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TV: Da Paleo a Streaming - Evoluzione e Unicità della TV Italiana, Appunti di Teorie E Tecniche Del Linguaggio Televisivo

Una panoramica della televisione, dalla sua nascita fino alle ultime evoluzioni in digitale e streaming. Viene inoltre esplorata la televisione italiana, con i suoi unici traguardi storici e le differenze rispetto agli altri paesi. Il testo illustra come la televisione si è evoluta in modalità tradizionali, a pagamento e in streaming, e come si è distinta in Italia.

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 28/04/2022

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silvia-manella-1 🇮🇹

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LINGUAGGI DELLA TV – STORIA E MODELLI DELLA TV (Daniela Cardini)
-MENDUNI E., Videostoria. L’Italia e la TV 1975-2015, Giunti, Milano 2018
-CARDINI Daniela, Long TV. Le serie televisive viste da vicino, Unicopli, Milano 2017
-Community psw: storiatv2021
La televisione invecchia subito, è velocissima nel macinare i propri contenuti. La serialità funziona perché è
un processo produttivo che permette di costruire un prodotto culturale che costa poco e rende moltissimo.
Dopo dieci anni, Alessandro Cattelan si sposta su Rai1. Il conduttore non assomiglia alla rete, Rai1 è una
rete adulta per un pubblico adulto che si aspetta un certo tipo di contenuto in ragione di un abbonamento.
Cattelan decide di avvicinarsi alla Rai facendo un salto di qualità per puntare alla conduzione di Sanremo e
Eurovision. L’Eurovision è un programma che ha qualcosa come 180 milioni di spettatori. La costruzione di
Eurovision è fondamentale, con i Maneskin arriva in Italia. Cattelan ha anche in atto un progetto con Netflix,
una piattaforma che normalmente si occupa di serialità. Cattelan proverà a fare un prodotto di
intrattenimento. Gli ospiti di “Da Grande” su Rai 1 sono diversi da quelli che avrebbe scelto per EPCC. Si
gioca tantissimo nelle puntate sull’ironia di Rai1, questo è un grosso autogol, la prima cosa bisogna fare in
una situazione che ti ospita è saper trovare il linguaggio giusto e uno dei grandi limiti di Cattelan è stato
questo, non trovare la sua chiave. La scenografia ha colori freddi, i colori sono fondamentali per l’atmosfera
del programma, i varietà presentano colori tipicamente caldi.
Televisione in Italia:
La televisione è il mezzo di comunicazione più duttile, che è cambiato di più nei suoi anni di vita, la
televisione è capace di adattarsi al cambiamento. Se guardiamo agli altri mezzi di comunicazione, i
cambiamenti sono molto meno drastici e veloci. Oggi quando parliamo di tv parliamo dell’apparecchio che
abbiamo in casa, ma anche dei tablet, dei cellulari ecc… La televisione si sviluppa anche attraverso la rete, in
digitale attraverso pratiche di streaming. La televisione non è una cosa sola. La sua storia coincide con la
storia del nostro paese. Nel nostro paese la televisione ha sempre avuto una pessima fama, è sempre stata
considerata la sorella povera del cinema, del teatro. E’ stata considerata pericolosa, troppo semplice,
banale, stupida. Togliersi di dosso questo stigma non è semplice, non sono bastati tutti questi anni, la
televisione ancora oggi viene considerata un mezzo di comunicazione di serie B. A differenza di quello che il
cinema ha fatto dal punto di vista dello sviluppo tecnologico, la televisione è stata molto più aderente al
suo tempo. Il cinema è arrivato dopo ad utilizzare le innovazioni tecnologiche. Negli ultimi anni gli universi
del cinema e della televisione si sono avvicinati moltissimo, grazie soprattutto alle serie. Ma sappiamo che
la televisione non è rappresentata solo dalle serie. La televisione svolge nel nostro paese un ruolo ancora
vivace. La differenza tra il mezzo televisivo e gli altri mezzi audiovisivi è la modalità di fruizione: la
televisione la si ha in casa, la si guarda in una situazione di relax. Quando si va al cinema, si esce di casa, si
entra in un altro luogo che ha un’aura di sacralità, una sala buia dove si sta tendenzialmente in silenzio.
Andare al cinema è come farsi un regalo, guardare la tv è una cosa che si fa distrattamente, a volte facendo
altro. Guardare la tv è un’azione dispersa dentro tante altre, ma allo stesso tempo guardare contenuti
televisivi è molto semplice attraverso la giornata. Se si vuole guardare qualcosa, lo si può fare in qualunque
momento. La televisione è sempre con noi. Il linguaggio della televisione deve essere semplice, quotidiano
proprio perché la televisione ha una fruizione quotidiana. Per tornare al confronto tra televisione e cinema,
è un confronto stupido, perché sono due mezzi diversi che rispondono a bisogni e modalità di fruizione
diversi. Il linguaggio del cinema ha a che fare con tantissimi elementi dell’espressione di chi costruisce
quella forma visiva, il linguaggio della televisione è necessariamente livellato verso il basso, la tv deve poter
parlare a tutti, il cinema no. Tutti noi facciamo fatica ad affermare che ci piace qualcosa considerato di
basso livello, ma il basso livello non esiste più, bisogna evitare i giudizi di valore. La televisione è facilmente
stigmatizzabile ma dal punto di vista produttivo e industriale, di tutti i media attualmente attivi, la
televisione è quello più ricco, più sano, è un’industria che spesso alimenta anche le altre industrie mediali.
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LINGUAGGI DELLA TV – STORIA E MODELLI DELLA TV (Daniela Cardini)

- MENDUNI E., Videostoria. L’Italia e la TV 1975-2015 , Giunti, Milano 2018 - CARDINI Daniela, Long TV. Le serie televisive viste da vicino , Unicopli, Milano 2017 - Community psw: storiatv La televisione invecchia subito, è velocissima nel macinare i propri contenuti. La serialità funziona perché è un processo produttivo che permette di costruire un prodotto culturale che costa poco e rende moltissimo. Dopo dieci anni, Alessandro Cattelan si sposta su Rai1. Il conduttore non assomiglia alla rete, Rai1 è una rete adulta per un pubblico adulto che si aspetta un certo tipo di contenuto in ragione di un abbonamento. Cattelan decide di avvicinarsi alla Rai facendo un salto di qualità per puntare alla conduzione di Sanremo e Eurovision. L’Eurovision è un programma che ha qualcosa come 180 milioni di spettatori. La costruzione di Eurovision è fondamentale, con i Maneskin arriva in Italia. Cattelan ha anche in atto un progetto con Netflix, una piattaforma che normalmente si occupa di serialità. Cattelan proverà a fare un prodotto di intrattenimento. Gli ospiti di “Da Grande” su Rai 1 sono diversi da quelli che avrebbe scelto per EPCC. Si gioca tantissimo nelle puntate sull’ironia di Rai1, questo è un grosso autogol, la prima cosa bisogna fare in una situazione che ti ospita è saper trovare il linguaggio giusto e uno dei grandi limiti di Cattelan è stato questo, non trovare la sua chiave. La scenografia ha colori freddi, i colori sono fondamentali per l’atmosfera del programma, i varietà presentano colori tipicamente caldi. Televisione in Italia: La televisione è il mezzo di comunicazione più duttile, che è cambiato di più nei suoi anni di vita, la televisione è capace di adattarsi al cambiamento. Se guardiamo agli altri mezzi di comunicazione, i cambiamenti sono molto meno drastici e veloci. Oggi quando parliamo di tv parliamo dell’apparecchio che abbiamo in casa, ma anche dei tablet, dei cellulari ecc… La televisione si sviluppa anche attraverso la rete, in digitale attraverso pratiche di streaming. La televisione non è una cosa sola. La sua storia coincide con la storia del nostro paese. Nel nostro paese la televisione ha sempre avuto una pessima fama, è sempre stata considerata la sorella povera del cinema, del teatro. E’ stata considerata pericolosa, troppo semplice, banale, stupida. Togliersi di dosso questo stigma non è semplice, non sono bastati tutti questi anni, la televisione ancora oggi viene considerata un mezzo di comunicazione di serie B. A differenza di quello che il cinema ha fatto dal punto di vista dello sviluppo tecnologico, la televisione è stata molto più aderente al suo tempo. Il cinema è arrivato dopo ad utilizzare le innovazioni tecnologiche. Negli ultimi anni gli universi del cinema e della televisione si sono avvicinati moltissimo, grazie soprattutto alle serie. Ma sappiamo che la televisione non è rappresentata solo dalle serie. La televisione svolge nel nostro paese un ruolo ancora vivace. La differenza tra il mezzo televisivo e gli altri mezzi audiovisivi è la modalità di fruizione: la televisione la si ha in casa, la si guarda in una situazione di relax. Quando si va al cinema, si esce di casa, si entra in un altro luogo che ha un’aura di sacralità, una sala buia dove si sta tendenzialmente in silenzio. Andare al cinema è come farsi un regalo, guardare la tv è una cosa che si fa distrattamente, a volte facendo altro. Guardare la tv è un’azione dispersa dentro tante altre, ma allo stesso tempo guardare contenuti televisivi è molto semplice attraverso la giornata. Se si vuole guardare qualcosa, lo si può fare in qualunque momento. La televisione è sempre con noi. Il linguaggio della televisione deve essere semplice, quotidiano proprio perché la televisione ha una fruizione quotidiana. Per tornare al confronto tra televisione e cinema, è un confronto stupido, perché sono due mezzi diversi che rispondono a bisogni e modalità di fruizione diversi. Il linguaggio del cinema ha a che fare con tantissimi elementi dell’espressione di chi costruisce quella forma visiva, il linguaggio della televisione è necessariamente livellato verso il basso, la tv deve poter parlare a tutti, il cinema no. Tutti noi facciamo fatica ad affermare che ci piace qualcosa considerato di basso livello, ma il basso livello non esiste più, bisogna evitare i giudizi di valore. La televisione è facilmente stigmatizzabile ma dal punto di vista produttivo e industriale, di tutti i media attualmente attivi, la televisione è quello più ricco, più sano, è un’industria che spesso alimenta anche le altre industrie mediali.

