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Una panoramica della televisione, dalla sua nascita fino alle ultime evoluzioni in digitale e streaming. Viene inoltre esplorata la televisione italiana, con i suoi unici traguardi storici e le differenze rispetto agli altri paesi. Il testo illustra come la televisione si è evoluta in modalità tradizionali, a pagamento e in streaming, e come si è distinta in Italia.
Tipologia: Appunti
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- MENDUNI E., Videostoria. L’Italia e la TV 1975-2015 , Giunti, Milano 2018 - CARDINI Daniela, Long TV. Le serie televisive viste da vicino , Unicopli, Milano 2017 - Community psw: storiatv La televisione invecchia subito, è velocissima nel macinare i propri contenuti. La serialità funziona perché è un processo produttivo che permette di costruire un prodotto culturale che costa poco e rende moltissimo. Dopo dieci anni, Alessandro Cattelan si sposta su Rai1. Il conduttore non assomiglia alla rete, Rai1 è una rete adulta per un pubblico adulto che si aspetta un certo tipo di contenuto in ragione di un abbonamento. Cattelan decide di avvicinarsi alla Rai facendo un salto di qualità per puntare alla conduzione di Sanremo e Eurovision. L’Eurovision è un programma che ha qualcosa come 180 milioni di spettatori. La costruzione di Eurovision è fondamentale, con i Maneskin arriva in Italia. Cattelan ha anche in atto un progetto con Netflix, una piattaforma che normalmente si occupa di serialità. Cattelan proverà a fare un prodotto di intrattenimento. Gli ospiti di “Da Grande” su Rai 1 sono diversi da quelli che avrebbe scelto per EPCC. Si gioca tantissimo nelle puntate sull’ironia di Rai1, questo è un grosso autogol, la prima cosa bisogna fare in una situazione che ti ospita è saper trovare il linguaggio giusto e uno dei grandi limiti di Cattelan è stato questo, non trovare la sua chiave. La scenografia ha colori freddi, i colori sono fondamentali per l’atmosfera del programma, i varietà presentano colori tipicamente caldi. Televisione in Italia: La televisione è il mezzo di comunicazione più duttile, che è cambiato di più nei suoi anni di vita, la televisione è capace di adattarsi al cambiamento. Se guardiamo agli altri mezzi di comunicazione, i cambiamenti sono molto meno drastici e veloci. Oggi quando parliamo di tv parliamo dell’apparecchio che abbiamo in casa, ma anche dei tablet, dei cellulari ecc… La televisione si sviluppa anche attraverso la rete, in digitale attraverso pratiche di streaming. La televisione non è una cosa sola. La sua storia coincide con la storia del nostro paese. Nel nostro paese la televisione ha sempre avuto una pessima fama, è sempre stata considerata la sorella povera del cinema, del teatro. E’ stata considerata pericolosa, troppo semplice, banale, stupida. Togliersi di dosso questo stigma non è semplice, non sono bastati tutti questi anni, la televisione ancora oggi viene considerata un mezzo di comunicazione di serie B. A differenza di quello che il cinema ha fatto dal punto di vista dello sviluppo tecnologico, la televisione è stata molto più aderente al suo tempo. Il cinema è arrivato dopo ad utilizzare le innovazioni tecnologiche. Negli ultimi anni gli universi del cinema e della televisione si sono avvicinati moltissimo, grazie soprattutto alle serie. Ma sappiamo che la televisione non è rappresentata solo dalle serie. La televisione svolge nel nostro paese un ruolo ancora vivace. La differenza tra il mezzo televisivo e gli altri mezzi audiovisivi è la modalità di fruizione: la televisione la si ha in casa, la si guarda in una situazione di relax. Quando si va al cinema, si esce di casa, si entra in un altro luogo che ha un’aura di sacralità, una sala buia dove si sta tendenzialmente in silenzio. Andare al cinema è come farsi un regalo, guardare la tv è una cosa che si fa distrattamente, a volte facendo altro. Guardare la tv è un’azione dispersa dentro tante altre, ma allo stesso tempo guardare contenuti televisivi è molto semplice attraverso la giornata. Se si vuole guardare qualcosa, lo si può fare in qualunque momento. La televisione è sempre con noi. Il linguaggio della televisione deve essere semplice, quotidiano proprio perché la televisione ha una fruizione quotidiana. Per tornare al confronto tra televisione e cinema, è un confronto stupido, perché sono due mezzi diversi che rispondono a bisogni e modalità di fruizione diversi. Il linguaggio del cinema ha a che fare con tantissimi elementi dell’espressione di chi costruisce quella forma visiva, il linguaggio della televisione è necessariamente livellato verso il basso, la tv deve poter parlare a tutti, il cinema no. Tutti noi facciamo fatica ad affermare che ci piace qualcosa considerato di basso livello, ma il basso livello non esiste più, bisogna evitare i giudizi di valore. La televisione è facilmente stigmatizzabile ma dal punto di vista produttivo e industriale, di tutti i media attualmente attivi, la televisione è quello più ricco, più sano, è un’industria che spesso alimenta anche le altre industrie mediali.
