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appunti corso filosofia dell'India e dell'Asia orientale, esame 6 cfu 1 anno
Tipologia: Appunti
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Temi ricorrenti del testo:
Pagina 111. Terza valli (suddivisioni interna al testo). Yana descrive il complesso psicofisico con l’immagine di un carro: Carro: il nostro corpo. Seduti ci sono: Ithn e l’auriga. Auriga: intelletto. L’intelletto è denominato col termine Buddhi. Redini del carro: mente. Cavalli: sensi. Arena: oggetto dei sensi. Il carro costituisce il nostro corpo, sul carro c’è seduto un padrone, chiamato lthn e un’altra figura umana, l’auriga. L’auriga, ovvero l’intelletto, con le redini, ovvero la mente, guida i cavalli, ovvero i sensi. I cavalli sono lanciati nell’arena, ovvero l’oggetto dei sensi. L’intelletto è ciò che si sveglia quando abbiamo un atto conoscitivo. Yana ci dice che quando l’intelletto è attivo, è capace di controllare i sensi. Quando non è capace di controllare, i cavalli non sono guidati e vanno vagando e costruendo la catena sansarica (ciclo di morte e rinascita), ci inducono ad azioni che ci inducono alla catena sansarica. La mente (manas) Il manas è ciò che collega le percezioni che provengono dai sensi. Il manas (redini) controlla i sensi, che nel mondo indiano sono 10:
Nella lezione precedente abbiamo parlato della pratica di controllo: lo yoga. Fino ad adesso abbiamo parlato delle dottrine brahamana. Adesso ci interessiamo alle somiglianze e differenze tra i due gruppi di Brahamana e Sramana, poi passiamo a studiare l’origine dei movimenti dei buddhisti e del Jaina. Sramana: coloro che si esercitano ad essere spiritualmente più forti. Nel mondo indiano antico sono coloro che fanno una vita fuori dalla casa, che escono dalla vita domestica e fanno delle scelte radicali. DIFFERENZA TRA BRAHAMANA E SRAMANA Perché si contrappongono questi due gruppi?
Il problema è che anche le piante sono esseri viventi, dunque? Idealmente, ma non succede, arrivano a teorizzare l’astensione totale a non cibarsi. Il Jiva I jaina immaginano che gli esseri viventi siano composti da un nucleo, chiamato Jiva, letteralmente “il vivente”, ovvero una sorta di nucleo essenziale eterno, simile a ciò che noi chiamiamo anima. L’azione produce una sorta di appesantimento, questo appesantimento si deposita sul Jiva e lo tiene fermo verso il basso con una specie di forza gravitazionale; se noi potessimo pulire questo appesantimento, il Jiva potrebbe liberarsi e andare verso l’alto (idealmente il processo di liberazione è quando la pulizia del Jiva è completa, in modo tale che esso rimanga eterno). Ma come si fa a ripulire? Limitando l’agire, ma non possiamo evitare l’agire al cento per cento poiché questo è necessario per seguire un percorso in tappe volto a liberare il Jiva, la settima tappa del percorso presuppone proprio delle azioni che producono pulizia. Idealmente non agire si concretizza nel non nuocere e il sallekhana (morte per non alimentazione) che rende il processo ancora più tortuoso. Negli Sramana avviene una suddivisione tra monaci e laici (il percorso dei monaci è più importante di quello dei laici); entrambi effettuano il percorso di liberazione del Jiva. In quest’ultimo troviamo la figura del Vardhmana che è il facitore di guato; il suo successore è il Jina, il vincitore del samsara (ciclo di vita, morte e rinascita). I jaina, con le loro estremizzazioni, sono una buona rappresentazione dei gruppi sramana. Logica epistemologica e multilateralismo I jaina sono caratterizzati da una raffinata logica epistemologica. Sono i difensori del multilateralismo, cioè dicono che nessuno può avere una conoscenza assoluta, esistono solo conoscenze parziali, provenienti da una prospettiva. Di fatto, anche conoscenze apparentemente contraddittorie, in realtà possono coesistere, questo è proprio il multilateralismo. Multilateralismo e non violenza Sono due dimensioni tra loro complementari. Alla fine dell’Ottocento e inizio Novecento il jainismo andava molto di moda. In questo periodo ci sono stati molti tentativi di ritrovare le origini delle favole europee negli scritti del mondo orientale, come le favole animali di Fiorenziola, queste sono un rifacimento alla favolistica indiana. Agilita Deterministi. Noi facciamo quello che siamo costretti a fare. I cosiddetti fatalisti. Il Buddhismo I buddhisti, nati in India e diffusi in tutto il mondo, hanno come principale riferimento lo “svegliato” (il Bhudda). Siddharta, della stirpe Shaika, ha partecipato alle attività di gruppo degli asceti sramani; al di fuori del palazzo principesco viene indotto all’immobilità degli sramani (non mangiare carne e piante), ma essendo già molto magro arrivò ad inciampare su suoi stessi escrementi. Dopo questo evento decide di farsi odiare dai suoi compagni sramani, si mette sotto un albero a meditare e, arrivato alla verità, la condivide con i compagni nel testo chiamato “Dhammacakkapavattana-sutta”, (il discorso della messa in moto della ruota del dharma) primo insegnamento del Buddha. I due monaci rappresentano i due estremi che sono: la dedizione ai piaceri e la dedizione al controllo eccessivo del complesso psico-fisico.