Prima di parlarne male cominciamo a capire di cosa stiamo parlando. La televisione oggi si manifesta in almeno tre modalità:

  • Televisione tradizionale: si identifica con la cosiddetta televisione generalista, cioè che si occupa di tutto in maniera trasversale
  • Televisione a pagamento: per accedere a cui contenuti è necessario abbonarsi e versare una quota mensile, questo perché quei contenuti sono proposti come diversi da quelli della televisione generalista (sky)
  • Televisione in streaming: alcuni fanno fatica a riconoscere la televisione lì dentro, questa sembra avvicinare molto di più i contenuti della televisione e del cinema ma non del tutto. La televisione ha sempre lavorato sulla serialità, non solo narrativa, ma di tipo produttivo. Ogni programma televisivo è fatto a puntate (es. telegiornale). La nostra giornata è scandita da porzioni di azioni che noi facciamo, la televisione non fa altro che riprodurre questa segmentazione, non solo verticalmente sulla giornata, ma anche orizzontalmente sulla settimana. Questa è una serializzazione dei contenuti, che inizia con il mezzo, inizia addirittura con la radio. Vedremo come si è passati dall’avere una televisione lineare con un unico canale ad oggi con questa pluralità delle offerte. Le tre ere della tv:
  • Paleotelevisione o veterotelevisione (1954-1975)
  • Neotelevisione (1975-fine anni 90)
  • Le nuove forme (pay tv, ott) (anni 2000) La televisione italiana è diversa rispetto agli altri paesi. La nostra realtà è profondamente legata alla vita sociale, politica ed economica del paese. Il duopolio è la presenza contemporanea di due soggetti di uguale peso sul panorama televisivo: la Rai e Fininvest. Questa situazione di duopolio esiste solo nel nostro paese, non è la norma. Le origini storiche: La televisione come tecnologia, come possibilità di trasmettere una radio con le immagini, nel 1929 in Gran Bretagna, dove viene mandato in onda un primo programma sperimentale. Nel 1936, la BBC inizia le trasmissioni pubbliche con finanziamenti dallo stato, nello stesso anno in Germania vengono trasmesse le olimpiadi di Berlino (questo per propaganda) durante le quali avviene la vittoria nei 100 metri di Jesse Owens, Hitler non avrebbe voluto far vedere questa cosa, ma la televisione lo fa vedere, si capisce il potere della televisione grazie alla dimensione quotidiana dell’immagine, è qualcosa che ti arriva in casa. Nel 1939 gli Stati Uniti iniziano le trasmissioni sperimentali. Nello stesso anno, in Italia, si comincia a sperimentare su zone urbane, ma l’inizio effettivo delle trasmissioni avviene solo nel 1954. Tuttavia, la Seconda Guerra Mondiale ferma la sperimentazione della tecnologia. Ma subito dopo la fine del conflitto mondiale, c’è una veloce e massiva diffusione degli apparecchi televisivi, c’è una fase di esplosione. Negli Stati Uniti, nel 1946, le famiglie che possiedono un televisore sono lo 0.02%, nel 1955 sono il 78%. In Italia, nel 1954 sono attivi 88.000 abbonamenti Rai, nel 1964 sono diventati 4.300.000, un numero minore rispetto ai paesi usciti vincitori dalla guerra. Il broadcasting è una forma di trasmissione di un segnale, all’inizio si parlava solo di un segnale audio, da un’emittente a molti. Solitamente questa modalità di trasmissione, da uno a molti, non è bidirezionale. Il broadcasting ha caratterizzato per decenni la tecnologia radiofonica e televisiva.

rilievo eccessivo. Carosello era un modo per parlare di prodotti senza mettere i prodotti troppo in evidenza, un po’ per pudore, per non mettere in evidenza prodotti che la gente non poteva permettersi. Jean-Luc Godard ha definito il carosello uno dei prodotti più alti della televisione italiana. Quelle storie, che venivano posizionate appena dopo del telegiornale, sono diventate poi un patrimonio comune. Era un modo di nascondere la pubblicità raccontando insieme delle storie. La creatività di carosello era altissima. I generi della paleotelevisione erano molto definiti, non si parlava di ibridazioni di generi, c’era l’intrattenimento, l’informazione e la fiction, allora rappresentata da sceneggiato e telefilm di importazione. In una situazione di questo tipo che bisogno c’è dell’Auditel? Nessuno perché non c’è concorrenza. L’Auditel nasce quando nasce la televisione commerciale, fino ad allora non c’era nessun motivo di misurare gli ascolti. Tuttavia, era presente la misurazione di gradimento degli ascolti, si chiedeva a un campione di famiglie di redigere un diario, in cui si mettevano su carta le proprie impressioni e giudizi sui programmi trasmessi. Non c’era una misurazione quantitativa delle percentuali ma semplicemente i pareri del pubblico. L’Auditel è un sistema imperfetto perché non indica l’indice di gradimento. Quello che l’Auditel misura è la presenza di quel programma in casa tua per un periodo di tempo anche se non lo si sta guardando. Allora a cosa serve? Serve perché la pubblicità, che non è più il carosello (negli anni 80), passa e arriva anche quando si è distratti. Quello che l’Auditel calcola è che se il televisore è acceso su quel programma c’è la possibilità che il pubblico veda quello spot anche se non interessato al programma. Italo Calvino riassume perfettamente quello che la televisione era in quegli anni. La cosa interessante di questo pezzo di Calvino è la contrapposizione tra città e campagna. La televisione in città ha avuto un impatto minore, la città in quel momento aveva altro a cui pensare. Nelle campagne, invece, il problema principale era decidere cosa fare una volta finito di lavorare: vedere la televisione. Proviamo a vedere alcuni dei programmi simbolo di questo primo periodo della televisione italiana. I professionisti che sono andati a costruire la televisione in Italia, di televisione non sapevano niente, allora da dove arrivava questa gente? Arrivavano dal cinema, dal teatro e dalla radio talvolta. Chi ha costruito i contenuti, i generi, la grammatica televisiva appartiene ad altri mezzi di comunicazione. Molti generi della televisione degli anni 50 sono debitori del teatro. Il primo esempio è “Non è mai troppo tardi” (1960), un programma che possiamo definire il primo tutorial della televisione italiana. Il sottotitolo del programma è “corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta”, condotto dal maestro elementare Alberto Manzi. Andava in onda tutti i giorni feriali, nella fascia preserale, per consentire a chi tornava a casa dal lavoro di seguirla. Ci furono 484 puntate del programma in 8 anni, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione. Il programma abbassò notevolmente il tasso di analfabetismo in Italia, allora parecchio elevato: più di un milione e mezzo di persone conseguirono la licenza elementare. Ebbe oltre 72 versioni internazionali, fu uno dei programmi più imitati nel mondo. Ci fu un remake nel 2004 con Gianni Ippoliti che non ebbe alcun successo, e una fiction sulla figura del maestro Manzi con Claudio Santamaria e regia di Giacomo Campiotti.

