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Introduzione alla Psicologia Sociale: Concetti Fondamentali e Teorie - Prof. Berlanda, Appunti di Psicologia Sociale

cognizione sociale, percezione sociale, il Sé, dissonanza cognitiva, autostima, atteggiamenti e comportamenti, il conformismo e l'obbedienza, i processi di gruppo, l'influenza nei gruppi sociali, appartenenza ad un gruppo, attrazione e relazioni interpersonali, comportamento prosociale, aggressività, il pregiudizio, la discriminazione

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 06/09/2021

ilaria-striato
ilaria-striato 🇮🇹

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Lezione 16 febbraio
Da aprile solo un giorno a settimana. 10 domande a scelta multipla (4 alternative) e due domande a risposta
aperta. 50 minuti. Forse esame a fine maggio in presenza.
Processi d’influenza: siamo influenzati da ciò che ci circonda, cambiamo il modo di comportarci in base al
contesto. Oltre al contesto fisico subiamo l’influenza anche delle persone, sia singoli individui che gruppi.
Ciò incide sul benessere psico-sociale.
Capitolo 1 la psicologia sociale
Una caratteristica: interpreta cose che viviamo quotidianamente. Collegamenti della psicologia sociale con
la comunicazione.
La psicologia sociale si focalizza sulle relazioni, definite dalla comunicazione con le persone. Essa si focalizza
anche sulle conseguenze che la comunicazione ha nel nostro comportamento. Il significato della
comunicazione sta nel risultato che otteniamo, non nelle intenzioni di chi comunica. Tutte le persone che
comunicano sono diverse, appartengono a contesi multipli e le relazioni che essi stabiliscono sono
condizionate dal contesto nel quale si verifica l’interazione.
Watzlawick: non si può non comunicare. L’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di
messaggio.
Capitolo 2 la cognizione sociale, come pensiamo al mondo sociale
Modalità con cui ognuno di noi elabora le informazioni che percepisce in contesti sociali, relazionali.
Dobbiamo sapere per poter prevedere cosa accadrà. Categorizzando tutto ciò che ci circonda e utilizzando
delle «scorciatoie» per comprendere tutte le informazioni che bombardano di continuo i nostri sensi…
Capitolo 3 la percezione sociale, come arriviamo a comprendere gli altri
Come interpretiamo le altre persone? Quanto conta la prima impressione? Ci sono elementi che attirano la
nostra attenzione? Essi pesano di più rispetto ad altre info, le cogliamo di più. Come siamo portati a
interpretare il comportamento delle altre persone? È possibile interpretare ciò che accade in modo
oggettivo? La realtà vera esiste? No, ognuno vede in modo diverso una situazione. Siamo condizionati da
tendenze sistematiche: bias. La percezione che abbiamo di qualsiasi oggetto, anche il più semplice, non si
basa su una conoscenza oggettiva, ma sul significato che noi attribuiamo all’oggetto in questione…
Noi interpretiamo la realtà attraverso le nostre credenze già esistenti.
Capitolo 4 il Sé, come arriviamo a comprendere noi stessi nel contesto sociale
Come si organizza e mantiene il concetto di sé? Ognuno ha un’idea del proprio sé, che è organizzata sulle
nostre esperienze, che è positivo. Facciamo più fatica a stare nelle situazioni in cui non siamo capaci di fare
qualcosa. Ognuno di noi ha dei limiti e dei punti di forza. Il nostro deriva dai gruppi sociali ai quali
apparteniamo. Entrare a far parte di un gruppo determina dei cambiamenti nel modo in cui vediamo noi
stessi, il che può avere delle conseguenze per l’autostima. Quando si entra a far parte di un gruppo
qualsiasi attribuzione positiva o negativa associata a quel gruppo si ripercuoterà sull’opinione che
l’individuo ha di se stesso.
Capitolo 5 la dissonanza cognitiva e il bisogno di proteggere la nostra autostima
Cosa siamo disposti a fare pur di riuscire a preservare un’immagine stabile di noi?
Capitolo 6 Gli atteggiamenti e il loro cambiamento: influenzare i pensieri e le emozioni
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Lezione 16 febbraio Da aprile solo un giorno a settimana. 10 domande a scelta multipla (4 alternative) e due domande a risposta aperta. 50 minuti. Forse esame a fine maggio in presenza. Processi d’influenza: siamo influenzati da ciò che ci circonda, cambiamo il modo di comportarci in base al contesto. Oltre al contesto fisico subiamo l’influenza anche delle persone, sia singoli individui che gruppi. Ciò incide sul benessere psico-sociale. Capitolo 1 la psicologia sociale Una caratteristica: interpreta cose che viviamo quotidianamente. Collegamenti della psicologia sociale con la comunicazione. La psicologia sociale si focalizza sulle relazioni, definite dalla comunicazione con le persone. Essa si focalizza anche sulle conseguenze che la comunicazione ha nel nostro comportamento. Il significato della comunicazione sta nel risultato che otteniamo, non nelle intenzioni di chi comunica. Tutte le persone che comunicano sono diverse, appartengono a contesi multipli e le relazioni che essi stabiliscono sono condizionate dal contesto nel quale si verifica l’interazione. Watzlawick: non si può non comunicare. L’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio. Capitolo 2 la cognizione sociale, come pensiamo al mondo sociale Modalità con cui ognuno di noi elabora le informazioni che percepisce in contesti sociali, relazionali. Dobbiamo sapere per poter prevedere cosa accadrà. Categorizzando tutto ciò che ci circonda e utilizzando delle «scorciatoie» per comprendere tutte le informazioni che bombardano di continuo i nostri sensi… Capitolo 3 la percezione sociale, come arriviamo a comprendere gli altri Come interpretiamo le altre persone? Quanto conta la prima impressione? Ci sono elementi che attirano la nostra attenzione? Essi pesano di più rispetto ad altre info, le cogliamo di più. Come siamo portati a interpretare il comportamento delle altre persone? È possibile interpretare ciò che accade in modo oggettivo? La realtà vera esiste? No, ognuno vede in modo diverso una situazione. Siamo condizionati da tendenze sistematiche: bias. La percezione che abbiamo di qualsiasi oggetto, anche il più semplice, non si basa su una conoscenza oggettiva, ma sul significato che noi attribuiamo all’oggetto in questione… Noi interpretiamo la realtà attraverso le nostre credenze già esistenti. Capitolo 4 il Sé, come arriviamo a comprendere noi stessi nel contesto sociale Come si organizza e mantiene il concetto di sé? Ognuno ha un’idea del proprio sé, che è organizzata sulle nostre esperienze, che è positivo. Facciamo più fatica a stare nelle situazioni in cui non siamo capaci di fare qualcosa. Ognuno di noi ha dei limiti e dei punti di forza. Il nostro sé deriva dai gruppi sociali ai quali apparteniamo. Entrare a far parte di un gruppo determina dei cambiamenti nel modo in cui vediamo noi stessi, il che può avere delle conseguenze per l’autostima. Quando si entra a far parte di un gruppo qualsiasi attribuzione positiva o negativa associata a quel gruppo si ripercuoterà sull’opinione che l’individuo ha di se stesso. Capitolo 5 la dissonanza cognitiva e il bisogno di proteggere la nostra autostima Cosa siamo disposti a fare pur di riuscire a preservare un’immagine stabile di noi? Capitolo 6 Gli atteggiamenti e il loro cambiamento: influenzare i pensieri e le emozioni

