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appunti su Emilio Lussu, Appunti di Letteratura Italiana

appunti lezione su Emilio Lussu

Tipologia: Appunti

2014/2015

Caricato il 27/06/2023

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Osservatorio Bibliografico della Letteratura

Italiana Otto-novecentesca

Anno VII, numero 28

Inverno 2017

Indice

  • Editoriale p.
  • All’attenzione p.
  • Saggi e rassegne p.
  • Recensioni p.
  • Indice completo dei Saggi e delle Recensioni p.
Carlo Serafini
Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu

Nella breve premessa che Emilio Lussu antepone a Un anno sull’Altipiano nella prima edizione del 1937 viene detto che non esistono in Italia, né in Francia, Germania e Inghilterra, libri sulla guerra, affermazione che desta interesse, e sulla quale si tornerà, dal momento che Lussu alludeva al fatto che non esistevano libri come quello suo, appena scritto, e che anch’esso non sarebbe mai venuto alla luce senza «un periodo di riposo forzato». Un anno sull’Altipiano è divenuto poi negli anni una sorta di classico della letteratura sulla Grande guerra proprio per la sua originalità e il suo impianto e per la innegabile identità di opera letteraria, perché tale è a dispetto delle stesse indicazioni di Lussu, che ha sempre parlato del suo libro come di una raccolta di soli ricordi personali. Opera sulla Grande guerra che però, a differenza delle altre, ha il preciso scopo della dissacrazione del mito eroico della guerra, del rendere giustizia di una guerra che, combattuta eroicamente da tanti soldati «mandati al macello», era poi gestita in modo ridicolo e amorale dai comandanti dell’esercito, dai generali e dai vertici della politica italiana. Lussu è così coerente con se stesso, con il proprio intento sempre dichiarato di non voler essere scrittore di narrativa ma di impegno, di non voler fare romanzi ma politica, di voler essere sempre e comunque uomo d’azione. E in questo caso, visto anche il particolare periodo storico e politico che l’Italia stava vivendo (siamo nella seconda metà degli Anni Trenta quando Lussu scrisse il libro), anche uomo di denuncia. Uno studio sulla genesi e sulle varie fasi di stesura del libro è stata effettuata da Giovanni Falaschi,^1 lavoro al quale si fa riferimento in maniera particolare per l’attenta ricostruzione delle informazioni sul libro ricavabili da quel «piccolo coro a tre voci» che è l’epistolario di Lussu, Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini. Dalle lettere scambiate da Emilio Lussu con Carlo Rosselli si evince che il libro era già in cantiere prima del febbraio del 1936, poi interrotto per la stesura di Teoria dell’insurrezione , ripreso nel giugno dello stesso anno e in fase di chiusura nel febbraio del 1937, fase che si protrae fino al maggio successivo quando sembra che il libro sia definitivamente chiuso. La minuziosa ricostruzione di Falaschi mette in evidenza anche «un certo fastidio di Lussu per il libro che si è accinto a scrivere» e dietro il quale si celano l’intervento seduttivo di Gaetano Salvemini e le necessità economiche dello stesso Lussu: deve far fronte ai propri debiti, ma non esita a dichiarare che mai più si lascerà sedurre a scrivere cose in quel periodo estranee e aliene al suo spirito (lettera a Carlo Rosselli del 27 marzo 1937). Dalle lettere scambiate con Salvemini emergono diverse altre difficoltà e titubanze nella stesura del libro, reticenze personali soprattutto, ma resta comunque il fatto che Lussu non nega in nessun modo, come confermerà nella prefazione al libro nella ristampa del

(^1) G. FALASCHI, Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu , in Letteratura italiana , diretta da A. Asor Rosa, Le opere , Volume quarto, Il Novecento , II - La ricerca letteraria , Torino, Einaudi, 1996, pp.167 sgg.

