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appunti su: introduzione al '700, Vico e Scienza Nuova (alcuni brani), il melodramma, Metastasio e Didone Abbandonata (alcuni brani), il teatro, Goldoni, Parini e Il Giorno (alcuni brani), Alfieri, il giornale e il Caffè
Tipologia: Appunti
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Tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700 si sta verificando un periodo di crisi in gran parte d’Europa: il sistema sociale si sta disgregando e vengono meno i vecchi equilibri. Questo però pone le basi per un cambiamento in ambito politico, militare e culturale. All’interno della società tuttavia vi è una distanza netta tra la città e la campagna, i confini sociali sono invalicabili e sono in vigore i valori della Controriforma; il monopolio economico e culturale è nelle mani della NOBILTA’ e del CLERO. L’Italia non è più al centro delle contese (come era avvenuto nel corso del ‘500, secolo del Rinascimento in cui l’Italia è stata assoluta protagonista) già dal 1559, anno della pace di Cateaux-Cambresys; al contrario, il territorio italiano è una semplice pedina in un più ampio gioco di equilibri, i cui protagonisti sono ormai altri Stati: Francia, Austria, Spagna, Russia, Prussia e Inghilterra. Quest’ultima ha come fulcro di ricerca la questione delle certezze dogmatiche (“Crisi della coscienza europea”). Nuova disponibilità alla discussione (concetto già espresso da Cartesio e Galilei). Ulteriore novità: laicizzazione del sapere + ricerca e interrogazione sulla realtà (questi saranno poi i fondamenti dell’ Illuminismo ): la conoscenza ha come scopo il suo stesso approfondimento, e questo pone le basi per un concetto laico e borghese della cultura. Cultura che, però, è ancora legata ad esponenti della Nobiltà e del Clero [ad esempio la figura dell’Abate, come Parini]. Inizia a svilupparsi quindi un nuovo “terreno” comune, fondato sulle regole del confronto tollerante: l’obiettivo è quello di costituire una libera repubblica delle lettere, che fosse come una collaborazione cooperante di intellettuali che garantissero diversi punti di vista nelle discussioni e nelle ricerche. Italia ora cerca di adeguarsi a questo nuovo modello europeo di cultura ed è costretta a confrontarsi con altre culture: ad esempio adottando veri e propri scambi linguistici con la lingua francese (in questo modo l’italiano tenta di sfuggire all’eccessivo purismo dell’Accademia della Crusca). Alcuni centri italiani, ad esempio Napoli (città italiana più popolosa del tempo), sviluppano il nuovo ceto civile: una falda sociale trasversale che potesse contare su un nucleo di intellettuali eterogeneo (letterati calabresi, pugliesi, ecc) e compatto: alcuni di essi riuscirono così ad avviare una carriera. Si tratta nel suo insieme di una sorta di cervello collettivo che svolgeva un’analisi della realtà ma anche un intervento pratico, riuscendo ad inserirsi nella politica spagnola di fine ‘600, condizionando le scelte politiche e collaborando con la monarchia. Questo portò anche a una trasformazione nella vita quotidiana: relazioni tra varie classi sociali e comunicazione culturale. La produzione letteraria tra 600 e 700 è in gran parte segnata dalla poesia razionale, che era stata una reazione al movimento barocco e manierista. Una forma di poesia più composta di cui si fece portavoce l’ Accademia dell’Arcadia : fondata a Roma nel 1690, era formata inizialmente da 14 scrittori, fra cui Crescimbeni e Gravina; successivamente le adesioni crebbero (fino ad assorbire anche l’Accademia Reale fondata da Maria Cristina che, in quanto convertita al Cristianesimo, ebbe la benevolenza del Papa) tanto che nel 1728 gli adepti avevano superato i 2000 in tutta Italia [sappiamo tutto ciò grazie ai Registri]; non vi erano solo letterati antibarocchi, ma anche eruditi galileiani scientifici (es Redi) e vari intellettuali (Muratori, Vico). Questa particolare Accademia prevedeva che ogni socio assumesse un nome pastorale greco (Arcadico appunto, dal nome di un’antica regione della Grecia) e in più che le attività si svolgessero in una scenografia bucolica realizzata artificialmente (ambientazione fittizia in cui tutto diventa artificio, compresa la natura stessa). L’Arcadia aderiva alla poetica petrarchesca e a capo c’era un custode generale. Ma in realtà si trattava di un vero e proprio palcoscenico sociale che garantiva un’enorme visibilità agli intellettuali che ne facevano parte e che ne traevano una considerazione sociale non indifferente.