Il comportamento delle persone dipende dalle loro convinzioni? In realtà il legame tra comportamento e atteggiamento non era così scontato. Il comportamento deriva davvero dall’atteggiamento, dalla credenza di qualcosa? In parte. Vero che il comportamento deriva da un atteggiamento di partenza, ma in questo processo che porta da atteggiamento a comportamento ci sono molte variabili. È possibile cambiare il proprio atteggiamento? Sì. O perché ci facciamo persuadere da un messaggio esterno o da una discrepanza interna. Capitolo 7 il conformismo e l’obbedienza Perché cambiamo idee e modi di comportarci quando ci sono intorno altre persone? Due meccanismi: conformismo reazione a una norma sociale implicita e al fatto che ci adeguiamo a quella norma. Obbedienza: comportamento che è risposta a un ordine esplicito. Qualcuno ha un’autorità su di noi e noi ubbidiamo Capitolo 8 i processi di gruppo: l’influenza nei gruppi sociali Cos’è un gruppo? Perché abbiamo bisogno ad appartenere a gruppi? Capitolo 9 l’attrazione e le relazioni interpersonali dalla prima impressione al lungo termine. Perché una relazione finisce, cos’è l’attaccamento. Perché si preferisce instaurare relazioni con lacune persone e non con altre? Capitolo 10 IL COMPORTAMENTO PROSOCIALE: perché aiutare gli altri? Capitolo 11 L’AGGRESSIVITÀ: perché aggrediamo gli altri e come possiamo evitarlo Le persone suono buone o cattive? Dipende. Siamo tutti buoni o cattivi, dipende da chi racconta la favola. Capitolo 12 IL PREGIUDIZIO: cause, conseguenze e rimedi. Siamo portati ad interpretare in modo più favorevole e positivo i comportamenti dei membri del nostro in- group. Quando categorizzando gli altri utilizziamo delle «scorciatoie» … MA questo meccanismo porta alla formazione di stereotipi (prototipi, che servono per semplificare). Gli stereotipi sono immagini semplificate dei membri di un gruppo, che possono anche avere un fondo di verità, ma che portano ad attribuire caratteristiche identiche a tutti i membri del gruppo senza tener conto delle differenze «interne». Quando si realizza un ulteriore passaggio, quello cioè di attribuire a priori le caratteristiche stereotipiche (solitamente negative) di una categoria ad una persona sconosciuta basandosi soltanto sulla sua appartenenza categoriale, si parla di pregiudizio (Voci, 2003).

CAPITOLO 1 COS’È LA PSICOLOGIA SOCIALE

Scienza non esatta Nasce poco più di 100 anni fa Ad oggi molti dei processi affettivi e cognitivi, così come il perché dei comportamenti e delle azioni umane, rimangono un mistero, ma la psicologia sociale ha contribuito a svelare parti dell’enigma cercando di rispondere ad esempio alle seguenti domande:  Come i processi mentali (consapevoli e inconsapevoli) guidano i comportamenti?  Qual è l’influenza dei gruppi sugli atteggiamenti e sui comportamenti delle persone?  Perché le persone a volte litigano e altre volte si aiutano?