malato, e in un clima che lasciava intravedere una seconda guerra futura. E cosa vuol dire che il libro non sarebbe mai venuto alla luce se non dopo un periodo di riposo forzato? Un anno sull’Altipiano è stato scritto circa 20 anni dopo la fine della guerra, quindi con una forte mediazione della memoria, anche se Lussu nella introduzione del 1937 dice di essersi spogliato «anche della mia esperienza successiva e ho rievocato la guerra così come noi l’abbiamo realmente vissuta, con le idee e i sentimenti di allora». Dice inoltre che l’unico suo intento è fornire una testimonianza italiana della grande guerra. Tuttavia, come visto, non trascura di sottolineare, anche forse con una punta di polemica, il fatto che libri sulla guerra non esistono né in Italia, come in Francia, in Germania e in Inghilterra. Nella dichiarazione relativa al suo essersi spogliato della memoria e di aver rivissuto gli episodi con i sentimenti di allora, sono evidenti due cose. La prima è l’impossibilità della veridicità di una dichiarazione del genere, dal momento che venti anni non passano mai invano, e che in questi anni Lussu aveva svolto una grandissima attività politica e fondato il Partito sardo d’Azione, era stato deputato nel 1921 e nel 1924 ed era stato poi tra i fondatori di Giustizia e Libertà. È evidente poi – seconda cosa – l’intento di Lussu di fornire una chiave di lettura sul proprio libro che non sia quella del romanzo, suscettibile di numerose interpretazioni anche e soprattutto in chiave politica. Allo stesso modo, l’allusione al riposo forzato va letta come volontà di giustificare un’opera che evidentemente creava in lui qualche difficoltà di approccio se non proprio disagio. Nella premessa del 1960 dirà invece delle insistenze di Salvemini e sul ruolo giocato da quest’ultimo sulla stesura del libro, ruolo determinante a detta di Lussu che dichiara senza mezzi termini che senza le insistenze di Salvemini il libro non sarebbe mai stato scritto. Allora è lecito chiedersi il perché di questo approccio al libro, il perché di tante titubanze e difficoltà nella nascita di un volume che sembra essere arrivato alla sua stesura più per volontà e insistenza di altri che per un preciso progetto creativo o di necessità dell’autore stesso. La realtà è che in Lussu la materia non ha mai trovato una corretta e completa elaborazione, ha covato dentro con tutta la sua carica di rabbia e di frustrazione, per gli inutili massacri ai quali i soldati venivano inviati in nome di una causa mal gestita e ancor peggio sentita. Per Lussu il Generale Cadorna era più utile al nemico da vivo che da morto, i troppi massacri di soldati erano comandati a livello puramente dimostrativo, dove ragazzi perdevano la vita consci della inutilità del perderla e di andare verso il nemico senza alcun tipo di speranza di sopravvivere e ancor meno di vincere. I ragazzi inviati allo scoperto a sistemare i fili di ferro, a mettere le mine sotto il tiro dei nemici non sono neppure lontanamente convinti di essere eroi o di servire alla patria, sono solo costretti alla morte che, se non arriva (ma è certo che arrivi) per il tiro nemico, arriva dai propri commilitoni ai quali verrebbe ordinato di fucilare il soldato che non ha obbedito ad un ordine. Caporetto è per Lussu una rivolta passiva di un esercito stanco di inutili massacri. Lussu tentenna e si fa pregare da Salvemini, ma in realtà sa che può finalmente crearsi l’alibi per dire ciò che da tempo sentiva come bruciante necessità: denunciare il massacro inutile e la follia della gestione fallimentare di una guerra che trasforma l’utile in inutile, l’eroismo in stupidità. Lussu è perfettamente consapevole della

