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Appunti soc.devianza, Appunti di Sociologia della devianza

appunti di sociologia della devianza per corso di laurea in Sociologia

Tipologia: Appunti

2015/2016

Caricato il 09/06/2016

francescafrignani
francescafrignani 🇮🇹

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Se non c’è reazione e relazione sociale non c’è devianza. La devianza è la violazione di norme
giuridiche e sociali e si costruisce nell’interazione: dietro a ogni pazzo c’è un villaggio, ovvero,
dietro a ogni pazzo c’è un villaggio che lo definisce tale.
Devianza primaria e devianza secondaria: nel passaggio dall’una all’altra il giudizio negativo passa
dalle azioni devianti all’etichettamento della persona deviante perché avviene uno stigma
(processo di stigmatizzazione) ovvero un processo sociale attraverso il quale si connota
negativamente chi rivela segni di una differenza rispetto alla norma. Il risultato è l’esclusione
dell’individuo stigmatizzato dalla piena accettazione sociale. Lo stigma rimane attaccato al
soggetto e l’identità di quella persona si riduce a quella singola azione deviante, lo stigma è un
segno attorno al quale costruiamo un’identità. La devianza non è un attributo come dice Folkner.
L’etichetta deviante pur essendo stigmatizzante è volubile e instabile perché le aspettative si
possono adattare nel tempo, se a un’etichetta deviante si aggiunge un’etichetta giuridica, il diritto
elimina la volubilità e la possibilità di far cambiare idea. La stigmatizzazione che il diritto produce è
molto più solida della stigmatizzazione operata dalla reazione sociale.
Le etichette stigmatizzanti di cui sono portatori loro malgrado i detenuti (“criminali”, “delinquenti”) e
che sono spesso riconducibili ai reati per i quali sono stati incarcerati (“mafiosi”, “assassini”,
“spacciatori”, “stupratori”, “pedofili” etc..) rappresentano delle “lenti” attraverso le quali il personale
di polizia penitenziaria tende a guardare alla popolazione detenuta.
Queste etichette costituiscono dei tasselli molto importanti nella costruzione (o meglio nella ri-
costruzione) dell’identità del detenuto all’interno del carcere contribuendo, così, ad amplificare la
rappresentazione negativa e stigmatizzante dell’individuo incarcerato.
Goffman individua diversi tipi di stigma: appartenenza a un’etnia, malformazione fisica, religione,
condanna penale, disoccupazione, uso abituale di stupefacenti…
Tutti noi mettiamo in atto comportamenti devianti e tutti potremmo essere etichettati in modo
deviante, tuttavia non è così; ci sono segreti che ci permettono di nascondere la nostra faccia
deviante (Goffman) legami fiduciari.
La consacrazione e sacralizzazione dello stigma avviene nell’istituzione totale ovvero il luogo di
residenza e di lavoro di gruppi di persone che tagliate fuori dalla società per un periodo di tempo, si
trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e
fortemente amministrato (Asylums di Goffman). Queste istituzioni a cui Goffman si riferisce non
sono solo le carceri ma anche gli ospedali psichiatrici, i collegi e le caserme.
Principali caratteristiche delle istituzioni totali: ciò che caratterizza le istituzioni totali è che le
persone vivono, dormono e si lavano nello stesso luogo, ci sono molte persone che vivono insieme
e che trascurano una parte della loro vita. Tutti gli aspetti della vita si svolgono nello stesso luogo
e sotto la stessa unica autorità; ogni fase delle attività giornaliere si svolge a stretto contatto di un
enorme gruppo di persone, trattate tutte allo stesso modo e obbligate a fare le medesime cose; le
diverse fasi delle attività giornaliere sono rigorosamente predefinite secondo un piano posto
dall’alto da un sistema di regole formali esplicite e da un corpo di addetti alla loro esecuzione; le
varie attività obbligatorie sono organizzate secondo un unico piano razionale designato al fine di
adempiere allo scopo ufficiale dell’istituzione; le varie attività obbligatorie vengono organizzate
secondo un piano razionale il cui obiettivo è la riabilitazione degli individui. Attraverso lo stigma
ricostruiamo le aspettative nei confronti dei soggetti detenuti, questo processo di stigmatizzazione
produce l’esclusione dell’individuo dalla piena accettazione sociale. L’individuo attraverso il
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Se non c’è reazione e relazione sociale non c’è devianza. La devianza è la violazione di norme giuridiche e sociali e si costruisce nell’interazione: dietro a ogni pazzo c’è un villaggio, ovvero, dietro a ogni pazzo c’è un villaggio che lo definisce tale.