Questa mancanza di competenza specifica non sembra però preoccupare vostro cugino, che di fronte alle timide rimostranze di qualche altro parente si fa ancora più aggressivo e sostiene che l’opinione di tutti è deviata, legata alla disinformazione dei media. Questo è l’effetto Dunning-Kruger : meno si è competenti in una certa attività, più si tende a pensare di essere bravi. Ovvero: meno sappiamo di una data materia e più saremo convinti delle nostre opinioni (è vero anche il contrario, più conosciamo una materia e maggiore sarà la nostra consapevolezza dei limiti del nostro sapere). Più diventiamo competenti di una materia più siamo consapevoli che il nostro sapere è limitato. È un effetto paradossale che rende bene la distanza tra le credenze del senso comune (che nella loro contraddittorietà contendono in modo equivalente verità e falsità sul comportamento umano, senza possibilità di distinguere le une dalle altre) e lo studio scientifico.

IL METODO SCIENTIFICO

La psicologia sociale adotta il metodo scientifico, che si basa sull’analisi del comportamento sociale in modo sistematico. Ovviamente neppure la conoscenza scientifica è infallibile, come dimostra la storia della scienza… ma le conclusioni scientifiche sono più solide in quanto basate su metodi sistematici per la raccolta delle informazioni e sono costruite con la consapevolezza della possibilità dell’errore.

«Opera in vari domini relativi inclusi i pensieri, i sentimenti e le azioni dell’individuo relativi (dipendono dalla situazione in cui ci troviamo: luogo e momento) alle diverse forme d’influenza (consapevole e inconscia, esplicita e implicita). A causa della rilevanza di tale pertinenza, la psicologia sociale è implicata in un’ampia gamma di eventi che vanno dai giudizi intra-individuali alle decisioni e ai problemi nelle relazioni interpersonali, gruppali e alle dinamiche intergruppi fino a includere l’impatto culturale e interculturale» (Amerio, 2007, 17). PERCHÉ LA PSICOLOGIA SOCIALE È IMPORTANTE? Siamo persone in situazione, inserite in un contesto sociale e che si adattano al contesto sociale in cui si trovano. Come creature sociali noi rispondiamo al contesto in cui ci troviamo. Siamo persone in interazione (qui ed ora) e persone in relazione (connesse) con gli altri «nessuno vive da solo». Come già Aristotele aveva osservato, noi siamo animali sociali… Parliamo e pensiamo con parole che abbiamo imparato dagli altri, desideriamo essere in relazione con gli altri, appartenere a gruppi, essere giudicati bene dagli altri. Esempio: Nell’autunno del 1951 l’imbattuta squadra di football dell’università di Princeton giocò contro la squadra del Dartmouth College in una combattutissima partita. Gli psicologi Hastorf and Cantril notarono subito come il racconto della partita nei giornali delle due università fosse completamente diverso, sembrava che raccontassero due partite diverse! Perché? Perché i giornali erano di parte e nel raccontare la stessa partita la raccontavano in modo diverso.

Analizza l’individuo immerso nel contesto sociale alle prese con la raccolta, l’elaborazione e l’interpretazione di informazioni. Studia le strutture e i processi che permettono alle persone di pensare e dare un senso a se stesse, agli altri e alle situazioni sociali (Fiske e Taylor, 2013). È un termine molto ampio. Descrive le modalità con le quali le persone codificano ed elaborano (categorizzano), ricordano e utilizzano le informazioni nei contesti sociali (reali o immaginati) allo scopo di comprendere il comportamento proprio o altrui. È il modo in cui le persone pensano se stesse e il mondo sociale, si riferisce a come selezionano, interpretano, ricordano e utilizzano le informazioni sociali. Si focalizza su alcuni processi cognitivi come l’attenzione, la memoria, il ragionamento e l’inferenza, l’elaborazione di informazioni, la categorizzazione. Alcuni di questi processi sono deliberati, cognitivamente dispendiosi e soggetti al nostro controllo, altri sono automatici, rapidi e inconsapevoli; alcuni ci portano anche a fare gravi errori. Questo tipo di cognizione è sociale perché:

  • i processi analizzati indagano la percezione e l’elaborazione del giudizio in merito ad agenti sociali,
  • sono profondamente influenzati dal contesto sociale in cui avvengono,
  • forgiano il nostro comportamento nei confronti degli altri esseri umani. I nostri simili non sono stimoli come altri e i nostri processi mentali (quando trattiamo informazioni relative al mondo sociale) sono differenti da quelli che utilizziamo quando siamo di fronte a stimoli non sociali. Questo tipo di cognizione è un processo molto più complesso e incerto di quello sugli oggetti ed è influenzato da alcune motivazioni che non sono certo presenti nella percezione di stimoli non sociali (come favorire se stessi e il proprio gruppo di appartenenza). Ecco perché la cognizione sociale non si occupa esclusivamente di processi cognitivi ma anche di fattori motivazionali, di risposte emotive e comportamentali, oltre che della loro interazione. Cognizione sociale: È una risposta al desiderio di dare un senso al mondo, comprenderlo e poter prevedere che cosa accadrà. Secondo Kruglanski (1996) le persone sono dei tattici motivati (motivated tactitian). Nel cercare di comprendere ciò che accade gli individui agiscono in modo strategico decidendo di investire delle risorse cognitive e, in questo senso, possono decidere di essere economizzatori cognitivi oppure scienziati ingenui, in relazione a numerosi fattori. Elaborazione sistematica  pensiero controllato: Quando si riflette in modo deliberato su sé stessi e la situazione prima di prendere una decisione o formulare un giudizio. Scienziati ingenui. Elaborazione euristica  Pensiero automatico: Quando agiamo «senza pensare»: senza riflettere e senza pensare se le nostre valutazioni siano corrette. Economizzatori cognitivi. La strada si sceglie secondo 4 variabili: tempo, carico cognitivo, importanza, informazioni.

