si può comprendere che la società e le culture umane si sono evolute a partire dall'epoca preistorica. L'evoluzione culturale, di contro, riguarda il mutare nel tempo di credenze, comportamenti. Non coincide con l'evoluzione biologica della specie umana, ossia il cambiamento nel tempo di caratteri fisici e dei processi vitali degli esseri umani e dei loro predecessori. I temi principali sono: origine e variazione genetiche, l'eredità nelle popolazioni umane viventi.
Sono molte altre le discipline che si interessano allo studio degli esseri umani. La natura animale dell'uomo è oggetto di studio e di ricerca per biologi, genetisti e fisiologi. Basti pensare che in campo medico il corpo umano viene studiato da vari specialisti come psichiatri e psicologi. Vengono esplorati la genesi dei processi mentali e dell'interiorità umana. Altre discipline ancora come sociologia, geografia umana, psicologia sociale, storia, scienze politiche, economia, linguistica, teologia, filosofia, arte, letteratura ed architettura studiano il comportamento culturale, intellettuale ed estetico. Ciò che distingue l'antropologia dalle altre discipline è il punto di vista comparativo: infatti le altre discipline che focalizzano il loro interesse sullo studio dei popoli, tendono ad analizzare solo un particolare settore dell'esperienza umana, una particolare epoca o una fase del nostro sviluppo biologico o culturale. Di contro le deduzioni e le riflessioni antropologiche non sono mai fondate sullo
biologico e cerca di scoprire le caratteristiche che lo differenziano dagli altri organismi e quelle condivise. Viene definita anche antropologia fisica
L'antropologia culturale studia l'essere umano inserito in contesti socio-culturali specifici, motivo per cui viene definita anche antropologia socioculturale, antropologia sociale o etnologia. È lo studio del comportamento dell'uomo, con particolare attenzione ai fenomeni culturali attuali; vengono studiate le sue manifestazioni spirituali, ciò che riassumiamo con il termine cultura. Questo è il motivo per cui rientra nel quadro delle scienze demo-etno- antropologiche. Dal momento che gli uomini applicano la cultura per adattare e trasformare qualsiasi cosa nel mondo in cui vivono, la sfera d'azione dell'antropologia culturale deve essere necessariamente vasta. In tempi recenti, questa disciplina ha iniziato a emanare forti stimoli anche sulle scienze sociali e sullo studio del comportamento umano. Gli ambiti di ricerca sono molteplici, come ad esempio, l'importanza del riconoscimento delle relazioni dialettiche tra i differenti livelli di complessità sociale, la teoria dell'attaccamento nella psicologia dello sviluppo, l'effetto dei vincoli biologici sui processi di apprendimento, lo studio del comportamento dell'uomo in rapporto alle sue conseguenze funzionali. Molti cultori di questa branca dell'antropologia, tendono a specializzarsi in un particolare dominio dell'attività culturale, come particolari gruppi umani si organizzano per svolgere compiti collettivi economici, politici e spirituali. Questo aspetto ha avvicinato l'antropologia culturale alla sociologia e il suo riconoscimento come scienza sociale. Concetto su cui si fonda tale branca dell'antropologia è la Cultura, intesa come un insieme di comportamenti e idee acquisite dagli uomini in quanto membri di una società; gli esseri umani se ne servono per adattarsi al mondo in cui vivono e per trasformarlo. La Cultura è ciò che differenzia la condizione umana da tutte le altre specie viventi. La Cultura umana
è appresa, condivisa, modellata e adattativa. Inoltre si evolve nel tempo: viene rielaborata e trasmessa da una generazione all'altra; le credenze ereditate dal passato e mutuate nel presente mettono a disposizione delle risorse per facilitare il raggiungimento di uno scopo.
