Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Appunti esame 6 cfu filosofia indiana, Appunti di Filosofia Indiana

appunti corso filosofia dell'India e dell'Asia orientale, esame 6 cfu 1 anno

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 06/12/2022

MoscaZeZe__
MoscaZeZe__ 🇮🇹

4.7

(12)

6 documenti

1 / 29

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
FILOSOFIE DELL’INIDA E DELL’ASIA ORIENTALE
LEZIONE 1-2
Temi ricorrenti del testo:
- Relazione tra mente e corpo.
- Relazione tra pensiero e corporeità.
L’essere emana tre cose (elementi costitutivi di qualsiasi creatura):
1) Calore: parola.
2) Acqua: respiro.
3) Cibo: assimilato diventa escremento, carne, mente.
Corpo e mente sono considerati parte di una totalità contrapposta al sé. Il sé è un’??? della natura, sé e
natura non si distinguono. La coscienza pura è autoluminosa, ma non è un oggetto.
Nel testo c’è un’immagine. Due uccelli stanno su un albero. Uno mangia una bacca e gode, l’altro guarda
attentamente. Distinzione tra azione (fruire ci lega) e contemplazione (guardare ci rende liberi), sono due
dimensioni sempre compresenti.
Testo
Catena morte-rinascita (samsara)
Parla della liberazione da una catena, quella della nascita e della morte.
In realtà noi siamo condizionati a rinascere, in quanto le nostre azioni producono frutti le cui conseguenze
vanno consumate, e magari una vita non basta a consumarli tutti, quindi ne servono altre.
Un’azione produce un frutto che deve essere esperito nel corso della vita. La catena nascita-morte è legata
all’azione (kharman). Il fatto è che la rinascita, ka reincarnazione non sopperisce al problema della morte.
Bisogna liberarsi dalla catena di morte-rinascita.
I primi testi dei veda non hanno traccia di questo assioma, parlano del fatto che dopo la morte si raggiunga
il regno dei cieli, successivamente cambiano le cose e si prende come assioma il legame catena-azione.
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d

Anteprima parziale del testo

Scarica Appunti esame 6 cfu filosofia indiana e più Appunti in PDF di Filosofia Indiana solo su Docsity!

FILOSOFIE DELL’INIDA E DELL’ASIA ORIENTALE

LEZIONE 1-

Temi ricorrenti del testo:

  • Relazione tra mente e corpo.
  • Relazione tra pensiero e corporeità. L’essere emana tre cose (elementi costitutivi di qualsiasi creatura):
  1. Calore: parola.
  2. Acqua: respiro.
  3. Cibo: assimilato diventa escremento, carne, mente. Corpo e mente sono considerati parte di una totalità contrapposta al sé. Il sé è un’??? della natura, sé e natura non si distinguono. La coscienza pura è autoluminosa, ma non è un oggetto. Nel testo c’è un’immagine. Due uccelli stanno su un albero. Uno mangia una bacca e gode, l’altro guarda attentamente. Distinzione tra azione (fruire ci lega) e contemplazione (guardare ci rende liberi), sono due dimensioni sempre compresenti. Testo Catena morte-rinascita (samsara) Parla della liberazione da una catena, quella della nascita e della morte. In realtà noi siamo condizionati a rinascere, in quanto le nostre azioni producono frutti le cui conseguenze vanno consumate, e magari una vita non basta a consumarli tutti, quindi ne servono altre. Un’azione produce un frutto che deve essere esperito nel corso della vita. La catena nascita-morte è legata all’azione (kharman). Il fatto è che la rinascita, ka reincarnazione non sopperisce al problema della morte. Bisogna liberarsi dalla catena di morte-rinascita. I primi testi dei veda non hanno traccia di questo assioma, parlano del fatto che dopo la morte si raggiunga il regno dei cieli, successivamente cambiano le cose e si prende come assioma il legame catena-azione.

LEZIONE 3

Pagina 111. Terza valli (suddivisioni interna al testo). Yana descrive il complesso psicofisico con l’immagine di un carro: Carro: il nostro corpo. Seduti ci sono: Ithn e l’auriga. Auriga: intelletto. L’intelletto è denominato col termine Buddhi. Redini del carro: mente. Cavalli: sensi. Arena: oggetto dei sensi. Il carro costituisce il nostro corpo, sul carro c’è seduto un padrone, chiamato lthn e un’altra figura umana, l’auriga. L’auriga, ovvero l’intelletto, con le redini, ovvero la mente, guida i cavalli, ovvero i sensi. I cavalli sono lanciati nell’arena, ovvero l’oggetto dei sensi. L’intelletto è ciò che si sveglia quando abbiamo un atto conoscitivo. Yana ci dice che quando l’intelletto è attivo, è capace di controllare i sensi. Quando non è capace di controllare, i cavalli non sono guidati e vanno vagando e costruendo la catena sansarica (ciclo di morte e rinascita), ci inducono ad azioni che ci inducono alla catena sansarica. La mente (manas) Il manas è ciò che collega le percezioni che provengono dai sensi. Il manas (redini) controlla i sensi, che nel mondo indiano sono 10:

  • Cinque sensi di percezione: vista, tatto, olfatto, udito, gusto.
  • Cinque sensi di azioni: camminare, prendere, parlare, rapporti sessuali, evacuare (eliminare sostanze nocive dal corpo). Tra l’intelletto (auriga) e manas (redini) normalmente c’è il senso dell’Io (in sanscrito aham kara). Il manas è l’organo che mi fa connettere due sensazioni, connettore dei sensi, percezioni di nature diverse. Senso dell’io: è l’immediato attribuire delle cose che facciamo a noi. Sono io che ho quella particolare percezione, sono io che sto parlando, il senso dell’io riconduce ad un unico soggetto cose diverse, come il parlare e il percepire. Comparazione con Platone Il processo di comparazione con Platone ci serve proprio a delineare le molte differenze.
  1. La biga alata di Platone, se stimolata, va verso l’alto (iperuranio), qui invece il carro normalmente vaga nell’oggetto dei sensi (arena).
  2. Corpo e athn sono insieme con un’architettura molto più complessa.
  3. la terza differenza riguarda i personaggi umani. In Platone c’è una guida, qui invece ce ne sono due, l’auriga (intelletto) e l’athn, padrone del carro che però non è direttamente coinvolto, esso sta fermo, non agisce, sta seduto al centro del carro perché è lo spettatore.