Prima di parlarne male cominciamo a capire di cosa stiamo parlando. La televisione oggi si manifesta in almeno tre modalità:
rilievo eccessivo. Carosello era un modo per parlare di prodotti senza mettere i prodotti troppo in evidenza, un po’ per pudore, per non mettere in evidenza prodotti che la gente non poteva permettersi. Jean-Luc Godard ha definito il carosello uno dei prodotti più alti della televisione italiana. Quelle storie, che venivano posizionate appena dopo del telegiornale, sono diventate poi un patrimonio comune. Era un modo di nascondere la pubblicità raccontando insieme delle storie. La creatività di carosello era altissima. I generi della paleotelevisione erano molto definiti, non si parlava di ibridazioni di generi, c’era l’intrattenimento, l’informazione e la fiction, allora rappresentata da sceneggiato e telefilm di importazione. In una situazione di questo tipo che bisogno c’è dell’Auditel? Nessuno perché non c’è concorrenza. L’Auditel nasce quando nasce la televisione commerciale, fino ad allora non c’era nessun motivo di misurare gli ascolti. Tuttavia, era presente la misurazione di gradimento degli ascolti, si chiedeva a un campione di famiglie di redigere un diario, in cui si mettevano su carta le proprie impressioni e giudizi sui programmi trasmessi. Non c’era una misurazione quantitativa delle percentuali ma semplicemente i pareri del pubblico. L’Auditel è un sistema imperfetto perché non indica l’indice di gradimento. Quello che l’Auditel misura è la presenza di quel programma in casa tua per un periodo di tempo anche se non lo si sta guardando. Allora a cosa serve? Serve perché la pubblicità, che non è più il carosello (negli anni 80), passa e arriva anche quando si è distratti. Quello che l’Auditel calcola è che se il televisore è acceso su quel programma c’è la possibilità che il pubblico veda quello spot anche se non interessato al programma. Italo Calvino riassume perfettamente quello che la televisione era in quegli anni. La cosa interessante di questo pezzo di Calvino è la contrapposizione tra città e campagna. La televisione in città ha avuto un impatto minore, la città in quel momento aveva altro a cui pensare. Nelle campagne, invece, il problema principale era decidere cosa fare una volta finito di lavorare: vedere la televisione. Proviamo a vedere alcuni dei programmi simbolo di questo primo periodo della televisione italiana. I professionisti che sono andati a costruire la televisione in Italia, di televisione non sapevano niente, allora da dove arrivava questa gente? Arrivavano dal cinema, dal teatro e dalla radio talvolta. Chi ha costruito i contenuti, i generi, la grammatica televisiva appartiene ad altri mezzi di comunicazione. Molti generi della televisione degli anni 50 sono debitori del teatro. Il primo esempio è “Non è mai troppo tardi” (1960), un programma che possiamo definire il primo tutorial della televisione italiana. Il sottotitolo del programma è “corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta”, condotto dal maestro elementare Alberto Manzi. Andava in onda tutti i giorni feriali, nella fascia preserale, per consentire a chi tornava a casa dal lavoro di seguirla. Ci furono 484 puntate del programma in 8 anni, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione. Il programma abbassò notevolmente il tasso di analfabetismo in Italia, allora parecchio elevato: più di un milione e mezzo di persone conseguirono la licenza elementare. Ebbe oltre 72 versioni internazionali, fu uno dei programmi più imitati nel mondo. Ci fu un remake nel 2004 con Gianni Ippoliti che non ebbe alcun successo, e una fiction sulla figura del maestro Manzi con Claudio Santamaria e regia di Giacomo Campiotti.