Sociologia e antropologia si sono sviluppate nella stessa epoca e condividono gli stessi interessi per l'organizzazione sociale. Nella visione razzista del XIX e XX secolo c'era chi considerava la sociologia come lo studio della società industrializzata, quindi civile, e l'antropologia come lo studio di tutte le altre società definite primitive. Oggi l'antropologia ha come interesse primario la comparazione delle diverse forme di vita sociale degli uomini; vengono studiate tutte le forme di società umane, fondate su principi differenti (ad esempio le sette, i gruppi di età, forme di organizzazione politica complessa). Inoltre gli antropologi culturali si sono trovati recentemente a fare i conti con questioni come la migrazione a scopo di lavoro, la globalizzazione, il riemergere di fenomeni come l'etnicità o il nazionalismo, i dibattiti sui diritti umani. BRANCHE DELL’ANTROPOLOGIA CULTURALE L'antropologia culturale o etnologia è lo studio dei fattori che determinano le differenze tra i gruppi umani attraverso la Cultura, intesa come « quell'insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro di una società.' (Tylor, Primitive Culture, 1871)». Si tratta di idee e comportamenti che l'uomo impara implicitamente in quanto membro di una società. La Cultura è lo strumento elaborato biologicamente dall'essere umano per adattarsi all'ambiente in cui vive. L'antropologia culturale può essere a sua volta suddivisa in diverse sezioni: Etnologia e Archeologia.
Gli studiosi europei tendono a identificare l'etnologia con l'etnografia, sebbene questa sia una disciplina puramente descrittiva. L'etnologia, infatti, intende essere una scienza di sintesi, comparativa e interpretativa dei dati etnografici, biologica e umanistica insieme, in grado di valutare su basi teoretiche, metodologiche e pratiche, tutti i risultati degli studi settoriali relativi alle “scienze umane” al fine di ricostruire, interpretare e inquadrare in un insieme logico le forme e l'evoluzione delle culture e delle società umane, anche di quelle che costituiscono minoranze o gruppi locali nelle società industrializzate e che sono oggetto di studio del folclore. Proprio per questo suo carattere di sintesi l'etnologia tende a operare mediante équipes di specialisti che:
L’archeologia è una branca dell’antropologia culturale che studia il passato degli uomini attraverso lo studio dei resti materiali. L’archeologo ricerca le prove dell’attività dell’uomo nel suo passato, nel periodo che precede la scrittura (preistoria). Sono studi basati sugli insediamenti umani, sulla modalità di fabbricazione degli arnesi o vasellame. Dal momento che gli scavi archeologici possono portare alla luce resti di ossa, gli archeologi lavorano in equipe con studiosi capaci di catalogare tali reperti. Questo è il motivo per cui le scoperte archeologiche vanno di pari passo con la paleoantropologia, che si occupa di datare i resti fossili ritrovati in una data regione. Il concetto di fossile come strumento di studio è
stato introdotto a partire dal ‘600, quando sono stati considerati come resti di organismi vissuti in altre ere. Lo studio dei fossili costituisce la paleontologia ed ha portato non solo alla conoscenza, spesso approfondita, degli organismi scomparsi, ma anche all’identificazione dei loro legami di parentela evolutiva, così da permettere la ricostruzione della filogenesi dei singoli gruppi. Lo studio degli organismi fossili e delle loro associazioni permette di risalire agli ambienti biologici del passato e alla loro evoluzione, quindi di operare delle ricostruzioni paleogeografiche. Inoltre la diversa distribuzione delle specie fossili fornisce al geologo stratigrafo, attraverso la costruzione di scale cronologiche, il mezzo fondamentale per l’identificazione dell’età relativa dei terreni sedimentari.