Ma la televisione non era solo una maestra, era anche una macchina di divertimento. Mike Bongiorno incarna perfettamente questo tipo di televisione. Mike Bongiorno è stato la televisione italiana. Con “Lascia e raddoppia” nasce il genere del quiz. “Lascia o raddoppia” (1955-1959) è stato il capostipite di tutti i telequiz, è stato il programma che ha fatto scoprire la televisione agli italiani. E’ stato il primo avvenimento televisivo capace di incidere sul costume, radunando la gente davanti ai pochi televisori allora disponibili, sconvolgendo la programmazione dei cinema, imponendo nuove abitudini alla vita sociale. Nell’Italia, che si affacciava al periodo del boom economico, il messaggio era chiaro: per vincere, dovevi essere preparato, dovevi studiare, dovevi sapere. Il concorrente era un personaggio da ammirare, di cultura superiore rispetto al pubblico a casa. E’ stato il primo programma televisivo italiano derivato da un format americano (The 64.000 Dollar Question, a sua volta debitore del francese “Quitte ou double”), decenni prima che il format diventasse una prassi comune nella produzione televisiva internazionale. Il ruolo svolto da Mike Bongiorno era la figura del middle man, dell’uomo comune, lui nel programma faceva le veci del pubblico a casa, faceva quello ingenuo, che faceva la gaffe. Mike Bongiorno è riuscito a fare il tramite tra il pubblico a casa e i concorrenti. Questa sua origine italoamericana era anch’essa interessante, non a caso “Lascia o raddoppia” era un format americano. Il pubblico è presente in studio, ma le risate sono come quelle della sitcom, si ride quando ci si aspetta che il pubblico a casa rida. Il pubblico in studio è il simulacro del pubblico a casa, il pubblico ha la funzione di dare il tono alla trasmissione. Nei varietà il pubblico era vestito in modo elegante. Il quiz di Bongiorno ricorda molto “Chi vuol essere milionario”. Con “Lascia o raddoppia” nasce un filone ricchissimo che si svilupperà in maniera precisa negli anni successivi. Carosello: un prodotto assolutamente originale, ci sono dei motivi per i quali carosello è nato in Italia ed ha assunto quella forma. Parliamo degli anni dal 1957 al 1977, vent’anni esatti, la nascita di carosello e la sua fine segnano un’epoca. Carosello debutta nel 1957, va in onda tutti i giorni alle 20:50 dopo il telegiornale della sera sulla Rai. Cattura fin da subito l’attenzione delle famiglie e soprattutto dei bambini, contribuendo fortemente a trasformare la TV da oggetto di consumo occasionale, collettivo e limitato, in un medium domestico di massa. La fruizione di Carosello segna un passaggio fondamentale nella costruzione del tempo sociale degli italiani: diventa un rito, un momento della giornata condiviso dalla collettività intera: “E dopo Carosello, tutti a nanna!”. Ritualità significa che la televisione entra nella vita delle persone a scandire i momenti in cui la giornata si suddivide (alle 17:30 iniziava la televisione dei ragazzi perché a quell’ora avevano finito di fare i compiti, alle 20:00 c’era il telegiornale). La ritualità della televisione si vede anche nei generi che ogni sera si alternano nella serata principale: il giovedì era la serata del telequiz, il sabato era la serata del varietà, la domenica c’era lo sceneggiato (fiction), il mercoledì c’era lo sport. La ritualità già nei primissimi anni di vita della televisione viene scandita da appuntamenti fissi. Il carosello durava 10 minuti in cui si alternano un quantitativo di porzioni narrative il cui obiettivo è quello di pubblicizzare un prodotto senza pubblicizzarlo. Nell’Italia degli anni 50/60 la ricchezza è concentrata nelle mani di pochi, andare a scuola è un privilegio, il nostro paese è economicamente molto in difficoltà, quindi, comprare degli oggetti di consumo non era un’abitudine, molto spesso non era nemmeno una possibilità. L’esigenza di pubblicizzare dei prodotti di consumo non era forte come oggi, nell’Italia degli anni 50 la pubblicità svolgeva un ruolo diverso rispetto ad oggi, aveva una sorta di pudore. Allo stesso tempo, però, intorno alla fine degli anni 50 e nei primi anni 60 si verifica quello che viene definito il boom economico, ad un certo punto il sistema Italia riparte, grazie agli aiuti degli Stati Uniti e una politica di rilancio dell’economia. In una situazione di questo tipo, il consumo diventa un’attività da sollecitare, il Carosello questo passaggio da un’economia povera a una molto più ricca lo segna benissimo. I primi Carosello quasi nascondono il prodotto, andando avanti negli anni il Carosello cambia moltissimo, piano piano in maniera sempre più evidente ingloba il prodotto all’interno del racconto e lo fa diventare protagonista. Nei primissimi anni il prodotto occupava solo l’ultima parte di 3 minuti, il prodotto occupava solo gli ultimi 30 secondi in maniera avulsa dalla storia che era stata raccontata nei minuti precedenti. Siamo in un sistema monopolistico in cui la televisione è gestita dallo stato ed è pagata dal canone, quei caroselli non servivano a finanziare la televisione se non in piccolissima parte. I migliori creativi italiani si misurano con questo formato dei 2

