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Appunti di geografia (Minca Claudio), Dispense di Geografia Politica

Riassunto dei capitoli 1,2,3 del libro Appunti di Geografia

Tipologia: Dispense

2022/2023

In vendita dal 28/06/2023

S2303
S2303 🇮🇹

4.5

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Appunti di geografia (Minca C.)
Capitolo Uno – Il pensiero geografico
Il geografo Franco Farinelli sostiene che la geografia è la descrizione della Terra. Esistono infinite
geografie con le quali storicamente si è attuato il rapporto tra gli esseri viventi e gli altri elementi
che compongono la sfera terrestre, secondo una relazione socio-naturale. Le varie
rappresentazioni e narrazioni prodotte dalla scienza geografica non sono mai state oggettive e
neutrali ma sempre situate nel tempo e nello spazio, cioè sono dipese dal momento storico, dal
luogo e dal contesto politico, culturale e sociale. Di conseguenza Farinelli e Dematteis sostengono
che la geografia non sia una scienza esatta, come ad esempio la fisica o la matematica, ma sia più
una forma di conoscenza costruita attraverso metafore geografiche (Dematteis), cioè il modo di
dire il mondo di chi pratica la geografia o modelli del mondo (Farinelli), che hanno un ruolo
decisivo nell’offrire un’interpretazione utile e coerente per comprendere “il complesso delle
relazioni sociali, economiche, politiche, culturali al cui interno si svolge la vita umana”. La geografia
si è appropriata di concetti come quelli di luogo, paesaggio o regione e li utilizza per offrire una
prospettiva unica sulla natura e sul funzionamento dei fenomeni con i quali dobbiamo misurarci
nel nostro quotidiano. La geografia offre risposte che non hanno nulla di definitivo né di esaustivo:
è per certi versi una strategia di traduzione del mondo. La presunta neutralità delle descrizioni
prodotte dalle scienze geografiche serve a mascherare una forma di appropriazione del mondo da
parte degli esseri umani: ogni appropriazione di spazio ha una sua geografia, implicita o esplicita,
cioè una strategia fatta di rappresentazioni e azioni che informano e guidano il processo. La scienza
geografia e la cartografia sono nate dalla possibilità di tradurre questi atti in un discorso coerente e
di organizzarli in una forma semantica. La stessa origine della cartografia si situa durante l’epoca
preistorica, anticipando di molti secoli l’invenzione della scrittura. Es. delle prime espressioni
cartografiche è l’incisione della Roccia dei campi in Valcamonica, risalente al secondo millennio
a.C., che riproduce la mappa di un insediamento preistorico, primo segno tangibile dello sforzo di
restituire e trasmettere informazioni sullo spazio percepito e organizzato dall’azione territoriale. La
cartografia non è altro che una delle possibili scritture (descrizioni, rappresentazioni) della Terra,
sebbene sia quella che ha avuto maggiore successo. Secondo Farinelli, la prima rappresentazione
razionale dello spazio cosmico e terrestre coincide con l’affermazione del modello democratico
urbano della civiltà greca: è attribuito ad Anassimandro, nel VI secolo a.C., il primo tentativo di
rappresentare razionalmente la terra conosciuta secondo le proprietà generali della geometria nel
pinax (la tavola). Dal VI secolo a.C. alla concezione mitica dello spazio non omogeneo e non
definibile metricamente, si sostituisce invece un’idea scientifica e geometrica. La carta di
Anassimandro ricompare durante le Guerre Persiane come strumento che giustifica le
argomentazioni geopolitiche dei greci e permette di far nascere l’idea di territorio come oggetto di
appropriazione e dominazione politico-militare.
Un’altra figura centrale è quella di Claudio Tolomeo, a cui si deve l’elaborazione del più importante
documento della tradizione antica, la Geografia, un volume composto da testo e carte geografiche
che consiste in un tentativo di ricomporre il sapere accumulato fino a quel momento per
sviluppare un modello visuale, grafico e matematico del mondo. Rilevante è lo studio della
proiezione che consiste in un insieme di tecniche per ridurre la tridimensionalità del globo
terrestre in piano, per trasformarlo in un’immagine a due dimensioni, quella della carta geografica.