I due punti di riferimento dell’Accademia dell’Arcadia erano Crescimbeni e Gravina i quali, all’inizio del 1700, entrarono in contrasto:
questo conflitto non seppe collocarsi con l’indipendenza intellettuale che ci saremmo aspettati da parte sua: rimase fedele al custode dell’Accademia per non perdere la visibilità e continuare a essere attivo sulla scena culturale; in un primo momento aderì all’idea graviniana, ma subito ne prese le distanze (lo sappiamo da una lettera del 1712 conservata nell’archivio di Roma in cui si scusa con Crescimbeni e quasi si giustifica per aver “involontariamente” seguito Gravina, non comprendendo che si trattasse di una scissione dell’Arcadia). Questo ci fa capire la difficoltà degli intellettuali al momento della scissione: seppur molti considerassero valida la proposta di Gravina, la maggior parte di essi non lo seguì per non rinunciare alla visibilità e per non perdere la priorità che avevano sul piano sociale grazie all’Accademia (come Vico), che per molti era anche fonte di sostentamento. La fama di Vico è legata alla sua opera maggiore: la “ Scienza Nuova ”, composta da 5 libri e che ebbe una genesi lunga e travagliata; l’autore stesso curò le sue tre edizioni: 1° 1725; 2° 1730; 3° 1744. Nel tentativo di renderla più fruibile, alcune edizioni Novecentesche hanno snaturato l’opera per facilitarne il linguaggio; l’edizione del 2016 curata da Cristofolini riprende invece il testo esatto del 1725, I edizione. Ciò che sorprende dell’opera è sicuramente la sua non modernità: è volutamente legata a canoni precedenti e non umanistici, è come se Vico avesse voluto staccarsi dalla sua contemporaneità (eppure Napoli era un centro culturale importantissimo all’epoca); ma l’opera diventa ugualmente una fonte di interpretazione della realtà anche per il secolo successivo. I modelli di Vico sono eterogenei, segue fonti antiche e moderne (forse unico segno di modernità):
Libro I : Dello stabilimento dei Principi. Presenta una tavola sinottica divisa in colonne con le date più importanti della storia delle popolazioni antiche (Ebrei, Caldei, Egizi, Greci, Romani) a partire dalla Creazione del mondo. In più, vi sono delle annotazioni di carattere polemico contro quegli studiosi Seicenteschi che avevano messo in dubbio la cronologia biblica. [Vico è fedele all’ortodossia cattolica , che credeva la storia scandita dai tempi biblici, es creazione, diluvio universale, ecc). Puntualizza quindi l’origine dei gruppi umani che, dopo il diluvio universale, si distribuiscono sulla Terra sviluppandosi in piccole comunità. Inoltre, nel corso dell’opera vi sono 114 Degnità [Assiomi, verità inattaccabili che sono i pilastri dell’argomentazione di Vico] Libro II : Della sapienza poetica. Vico descrive le fasi dell’evoluzione dell’uomo (Antropologia Vichiana) attraverso lo sviluppo del linguaggio : i primi uomini, definiti bestioni , comunicavano con i segni; in secondo luogo con vagiti primordiali, suoni semistrutturati, individuando nelle divinità i fenomeni naturali; infine, con l’evoluzione del linguaggio articolato, si ebbe anche l’evoluzione dell’uomo [l’ordine delle società è dato dal potenziale comunicativo: dando un nome alle cose se ne stabilisce un ordine]. Libro III : Discoverta del vero Homero. Rappresenta il fulcro del ragionamento vichiano. Presenta Omero come precursore della poesia della prima fase e l’Iliade e l’Odissea sono analizzate come espressioni della fantasia prorompente della Grecia delle origini. Libro IV : Del corso che fanno le nazioni. Analizza le diverse Nazioni con le trasformazioni che le hanno portate nella terza fase, analizzandone i costumi; assegna alla giurisprudenza il compito di mettere ordine nella società con leggi uguali per tutti i cittadini. Libro V : Del ricorso delle cose umane. Qui Vico ripercorre le fasi della storia ed espone la teoria dei Corsi e Ricorsi della Storia; definisce la possibilità di una nuova barbarie e chiarisce che questo andamento sinusoidale può essere modificato solo dalla provvidenza divina. Appendice : [presente solo nella terza edizione] vengono introdotte delle aggiunte che approfondiscono alcuni concetti presenti nei cinque libri.