Varietà: momento in cui la televisione fa festa, momento in cui il pubblico in sala rispecchia la volontà del pubblico a casa, il pubblico in sala è elegante, si veste bene per andare in televisione. Antonello Falqui, regista di varietà, decide di non nascondere le telecamere, i microfoni, i fili, le luci, ma le fa entrare nella costruzione della scena, a dimostrare la modernità della televisione, la forza della televisione dal punto di vista tecnico, dove l’idea di tecnica è un’idea di progresso. Nei grandi varietà della paleotelevisione ci sono dei duetti con un’intensità e professionalità strepitosa. Con “Studio Uno” siamo nel 1966, l’orchestra dal vivo si trova sul fondo con il tentativo di creare una simmetria molto precisa, ci sono quinte fatte di luci, il direttore d’orchestra dà le spalle al pubblico a casa. Si vedono le apparecchiature. Questa disposizione dell’orchestra in fondo al teatro di posa è stata adottata da un Sanremo di qualche anno fa, la scenografia è fatta dall’orchestra, il che è un’idea nuova, ideata da Antonello Falqui. Un balletto apre il varietà, qualunque spettacolo del sabato sera si apre con un numero di questo genere, la scenografia è super essenziale, si ha un gioco di pannelli che si alzano e si abbassano, l’orchestra viene nascosta, in seguito riscoperta ed entra in scena il conduttore: Lelio Luttazzi. Il varietà è chiamato così perché riprende diversi numeri che si alternano e vengono cuciti da una persona. Le gemelle Kessler sono l’immaginario erotico di un’Italia in cui la parola erotismo non si poteva neanche dire, dove la censura era sempre in agguato, l’Italia della democrazia cristiana, dei piccoli paesi, l’Italia in cui Mina nel 1961 venne cacciata dalla Rai perché ebbe un figlio fuori dal matrimonio. Le gambe delle gemelle Kessler sono il punto focale del loro personaggio, loro si muovono insieme in perfetta sincronia, nei salotti il padre guarda contento le gemelle Kessler e la madre guarda come sono vestite, come sono belle perché loro non sono mai volgari, niente a che vedere con l’ostentazione del corpo. Le due cantano una canzone divenuta celeberrima “La notte è piccola”, non ci sono praticamente stacchi, è tutto un piano sequenza, bianco e nero e il racconto di queste persone che si muovono nello spazio. Un altro numero di “Studio Uno” avviene tra due giganti della canzone italiana: Mina e Adriano Celentano. L’errore è molto normale in questi numeri perché è tutto in diretta. Il varietà della paleotv sostituiva ciò che oggi si fa più spesso: uscire di casa, negli anni 50/60 non era un’abitudine diffusa, anzi, la tv fungeva da macchina di intrattenimento e da passatempo in una dimensione festiva, non quotidiana. La funzione dell’ospite era ben diversa da quella attuale, ad un attore poteva essere chiesto di cantare o viceversa, o di fare un numero di intrattenimento con il conduttore, di fare un duetto. L’ospite non era lì per fare sé stesso, ma di contribuire alla dimensione festiva, di eccezionalità del programma. Nel varietà di oggi non si ha la percezione di assistere ad un varietà, poiché le porzioni sono state assorbite da altri generi. Quello che mancava all’intrattenimento degli anni 50/60 era la dimensione privata, che oggi invece vediamo, dei fatti personali, della gente comune non interessava a nessuno, non era un tema possibile per una televisione che aveva come cifra caratteristica quella di rappresentare un momento di festa, di bellezza, di evasione dalla quotidianità. C’è stato un momento in cui la gente inizia ad entrare massicciamente in televisione, alla fine della paleotv, e coincide con l’entrata delle televisioni private. Ma torniamo al varietà: “Ballando con le stelle”, dell’offerta televisiva italiana, è forse il prodotto che si avvicina di più al vecchio varietà. Non è l’unico, ci sono quelli che vengono chiamati one-man-show, dove ad esempio Fiorello faceva il protagonista assoluto, il mattatore. Il sabato sera della paleotelevisione era sacro, allora fare televisione era un valore in una società difficilissima, c’era la ricchezza, il boom economico, l’uscita dal tunnel della povertà ma allo stesso tempo era una società molto chiusa dal punto di vista del consumo, delle regole. Tuttavia, c’erano delle possibilità di raggirare quella censura che caratterizzava la televisione. In quegli anni, il livello delle esibizioni era molto alto. Tra le tante, quella di Giorgio Gaber a “Senza Rete”, un varietà dal titolo profetico, gli artisti si esibivano dal vivo con l’orchestra del programma. E’ importante il modo in cui viene raccontata la sua performance dal punto di vista visivo, con estrema semplicità, che però riesce a mettere in evidenza l’emozione, la partecipazione di Gaber in quello che sta facendo. Oggi, l’esibizione musicale è tantissime altre cose, viene costruita l’immagine in maniera molto precisa, la scenografia a volte oggi prevale sul performer. In questo caso, invece, non c’era bisogno di raccontare il contorno, ma la performance. L’esibizione di Gaber è un primo piano fisso, oggi

quasi nessuno potrebbe riuscire a reggere un primo piano cantando un brano. La costruzione del programma e del personaggio si effettua solamente attraverso la sua eccezionale bravura e la sua capacità di recitazione (grande esponente del teatro-canzone), gli occhi di Gaber bastano per raccontare quello che sta dicendo o cantando. Ma ci sarebbe potuta essere anche Mina a fare la stessa cosa. La regia mette in evidenza il viso, senza stacchi, senza luci, senza nessun disturbo rispetto all’esibizione, la quale è molto scritta e costruita, con una base, un parlato che è stato montato sulla traccia audio, ma che sembra assolutamente naturale. La tecnica e la tecnologia in quel periodo servono a sottolineare l’esibizione dell’artista, non la sovrastano, non servono a migliorare qualcosa che non c’è, anzi, si lavora per sottrazione, si toglie dal punto di vista tecnico. Nella sequenza di chiusura c’è un campo lungo e si vedono gli apparati tecnici della tv, si vedono i professionisti, a volte con in mano dei foglietti, qualcosa ripresa da un sacco di personaggi che vogliono mostrare la diretta, coloro che contribuiscono a creare il programma stesso. In questo caso, abbiamo un esempio di cosa vuol dire festività, la televisione riesce a regalare qualcosa in più rispetto all’essere lì di persona, ti permette di vedere l’espressione del cantante, la sua emotività. In un’altra performer di Gaber, mentre cantava “La libertà”, lui racconta la canzone semplicemente con gli occhi, aveva le mani dietro la schiena e la televisione riesce perfettamente a comunicare la sua forza. Sceneggiato: antenato della moderna serialità, antenato della fiction della televisione generalista. Parlare di sceneggiato e parlare di serie forse non è la stessa, parlare di sceneggiato e parlare di fiction invece può avere una relazione. Lo sceneggiato nasce con uno scopo preciso, ovvero uno scopo pedagogico. Attraverso lo sceneggiato, la Rai si fa carico di adattare per il piccolo schermo i grandi romanzi, la letteratura, italiana e non solo. Nello sceneggiato (si chiama anche il romanzo sceneggiato) la tv si fa carico della dimensione narrativa di ciò di cui si occupa il maestro Manzi, lo sceneggiato era la volontà di far leggere un romanzo a chi non sapeva leggere, adattare un testo della grande letteratura italiana significava renderlo disponibile a chi non avrebbe mai potuto avere accesso a quel testo leggendolo. La Rai mette insieme le competenze dei suoi professionisti che derivavano dal cinema e dal teatro. Lo vediamo molto chiaramente nella costruzione dell’immagine, molto teatrale. Oggi, “I Promessi Sposi” adattato per la televisione è qualcosa di improponibile, ma contribuiva a creare un’alfabetizzazione presso la popolazione. Andando avanti con gli anni, soprattutto dalla metà degli anni 60 in poi, lo sceneggiato diventa molto più brillante, nel ritmo, nei contenuti e comincia a diversificarsi, dal punto di vista narrativo, in due rami: da un lato si prosegue nell’adattamento delle opere letterarie (romanzo sceneggiato), dall’altra parte si producono prodotti narrativi scritti appositamente per la tv (originali). Lo sceneggiato e la fiction sono generi amatissimi dal pubblico, una fiction che debutta sulla Rai gli ascolti li porta a casa sempre. La televisione è una macchina di racconti, in tutti i generi che pratica, la televisione macina storie fin dall’inizio della sua vita e lo sceneggiato ne è una conferma. La forma più pura del racconto televisivo è proprio lo sceneggiato. “Belfagor o il fantasma del Louvre” (1965) è un originale televisivo, con un’attrice di cinema e teatro come Juliette Gréco, è una storia che è diventata un incubo della televisione degli anni 60. All’inizio della puntata si stabilisce dove avverrà l’azione, dopo di che la macchina stringe e va sui protagonisti, è un inizio molto classico, molto parigino, dalla musica, dalle immagini, dai luoghi. La storia si dipana fino a che non arriva Belfagor, la cui maschera ha terrorizzato un’intera generazione. La televisione raccontava delle storie di genere intrattenendo come e più del cinema. Informazione: l’informazione nel telegiornale è sempre stata un’informazione molto rigida, dove il ruolo delle donne è stato un ruolo marginale per decenni, le voci e i volti dei telegiornali sono quasi sempre stati maschili. Nei telegiornali dei primi anni si esibivano questi giornalisti che Sergio Saviane chiamò i “mezzi busti”, perché erano seduti ad una scrivania con accanto uno schermo sul quale venivano proiettate delle immagini. L’informazione era il megafono della politica di quegli anni. Nel luglio 1969, tutta l’Italia si ferma per guardare Neil Armstrong che mette per la prima volta piede sulla luna, è un momento fortissimo, Tito Stagno era il giornalista che conduceva il telegiornale in quel periodo. I viaggi nello spazio, in quel periodo di guerra fredda, erano il luogo in cui si giocava il potere nel mondo, il luogo in cui si giocava la modernità.

Vianello. Dal momento in cui inizia il sodalizio sentimentale con Vianello, Sandra Mondaini perde quell’autonomia che la caratterizzava all’inizio. I due sono una coppia perfetta, lei è quella che si lamenta e il marito è colui che sopporta la moglie, ci ritroviamo in quegli stereotipi tipici dell’epoca.