disciplinare (lasciare le cose per quelle che sono). La conclusione è che il medico Buddha presenta una ricetta per eliminare la sete (la malattia) e termina con la sezione meditativa. Cos’è la sete? La sete non è il desiderio in sé per sé, ma sta all’origine, è inquietudine profonda che genera il desiderio e la brama, è qualcosa di inestinguibile, che non si può reprimere con mezzi ordinari. (È sete anche colui che vuole uccidersi). Buddhismo = via mediana : Il Buddhismo è considerato una via mediana, poiché è il percorso con cui si superano gli estremi citati inizialmente (non vuol dire che si trova a metà ma vuol dire che serve per superare). Ci dobbiamo porre in una posizione mediana, che non cerca né la sete di esistere né la sete del non esistere, il buddhismo non ricerca questo. Con l’eliminazione del dolore si arriva all’eliminazione del samsara e del karma. LEZIONE 5 Leggeremo brani tratti dal primo canestro del discorso del Buddha. Il Buddha alterna discorsi e silenzi. C’è la vita dopo la morte? Il mondo è finito o infinito? Esiste un se che sottostia alle manifestazioni. Il Buddha per certe questioni resta in silenzio. Dispensa pagina 37. Ci sono 4 possibilità. Parla con Vaccha. Il Buddha non si occupa di questioni importanti che non si possono risolvere, c’è la vita dopo la morte? Non ci deve interessare, non è un problema nostro. Scopo del Buddha è trovare il rimedio al dolore. Il fatto che non risponda, il suo silenzio ci insegna qualcosa. Il dolore: esperienza fondativa, reale, quella da cui ci dobbiamo liberare (le 4 verità). Nel testo di Dhammapada, troviamo delle espressioni che ci indicano quello che si può dire sulla realtà, la più importante è quella che dice “tutte le predisposizioni sono dolorose” (le predisposizioni sono una dei 5 aggregati del corpo). Inoltre, tutte le predi non sono impermanenti. Tutto ciò che passa dalla nostra esperienza sono temporanee, le vediamo venire, passare e finire. I Dharma Stiamo parlando della retta visione. La retta visione è sapere che tutti i Dharma sono privi di sé. I Dharma sono gli elementi ultimi della scomposizione logica del reale, della realtà esperienziale. Pensiamo ad una scala, ci sono i gradini, materiali, i materiali sono agglomerati di pezzi di pietre, i pezzi a loro volta sono fatti da altri pezzi, secondo i buddhisti si arriva a qualcosa di ultimo, questo vale per tutto, per la nostra esperienza. L’idea che ci si debba fermare è data dall’ipotesi di questi Dharma, dati ultimi della scomposizione analitica, che è contenuto nella nostra esperienza. Quei Dharma non sono dotati di natura propria, non esistono di per sé, ma esistono in relazione gli uni con gli altri. Anatta : vuol dire senza sé, i Dharma sono senza sé. La retta visione si attualizza nel momento in cui guardando le cose ci rendiamo conto che le cose, nascono, durano, finisco, sempre in relazione con gli altri. Nell’atto meditativo necessario del buddhismo parte dalla consapevolezza. La visione greca è spesso, anzi quasi sempre, un materialismo, una scomposizione della realtà a partire dalla materia, che si scompone fino ad arrivare all’ultima scomposizione, l’atomo. Qua invece non c’è un tentativo di scomporre la materia, non c’è un tentativo materialista, perché riguarda tutto, come la nostra esperienza.