Ma la televisione non era solo una maestra, era anche una macchina di divertimento. Mike Bongiorno incarna perfettamente questo tipo di televisione. Mike Bongiorno è stato la televisione italiana. Con “Lascia e raddoppia” nasce il genere del quiz. “Lascia o raddoppia” (1955-1959) è stato il capostipite di tutti i telequiz, è stato il programma che ha fatto scoprire la televisione agli italiani. E’ stato il primo avvenimento televisivo capace di incidere sul costume, radunando la gente davanti ai pochi televisori allora disponibili, sconvolgendo la programmazione dei cinema, imponendo nuove abitudini alla vita sociale. Nell’Italia, che si affacciava al periodo del boom economico, il messaggio era chiaro: per vincere, dovevi essere preparato, dovevi studiare, dovevi sapere. Il concorrente era un personaggio da ammirare, di cultura superiore rispetto al pubblico a casa. E’ stato il primo programma televisivo italiano derivato da un format americano (The 64.000 Dollar Question, a sua volta debitore del francese “Quitte ou double”), decenni prima che il format diventasse una prassi comune nella produzione televisiva internazionale. Il ruolo svolto da Mike Bongiorno era la figura del middle man, dell’uomo comune, lui nel programma faceva le veci del pubblico a casa, faceva quello ingenuo, che faceva la gaffe. Mike Bongiorno è riuscito a fare il tramite tra il pubblico a casa e i concorrenti. Questa sua origine italoamericana era anch’essa interessante, non a caso “Lascia o raddoppia” era un format americano. Il pubblico è presente in studio, ma le risate sono come quelle della sitcom, si ride quando ci si aspetta che il pubblico a casa rida. Il pubblico in studio è il simulacro del pubblico a casa, il pubblico ha la funzione di dare il tono alla trasmissione. Nei varietà il pubblico era vestito in modo elegante. Il quiz di Bongiorno ricorda molto “Chi vuol essere milionario”. Con “Lascia o raddoppia” nasce un filone ricchissimo che si svilupperà in maniera precisa negli anni successivi. Carosello: un prodotto assolutamente originale, ci sono dei motivi per i quali carosello è nato in Italia ed ha assunto quella forma. Parliamo degli anni dal 1957 al 1977, vent’anni esatti, la nascita di carosello e la sua fine segnano un’epoca. Carosello debutta nel 1957, va in onda tutti i giorni alle 20:50 dopo il telegiornale della sera sulla Rai. Cattura fin da subito l’attenzione delle famiglie e soprattutto dei bambini, contribuendo fortemente a trasformare la TV da oggetto di consumo occasionale, collettivo e limitato, in un medium domestico di massa. La fruizione di Carosello segna un passaggio fondamentale nella costruzione del tempo sociale degli italiani: diventa un rito, un momento della giornata condiviso dalla collettività intera: “E dopo Carosello, tutti a nanna!”. Ritualità significa che la televisione entra nella vita delle persone a scandire i momenti in cui la giornata si suddivide (alle 17:30 iniziava la televisione dei ragazzi perché a quell’ora avevano finito di fare i compiti, alle 20:00 c’era il telegiornale). La ritualità della televisione si vede anche nei generi che ogni sera si alternano nella serata principale: il giovedì era la serata del telequiz, il sabato era la serata del varietà, la domenica c’era lo sceneggiato (fiction), il mercoledì c’era lo sport. La ritualità già nei primissimi anni di vita della televisione viene scandita da appuntamenti fissi. Il carosello durava 10 minuti in cui si alternano un quantitativo di porzioni narrative il cui obiettivo è quello di pubblicizzare un prodotto senza pubblicizzarlo. Nell’Italia degli anni 50/60 la ricchezza è concentrata nelle mani di pochi, andare a scuola è un privilegio, il nostro paese è economicamente molto in difficoltà, quindi, comprare degli oggetti di consumo non era un’abitudine, molto spesso non era nemmeno una possibilità. L’esigenza di pubblicizzare dei prodotti di consumo non era forte come oggi, nell’Italia degli anni 50 la pubblicità svolgeva un ruolo diverso rispetto ad oggi, aveva una sorta di pudore. Allo stesso tempo, però, intorno alla fine degli anni 50 e nei primi anni 60 si verifica quello che viene definito il boom economico, ad un certo punto il sistema Italia riparte, grazie agli aiuti degli