Il nome di paleontologia per la scienza dei fossili fu proposto da H. M. de Blainville al principio del XIX secolo. Accenni ai fossili si trovano fin da epoche remote, e molti autori di epoca classica li interpretarono esattamente. Aristotele e, in seguito, molti studiosi medievali e del Rinascimento, li considerarono invece dovuti a forze plastiche della natura operanti nella terra, o aborti in cui la natura non era riuscita a infondere la vita, o prodotti degli astri. A queste concezioni si opposero, in tempi diversi, G. Boccaccio, Leonardo, N. Stenone, il quale avversò anche la teoria, in auge fino al XVIII sec., che i fossili fossero i resti di animali dispersi dal diluvio universale. La paleontologia descrittiva ricevette un grande impulso da G. Cuvier, che ne stabilì i principi fondamentali pur sostenendo la fissità delle specie, secondo cui gli organismi viventi sarebbero stati distrutti periodicamente da grandi cataclismi prodottisi nel corso della storia della Terra; originando migrazioni dalle regioni vicine e dando vita a specie diverse dalle precedenti. Tale teoria fu sostituita da quella dell’Attualismo di C. Lyell: poiché i fenomeni geologici si sono succeduti in modo continuo e lento per cause che non differiscono sostanzialmente da quelle che agiscono oggi, così
ordine biologico. Cominciò a farsi strada la certezza che fosse possibile determinare criteri sicuri e certi per la classificazione razziale, laddove era possibile effettuare misure accurate su un numero sufficiente di individui appartenenti a popolazioni differenti. Inizialmente i criteri di classificazione razziale vennero applicati alla popolazione europea, per poi essere estesi ai popoli non europei che andavano ricadendo sotto il dominio politico ed economico del capitalismo europeo. Ciò che differenziava la popolazione europea dai popoli non europei, era sicuramente il colore della pelle, oltre che il linguaggio e gli inconsueti costumi. CARLO LINNEO Nel XVIII secolo Carlo Linneo, biologo svedese, classificò le popolazioni umane in quattro razze in funzione del colore della pelle: ● Americani: pelle rossiccia ● Europei: pelle bianca ● Asiatici: pelle gialla ● Negri: pelle nera Inoltre Linneo correlava l’appartenenza razziale con attributi mentali e morali: ad esempio gli europei erano «volubili, sanguigni, gentili e si governano con leggi», di contro i negri erano «ostinati, collerici e governati in base ai costumi». LA "DEGENERAZIONE" DELLA RAZZA Nel XIX secolo naturalisti come Agasssiz, Broca, Morton e Galton svilupparono il concetto di razza, ordinando le popolazioni del mondo in funzione delle dimensioni del cervello: senza nessuna sorpresa erano i bianchi europei e nordamericani ad avere il cervello più grande, mentre al di sotto si collocavano le altre razze con in negri all’ultimo posto. Tali scoperte furono utilizzate per
giustificare la pratica sociale del razzismo: la sistematica oppressione degli appartenenti a una o più razze da parte di appartenenti ad un’altra razza specifica e socialmente definita, in virtù della presunta superiorità biologica. È la superiorità biologica dei dominatori contro l’inferiorità biologica intrinseca dei dominati. BLUMENBACH: IL PADRE DELL’ANTROPOLOGIA BIOLOGICA L’origine dell’antropologia biologica, come disciplina indipendente, ebbe origine da studiosi con una formazione spesso medica, come Johann Blumenbach (1752-1840), che viene considerato il padre dell’antropologia fisica. Blumenbach identificò cinque razze diverse:
comportamentali, ma anche i gruppi umani. In tal modo è possibile determinarne:
camminare eretti su due gambe, i denti relativamente piccoli rispetto agli altri primati e un cervello di dimensioni maggiori. L'antropologia fisica studia queste caratteristiche fisiche e come si sono evolute nel tempo. Si fonda su risultati ottenuti da ricerche condotte con metodo scientifico, misurabili e riproducibili. Come l'antropologia biologica, anche l'antropologia fisica ha un ambito di studi molto vasto e si focalizza sia sul singolo individuo che sull'intera specie. Inoltre l'attenzione dell'antropologo si concentra sia sull'uomo del passato che sull'uomo del presente: infatti l'antropologia fisica non si limita allo studio dei fossili degli Ominidi o ai resti umani scoperti, nonostante le ricerche in questi ambiti siano fondamentali per capire la realtà umana attuale e la sua prossima evoluzione. Lo studio dell'antropologia fisica fornisce i primi rudimenti nelle metodologie da impiegare negli studi sul campo come:
assunsero un aspetto sistematico. Infatti dalla fine del XVIII secolo, ossia in piena età illuministica, il termine antropologia viene utilizzato per definire lo studio dell’uomo in quanto appartenente alla specie animale: infatti Diderot e Blumenbach la definiscono una scienza naturale. Lo stesso Kant si interroga nella sua opera «L’antropologia dal punto di vista pragmatico» circa la possibilità di una scienza antropologica che non diventi filosofia. L’Illuminismo pone le basi per lo sviluppo del sapere antropologico: vengono smontate le rappresentazioni ancora legate alle verità della Bibbia. Come disciplina accademica le origini dell'antropologia culturale sono ancora più recenti dal momento che risalgono alla fine dell'Ottocento, periodo in cui cresce l'interesse per i popoli definiti esotici: nelle colonie e nelle riserve gli antropologi trovano i luoghi privilegiati del loro lavoro.
La diversità dell’uomo viene ad essere ancora più marcata con le esplorazioni geografiche, a partire da Marco Polo, che rappresenta un esempio di riproduzione fedele e rispettosa della diversità; sarà infatti dopo di lui che si farà strada un significato fuorviante del «diverso», alla luce dell’eurocentrismo che va via via affermandosi. I grandi viaggi portarono alla nascita dell’etnologia come scienza dei popoli primitivi privi di scrittura e di popoli non europei. Infatti con la scoperta e poi la conquista dell'America, gli europei cominciano a interrogarsi circa la natura di queste popolazioni definite selvagge: con l’intensificarsi dell'espansione coloniale e dei traffici commerciali aumentano i contatti degli europei con gli altri popoli, si intensificano e di conseguenza crescono le descrizioni dei costumi e delle Istituzioni sociali dei popoli lontani. Alla base di queste descrizioni non vi è però un vero progetto scientifico: perché ciò emerga si deve attendere la fine del Settecento, quando scienziati naturali e filosofi cominciano ad elaborare una teoria «unitaria» del genere umano, concepito come un'unica specie e come complesso di individui potenzialmente dotati delle stesse facoltà mentali. L’etnografia
invece si delinea come scienza che raccoglie e ordina il materiale delle popolazioni a livello «etnologico» A seconda degli orientamenti si distinguono nel XIX secolo tre diverse definizioni: ● Etnologia ● Antropologia culturale ● Antropologia sociale A sua volta l’antropologia culturale si può distinguere in sotto-discipline a seconda dell’oggetto trattato. I FILOSOFI GRECI La storia dell’antropologia può essere suddivisa in diversi periodi storici: ● I fase: dal VI secolo a.C. al XVIII secolo d.C. ● II fase: dalla fine del 1700 alla fine del 1800 ● III fase: fine del 1800 fino alla seconda metà del 1900 La prima fase si fa partire dall’antichità per arrivare fino al XVIII secolo. Si tratta di un periodo preparatorio all’antropologia moderna, un periodo particolarmente confuso, durante il quale i primi approcci sono ad opera dei filosofi che osservando l'uomo e la sua diversità ne cercano le origini su basi naturali. È il periodo in cui inizia a farsi strada la concezione dei filosofi della natura appartenenti alla scuola Ionica del VI secolo a.C.. All’interno di questo gruppo di pensatori possono essere inseriti il pensiero di: ● Erodoto (484-425 a.C.) ● Ippocrate (460-377 a.C.) ● Platone (428 circa-348 a.C.) ● Aristotele (384-322 a.C.).
