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Tipologia: Appunti
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è l’incipit del brevitate vitae. Qui condensa tutto quello che svilupperà dopo. Il concetto fondamentale è che la vita non è breve ma siamo noi che la rendiamo breve. (1) La maggior parte dei mortali, o paolino, si lamenta per la crudeltà della natura, (quod introduce delle proposizioni casuali) perché siamo generati (gignimur) per uno spazio breve (letteralmente per un breve di tempo), perché questo spazio di tempo concesso a noi scorre (decurrant) tanto velocemente tanto rapidamente, (adeo ut è una proposizione consecutiva) al punto che, eccetto pochissimi (ovvero i sapienti che hanno capito sono questi pochissimi) la vita lascia gli altri nella stessa preparazione della vita (il senso è: la vita scorre talmente velocemente che, ad eccezione dei sapienti, per tutti gli altri la vita finisce nel momento in cui noi ci stiamo ancora preparando a vivere. Cioè quando ancora dobbiamo capire che fare, moriamo). Ne di questo pubblico male (cioè che noi non ci accorgiamo che la vita passa), come credo, soltanto la massa (turba) e il volgo ignorante si lamenta; (non solo l’ignorante si lamenta, ma anche i grandi filosofi -come adesso dirà- si lamentano che la vita è breve) questo stato d’animo ( affectus) invocò lamentele anche (quoque) da parte degli uomini illustri (2) Da qui deriva (est) quella esclamazione del più grande dei medici (cioè anche il più grande dei medici ha fatto esclamazioni del vulgo) (il riferimento è a Ippocrate) “la vita è breve l’arte è lunga” (c’è un infinito perché è un’ infinitiva, però ci manca il verbo principale, avrebbe dovuto mettere “dice che”). Poi fa un altro esempio: Da qui quella controversia (lis) di Aristotele alle prese con la natura per niente conveniente all’uomo sapiente (cioè aristotele è un uomo sapiente ma anche lui commette questo errore) quando Aristotele parlava della natura diceva questa affermazione: (da Aetatis illam.. è un infinitiva ma non c’è il verbo principale che lo regge, dovrebbe esserci “diceva che”) quella (illam, cioè la natura) ha concesso agli animali tanto di tempo (“tanto tempo” senza tradurre letteralmente) (ut è legato a tantum ed introduce una consecutiva) che gli animali (sottinteso) allevano (educerent) cinque o dieci generazioni (quina aut dena saecula) cioè Aristotele dice che la natura è stata ingiusta con noi perché gli animali possono allevare tante generazioni dopo di loro; all’uomo (homini) generato (genito) per molte grandi imprese (in tam multa ac magna) è fissato (stare) per un tempo alquanto breve (cioè l’uomo, che è dotato di ragione, per cui può fare grandi imprese, ha però un tempo più breve per vedere i frutti delle loro generazioni). (3) non abbiamo poco tempo, ma ne abbiamo perso molto. La vita è (est è sottinteso) sufficientemente lunga (satis longa) e ci è data (data est) largamente (larga) per la realizzazione (consummationem) delle grandi imprese, se è impiegata tutta bene (si tota bene collocaretur); ma quando scorre (diffluit) per il lusso e per la negligenza (cioè quando il tempo viene speso per inseguire falsi piaceri) quando è impiegata (impenditur) per nessuna cosa buona (nulli bonae rei), (ultima demum necessitate cogente è ablativo assoluto) spinti (cogente) infine
(demum) dall’ultima necessità (cioè quando stiamo per morire), sentiamo che è passata (transisse) quella che (quam) non abbiamo capito che è passata (non intelleximus ire).