precisa scelta ideologica che fa nello scrivere questo difficile libro, il cui peso e la cui portata vanno ben oltre la memorialistica di guerra e la semplice stesura di un documento della Grande Guerra. Troppo controllato e freddo è lo scrittore, il cui obiettivo è dire a chiare lettere che lo Stato ha delle responsabilità gravissime sia nella guerra che nella successiva situazione politica, che di quella guerra e di quella trascuratezza e faciloneria è figlia. In uno Stato e in una Nazione che ha fatto quella guerra, e in quel modo l’ha gestita, non ci si può meravigliare che il fascismo abbia trovato terreno fertile; e se l’attività antifascista dovesse trionfare o se si dovesse arrivare ad un’altra guerra (siamo nel 1938), quest’altra guerra deve avere fondamenta e basi e serietà ben più solide per non essere perduta e per non portare poi a qualcosa peggiore del fascismo stesso. A ben leggere il lavoro di Lussu, appare evidente come la sua missione sia antieroica e demistificatoria e tutta la materia narrativa sia ricondotta dal mito al pratico: non c’è stato eroismo nella Grande guerra e se c’è stato è stato un atto inutile perché inserito in un contesto che relega l’atto in sé (eroico, invero, come quello di un soldato che va avanti senza retrocedere a farsi ammazzare), in un senso completamente differente dalle apparenze, cioè in un atto inutile. Lì dove la retorica di guerra esalta la morte gloriosa, la straordinaria vita della trincea, Lussu fa scorrere fiumi e fiumi di cognac unico e vero propellente alle azioni militari. Il libro è sopra ogni altra cosa una aperta denuncia. Il soldato, costretto alla morte nel VII capitolo dal demente ordine del generale Leone che lo espone in maniera del tutto inutile e improduttiva al fuoco nemico, viene definito «un vero eroe» solo dal Generale stesso, che lo vede immediatamente morire colpito dai nemici. In realtà quella morte annunciata non ha nulla di eroico e smaschera quella retorica di guerra che vede idolatrati i superiori per la sola posizione che rivestono. Meglio quindi continuare a bere che ascoltare la follia di un generale chiaramente inadeguato al suo ruolo, meglio digerire tutto con l’alcool, onnipresente nella narrazione di Lussu, che non esita a presentare ufficiali, tenenti, colonnelli con la bottiglia in mano. Perché tanto alcool in Lussu e perché il bere viene sempre presentato come necessità e mai come vizio? Si torna alla denuncia, si deve bere per accettare, non tanto il pericolo e il freddo, quanto la guerra che si sta vivendo; è necessario stordirsi, inebetirsi, arrivare a far meccanicamente dei gesti, eseguire degli ordini che nessuna logica porterebbe a fare. I soldati sono costantemente ubriachi al punto da non capire più, al punto da non avere non tanto volontà di reazione, quanto coscienza della necessità di reagire. Di questo sembrano avere consapevolezza i capi e i governanti che riforniscono le truppe di alcool con la stessa logica dei materiali bellici. Le parole del tenente colonnello che Lussu incontra alla fine del IV capitolo sono emblematiche: «Io mi difendo bevendo. Altrimenti sarei già al manicomio. Contro le scelleratezze del mondo, un uomo onesto si difende bevendo. È da oltre un anno che io faccio la guerra, un po’ su tutti i fronti e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! È orribile! È per questo che ci ubriachiamo tutti, da una parte e dall’altra […]. Eppure se tutti, di comune accordo, lealmente, cessassimo di bere, forse la guerra finirebbe. Ma, se bevono gli altri, bevo anch’io. Veda, io ho una lunga

nella tradizione sarda e il riconoscimento di un capo è altrettanto forte e sacro. Ma il capo deve essere capo perché universalmente riconosciuto dalla comunità come il migliore, colui sul quale poter riporre la propria fiducia e la propria stima, un uomo che convinca più che comandi, i cui ordini siano riconosciuti come validi e giusti. Questa è la matrice dalla quale Lussu proviene, piena adesione alla causa, pieno senso del dovere e della responsabilità, grande coraggio ed eroismo, che furono poi le qualità e i meriti universalmente riconosciuti alla gloriosa Brigata Sassari. C’è un episodio fortemente emblematico nel capitolo XIX quando Lussu si domanda se uccidere o meno un nemico tenuto sotto tiro: l’unico caso nel volume dove si trova un monologo interiore e una profonda riflessione morale. Scrive Lussu: «Certo, facevo coscientemente la guerra e la giustificavo moralmente e politicamente. La mia coscienza di uomo e di cittadino non erano in conflitto con i miei doveri militari. La guerra era, per me, una dura necessità, terribile certo, ma alla quale ubbidivo, come ad una delle tante necessità, ingrate ma inevitabili, della vita. Pertanto facevo la guerra e avevo il comando di soldati. La facevo, dunque, moralmente due volte. Avevo già perso parte a tanti combattimenti. Che io tirassi contro un ufficiale nemico era quindi un fatto logico. Anzi, esigevo che i miei soldati fossero attenti nel loro servizio di vedetta e tirassero bene se il nemico si scopriva. Perché non avrei, ora, io tirato su quell’ufficiale? Avevo il dovere di tirare. Sentivo che ne avevo il dovere. Se non avessi sentito che era quello un dovere, sarebbe stato mostruoso che io continuassi a fare la guerra e a farla fare agli altri. No non v’era dubbio, io avevo il dovere di tirare».^7 Ma Lussu, ottimo soldato e grande tiratore, sente qualcosa che lo porta ad allentare la pressione sul grilletto. La vita del giovane ufficiale austriaco era totalmente nelle sue mani e quel giovane ufficiale austriaco, che avrà avuto si e no diciotto anni, era un uomo, un uomo, un uomo, come Lussu ripete per ben tre volte. E non si poteva tirare su un uomo così come si spara su un cinghiale. Fare la guerra, dice Lussu, è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa, per la dinamica dell’incontro con l’ufficiale austriaco sarebbe stato assassinare un uomo e questo Lussu non poteva volere. Emerge la riflessione venti anni dopo: «Io stesso che ho vissuto quegli istanti, non sarei ora in grado di rifare l’esame di quel processo psicologico. V’è un salto che io, oggi, non vedo più chiaramente…».^8 Non può certo confessare di cosa si tratta, ma è chiaro che è una questione di onore, di principio, di essere uomo di fronte all’umanità. Ecco allora che, educato a quei principi, ben più forte sarà le delusione una volta arrivato in guerra. Lussu nel libro offre uno spaccato della propria origine sarda nel periodo di brevissima licenza narrato nel capitolo XXIII. Padre e madre uniti a casa, fortissimo senso della famiglia e dell’onore, estrema durezza e praticità del padre che aveva capito tutto della guerra, in contrasto con lo straordinario coraggio della madre che rincuora il figlio di nuovo in partenza per poi cadere quasi priva di sensi. Questa dimensione, unita al senso del dovere e del rispetto proprio della mentalità sarda, giocano un ruolo determinate nell’approccio di Lussu alla guerra. «Così come Lussu ce lo presenta, per quanto “arcaico” e sorpassato rispetto alle esigenze della civiltà