IL TATTICO MOTIVATO

L’utilizzo di «scorciatoie mentali» rende gli individui degli economizzatori cognitivi (cognitive miser), attenti a cercare di risparmiare le risorse cognitive (Fiske & Taylor, 1991) e pronti a cogliere qualunque occasione ci permetta di evitare di impegnarci nel processo di pensiero laborioso, proposto dai modelli di attribuzione (come farebbe invece uno scienziato ingenuo). Infatti, gli individui non sono sempre dei freddi, logici e razionali elaboratori d’informazioni; spesso si affidano alle «sensazioni viscerali» e all’«intuito» nell’esprimere un giudizio sugli altri… soprattutto quando hanno:

  • poco tempo
  • un carico cognitivo elevato (molti pensieri per la testa)
  • da prendere una decisione poco importante
  • poche informazioni a disposizione la maggior parte delle volte prendiamo la strada dell’elaborazione euristica.

PENSIERO AUTOMATICO

Pensiero che avviene in maniera non conscia, non intenzionale, involontaria e senza sforzo. Ci aiuta a comprendere situazioni nuove collegandole alle nostre esperienze precedenti.

  • Schemi
  • Euristiche

SCHEMI

Sono strutture mentali che organizzano la conoscenza del mondo sociale secondo temi o argomenti. Influenzano le informazioni che registriamo, su cui riflettiamo, e che successivamente ricordiamo (Bartlett 1932; Markus 1977). Ci aiutano ad organizzare le informazioni, dare senso al mondo e colmare le lacune delle nostre conoscenze. Comprendono anche impressioni e conoscenze già in nostro possesso. Possiamo dividere gli schemi sociali in quattro tipologie (Taylor e Crocker, 1981):

  • Schemi di persona
  • Schemi di sé
  • Schemi di ruolo
  • Schemi di eventi o script SCHEMI DI PERSONA Contengono le informazioni utilizzate per descrivere le persone in base a tratti legati all’individualità che li distinguono e che ne rendono significativo il comportamento.
  • Tratti di personalità, ad esempio: aggressivo, simpatico
  • Caratteristiche fisiche, ad esempio: alto, magro. Sono tipicamente richiamati quando dobbiamo descrivere ad un nostro interlocutore una terza persona che egli non conosce. SCHEMI DI SÉ Contengono criteri di categorizzazione e giudizio che la persona frequentemente utilizza per descriversi, per confrontarsi con gli altri, per ricordare la propria condotta del passato, per valutare le proprie prestazioni.

Es: Un incidente aereo riceve sempre una grande attenzione sui mass media ed ha un forte impatto emotivo nella mente delle persone. Il ricordo del disastro aereo è quindi più facile da ricordare rispetto alle statistiche sul numero degli incidenti stradali in un anno. La disponibilità in memoria dell'informazione (disastro aereo) influenza fortemente la stima delle probabilità. Ciò produce una distorsione nel processo cognitivo delle persone, le quali sono portate a stimare erroneamente più alta la probabilità di morte in aereo rispetto ad altri mezzi di trasporto (es. automobile) nonostante le probabilità oggettive degli eventi siano l'opposto rispetto alla comune percezione del rischio. Quale animale provoca più numero di vittime? La zanzara, trasmettono la malaria. L’EFFETTO DEL FALSO CONSENSO Si tratta della tendenza a generalizzare le proprie opinioni all’intera popolazione (Gross e Miller, 1997). È spiegato dall’euristica della disponibilità, infatti le nostre convinzioni personali sono facilmente richiamate alla memoria e rese disponibili quando ci viene chiesto di dire se gli altri sono d’accordo con noi. Es: Chi è disinvolto e socievole, tende a pensare che ci siano nel mondo molte più persone estroverse che timide. Chi preferisce il pesce alla carne tende a pensare che molti condividano la sua scelta. Chi sente spesso freddo (o caldo) tende a pensare che tale sensazione sia comune anche alle altre persone. Qualunque sia l’argomento in questione, tutti noi tendiamo a considerare i nostri gusti e i nostri comportamenti come caratteristiche relativamente diffuse e comuni. L’EURISTICA DELL’ANCORAGGIO Spesso avviene che si distingua fra euristica della disponibilità e un altro tipo di euristica, detta euristica dell’ancoraggio. L’ancoraggio è la tendenza a farsi condizionare dal valore di partenza (o àncora) quando si danno dei giudizi quantitativi (Wyer, 1976). I nostri giudizi sono influenzati in modo significativo dal punto in cui iniziamo le nostre riflessioni. Es: Nel periodo della Guerra Fredda, Plous (1989) condusse un’indagine nella quale poneva quasi lo stesso quesito… Ad un primo gruppo di partecipanti venne chiesto se pensavano che il rischio che si verificasse a breve una guerra atomica fosse maggiore dell’1% A un secondo gruppo venne chiesto se pensavano che questo rischio fosse inferiore al 90%. Coloro che erano stati invitati a riflettere su un rischio maggiore dell’1% stimarono il rischio verosimigliante intorno al 10%, gli individui del secondo gruppo invece stimarono le probabilità intorno al 25%.