La struttura cosmologica proposta da Tolomeo, con la Terra al centro e il sole e gli altri corpi che le
ruotano attorno, sarà poi conosciuta nei secoli come universo aristotelico-tolemaico, fondamentale
fino alle scoperte di Copernico e Galileo Galilei e la rivoluzione scientifica. Il periodo di passaggio
fra età medievale e moderna è un’epoca di grande spaesamento nelle rappresentazioni del mondo:
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Appunti di geografia (Minca C.) Capitolo Uno – Il pensiero geografico Il geografo Franco Farinelli sostiene che la geografia è la descrizione della Terra. Esistono infinite geografie con le quali storicamente si è attuato il rapporto tra gli esseri viventi e gli altri elementi che compongono la sfera terrestre, secondo una relazione socio-naturale. Le varie rappresentazioni e narrazioni prodotte dalla scienza geografica non sono mai state oggettive e neutrali ma sempre situate nel tempo e nello spazio , cioè sono dipese dal momento storico, dal luogo e dal contesto politico, culturale e sociale. Di conseguenza Farinelli e Dematteis sostengono che la geografia non sia una scienza esatta, come ad esempio la fisica o la matematica, ma sia più una forma di conoscenza costruita attraverso metafore geografiche (Dematteis), cioè il modo di dire il mondo di chi pratica la geografia o modelli del mondo (Farinelli), che hanno un ruolo decisivo nell’offrire un’interpretazione utile e coerente per comprendere “il complesso delle relazioni sociali, economiche, politiche, culturali al cui interno si svolge la vita umana”. La geografia si è appropriata di concetti come quelli di luogo, paesaggio o regione e li utilizza per offrire una prospettiva unica sulla natura e sul funzionamento dei fenomeni con i quali dobbiamo misurarci nel nostro quotidiano. La geografia offre risposte che non hanno nulla di definitivo né di esaustivo: è per certi versi una strategia di traduzione del mondo. La presunta neutralità delle descrizioni prodotte dalle scienze geografiche serve a mascherare una forma di appropriazione del mondo da parte degli esseri umani: ogni appropriazione di spazio ha una sua geografia, implicita o esplicita, cioè una strategia fatta di rappresentazioni e azioni che informano e guidano il processo. La scienza geografia e la cartografia sono nate dalla possibilità di tradurre questi atti in un discorso coerente e di organizzarli in una forma semantica. La stessa origine della cartografia si situa durante l’epoca preistorica, anticipando di molti secoli l’invenzione della scrittura. Es. delle prime espressioni cartografiche è l’incisione della Roccia dei campi in Valcamonica , risalente al secondo millennio a.C., che riproduce la mappa di un insediamento preistorico, primo segno tangibile dello sforzo di restituire e trasmettere informazioni sullo spazio percepito e organizzato dall’azione territoriale. La cartografia non è altro che una delle possibili scritture (descrizioni, rappresentazioni) della Terra, sebbene sia quella che ha avuto maggiore successo. Secondo Farinelli, la prima rappresentazione razionale dello spazio cosmico e terrestre coincide con l’affermazione del modello democratico urbano della civiltà greca: è attribuito ad Anassimandro , nel VI secolo a.C., il primo tentativo di rappresentare razionalmente la terra conosciuta secondo le proprietà generali della geometria nel pinax (la tavola). Dal VI secolo a.C. alla concezione mitica dello spazio non omogeneo e non definibile metricamente, si sostituisce invece un’idea scientifica e geometrica. La carta di Anassimandro ricompare durante le Guerre Persiane come strumento che giustifica le argomentazioni geopolitiche dei greci e permette di far nascere l’idea di territorio come oggetto di appropriazione e dominazione politico-militare. Un’altra figura centrale è quella di Claudio Tolomeo , a cui si deve l’elaborazione del più importante documento della tradizione antica, la Geografia , un volume composto da testo e carte geografiche che consiste in un tentativo di ricomporre il sapere accumulato fino a quel momento per sviluppare un modello visuale, grafico e matematico del mondo. Rilevante è lo studio della proiezione che consiste in un insieme di tecniche per ridurre la tridimensionalità del globo terrestre in piano, per trasformarlo in un’immagine a due dimensioni, quella della carta geografica. La struttura cosmologica proposta da Tolomeo , con la Terra al centro e il sole e gli altri corpi che le ruotano attorno, sarà poi conosciuta nei secoli come universo aristotelico-tolemaico, fondamentale fino alle scoperte di Copernico e Galileo Galilei e la rivoluzione scientifica. Il periodo di passaggio fra età medievale e moderna è un’epoca di grande spaesamento nelle rappresentazioni del mondo:

le esplorazioni e scoperte geografiche restituiscono un racconto del mondo completamente diverso da come era stato concepito, legato a un’interpretazione simbolico-religiosa. Le rotte commerciali lungo il mar Mediterraneo erano favorite anche dai progressi in ambito cartografico, come la Carta Pisana del 1275. Si trattava di carte nautiche che servivano a descrivere i profili costieri, la localizzazione di porti ed empori, le rotte da seguire etc. In questo periodo è datata anche un’importante invenzione dell’epoca umanistico-rinascimentale, la prospettiva lineare , sviluppata a Firenze da Brunelleschi e Leon Battista Alberti. La prospettiva lineare non sarebbe altro che il ribaltamento in orizzontale della prospettiva tolemaica, dove il punto di vista di chi osserva è in orizzontale, posto di fronte, invece che in verticale come nella proiezione cartografica. Dallo studio prospettico deriva anche la tecnica della triangolazione , legata alla figura di Battista Alberti, una tecnica di calcolo che permette di calcolare l’esatta distanza fra i punti che costituiscono i vertici di un immaginario triangolo. Diviene così possibile calcolare per la prima volta le distanze reali sul territorio e, di conseguenza, la posizione relativa dei diversi oggetti geografici, anche molto lontani. Nel XVI secolo nasce l’ Atlante , un insieme ordinato di mappe del mondo e delle sue parti. Fra i primi esempi si ricordano l’opera Italia di Magini , dove la penisola viene rappresentata nel dettaglio con le sue componenti regionali, trasformando lo spazio astratto in un territorio. Lo sforzo di Magini asseconda un processo politico che si stava compiendo in quel periodo, ossia la nascita dello Stato territoriale, che lega la sovranità al controllo del territorio e necessita di conoscere e controllare il suo contenuto e i suoi confini. Fra Cinquecento e Seicento il centro della produzione di mappe e atlanti si sposta dall’Italia all’Europa nord-occidentale, in Olanda. Nel 1569 Gerhard Kremer, noto come Mercatore , dà alle stampe 18 carte nautiche nelle quali utilizza un nuovo sistema di proiezione che porta il suo nome. A Mercatore si deve anche l’utilizzo per la prima volta del termine atlante. La diffusione della cartografia olandese è legata all’espansione commerciale che investe i porti di quelle regioni, destinati a diventare nodi fondamentali del commercio globale nel corso del XVII secolo, come Amsterdam, Bruges e Anversa. Dopo la pace di Vestfalia del 1648 il potere politico in Europa si struttura con un’articolazione statuale che si fonda su un’amministrazione diffusa e su un capillare controllo del territorio ai fini tributari e militari. Si afferma così lo Stato militare moderno come il principale attore della politica interna e internazionale e nell’organizzazione della vita sociale e politica. La complessità di queste trasformazioni nella geografia politica europea fa sorgere l’esigenza di organismi che siano in grado di studiare le caratteristiche del territorio e così nascono in molte città europee istituzioni accademiche scientifiche come l’ Accademia delle Scienze di Parigi , fondata da Colbert nel 1666. Oltre alla funzione amministrativa e all’esercizio della sorveglianza, la cartografia moderna asseconda anche lo sviluppo infrastrutturale dello Stato: a partire dal XVIII secolo si cominciano a tracciare sulla superficie terrestre delle linee rette, le strade , che poi faranno da riferimento nell’Ottocento per le ferrovie e nel Novecento per le autostrade. Tracciando e costruendo vie di comunicazione lo Stato afferma la propria presenza in tutte le diverse aree comprese entro i suoi confini e cerca di creare omogeneità sul suo territorio attraverso una nuova comune appartenenza territoriale. Anche negli altri Paesi europei la produzione cartografica si adegua al modello francese: in Italia nasce l’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna e l’Osservatorio Astronomico di Brera a Milano , gestito dal gesuita Giuseppe Boscovich , a cui si deve anche la realizzazione della Nuova Carta Geografica dello Stato Ecclesiastico. Dopo l’Unità d’Italia nel 1861 la produzione cartografica sarà affidata a un nuovo organismo, l’Istituto Geografico Militare , che ancora oggi governa la produzione della cartografia ufficiale. Nel corso del XIX secolo nasce la geografia scientifica. I viaggi di esplorazione non contribuiscono solo all’elaborazione di opere a stampa, ma nel corso dei secoli XVI e XVII le collezioni scientifiche si arricchiscono di reperti e manufatti riportati in Europa da navigatori e mercanti. Questi insiemi di oggetti esotici e misteriosi costituiscono le prime raccolte scientifiche

approccio vede nell’ambiente naturale e nelle leggi meccanicistiche che ne spiegano il funzionamento una forza decisiva nel condizionare e plasmare l’azione umana. Si vede l’elaborazione del concetto di Lebensraum , lo spazio vitale di cui ciascuna specie vivente necessita per poter sopravvivere, crescere e prosperare. Nei primi anni del XX secolo al determinismo positivista si viene a contrapporre l’idea di possibilismo , termine coniato da Luciano Febvre , che critica Ratzel, contestandone soprattutto le spiegazioni finalistiche che ritenevano di poter considerare i fatti storici alla stregua di un meccanismo definibile e determinabile una volta per tutte. Per Febvre l’agire umano è imprevedibile e la storia scorre in maniera sempre nuova e indeterminata, sfuggendo a leggi precostituite e valide in ogni tempo. Dalla