(^7) ID., Un anno sull’Altipiano , cit., pp. 136-138. (^8) Ivi, p.138.

moderna, l’ambiente della sua infanzia appare l’immagine di una società ideale, governata dai membri migliori con leggi giuste e sagge, una realtà in cui l’individuo vale ed è giudicato in base alle sue qualità morali e sviluppa con l’autorità un rapporto che non è di dissidio o di opprimente sottomissione, ma di fondamentale armonia. Bisogna tenere conto delle regole e dei valori radicati in lui fin dall’infanzia, del suo concetto di capo e dei rapporti fra gli uomini per comprendere veramente che cosa rappresenti per Lussu questa esperienza. Si rivela così chiaramente il motivo per cui, assai più che per gli altri intellettuali combattenti, egli è colpito tanto nel profondo dal modo di agire di capi impreparati e spesso irresponsabili, da ordini illogici, ingiusti, sempre inadeguati alla situazione concreta».^9 Ciò che contesta Lussu nel suo libro, e in questo comunque, volente o nolente la critica, rientra la sua natura sarda, è la sudditanza cieca, la dovuta obbedienza. Per Lussu ben vengano i capi, coloro che comandano, ma ben vengano se illuminati dalla ragione e dalla capacità di convincere un popolo più che di opprimerlo. Lussu non potrà mai essere d’accordo con il maggiore Melchiorri che nel capitolo XXIV così dice: «La guerra europea […] si vincerà solo quando le nostre truppe saranno organizzate con lo stesso metodo disciplinare con cui, in colonia, abbiamo organizzato gli ascari. L’ubbidienza deve essere cieca […] La massa deve ubbidire ad occhi chiusi e ritenersi onorata di servire la patria sui campi di battaglia […]. I comandanti non si sbagliano mai e non commettono errori […]. Non vi sono ordini buoni e ordini cattivi, ordini giusti e ordini ingiusti. L’ordine è sempre lo stesso. È il diritto assoluto all’altrui obbedienza».^10 La denuncia di Lussu qui è palese: nella prima grande guerra era presente in toto l’ideologia fascista e la nascita della dittatura. Uscito dalla guerra, Lussu inizia la sua attività politica, passa alla militanza attiva per scongiurare il pericolo di ciò che ha visto in nuce nell’esercito. Se questa è la mentalità della classe dominante, se questa è la logica e la dinamica del comando, meglio intervenire subito, rendersi da subito attivi per scongiurare il pericolo. Gli andrà male e dovrà attivarsi nell’opposizione e nell’antifascismo. La nascita del Partito sardo d’Azione trova la sua matrice proprio nell’esperienza della guerra. In un articolo su «Il Ponte» del 1951, Lussu scrive: «Si creò nelle trincee una solidarietà fino ad allora sconosciuta fra i sardi. Per la prima volta i sardi si rendevano conto che la guerra la facevano solo i contadini, i pastori, gli operai. Da qui il rispetto sacro per tutti i prigionieri […] Avevano anche constatato che i colonnelli e i generali non capivano niente. Certe azioni stupide e scellerate rivelavano che il generale in realtà era il nemico […] La critica militare si spostava inevitabilmente sul terreno politico. Il Movimento sardo d’Azione partì da queste premesse […] esso attingeva vita ideale dalla conoscenza del popolo sardo». Se di importanza dell’origine sarda si può parlare, lo si può fare in ragione di logiche di orgoglio, di un popolo, il sardo appunto, che tira fuori l’orgoglio di essere italiano e di poterlo una buona volta dimostrare nell’azione che si ritiene essere la più eroica, la difesa della propria patria. Il fatto poi che tutto questo eroismo non abbia portato