Stati Uniti e una politica di rilancio dell’economia. In una situazione di questo tipo, il consumo diventa un’attività da sollecitare, il Carosello questo passaggio da un’economia povera a una molto più ricca lo segna benissimo. I primi Carosello quasi nascondono il prodotto, andando avanti negli anni il Carosello cambia moltissimo, piano piano in maniera sempre più evidente ingloba il prodotto all’interno del racconto e lo fa diventare protagonista. Nei primissimi anni il prodotto occupava solo l’ultima parte di 3 minuti, il prodotto occupava solo gli ultimi 30 secondi in maniera avulsa dalla storia che era stata raccontata nei minuti precedenti. Siamo in un sistema monopolistico in cui la televisione è gestita dallo stato ed è pagata dal canone, quei caroselli non servivano a finanziare la televisione se non in piccolissima parte. I migliori creativi italiani si misurano con questo formato dei 2
Varietà: momento in cui la televisione fa festa, momento in cui il pubblico in sala rispecchia la volontà del pubblico a casa, il pubblico in sala è elegante, si veste bene per andare in televisione. Antonello Falqui, regista di varietà, decide di non nascondere le telecamere, i microfoni, i fili, le luci, ma le fa entrare nella costruzione della scena, a dimostrare la modernità della televisione, la forza della televisione dal punto di vista tecnico, dove l’idea di tecnica è un’idea di progresso. Nei grandi varietà della paleotelevisione ci sono dei duetti con un’intensità e professionalità strepitosa. Con “Studio Uno” siamo nel 1966, l’orchestra dal vivo si trova sul fondo con il tentativo di creare una simmetria molto precisa, ci sono quinte fatte di luci, il direttore d’orchestra dà le spalle al pubblico a casa. Si vedono le apparecchiature. Questa disposizione dell’orchestra in fondo al teatro di posa è stata adottata da un Sanremo di qualche anno fa, la scenografia è fatta dall’orchestra, il che è un’idea nuova, ideata da Antonello Falqui. Un balletto apre il varietà, qualunque spettacolo del sabato sera si apre con un numero di questo genere, la scenografia è super essenziale, si ha un gioco di pannelli che si alzano e si abbassano, l’orchestra viene nascosta, in seguito riscoperta ed entra in scena il conduttore: Lelio Luttazzi. Il varietà è chiamato così perché riprende diversi numeri che si alternano e vengono cuciti da una persona. Le gemelle Kessler sono l’immaginario erotico di un’Italia in cui la parola erotismo non si poteva neanche dire, dove la censura era sempre in agguato, l’Italia della democrazia cristiana, dei piccoli paesi, l’Italia in cui Mina nel 1961 venne cacciata dalla Rai perché ebbe un figlio fuori dal matrimonio. Le gambe delle gemelle Kessler sono il punto focale del loro personaggio, loro si muovono insieme in perfetta sincronia, nei salotti il padre guarda contento le gemelle Kessler e la madre guarda come sono vestite, come sono belle perché loro non sono mai volgari, niente a che vedere con l’ostentazione del corpo. Le due cantano una canzone divenuta celeberrima “La notte è piccola”, non ci sono praticamente stacchi, è tutto un piano sequenza, bianco e nero e il racconto di queste persone che si muovono nello spazio. Un altro numero di “Studio Uno” avviene tra due giganti della canzone italiana: Mina e Adriano Celentano. L’errore è molto normale in questi numeri perché è tutto in diretta. Il varietà della paleotv sostituiva ciò che oggi si fa più spesso: uscire di casa, negli anni 50/60 non era un’abitudine diffusa, anzi, la tv fungeva da macchina di intrattenimento e da passatempo in una dimensione festiva, non quotidiana. La funzione dell’ospite era ben diversa da quella attuale, ad un attore poteva essere chiesto di cantare o viceversa, o di fare un numero di intrattenimento con il conduttore, di fare un duetto. L’ospite non era lì per fare sé stesso, ma di contribuire alla dimensione festiva, di eccezionalità del programma. Nel varietà di oggi non si ha la percezione di assistere ad un varietà, poiché le porzioni sono state assorbite da altri generi. Quello che mancava all’intrattenimento degli anni 50/60 era la dimensione privata, che oggi invece vediamo, dei fatti personali, della gente comune non interessava a nessuno, non era un tema