prima metà del XX secolo emerge la figura di Carl Sauer , geografo tedesco e fondatore della scuola di Berkley, il cui principale contributo è aver sviluppato un’analisi morfologica del paesaggio terrestre che scompone l’unità osservata nelle sue parti costitutive, andando così ad indagare gli elementi più significativi individuati in grado di tipizzare il paesaggio che si vuole inquadrare. Il paesaggio di Sauer è qualcosa di statico e le sue componenti diventano oggetto di classificazione e misurazione attraverso un procedimento scientifico, con una metodologia che si avvicina a quella della morfologia terrestre. Il metodo adottato tuttavia non prende in considerazione la dimensione soggettiva che è implicata nel procedimento di identificazione e selezione degli elementi presi in esame. Proprio come reazione a questa geografia descrittiva emerge la cosiddetta rivoluzione quantitativa che si caratterizza come un tentativo di ridurre la geografia a una scienza esatta, partendo da una comprensione dello spazio come assoluto, una variabile fondamentale che condiziona il contesto sociale e l’insieme delle azioni degli individui all’interno di esso. L’esempio massimo di questo approccio è la teoria delle località centrali di Walter Christaller , che analizza la costruzione e disposizione nello spazio dei centri abitati allo scopo di individuare leggi quantitative generali che spieghino la maglia di distribuzione di città e villaggi in un dato territorio. In base alla sua analisi i centri abitati si distribuiscono secondo una struttura gerarchica che si basa sulla loro capacità di offrire beni e servizi e che si lega al meccanismo della domanda e dell’offerta. Le località centrali sono quelle che presentano l’offerta più alta e articolata dal punto di vista quantitativo e qualitativo e a distanza e in distribuzione regolare rispetto a queste si situano i centri gerarchicamente inferiori. Il limite evidente di questi modelli quantitativo-funzionalisti è l’inclusione nello studio e nella rappresentazione soltanto di ciò che può essere ridotto a quantità e pertanto misurabile e rappresentabile in termini matematici. Proprio dal rigetto dei modelli quantitativi, nel corso degli anni Settanta la figura di Yi-Fu Tuan e la sua riflessione sul concetto di luogo legato alla dimensione emozionale ed esperienziale che mette al centro della propria analisi una prospettiva soggettiva e individuale. La geografia marxista pone particolare enfasi sulla dimensione sociale e politica nella costruzione dello spazio, indagando il rapporto tra processi di accumulazione capitalistica e trasformazioni dello spazio sociale, in special modo nei contesti urbani. Negli ultimi decenni del XX secolo sono soprattutto le correnti filosofiche post-strutturaliste che mettono in discussione le presunte verità assolute veicolate dai testi e dalle rappresentazioni. Una figura di rilievo è Michael Foucault al quale si deve un’analisi fondamentale nei confronti dei dispositivi di potere e dei loro riflessi nella costruzione sociale dello spazio. A partire dagli anni Ottanta il filone dei cultural studies e dei postcolonial studies evidenzia una crisi della rappresentazione che costringe a ripensare molte categorie del politico e del sociale che si fondavano sui principi di identità e separazione tra il noi e l’altro. In sostanza non esiste una geografia ma molte possibili geografie. Capitolo due – I concetti chiave della geografia

Secondo Dematteis, la geografia è la descrizione della Terra. Dematteis enfatizza la natura implicitamente strategica e politica della geografia, che pone le condizioni necessarie per la costituzione di un dominio reale e del suo insediamento materiale, presentandole con i caratteri dell’assolutezza e dell’oggettività. Il sapere geografico è quindi sapere strategico , di cui chi comanda vuole detenere sempre il controllo. L’origine di questo “effetto” della geografia deriva dal trionfo della logica cartografica nel Moderno, tanto da influenzare ogni forma di rappresentazione del mondo, ma anche dallo spazio geografico, un dispositivo che ha portato con sé l’adozione moderna di una visione geometrica del territorio e delle pratiche spaziali che hanno attraversato tutta la modernità europea. Per Farinelli l’affermazione della geografia pura , a-politica perché scientifica, nasce in Germania all’inizio del Settecento con lo scopo preciso di distruggere lo stato assoluto aristocratico feudale e come obiettivo un grande progetto anch’esso politico, ossia la costituzione dello stato borghese nazionale tedesco. La geografia borghese, afferma Dematteis, è l’esito di un compromesso tra l’espressione della visione del mondo e degli interessi della nuova classe emergente e gli strumenti di governo del potere assoluto aristocratico-feudale che questa classe si prepara a sovvertire. Ciò che caratterizza la geografia come disciplina moderna è la pretesa di essere scienza, di combinare cioè la descrizione e la rappresentazione esatta della superficie terrestre con la sua spiegazione, con il risultato di presentare ciò che prima era evidentemente arbitrario come risultato di leggi e