(^9) S. SALVESTRONI, cit., p.86. (^10) E. LUSSU, Un anno sull’Altipiano , cit., pp. 171-172.

Il sentito dire distrugge quanto le bombe. Anche nella scena di semplice vivere quotidiano, con la mamma che porta la colazione a letto al figlio, è presente il clima della tragedia e della distruzione morale che la guerra ha portato. Lussu non commenta mai, elemento strutturale del suo libro, e carica gli episodi di tensione per poi lasciarli morire così. Dimenticatosi un oggetto, Lussu è costretto a tornare indietro a casa dove pochi istanti prima aveva salutato la madre, forte e coraggiosa. La trova distesa in terra quasi priva di sensi per il dolore… la soccorre e cerca di farla riprendere, ma l’episodio è troncato bruscamente dalla voce del padre che lo richiama per non fargli perdere il treno. Poche righe dopo Lussu è già in guerra. Questo suo procedere per alternanza di tensione e cambio drastico di argomento offre la possibilità di spostare l’attenzione sulle caratteristiche stilistiche dell’opera e sulla costruzione del libro di Lussu. Ad una prima superficiale lettura il testo sembrerebbe una sorta di resoconto della memoria, fatto a distanza di anni, ma molto lucido e dettagliato. In realtà il libro è molto ben costruito e il testo non si affida unicamente alla memoria; ha una sapiente architettura che gli dà identità e dignità di opera letteraria, dove l’alternarsi dei toni tragici e leggeri rispecchia la natura dello scrittore che non si lascia quasi mai andare alla disperazione ed è sempre attento a non relegare il proprio testo in quel filone di letteratura di guerra che fa del dolore e della rassegnazione al destino la propria icona. Lussu non cade mai in questa trappola, per lui la guerra è azione e azione anche mentale lì dove la pratica è impedita. È un soldato che non si rassegna alla sconfitta morale della guerra inutile, alla mancanza di logica delle operazioni e usa i diversi livelli e i diversi toni per esporre la propria denuncia in maniera ancor più forte ed evidente. Lussu è sempre costruttivo, pur negli episodi più drammatici cerca la forza per resistere, sa trarre dal negativo l’esempio che sia insegnamento. Rispetto alla struttura dell’intero libro, Simonetta Salvestroni ha tracciato un possibile disegno di architettura: «Se esaminiamo i capitoli iniziali, si può notare il passaggio dal tono umoristico del I a quello medio con venature di tristezza nel II e poi il progressivo accumularsi di particolari ancora secondari, ma allarmanti (come quello dell’alcool e della stupidità dei comandi nel III e nel IV capitolo) in un crescendo che raggiunge il suo momento culminante nella descrizione del bombardamento e dell’assalto (cap. V e VI) e che si smorza già nelle pagine immediatamente successive (cap. VII) col ritorno al tono medio, arricchito da punte umoristiche e ironiche, attraverso il quale Lussu descrive il suo incontro con Leone. […] I capitoli centrali degli attacchi sono disposti in modo quasi simmetrico, ad intervalli regolari di cinque capitoli. Dopo questi episodi in cui il dramma tocca la massima intensità, il racconto subisce una specie di battuta di arresto, con lo smorzarsi del senso di disperazione e la tendenza del tono a risollevarsi verso note medie, umoristiche e a volte anche gioiose in una parabola che si concluderà nell’angoscia di un altro assalto. / Caratteristiche un po’ particolari ha la posizione dell’ultimo degli episodi tragici (cap. XXVIII), forse il più disperato, isolato dopo più di dieci capitoli […]. Allo stesso modo si staglia con maggiore evidenza nella sua mente la figura di Avellini simile ad un cadavere, steso sul lettino dell’ospedale “con le labbra bianche”, “immobile”, il volto contratto dal dolore (cap. XXIX), proprio per il