  • Co-conduttrici: Mina in “Senza Rete” (1975) non ha il ruolo da protagonista, pur essendo la voce attorno a cui gira l’interno programma. Caterina Caselli segna un importante cambiamento rispetto a “Studio Uno” e “Senza Rete”, ci troviamo nel 1967 con “Diamoci del tu”, Caterina Caselli è completamente diversa rispetto a Mina, Caselli è molto androgina, sembra una figura maschile, è vestita con un tailleur da uomo, il 1967 comincia a segnalare come la figura femminile si sta evolvendo, rimanendo comunque un ruolo unicamente di spalla, le donne non conducevano programmi in autonomia.
  • Soubrette/showgirl: coloro che si esibiscono in numeri, in coreografie sempre molto eleganti, ci troviamo all’interno del varietà. Le donne possono essere presenti unicamente all’interno dell’intrattenimento e degli sceneggiati, tutto ciò che concerne l’informazione e l’educazione era precluso alla donna. Figure importanti come Alice ed Ellen Kessler, grazie alle coreografie di Don Lurio, ci propongono un modello femminile molto più sensuale rispetto ai modelli casti che abbiamo visto agli inizi della televisione. La sensualità, tuttavia, è mascherata da alcuni elementi, come i collant neri. Sabina Ciuffini racconta come quando ha fatto il casting per “Rischiatutto” si è presentata con dei collant trasparenti e dei calzettoni e fu cacciata via, in quanto i collant dovevano essere neri. Le gemelle Kessler hanno fatto addirittura uno spot del carosello sulle calze. La sincronia e la capacità di portare questi abiti super vistosi delle gemelle Kessler è impressionante. Le due servono ad appagare lo sguardo maschile dell’epoca. Arriviamo a Raffaella Carrà, la quale rappresenta un ciclone, un tornado che si abbatte sulla televisione italiana e che con il suo fare rassicurante riesce a non destabilizzare troppo lo spettatore, fino a quando non arriva il “Tuca Tuca”, scritto da Gianni Boncompagni con coreografia di Don Lurio. Nel 1971, “Canzonissima” torna condotta da Corrado accompagnato da Raffaella Carrà. Dopo lo scandalo della sigla dove la Carrà aveva già creato chiacchiericcio (l’era Bernabei era caratterizzata dalla democrazia cristiana), la Carrà ed Enzo Paolo Turchi avevano in programma la coreografia di “Tuca Tuca”. Raffaella Carrà, vestita in un abito super succinto, si lasciava andare in questa coreografia da “svergognata”, dove si vedeva Enzo Paolo Turchi che mimava il gesto del toccare Raffaella Carrà. I dirigenti Rai si sono alterati e hanno censurato la possibilità di eseguire la coreografia in onda. “Canzonissima” andava in onda il sabato sera, il giorno in cui tutta la famiglia si riuniva per guardare il varietà, ma Raffaella Carrà aveva parlato di questa coreografia con Alberto Sordi, uno dei volti più importanti del cinema e della televisione italiana. Alberto Sordi si offre di venire a “Canzonissima” e fare la performance con Raffaella, dal momento in cui una figura così importante come Alberto Sordi sdoganava la sessualità poteva essere percepito a casa come qualcosa di scherzoso. Questo ha permesso al “Tuca Tuca” di entrare nell’immaginario collettivo e di portare la sessualità femminile all’interno del panorama televisivo. Dal 1974 in poi comincia la transizione verso la neotelevisione e qualcosa cambia a partire dal ruolo della donna all’interno della televisione. Il “Tuca Tuca” fa da spartiacque a questa transizione. La neotelevisione: Un neologismo inventato da Umberto Eco, che oggi è abbastanza obsoleto, è un periodo che ha a che fare tra il 1976 e il 1990. Come mai c’è una rottura di un modello? Nel 1975 succede qualcosa a livello legislativo, viene emanata la legge 103 di riforma della Rai. Questi sono gli anni della strategie della tensione, delle brigate rosse, nel 1975 il monopolio della Rai viene ribadito ma c’è un passaggio importante: il controllo della Rai passa dal governo al parlamento, significa che le forze politiche che governano il nostro paese allargano il loro raggio d’azione, comprendono all’interno della modalità di controllo della Rai anche le forze politiche che non sono al governo, il parlamento amplia la pluralità di voci all’interno del controllo della Rai con la tendenza forte al pluralismo. Questo si traduce nell’istituzione nel 1976 della terza rete Rai

con relativo telegiornale. In questi anni estremamente turbolenti, succede anche che una sentenza importantissima della corte costituzionale (1976) decreta il monopolio pubblico ma c’è la possibilità a livello locale di intraprendere delle attività, consente anche ai privati di trasmettere a livello locale. Questo è un momento epocale perché è quello che darà la possibilità alla televisione privata in Italia di esistere, dal punto di vista formale questo accadrà qualche anno dopo. La spinta a questo cambiamento parte dalla radio, sono gli anni delle radio libere, gli anni in cui la voce delle realtà locali diventa fortissima e insieme alle radio libere fioriscono anche le televisioni locali con fenomeni molto pittoreschi, in quanto la realtà locale è priva di censure e limiti. E’ un periodo difficile ma anche molto divertente, pieno di novità, stimoli e creatività. Vediamo le caratteristiche della neotelevisione, l’età della concorrenza:

  • Evoluzione tecnologica (colore, telecomando, VCR) → il telecomando è necessario quando c’è qualcosa da scegliere, quando i canali cominciano ad essere di più il telecomando si fa utile. Nel periodo della paleotv, siccome non esisteva concorrenza, l’inizio del programma sulla seconda rete veniva segnalato se tu stavi guardando il primo canale da una freccetta, un triangolino che si illuminava. Oggi questa logica è impossibile, la concorrenza si basa sugli ascolti. Il videoregistratore è un’altra novità, il quale ti permette di guardare quello che vuoi quando vuoi, ti permette di svincolarti dalla rigidità del palinsesto.
  • Fine del monopolio
  • Palinsesto a flusso: il palinsesto diventa uno strumento di competizione, diventa uno strumento di concorrenza, uno strumento strategico, ci si allarga e si occupa più spazio possibile nella giornata televisiva. Nascono nuovi contenuti che riempiono delle fasce orarie nuove, Raffaella Carrà inventa il mezzogiorno televisivo, che prima non esisteva. Il palinsesto diventa a flusso, un palinsesto che non ha interruzioni, non ha tempi morti, un programma trascina l’altro senza soluzione di continuità, si cerca di essere presenti sempre per impedire che altri possano esserlo a nostro svantaggio.
  • Pubblicità diffusa: non c’è più solo Carosello, il quale chiude nel 1977, quel modello non ha più ragione di esistere nella nuova configurazione televisiva. La pubblicità diventa l’arma della concorrenza, sia per Rai che per le televisioni commerciali. Si tratta di spot in cui il prodotto è in primissimo piano. Se nella Rai del monopolio la pubblicità era confinata alle 21 di sera, adesso la pubblicità dilaga in tutto il palinsesto, in tutto l’arco della giornata. Non esiste ancora fin da subito la televisione h24, piano piano l’allungamento della giornata ha luogo, ma fin da subito la pubblicità accompagna quest’espansione del mezzo televisivo.
  • Generi ibridi: questa situazione ha un impatto forte sui generi televisivi. Se nella paleotv avevamo tre grandi scatoloni, quando si espande la giornata televisiva sono necessari nuovi contenuti. E’ la stessa cosa che accade oggi, oggi abbiamo una quantità enorme di spazi che è necessario riempire. Quello che succede dalla metà degli anni 70 in avanti è quel fenomeno che si chiama ibridazione di generi, dai tre generi originali (informazione, intrattenimento e fiction) incominciano a nascere delle sovrapposizioni (es. infotainment, edutainment).
  • Indice di ascolto e Auditel: lo spazio televisivo costa, da questo periodo in avanti la giornata televisiva inizia ad avere un costo preciso perché dentro alla giornata entra massicciamente la pubblicità soprattutto per finanziare le reti commerciali. Fino alla metà degli anni 70 il sistema pubblicitario era abbastanza fragile, in una situazione in cui le reti commerciali diventano legali lo spazio televisivo incomincia ad avere un fortissimo valore economico. Viene inventato un sistema chiamato Auditel che serve solo per determinare il costo di un minuto di pubblicità nell’arco della giornata. L’Auditel è una società formata dai rappresentanti dei grandi inserzionisti pubblicitari, rappresentanti delle agenzie di pubblicità e delle reti televisive. Auditel è una società che raggruppa tutti gli attori del mercato televisivo dove stanno dentro i rappresentati di Rai e Mediaset, i rappresentati delle agenzie pubblicitarie e gli inserzionisti. Il costo varia a seconda dell’orario, gli ascolti cambiano nell’arco della giornata (costerà di più il minuto pubblicitario della sera che non
  • Accentuare la componente spettacolare, sia in termini di intrattenimento leggero, sia enfatizzando i toni drammatici ed emotivi per attirare l’attenzione dello spettatore
  • Rispecchiare i valori medi della società, puntando sui buoni sentimenti, sulla facilità di coinvolgimento, sul senso comune
  • Costruire una chiara identità di rete, per distinguersi dalla concorrenza, e per questo puntare su volti noti, personaggi amati dal pubblico, contenuti e toni riconoscibili
  • Fare tesoro degli errori della concorrenza, ricorrendo a tattiche e strategie di palinsesto
  • Puntare moltissimo sul prime time, l’orario di maggiori ascolti che diventa la fascia più pregiata per gli inserzionisti e dove si scatena la concorrenza più agguerrita tra canali Vediamo alcuni contenuti: “Antenna 3” è una rete televisiva locale italiana che trasmette in Lombardia proponendo contenuti di intrattenimento e comici che potevano essere più spinti di quelli sulla televisione nazionale. Nel programma “Non lo sapessi ma lo so” (1982) Boldi e Teocoli si fanno le ossa. Nella sigla ci sono i nomi di chi ha creato questo programma su Antenna 3, tra cui Beppe Recchi e comici diventati poi parte del cast di Zelig, anni dopo. La televisione privata diventa la palestra della televisione nazionale. Nella sigla del programma c’è tutta Fininvest. Che cosa fa la Rai nello stesso periodo? Inizialmente, Fininvest fa questa operazione sull’intrattenimento, sui generi più facili, mentre la Rai ancora lavora sull’invenzione di contenuti nuovi e crea un programma che ha fatto la storia della televisione: “Portobello” (1977), si tratta di un genere totalmente nuovo, viene chiamato il mercatino del venerdì, condotto da Enzo Tortora. L’idea di “Portobello”, ovvero i mercatini di Londra, è quella di usare la televisione come un luogo di scambio e di confronto tra persone comuni. Lo strumento attraverso il quale questo è possibile è il telefono, che entra prepotentemente nel discorso televisivo e permette per la prima volta di rompere lo schermo della televisione, le persone a casa possono entrare nella televisione in diretta attraverso la loro voce. Le persone comuni sono gli stessi protagonisti del programma. Enzo Tortora crea e cuce insieme i racconti di persone che entrano in una cabina non prima di aver raccontato perché entrano all’interno della cabina, in queste cabine qualcuno entra dicendo che sta cercando una persona che non vede da tanti anni. Qualcun altro entra dopo aver proposto un’invenzione, un signore aveva proposto un’idea per far sparire la nebbia in Val Padana. Qualcun altro cerca l’anima gemella. La trasmissione prosegue entrando di volta in volta all’interno di queste cabine chiedendo se hanno ricevuto chiamate, talvolta ci sono anche ospiti famosi. Portobello era anche il nome del pappagallo, protagonista del programma. C’erano dei momenti di intrattenimento, seri e di creatività, tantissime parole e un ritmo più lento da quello che vediamo noi oggi. “Portobello” è stato rifatto qualche anno fa dalla Clerici, ma fu un fiasco. Dentro a “Portobello” ci sono tutti i generi della televisione successiva, si tratta di una grossa innovazione. Enzo Tortora fece diversi anni di carcere ingiustamente, una volta uscito riprende il programma dicendo “dove eravamo rimasti”, quest’esperienza lo fece ammalare e morì qualche tempo dopo. Tortora ha un garbo nel trattare questi personaggi, i quali non vengono mai presi in giro dal conduttore. L’altra variazione della Rai arrivava negli stessi anni con Renzo Arbore, il quale crea un linguaggio che in Rai non esisteva, che ha a che fare con l’uso della musica, dell’ironia, la creazione di personaggi ancora oggi conosciuti: Nino Frassica, Andy Luotto, Marisa Laurito, Maurizio Ferrini. Con il programma “Quelli della notte”, Arbore dirigeva il traffico come se ci si trovasse in un club ad ascoltare musica. Altri programmi di Arbore erano “Indietro tutta!” e “L’altra domenica”. Si sono creati una quantità incredibile di tormentoni, frasi che ritornano nel linguaggio comune. Questi contenuti hanno fatto la storia della comicità successiva, non solo in Rai. Raffaella Carrà ha inventato il mezzogiorno italiano. Se Arbore spinge i limiti della giornata televisiva italiana oltre il confine della prima serata inventando quindi la seconda serata, Carrà spinge questo limite nell’altra direzione, quella del mattino, provando a colonizzare una fascia oraria estremamente ghiotta, in cui presumibilmente c’è un sacco di gente per cui non ci sono ancora contenuti. Carrà, insieme ai suoi collaboratori storici tra cui Gianni Boncompagni, nel 1981 inventa questo programma chiamato “Pronto

Raffaella”. Con l’uso del telefono la distanza si accorcia tra pubblico e televisione, il pubblico semplice entra come protagonista in televisione. Carrà invita tutti gli italiani nel salotto di casa sua, su questi divani bianchi, con uno sfondo in chroma key dove si riproduce Roma. Carrà fa dei giochi che permettono alle persone di entrare in televisione che sono diventati poi celebri. Diverse persone chiamavano, lei chiedeva da dove chiamavano e la televisione diventa accessibile, diventa casa tua. In quel salotto entra chiunque e si è tutti sullo stesso livello. La televisione diventa una macchina di racconto e di storie mostruosa. I contenitori della domenica nascono qui. La televisione riproduce l’ambiente in cui vive il suo pubblico invitandolo ad entrare in quello spazio. La televisione non è più qualcosa di festivo, la gente comune entra in televisione. Comincia il genere del salotto e della piazza. Carrà, nella prima puntata del programma, spiega esattamente questo. Il suo look non è più da prima serata, i colori sono quelli di una quotidianità facile e disimpegnata. La cosa fondamentale è che qui si mostrano gli apparati (come nel programma di Falqui), è una forma di rispetto nei confronti del pubblico mostrare la televisione, mostrare che non è davvero la casa di Raffaella Carrà ma uno studio televisivo. Ci sono tre telecamere, il gobbo e una televisione (la tv cita sé stessa). Il primo ospite del programma è Renzo Arbore. Durante la prima telefonata, lei diventa parte del pubblico, è una delle ragioni per le quali Raffaella è così amata, è diventata una del pubblico, l’immagine di una televisione vicina, calda, affettuosa. In questa situazione Raffaella Carrà è la Rai, dalla prima telefonata nasce il tormentone di “pronto da dove chiami?”. Chi chiama si sente parte di questo mezzo di comunicazione, ha un momento di celebrità, è quello che oggi si fa con i social. Il primo programma di Renzo Arbore è “L’altra domenica” (1976-1979), a cui partecipò Roberto Benigni, che non è il Benigni che conosciamo ora, era un outsider, fuori dagli schemi. Arbore lo porta nel suo programma sulla Rai e gli chiede di fare il critico cinematografico. Questo è un tipo di comicità che la televisione non aveva mai praticato, Arbore lo porta in televisione con grandissima leggerezza. Dai programmi di Arbore, sono stati creati moltissimi personaggi che hanno popolato la televisione degli anni successivi, con una comicità spesso complessa, intellettuale, non mediata. Così come Raffaella Carrà ha sfondato il muro del mezzogiorno, Arbore sfonda la barriera della mezzanotte. I contenuti di Arbore non sono sempre semplici, sono intelligenti senza essere pesanti, è una comicità delicata. Arbore arriva dalla radio, porta in televisione il primo programma per giovani in cui i grandi cantanti dell’epoca venivano fatti esibire davanti a un pubblico di giovani che molto spesso li trattavano molto male. In una puntata con Lucio Battisti, lui viene messo sotto processo, gliene dicono di tutti colori. Arbore è stato innovatore anche in questo, cerca di portare questo linguaggio televisivo per giovani parlando a quel pubblico. Andando avanti negli anni, i programmi di Arbore hanno sempre fotografato il cambiamento, a volte anticipato. Arbore ha creato Roberto Benigni, Nino Frassica, Mario Marenco. I suoi personaggi sono prestati alla comicità, non sono nati comici. In “Quelli della notte” (1985) la musica ha grandissimo spazio, la caratteristica di questo programma è che sembra non ci sia una scaletta, il programma viene cucito chiamando in causa i suoi numerosissimi ospiti. Questo tipo di comicità non ha tempi velocissimi a cui siamo abituati oggi, ma è fonte di ispirazione per tutta la comicità che verrà dopo. Quello che oggi è considerato moderno e divertente c’era già, cambiano le forme tecnologiche con le quali vengono fruiti i contenuti e con le quali si producono, ma le modalità, i linguaggi sono gli stessi. La comicità della televisione commerciale è ben diversa. La comicità della televisione commerciale deve essere facile, semplice, banale, immediata, molto spesso anche volgare. Un tema molto presente nella comicità di quel periodo è il corpo delle donne. Il programma che rappresenta meglio il clima della televisione commerciale dei primi anni 80 è “Drive-in” (1983-1989) da cui nascono tantissimi comici che popoleranno i palinsesti di Canale 5, Italia 1 e Rete 4. “Drive-in” rappresenta la necessità di affermare una televisione che faccia divertire la gente senza farla pensare, ciò che nella Rai non c’è è un tono decisamente più popolare. Sono battute spesso a doppio senso, è la comicità della barzelletta. E’ la comicità da cui nasce “Striscia”, “Le Iene”, tutto il filone della comicità di Mediaset. Già dalla sigla si capisce l’impronta del programma, la comicità ha a che fare un po’ con i cartoon e un po’ con le comiche, ci sono le risate preregistrate (derivate dalla sitcom), è lo stesso tipo di comicità che si tradurrà nella comicità di Zelig, tanti

Negli anni 90 si scatena la televisione commerciale. In questo decennio incominciano a entrare sul mercato delle nuove tecnologie (satellite, cavo, pay tv). Nasce e si afferma, negli Stati Uniti e poi anche in Italia, una televisione diversa, una televisione a pagamento, che produce contenuti su misura per un certo tipo di pubblico. L’evento fondamentale di questo periodo è la legge Mammì (1990) la quale legittima l’emittenza privata. Il palinsesto diventa un campo di battaglia, il luogo in cui Rai e Fininvest si contrastano senza esclusione di colpi, si contrastano con contenuti uguali, proponendo quasi le stesse cose cercando di portarsi a casa il maggior numero di abbonati/acquirenti dei prodotti commercializzati. In una battaglia come quella degli anni 90, è necessario estendere il più possibile la giornata televisiva, riempirla di novità, è necessario creare contenuti nuovi ibridando i generi già esistenti. La legge Mammì è il punto di svolta del decennio: viene sancito quello che solo in Italia è chiamato duopolio, il quale diventa legale. Berlusconi, nel decennio precedente, mette in piedi la sua struttura televisiva su tre canali, ma a differenza della Rai, fino alla legge Mammì, la Fininvest non aveva la diretta e i telegiornali. Fino a quel momento, la Rai non aveva avuto problemi a mantenere le sue dirette di informazione e intrattenimento, l’emittenza libera che era stata permessa nel 1975 permetteva la trasmissione locale ma non l’uso della diretta. Con la legge Mammì, vengono messi dei paletti:

  • Rai e Fininvest possono possedere tre reti ciascuna
  • Chi è proprietario di tre reti non può possedere quotidiani
  • Tutte le reti che hanno la possibilità di trasmettere a livello nazionale devono necessariamente trasmettere anche il telegiornale
  • Anche le reti commerciali possono trasmettere in diretta
  • Viene stabilito un tetto massimo per la pubblicità, per la Rai era del 12% ogni ora, per la Fininvest il 18% Ad un certo punto, quindi, Berlusconi può fare quello che vuole e la Rai deve reggere il colpo. Berlusconi fa leva su un elemento, che mai la Rai aveva considerato, ovvero il marketing. La Rai è spiazzata da questa situazione. Berlusconi cerca di portarsi via tutti i grandi intrattenitori della Rai. Se prima non c’era ragione per i grandi della televisione di passare da Berlusconi, nel momento in cui è possibile la diretta, lui offre dei caché milionari e quasi tutti i conduttori passano a Fininvest. Molti contenuti devono essere ridefiniti e si creano contenuti nuovi. Gianni Boncompagni passa a Fininvest e inventa un programma che provocatoriamente si chiama “Non è la Rai” (1991-1995), le cui protagoniste sono delle ragazzine, una tra queste è Ambra Angiolini. Cos’ha di particolare questo programma? E’ un programma fatto da ragazzine dove il limite del buongusto e della censura si sposta, oggi non sarebbe neanche pensabile fare un programma così. La protagonista è Ambra Angiolini, che all’epoca aveva 15 anni, la quale aveva un auricolare attraverso il quale Boncompagni le suggeriva cosa dire. I due hanno anche avuto una relazione. Primo spot di Maria De Filippi (1992): De Filippi inizia in sordina il suo percorso in televisione. Nel 1992 debutta “Amici” di Maria De Filippi, un programma del tutto nuovo nel panorama televisivo dell’epoca, dove questa sconosciuta, conduttrice che aveva come unico merito l’essere la moglie di Maurizio Costanzo, inventa un programma per giovani, del pomeriggio, dove lei si confonde con i ragazzi che sono riuniti in uno studio, sta seduta in mezzo a loro e semplicemente dirige i turni di parola tra questi ragazzi che parlano di sé, dei loro problemi, della loro vita. Lei interviene in maniera molto discreta. Maurizio Costanzo mette in forma per la prima volta questo genere e Maria De Filippi da lui impara che il talk show è fatto dai suoi protagonisti e non necessariamente solo dal suo conduttore e che il talk show è una finestra fondamentale sul mondo degli adolescenti, che in quel periodo non avevano voce in capitolo in televisione. Nel 1990 nasce il primo teen drama della storia: “Beverly Hills”. Non è un caso che in quello stesso periodo la televisione commerciale, in Italia, decida di mettere in scena un programma dedicato ai giovani. Maria De Filippi riesce a interpretare lo spirito del tempo, coglie un’esigenza e la racconta in uno stile completamente nuovo. “Amici” era un pomeridiano del sabato, viene realizzato uno spin-off messo in palinsesto la sera, negli “Amici di sera” ci sono però i genitori, c’è un confronto tra genitori e figli che Maria De Filippi gestisce.