Devianza primaria e devianza secondaria: nel passaggio dall’una all’altra il giudizio negativo passa dalle azioni devianti all’etichettamento della persona deviante perché avviene uno stigma (processo di stigmatizzazione) ovvero un processo sociale attraverso il quale si connota negativamente chi rivela segni di una differenza rispetto alla norma. Il risultato è l’esclusione dell’individuo stigmatizzato dalla piena accettazione sociale. Lo stigma rimane attaccato al soggetto e l’identità di quella persona si riduce a quella singola azione deviante, lo stigma è un segno attorno al quale costruiamo un’identità. La devianza non è un attributo come dice Folkner.

L’etichetta deviante pur essendo stigmatizzante è volubile e instabile perché le aspettative si possono adattare nel tempo, se a un’etichetta deviante si aggiunge un’etichetta giuridica, il diritto elimina la volubilità e la possibilità di far cambiare idea. La stigmatizzazione che il diritto produce è molto più solida della stigmatizzazione operata dalla reazione sociale.

Le etichette stigmatizzanti di cui sono portatori loro malgrado i detenuti (“criminali”, “delinquenti”) e che sono spesso riconducibili ai reati per i quali sono stati incarcerati (“mafiosi”, “assassini”, “spacciatori”, “stupratori”, “pedofili” etc..) rappresentano delle “lenti” attraverso le quali il personale di polizia penitenziaria tende a guardare alla popolazione detenuta.

Queste etichette costituiscono dei tasselli molto importanti nella costruzione (o meglio nella ri- costruzione) dell’identità del detenuto all’interno del carcere contribuendo, così, ad amplificare la rappresentazione negativa e stigmatizzante dell’individuo incarcerato.

Goffman individua diversi tipi di stigma: appartenenza a un’etnia, malformazione fisica, religione, condanna penale, disoccupazione, uso abituale di stupefacenti…

Tutti noi mettiamo in atto comportamenti devianti e tutti potremmo essere etichettati in modo deviante, tuttavia non è così; ci sono segreti che ci permettono di nascondere la nostra faccia deviante (Goffman) legami fiduciari.

La consacrazione e sacralizzazione dello stigma avviene nell’istituzione totale ovvero il luogo di residenza e di lavoro di gruppi di persone che tagliate fuori dalla società per un periodo di tempo, si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e fortemente amministrato (Asylums di Goffman). Queste istituzioni a cui Goffman si riferisce non sono solo le carceri ma anche gli ospedali psichiatrici, i collegi e le caserme.

Principali caratteristiche delle istituzioni totali: ciò che caratterizza le istituzioni totali è che le persone vivono, dormono e si lavano nello stesso luogo, ci sono molte persone che vivono insieme e che trascurano una parte della loro vita. Tutti gli aspetti della vita si svolgono nello stesso luogo e sotto la stessa unica autorità; ogni fase delle attività giornaliere si svolge a stretto contatto di un enorme gruppo di persone, trattate tutte allo stesso modo e obbligate a fare le medesime cose; le diverse fasi delle attività giornaliere sono rigorosamente predefinite secondo un piano posto dall’alto da un sistema di regole formali esplicite e da un corpo di addetti alla loro esecuzione; le varie attività obbligatorie sono organizzate secondo un unico piano razionale designato al fine di adempiere allo scopo ufficiale dell’istituzione; le varie attività obbligatorie vengono organizzate secondo un piano razionale il cui obiettivo è la riabilitazione degli individui. Attraverso lo stigma ricostruiamo le aspettative nei confronti dei soggetti detenuti, questo processo di stigmatizzazione produce l’esclusione dell’individuo dalla piena accettazione sociale. L’individuo attraverso il

processo di stigmatizzazione subisce una discriminazione che riduce la possibilità di avere una vita normale, gli effetto di questo processo ricordano il passato, presente e futuro dell’individuo.