LEZIONE 4

Nella lezione precedente abbiamo parlato della pratica di controllo: lo yoga. Fino ad adesso abbiamo parlato delle dottrine brahamana. Adesso ci interessiamo alle somiglianze e differenze tra i due gruppi di Brahamana e Sramana, poi passiamo a studiare l’origine dei movimenti dei buddhisti e del Jaina. Sramana: coloro che si esercitano ad essere spiritualmente più forti. Nel mondo indiano antico sono coloro che fanno una vita fuori dalla casa, che escono dalla vita domestica e fanno delle scelte radicali. DIFFERENZA TRA BRAHAMANA E SRAMANA Perché si contrappongono questi due gruppi?

  • I brahamana vivono all’interno di una comunità, di una società, possono assorbire l’idea di vivere isolati ma non dimenticano mai la loro provenienza, il loro villaggio; gli sramana invece cambiano radicalmente.
  • Diversa è la concezione dell’architettura del complesso psico fisico. Cosa condividono?
  • Entrambi condividono l’assioma del karma e il concetto di rinascita. Non sappiamo però determinare chi lo ha passato a chi.
  • Entrambi hanno un certo atteggiamento anti-ritualistico, gli sramana non compiono sacrifici, hanno un’avversione totale alla logica sacrificale. Qualcuno pensa che gli sramana derivino dai brahamana, siano interni a quel gruppo, poiché l’adottare un netto dissenso al rito sacrificale è particolare. Prima di continuare vediamo in cosa consiste il tema della non-violenza: Tema della non violenza La logica anti-sacrificale è legata a due aspetti:
  1. Negazione dell’azione.
  2. Negazione radicale della violenza sacrificale. Il problema è non agire e anche il non agire violentemente. Gli sramana sono contro l’azione del sacrificio, pensiamo all’azione del karma della rinascita, se ogni azione ci lega ad una conseguenza, se questa sarà negativa ci condurrà alla catena samsarica. All’interno del macrogruppo del sramana si sviluppano i buddhisti e i jaina: Il jainismo Il Jainismo è una corrente caratterizzata da una posizione arcaica del complesso psicofisico, essi chiedono di controllare l’intenzione dell’agire e chiedono un’astensione alla violenza assoluta, ovvero un’astensione totale dell’agire violento. L’intenzione a non essere violenti fa sì di garantire la preservazione degli esseri passati, presenti e futuri. La violenza sacrificale viene esclusa dal principio, l’esclusione alla violenza sacrificale consiste anche all’astensione dell’uccidere esseri viventi per cibarsi, i jaina quindi sono rigorosamente non-carnivori.

Il problema è che anche le piante sono esseri viventi, dunque? Idealmente, ma non succede, arrivano a teorizzare l’astensione totale a non cibarsi. Il Jiva I jaina immaginano che gli esseri viventi siano composti da un nucleo, chiamato Jiva, letteralmente “il vivente”, ovvero una sorta di nucleo essenziale eterno, simile a ciò che noi chiamiamo anima. L’azione produce una sorta di appesantimento, questo appesantimento si deposita sul Jiva e lo tiene fermo verso il basso con una specie di forza gravitazionale; se noi potessimo pulire questo appesantimento, il Jiva potrebbe liberarsi e andare verso l’alto (idealmente il processo di liberazione è quando la pulizia del Jiva è completa, in modo tale che esso rimanga eterno). Ma come si fa a ripulire? Limitando l’agire, ma non possiamo evitare l’agire al cento per cento poiché questo è necessario per seguire un percorso in tappe volto a liberare il Jiva, la settima tappa del percorso presuppone proprio delle azioni che producono pulizia. Idealmente non agire si concretizza nel non nuocere e il sallekhana (morte per non alimentazione) che rende il processo ancora più tortuoso. Negli Sramana avviene una suddivisione tra monaci e laici (il percorso dei monaci è più importante di quello dei laici); entrambi effettuano il percorso di liberazione del Jiva. In quest’ultimo troviamo la figura del Vardhmana che è il facitore di guato; il suo successore è il Jina, il vincitore del samsara (ciclo di vita, morte e rinascita). I jaina, con le loro estremizzazioni, sono una buona rappresentazione dei gruppi sramana. Logica epistemologica e multilateralismo I jaina sono caratterizzati da una raffinata logica epistemologica. Sono i difensori del multilateralismo, cioè dicono che nessuno può avere una conoscenza assoluta, esistono solo conoscenze parziali, provenienti da una prospettiva. Di fatto, anche conoscenze apparentemente contraddittorie, in realtà possono coesistere, questo è proprio il multilateralismo. Multilateralismo e non violenza Sono due dimensioni tra loro complementari. Alla fine dell’Ottocento e inizio Novecento il jainismo andava molto di moda. In questo periodo ci sono stati molti tentativi di ritrovare le origini delle favole europee negli scritti del mondo orientale, come le favole animali di Fiorenziola, queste sono un rifacimento alla favolistica indiana. Agilita Deterministi. Noi facciamo quello che siamo costretti a fare. I cosiddetti fatalisti. Il Buddhismo I buddhisti, nati in India e diffusi in tutto il mondo, hanno come principale riferimento lo “svegliato” (il Bhudda). Siddharta, della stirpe Shaika, ha partecipato alle attività di gruppo degli asceti sramani; al di fuori del palazzo principesco viene indotto all’immobilità degli sramani (non mangiare carne e piante), ma essendo già molto magro arrivò ad inciampare su suoi stessi escrementi. Dopo questo evento decide di farsi odiare dai suoi compagni sramani, si mette sotto un albero a meditare e, arrivato alla verità, la condivide con i compagni nel testo chiamato “Dhammacakkapavattana-sutta”, (il discorso della messa in moto della ruota del dharma) primo insegnamento del Buddha. I due monaci rappresentano i due estremi che sono: la dedizione ai piaceri e la dedizione al controllo eccessivo del complesso psico-fisico.