L’EURISTICA PERFETTA

Si basa sulle categorie. Possono essere applicate a ogni aspetto della vita. La categorizzazione Qualunque sia lo stimolo con cui entriamo in contatto, noi lo inseriamo in una categoria. Ci permette:

  • di risparmiare tempo e risorse cognitive per altri compiti (economizzatori cognitivi), semplificando la realtà (se racchiudiamo stimoli simili dentro la medesima categoria possiamo trattarli tutti come se fossero un unico concetto, piuttosto che come molti oggetti distinti)
  • di chiarire e generare significato, tutto ciò che fa parte di quella categoria possiede tutte le caratteristiche associale con il prototipo di quella categoria (Turner et al., 1987)
  • di ridurre l’incertezza (Hogg, 2000) e rendere prevedibile il comportamento sociale (Heider, 1958), in quanto fornisce norme prescrittive

Es: forma quasi sferica, di colore rossiccio, di quasi sette centimetri di diametro, per poi assaggiarne un pezzo per decidere se ha un gusto piacevole. È molto più funzionale classificare l’oggetto come «mela» e addentarla. Il problema è la generalizzazione, perché non incontreremo mai due mele del tutto uguali nella nostra vita. È «il processo di comprensione di qualcosa sapendo a quali altre cose è equivalente e rispetto a quali altre cose è differente» (McGarty, 1999, p. 1). Le caratteristiche degli oggetti che percepiamo vengono confrontate con quelle dei concetti mentali e, in base all’esito di questo confronto, gli oggetti vendono categorizzati in classi. L’esito di questo processo è che stimoli tra loro diversi, ma che presentano delle caratteristiche in comune, vengono trattati come equivalenti. La categorizzazione consente di:

  • classificare gruppi di oggetti, eventi, opinioni, atteggiamenti, concetti o persone
  • etichettare alcuni gruppi di elementi affermando che sono tutti collegati gli uni agli altri, sono tutti legati e interconnessi La categorizzazione è un processo indispensabile ai fini della sopravvivenza. La categorizzazione è il processo attraverso cui suddividiamo gli stimoli in classi o categorie, sulla base di similarità percepite. La categorizzazione può produrre distorsioni cognitivo-percettive
  • a causa dell’assimilazione intracategoriale gli elementi inseriti in una categoria vengono percepiti ancora più simili tra loro di quanto non lo fossero prima di essere classificati
  • a causa della differenziazione intercategoriale due elementi inseriti in due categorie diverse saranno percepiti più diversi tra loro di quanto non lo fossero prima di essere categorizzati. A seconda della mia conoscenza si categorizza in modo diverso rispetto alle atre persone. Le somiglianze e le differenze tra gli stimoli:
  • sono contestuali
  • non corrispondono solo alle caratteristiche effettivamente possedute dagli oggetti, ma rispecchiano anche il modo in cui gli oggetti sono categorizzati Gli elementi vengono inseriti in una categoria sulla base del loro essere più o meno tipici (Labov, 1973). La tipicità è variabile, infatti gli elementi di una categoria possono essere fortemente tipici o fortemente atipici. Ciò che definisce la tipicità è il prototipo della categoria, ossia il membro più rappresentativo (Barsalou, 1991).

LA CATEGORIZZAZIONE SOCIALE

Le persone trascorrono una gran quantità di tempo a pensare agli altri. Infatti, un bersaglio privilegiato nella categorizzazione è costituito indubbiamente dalle persone, che vengono da noi automaticamente e inconsciamente inserite in gruppi e categorie sociali. Come si formano le nostre impressioni sugli altri? Ci formiamo delle impressioni sulle persone che incontriamo, che ci vengono descritte o che conosciamo attraverso i media. Esistono due dimensioni centrali della percezione sociale (Fiske et al., 2002):

in questo modo sono difficili da modificare, perché sono inusuali e distintive, segnalano un pericolo potenziale e possono anche avere valore come strumento di sopravvivenza.

L’INFERENZA SOCIALE

È il cuore della cognizione sociale. È il modo in cui elaboriamo informazioni sociali per formarci impressioni sulle persone ed esprimere giudizi al loro riguardo. Una costruzione chiave è la distinzione tra il processo:

  • Bottom-up, nel quale costruiamo le impressioni gradualmente a partire da singoli specifici dati
  • Top-down, nel quale traiamo inferenze da schemi o stereotipi generali Le nostre inferenze di solito sono meno accurate di quanto potrebbero essere e non molto scientifiche. Siamo preda di una gamma piuttosto ampia di tendenze sistematiche ed errori. Una tendenza sistematica ben conosciuta e difficile da evitare è la correlazione illusoria, ossia la convinzione che due variabili siano associate l’una con l’altra, quando in realtà non vi è un’associazione effettiva o se c’è, in realtà è molto labile (Hamilton e Gifford, 1976). Potremo ad esempio pensare che l’obesità e il basso livello di scolarizzazione siano due variabili collegate, per questo ogni volta che incontriamo una persona obesa inferiamo che abbia ricevuto una scarsa educazione. Il carattere illusorio è dato dalla tendenza a sopravvalutare il tasso di correlazione o persino a vedere una correlazione dove obiettivamente non ne esiste alcuna. La categorizzazione sociale La categorizzazione sociale ci permette di:
  • operare delle inferenze comportamentali. Se una persona viene classificata all’interno di un gruppo, allora ci attendiamo che si comporti in modo caratteristico di tutti gli individui appartenenti a quella categoria
  • avere una spiegazione dei comportamenti delle persone, ossia dotare di significato quello che una persona fa Principio di accentuazione: la categorizzazione accentua la percezione delle somiglianze all’interno dei gruppi (assimilazione intracategoriale) e delle differenze tra i gruppi (differenziazione intercategoriale) in merito ad aspetti che le persone credono correlati alla categorizzazione stessa. La tendenza a percepire i membri di un gruppo come tutti simili tra loro è più accentuata nel caso dell’outgroup che nel caso dell’ingroup. Omogeneità dell’outgroup: tendenza a percepire i membri di un outgroup come più omogenei (simili) tra loro, rispetto ai membri dell’ingroup (OHE; Jones, Wood & Quattrone, 1981). Gli altri ci sembrano più o meno tutti uguali e in particolare, gli altri lontani dalle nostre esperienze quotidiane. Abbiamo visto come le categorie siano definite da prototipi. I prototipi sono una rappresentazione del membro più tipico della categoria, ossia l’esempio più semplice che viene in mente o il più disponibile. Parlando di categorie sociali, possiamo definire i prototipi come stereotipi. Riassumendo Siamo dei tattici motivati: quando non ci comportiamo da scienziati ingenui diventiamo degli economizzatori cognitivi, i quali si servono di «scorciatoie» (le euristiche). Una delle euristiche più utilizzate è la categorizzazione e la categorizzazione sociale che utilizziamo per categorizzare le persone. Tramite

l’inferenza sociale ci formiamo delle impressioni rispetto alle persone, fin dal primo momento che le incontriamo, e a volte anche prima di incontrarle (stereotipi). Lezione 24 febbraio

CAPITOLO 3 LA PERCEZIONE SOCIALE come arriviamo a comprendere gli altri

La percezione del mondo sociale porta in causa due concetti:

  • la cognizione sociale: come pensiamo al mondo sociale?
  • L’attribuzione causale: come spieghiamo il mondo sociale? Per ripetere: la cognizione sociale analizza il modo in cui le persone pensano sé stesse e il mondo sociale, si riferisce a come selezionano, interpretano, ricordano e utilizzano le informazioni sociali. Descrive le modalità con le quali le persone codificano ed elaborano (categorizzano), ricordano e utilizzano le informazioni nei contesti sociali (reali o immaginati) allo scopo di comprendere il comportamento proprio o altrui. In questo agiamo come dei tattici motivati (Kruglanski, 1996):
  • quando ci comportiamo da scienziati ingenui (elaborazione sistematica delle informazioni – Pensiero controllato)
  • diventiamo degli economizzatori cognitivi (elaborazione euristica che prevede l’utilizzo di «scorciatoie» - Pensiero automatico mediante schemi ed euristiche). Tramite l’inferenza sociale ci formiamo delle impressioni rispetto alle persone, fin dal primo momento che le incontriamo, e a volte anche prima di incontrarle (stereotipi).

STEREOTIPI

Sono credenze esagerate sugli attributi personali associati ad un gruppo di individui -categoria- (Allport,

  1. Sono un insieme di associazioni fra un gruppo e un certo numero di caratteristiche descrittive (Gaertner & Dovidio, 1986). Sono immagini semplificate dei membri di un gruppo, che possono anche avere un fondo di verità, ma che portano ad attribuire caratteristiche identiche a tutti i membri del gruppo senza tener conto delle differenze «interne». Sono sovrageneralizzati… sono resistenti alle nuove informazioni… difficilmente cambiano… e vengono trasmessi tramite il linguaggio (socializzazione). È molto più facile confermare uno stereotipo, piuttosto che smentirlo, perché le informazioni che riceviamo e che confermano lo stereotipo vengono codificate in modo immediato, mentre le informazioni incoerenti richiedono uno sforzo cognitivo che ne rallenta l’acquisizione (Sherman et al., 1998). Questo spiega perché gli stereotipi hanno la capacità di autoalimentarsi in modo automatico. Alcune distorsioni sistematiche nel processo di inferenza sociale possono contribuire all’associazione fra un’etichetta categoriale (donna) e il contenuto dello stereotipo (più adatta ad allevare i figli). Le principali distorsioni sono:
  • Errore fondamentale di attribuzione
  • Correlazione illusoria