processi naturali. Si tratta in altre parole di una geografia che è oltre lo Stato, perché astrattamente lo contiene, che identifica l’oggetto del suo studio non nel territorio ma nello spazio della superficie terrestre e delle sue regioni naturali, come entità che esistono prima dello Stato e indipendentemente da ogni forma di dominio. Secondo Dematteis lo spazio come contenitore della geografia scientifica diventa inconsapevolmente supporto di un altro modo di intendere lo spazio, che chiama mitico-ideologico, in quanto in esso è implicita una visione del mondo elementare e popolare. L’altro effetto dello spazio geografico consiste nel far apparire come proprietà delle cose ciò che attiene invece alla loro organizzazione sociale, come le strutture gerarchiche dello spazio. Il trionfo dello spazio geografico ha contribuito a diffondere un determinato linguaggio geografico popolare utilizzato dai mass media e dai politici ancora ai giorni nostri. Si tratta della geografia positivista proposta anche nelle scuole, a chi guarda la tv e legge i giornali etc. questo modello porta ad alimentare una lettura cartografica del mondo come fosse composto da contenitori (regioni, stati, continenti etc.) e a ritenere che questi contenitori siano l’esito spontaneo e naturale dei processi di antropizzazione dello spazio. I dispositivi su cui si fonda il sapere cartografico presumono peraltro una corrispondenza univoca tra gli oggetti rappresentati e il nome a loro assegnato, come se quel nome appartenesse all’oggetto e non alla carta stessa. La denominazione, secondo Farinelli, è un atto che spetta al potere politico, diventando uno strumento di dominazione. La geografia delle carte e dello spazio geografico è quella che ci ha insegnato a pensare l’appartenenza territoriale come qualcosa di rappresentabile e di univoco, cartografico appunto. Il segreto della spazializzazione della politica sta quindi nel fatto che lo spazio geografico e le sue rappresentazioni non solo forniscono alla politica una logica interna ma consentono di giustificare una continua opera di normalizzazione, di messa in ordine di cose e persone. Il luogo è lo spazio degli affetti, della memoria, dell’appartenenza, dell’esperienza di tutti i giorni. Proprio per questa dimensione cognitiva e affettiva insieme, il luogo non corrisponde a una scala precisa, non ha una dimensione prefissata. Lo spazio, secondo Farinelli, è spesso il luogo tradotto in logica cartografica, in mappa, in misura. Al luogo da tempo si associano valori di tipo politico e culturale, che molti ritengono si debbano proteggere e conservare. Il luogo è spesso anche principio di inclusione ed esclusione e muta continuamente. Negli ultimi anni si è anche parlato di non-luoghi per riferirsi ai grandi centri commerciali o a spazi dismessi, derelitti, marginali o

corpo come parte integrante e costitutiva del luogo. Egli studia il movimento del corpo nello spazio del quotidiano e adotta la metafora della danza per descrivere la serie di gesti e movimenti preconsci che ognuno di noi mette in atto, i cosiddetti body ballets , che si estendono attraverso il tempo e diventano abituali, diventando routine spazio-temporali. Il luogo è lo spazio che ospita e produce una serie infinita di performance quotidiane da parte di chi lo legge e abita ed è instabile e in continuo mutamento. Il contributo di Allan Pred al luogo come processo è fondamentale perché lo concepisce come uno spazio in continuo divenire, mai completo e stabile. L’approccio fenomenologico viene criticato soprattutto dalla teoria femminista e dall’approccio marxista, in particolare viene messa in discussione la tendenza a presentare il luogo come qualcosa di essenziale e immutabile. Il continuo richiamo dell’approccio umanista al luogo inteso come casa e rifugio è criticato per il conservatorismo che rischia di marginalizzare chi ai luoghi descritti non appartiene. Per la geografia femminista il luogo deve essere pensato anche come prodotto sociale e culturale. La geografa Gillian Rose mette in discussione l’idea stessa che il luogo possa essere associato al concetto di casa e di domestico, in quanto è troppo spesso l’esito di una concezione maschilista che trascura di considerare come la casa e il luogo siano anche spazi di violenza per molte persone. Per la critica marxista possiamo prendere il lavoro di David Harvey che illustra la relazione tra la costruzione e rappresentazione dei luoghi e lo sviluppo dello spazio capitalista. Secondo Harvey esiste una continua tensione tra la crescente mobilità del capitale e la fissità dei luoghi. Il capitale può continuamente mutare le proprie geografie, mentre i luoghi devono continuamente adattarsi alle mutevoli condizioni dell’economia globale. In questa prospettiva i luoghi devono spesso resistere al flusso dei processi che chiamiamo globalizzazione. Harvey chiama questo atteggiamento militant particularism , una posizione politica che si aggancia al luogo come rifugio per preservare la dimensione locale e le caratteristiche di una comunità. Queste forze globali sono spesso vissute con ansia tanto da provocare un diffuso desiderio