disciplinare (lasciare le cose per quelle che sono). La conclusione è che il medico Buddha presenta una ricetta per eliminare la sete (la malattia) e termina con la sezione meditativa. Cos’è la sete? La sete non è il desiderio in sé per sé, ma sta all’origine, è inquietudine profonda che genera il desiderio e la brama, è qualcosa di inestinguibile, che non si può reprimere con mezzi ordinari. (È sete anche colui che vuole uccidersi). Buddhismo = via mediana : Il Buddhismo è considerato una via mediana, poiché è il percorso con cui si superano gli estremi citati inizialmente (non vuol dire che si trova a metà ma vuol dire che serve per superare). Ci dobbiamo porre in una posizione mediana, che non cerca né la sete di esistere né la sete del non esistere, il buddhismo non ricerca questo. Con l’eliminazione del dolore si arriva all’eliminazione del samsara e del karma. LEZIONE 5 Leggeremo brani tratti dal primo canestro del discorso del Buddha. Il Buddha alterna discorsi e silenzi. C’è la vita dopo la morte? Il mondo è finito o infinito? Esiste un se che sottostia alle manifestazioni. Il Buddha per certe questioni resta in silenzio. Dispensa pagina 37. Ci sono 4 possibilità. Parla con Vaccha. Il Buddha non si occupa di questioni importanti che non si possono risolvere, c’è la vita dopo la morte? Non ci deve interessare, non è un problema nostro. Scopo del Buddha è trovare il rimedio al dolore. Il fatto che non risponda, il suo silenzio ci insegna qualcosa. Il dolore: esperienza fondativa, reale, quella da cui ci dobbiamo liberare (le 4 verità). Nel testo di Dhammapada, troviamo delle espressioni che ci indicano quello che si può dire sulla realtà, la più importante è quella che dice “tutte le predisposizioni sono dolorose” (le predisposizioni sono una dei 5 aggregati del corpo). Inoltre, tutte le predi non sono impermanenti. Tutto ciò che passa dalla nostra esperienza sono temporanee, le vediamo venire, passare e finire. I Dharma Stiamo parlando della retta visione. La retta visione è sapere che tutti i Dharma sono privi di sé. I Dharma sono gli elementi ultimi della scomposizione logica del reale, della realtà esperienziale. Pensiamo ad una scala, ci sono i gradini, materiali, i materiali sono agglomerati di pezzi di pietre, i pezzi a loro volta sono fatti da altri pezzi, secondo i buddhisti si arriva a qualcosa di ultimo, questo vale per tutto, per la nostra esperienza. L’idea che ci si debba fermare è data dall’ipotesi di questi Dharma, dati ultimi della scomposizione analitica, che è contenuto nella nostra esperienza. Quei Dharma non sono dotati di natura propria, non esistono di per sé, ma esistono in relazione gli uni con gli altri. Anatta : vuol dire senza sé, i Dharma sono senza sé. La retta visione si attualizza nel momento in cui guardando le cose ci rendiamo conto che le cose, nascono, durano, finisco, sempre in relazione con gli altri. Nell’atto meditativo necessario del buddhismo parte dalla consapevolezza. La visione greca è spesso, anzi quasi sempre, un materialismo, una scomposizione della realtà a partire dalla materia, che si scompone fino ad arrivare all’ultima scomposizione, l’atomo. Qua invece non c’è un tentativo di scomporre la materia, non c’è un tentativo materialista, perché riguarda tutto, come la nostra esperienza.

Dharma ha due significati:

  1. Dhammacakkapavattana-sutta: dhamma designa il discorso del Buddha. Il Dalma al singolare è l’insegnamento del Buddha. 2 ) I Dharma: quelli che abbiamo spiegato precedentemente, al plurale. Etimologicamente in sanscrito, Dharma significa fermo. La parola latina da cui deriva fermo, solido, statico ha la stessa radice. Ciò che tiene fermo, ciò che è stabile. Può essere sia il Dharma degli elementi utili, e sia ciò che unifica la realtà empirica e sociale. Rettificare la visione: rettificare la visione non significa soltanto rendersi conto che esistono gli aggregati, ma significa anche comprendere che le predisposizioni sono dolorose, non eterne, significa rendersi conto che i Dharma sono privi di sé, e significa non abbandonarsi alle previsioni speculative. La retta visione consiste nel meditare nell’avere delle visioni sbagliate, non serve a niente capire se c’è la vita dopo la morte, è proprio un impedimento nel superare il dolore, il Buddha sta dicendo quindi di rendersi conto delle illusioni che ci sviano e andare avanti nel nobile ottuplice sentiero per arrivare a superare il dolore. Il percorso degli otto passi culmina nell’atto meditativo, ma non basta meditare bene o conoscere le cose; quelli che sono logicamente gli otto passi in una sequenza, vanno rispettati e superati tutti. Il Simposio di Platone ci dà una visione del desiderio, dell’amore come una mancanza, dice anche che in una sequenza ascendente, eros, è causa di tutte le cose belle che possono essere partorite. Quando c’è la bellezza ci fa sgravare, partoriamo nel bello. Eros diventa causa ultima del nostro partorire. Il desiderio ha ruolo positivo, che è anche coordinato dalla mancanza e quindi dalla sofferenza. Il buddhismo non reprime il desiderio, lascia corre, perché tutto finisce dove nasce. Il desiderio non va isolato ma va visto nella sua correlazione col resto e lasciarlo correre. (Comparazione con l’analisi della sofferenza del cristianesimo: “La tranquilla passione” , di Corrado Pensa. Una delle riflessioni che fa è sulla natura col rapporto della sofferenza, per i meditanti, dolore e piacere, sono elementi che nascono, scorrono e poi finisco. Anche il dolore può essere considerato un’illuminazione per la tecnica dell’esperienza, possiamo dire che il dolore è oggetto interessante. Gesù salva attraverso il dolore). Commentiamo il dhammapada Dhammapada significa orma dell’insegnamento del Buddha, oppure versi dell’insegnamento del Buddha Ci occupiamo del capitolo di sé stesso - capitolo della gioia. Capitolo di sé stesso : Ci occupiamo del sé stesso relazionale, sé stesso come riflessività. Il testo dice di non insegnare agli altri quello che nemmeno tu sai fare. Di chi è la responsabilità dell’azione salvifica? Ciascuno è signore di sé stesso, la responsabilità è integralmente, totalmente nostra. Il Buddha non parla di Dio, non c’è altro che ci possa salvare al di fuori di noi, non c’è nessun’altro.
  1. Non solo dio, ma anche preti con i loro riti, possono salvificare, puritare qualcun altro, nessuno lo può fare. Non c’è nessuna purità e impurità esterna, è tutto in noi stessi. Occorre prendersi cura di noi stessi, perché il nemico ci vuole così impermeabile, se qualcosa va male è perché noi ci siamo messi nella condizione che vada male. Per i buddhisti non esiste niente di oggettivamente impuro.

(Buddha nato nel quinto o addirittura quarto secolo, non nel sesto come dicono i manuali.) Asoka propone un suo Dhamma, una sua norma, basata su dei principi:

  1. Rispetto per i genitori
  2. Rispetto per gli anziani
  3. Non violenza
  4. Rispetto reciproco tra le varie forme religiose Asoka è un curiosissimo governante che si occupa dei viventi in generale, fa costruire ospedali, luoghi di ristoro e anche ospedali per animali. Asoka è importante non solo perché Il principio della non violenza non è solo del buddhismo abbiamo visto come lo appoggiavano anche i jaina Sotto di lui si tiene un concilio e si deve la spinta del buddhismo in aree meridionali. Egli si converte al buddhismo, del nonno si dice che fosse jaina, non era quindi una famiglia tradizionalmente buddhista. Resta laico (distinzione laico-buddhista). Non violenza Inizio lettura testo. Uccisione degli animali: vi è un approccio morbido. L’idea della non violenza: notiamo il termine sacrificale, il sacrificio dell’animale per il pasto, tutta la carne consumata era sacrificata. Asoka rifiuta questa dimensione e non solo, ma promuove asili e ospedali per gli animali. Pietà: pietas. Il Dhamma non va bene tradotto col termine religioso di pietas, perché il dhamma non è religione, non c’è nulla degli elementi che corrisponde alla pietas. La religiosinizzazione del dhamma è un tipico problema della visione occidentale. Pluralismo religioso Inizio testo. Asoka parla in terza persona. La crescita essenziale per tutte le confessioni consiste nel:
  5. Moderare parole.
  6. Onorare le confessioni.
  7. Avere la capacità di ascoltare il Dhamma degli altri. In questo testo abbiamo l’invito di Asoka nel rispetto reciproco tra le varie confessioni religiose presenti sul territorio. La crescita essenziale di tutte le religioni si basa sulla moderazione della parola; su “ogni occasione è buona per onorare la confessione altrui”, ovvero, onorando la confessione altrui si accresce la propria, la crescita essenziale consiste quindi nell’onorare la confessione altrui, perché se lo fai, fai crescere la tua, chi fa diversamente danneggia la propria. Chi loda sempre la propria confessione nuoce la propria. Testo: “La bhagavadgita e lo yoga dell’azione ” Il problema del non agire è risolto dal Buddha con la via mediana. Nel caso del mondo brammatiko la risoluzione a questa impasse è contenuta in questo testo. Bhagavadgita (il canto del bhagava).

Si discute il tema dell’agire, cosa è l’agire? Ci si chiede se si può agire evitando di essere legati al samsara, è possibile? Questa dottrina spiega come è possibile. Questo è un dialogo tra due persone che si trovano in una condizione molto particolare, due guerrieri Arjuna e Krisna., che stanno sul medesimo carro da guerra, k è l’auriga, l’altro è il guerriero che combatte. Arjuna ha la funzione di colui che dà il segnale dell’inizio della battaglia, dovrebbe farlo ma esita, non lo fa, cade seduto sul carro e dice che non combatterà. Tutta la B. è il dialogo durante il quale Krisna convince Arjuna a riprendere la battaglia. Chi sono gli eserciti schierati? Sono da una parte quello che segue i fratelli di Arjuna (cinque figli di pandu) e dall’altra i cento cugini e i maestri che avevano allevato i cento cugini e gli altri, è una lotta tra due stirpi di cugini per il regno. Indulge, perché ci sono i suoi fratelli da una parte e i suoi cugini dall’altra, persone che lo hanno cresciuto; quindi, dice io sono perplesso di fronte al dharma, non so quale sia il comportamento giusto, non voglio sconvolgere tutto perché il dharma mi dice di non uccidere, quindi si astiene. Due argomentazioni:

  • Argomentazione della coscienza : smetti di preoccuparti di uccidere, tu non sei un uccisore perché chi uccide non uccide veramente, chi è ucciso non è ucciso veramente (complesso psicofisico) Il tuo abrakamakka è agire davvero, non sei tu e a venire uccisi non sono davvero loro.
  • Yoga dell’azione : 26 spiega perché Arjuna non deve piangere. 31 volgi lo sguardo ora al tuo dharma, prima hai pensato alla morte dei tuoi parenti, adesso pensa a te. Il tuo dharma ti dice che sei un guerriero e combatti. Se non combatti otterrai il male, perché penseranno che tu abbia deciso di non combattere per paura. 38 “sfuggirai al legame delle azioni”, cioè agirai in modo tale da fuggire dall’attaccamento al legame dell’azione. Il legame delle azioni consiste nella illusione di coloro che fanno dei sacrifici per ottenere risultati sommi, quando invece fare sacrifici non serve a nulla. C’è quindi una contrapposizione tra coloro che credono nel sacrificio per arrivare al cielo e coloro che si concentrano veramente. Il Veda si occupa del complesso psicofisico, composto da tre elementi (rosso, nero, ???) mescolandosi costituiscono le qualità del reale. 47 Io ti sto insegnando un modo ben diverso da quello che è il Veda, che è molto meglio, ti insegno a concentrarti sull’azione, e non ai suoi frutti, non devi avere come causa l’idea di avere uno scopo, un risultato, ma devi fare quello che credi di dover fare. Non avere attaccamenti per l’inazione (sta pensando alle dottrine che chiedono di non agire), Krisna dice che lo yoga è indifferenza, l’azione è molto inferiore allo yoga dell’atteggiamento mentale. Lo yoga è l’abilità delle azioni: l’atto buono o cattivo non determinano le azioni, non è questa la decisione che va presa, la decisione che va presa è non desiderare il frutto dell’azione. 51 i saggi. Riassunto: Krisna sta convincendo Arjuna a combattere e sta dicendo di liberarti dal legame dell’azioni, ti insegno ad agire liberandoti dalla catena del samsara, questo è possibile staccandoti, non desiderando il frutto dell’azione. Il nesso tra frutto e legame è dato dall’intenzione di avere il frutto; invece, se la medesima azione la compio rinunciando al frutto quell’azione non mi lega, non mi lega al samsara. Ma allora, perché fare un’azione piuttosto che un’altra? Cosa regola il mio agire? Seguire il dharma. Il contenuto dell’azione è quello che tu sei. La propensione è questo indipendentemente dal desiderio. Arriviamo quindi alla definizione di yoga dell’azione (karma yoga): dottrina secondo cui l’azione assurge al ruolo di non azione (non lega all’azione) se è compiuta rinunciando ai frutti dell’azione ed è compiuta se contenuta dal proprio dharma (ciò che è in te ed inevitabile, da ciò che ti determina). Yoga è il controllo dell’azione, è indifferenza (disinteresse per il desiderio). La determinazione fondamentale del dharma è variabile? Secondo l’induismo il dharma è determinato dalla nascita, sei quello che sei es. sei un guerriero. Oppure, secondo un’interpretazione data in seguito, il proprio dharma è ciò che noi riconosciamo, non è dato dal contesto. sociale.

LEZIONE 8

Testo: “ Il sztra del cuore della percezione della saggezza ”. (riguarda la natura della realtà) All’interno del mondo buddhista, prende il punto di vista un essere risveglio, Bodhisattva, che ha raggiunto le condizioni per entrare nel Nirvana, ma decide di non farlo, rimane nel samsara per aiutare gli altri a raggiungere la sua condizione; è come se Bodhisattva costituisse un rifugio, un percorso di risveglio per gli altri esseri. Bodhisattva costituisce il nuovo ideale, è la reincarnazione della compassione (momento di condivisione della condizione degli esseri). Queste correnti, le cosiddette “Grande veicolo” sono in contrapposizione con le correnti più antiche denominate “piccole correnti”, e la corrente del “veicolo del diamante”; ma da questa tripartizione dovremmo indietreggiare perché dire “piccole” si intende nel senso di ristretto e non è così. In questo testo, comunque, abbiamo un passaggio religioso non indifferente, abbiamo un atteggiamento di devozione verso il Bodhisattva che assume caratteristiche divine e capacità conoscitive. Il concetto principale del testo è, come Bodhisattva vede le cose? Vede le cose come vuote, prive di natura (concetto di vacuità).

