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Prima parte generale per tutti gli studenti, seconda parte lettura e traduzione di testi di Rudel e Guglielmo d'Aquitania
Tipologia: Appunti
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9/26: [Sicuramente una domanda sul vocalismo, un paio di domande sul consonantismo, difficilmente scampate dalla palatalizzazione, sicuramente la lenizione, morfologia (latino, nominativo e accusativo, comparativi); e queste sono le prime domande base. Poi domanda su uno dei testi letti a lezione (leggere tradurre e commentare)] 10/10: [per prima cosa tutti dovete scrivere l'evoluzione di tutte le vocali in tutti i sistemi, atone e toniche; una domanda sull'accento o dittonghi, poi due sul consonantismo (lenizione sicuramente, quasi sicuro palatalizzazione), morfologia (sicuramente riduzione del sistema dei casi, di cui non esiste che qualcuno non sappia la declinazione bicasuale gallo-romanza)] La storia della lingua, che sia italiana o francese o spagnola, ovvero per tutte le lingue neolatine, parte non dal latino classico, ma dal latino volgare, ovvero dal latino parlato, molto staccato dal latino classico/scritto, tant'è che le persone colte distinguevano molto il registro a seconda se parlavano o scrivevano. Il latino scritto è molto più artificioso, una sintassi complessa, e la difficoltà di sapere effettivamente come fosse il latino parlato è evidente, tuttavia è stato possibile avvicinarcisi comparando gli esiti delle singole voci delle lingue odierne con le voci classiche, producendo una ricostruzione all'indietro grazie a una serie di leggi fonetiche che assaggeremo durante il corso, e soprattutto grazie anche a fonti scritte che registrano degli scarti dalla norma grammaticale o lessicale e da questi si intuisce come si doveva parlare, ad esempio incisioni, scritte sui muri (tipo Pompei), testimonianze di grammatici (appendix probi ). Romània, un termine che già compare nel IV sec. d.C. per indicare tutto il territorio latinizzato, è usato oggi in linguistica per indicare tutto quel territorio in cui si parlano lingue neolatine. Un primo esempio di fenomeno fonetico è la palatalizzazione, una legge secondo la quale la prima vocale di uno iato classico diventa la semivocale iod /j/, che, a sua volta, ha la capacità di palatalizzare tutte le consonanti palatalizzabili intorno, e quindi si passa da /l/ a /λ/; questa è la tendenza generale (“panromanzo”), vedremo poi cosa succede lingua per lingua. Evoluzione delle vocali toniche e atone: 10 vocali del latino; dalle più lunghe in genere vengono le più chiuse (ē → e); in tutti e 4 i sistemi la , che sia tonica o atona, rimane ; nella realizzazione il siciliano tende ad aprire molto, il sardo invece tende a chiudere; il sistema vocalico tonico sardo è identico a quello atono, ed è il più immediato perché conservativo; la serie velare del sistema balcanico tonico è accidentalmente uguale a quella sarda tonica, mentre la serie velare del sistema balcanico atono è accidentalmente uguale a quella siciliana atona, ma la serie palatale tonica del sistema balcanico tonico non è accidentalmente uguale alla serie palatale tonica del sistema romanzo occidentale tonico, perché si sono sviluppate insieme, prima che la Dacia rimanesse isolata. Tenendo sotto mano questi sistemi, adesso analizziamo i dittonghi: in latino, au ae oe , in origine, erano discendenti ( aurum , caesar che in tedesco si mantiene in “kaiser”), salvo poi diventare, molto precocemente, ascendenti e monottongare ( cāelum diventa caēlum , che con la palatalizzazione diventa “cielo”). Nel caso di -au-, aveva cominciato a monottongare in ó chiusa, poi s'è fermato e, quando a ricominciare a monottongare stavolta in ò aperta, ha preso soltanto la stessa zona, piuttosto limitata, interessata dal dittongo spontaneo: sostanzialmente, -au- è diventato ò aperta in italiano, francese e spagnolo. In italiano, la è aperta e la ò aperta possono dittongare: la prima, ma vale anche per le altre lingue, in -ie- ( pēdem → piede, Fr piéd, Sp piè); la ò aperta diventa -uo-. L'italiano dittonga solo in sillaba aperta o libera, cioè che finisce per vocale. Alcune parole che non dittongano in italiano, dittongano però in spagnolo, e questo dipende dalla nasale che chiude, per cui si ha in It “fonte” ma in Sp “fuente”, ma non solo, perché lo spagnolo dittonga sia in sillaba aperta che in chiusa (fiesta, siempre); e, sempre nello spagnolo, il dittongo -uo- si è anche evoluto in -ue-. In francese antico (il passaggio a medio francese è collocato negli anni '30 del 1300) si è
dittongato le solite due vocali, la è e la ò aperte, ma anche le controparti chiuse, e solamente in sillaba aperta: le vocali aperte davano dittonghi ascendenti, le vocali chiuse dittonghi discendenti, dunque la é chiusa ha dato inizialmente /ei/ (poi si è evoluto: telam → teile → toile → toelle → toile /tual/) mentre la è aperta ha dato /glié/ [lle??], la ò aperta è diventata /uò/ mentre la ó chiusa ha dato /ou/ ed /eu/; quindi dalla parola florem → flour → fleur. Il dittongo più antico è -ie-, che risale al III secolo, il momento di massima espansione dell'Impero Romano. La precocità di questo dittongo è testimoniata dal Fr tiède (tiepido, da tepidus che è sdrucciola), in quanto ha il dittongo ed è sincopata, però se la sincope fosse avvenuta prima della dittongazione, non sarebbe dittongata. La sincope è un fenomeno molto diffuso che riguarda la caduti di sillabe con vocali atone nelle parole di tre o più sillabe, seguendo la regola secondo cui se una parola sdrucciola (terzultima sillaba) ha tre sillabe si sincopa la postonica ( speclum , masclus ), nelle parole di quattro sillabe si sincopa l'intertonica (sillaba posta tra l'accento primario e quello secondario), come in cerebellum , bonitadem. In italiano solo alcune parole sono sopravvissute al fenomeno, perché colte o semicolte (tiepido è semicolta). Area gallo-romanza: corrisponde grosso modo all'odierna Francia (vedi mappe pdf), suddivisa grosso modo a metà dividendola nella parte nord e nella parte sud, nelle quali, nella prima, si trovano i dialetti della lingua d'oil, e nella parte sud si trovano i dialetti d'oc, o “lingua del sì”; fra i dialetti d'oil abbiamo il dialetto franciano, corrispondente all'area di Parigi, l'ile de France, dal quale si è poi sviluppato il Francese moderno, prevaricando gli altri dialetti per il motivo di sempre, cioè per prestigio, in quanto era parlato da quella classe dirigente, i Capetingi, che col tempo sono arrivati a essere la monarchia occidentale di spicco; sotto Filippo Augusto (1180-1223), una volta per tutte, il franciano diventa la lingua del prestigio, politico e culturale. Il franciano aveva una serie di caratteri fonetici e morfologici, assenti negli altri dialetti d'oil, che hanno lasciato tracce nella lingua moderna, e uno di questi è il dittongo condizionato: si ha un dittongo a seconda delle consonanti che sono vicine: nelle lingue che hanno il dittongo condizionato (francese, provenzale), i suoni palatali sono fra i fattori più condizionanti che provocano il dittongo (cosa che non avviene ad esempio in italiano, dove i fonemi palatali frenano il dittongo), per esempio da mēlius , dove si ha /l/
“/E s enamorèt se de la comtessa de Tripól, sès vezér, per lo ben ch'el n'auzi dire als pelerins che venghen d'Antioca/”. /Es/ e non /et/, per lo stesso motivo per cui in italiano abbiamo “ed” e si pronuncia quando, come in questo caso, la parola successiva inizia per vocale, e quella “d” si chiama consonante eufonica, che viene dalla lenizione di “et”, mentre l'area gallo-romanza e spagnola hanno il livello successivo di lenizione, la spirantizazzione, cioè “es”. “enamoret se” = si innamorò, e quel “se” si scrive dopo perché [occhio, sintassi] a inizio frase non ci poteva stare, ed è una legge che già esisteva in latino, la legge di Wackernagel, per la quale una qualunque frase non poteva iniziare con un pronome atono, passata poi nelle lingue medievale col nome di legge Tobler- Mussafia. Etimo di “hom”, “sès”. Crociata Albigese da wikipedia (quella contro i catari). Riprendendo il testo della Vida di Rudel: “ses vezer” letteralmente è “senza vedere”, il pronome è sottinteso; “per il bene che ne sentì dire dai pellegrini che vennero (lett., oggi diremmo “erano venuti”: i tempi verbali non corrispondono sempre all'uso moderno) da Antiochia”. E fece ( fecit → fez per palatalizzazione, da affricata palatale sorda ad affricata dentale sorda) su di lei tanti componimenti (mains vers) con (ab da apud che si è preferito a cum in area gallo-romanza) bella musica (bons sons, buoni suoni), con parole povere (semplici; paubres da pauperem , per la sincope della postonica della parossitona). E per volontà di vederla, si crociò (fece crociato) e si mise in mare, e prese la malattia sulla nave, e fu condotto a Tripoli, in un alloggio, per morto (cioè come se fosse morto). E fu fatto sapere alla contessa e (da leggere “es”) lei (si legge “ela” per lenizione, così le doppie non ci sono) venne da lui, al suo letto, e lo prese fra le braccia. E seppe (da sapui ) che lei era la contessa, e così (si da sic , non è riflessivo) recuperò l'udire e il fiatare, e lodò Dio, che gli aveva sostenuta la vita finché lui l'avesse vista; e in questo modo (enaissì) morì fra le sue braccia. Ed ella lo fece seppellire con grande onore nella casa del tempio (chiesa, o convento, dei templari).” [...dice che all'esame può chiedere di dove fossero i personaggi di cui abbiamo parlato indicando sulle mappe “col ditino”...] Recap sulla Vida : scritta nel XIII secolo, lui vissuto nel XII; dagli indizi che abbiamo sulla storia di Rudel non sappiamo la data di nascita ma il documento degli anni '20 nel quale fa da testimone per una donazione di suo padre ce lo presenta già maggiorenne in quanto è scritto che ha una “masnada”, cioè un séguito, e per avere gente al suo servizio bisognava essere maggiorenne, cioè cavaliere, per cui sarà nato a inizio secolo; una canzone di un altro trovatore è destinata a Jaufré Rudel “oltremare”, cioè in Terra Santa; dalla Vida si sa che si è fatto crociato, confermando la sua presenza in Terra Santa, per vedere la contessa di Tripoli, ma questa è un personaggio inventato. Conclude la traduzione: “e poi, in quel giorno, lei si fece monaca, per il dolore ch'ella ebbe dalla morte di lui.” La più famosa, tanto famosa da essere attestata da manoscritti di tutta l'area gallo-romanza, delle canzoni di Rudel è “ Lanquan li jorn son lonc en mai ”. /Lan ka n li gi orn son lon c en m ai – m'es bels d ou s cians d' au zels de lo gn – e ka n me sui partitz de lai – remebram d'un amor de lo gn /; “ lonh ” lo troveremo sempre in posizione fissa in tutte le strofe, si chiama “mot refrain” (parola refrain), artificio usato spesso nella poesia cantata quando si vuole focalizzare l'attenzione su un dettaglio, in questo caso il lontano, la lontananza.
“Quando (lanquan → illo anno quando ) i giorni sono lunghi in maggio / mi piace (in tutte le lingue romanze, compreso spagnolo e italiano, “m'è bello” significa appunto “mi piace”) il dolce canto degli uccelli di lontano / e quando mi sono allontanato da là / mi ricordo (quella “m” dopo il punto è pronome riflessivo in enclisi, e sta quindi per “me remebra”) di un amore di lontano: / vado di umore (“talan” è grecismo sopravvissuto in latino) scuro e cupo (“clins” < clinus , cioè a testa bassa, curvo), / così che il canto (degli uccelli) né il fiore del biancospino / mi piacciono più che dell'inverno gelato”. “Già mai d'amore (mai + non è doppia negazione, quindi “mai...non godrò” è incorretto) godrò (da gaudeo, semideponente) / se non godo di questo (da iste, a, ud ) amore di lontano / (per)ché più nobile né migliore non ne so (conosco) / da nessuna parte, né vicino né lontano. / Tanto è il suo pregio (< pretium , che ha dato anche “prezzo”) autentico (vero) e fino (puro, perfetto) / che là nel regno dei Saraceni / fossi (congiuntivo ottativo) io per lei chiamato misero (< captivus ; essere chiamato povero significa morire, quindi la frase significa: potessi io morire per lei)”. “Addolorato (ira poteva significare dolore) e felice (godente) me ne partirò / se già (ja) io mai la (“amore” è femminile) vedo (letteralmente è proprio presente indicativo) l'amore di lontano; / ma non so quando la vedrò / perché le nostre terre sono troppo lontane: / ci sono assai (assatz = ab + satis ) passi e sentieri (da camminis ) / e per ciò (aisso = atque per ecce + hoc ) non ne (no.n) sono indovino (non lo posso prevedere) / ma tutto sia come piace a Dio”. “Mi apparirà bene la gioia quando le chiederò / per amor di Dio, l'alloggio (ospitalità) da lontano; / e, se a lei piace, alloggerò / vicino a lei, benché sia di lontano. / Allora si manifesterà l'unione (parlaments) perfetta / quando l'amante (drutz germanismo da drudo, cioè amante) lontano sarà (er) così vicino / che con ingegno (ginh) cortese potrà godere la compagnia (solatz da solatium ) (“dell'amata” sottinteso)”. “Tengo il Signore per verace (perifrasi per “credo fermamente nel Signore”) / attraverso il quale vedrò l'amore di lontano; / ma per un bene che me ne arriva / ne ho due mali, perché m'è tanto lontano./ Ahi! Se (car) fossi là pellegrino / così che il mio bastone e la mia schiavina (è il mantello da pellegrino) / fossero visti dai (pels) suoi bei occhi!”. “Dio, che fece tutto quanto (ciò che) viene né (e) va / e formò (creò) questo amore di lontano / mi doni il potere, ché il cuore ce l'ho (perifrasi per la volontà ce l'ho/avere voglia), / che io veda quest'amore di lontano / veracemente (veramente), in tale agio (con una tale confidenza) / così che la camera e il giardino (metafore bibliche per i gradi di avvicinamento [a Dio?]) / mi sembrasse (sempre il tipico verbo al singolare per due soggetti) sempre (totz temps) il palazzo (segue le metafore di prima, per indicare il palazzo/reggia come l'ultimo grado)”. “Chi mi chiama goloso (lechai) dice il vero / e desideroso dell'amore di lontano / perché nessun'altra gioia (congiungimento con l'amante) mi piace tanto / come il godimento dell'amore di lontano. / Ma ciò che io voglio mi è vietato (atahis), / che così (enaissì) il mio padrino mi destinò (fadet, ovvero “il mio padrino mi dette un fato”) / che io amassi e non fossi amato”. Congedo della canzone, in provenzale si chiama “tornada”: “Quel che voglio mi è vietato / sia maledetto il padrino / che mi destinò affinché non fossi amato”. “Farai un vers de dreit nien” è poesia parodica di Guglielmo:
se vien dalla piana o dal poggio; di falso non voglio far sfoggio, resto di sale. M’è triste che quando io sloggio resti tal quale. Feci i versi e non so, per cui li mando ora solo a colui che li manderà per altrui in quelle sale e mi darà de’ scrigni bui la chiave ovale. Poesia di Rudel “Non sap chantar qui so non di”. Da un manoscritto del pieno '300. “Non sa cantare chi non dice suono (so < son * < sonum ; cioè è ovvio, intende chi è muto) / né comporre una poesia chi non emette parola (idem) / né capisce di rima come si vada (come funzioni la poesia) / se non intende in sé la ragione (se non comprende appieno l'argomento). / Ma il mio canto comincia così: / quanto più l'ascolterete, più varrà”. “Nessun uomo si meravigli di me / se io amo ciò (so que < ecce+hoc ; intende la donna) che mai (anc) mi vedrà / perché il cuore gioia d'altro amore non ha / se non (mas) di quella che io ancora non ho visto, / né altrettanto (aitan) sorride (ri) per nessun'altra gioia / e non so quale bene me ne verrà”. “Colpo di gioia mi ferisce, che mi uccide / e una battaglia (ponha < pugna ) d'amore che mi sottrae / la carne, per cui (don < unde ) il corpo (cors < corpus ) dimagrirà; / e mai (anc) e poi mai mi ferì così gravemente (greu) / né per nessun altro colpo ho mai languito tanto / perché (quar < qua re ) non conviene non sia così (perché così dev'essere, meglio così che altrimenti)”. “Non mi sono mai addormentato così soavemente (suau) che / il mio spirito tosto (subito) non fosse là, / né mai provai tanta tristezza / che il mio cuore non fosse subito qui; / e quando mi sveglio al mattino / tutto il mio buon sapere (ambiguo, intende il piacere; sapere ha sostituito scire e cognoscere ) mi svanisce”. “Ben so che mai di lei non ho mai goduto (letteralmente non mi godei; attenzione etimo di jauzir da gaudere ) / né mai (ja cioè giammai) di me non godrà / né mi terrà per suo amante (amic) / né mi farà (attenzione il futuro romanzo: prima verbi servili, poi si sostituiscono con habere prima, poi habere al presente indicativo dopo il verbo all'infinito) promessa (conven) di sé. / Mai non mi ha detto il vero né mi ha mentito / né so se mai lo farà” “Buona (nel senso di valente) è la canzone, che mai non ha fallito (fallire nel senso non c'ho messo nulla di meno di quello che ci deve essere, per questo è bello) / e tutto ciò (so) che c'è ci sta bene; / e colui che da me l'apprenderà / si guardi di non farla a pezzi. / Perché se l'odono nel Quercy / don Bertrando e il conte di Tolosa,” “Buono è il canto, e vi faranno / qualcosa di cui si canterà.” “Boeci” è un rifacimento di De consolatione philosophiae di Severino Boezio dell'XI secolo composto a Saint Martial de Limoges, di cui Guglielmo è abate laico, ovvero amministratore, nonché ovviamente conte di Poitiers e duca d'Aquitania.
158 “Mentre Boezio giace (da iaceo iacere ) in pena carceraria / piange i suoi dolori e i suoi peccati minuti (fino al più piccolo, all'ultimo), / da una donzella ( dominicella ) fu là dentro (là da illac + inz da intus ) visitato. / È (.s) figlia del re, qui a gran poestatqui a gran poestat / ella è così (tanto) bella, che (> inde ) ne (es) risplende il palazzo; / la casa (> maso, casa fuori città) dove entra, dentro c'è grande luce / giammai ( iam ) è necessario ( opus est ) che il fuoco ci (i da ibi ) sia acceso; / l'uomo ci si può vedere per lo spazio di 40 città. / Qualora (.s non c'è, è riflessivo apparente) vuole si fa molto (asaz cioè assai) piccola / quando si alza ha toccato il cielo col capo / quando si drizza bene, ha bucato il cielo / e vede là dentro (cioè nel cielo) tutta la maestà (maestà divina). / 170 Bella è la dama, ha il volto tanto luminoso che / davanti al suo sguardo nessuno si può celare / neppure (eps da ipse rafforzativo) gli uomini che sono oltre il mare (non oltremare ma impossibilmente oltre l'orizzonte) / possono dentro di sé (e lor cors) desiderare (cobeetar) tanto / che lei perfettamente (de tot) non veda il loro pensare (cioè pensiero). / Chi si affida (si fia) a lei, non deve temere (doptar) la morte. / Bella è la dama, ma è lunga di molti giorni (cioè è molto antica). / Non si può nascondere nessuno davanti al suo sguardo. / Mai (hanc) si è visto nessuno, per quanti grandi possedimenti (onor, in medievale l'onore è il possedimento che il vassallo riceveva dal signore al momento dell'investitura) avesse, / se sbagliasse tanto del quale (dont) lei avesse da lamentarsi / 180 il suo corpo (di quello che ha sbagliato) e la sua anima ( anima sincope della postonica nelle proparossitone, ma anche per dissimilazione diventa *arma) mica per nulla guarirebbero (cioè la sua anima e il suo corpo non si salverebbero per nulla) / quando vuole, ne uccide il corpo / e poi mette l'anima all'inferno e la sprofonda, / ce la comanda in modo tale (ovvero comanda che ci stia in modo tale), che sempre la sbricioli (soggetto l'inferno). / Lei stessa tiene le chiavi del paradiso / quando vuole, là dentro accoglie i suoi amici.” “Molt jauzens, mi prenc en amar” di Guglielmo. “Molto gioioso, prendo ad amare / una gioia (ancora una volta non si nomina una donna, con joi che è né maschile né femminile) di cui più mi voglio compiacere / e poiché (pos) voglio tornare alla gioia / devo bene, se posso, andare al meglio / perché ora ne vado al meglio, fuori pensare (cujar da cogitare , cioè senza dubbio), / che si possa vedere o ascoltare. / Io, sapete, (so è soggetto neutro < ecce + hoc ) non mi devo vantare / né mi so riempire di grandi lodi / ma semmai nessuna (negus < nec + unus ) gioia poté fiorire / questa deve fruttificare (granar) sopra tutte / e splendere oltre le altre / così come il sole rischiara i giorni bruni (il buio/la notte). / Mai uno non poté modellare / un cuore nel volere e nel desiderio / nel pensiero e nel considerare; / una tale gioia non può trovare pari / e chi bene la vorrebbe lodare / non potrebbe arrivarci in un anno. Qualunque gioia le si deve inchinare / e tutti gli altri amori obbedire / a madonna, per il suo bel accogliere / e per il suo bel dolcetto (diminutivo significa dolcissimo) sguardo; / e uno deve durare di più di cento anni / se può impadronirsi della gioia del suo amore. / Per la sua gioia può il malato sanare / e per la sua tristezza il sano morire ( questa dama è la Sapienza vedi Boeci e Bibbia ) / e l'uomo saggio può impazzire / e il bello mutare la sua bellezza (perderla) / e il più cortese diventare villano / e il perfetto villano diventare cortese. / Siccome non se ne può trovare una più nobile / e non la può vedere occhio né dire bocca (topos dell'ineffabilità) / la voglio tenere per me (ops < opus indica l'utilità) / per rinfrescare (dare nuova vita) dentro il cuore / e per rinnovare la carne / che non possa invecchiare. /
Ora io ho la felicità perfetta e sono felicissimo (godo) / e restaurato nel mio valore (ho di nuovo raggiunto il valore che devo avere), / e non andrò mai altrove / né cercherò di conquistare nient'altri: / perché ora so bene con scienza (az escien, ovvero con certezza) / che è savio soltanto colui che attende, / e è folle colui che invece troppo si duole (ira nelle lingue romanze antiche stava per dolore). / A lungo sono stato nel dolore / e smarrito (qui nel senso di triste) per tutto il mio affare (ovvero la mia vita), / non è mai successo che mi addormentassi abbastanza profondamente / da non svegliarmi di paura. / Ma ora vedo e penso (< pesar) e sento / che ho passato quel tormento, / e non ci (hi) voglio tornare mai. / Molti me lo considerano un grande onore (considerano che ho avuto un grande onore) / tutti (tug) quelli a cui obbedii / perché sono tornato alla mia gioia; / e ne lodo lei Dio e loro, / perché ne ho adesso il loro gradimento e il loro presente (prezen, / E qualunque cosa io andassi dicendo / là rimango e là mi appago. / Siccome sono salito a qualcosa di più prezioso (sono salito di valore grazie al joi) / non darò retta (credere spesso significa dare retta) ai lusingatori (o anche maldicenti): / perché non fui mai così tanto allontanato da amore / di quanto ora non ne (·n “ne” in enclisi, sta per amore, ovvero grazie all'amore) sia sano e salvo. / Uomini più saggi di me si sbagliano: / perché io so bene senza dubbio / che mai l'amore puro non tradì nessuno (home). / Meglio sarebbe stato (fora vecchio condizionale passato) per me giacere vestito / che spogliato sotto una coperta: / e posso chiamarvi come testimone (auctor) / la notte quando io fui assalito. / Sempre ne avrò il mio cuore dolente / poiché così se ne andarono ridendo / che ancora ne sospiro e mi affanno. / Ma di una cosa sono in errore (non capisco, mi lascia perplesso) / e il mio cuore (io, la mia mente) ne rimane sbalordito: / che tutto quanto il fratello mi nega (desditz) / odo (aug < audeo ) concedere alla sorella. / E nessuno ha tanto senno / di quello che si può comunemente avere / che verso qualche parte non pieghi (cioè da qualche parte non sgarri). / (fratello = tutto quello che ha a che vedere con Dio/Cristo, sorella = carne e quindi anche amore carnale; insomma vuol dire che gli assalitori sono le tentazioni) Nel mese di aprile e di Pasqua / quando gli uccelli muovono i loro dolci gridi / allora voglio che il mio canto sia udito. / E imparatelo, cantori! / E sappiate tutti comunemente (cioè insieme) / che io mi ritengo ricchissimo (dittologia sinonimica, perché anche manen significa ricco), / perché mi sono scaricato un folle peso (fais in italiano sarebbe fascina; il folle peso intende il peccato). “Farai un vers, pos mi sonelh” di Guglielmo. “Farò un componimento, perché sonnecchio / e vado e sto fermo al sole. / Donne sconsigliate (pensano male) / e so dire quali: / quelle [?] prendono male (considerano male) l'amore dei cavalieri. / Donna non fa peccato mortale / che ama cavaliere leale; / ma, se ama un monaco o un chierico / non è ragione (non è giusto): / per diritto la si dovrebbe bruciare con un ceppo. / In Alvernia, al di là del Limosino / me ne andavo tutto solo da pellegrino: / trovai le mogli di messer Guarino / e di messer Bernardo; / mi salutarono con schiettezza in nome di san Leonardo. /
Una mi disse nel suo latino (nella sua lingua): / “Dio vi salvi, signor pellegrino; / mi sembrate decisamente di buona famiglia, / a quel che mi pare; / ma vediamo troppo spesso andare per il mondo gente folle. / Ora sentirete cosa ho risposto; / non le dissi né ba bé bu, / né ferro né legno io rammentai (non dissi una parola), / ma soltanto: / “Babariol, babariol, babarian.” (fa finta di non saper parlare). / Così disse madonna (n' = domina ) Agnese a madonna Ermesenda: / “Abbiamo trovato quello che andiamo cercando: / sorella, per amor di Dio ospitiamolo, / perché è muto / e mai attraverso di lui il nostro proposito non sarà risaputo”. / Una delle due mi prese sotto il suo mantello / e mi mise nella camera dentro il focolare: / sappiate che a me fu buono e bello (mi piacque molto) / e c'era un bel fuoco. / E io mi scaldai (calfei < calefacere ) volentieri ai bei tizzoni. / Da mangiare mi diedero i capponi / e sappiate che ne ebbi più di due, / e non c'era né cuoco né sguattero / ma solo noi tre; / e il pane era bianco (da nobili) e il vino buono e il pepe spesso (abbondante; anche le spezie sono un lusso). / “Sorella, se quest'uomo è ingegnoso (fa il furbo) / e tralascia di parlare per causa nostra (fa finta di essere muto) / noi portiamo il nostro gatto rosso / subito / che lo farà parlare di corsa, se ci mente anche di nulla (anche in minima parte)”. / La signora Agnese andò per il noioso (fastidioso): / era grande, e aveva lunghi baffi: / e io, quando lo vidi tra di noi, / mi spaventai, / che per poco non persi il valore e l'ardimento. / Quando avemmo bevuto e mangiato / e io per loro piacere (grat) mi spogliai; / dietro mi portarono il gatto / malvagio e traditore: / una lo tira dal costato (schiena) fino al tallone. / Per la coda all'improvviso / tira il gatto, e lui sbrana (graffia, letteralmente scoscende): / mi fecero più di cento piaghe / quella volta / ma io non mi sarei mosso (mogra) mai nemmeno se m'avessero ucciso. / Poi disse madonna Agnese alla signora Ermesenda: / “Muto è, si vede bene (letteralmente che ben è conoscente. / Sorella, prepariamoci al bagno / e al soggiorno (significava a stare fra i piaceri)”. / 41 giorni stetti in quella situazione. / Tante volte le fottei. / Centottantotto volte / che per poco non ruppi le mie briglie / e il mio armamento; / e non vi posso dire il disagio tanto grande fu quello che mi prese. / Monet (nome del giullare), tu andrai per me (m') all'alba, / la mia canzone porterai nella borsa / dritto dalla moglie di messer Guarino / e di messer Bernardo, / e dì loro che per amor mio ammazzino il gatto.” Vida di Guglielmo Scritta dopo il 1230, mescola qualche dettaglio reale alla esplicitazione di metafore e storielle raccontate nelle sue poesie.