delle etnie infatti si autodefinisce come «popolo degli uomini», escludendo automaticamente dall'umanità gli altri gruppi diversi dal proprio. ● Relativismo culturale: si tratta della pluralità e differenze tra stili di vita, ideologie e culture. Lo storico mette in risalto la differenza delle usanze tra culture diverse. La curiosità naturale di Erodoto nei riguardi di usi, costumi e atteggiamenti culturali di altri popoli va di pari passo con l'affermazione della grandezza della Grecia, soprattutto per quanto riguarda le guerre persiane. Nel periodo storico durante il quale lo storico compone le sue opere, la Grecia si trovò a fronteggiare una difficile prova militare, che rischiava di travolgere completamente l'Ellade, trasformandola in una provincia sottomessa dell'impero persiano. Per i contenuti delle sue opere, Erodoto fu considerato come filobarbaro, dal momento che tende a valorizzare e considera positivamente le tradizioni culturali di altri popoli; in realtà nel momento in cui lo studioso descrive la grandezza, la potenza e l'organizzazione dei Persiani, indirettamente mette in risalto valore e virtus dei Greci, che sconfissero un avversario così potente, numeroso e organizzato.
IPPOCRATE: Altro esponente del pensiero della Grecia Antica è Ippocrate, considerato in questo caso il padre della medicina. Il suo merito fu quello di rivoluzionare il concetto di medicina, che passa da semplice concetto filosofico a vera e propria professione. È a lui che si deve la nuova visione della malattia, non più come un evento dovuto agli interventi divini, ma una conseguenza delle circostanze umane. Fu il primo a studiare l'anatomia umana e la patologia mediante dissezione dei cadaveri. Per Ippocrate è necessario l'approccio sperimentale, fondamentale per scoprire la «verità». È il primo che comincia a criticare il fatto che «le osservazioni empiriche non siano inserite in un quadro scientifico complesso,
che metta ordine nell'infinita varietà dei fenomeni con i quali un medico si deve confrontare. Solo questa conoscenza di tipo universale rende il medico veramente tale». L’opera «antropologica» di Ippocrate è un trattato sui climi, dove si trova una chiara testimonianza dell'uso categoriale e classificatorio delle regioni geografiche e delle loro particolari caratteristiche climatiche. A proposito delle differenze tra i vari popoli, Ippocrate afferma che la differenza tra Asia ed Europa era enorme; l'Asia risulta più civile e gli abitanti manifestavano un carattere mite e mansueto in virtù del livello di civiltà raggiunto; di contro non possedevano il valore, la resistenza alla fatica, l'operosità e l'elemento irascibile. Ippocrate mette in risalto negli asiatici, il contrasto tra la mancanza di coraggio e di ardimento ed i costumi più civili rispetto a quelli europei, adducendo due cause: ● la sostanziale uniformità del clima che non produceva «scosse» alla mente e forti alterazioni del corpo, che conducevano all'attività; ● le istituzioni politiche che, essendo tiranniche, costringevano gli uomini a vivere in una condizione di sudditanza e di dipendenza da un padrone: questo determinava la mancanza di uno spirito reattivo e bellicoso. Dunque clima e istituzioni interagivano nel soffocare e reprimere l'elemento irascibile e bellicoso. Di contro Ippocrate illustra le caratteristiche dei popoli europei, particolarmente soggetti a cambiamenti stagionali e climatici molto sensibili, violente calure, inverni rigidi, piogge abbondanti e siccità prolungate. PLATONE: Secondo il pensiero di Platone la conoscenza era la soluzione per ogni problema di giustizia; l'agire secondo giustizia prevede la conoscenza di che cos'è il bene il che lo contraddistingue da colui che compie il male per ignoranza. Discepolo di Platone fu Aristotele, che seguì le sue orme e fece suo il pensiero che tutto muta in natura, tutto scorre, ma non a caso Il fatto che tutti i fenomeni naturali siano soggetti a costante