  1. Bodhisattva si chiama Avalokite (colui che guarda dall’alto verso il basso). Guardando dall’alto verso il basso vede i 5 aggregati vuoti nella loro essenza. (cinque aggregati: corpo, sentimenti, coscienza, predisposizioni, percezioni) Significato di vuoto (sunya): termine che significa “anche”-“zero”. Agli indiani si deve l’invenzione decisiva dello zero, del sistema decimale positivo e di quello negativo. Ma lo zero, in un’ideale linea, dove si pone? Non si pone né nei numeri positivi né in quelli negativi. Criputra: discepolo di B., dice una cosa importante:
  • L’essere vuoti è identico ai 5 aggregati
  • L’essere i 5 aggregati equivale a vacuità Tutti i dharma, ovvero gli elementi, sono caratterizzati da vacuità. Il vuoto va aldilà delle coppie degli opposti (negativo-positivo), equivale ad essere zero, ritornando al discorso di prima sulla collocazione dello zero. Dal punto di vista della vacuità come abbiamo detto le coppie sono superate, e quindi le cose né esistono né non esistono. La vacuità è uno zero contrapposto alle coppie degli opposti. Stiamo parlando di una dimensione non ordinaria (proliferazione mentale), si tratta di mito e dobbiamo assumere il punto di vista di Bodhisattva. Esempio per capire: idea dell’illusione. Noi possiamo dire che niente esiste come niente non esiste; quindi, non possiamo dire che ad esempio l’esperienza è illusoria perché sarebbe come affermare che si tratta di non esistenza. Ma le cose sono vacue, superano gli opposti. Riprendiamo il testo. Bodhisattva vede i 5 aggregati dall’alto:
  • Dice, poiché la vacuità è forma, nella vacuità non c’è forma. La forma, è il corpo, i cinque aggregati del corpo (tutti i possibili oggetti dell’esperienza), forma in quanto non si può classificare nelle coppie degli opposti. Ricapitolando I) Dato che l’essere vuoti è identico ai 5 aggregati II) L’essere i 5 aggregati equivale a vacuità III) Poiché la vacuità è forma, nella vacuità non c’è forma
  1. Nel testo si giunge a dire che non ci sono nemmeno le 4 nobili verità (dolore, origine, cessazione, sentiero). A questo punto entriamo in una crisi profonda, si mette in discussione tutto il discorso del Buddha; per Bodhisattva non esistono le 4 nobili verità e quindi non esiste nemmeno il raggiungimento del Nirvana. Non c’è ottenimento come non c’è ottenimento Tutto ciò si rappresenta attraverso il paradosso (si sta dicendo tutto il contrario di tutto). Bodhisattva dato che ottiene (ha ottenuto il Nirvana) e non ottiene (non ha raggiunto il Nirvana, cade nella catena samsarica) si pone in una condizione che va oltre, al di fuori Nirvana e Samsara. Ma tutto ciò è un nostro punto di vista, lo stabilire Nirvana e Samsara; Bodhisattva si pone al di là.
  2. “ottiene stabilmente il nirvana”: questo è il nostro punto di vista, non di Bodhisattva. Bodhisattva si pone in una condizione al di fuori, che va oltre Nirvana e Samsara, non è una terza possibilità, ma è superamento di queste. 7-8. Interpretazione del testo:
  1. possiamo vedere la fine come una celebrazione e un saluto alla saggezza che è andata oltre, al di là.
  2. Come celebrazione del Bodhisattva (colui che ha fatto il percorso) che è andato al di là.
  3. C’è una contrapposizione in questa duplice lettura del testo, saggezza e Bodhisattva in una parola. LEZIONE 9 Il nostro esperimento di oggi è un esperimento di carattere comparativo: la tradizione della filosofia comparata è piuttosto variegata e costellata di insuccessi; è difficile dare una metodologia alla filosofia comparata. Philosophy East and West è una rivista ancora oggi attiva, dedicata completamente alla filosofia comparata; il problema è: la filosofia è un fatto greco oppure no? E se non lo è, esistono tradizioni filosofiche molteplici e indipendenti tra loro? Tutto questo dipende dalla definizione del termine filosofia (difficile da dare e controverso). Che la filosofia è un fatto greco è stato detto da molto; quando noi usiamo il termine filosofia per parlare di filosofie dell’India, stiamo facendo un abuso? La scuola di Hegel considera la tradizione greca, filosofia occidentale, come rappresentazione massima del pensiero filosofico; in Oriente, dato che per Hegel non c’è libertà dell’individuo, non può nascere la filosofia. Non è banale usare questo termine fuori dal suo contesto. Il secondo pensa che la filosofia comparata sia l’analisi delle somiglianze e differenze tra pensatori e scuole filosofiche; non ha la pretesa (la comparazione) di trovare gli elementi comuni. Due personalità, J Bronkhorst e B. A. Scharfstein hanno tentato di rinnovare gli studi di filosofia comparata mettendo in luce quali siano le tradizioni filosofiche che si possono considerare indipendenti. Scharfstein