possibile per una televisione che aveva come cifra caratteristica quella di rappresentare un momento di festa, di bellezza, di evasione dalla quotidianità. C’è stato un momento in cui la gente inizia ad entrare massicciamente in televisione, alla fine della paleotv, e coincide con l’entrata delle televisioni private. Ma torniamo al varietà: “Ballando con le stelle”, dell’offerta televisiva italiana, è forse il prodotto che si avvicina di più al vecchio varietà. Non è l’unico, ci sono quelli che vengono chiamati one-man-show, dove ad esempio Fiorello faceva il protagonista assoluto, il mattatore. Il sabato sera della paleotelevisione era sacro, allora fare televisione era un valore in una società difficilissima, c’era la ricchezza, il boom economico, l’uscita dal tunnel della povertà ma allo stesso tempo era una società molto chiusa dal punto di vista del consumo, delle regole. Tuttavia, c’erano delle possibilità di raggirare quella censura che caratterizzava la televisione. In quegli anni, il livello delle esibizioni era molto alto. Tra le tante, quella di Giorgio Gaber a “Senza Rete”, un varietà dal titolo profetico, gli artisti si esibivano dal vivo con l’orchestra del programma. E’ importante il modo in cui viene raccontata la sua performance dal punto di vista visivo, con estrema semplicità, che però riesce a mettere in evidenza l’emozione, la partecipazione di Gaber in quello che sta facendo. Oggi, l’esibizione musicale è tantissime altre cose, viene costruita l’immagine in maniera molto precisa, la scenografia a volte oggi prevale sul performer. In questo caso, invece, non c’era bisogno di raccontare il contorno, ma la performance. L’esibizione di Gaber è un primo piano fisso, oggi
quasi nessuno potrebbe riuscire a reggere un primo piano cantando un brano. La costruzione del programma e del personaggio si effettua solamente attraverso la sua eccezionale bravura e la sua capacità di recitazione (grande esponente del teatro-canzone), gli occhi di Gaber bastano per raccontare quello che sta dicendo o cantando. Ma ci sarebbe potuta essere anche Mina a fare la stessa cosa. La regia mette in evidenza il viso, senza stacchi, senza luci, senza nessun disturbo rispetto all’esibizione, la quale è molto scritta e costruita, con una base, un parlato che è stato montato sulla traccia audio, ma che sembra assolutamente naturale. La tecnica e la tecnologia in quel periodo servono a sottolineare l’esibizione dell’artista, non la sovrastano, non servono a migliorare qualcosa che non c’è, anzi, si lavora per sottrazione, si toglie dal punto di vista tecnico. Nella sequenza di chiusura c’è un campo lungo e si vedono gli apparati tecnici della tv, si vedono i professionisti, a volte con in mano dei foglietti, qualcosa ripresa da un sacco di personaggi che vogliono mostrare la diretta, coloro che contribuiscono a creare il programma stesso. In questo caso, abbiamo un esempio di cosa vuol dire festività, la televisione riesce a regalare qualcosa in più rispetto all’essere lì di persona, ti permette di vedere l’espressione del cantante, la sua emotività. In un’altra performer di Gaber, mentre cantava “La libertà”, lui racconta la canzone semplicemente con gli occhi, aveva le mani dietro la schiena e la televisione riesce perfettamente a comunicare la sua forza. Sceneggiato: antenato della moderna serialità, antenato della fiction della televisione generalista. Parlare di sceneggiato e parlare di serie forse non è la stessa, parlare di sceneggiato e parlare di fiction invece può avere una relazione. Lo sceneggiato nasce con uno scopo preciso, ovvero uno scopo pedagogico. Attraverso lo sceneggiato, la Rai si fa carico di adattare per il piccolo schermo i grandi romanzi, la letteratura, italiana e non solo. Nello sceneggiato (si chiama anche il romanzo sceneggiato) la tv si fa carico della dimensione narrativa di ciò di cui si occupa il maestro Manzi, lo sceneggiato era la volontà di far leggere un romanzo a chi non sapeva leggere, adattare un testo della grande letteratura italiana significava renderlo disponibile a chi non avrebbe mai potuto avere accesso a quel testo leggendolo. La Rai mette insieme le competenze dei suoi professionisti che derivavano dal cinema e dal teatro. Lo vediamo molto