De Filippi si nasconde apparentemente dietro i suoi protagonisti, la stessa cosa che fa adesso. A “Uomini e donne” si siede su un gradino, si mescola con il pubblico. Maria De Filippi è un punto fermo del linguaggio televisivo italiano, perché ha inventato da zero dei generi e nel periodo del suo esordio inventò uno stile di comunicazione che le attirò tantissime critiche ma che ha funzionato tantissimo, uno stile che lavora sul togliere, sulla sottrazione, a cominciare dalla sua presenza scenica, dalla sua voce. “C’è posta per te” è una specie di breviario del linguaggio televisivo. Ci sono delle contraddizioni dentro il personaggio di Maria De Filippi che in realtà sono la sua forza. “Karaoke” di Fiorello (1992): Fiorello andava in giro per le piazze italiane e fa cantare la gente comune, il primo programma dove la musica cantata è fondamentale, perché cantare è una cosa che piace a tutti. Perché funzionano i talent musicali? Perché anche se siamo stonati, chi canta bene lo sappiamo riconoscere. Fiorello invita Elisa Toffoli, che fa il suo debutto all’età di 15 anni. In questi anni c’è tantissima creatività. “Colpo di fulmine” di Alessia Marcuzzi (1995): un programma rivolto ad un pubblico giovane dove si prendevano delle persone comuni e si facevano incontrare sperando nasca un colpo di fulmine. Sono gli anni di MTV, del videoclip, della musica che diventa immagine. Lo stile di regia del programma è molto giovane, la videocamera si muove continuamente per dare ritmo e far capire che si stava guardando qualcosa di nuovo. I tg Fininvest:

  • 1991: nasce Studio Aperto
  • 1992: nasce il TG
  • 1992: nasce il TG5 diretto da Enrico Mentana
  • 1992: Emilio Fede passa da Studio Aperto al TG
  • 1994: Silvio Berlusconi entra in politica
  • 1996: Fininvest diventa Mediaset e si quota in Borsa I programmi simbolo:
  • Il nuovo intrattenimento: “Karaoke” di Fiorello (Italia 1, 1992-1995); “Anima mia” di Fazio e Baglioni (Raiuno, 1997) → un programma musicale dove la cifra è l’ironia, la presenza di Baglioni è utilizzata per fare musica, lui canta tantissimo ma non canzoni sue. Con “Anima mia” inizia un intrattenimento che può essere di altissima qualità ma uscendo dal perimetro tradizionale.
  • Access prime time: “Striscia la notizia” (Canale 5, 1988-); “Il Fatto” di Enzo Biagi (Raiuno, 1995-
  • Preserale: “Tira & molla” di Bonolis (Canale 5, 1996-1998); “Passaparola” di Gerry Scotti (Canale 5, 1999-2008)
  • Seconda serata: “Maurizio Costanzo Show” (Canale 5, 1982-2005); “Porta a porta” (Raiuno, 1996-) Nello stesso periodo, la televisione tematica e la pay-per-view diventano modelli complementari alla TV generalista:
  • La televisione tematica si identifica per molto tempo con la tv musicale: Videomusic (1984), quasi un plagio di MTV (1981), confluisce con TeleMontecarlo nell’esperienza di TMC2, fino al 2002.
  • La pay tv (televisione a pagamento): nasce nel 1990-1991 con Telepiù che trasmetteva cinema e calcio a pagamento; nel 1998 Telepiù si trasforma in Stream (Mediaset, Grande Fratello), poi acquistata da Murdoch. Nel 2003 Telepiù e Stream diventano Sky. E’ una televisione che diventa sempre più complessa, non ci sono più gli attori tradizionali, la televisione lineare vista dai ripetitori di Rai e di Mediaset. Le nuove forme di televisione sono il risultato

Taricone era una persona che sapeva raccontare sé stesso e le sue storie con un’assoluta credibilità e naturalezza, a nessuno è mai venuto in mente di dire che loro stessero recitando, questa è l’enorme differenza con il grande fratello che vediamo oggi. Il ruolo dei personaggi dentro la storia è andando precisandosi man mano che i giorni passavano. La “gatta morta” non era un personaggio costruito, era davvero così. Così come gli altri personaggi. Palinsesto: Il palinsesto è uno strumento molto importante. Palinsesto, dal greco palimpsestos (pàlin “di nuovo” e pséstos “raschiato”), significa manoscritto, pergamena in cui la scrittura primitiva viene raschiata e sostituita da un’altra. Si compiono correzioni, cancellature, sostituzioni perché il contenuto non è dato una volta per tutte ma subisce continuamente aggiustamenti e riscritture. Il palinsesto è un oggetto instabile, multiforme e contradditorio che opera su tre livelli:

  • Dimensione sintattica: legata alla disposizione degli elementi in un ordine secondo regole e strategie
  • Dimensione semantica: la disposizione degli elementi testuali influenza i contenuti
  • Dimensione pragmatica: gli elementi testuali sono disposti in maniera da stabilire e mantenere un contatto con gli spettatori Il palinsesto è:
  • Macrotesto: contiene e trascende i testi-programmi
  • Mosaico: mette insieme contenuti disparati
  • Principio ordinatore: regola il caos di testi diversi
  • Catalogo: un elenco ordinato di possibilità tra cui lo spettatore può scegliere
  • Discorso: una forma di enunciazione che trasforma elementi eterogenei in aggregati dotati di senso
  • Strategia: uno strumento capace di rendere stabile il legame con gli spettatori
  • Manuale di istruzioni: una mappa per orientare le scelte in un’offerta ampia
  • Supermercato: concorrenza, varietà, esposizione
  • Strumento: un oggetto operativo sia per l’emittente, sia per il pubblico
  • Arma: permette di operare scelte tattiche e/o strategiche
  • Gioco: come una scacchiera rispetto alla concorrenza
  • Drammaturgia: con personaggi, ruoli, racconti, rituali
  • Forma di potere: forse il luogo principale dove in tv si manifesta il potere “Il palinsesto è una sequenza ordinata di programmi e altri materiali (contenuto), disposti entro una griglia temporale (forma) secondo differenti logiche (editoriali, commerciali e professionali) mediante l’impiego di apposite tattiche e strategie e sulla base di obiettivi di lungo e breve termine.” – Luca Barra, 2015 I materiali di cui è composto il palinsesto sono:
  • Programmi
  • Spazi pubblicitari
  • Autopromo di rete: quando una rete parla di sé, questo elemento è diventato tale dal momento in cui in televisione è iniziata la concorrenza e ognuno deve mantenere un’identità di rete precisa. L’identità si manifesta attraverso una quantità incredibile di elementi, attraverso i contenuti, la dimensione cromatica, i generi che vengono messi in pagina, ident di rete, logo. I programmi:
  • In studio/in esterna → quelli in esterna costano di più solitamente, ma anche quelli in studio possono arrivare a costare molto
  • In diretta/registrati/in differita
  • A utilità ripetuta (seriali) → generano profitti nel tempo /a utilità istantanea → TG, Sanremo, ciò che non puoi vedere in replica
  • Produzioni → programmi che vengono prodotti o adattati, programmi originali internamente (“Ciao Darwin”), “X Factor” è una produzione ma un adattamento internazionale di un format/diritti (ready made) → programmi che vengono doppiati o sottotitolati, viene modificata la lingua ma non la struttura, i Simpson è un ready made /eventi → non vengono replicati (Sanremo) “GF vip”:
  • In studio
  • Diretta
  • A utilità ripetuta
  • Produzione “Gomorra”:
  • In esterna
  • Registrato
  • A utilità ripetuta
  • Produzione Una rete produce contenuti e li manda in onda, ma può anche acquistare contenuti. La casa di produzione può produrre contenuti ma anche acquistarli. Le maggiori case di produzione italiane sono Endemol, Ballandi, Lux Vide, Free Mantol, Banijay, Blue Jasmien, Pesci combattenti, No Panic, Fascino. Adattare significa acquisire un format e adattarlo a seconda del paese. Rai e Mediaset comprano i diritti di quel programma. Periodicamente le case di produzione presentano i loro cataloghi agli acquirenti, durante i “mercati” (es. a Monte Carlo e Los Angeles) dove vengono venduti serie e film, vendono i diritti dei loro format già consolidati alle reti. Se voglio avere un personaggio di punta nel mio programma dovrò ingaggiare e mettere sotto contratto personaggi meno importanti (logica degli agenti dello spettacolo). La rete compra i diritti, negozia la durata e la casa di produzione si impegna a realizzare il programma con questa rete. Nel caso di “Gomorra”, il processo è interno a Sky, la rete e la casa di produzione sono le stesse (anche le reti possono produrre da sole senza case di produzione). Gli spazi pubblicitari:
  • Spot: durata media 30”
  • Sponsorizzazioni: “questo programma è offerto da…”
  • Telepromozione: il testimonial è il conduttore del programma all’interno del quale la telepromozione è inserita
  • Televendita: programma in cui vengono venduti direttamente ed esplicitamente i prodotti
  • Product placement: inserimento di un prodotto in un programma
  • Branded content: programma costruito intorno ad un prodotto Notare quali pubblicità sono inserite in un programma e come sono inserite ci aiuta a capire il target a cui si riferisce il programma. Gli autopromo di rete:
  • Promo: filmato che sintetizza i contenuti di un programma