confuciani; questo finisce quando il travestimento confuciano si trasforma in condanna da parte del cattolicesimo romano, era inammissibile essere simultaneamente religiosi e confuciani. Papa XIV condannò totalmente i riti cinesi e proibisce ai gesuiti di leggere i testi. Testo: L’uomo è per natura buono. Di fronte all’immagine di un bimbo che sta per cadere in un pozzo chiunque sarà sgomento, non indifferenze, tutti proveranno senso di compassione e partecipazione. Non sono uomini chi non detiene questi sentimenti. Non sono uomini coloro che non possiedono i 4 germogli/principi (benevolenza, rettitudine, norme di comportamento, saggezza) e non sono uomini coloro che li lasciano morire. Sia uomini che sovrano devono avere la capacità di conservare i 4 germogli. Taoismo Puntano all’adesione diretta, spontanea alla via in quanto naturalezza. Il Tao ha una natura fluida, non rigida, di adattamento continuo, come l’acqua (metafora fondamentale), si adatta al recipiente in cui entra, è informale non ha forma prestabilita. Come l’acqua umile, che riscende nelle fogne, nei vicoli, non ha luoghi privilegiati, lo stesso il Tao. Tao si pone al di là degli opposti: ecco qua una comparazione, ieri abbiamo parlato del principio di vacuità. Essere e non essere: essere e non essere qua si generano, sono due categorie permeabili l’una all’altra. Il superamento le coppie degli opposti avviene attraverso la fluidità, e non come il principio di vacuità che si pone oltre. La non azione: non vuol dire la ricerca dell’immobilità, il sapiente non si oppone al naturale fluire, la non azione qua non c’entra nulla con quella di cui avevamo parlato, non è il controllo, è naturale fluire, al divenire delle cose non si oppone, non contrapporsi, non reprimere, ma è lasciare scorrere. LEZIONE 10 Seminario 29 aprile. Parlerà del Dio dell’amore, libro “Dio dalle frecce fiorite”. Stiamo ancora affrontando un’excursus sulla filosofia cinese e sulla fase arcaica cinese: Confucio e taoisti. Il pensiero confucianesimo non è un pensiero di carattere filosofico ma politico, rivolge il suo sguardo agli uomini, al loro modo di stare insieme, nel gruppo. Abbiamo un tradizionalismo, un’idea di etichetta: sovrano e singolo individuo. La natura umana è di per sé buona, c’è una propensione all’amore, alla compassione per gli altri (testo del bambino che cade). Il tao è una dimensione che tiene conto della coppia degli opposti, si colloca in una medietà, non davvero analoga a quella di cui avevamo già parlato in precedenza, qua qua abbiamo un’accettazione. Ideale taoista è il non agire, si astiene dall’agire non per cercare austerità, ma semplicemente è un non preoccuparsi dell’agire, un lasciare andare del divenire, questo non va bloccato, represso ma bisogna farlo correre. Non parliamo di una bontà intrinseca al divenire, il divenire può produrre anche dei danni, ma non si possono prevenire. I dialoghi di Confucio Punto 5. Non c’è una celebrazione dell’umanità e della compassione, ma un’accettazione del divenire. Riflessione comparativa: anche qua abbiamo una celebrazione del vuoto, un’accettazione di svuotamento

come utilità, il vuoto è indispensabile, senza di questo non ci sarebbe nemmeno il divenire. È il permanere dell’individuo ad essere importante, non l’individuo di per sé. Proprio perché il sapiente non cerca il suo vantaggio, lo individua, come il Bodhisattva che proprio perché non vuole ottenere, ottiene. Il nostro vantaggio ci è ignoto, cercarlo significa illudersi di poter determinare gli eventi, il contenuto dell’azione qua non è chiaro, non si rinuncia al vantaggio in modo da ottenerlo, il contenuto non c’è. La suprema bontà (Tao): la massima rappresentazione del tao è l’acqua, come l’acqua il tao va dappertutto, nelle fogne, nei luoghi abitati da odori maleodoranti, quei luoghi che tutti disprezzano ma che l’acqua vi scorre, si infiltra nelle cose peggiori, le più umili. Il suo dimorare vale il luogo, nel pensare la profondità etc…serie di virtù…si conclude con un definitivo confronto con l’acqua, essa non contrasta, si adatta (eccovi la liquidità del tao). Non si può determinare il tao, ma inserirsi nella sua fluidità. C’è una impossibilità del determinare, non di carattere epistemologico, ma semplicemente si dice che non si può, si aderisce al fatto ——> vaso pieno, appuntare una matita, questa continua ricerca del compimento consiste nel permanere, non il fatto è che non bisogna permanere, ma bisogna permanere nel non agire. Paradosso enunciato della complementarietà pieno/vuoto. Scuola Nyaya (scuola filosofica indiana) Mezzi di conoscenza: nel corso del primo millennio si stabilizzano le darshana “visioni”, vere e proprie scuole filosofiche, una in particolare si specializza nella questione logico-filosofica, si chiede come si può conoscere, quali sono i mezzi, come ci si arriva, questa scuola ha il nome di nyaya “regola”. Percezione diretta: Il nyaia si preoccupa di indicare i mezzi di conoscenza validi: esempio: rotolo di carta bianco sul tavolo —-> come faccio a dire che è vero? Attraverso la vista, la percezione diretta posso dire che è vero. I sensi di percezione garantiscono la percezione diretta. Un mezzo di conoscenza valido significa ciò che ci permette di provare la veridicità dell’azione. Inferenza: Non c’è ad esempio bisogno di vedere direttamente il sole per stabilire che c’è, ma da dei segni inferisco che c’è il sole, la percezione diretta non è l’unico mezzo di conoscenza. L’inferenza è un possibile mezzo di conoscenza. (Strumenti inferenziali) Fonti autorevoli: ovvero quello che è portatore di parola autorevole, affidabile. Il nyaya pensa che l’autorevole possa essere valido, il suo scopo non vuole stabilire tutte le condizioni per stabilire una cosa vera, ma stabilire condizioni per indicarci quelle false. Analogia o comparazione analogica: per analogia con quello che già conosciamo ricostruiamo il giudizio vero (gnac gnac sull’Himalaya, io so cosa è un bovino). Queste fasi di conoscenza, chiamate Pramana, ovvero le misurazioni, sono solo quattro, unici e indipendenti, non si possono ridurre l’uno all’altro. Adesso vediamo i rapporti reciproci tra mezzi di conoscenza: percezione diretta vista come miglior mezzo di conoscenza. Percezione diretta nelle varie scuole filosofiche indiane: libro “Perception”. La scuola nyaya associa spesso l’inferenza alla percezione diretta. Schema inferenziale: il n. Si preoccupa di definire di come funziona un’inferenza valida, alcune inf non funzionano, quindi bisogna capire cosa definisce questa. Inf valida.