ERRORE FONDAMENTALE DI

ATTRIBUZIONE

Le aspettative che abbiamo nei confronti degli altri li portano a comportarsi come noi ci attendiamo (profezia che si autoavvera): supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata fa realizzare l’avvenimento presunto o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità. PROFEZIA CHE SI AUTOAVVERA Le aspettative che abbiamo nei confronti degli altri ci portano ad adattare il nostro comportamento sulla base di ciò che pensiamo. Ovvero, le aspettative si avverano, perché vi è una selezione di informazioni che confermano le idee e perché il soggetto mette in atto un atteggiamento particolare che incide sulla situazione. L’idea alla base è che un’opinione, pur essendo falsa, per il solo fatto di essere creduta vera porta il soggetto a comportarsi in un modo che fa avverare l’aspettativa. Da dove nasce? Robert Rosenthal (1974) propose a delle maestre di una scuola elementare di effettuare una serie di test preliminari all’inizio dell’anno scolastico agli studenti del primo anno. Consegnò quindi loro dei falsi risultati in cui assegnò causalmente metà studenti al gruppo X e metà al gruppo Y. Alle insegnanti fu detto che i bambini del primo gruppo erano più intelligenti e più diligenti nello studio, favorendo l’insorgere di specifiche aspettative nei loro confronti. Alla conclusione dell’anno scolastico le votazioni del gruppo X furono effettivamente migliori. La profezia, dunque, benché priva di alcuna ragione fondata, si era avverata. Le insegnanti avevano trasmesso agli studenti le loro aspettative agendo così inconsapevolmente sugli aspetti motivazionali dell’apprendimento. Le aspettative delle insegnanti si erano concretizzate in un diverso atteggiamento che è riuscito ad influenzare la quantità e la qualità degli apprendimenti degli studenti. Altro es: se crediamo che Amy sia una ragazza poco interessante, questo porterà a una profezia che si auto adempie per due ragioni: da una parte, quando Amy parlerà non la staremo a sentire e probabilmente non le faremo domande che potrebbero portare a risposte interessanti; dall’altra, Amy, almeno in nostra presenza, si vedrà come una persona noiosa e si sentirà a disagio, comportandosi di conseguenze. Il suo silenzio confermerà l’opinione che noi avevamo su di lei e che lei, basandosi sul nostro atteggiamento, si è creata di se stessa, chiudendo così il cerchio.

LA PERCEZIONE SOCIALE

Modo in cui creiamo impressioni e formuliamo giudizi riguardo agli altri. La percezione del mondo sociale prevede anche il tentativo di spiegare perché gli individui si comportino in un certo modo. Il desiderio di capire gli altri è talmente forte che si manifesta in ogni momento della nostra vita. Capire gli altri non è così semplice. Tutto ciò che abbiamo a disposizione per fare una valutazione è il comportamento osservabile. La sfida ovviamente sta nel fatto che le motivazioni del comportamento altrui spesso ci vengono nascoste.

COS’È L’ATTRIBUZIONE CAUSALE

L'attribuzione causale, secondo Heider (1958), è un bisogno fondamentale dell’individuo poiché conferisce significato al mondo, lo rende comprensibile, definibile e prevedibile, riducendo l’incertezza. L’attribuzione causale è il processo attraverso il quale gli individui tendono a spiegare le cause degli eventi e dei

comportamenti umani. L’attribuzione causale è finalizzata alla comprensione della connessione esistente tra una certa azione, un certo comportamento e le sue condizioni soggiacenti (Heider, 1958). È ciò che facciamo quando cerchiamo spiegazioni per il comportamento nostro e degli altri, indicandone le cause. PERCHÉ L’ATTRIBUZIONE CAUSALE Secondo Heider (1958) gli individui sono motivati da due bisogni primari: a) coerenza e stabilità b) controllo e prevedibilità dell’ambiente

TEORIA DELL’ATTRIBUZIONE

Teoria che spiega come gli esseri umani individuino le cause del comportamento proprio e altrui. Esistono diversi modelli e spiegazioni che esaminano il bisogno di attribuire a certe cause determinati effetti (comportamenti ed eventi osservabili) e di costruire una rappresentazione stabile in cui le cose abbiano un significato. I TIPI DI ATTRIBUZIONE INTERNA/ESTERNA Un’attribuzione interna (personale-disposizionale) è una spiegazione che individua una causa interna all’individuo (es. umore, capacità, attitudini e sforzo). Un’attribuzione esterna (situazionale) è una spiegazione che individua una causa che non riguarda la persona (es. azioni altrui, la situazione, le pressioni sociali o il caso). STABILE/INSTABILE La stabilità si riferisce al grado in cui le cause sono relativamente stabili e permanenti (ad es. le capacità) rispetto a condizioni temporanee e transitorie (stato di ebbrezza). CONTROLLABILE/INCONTROLLABILE La controllabilità riferisce in quale misura le cause possono essere influenzate dagli attori (es. lo sforzo) oppure essere imprevedibili (es. il caso). I MODELLI DI ATTRIBUZIONE Gli esseri umani tendono per natura ad attribuire cause agli eventi che li circondano e a stabilire connessioni causa-effetto, anche quando le informazioni a disposizione sono scarse. In che modo giungono a tali conclusioni? Quali processi di pensiero sono coinvolti? Ci occuperemo dei due modelli principali del processo di attribuzione.

  • La teoria dell’inferenza corrispondente
  • Il modello della covariazione

LA TEORIA DELL’INFERENZA CORRISPONDENTE

Secondo Jones e Davis (1965) l’uomo tende a rintracciare le cause del comportamento nelle caratteristiche di personalità, ossia cerca di risalire dall’azione realizzata da un attore a una sua caratteristica stabile della

Consenso: È la variabile che si riferisce al soggetto, indica la varianza tra i soggetti, ossia gli individui che compiono un'azione. L'informazione sul consenso informa quindi in quale misura altre persone si comportano allo stesso modo davanti a quel determinato stimolo. Coerenza o costanza: È la variabile che si riferisce al tempo, indica la varianza dell'evento in circostanze e momenti diversi. L'informazione sulla costanza informa quindi in quale misura la persona agente agisce in un determinato modo in diverse situazioni nel tempo. Distintività o differenziazione: È la variabile che si riferisce all'oggetto dell'azione, indica la varianza tra quell'evento ed altri simili. L'informazione sulla differenziazione informa quindi in quale misura la persona agente si comporta allo stesso modo nei confronti di altri stimoli simili.