Prospettive della devianza:

-La devianza è una deviazione dalla media dei comportamenti dice Becker.

-Devianza come corpo sano o corpo malato all’interno di una società, ovvero se i corpi sono funzionali alla stabilità di una società o disfunzionali.

-Devianza come mancanza di rispetto delle norme (Becker).

Becker sostiene che la devianza è creata dalla società; la devianza non è una qualità dell’atto, ma una conseguenza dell’applicazione di un’etichetta, il deviante è una persona alla quale l’etichetta è stata applicata con successo. Le persone definite devianti condividono l’etichetta e l’esperienza di essere etichettati in un determinato modo.

♦ Cap.1 (Soc. della devianza e della criminalità)

La teoria dell’anomia è la base da cui partono gli studi sulla devianza.

Anomia e ordine sociale: la riproduzione di ordine sociale è la riproduzione dell’ordine esistente. L’anomia per Durkheim è mancanza di norme e di orientamento.

Secondo Durkheim l’anomia è un problema che riguarda l’ordine sociale e le società moderne e vuole capire le conseguenze dell’anomia e cosa comporta alla società. Durkheim mette in luce l’ambivalenza del concetto di devianza che per lui è espressione di anomia e di conflitto normativo: mutamento sociale (innovazione) o coesione sociale (conservazione). Criminalità e devianza sono considerati da Durkheim fonte di mutamento sociale; inoltre, la devianza può essere utile al mantenimento dell’ordine sociale perché promuove e rinforza l’appartenenza ad un gruppo che si schiera dalla parte della giustizia. Il criminale è un elemento costitutivo della vita sociale e la sua punizione più che essere destinata a se stesso è destinata alle persone oneste. Da quando è nato il carcere, quest’ultimo è sempre stata un’istituzione fallimentare.

Per Parsons la devianza è il risultato di un difetto di socializzazione, in particolare quella primaria (ad una socializzazione primaria difettosa per Parsons corrisponde un assetto disfunzionale incarnato dal soggetto).

Merton (prospettiva istituzionalista) capovolge la teoria di Parsons sostenendo che certe forme di devianza siano dovute ad un eccesso di socializzazione.

Teoria ecologica della Scuola di Chicago (1925): gli studiosi si occupavano delle trasformazioni sociali nel settore urbano mappando la città di Chicago evidenziando le caratteristiche sociologiche di quell’area. Questa teoria cerca di mettere in relazione la concentrazione urbana, lo sviluppo metropolitano e le forme di devianza con comportamenti sociali agli ambienti socioculturali.

Flussi migratori disorganizzazione sociale tassi elevati di devianza e delinquenza

Lo straniero in sociologia è una figura che ricorda la devianza perché la figura dello straniero mette in dubbio le persone e non ci si riesce a fidare. La figura dello straniero ha introdotto per la prima volta in sociologia il tema del pregiudizio, dell’inclusione e dell’esclusione e il tema della marginalità (esclusione sociale). Simmel fu il primo a studiare le questioni sociologiche dello straniero nel

  1. Park più tardi (1928) individua nel contesto delle grandi migrazioni a Chicago la figura del marginal man, ovvero un uomo che vive e condivide in modo intimo la vita culturale e le tradizioni

Le fonti per la conoscenza della criminalità sono le statistiche giudiziarie e criminali (denunce, condanne), inchieste di vittimizzazione, studi sull’autoconfessione e richieste sulla fear of crime.

♦ Cap.

Il carcere tra il 1700 e 1800 diventa la forma eccellente per la punizione.

Il carcere si presenta come la soluzione più adeguata per scontare la pena: rispondere al male con il male. Secondo Foucaul il carcere non ha mai funzionato, Foucault sostiene che la pena detentiva ha l’obiettivo di trasformare, riabilitare e rieducare per poter reinserire nella società uomini e donne detenuti; il carcere ha il compito di contenere, deve rendere incapaci le persone di fare altro male. Ogni carcere promuove un determinato ordine sociale.