qualsiasi altra, l’effetto ha la stessa essenza della causa. La struttura del Samkhya non ammette la temporalità. La natura ritorna sempre al suo stato immanifesto una volta che il purusa è isolato; quindi, questo processo può essere immaginato come una ruota in continuo movimento. La vicinanza tra il purusa è l’intelletto genera un mutuo riflesso, l’intelletto possiede una consapevolezza (essere cosciente) riflessa così come il purusa possiede una capacità di conoscere riflessa. La dottrina del Samkhya è fortemente orientata verso la non-violenza. Come si risolve l’esistenza del dolore? La medicina è una soluzione provvisoria, così come il sacrificio che è anche eccessivo e caratterizzato dall’impurità. Il samkhya è dei sistemi brahmanici quello che più si avvicina al buddhismo e al giainismo. La vera soluzione sta nella conoscenza discriminativa tra manifesto/immanifesto e spettatore. LEZIONE 14 Sankhya: rifiutano il sacrificio animale. Testo Yupiktipika: giustificazione dell’atteggiamento non violento. Si dice perché noi ci possiamo permettere di non aderire alla logica sacrificale? La violenza è impura, perché genera dolore in colui che compie la violenza, in quanto colui che la compie prova necessariamente compassione. Medicina, veda (il mezzo rilevato è impuro) per risolvere il dolore? Prima argomentazione Bisogna spiegare che cosa significa impuro, e la struttura del testo consiste proprio in questo. Qui si afferma che il dolore è connesso all’impurità, perché la violenza è impurità. Obiezione: siamo in un circolo vizioso logico che dice che ciò che è eticamente valido è il dharma perché corrispondono alle scritture, sono comandamenti e dunque sono validi. Questo ragionamento nel mondo indiano sempre presentarsi sempre in modo giusto tranne in questo caso, il sankhya però dice no, anche se la violenza sacrificale giunge dalle scritture ci sono delle buone ragioni per non compierla. Non si vuole dire che nojn si deve compiere la violenza sacrificale ma dice “io ho buone ragioni, per non sacrificare” “io posso non sacrificare”, facendo questo dimostra comunque che il comportamento del non sacrificante è più elevato. L’avversario è la prima indagine (nimansa???): essa sostiene che i veda sono la fonte del dharma e che il contenuto dei veda non siano significati ma delle ingiunzioni performative, tutto il comportamento deriva non analizzando il significato ma analizzando queste ultime, è una scuole prettamente dogmatica; analizza il significato del significato. Il sankhya non la pensa così, si pone all’opposto, perché vuole mostrare che ci sono altri livelli, giunge ad un livello di universalità, fa un ragionamento che valga in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Il sankhya dice che la distruzione di un corpo di un altro è qualcosa che viola un principio elementare, lascio lecito il distruggimento di qualcosa che gli è caro, l’animale sacrificato non vorrebbe essere ucciso (ma non basta dire questo). Non dovete imporre a noi di compiere il sacrificio e noi non imponiamo a voi di non farlo, seguite la logica del veda e quindi secondo voi è lecito. Il sankhya dice di non fare agli altri ciò che non vorresti venisse fatto a te, questa è la regola che viene enunciata. Gli avversari pensano che il dharma sia solo ciò che è nel veda, mentre loro seguono quella regola più generale vasta, regola della reciprocità (famosa regola d’oro/argento etc., che è una regola universale). Il punto alla fine è capire cosa è il dharma, il dharma è regola d’oro, regola universale.

Seconda argomentazione Altra obiezione dell’avversario: l’obbiettore sta dicendo al sankhya esso vuole solo essere lasciato in pace a non compiere la violenza, all’inizio dicevi che la violenza era impura adesso dici il contrario, c’è una falla argomentativa allora? Quando noi compiamo l’atto violento nasce il dolore, occasionato dalla compassione, che ammazza un altro ha per forza compassione (presupposto), la sofferenza al dolore è di per sé impura, la sofferenza è dunque la causa dell’essere impuro ed è quindi la conseguenza dell’atto violento.

  • L’atto violento non è di per sé impuro.
  • Ma l’impurità sta nella sofferenza causata dall’atto violento, sofferenza (perché si prova compassione) che si generata in chi compie l’atto violento. Si parla di impuro traslatamente: anche se l’atto violento è permesso perché ce lo ha detto il dharma, ma la sofferenza sta proprio in chi genera l’atto violento e quindi è impuro. A questo punto diventa importante la filosofia del linguaggio, capire cosa è la parola impuro. Superiore al mezzo rivelato è la conoscenza discriminativa YOGA Yogasutra: testo radice della scuola yoga. Yoga: termine generale che significa disciplina è un termine molto generale, ampio. Qua si intende in senso più ristretto, è una scuola filosofica che si identifica con Patanjali. Struttura dello yoga sutra: capiamo in che senso è attuazione del sankhya. Sutra composto da quattro capitoli. Scopo dello yoga: far cessare le attività della mente, queste sono i mezzi di retta conoscenza, false concezioni, sonno e memoria. Samadhi: tradotto in estansi (non dobbiamo utilizzarla), è la concentrazione finale, composizione che supera ogni attività sia esterna che interna. Lo yoga è la cessazione delle attività della mente, riposa in se stesso, è isolato, se così non fosse assumerebbe le stesse forme delle attività della mente, continuerebbe ad essere rosso. Se la mente continua a funzionare si colora delle attività della mente, lo scopo è di far cessare le attività della mente e riposare in sé stesso. il percorso che si compie si arriva allo stato di composizione definitiva. Samadhi non conscio e senza sede. Dobbiamo arrivare all’isolamento del pursha, che è puro, senza consapevolezza e senza sede. Percorso ad otto membri, otto passi Come arrivare al samadhi 1 Proibizioni (violenza, rubare, compiere atti sessuali inutili, avidità) 2 Obblighi 3 Posture (sederti comodamente) 4 Controllo del respiro (il respiro è il punto di passaggio, limite tra il volontario e involontario). Misirarsi con questo confine