GLI ERRORI DI ATTRIBUZIONE

Gli errori di attribuzione descrivono la tendenza a compiere, in contesti particolari, un tipo di attribuzione interna o esterna, invece di un’altra. Le attribuzioni compiute in questo modo non sono necessariamente errate, ma sono fatte in modo più veloce e meno scrupoloso rispetto agli elaborati processi descritti nei modelli presentati precedentemente.  l’errore fondamentale di attribuzione  l’effetto attore-osservatore  l’effetto self-serving L’effetto attore-osservatore: è la tendenza ad attribuire il comportamento altrui a cause interne e il nostro a cause esterne (Jones e Nisbett, 1972). L’effetto self-serving: secondo Olson e Ross (1988) l’attribuzione dei successi a cause interne e quella dei fallimenti a cause esterne rafforza il sentimento del nostro valore personale. Attribuzione a favore del sé: Per quanto possa sembrare paradossale una particolare tendenza a vantaggio del sé, può portarci a mettere in atto una strategia autolesiva (Jones & Berglas, 1978). Chi adotta la strategia autolesiva è alla ricerca di impedimenti, esagera gli svantaggi per ridurre la responsabilità personale nel caso di una prestazione mediocre. Le persone usano questa tendenza quando prevedono di fallire (nel lavoro, nello sport o persino in ambito terapeutico). Supponiamo che l’esame di psicologia sociale e dei gruppi sia per voi molto difficile da superare e che siate certi di fallire (non sarà di certo così, ma supponiamo…) La strategia autolesiva vi porterebbe a far sapere a tutti che non avete ripassato, che non siete per niente interessati a questa materia e che per di più la sera prima dell’esame vi siete ubriacati… Questa strategia permette di attribuire l’insuccesso all’esame a fattori esterni e non ad una vostra difficoltà nello studio.

Attribuzioni intergruppo Nello stesso modo in cui siamo talvolta spinti a compiere attribuzioni a vantaggio del sé, possiamo compiere attribuzioni a vantaggio di un gruppo. Tendiamo ad attribuire i successi del gruppo di cui siamo parte a fattori interni e i successi di un altro gruppo a fattori esterni (Hewstone, 1990). Le spiegazioni incentrate sul gruppo sono definite attribuzioni intergruppo (Hewstone e Jaspars, 1982).

CAPITOLO 4 IL SÉ: COME ARRIVIAMO A COMPRENDERE NOI STESSI NEL CONTESTO SOCIALE

Chi sono io? Il concetto di Sé è la risposta a questa domanda. Possiamo rispondere a questa domanda grazie al pensiero riflessivo, caratteristica che ci distingue dagli animali e ci consente di riflettere: su chi siamo, su come ci percepiscono gli altri e su come continuamente ci definiamo. Il concetto di Sé è un concetto piuttosto difficile da definire. Il Sé è l’insieme dei pensieri e dei sentimenti che definiscono ciò che ciascuno di noi ritiene di essere. Il Sé è l’insieme delle credenze che le persone hanno riguardo i propri attributi personali. Il Sé è una parte fondamentale di ogni essere umano e riflette la consapevolezza che ciascuno ha della propria identità. Siamo tutti consapevoli dei differenti aspetti del nostro Sé in momenti o in circostanze diverse e nei vari contesti sociali. Una delle caratteristiche essenziali del Sé consiste infatti nel venir sperimentato ed espresso in forme estremamente variabili e socialmente contestualizzate. Il Sé non è una singola entità indifferenziata, ma un repertorio di identità relativamente separate e spesso piuttosto diversificate. Se è vero che possiamo avere una molteplicità di Sé relativamente distinti, tuttavia è anche vero che un nostro obiettivo è quello di trovare e conservare un’immagine ragionevolmente integrata di chi siamo.

IL SÉ

Il Sé comprende una parte di «io» (singolo individuo) e una parte di «noi» (appartenenza ad un gruppo). ORGANIZZAZIONE DELLA CONOSCENZA DI SÉ La conoscenza di Sé è costruita in modo molto simile e attraverso molti degli stessi processi con cui costruiamo le rappresentazioni delle altre persone. Lo schema di sé riassume le nostre attese riguardo ai nostri pensieri, sentimenti e comportamenti in una determinata situazione. Ogni schema di sé è costituito dal modo di percepire sé stessi (ad esempio timido) e contiene l’esperienza che abbiamo riguardo a quella dimensione. Alcuni schemi di Sé sono particolarmente importanti, mentre altri lo sono meno, o sono addirittura irrilevanti. Il concetto di sé di ognuno di noi è complesso e risulta costituito da una serie di schemi di sé separati. Le persone che hanno sviluppato uno schema di sé su una certa dimensione (ad es., Indipendenza) useranno in misura maggiore aggettivi relativi a quella dimensione (ad es., indipendente, individualista) per descrivere sé stessi, rispetto alle persone che non hanno uno schema di sé relativo a quella dimensione (aschematici).