Dharma ha due significati:
(Buddha nato nel quinto o addirittura quarto secolo, non nel sesto come dicono i manuali.) Asoka propone un suo Dhamma, una sua norma, basata su dei principi:
Si discute il tema dell’agire, cosa è l’agire? Ci si chiede se si può agire evitando di essere legati al samsara, è possibile? Questa dottrina spiega come è possibile. Questo è un dialogo tra due persone che si trovano in una condizione molto particolare, due guerrieri Arjuna e Krisna., che stanno sul medesimo carro da guerra, k è l’auriga, l’altro è il guerriero che combatte. Arjuna ha la funzione di colui che dà il segnale dell’inizio della battaglia, dovrebbe farlo ma esita, non lo fa, cade seduto sul carro e dice che non combatterà. Tutta la B. è il dialogo durante il quale Krisna convince Arjuna a riprendere la battaglia. Chi sono gli eserciti schierati? Sono da una parte quello che segue i fratelli di Arjuna (cinque figli di pandu) e dall’altra i cento cugini e i maestri che avevano allevato i cento cugini e gli altri, è una lotta tra due stirpi di cugini per il regno. Indulge, perché ci sono i suoi fratelli da una parte e i suoi cugini dall’altra, persone che lo hanno cresciuto; quindi, dice io sono perplesso di fronte al dharma, non so quale sia il comportamento giusto, non voglio sconvolgere tutto perché il dharma mi dice di non uccidere, quindi si astiene. Due argomentazioni:
Testo: “ Il sztra del cuore della percezione della saggezza ”. (riguarda la natura della realtà) All’interno del mondo buddhista, prende il punto di vista un essere risveglio, Bodhisattva, che ha raggiunto le condizioni per entrare nel Nirvana, ma decide di non farlo, rimane nel samsara per aiutare gli altri a raggiungere la sua condizione; è come se Bodhisattva costituisse un rifugio, un percorso di risveglio per gli altri esseri. Bodhisattva costituisce il nuovo ideale, è la reincarnazione della compassione (momento di condivisione della condizione degli esseri). Queste correnti, le cosiddette “Grande veicolo” sono in contrapposizione con le correnti più antiche denominate “piccole correnti”, e la corrente del “veicolo del diamante”; ma da questa tripartizione dovremmo indietreggiare perché dire “piccole” si intende nel senso di ristretto e non è così. In questo testo, comunque, abbiamo un passaggio religioso non indifferente, abbiamo un atteggiamento di devozione verso il Bodhisattva che assume caratteristiche divine e capacità conoscitive. Il concetto principale del testo è, come Bodhisattva vede le cose? Vede le cose come vuote, prive di natura (concetto di vacuità).
confuciani; questo finisce quando il travestimento confuciano si trasforma in condanna da parte del cattolicesimo romano, era inammissibile essere simultaneamente religiosi e confuciani. Papa XIV condannò totalmente i riti cinesi e proibisce ai gesuiti di leggere i testi. Testo: L’uomo è per natura buono. Di fronte all’immagine di un bimbo che sta per cadere in un pozzo chiunque sarà sgomento, non indifferenze, tutti proveranno senso di compassione e partecipazione. Non sono uomini chi non detiene questi sentimenti. Non sono uomini coloro che non possiedono i 4 germogli/principi (benevolenza, rettitudine, norme di comportamento, saggezza) e non sono uomini coloro che li lasciano morire. Sia uomini che sovrano devono avere la capacità di conservare i 4 germogli. Taoismo Puntano all’adesione diretta, spontanea alla via in quanto naturalezza. Il Tao ha una natura fluida, non rigida, di adattamento continuo, come l’acqua (metafora fondamentale), si adatta al recipiente in cui entra, è informale non ha forma prestabilita. Come l’acqua umile, che riscende nelle fogne, nei vicoli, non ha luoghi privilegiati, lo stesso il Tao. Tao si pone al di là degli opposti: ecco qua una comparazione, ieri abbiamo parlato del principio di vacuità. Essere e non essere: essere e non essere qua si generano, sono due categorie permeabili l’una all’altra. Il superamento le coppie degli opposti avviene attraverso la fluidità, e non come il principio di vacuità che si pone oltre. La non azione: non vuol dire la ricerca dell’immobilità, il sapiente non si oppone al naturale fluire, la non azione qua non c’entra nulla con quella di cui avevamo parlato, non è il controllo, è naturale fluire, al divenire delle cose non si oppone, non contrapporsi, non reprimere, ma è lasciare scorrere. LEZIONE 10 Seminario 29 aprile. Parlerà del Dio dell’amore, libro “Dio dalle frecce fiorite”. Stiamo ancora affrontando un’excursus sulla filosofia cinese e sulla fase arcaica cinese: Confucio e taoisti. Il