contrasto con l’immagine dello stesso personaggio pieno di vita, di progetti e di felicità, presentato soltanto poche pagine prima (cap. XXVII)».^12 Un esempio di grande efficacia a conferma delle tecniche narrative di Lussu è dato dall’episodio in cui il generale Piccolomini, vedendo una buca per terra, la scambia per uno scavo da mitragliatrice quando si trattava invece di una latrina da campo. Lussu non commenta e lascia l’episodio a fine di un capitolo (il XX) in maniera tale che il lettore sia costretto a diventare protagonista del racconto, entrando anch’esso sul campo di battaglia, in trincea. In questo Lussu è molto abile, forza la situazione al punto da includerne il giudizio, senza esporsi direttamente e rendendo di conseguenza il giudizio ancor più forte che se espresso. Per Falaschi «…la posizione che egli [ Lussu ] assume come scrittore di fronte al proprio passato militare è permeata da un profondo senso dell’assurdo. Tutti i fatti sono dominati da questa legge: nulla si spiega perché nulla ha senso. Le discussioni che nel libro ad opera dell’autore e di altri ufficiali, intorno al libro ad opera degli studiosi, sono state impostate intorno al tema dell’ “inutile massacro”, del “macello” […]; ma quando non si fanno nel libro commenti così espliciti e si raccontano i fatti, l’ottica con cui sono visti è quella dell’assurdo».^13 Lussu è narratore e protagonista del libro, ha quindi un doppio ruolo e una posizione di forza rispetto al lettore che è ignaro delle vicende raccontate. Inoltre Lussu racconta uno solo dei quattro anni che trascorse in guerra, e nella fattispecie il secondo; il che significa che il suo livello di conoscenza della materia è decisamente superiore a quello del lettore, costretto a procedere per scoperte successive. Pur potendolo portare dalla sua parte e fargli adottare il suo punto di vista, Lussu preferisce lasciare il lettore alle proprie scelte e alla proprie impressioni, così da farlo maturare in un crescendo di presa di coscienza di quale realtà si sta vivendo e rappresentando. La struttura e la scrittura del libro mirano a una fruizione del libro che deve essere assimilato, meditato, più che letto e goduto nella sua immediatezza. Il lettore, man mano che avanza nella lettura del libro, si scopre coinvolto in un processo, quello predisposto da Lussu, con il preciso intento di denunciare una realtà. E la denuncia di un libro non ha il compito di portare effetti pratici immediati quanto quello di far salire il grado di tensione e di emozione in chi legge, di andare ad incidere sulla coscienza dei lettori in maniera tale che la storia e l’esperienza diventino esempio. In questo Lussu è un maestro del non detto. Tante scene vengono troncate appena enunciate, lì dove il lettore si aspetterebbe pagine di riflessioni, di commenti, di aperte accuse, Lussu pone il silenzio. Quando nel capitolo XXVIII un intero battaglione fa fuoco sul maggiore Melchiorri che, ubriaco, aveva ucciso tre soldati volendo da solo decimare una compagnia rea, a suo dire, di ammutinamento, Lussu non aggiunge nemmeno una parola perché ha già portato il lettore dalla sua parte, che è la parte della ragione e della razionalità. Tutti sono dalla parte di quei soldati italiani che in guerra sparano contro un loro capo, italiano anch’esso, ma che in quel momento è più nemico del loro nemico ufficiale. In guerra si dovrebbe stare dalla parte dell’obbedienza e degli ordini dati dai superiori, ma basta sentirli per

(^12) S. SALVESTRONI, cit., pp. 93-94. (^13) G. FALASCHI, cit., p. 194.