*Boria: presunzione, affermazione data con spocchia. Le Borie sono di due tipi:
circa gli abitanti delle isole Antille) che esistono delle società che non hanno alcuna consapevolezza del divino; di ciò fu persuaso anche il filosofo Bayle [scrittore razionalistico francese vissuto tra il 1647 e il 1706] che aveva scritto il Trattato delle comete , in cui illustrava che i popoli possono vivere con giustizia, secondo principi morali, anche senza Dio; a un’affermazione così forte non arrivò neanche Polibio [ Vico entra in polemica con tutti quegli autori che avevano messo in discussione i principi cattolici ortodossi, in questa parte contro coloro che sostenevano una possibilità di vita laica ] al quale si attribuisce l’aver detto che la religione in mano a dei filosofi potrebbe generare delle leggi tali da creare un ordine anche scevro dalla religione [c’era stata una proposta di società laica, ma questa non è ipotizzabile nell’ottica vichiana]. Queste sono soltanto narrazioni non veritiere che servono solo a rendere più interessanti i loro libri. Sicuramente è stato audace nello scrivere Andrea Rudigèro [un medico che nel 1716 aveva pubblicato a Francoforte la sua opera] che nella sua Fisica divina afferma che la religione è a metà strada tra l’ateismo e la superstizione; evidentemente nella Repubblica di Ginevra, così libera e popolare, ci dev’essere una tale libertà nello scrivere da permettere anche la pubblicazione di testi che non sono frutto di verità profonda ma solo di audacia. Sebbene tutte le Nazioni credono in un Dio che interviene saggiamente nel corso degli eventi, soltanto in quattro e non più si sono potute trovare delle religioni strutturate, ordinate: una è quella degli Ebrei, e quindi anche quella dei Cristiani, che credono in un Dio unico; la terza dei pagani che credono in più dei, con un corpo e una mente, tant’è li definiscono “dei dotati di immortalità”; la quarta e ultima è la religione di Maometto, che attribuisce immortalità tanto al corpo quanto alla mente del loro Dio, perché si aspettano di poter trovare nell’aldilà una vita appagante dal punto di vista dei sensi fisici. Nessuna di queste religioni ha creduto in un Dio con una sola caratteristica. Quindi tutti coloro che nel corso del tempo, dagli Epicurei agli Stoici ai seguaci di Spinoza sulla religione, non avendo questi principi fondamentali legati all’immagine del divino, non si sarebbero dovuti cimentare nel ragionare di repubblica o di leggi
tant’è che per Benedetto Spinoza [razionalista del 17esimo secolo] la società è fatta non di uomini ma di mercanti. Per lo stesso motivo Cicerone non avrebbe potuto parlare [riferimento a un testo della tradizione letteraria latina] con Attico, perché egli era epicureo e non avevano un senso comune delle leggi, per cui non avrebbero mai potuto convenire tra di loro, né parlando di leggi né di religioni; poiché entrambe queste sette (stoica ed epicurea) sono compatibili con l’organizzazione giuridica romana, e collaborano perché entrambe hanno i medesimi principi e ricercano il medesimo ordine. L’opinione poi che le unioni soltanto fisiche tra uomini liberi e donne libere, senza la solennità e il patto sociale del matrimonio, non contengano nessuna spregiudicatezza è una cosa su cui ormai tutte le nazioni del mondo convengono essere falsa [secondo i principi di tutte le nazioni del mondo l’unione non regolata dal matrimonio è di fatto spregiudicata], poiché tutte queste nazioni civili celebrano religiosamente i matrimoni e in questo modo stabiliscono lo scarto tra l’uomo e la bestia [generano una situazione tale che determina la differenza tra la bestialità umana che non ha regole sociali e il vivere civile ]. Nelle società bestiali in cui i genitori non sono tra di loro congiunti da un vincolo di legge [che non hanno procreato in seno al matrimonio] non si sentono frenati dal disperdere i loro figli naturali [potrebbero quindi cadere in uno stato di ferinità e cedere alla tentazione animalesca di abbandonare i loro figli] i quali rischierebbero di essere esposti alla fame dei cani; e se l’umanità, o pubblica o