Modelli di interpretazione di sviluppo del carcere:

  • prospettiva idealista sulla nascita del carcere, la detenzione è un’umanizzazione della pena
  • modello funzionalista

Secondo Toqueville il carcere moderno nasce dalla progressione nel giro di qualche decennio 1770-1800; e il sistema penitenziario nasce dall’idea che si possa trasformare l’individuo, cambiare la persona attraverso la tecnica penitenziaria.

All’interno del carcere il comportamento dei detenuti può modulare la pena, più ti trasformi, meno ti puniscono e prima potrai tornare in libertà.

Il Panopticon (tecnica penitenziaria) è il modello originario di carcere a livello architettonico ideato da Geremy Bentham; il panopticon è all’origine del sistema di videosorveglianza moderno, c’era una torretta centrale con bracci a stella tutt’intorno, dentro la torretta c’era il controllore che non era visibile dall’esterno e poteva controllare tutti i detenuti senza essere visto. L’idea del panopticon è quella dell’ottimizzazione della sorveglianza e del controllo, e comporta un autodisciplinamento indotto perché il controllore non è visibile e sembra che i detenuti siano sempre controllati e sorvegliati. L’idea iniziale di prigione era quella che la pena doveva essere riabilitativa e doveva insegnare la scuola, la religione e il lavoro.

La tecnica penitenziaria (panopticon) è una tecnologia della disciplina che passa attraverso l’assoggetamento del corpo dell’individuo. A un certo punto il castigo non è più uno spettacolo e una spettacolarizzazione della sofferenza. Lo spettacolo del castigo non era solo uccidere i condannati o condannarli a morte, ma anche le catene, le frustate, la gogna… queste pratiche scompaiono e lasciano spazio a pratiche punitive meno forti, più consone alla sensibilità che si sta sviluppando in quel periodo. Quello che scompare in questo periodo, esisteva sin dal Medioevo.

Foucault

1° elemento: scomparsa del castigo pubblico

Comincia a farsi strada l’idea che la pena fosse utile e proprio per questo mira al cambiamento del soggetto e deve essere un minimo in grado di assolvere; la pena deve essere il meno possibile per chi la subisce e il più grande possibile per chi la guarda.

2° elemento: nascita del potere disciplinare (1700-1800)

L’idea è quella di promuovere una massa disciplinata che porta allo sviluppo della nuova società.

Secondo Foucault il carcere non funziona, ciò che il carcere vuole fare è attuare una tecnica di disciplina, di controllo del corpo e della mente.

Beccaria e colleghi (teorici illuministi) avevano in mente il carcere come un addolcimento della pena.

Sono 2 le teorie della pena diverse a seconda delle modalità di riabilitazione dell’individuo:

  • i riformatori per Foucault vogliono riformare con una pena educativa e pedagogica le persone, una pena che trasmetta la bontà del patto sociale.
  • tecniche corporali di disciplina e ha l’obiettivo di rendere le persone disciplinate e obbedienti. L’obbligo quotidiano deve abituare le persone alla funzionalità rispetto al sistema.
    • Processo di disculturazione di Goffman: rende particolarmente problematico il recupero di competenze e il reiserimento nella società dopo pene abbastanza lunghe; anche se alcuni ruoli possono essere costruiti dall’internato, nel caso di permanenza lunga si assiste a processi di disculturazione. Il processo di disculturazzione è una mancanza di ‘allenamento’ che lo rende incapace di maneggiare alcune situazioni tipiche della vita quotidiana del mondo esterno.

Cultura penitenziaria e dei detenuti: prigionizzazione e codice del detenuto

  • Processo di prigionizzazione: è l’assunzione in grado maggiore o minore del folklore, dei modi di vita, dei costumi e della cultura generale del penitenziario ovvero la cultura della comunità dei detenuti.
  • Processo di assimilazione: Lento e graduale processo durante il quale una persona impara abbastanza elementi della cultura dell’unità sociale in cui si trova da caratterizzarsi per essa. Il primo imperativo dell’istituzione è quello di distruggere e smussare l’identità dell’individuo e formarne una nuova.