Teoria dell’insurrezione dichiarando la necessità di una rivolta contro il fascismo, quindi di fatto non negava la necessità della guerra. Sulla questione fa luce comunque la lettera che Lussu scrisse a Gaetano Salvemini il 1 dicembre 1937. Il documento, poco conosciuto e riportato nello studio di Falaschi,^16 è di grande importanza ed occorre quindi ripercorrerlo nella sua sostanza o quanto meno nelle sue parti essenziali. Lussu sostiene che, per un ex combattente, quel capitolo non sia superfluo, e chiama in causa un libretto inglese^17 di Salvemini su Nello e Carlo Rosselli, dove lo stesso Salvemini si è soffermato sull’importanza della guerra per coloro che vi avevano partecipato, se avessero fatto o meno una sciocchezza o se si fossero battuti per una causa giusta o per un falso ideale. Salvemini sostiene anche che la questione non riguardava i soli fratelli Rosselli, ma che era aperta per un’intera generazione di combattenti e ancor più restava aperta per coloro che in battaglia avevano tragicamente trovato la morte. Lussu dice ancora che quel capitolo del suo libro ha il compito di mettere la sua coscienza in pace, sostenendo lui, comandante della X, che, malgrado tutto, la guerra andava fatta. E così lui fece con la coscienza di difendere una posizione di libertà e di democrazia in Europa, movente ideale del suo interventismo. La guerra Lussu l’ha fatta da soldato più che valoroso, nonostante le tante delusioni che la gestione della guerra offriva quotidianamente, convinto che la civiltà del nostro paese e del mondo intero sarebbe in serio pericolo se la violenza di un pugno di briganti potesse scatenarsi senza incontrare resistenza. Qui Lussu pone apertis verbis la differenza tra lui quando scrive (1937) e lui soldato (1916): se prima i briganti erano i soldati tedeschi oggi sono i fascisti, tedeschi e italiani: «se i fascisti scatenano una guerra, bisogna battersi contro: e si debbono battere anche i rivoluzionari, i socialisti, i comunisti, ecc.». Non solo non vuole sopprimere quel capitolo, ma crede che quel capitolo sia l’unico che «salvi la faccia» dell’intero libro, che lui stesso definisce di «critica spietata alla guerra-carneficina mostruosa», guerra purtroppo necessaria perché i briganti dei quali poco prima parlava non trionfassero. La posizione è allora abbastanza chiara: Lussu fu un valoroso soldato, stimato e rispettato dai suoi soldati, coraggioso e ligio alle regole della dura logica della guerra. Sa che quella guerra è condotta in una maniera stupida e inutile, ma sa di doverla fare. E così salva la faccia e giustifica il proprio interventismo. È coerente anche con la sua posizione attuale: non è che non sia più interventista, è che giustifica l’intervento se spinto da una giusta causa come oggi è la lotta al fascismo. La fortuna editoriale di Un anno sull’Altipiano fu tutto sommato rapida. Uscito per la prima volta nel 1938 a Parigi nelle Edizioni Italiane di Cultura, iniziò a circolare grazie all’attività di promozione che gli amici dello scrittore, i comunisti, quanti vicini a «Giustizia e libertà» e lo stesso Lussu intrapresero. Sul numero del 6 maggio 1938 di «Giustizia e libertà» apparve un brano del capitolo XXIV con il titolo Abbasso la guerra e di lì a breve anche le prime recensioni. In Italia il volume venne pubblicato da Einaudi nei «Saggi» nel 1945, dove venne ristampato anche nel 1960

(^16) Cfr. G. FALASCHI, cit., pp. 184-185. Qui anche per le successive citazioni relative alla lettera. (^17) G. SALVEMINI, Carlo And Nello Rosselli. A memoir , pubblicato la prima volta nel 1937, poi l’anno successivo nelle edizioni di “Giustizia e libertà”, oggi in G. SALVEMINI, Opere , VIII. Scritti vari (1900-1957) , a cura di G. Agosti e A Galante Garrone, Milano, Feltrinelli, 1978, p.674.

167

con una nuova breve nota di Lussu. Nel 1964 il libro è ripubblicato sempre da Einaudi ma questa volta nei «Coralli», insieme ad altri libri sulla guerra e una ulteriore edizione viene fatta nella collana scolastica «Lsm» (Letture per la scuola media) nel 1966, poi continuamente ristampata. Il libro viene anche pubblicato negli «Oscar» nel 1968 ed è ormai diventato un classico nella letteratura sulla Grande guerra. Mario Rigoni Stern lo definisce nell’introduzione alla ristampa Einaudi del 2000 il più bello sul tema, il libro che può dire ai giovani di oggi «quello che i testi scolastici non dicono, quello che i professori non insegnano, quello che la televisione non propone».^18

(^18) Cfr. M. RIGONI STERN, introduzione a E. LUSSU, Un anno sull’Altipiano , cit.

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