privata, non fosse civilizzata e non allevasse i neonati, questi dovrebbero crescere senza un riferimento di religione, di lingua o di altro opportuni costume. Quindi se fosse per loro [per i genitori che si uniscono e procreano senza una regola] questo mondo civilizzato e reso bello dalle arti si ridurrebbe a una selva primigenia [tornerebbe a essere un luogo selvaggio] in cui si muovono le fiere come quelle narrate dalla leggenda di Orfeo [e che vennero ammansite da lui]; e questi [uomini primitivi che si muovevano come le bestie di Orfeo, in questo periodo scuro di umanità in cui rischieremmo di cadere se non avessimo delle regole] sottostarebbero ad appetiti, anche incestuosi, non regolati dalla morale [non avendo nessuna regola]. E questa modalità animalesca di gestire la comunità sarebbe nefasta per l’uomo e assolutamente fuori legge; anche Socrate aveva cercato di dimostrare come tutto ciò fosse contro natura e che questi legami non regolamentati sono aborriti presso tutte le Nazioni e furono praticati da alcuni solo nell’ultima fase della loro evoluzione, ad esempio dai Persiani. Infine passiamo ad analizzare un altro caposaldo, principio dell’umanità, cioè la sepoltura; immaginiamo uno stato animalesco nel quale restino insepolti i cadaveri degli uomini sopra la terra
Dunque, così come noi definiamo metafisica l’attitudine a osservare tutti i fenomeni naturali così come avvengono, allo stesso modo definiamo logica il processo con il quale tentiamo di spiegarli [ noi oggi tentiamo di spiegare con la logica tutti quei fenomeni che con la metafisica osserviamo ]; in tal senso fermo restando queste definizioni, come la poesia è stata da noi considerata una declinazione della metafisica secondo la quale i poeti teologi immaginarono per lo più i corpi fisici come sostanze divine, [quindi coloro che per primi tentarono di dare un senso alle cose, immaginando che i fenomeni fisici avessero una derivazione divina] così allora la logica poetica è quel procedimento per il quale si cerca di dare un significato a queste cose. [Poesia va intesa in senso etimologico, da poieo =fare, ciò che si crea e che si genera]. La parola <
I quali, come già detto in un assioma, si espressero indovinando, e avvenne che Platone, nel suo Cràtilo [uno dei Dialoghi platonici del IV secolo a. C. in cui il filosofo tratta il tema dell’evoluzione del linguaggio], impiegò un vano impegno nel tentativo di spiegare l’evoluzione della lingua; infatti poi fu attaccato da Aristotele e da Galeno perché la prima forma di comunicazione, che fu propria dei poeti teologi, non poteva essere una lingua che assecondava la natura, (come dovette essere la lingua primordiale, parlata da Adamo, a cui Dio aveva concesso il potere di attribuire un nome alle cose, secondo la natura di ognuna di esse), ma piuttosto utilizzarono la fantasia per dare un nome alle cose, e molte di esse le avevano immaginate di essenza divina [una proiezione della divinità]. Con queste modalità fantastiche si originarono Giove, la grande madre terra Cìbele o Berecintia, e Nettuno, poiché gli uomini inizialmente muti così indicavano il cielo, la terra e il mare e ritenevano che fossero animati da un’essenza divina; e con riferimento ad essi spiegavano tutto ciò che aveva pertinenza con il cielo, con la terra e con il mare [ riconducevano a volontà divina tutto ciò che riguardava questi tre elementi naturali ]; e così indicavano tutte le altre cose esistenti e di ogni divinità evidenziavano le sue appartenenze, ad esempio a Flora erano attribuiti tutti i fiori e tutti i frutti a Pomòna. Noi moderni personifichiamo non le cose naturali [come facevano i poeti teologi] bensì le cose spirituali [perché l’evoluzione ci ha portato a capire che i fenomeni naturali non sono individuabili come degli Dei, ma hanno una spiegazione razionale e fisica], i moti dello spirito, facendo la stessa cosa loro ma al contrario, personificando le passioni, le virtù, i vizi, le attitudini alle scienze e all’arte e per lo più le immaginiamo con figure di donne e a quello poi riconduciamo tutte le ragioni, attribuiamo delle proprietà a ciascun nostro sentimento. Poiché se vogliamo comprendere le cose spirituali dobbiamo necessariamente fare ricorso alla fantasia per poterle spiegare , esattamente come fanno i pittori che proiettano con l’immagine ciò che hanno nella loro mente. I poeti teologi, non avendo ancora sviluppata questa capacità razionale dell’intelletto, attribuirono una fisicità alle cose visibili della natura [così come noi abbiamo fatto con i sensi] e individuavano gli Dei come corpi che abitavano il cielo, la terra e il mare e poi, volendoli rappresentare, li hanno ridotti con la loro fantasia [le dimensioni immense della terra, del cielo e del mare sono state ridotte nel corpo di un unico Dio] e furono presi per piccoli segni. L’immensa divinità di un Dio a cui vengono attribuiti i poteri infiniti di gestione di un intero mondo, in realtà nella fantasia dei poeti teologi viene ridotto fisicamente, tanto da essere rappresentato come un uomo in groppa a un’aquila;
tutto il ‘700 con la sua attività di poeta di corte. Al contrario di Vico, che ha avuto vicissitudini travagliate, Metastasio non ha dovuto attendere il riconoscimento di posteri, poiché ha ottenuto fama fin da subito: i suoi contemporanei più o meno in tutta Europa lo hanno considerato sin dai primi esordi un poeta capace di interpretare la realtà del suo tempo e di generare delle opere gradite trasversalmente nella società; la sua produzione è soprattutto melodrammatica. Già nelle Signorie 500ntesche era un’attività in auge, questa pratica di cantare con accompagnamento musicale dei testi che sembrerebbero scritti per la recitazione. Il termine è musicologico e letterario, ed indica un’opera “seria” in contrapposizione a quella nota come “opera buffa”; il Melodramma nasce a Firenze presso la Camerata dei Bardi, da un gruppo di intellettuali e di musicisti che crearono un connubio delle loro arti, cercando di rinnovare la tragedia greca che era per lo più cantata; così nasce la nuova tecnica di “ recitar cantando ”, nota col nome di Melodramma, che si diffuse poi in tutta Europa. Baldassarre Castiglione nel “ Cortigiano ” afferma che il melodramma era un modo opportuno, per il poeta cortigiano, di intrattenere le corti [“cantare la viola per recitare”], unendo queste due potenzialità artistiche (il canto e la recitazione) per generare una forma di intrattenimento importante che associasse il piacere della musica ai contenuti letterari dei testi. Poi nel corso di tutto il ‘600 il teatro per musica aveva subito un’involuzione: le parti musicali avevano completamente sopraffatto la parte testuale, mettendo sulla scena i virtuosismi dei cantanti e la spettacolarità dal punto di vista canoro; in questo modo la parola si era quasi ridotta a una sorta di pretesto, ad un supporto funzionale, tanto che il pubblico non badava più alle qualità dello stile o alla creatività dell’autore, ma si concentrava solo nel valutare il libretto, godendo esclusivamente della parte musicale. I librettisti a questo punto non si preoccupavano più dell’originalità dei testi, non godendo più di un ruolo autonomo. Alcuni letterati però si resero conto dell’importanza del testo e volevano che la parte testuale avesse un maggiore spessore : la stessa Arcadia fu sede di numerose discussioni su questo argomento;
diventava uno svago per gli spettatori e produceva una volontà di partecipazione maggiore; per non parlare del fatto che così si dava la possibilità di fruire di un’ evasione appagante anche ai ceti non colti. Il melodramma così concepito da Metastasio è di fatto una letteratura di consumo: c’era grande richiesta di questo tipo di produzione all’inizio del ‘700, perché permetteva un momento di svago ed evasione. Ebbe successo anche per la partecipazione di arti concorrenti: si trattava di un’esecuzione drammatica complessiva che prevedeva la compartecipazione di una parte testuale letteraria e di una parte musicale (riportate da Metastasio in equilibrio fra di loro), e ciò soddisfaceva inevitabilmente una più ampia varietà di gusti. I teatri in questo periodo (fine ‘600 - inizio ‘700) iniziano ad essere pubblici e affollati, si ricercano gli artifici di scena , la godibilità delle risorse musicali e allo stesso tempo dei testi, eccetera. La “ Didone abbandonata ” di Metastasio è stata rappresentata per la prima volta con grande successo al teatro San Bartolomeo di Napoli, in occasione di un carnevale, nel 1724 ; questa data segna la nascita di questo nuovo melodramma perfezionato da Metastasio (tutto ciò che i grandi intellettuali dell’Arcadia avevano solo teorizzato viene messo sulla scena con quest’opera, riscuotendo un enorme successo). La prima volta che questo dramma fu rappresentato, le musiche erano composte da Domenico Sarro. La risonanza estrema che Metastasio ebbe con quest’opera fece sì che l’autore venisse convocato in altre corti (ricordiamo soprattutto quella viennese): fu un successo europeo. L’autore non ha puntato sull’originalità della storia [nota grazie all’ Eneide di Virgilio]: Didone accoglie Enea profugo e si innamora di lui finché l’eroe non riceve ordini diversi dagli Dei e dal defunto padre Anchise e viene richiamato all’ordine affinché prosegua il suo viaggio, fino a raggiungere le coste del Lazio (perché destinato a fondare una nuova civiltà); Didone da innamorata diventa abbandonata, dando il titolo all’opera di Metastasio, perché tutto il melodramma è incentrato sul momento in cui Didone si rende conto di non poter dare un seguito alla sua vicenda amorosa con Enea. Inoltre, rispetto al testo virgiliano, Metastasio, dilatando il racconto, fa ricorso ad una serie di personaggi, di invenzione dell’autore, che aprono delle ulteriori possibilità di dialogo con i protagonisti (facendone emergere meglio le passioni):
Perfido, tu lo sai tutto quello che io ho fatto per te e sai anche se effettivamente merito ciò che mi stai facendo [usa ancora una volta il sarcasmo]. E quale altro mai si può definire tormento d’amore se non questo mio? Ditemelo voi, anime innamorate.
(parte) Analisi scena XVIII Monologo di Enea
Enea, rimasto solo sulla scena, inizia una sorta di soliloquio ad alta voce, cantato, in cui il pubblico è direttamente coinvolto. So già che dopo questa mia partenza io soffrirò. Per me è un incarico doloroso, anima mia! Questo incarico sarà un premio per la tua fede negli Dei. Mentre l’amore ricevuto e i suoi doni verranno abbandonati. [Ancora una frase sospesa, come se non stesse corrispondendo l’amore e la dedizione, che invece gli aveva garantito Didone, per ricevere un premio di fede per la promessa fatta agli Dei]. Ma prima che io ti abbandoni [si riferisce a Didone], muoiano l’Italia e il mondo, e piuttosto resti sepolta nell’oblio la mia fama [destinata a riecheggiare nei tempi dopo la fondazione di Roma] e vada in cenere nuovamente Troia. Ah, che sto dicendo! [come se si ravvedesse] Grande genitore [si rivolge qui ad Anchise] perdona queste mie espressioni che sono follie d’amore e di cui io neanche mi vergogno. Non sono io ad aver appena detto queste cose, ma è stato l’amore che io provo nei confronti di Didone che ora devo abbandonare. Si parta. [è deciso, come se tornasse più presente a sé] a questo punto uno dei tanti corteggiatori di Didone [“ empio moro ” probabilmente è Iarba] si prenderà la mia donna? No, ma posso con questo timore [che Didone sia di un altro uomo] essere spergiuro nei confronti di una promessa fatta a mio padre? [Ora ritorna questa sua necessità di elencare ciò a cui lui si appella, in questo caso per cercare consiglio; mentre prima quando ha fatto quel lungo elenco parlando con Didone, serviva per giustificarsi]. Padre, amore, gelosia, Dei, datemi un consiglio! [Si rivolge a tutto ciò che per lui rappresenta un sentimento interiore molto forte] Se io affronto il mare per proseguire il mio viaggio mi sento chiamare “infido e crudele” [da Didone, appunto]. Intanto provo un sentimento di confusione, sono tormentato dal dubbio: non ho il coraggio di partire, ma non ho neanche il desiderio di restare, e provo lo stesso logorio, che avrei nel partire, anche nel restare. [condizione tale da non riuscire a prendere una decisione con risolutezza, senza soffrire; in realtà lui poi partirà].