Il codice del detenuto è una delle fondamentali forme di controllo sociale interno alla popolazione dei detenuti, esso ruota intorno alla contrapposizione tra detenuti e personale dell’istituzione. Questo codice secondo Sykes è un risposta difensiva alle sofferenze imposte dalle istituzioni perché l’istituzione totale degrada la persona, la subcultura della prigione consente al detenuto lo sviluppo di un status all’interno del nuovo sistema (Sykes). La carcerazione è la SOCIALIZZAZIONE al codice del detenuto (Clemmer).

♦ Ricerca di Simone Santorso: Fenomeno del sovraffollamento delle carceri.

Il carcere è il luogo della deprivazione per eccellenza; non c’è libertà, non c’è autonomia, non è possibile l’eterosessualità…

Il carcere è il riflesso di alcuni mutamenti sociali, alcuni dati a fine 2014 indicano un 35% di migranti, 23,8% di tossicodipendenti e un 23,26% di lavoranti.

Nel 2013 c’è stato un taglio del 6,5% sui costi del detenuto, diminuendo di quasi la metà il mantenimento del detenuto.

Per riuscire a sopravvivere al carcere, i detenuti mettono in campo strategie di adattamento che si sviluppano in vari livelli di resistenza: istituzionale, comunitario e individuale.

Punizioni e ricompense: ricerche recenti sottolineano come i detenuti possano essere motivati alla buona condotta con ricompense tipo permessi premio, riduzione della pena, ore di libertà extra…

Secondo Sykes l’uso della forza (che è un’opzione percorribile) è molto rischiosa e inefficiente come metodo di governare la prigione. La prigione dovrebbe garantire l’ordine sena l’uso della forza. La violenza nei confronti dei detenuti avviene in luoghi isolati e in assenza di altri detenuti in modo che non ci siano testimoni e che gl’altri detenuti non facciano una rivolta.

♦ Ricerca di Alessandro Maculan: Lavorare all’interno delle mura del carcere.

Le relazioni tra agenti e detenuti possono essere buone relazioni (basate sul rispetto, sulla comunicazione e sull’empatia ed equità) o cattive relazioni (basate sull’indifferenza, minacce, abusi, violenza e corruzione).

Le cattive relazioni la violenza.

  • La violenza spontanea e non provocata. Si tratta di quella forma di violenza che spaventa maggiormente gli agenti, poiché imprevedibile. Aggressioni del genere possono colpire chiunque e l’unico modo per fronteggiarle è quello di rimanere sempre all’erta.
  • La violenza calcolata e non provocata. Anche in questo caso la vittima può essere chiunque indossi un’uniforme e l’aggressione è mossa da detenuti che pianificano tale atto.
  • La violenza spontanea e provocata. Queste aggressioni rappresentano una reazione spontanea ad un determinato comportamento messo in atto da un agente e giudicato negativamente.
  • La violenza calcolata e provocata. Potenzialmente rappresenta la forma di aggressione più pericolosa poiché è frutto di un risentimento nei confronti di un determinato agente (o più di uno) nei confronti del quale viene pianificata una vendetta adeguata.

Uso della coercizione fisica all’interno del carcere da parte degli agenti nei confronti dei detenuti. Nel caso in cui le minacce verbali non funzionino esistono tre livelli di coercizione fisica non prevista dal regolamento:

  • "tune up": questo tipo di coercizione fisica viene utilizzato nel caso in cui un detenuto manchi di rispetto agli agenti (es. rifiutarsi di obbedire a degli ordini, avere un atteggiamento poco rispettoso nei confronti degli agenti ecc..). Raramente ha come conseguenze dei danni fisici seri nei detenuti. "Tune ups" consiste in umiliazioni verbali, calci, schiaffi etc.
  • "ass whippings": questo secondo livello di coercizione fisica è rivolto a coloro che non rispettano le regole sfidando l’autorità degli agenti, minacciando gli agenti o reagendo durante un “tune up”. In questo caso posso essere usate anche delle armi come per esempio bastoni o tirapugni. Nonostante l’utilizzo di tali armi i danni che riporteranno i detenuti non dovranno essere tali da richiedere la traduzione in ospedale o un trattamento medico particolare.
  • “severe beating”: non viene utilizzata frequentemente ed è rivolta a coloro che violano alcune regole “sacre”, per esempio attaccare un membro dello staff, incitare i detenuti a rivolte o a scioperi lavorativi, tentare la fuga. Può causare il ricovero in ospedale.

La cultura organizzativa della polizia penitenziaria prevede di andare sempre in aiuto di un collega in pericolo, non portare all’interno del carcere alcun tipo di droga da dare ai detenuti, non fare la spia, non far fare brutta figura ad un collega di fronte ai detenuti, stare sempre dalla parte del proprio collega in caso di controversia con un detenuto, Appoggiare sempre le sanzioni che i colleghi erogano ai detenuti, non essere troppo empatici o non identificarsi con i detenuti,

mantenere una forte solidarietà tra gli agenti contro qualsiasi gruppo esterno, dimostrare disponibilità ed interesse nei confronti dei propri colleghi. Il bisogno e la richiesta di solidarietà tra agenti è la conseguenza di un forte senso di isolamento percepito dal personale di polizia penitenziaria, dal quale deriva una grande necessità di sentirsi uniti come gruppo e di poter contare gli uni sugli altri sia durante il proprio lavoro quotidiano (soprattutto nei rapporti più o meno conflittuali con i detenuti) sia a fronte di possibili attacchi provenienti dall’esterno (come per esempio l’amministrazione dell’istituto, dai mass media, dall’opinione pubblica etc..).

Lo humour funge da meccanismo di difesa per far fronte allo stress emotivo provato molto spesso dagli agenti e rappresenta un modo per far (ri-)salire il morale dei propri colleghi.

Il machismo , assieme all’enfasi sulla forza fisica e sul coraggio, rappresenta una dimensione caratteristica della cultura personale di polizia penitenziaria.

La polizia penitenziaria: all’interno delle carceri si focalizzino principalmente su questioni legate alla sicurezza ed al mantenimento dell’ordine all’interno del carcere. In particolar modo i prison officers “sono formati per essere sospettosi, per essere continuamente pronti a far fronte a qualsiasi potenziale problema”. Per il prison officer l’abilità di saper leggere le persone e la situazione è cruciale, vengono così istruiti per osservare i detenuti costantemente e con grande attenzione e viene insegnato loro a non dargli fiducia. Ogni agente deve saper parlare e comunicare con i detenuti, deve essere in grado di assisterli e di guidarli. Quello del prison officer, insomma, è un lavoro che richiede molte risorse personali e diverse abilità, e che spesso risulta difficile da compiere a causa della difficoltà di far coesistere le funzioni di custody e di care, cioè di controllo per il mantenimento dell’ordine da un lato, e di aiuto e trattamento dall’altro. Essere prison officer non significa indossare semplicemente una divisa, si tratta piuttosto di imparare ad indossarla e quindi acquisire una determinata personalità lavorativa che diventa un preciso modo di essere.

Differenti stili lavorativi dei prison officer:

  • The professional: ha un atteggiamento aperto verso i detenuti e per nulla sulla difensiva, predilige un approccio di cooperazione e rispetto attraverso la comunicazione. E’ disposto ad usare il potere coercitivo solo come ultima istanza.
  • The reciprocator: vuole aiutare i detenuti e risolvere i loro problemi attraverso delle strategie lavorative assistenziali. Preferisce non utilizzare il potere coercitivo né tantomeno la forza, neppure se giustificata.
  • The enforcer: esegue il suo lavoro seguendo in maniera rigida il manuale e dimostra poca empatia verso i detenuti i quali vengono visti con sospetto. Utilizza spesso le minacce e la coercizione sia fisica che verbale.
  • The avoider: minimizza i contatti con i detenuti e non ritiene gli aspetti relazionali del suo lavoro parte delle sue mansioni. Spesso evitata il confronto e tende ad incolpare gli altri.

Uso della coercizione fisica all’interno del carcere da parte degli agenti nei confronti dei detenuti:

  • La coercizione fisica mantiene il controllo e l’ordine all’interno del carcere.
  • La coercizione fisica mantiene la deferenza nei confronti degli agenti.
  • La coercizione fisica come viatico per una mobilità lavorativa verso l’alto.
  • La coercizione fisica costruisce solidarietà tra gli agenti.