pensiero confucianesimo non è un pensiero di carattere filosofico ma politico, rivolge il suo sguardo agli uomini, al loro modo di stare insieme, nel gruppo. Abbiamo un tradizionalismo, un’idea di etichetta: sovrano e singolo individuo. La natura umana è di per sé buona, c’è una propensione all’amore, alla compassione per gli altri (testo del bambino che cade). Il tao è una dimensione che tiene conto della coppia degli opposti, si colloca in una medietà, non davvero analoga a quella di cui avevamo già parlato in precedenza, qua qua abbiamo un’accettazione. Ideale taoista è il non agire, si astiene dall’agire non per cercare austerità, ma semplicemente è un non preoccuparsi dell’agire, un lasciare andare del divenire, questo non va bloccato, represso ma bisogna farlo correre. Non parliamo di una bontà intrinseca al divenire, il divenire può produrre anche dei danni, ma non si possono prevenire. I dialoghi di Confucio Punto 5. Non c’è una celebrazione dell’umanità e della compassione, ma un’accettazione del divenire. Riflessione comparativa: anche qua abbiamo una celebrazione del vuoto, un’accettazione di svuotamento
come utilità, il vuoto è indispensabile, senza di questo non ci sarebbe nemmeno il divenire. È il permanere dell’individuo ad essere importante, non l’individuo di per sé. Proprio perché il sapiente non cerca il suo vantaggio, lo individua, come il Bodhisattva che proprio perché non vuole ottenere, ottiene. Il nostro vantaggio ci è ignoto, cercarlo significa illudersi di poter determinare gli eventi, il contenuto dell’azione qua non è chiaro, non si rinuncia al vantaggio in modo da ottenerlo, il contenuto non c’è. La suprema bontà (Tao): la massima rappresentazione del tao è l’acqua, come l’acqua il tao va dappertutto, nelle fogne, nei luoghi abitati da odori maleodoranti, quei luoghi che tutti disprezzano ma che l’acqua vi scorre, si infiltra nelle cose peggiori, le più umili. Il suo dimorare vale il luogo, nel pensare la profondità etc…serie di virtù…si conclude con un definitivo confronto con l’acqua, essa non contrasta, si adatta (eccovi la liquidità del tao). Non si può determinare il tao, ma inserirsi nella sua fluidità. C’è una impossibilità del determinare, non di carattere epistemologico, ma semplicemente si dice che non si può, si aderisce al fatto ——> vaso pieno, appuntare una matita, questa continua ricerca del compimento consiste nel permanere, non il fatto è che non bisogna permanere, ma bisogna permanere nel non agire. Paradosso enunciato della complementarietà pieno/vuoto. Scuola Nyaya (scuola filosofica indiana) Mezzi di conoscenza: nel corso del primo millennio si stabilizzano le darshana “visioni”, vere e proprie scuole filosofiche, una in particolare si specializza nella questione logico-filosofica, si chiede come si può conoscere, quali sono i mezzi, come ci si arriva, questa scuola ha il nome di nyaya “regola”. Percezione diretta: Il nyaia si preoccupa di indicare i mezzi di conoscenza validi: esempio: rotolo di carta bianco sul tavolo —-> come faccio a dire che è vero? Attraverso la vista, la percezione diretta posso dire che è vero. I sensi di percezione garantiscono la percezione diretta. Un mezzo di conoscenza valido significa ciò che ci permette di provare la veridicità dell’azione. Inferenza: Non c’è ad esempio bisogno di vedere direttamente il sole per stabilire che c’è, ma da dei segni inferisco che c’è il sole, la percezione diretta non è l’unico mezzo di conoscenza. L’inferenza è un possibile mezzo di conoscenza. (Strumenti inferenziali) Fonti autorevoli: ovvero quello che è portatore di parola autorevole, affidabile. Il nyaya pensa che l’autorevole possa essere valido, il suo scopo non vuole stabilire tutte le condizioni per stabilire una cosa vera, ma stabilire condizioni per indicarci quelle false. Analogia o comparazione analogica: per analogia con quello che già conosciamo ricostruiamo il giudizio vero (gnac gnac sull’Himalaya, io so cosa è un bovino). Queste fasi di conoscenza, chiamate Pramana, ovvero le misurazioni, sono solo quattro, unici e indipendenti, non si possono ridurre l’uno all’altro. Adesso vediamo i rapporti reciproci tra mezzi di conoscenza: percezione diretta vista come miglior mezzo di conoscenza. Percezione diretta nelle varie scuole filosofiche indiane: libro “Perception”. La scuola nyaya associa spesso l’inferenza alla percezione diretta. Schema inferenziale: il n. Si preoccupa di definire di come funziona un’inferenza valida, alcune inf non funzionano, quindi bisogna capire cosa definisce questa. Inf valida.