vicine alla sua esperienza di vita: doveva essere messo nelle condizioni di seguire il filo logico della vicenda rappresentata]. Il teatro aveva dominato nelle corti dei nobili nei tempi precedenti, ma durante il XVIII secolo cominciava a diventare una “moneta fuori corso”; il teatro importante inizia a non essere più fruibile al di fuori di quelle stesse corti (ad esempio nei luoghi pubblici). La prima conseguenza di ciò fu la riduzione dello spazio occupato dalla tragedia: quello che era stato un simbolo del teatro di corte fino al Rinascimento, nel ‘ non è più seguito. Alcuni autori, tuttavia, continuano a scrivere tragedie (uno fra tutti Voltaire), ma questa forma tradizionale non è più aderente alle richieste del pubblico. Le tragedie, che all’interno delle cerchie intellettuali mantenevano comunque un certo prestigio, continuavano ad essere composte, ma erano destinate alla lettura e non più alla rappresentazione; a tal proposito è fondamentale l’esperienza di Vittorio Alfieri che nel corso della sua vita raramente ha potuto vedere le sue tragedie rappresentate sulla scena, per lo più in palazzi aristocratici e, per altro, i ruoli venivano assegnati agli stessi nobili che abitavano il palazzo, senza avere le minime competenze attoriali. Tra l’altro, il ceto borghese, nel tentativo di raggiungere una sua identità e di distinguersi dalle masse popolari, comincia a rifiutare anche le rappresentazioni comiche volgari, basate sui doppi sensi, con espedienti alquanto elementari volti a fare ridere; con queste premesse, si delinea la necessità di uno spazio intermedio fra il teatro alto (ad esempio di Alfieri) e il teatro basso e popolare: così il ceto borghese emergente, che costituisce la fetta più ampia del pubblico, comincia a chiedere delle rappresentazioni ben precise: essa non ha un background culturale tale da potersi approcciare a opere che richiamano la classicità, però allo stesso tempo pretende delle messe in scena che abbiano una loro dignità culturale; ha bisogno di ritrovarsi sul palco, per cui chiede che la rappresentazione abbia dei riferimenti alla sua quotidianità; soprattutto non vuole essere confusa col pubblico popolare, quindi rifiuta tutti quegli elementi più volgari e dozzinali che facevano ridere gli spettatori analfabeti. Tutti questi parametri, messi insieme, danno delle indicazioni sul modello di riferimento a cui deve necessariamente guardare chi si occupa di teatro. Nel ‘700, inoltre, la produzione teatrale che si è avuta altrove inizia a uscire dai confini di altri luoghi europei: in tal proposito, una figura fondamentale a cavallo fra il ‘500 e il ‘600 in Inghilterra è Shakespeare, le cui opere giungono in Italia proprio nel XVIII secolo (quindi ci si confronta anche con altre realtà europee). Un altro anticipatore delle particolari richieste del pubblico borghese fu Molière in Francia, e anche le sue produzioni arrivarono in Italia proprio nel ‘700, tra cui opere molto divertenti e aderenti alla realtà contemporanea, lontane dalla trivialità e in alcuni casi in grado di suscitare anche u barlume di riflessione. Questi esempi europei danno delle indicazioni sul modello da seguire (anche in Italia) per soddisfare le richieste del ceto emergente. Se osserviamo le biografie degli intellettuali che sono intervenuti nei dibattiti sul teatro, si nota che non si sono mai approcciati al testo col distacco necessario verso gli oggetti di studio; ma molto spesso coloro che hanno teorizzato sul teatro hanno vissuto a diretto contatto con gli ambienti teatrali e con gli attori stessi [nel ‘700 non esisteva ancora la figura del regista]. Per cui chi ha voluto cimentarsi su questi argomenti, analizzando tutti i vari passaggi della rappresentazione (dall’ideazione, alla produzione testuale, fino alla messa in scena), ha vissuto a stretto contatto con quelle realtà. Ci sono dei punti nevralgici attorno a cui si è dipanata la discussione degli intellettuali sul teatro.
completamente il testo. Su questo aspetto del dibattito, un ruolo determinante in Italia fu quello di Goldoni, mentre in Francia Diderot e in Germania Lessing [tutti schierati a favore dell’introduzione del copione].