di ritorno al locale , che ruota attorno a specifiche e nostalgiche idee di luogo. La relazione tra luogo e globalizzazione è anche ampiamente discussa da Doreen Massey , che invita a ripensare il luogo secondo una prospettiva più inclusiva e progressista, alla luce dei cambiamenti avvenuti con i processi globali. I luoghi non sono spazi statici o stabili, nel mondo attuale sono il risultato di una molteplicità di interazioni tra esseri umani e sono costantemente negoziati. Il luogo è quindi un processo, un evento, uno spazio attraversato da infinite e mutevoli negoziazioni. L’intervento di Massey apre la strada alla geografia relazionale , che studia lo spazio non come oggetto stabile ma come formazione, come spazio costituito da relazioni sociali, materiali, simboliche, umane e non umane e dunque in costante divenire. Il paesaggio è la fonte ma anche il prodotto dell’identità di un luogo, di una città, di una regione. Quello del paesaggio è forse l’unico termine che indica al contempo un oggetto e la sua rappresentazione, sia le forme del territorio, sia un modo specifico di guardare e apprezzare quelle forme nel loro insieme. Dagli anni Ottanta in poi la geografia ha definito il paesaggio sia come way of seeing sia come testo sia come il prodotto di una serie di pratiche. L’espressione ways of seeing è coniata dal critico d’arte Berger per mettere in luce come le modalità con cui le persone vedono non sono innate ma acquisite nel tempo, mediate da pratiche e convenzioni culturali e sociali. È Humboldt l’autore che introduce, nell’Ottocento, il paesaggio come sguardo alternativo sul mondo rispetto alla mappa. Il progetto humboldtiano di trasformare il concetto di paesaggio da estetico a scientifico è volto a fornire alla borghesia uno strumento di conoscenza del mondo che sia funzionale al suo progetto di dominio sul mondo stesso e, al contempo, sia alternativo al punto di vista cartografico espressione del potere aristocratico. Si abbandona l’illusione dell’oggettività di qualsiasi modello del mondo per riscoprire il punto di vista e il suo legame con la soggettività. L’esempio più significativo è rappresentato dal quadro di Caspar

David Friedrich , il Viandante sul mare di nebbia. In questa rappresentazione del paesaggio il soggetto è ritratto di spalle, rappresentato nell’atto di contemplare l’orizzonte; la sua posizione di spalle, la medesima di chi guarda il quadro, istituisce una sorta di dialogo fra soggetto rappresentato e soggetto osservatore, che consente al secondo di immedesimarsi nel primo e di essere idealmente attirato dentro il paesaggio stesso. In sintesi, il soggetto è rappresentato e pensato nel paesaggio e la presenza del soggetto nel quadro lega il paesaggio al punto di vista, cioè esplicita come il paesaggio sia un modo di vedere il mondo. L’esplicitazione della soggettività nel paesaggio viene superata nel corso del Novecento da una visione positivista che tende a trattare il paesaggio come un semplice oggetto di studio da guardare con lo sguardo distaccato e neutrale dello studioso. Per Cosgrove il paesaggio è un concetto che ruota attorno alla vista e alla visione. Egli associa l’origine dell’idea di paesaggio come modo di vedere allo sviluppo del capitalismo moderno e al modo giusto e vero di vedere il mondo. La prospettiva è fondamentale perché conferiva all’osservatore, una figura dominante ma non visibile, la padronanza assoluta sullo spazio rappresentato. La prospettiva lineare si sviluppò inizialmente nelle aree urbane ma fu soprattutto un prodotto della classe mercantile europea. Il paesaggio divenne mezzo per normalizzare e celebrare esteticamente il controllo sullo spazio e sulla proprietà delle élites urbane, e anche un mezzo per rappresentare il loro status e ricchezza. Le ville di campagna usate come rifugio dal trambusto cittadino erano elementi immancabili. Veniva invece cancellata dalla scena il duro lavoro che stava alla base della produzione del paesaggio stesso. Come sottolinea Nash , i contadini erano ritratti come parte integrante del paesaggio e rappresentati come individui dedicati con passione al lavoro nei campi e mai come manodopera sfruttata. Un’altra importante metafora utilizzata dalla geografia culturale per studiare il paesaggio è quella di testo. I paesaggi possono essere interpretati come se fossero dei sistemi di segni scritti e letti da diversi attori sociali. Questo concetto è di solito associato al lavoro di James Duncan che con il suo noto The City as Text ha evidenziato come ci siano autori che producono i paesaggi e che danno loro una serie di significati e lettori che interpretano i significati e i messaggi incorporati proprio nei segni che compongono i paesaggi stessi. L’enfasi è posta sul linguaggio in cui il paesaggio è scritto, fatto di segni, simboli e strumenti retorici. Centrale alla nozione di testo è l’idea di intertestualità , un concetto che implica che il contesto di ogni testo sia dato da altri testi. Questi altri testi includono libri, documenti ufficiali ma anche dipinti, mappe, istituzioni sociali, politiche e d economiche. Es. di Paul Knox e Sally Marston di Brasilia , la cui fondazione nel 1960 fu un tentativo da parte del governo di dare vita a una nuova era per il paese per rappresentare la fine del colonialismo e la transizione a una società democratica. La bozza del progetto, firmata da Lucio Costa , raffigura tre croci : un segno della cristianità e del fatto che Brasilia doveva essere costruita su un sito sacralizzato. Secondo altri la città assomiglia a un aeroplano , la cui forma ha evidenti associazioni simboliche: Brasilia come motore e simbolo della rapida modernizzazione del Paese, la forza del progresso tecnologico e l’importanza di creare una società democratica ed egalitaria. È importante ricordare che non sono solo gli esperti a interpretare i paesaggi, ma leggere il paesaggio è un’azione che tutti noi facciamo quotidianamente. Gli autori del paesaggio iscrivono significati e messaggi specifici nei segni che usano per comporre il paesaggio stesso, tuttavia, non sono in grado di controllare come questi segni saranno interpretati da chi il paesaggio lo abita e lo utilizza. Secondo Cresswell intendere il paesaggio come modo di vedere e come testo ha portato molte ricerche in geografia a dimenticare i paesaggi di tutti i giorni, occorre quindi focalizzare di più l’attenzione anche sulla materialità del paesaggio, per cercare di comprendere come esso sia un fenomeno che prende vita dalle molteplici pratiche quotidiane di tutti coloro che lo animano. L’esperienza del paesaggio deve considerare anche altri sensi oltre alla vista, in quanto tutte le pratiche spaziali contengono un’importante dimensione multisensoriale che ci guida attraverso il

il contesto storico e sociale nel quale una carta è stata prodotta semplicemente individuando il centro della carta stessa. L’adozione convenzionale del meridiano di Greenwich come meridiano fondamentale era il riflesso dell’egemonia britannica sul mondo di quell’epoca, che collocava naturalmente l’Europa al centro del mondo. La seconda regola è quella che chiama la regola dell’ordine sociale , cioè una gerarchia e una divisione che riflettono l’ordine sociale dominante e che esaltano, facendola apparire come naturale, la struttura di potere egemonica nel contesto che ha prodotto e legittimato quella medesima rappresentazione. Per Harley la carta rafforza chi detiene già il potere. I silenzi cartografici , come li definisce Harley, riflettono con chiarezza un sistema di relazioni di potere, e un insieme di progetti politici e ideologici. Questo è naturalmente vero nelle carte ufficiali prodotte dallo Stato, nelle quali queste assenze sono indicate come forme di manipolazione e propaganda. Ma anche le carte destinate a uso turistico solitamente omettono le shantytown, bidonville etc. Accanto a questo potere esterno, che corrisponde all’espresso utilizzo delle carte per perseguire determinati fini politici ed economici, c’è anche un potere interno, ossia quello di disciplinare il mondo attraverso una sua specifica modalità descrittiva. Le carte producono una serie di effetti sulla realtà che intendono rappresentare: favoriscono una tendenza a normalizzare la complessa varietà dei territori cartografati, giustificando il disconoscimento di molte delle differenze che distinguono un luogo dall’altro o interne ai luoghi stessi. È in altre parole la colonizzazione del mondo da parte dello spazio geografico, la conversione definitiva di luoghi in spazi, come direbbe Farinelli, la cancellazione del rumore di fondo della vita dalle nostre rappresentazioni, aggiungerebbe Dematteis. Le carte propongono una standardizzazione del mondo. Elaborare una definizione precisa del concetto di regione non è facile. La regione formale è caratterizzata dall’aspetto, dalla forma. Le prime teorie coincidono con l’identificare le partizioni regionali sulla base di caratteri di ordine fisico-naturale: Philippe Buache nel 1752 usa per la prima volta l’espressione regione naturale per riferirsi ai bacini fluviali con i quali divide il territorio del proprio Paese. Nel corso del secolo successivo, il concetto viene sviluppato attraverso una più rigorosa divisione della superficie terrestre nelle regioni naturali prodotta dalla configurazione morfologica , essendo i monti più solidi e permanenti di tutti gli oggetti geografici. Nel Novecento viene posta più enfasi sull’azione umana anche in conseguenza del progressivo sviluppo tecnologico e della rivoluzione dei trasporti. Una nuova formalizzazione dell’unità regionale viene avanzata da Paul Vidal fondata sul concetto di genere di vita. La regione diviene un’efficace metafora per convergere le due anime della geografia, fisica e umana , ma anche uno strumento per giustificare sul piano scientifico il progetto coloniale francese sulla base di una gerarchizzazione del mondo in regioni visibilmente e quindi oggettivamente più o meno progredite. La regione funzionale esiste in relazione alle funzioni esercitate da centri di attrazione. Il polo propulsivo della regione funzionale è l’ industria motrice , capace di influenzare sia l’organizzazione del luogo in cui sorge, sia quella del territorio circostante. Il punto debole dell’approccio funzionalista sta nel suo riduzionismo, nella sua incapacità di integrare diverse funzioni esistenti sul territorio. La regione sistemica si basa su una struttura in movimento e orientata spontaneamente o volontariamente verso un traguardo, non contempla solo le relazioni ma anche e soprattutto i processi , ossia le relazioni nel loro divenire, introducendo un elemento dinamico. Considerando la regione un sistema aperto è anche possibile studiarne il rapporto con l’esterno, ossia gli effetti che il grado di apertura della regione sistemica produce. Es. conseguenze di fenomeni come turismo o immigrazione nel lungo periodo. Questo approccio consente di lavorare su un piano multi-scalare : quando consideriamo un sistema territoriale non lo possiamo analizzare come se fosse isolato

dalla realtà che lo circonda, ma quale parte integrante di un sistema più grande e aperto, sottoposto a processi promossi da attori interni o esterni alla regione. Secondo Johnston la scomposizione del territorio in regioni serve ad impadronirci di un territorio e a dominarlo nella sua totalità ma in modo a noi intellegibile e razionale, privo cioè della complessità del mondo reale. In genere sono i governi dei vari paesi a tracciare i cosiddetti confini formali all’interno del loro territorio. Questi delimitano regioni amministrative, contee, municipalità, distretti etc. La regione viene dunque ad assumere un duplice ruolo: strumento di salvaguardia dei particolarismi e delle specificità locali che si intendono preservare e strumento di controllo sul territorio da parte del governo, facendosi così garante dell’unità nazionale del paese. Lo stato nazione è un prodotto storico, esito di una serie di processi sociali e politici, che ha avuto origine nell’Europa del XVII secolo come risposta al bisogno di un contenitore di potere in grado di fornire il controllo del territorio. Solo alla fine del XVI secolo il controllo politico e militare del territorio comincia a tradursi in un tentativo di produrre entità compatte e contigue, gli stati. La pace di Vestfalia del 1648 è riconosciuta come l’evento che ha segnato la nascita ufficiale dello Stato moderno sulla scena europea. In quell’occasione viene sancito il diritto di ciascuno Stato ad esercitare la propria sovranità sul proprio territorio e il principio secondo il quale le interferenze negli affari interni di un altro Paese non sarebbero state più consentite. Lo Stato territoriale si presenta quindi come una possibile soluzione alla mancanza di ordine e stabilità sullo scenario politico europeo e al problema della sicurezza, che offre la possibilità di costituire un’unità chiaramente definita e controllabile e perciò difendibile militarmente. La successiva grande trasformazione nell’evoluzione dello stato territoriale arriva con le rivoluzioni francese e americana: nella visione dei rivoluzionari è il popolo, i nuovi cittadini, ad essere investiti dell’unica vera forma di legittimazione della sovranità dello stato. Un cambiamento importante in questa direzione è segnato dall’affermazione del principio secondo il quale la funzione dello stato è quella di assicurare i diritti dei propri cittadini. Nel corso del XVIII e XIX secolo all’unità politico amministrativa dello stato si associa l’ideale della nazione , segnando l’era dello stato nazione. Secondo Connor i veri stati nazione sono quelli i quali i confini territoriali di un determinato gruppo nazionale coincidono con i confini amministrativi e nei quali la popolazione è omogenea al suo interno. Gli storici e studiosi di scienze sociali concepiscono le nazioni come comunità immaginate fondate sull’invenzione di una tradizione nazionale da parte di una élite economicamente, culturalmente e politicamente egemonica. Queste comunità immaginate sono tenute insieme da un immaginario condiviso che consente di pensarle come comunità e come spazio fondamentale di riferimento. Un fattore chiave nell’affermazione della nazione è dato dal relativo declino in Europa delle concezioni religiose nel mondo, che ha reso necessario l’emergere di una nuova forma di comunità, di una nuova fede. Un’altra caratteristica del tutto nuova che riguarda l’idea di nazione è data dal fatto che questa è immaginata come una comunità sostanzialmente limitata. Anche la più grande delle nazioni si definisce sulla base dell’esistenza di un limite finito, di un confine , al di là del quale ci sono altre nazioni. Nello stato nazione moderno la sovranità e la sua legittimazione derivano dal completo controllo del territorio e dalla lealtà totale di tutti i suoi soggetti. Lo stato nazione moderno era in grado di assicurarsi la fedeltà di tutti i suoi soggetti elaborando un discorso condiviso di appartenenza e identità. Questo è reso possibile da quello che Anderson chiama print capitalism , capitalismo a-stampa, un processo reso possibile dall’avvento dei moderni mezzi di comunicazione di massa e dalla codificazione delle lingue nazionali, combinato con la progressiva burocratizzazione dello Stato, attraverso la leva militare, un sistema educativo pubblico nazionale, la diffusione capillare dell’apparato amministrativo statale.