qualsiasi altra, l’effetto ha la stessa essenza della causa. La struttura del Samkhya non ammette la temporalità. La natura ritorna sempre al suo stato immanifesto una volta che il purusa è isolato; quindi, questo processo può essere immaginato come una ruota in continuo movimento. La vicinanza tra il purusa è l’intelletto genera un mutuo riflesso, l’intelletto possiede una consapevolezza (essere cosciente) riflessa così come il purusa possiede una capacità di conoscere riflessa. La dottrina del Samkhya è fortemente orientata verso la non-violenza. Come si risolve l’esistenza del dolore? La medicina è una soluzione provvisoria, così come il sacrificio che è anche eccessivo e caratterizzato dall’impurità. Il samkhya è dei sistemi brahmanici quello che più si avvicina al buddhismo e al giainismo. La vera soluzione sta nella conoscenza discriminativa tra manifesto/immanifesto e spettatore. LEZIONE 14 Sankhya: rifiutano il sacrificio animale. Testo Yupiktipika: giustificazione dell’atteggiamento non violento. Si dice perché noi ci possiamo permettere di non aderire alla logica sacrificale? La violenza è impura, perché genera dolore in colui che compie la violenza, in quanto colui che la compie prova necessariamente compassione. Medicina, veda (il mezzo rilevato è impuro) per risolvere il dolore? Prima argomentazione Bisogna spiegare che cosa significa impuro, e la struttura del testo consiste proprio in questo. Qui si afferma che il dolore è connesso all’impurità, perché la violenza è impurità. Obiezione: siamo in un circolo vizioso logico che dice che ciò che è eticamente valido è il dharma perché corrispondono alle scritture, sono comandamenti e dunque sono validi. Questo ragionamento nel mondo indiano sempre presentarsi sempre in modo giusto tranne in questo caso, il sankhya però dice no, anche se la violenza sacrificale giunge dalle scritture ci sono delle buone ragioni per non compierla. Non si vuole dire che nojn si deve compiere la violenza sacrificale ma dice “io ho buone ragioni, per non sacrificare” “io posso non sacrificare”, facendo questo dimostra comunque che il comportamento del non sacrificante è più elevato. L’avversario è la prima indagine (nimansa???): essa sostiene che i veda sono la fonte del dharma e che il contenuto dei veda non siano significati ma delle ingiunzioni performative, tutto il comportamento deriva non analizzando il significato ma analizzando queste ultime, è una scuole prettamente dogmatica; analizza il significato del significato. Il sankhya non la pensa così, si pone all’opposto, perché vuole mostrare che ci sono altri livelli, giunge ad un livello di universalità, fa un ragionamento che valga in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Il sankhya dice che la distruzione di un corpo di un altro è qualcosa che viola un principio elementare, lascio lecito il distruggimento di qualcosa che gli è caro, l’animale sacrificato non vorrebbe essere ucciso (ma non basta dire questo). Non dovete imporre a noi di compiere il sacrificio e noi non imponiamo a voi di non farlo, seguite la logica del veda e quindi secondo voi è lecito. Il sankhya dice di non fare agli altri ciò che non vorresti venisse fatto a te, questa è la regola che viene enunciata. Gli avversari pensano che il dharma sia solo ciò che è nel veda, mentre loro seguono quella regola più generale vasta, regola della reciprocità (famosa regola d’oro/argento etc., che è una regola universale). Il punto alla fine è capire cosa è il dharma, il dharma è regola d’oro, regola universale.
Seconda argomentazione Altra obiezione dell’avversario: l’obbiettore sta dicendo al sankhya esso vuole solo essere lasciato in pace a non compiere la violenza, all’inizio dicevi che la violenza era impura adesso dici il contrario, c’è una falla argomentativa allora? Quando noi compiamo l’atto violento nasce il dolore, occasionato dalla compassione, che ammazza un altro ha per forza compassione (presupposto), la sofferenza al dolore è di per sé impura, la sofferenza è dunque la causa dell’essere impuro ed è quindi la conseguenza dell’atto violento.