chiaramente nella costruzione dell’immagine, molto teatrale. Oggi, “I Promessi Sposi” adattato per la televisione è qualcosa di improponibile, ma contribuiva a creare un’alfabetizzazione presso la popolazione. Andando avanti con gli anni, soprattutto dalla metà degli anni 60 in poi, lo sceneggiato diventa molto più brillante, nel ritmo, nei contenuti e comincia a diversificarsi, dal punto di vista narrativo, in due rami: da un lato si prosegue nell’adattamento delle opere letterarie (romanzo sceneggiato), dall’altra parte si producono prodotti narrativi scritti appositamente per la tv (originali). Lo sceneggiato e la fiction sono generi amatissimi dal pubblico, una fiction che debutta sulla Rai gli ascolti li porta a casa sempre. La televisione è una macchina di racconti, in tutti i generi che pratica, la televisione macina storie fin dall’inizio della sua vita e lo sceneggiato ne è una conferma. La forma più pura del racconto televisivo è proprio lo sceneggiato. “Belfagor o il fantasma del Louvre” (1965) è un originale televisivo, con un’attrice di cinema e teatro come Juliette Gréco, è una storia che è diventata un incubo della televisione degli anni 60. All’inizio della puntata si stabilisce dove avverrà l’azione, dopo di che la macchina stringe e va sui protagonisti, è un inizio molto classico, molto parigino, dalla musica, dalle immagini, dai luoghi. La storia si dipana fino a che non arriva Belfagor, la cui maschera ha terrorizzato un’intera generazione. La televisione raccontava delle storie di genere intrattenendo come e più del cinema. Informazione: l’informazione nel telegiornale è sempre stata un’informazione molto rigida, dove il ruolo delle donne è stato un ruolo marginale per decenni, le voci e i volti dei telegiornali sono quasi sempre stati maschili. Nei telegiornali dei primi anni si esibivano questi giornalisti che Sergio Saviane chiamò i “mezzi busti”, perché erano seduti ad una scrivania con accanto uno schermo sul quale venivano proiettate delle immagini. L’informazione era il megafono della politica di quegli anni. Nel luglio 1969, tutta l’Italia si ferma per guardare Neil Armstrong che mette per la prima volta piede sulla luna, è un momento fortissimo, Tito Stagno era il giornalista che conduceva il telegiornale in quel periodo. I viaggi nello spazio, in quel periodo di guerra fredda, erano il luogo in cui si giocava il potere nel mondo, il luogo in cui si giocava la modernità.
Vianello. Dal momento in cui inizia il sodalizio sentimentale con Vianello, Sandra Mondaini perde quell’autonomia che la caratterizzava all’inizio. I due sono una coppia perfetta, lei è quella che si lamenta e il marito è colui che sopporta la moglie, ci ritroviamo in quegli stereotipi tipici dell’epoca.
con relativo telegiornale. In questi anni estremamente turbolenti, succede anche che una sentenza importantissima della corte costituzionale (1976) decreta il monopolio pubblico ma c’è la possibilità a livello locale di intraprendere delle attività, consente anche ai privati di trasmettere a livello locale. Questo è un momento epocale perché è quello che darà la possibilità alla televisione privata in Italia di esistere, dal punto di vista formale questo accadrà qualche anno dopo. La spinta a questo cambiamento parte dalla radio, sono gli anni delle radio libere, gli anni in cui la voce delle realtà locali diventa fortissima e insieme alle radio libere fioriscono anche le televisioni locali con fenomeni molto pittoreschi, in quanto la realtà locale è priva di censure e limiti. E’ un periodo difficile ma anche molto divertente, pieno di novità, stimoli e creatività. Vediamo le caratteristiche della neotelevisione, l’età della concorrenza:
Raffaella”. Con l’uso del telefono la distanza si accorcia tra pubblico e televisione, il pubblico semplice entra come protagonista in televisione. Carrà invita tutti gli italiani nel salotto di casa sua, su questi divani bianchi, con uno sfondo in chroma key dove si riproduce Roma. Carrà fa dei giochi che permettono alle persone di entrare in televisione che sono diventati poi celebri. Diverse persone chiamavano, lei chiedeva da dove chiamavano e la televisione diventa accessibile, diventa casa tua. In quel salotto entra chiunque e si è tutti sullo stesso livello. La televisione diventa una macchina di racconto e di storie mostruosa. I contenitori della domenica nascono qui. La televisione riproduce l’ambiente in cui vive il suo pubblico invitandolo ad entrare in quello spazio. La televisione non è più qualcosa di festivo, la gente comune entra in televisione. Comincia il genere del salotto e della piazza. Carrà, nella prima puntata del programma, spiega esattamente questo. Il suo look non è più da prima serata, i colori sono quelli di una quotidianità facile e disimpegnata. La cosa fondamentale è che qui si mostrano gli apparati (come nel programma di Falqui), è una forma di rispetto nei confronti del pubblico mostrare la televisione, mostrare che non è davvero la casa di Raffaella Carrà ma uno studio televisivo. Ci sono tre telecamere, il gobbo e una televisione (la tv cita sé stessa). Il primo ospite del programma è Renzo Arbore. Durante la prima telefonata, lei diventa parte del pubblico, è una delle ragioni per le quali Raffaella è così amata, è diventata una del pubblico, l’immagine di una televisione vicina, calda, affettuosa. In questa situazione Raffaella Carrà è la Rai, dalla prima telefonata nasce il tormentone di “pronto da dove chiami?”. Chi chiama si sente parte di questo mezzo di comunicazione, ha un momento di celebrità, è quello che oggi si fa con i social. Il primo programma di Renzo Arbore è “L’altra domenica” (1976-1979), a cui partecipò Roberto Benigni, che non è il Benigni che conosciamo ora, era un outsider, fuori dagli schemi. Arbore lo porta nel suo programma sulla Rai e gli chiede di fare il critico cinematografico. Questo è un tipo di comicità che la televisione non aveva mai praticato, Arbore lo porta in televisione con grandissima leggerezza. Dai programmi di Arbore, sono stati creati moltissimi personaggi che hanno popolato la televisione degli anni successivi, con una comicità spesso complessa, intellettuale, non mediata. Così come Raffaella Carrà ha sfondato il muro del mezzogiorno, Arbore sfonda la barriera della mezzanotte. I contenuti di Arbore non sono sempre semplici, sono intelligenti senza essere pesanti, è una comicità delicata. Arbore arriva dalla radio, porta in televisione il primo programma per giovani in cui i grandi cantanti dell’epoca venivano fatti esibire davanti a un pubblico di giovani che molto spesso li trattavano molto male. In una puntata con Lucio Battisti, lui viene messo sotto processo, gliene dicono di tutti colori. Arbore è stato innovatore anche in questo, cerca di portare questo linguaggio televisivo per giovani parlando a quel pubblico. Andando avanti negli anni, i programmi di Arbore hanno sempre fotografato il cambiamento, a volte anticipato. Arbore ha creato Roberto Benigni, Nino Frassica, Mario Marenco. I suoi personaggi sono prestati alla comicità, non sono nati comici. In “Quelli della notte” (1985) la musica ha grandissimo spazio, la caratteristica di questo programma è che sembra non ci sia una scaletta, il programma viene cucito chiamando in causa i suoi numerosissimi ospiti. Questo tipo di comicità non ha tempi velocissimi a cui siamo abituati oggi, ma è fonte di ispirazione per tutta la comicità che verrà dopo. Quello che oggi è considerato moderno e divertente c’era già, cambiano le forme tecnologiche con le quali vengono fruiti i contenuti e con le quali si producono, ma le modalità, i linguaggi sono gli stessi. La comicità della televisione commerciale è ben diversa. La comicità della televisione commerciale deve essere facile, semplice, banale, immediata, molto spesso anche volgare. Un tema molto presente nella comicità di quel periodo è il corpo delle donne. Il programma che rappresenta meglio il clima della televisione commerciale dei primi anni 80 è “Drive-in” (1983-1989) da cui nascono tantissimi comici che popoleranno i palinsesti di Canale 5, Italia 1 e Rete 4. “Drive-in” rappresenta la necessità di affermare una televisione che faccia divertire la gente senza farla pensare, ciò che nella Rai non c’è è un tono decisamente più popolare. Sono battute spesso a doppio senso, è la comicità della barzelletta. E’ la comicità da cui nasce “Striscia”, “Le Iene”, tutto il filone della comicità di Mediaset. Già dalla sigla si capisce l’impronta del programma, la comicità ha a che fare un po’ con i cartoon e un po’ con le comiche, ci sono le risate preregistrate (derivate dalla sitcom), è lo stesso tipo di comicità che si tradurrà nella comicità di Zelig, tanti
Negli anni 90 si scatena la televisione commerciale. In questo decennio incominciano a entrare sul mercato delle nuove tecnologie (satellite, cavo, pay tv). Nasce e si afferma, negli Stati Uniti e poi anche in Italia, una televisione diversa, una televisione a pagamento, che produce contenuti su misura per un certo tipo di pubblico. L’evento fondamentale di questo periodo è la legge Mammì (1990) la quale legittima l’emittenza privata. Il palinsesto diventa un campo di battaglia, il luogo in cui Rai e Fininvest si contrastano senza esclusione di colpi, si contrastano con contenuti uguali, proponendo quasi le stesse cose cercando di portarsi a casa il maggior numero di abbonati/acquirenti dei prodotti commercializzati. In una battaglia come quella degli anni 90, è necessario estendere il più possibile la giornata televisiva, riempirla di novità, è necessario creare contenuti nuovi ibridando i generi già esistenti. La legge Mammì è il punto di svolta del decennio: viene sancito quello che solo in Italia è chiamato duopolio, il quale diventa legale. Berlusconi, nel decennio precedente, mette in piedi la sua struttura televisiva su tre canali, ma a differenza della Rai, fino alla legge Mammì, la Fininvest non aveva la diretta e i telegiornali. Fino a quel momento, la Rai non aveva avuto problemi a mantenere le sue dirette di informazione e intrattenimento, l’emittenza libera che era stata permessa nel 1975 permetteva la trasmissione locale ma non l’uso della diretta. Con la legge Mammì, vengono messi dei paletti:
De Filippi si nasconde apparentemente dietro i suoi protagonisti, la stessa cosa che fa adesso. A “Uomini e donne” si siede su un gradino, si mescola con il pubblico. Maria De Filippi è un punto fermo del linguaggio televisivo italiano, perché ha inventato da zero dei generi e nel periodo del suo esordio inventò uno stile di comunicazione che le attirò tantissime critiche ma che ha funzionato tantissimo, uno stile che lavora sul togliere, sulla sottrazione, a cominciare dalla sua presenza scenica, dalla sua voce. “C’è posta per te” è una specie di breviario del linguaggio televisivo. Ci sono delle contraddizioni dentro il personaggio di Maria De Filippi che in realtà sono la sua forza. “Karaoke” di Fiorello (1992): Fiorello andava in giro per le piazze italiane e fa cantare la gente comune, il primo programma dove la musica cantata è fondamentale, perché cantare è una cosa che piace a tutti. Perché funzionano i talent musicali? Perché anche se siamo stonati, chi canta bene lo sappiamo riconoscere. Fiorello invita Elisa Toffoli, che fa il suo debutto all’età di 15 anni. In questi anni c’è tantissima creatività. “Colpo di fulmine” di Alessia Marcuzzi (1995): un programma rivolto ad un pubblico giovane dove si prendevano delle persone comuni e si facevano incontrare sperando nasca un colpo di fulmine. Sono gli anni di MTV, del videoclip, della musica che diventa immagine. Lo stile di regia del programma è molto giovane, la videocamera si muove continuamente per dare ritmo e far capire che si stava guardando qualcosa di nuovo. I tg Fininvest:
Taricone era una persona che sapeva raccontare sé stesso e le sue storie con un’assoluta credibilità e naturalezza, a nessuno è mai venuto in mente di dire che loro stessero recitando, questa è l’enorme differenza con il grande fratello che vediamo oggi. Il ruolo dei personaggi dentro la storia è andando precisandosi man mano che i giorni passavano. La “gatta morta” non era un personaggio costruito, era davvero così. Così come gli altri personaggi. Palinsesto: Il palinsesto è uno strumento molto importante. Palinsesto, dal greco palimpsestos (pàlin “di nuovo” e pséstos “raschiato”), significa manoscritto, pergamena in cui la scrittura primitiva viene raschiata e sostituita da un’altra. Si compiono correzioni, cancellature, sostituzioni perché il contenuto non è dato una volta per tutte ma subisce continuamente aggiustamenti e riscritture. Il palinsesto è un oggetto instabile, multiforme e contradditorio che opera su tre livelli: