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appunti su Emilio Gadda, Appunti di Letteratura Italiana

appunti lezione su Emilio Gadda

Tipologia: Appunti

2014/2015

Caricato il 27/06/2023

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Direzione scientifica
Lucia Strappini (Università per Stranieri di Siena)
Vicedirezione
Tiziana Morosetti (University of Oxford),
Laura Vitali (Università di Roma ‘Tor Vergata’)
Caporedazione
Francesca Romana Andreotti (Università per Stranieri di Siena,
Université Sorbonne Nouvelle - Paris 3),
Simona Mancini (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca)
Redazione
Maria Magdalena Kubas (Università di Varsavia),
Laura Venturini (Università per Stranieri di Siena),
Silvia Ricca (Università di Roma Sapienza, Université Sorbonne Nouvelle - Paris 3)
Comitato scientifico
Betania Amoroso (Universidade Estadual de Campinas, Brazil), Anna Maria Belardinelli
(Sapienza, Università di Roma), Alfonso Berardinelli, Marcello Carlino (Sapienza, Università
di Roma), Silvia Cattoni (Università statale di Cordoba, Argentina), Valeria Della Valle (Sapienza,
Università di Roma), Sandro Gentili (Università degli Studi di Perug ia), Francesco Guardiani
(University of Toronto, Canada), Andrèia Guerini (Universidade Federal de Santa Catarina,
Florianopolis, Brazil), Nicola Merola (Università della Calabria - Cosenza), Claudia Micocci
(Sapienza, Università di Roma), Elisabetta Mondello (Sapienza, Università di Roma), Fabio
Pierangeli (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Antonio Prete (Università degli Studi di Siena),
Marco Santoro (Sapienza, Università di Roma), Enrico Testa (Università degli Studi di Genova),
Luigi Trenti (Università per Stranieri di Siena)
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«Quaderni del ’900» is a Peer-Reviewed Journal.
The eContents is Archived with Clockss and Portico.
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Direzione scientifica Lucia Strappini (Università per Stranieri di Siena)

Vicedirezione Tiziana Morosetti (University of Oxford), Laura Vitali (Università di Roma ‘Tor Vergata’)

Caporedazione Francesca Romana Andreotti (Università per Stranieri di Siena, Université Sorbonne Nouvelle - Paris 3), Simona Mancini (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca)

Redazione Maria Magdalena Kubas (Università di Varsavia), Laura Venturini (Università per Stranieri di Siena), Silvia Ricca (Università di Roma Sapienza, Université Sorbonne Nouvelle - Paris 3)

Comitato scientifico Betania Amoroso (Universidade Estadual de Campinas, Brazil), Anna Maria Belardinelli (Sapienza, Università di Roma), Alfonso Berardinelli, Marcello Carlino (Sapienza, Università di Roma), Silvia Cattoni (Università statale di Cordoba, Argentina), Valeria Della Valle (Sapienza, Università di Roma), Sandro Gentili (Università degli Studi di Perugia), Francesco Guardiani (University of Toronto, Canada), Andrèia Guerini (Universidade Federal de Santa Catarina, Florianopolis, Brazil), Nicola Merola (Università della Calabria - Cosenza), Claudia Micocci (Sapienza, Università di Roma), Elisabetta Mondello (Sapienza, Università di Roma), Fabio Pierangeli (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Antonio Prete (Università degli Studi di Siena), Marco Santoro (Sapienza, Università di Roma), Enrico Testa (Università degli Studi di Genova), Luigi Trenti (Università per Stranieri di Siena)

«Quaderni del ’900» is a Peer-Reviewed Journal. The eContents is Archived with Clockss and Portico. anvur: a.

xv · 2015

LETTERATURA E GRANDE GUERRA

a cura di

francesca romana andreotti · simona mancini

tiziana morosetti · laura vitali

Quaderni del ’

P I S A · R O M A

FA B R I Z I O S E R R A E D I TO R E

M M X V

SOMMARIO

letteratura e grande guerra a cura di francesca romana andreotti · simona mancini tiziana morosetti · laura vitali

Piero Bevilacqua, Introduzione 7 Alessandro Giarrettino, Gli scrittori e la Nazione. Un’ideologia per la Grande Guerra 13 Maria Panetta, Il Discorsaccio di Giovanni Papini 23 Francesca Medaglia, La seduzione e la guerra in Come si seducono le donne 33 Gabriella Valente, Luigi, Stefano (Pirandello) e la Grande Guerra 45 Sara Lorenzetti, La Prima Guerra Mondiale nelle novelle di Pirandello : una pre- senza rimossa 53 Anna Mario, Luigi Russo : Vita e disciplina militare da una guerra all’altra 63 Caterina Lidano, « Andar a vedere la guerra... » : Massimo Bontempelli intellettuale e giornalista nel primo conflitto mondiale 73 Carlo Serafini, « Dovevo considerarmi isolato nella solitudine » : Carlo Emilio Gadda e la Grande Guerra 83 Francesco Galofaro, Sguardi letterari alla battaglia : Comisso, Gadda, Gatti e Stu- parich 93 Fiammetta Cirilli, Ironie della sorte/ironie della guerra. A proposito del Diario di un imboscato di Attilio Frescura 103

Abstracts 113

Profili degli autori 117

QNov 15, 2015, 83-

« DOVEVO CONSIDERARMI ISOLATO

NELLA SOLITUDINE » :

CARLO EMILIO GADDA E LA GRANDE GUERRA

Carlo Serafini

A

d una prima lettura delle affascinanti note che Carlo Emilio Gadda scrisse con meticolosa precisione e costanza durante l’intero periodo della sua permanenza nell’esercito, in guerra prima e in prigionia poi, si potrebbe azzardare la definizione di un « Gadda prima di Gadda », in ragione del fatto che se lo scrittore non è ancora quel geniale giocoliere del linguaggio, il suo diario non è di certo un semplice diario di guerra, e può passare sotto la dicitura di diario solo per una mera questione di praticità di identificazione. Diario lo può anche essere nella sua struttura diaristica appunto, ma è in realtà una della più grandi e affascinanti opere letterarie nate dalla tragedia della guerra, nella quale tra i soldati inviati al fronte c’era anche uno dei massimi pro- satori del ventesimo secolo. Se la struttura è frammentaria l’opera è una e unica, con una logica interna ben determinata e chiara e la presenza in nuce dei grandi elementi caratterizzanti l’opera successiva, dall’autobiografismo ai differenti livelli linguistici, dall’ingigantire i dettagli alla ossessione dei particolari, dallo stringere l’obiettivo sul presente e l’immediato alla predilezione per ciò che scotta e tocca direttamente gli aspetti emotivi della realtà. Gadda parte per la guerra con un entusiasmo straordinario, spirito ardimentoso, una volontà di azione spinta anche all’estremo sacrificio. Educato ai valori della patria, del dovere, della famiglia, della disciplina, del coraggio, del sacrificio, sente che la guerra è il luogo dove può raggiungere il suo ideale di eroismo. Dovrà ricredersi e subire poi anche l’umiliazione della prigionia : Gadda, all’epoca Sottotenente del v° Reggimento Alpini (dove era stato quasi subito trasferito), fu infatti costretto ad arrendersi il 25 ottobre 1917 ai Tedeschi nella disfatta di Caporetto. Il tutto annotato con maniacale attenzione sul “documento” di quegl’anni, su quel Giornale che dal 24 agosto 1915 al 31 dicembre 1919 lo scrittore redige in guerra e in prigionia. Sei quaderni, il terzo dei quali purtroppo definitivamente perso proprio negli eventi di Caporetto, sei block notes dove Gadda rivive la propria vita in forma scritta, riportando tanto gli eventi militari e di vita vissuta quanto le proprie impressioni, i propri commenti, i propri sfoghi a volte tanto rabbiosi quanto liberatori. E in più disegni, schemi, piantine, immagini che rievocano o che meglio chiariscono quanto scritto, oltre poi a una serie lunghissima di numeri. 1

(^1) È da notare che scorrendo il diario ci si imbatte di frequente in pagine che sembrano quasi testi di ma- tematica o geometria per la presenza di formule o grafici (si veda ad es. il 17 dicembre del 1915… il problema della trisezione dell’angolo). Roscioni (cfr. Gian Carlo Roscioni, Il Duca di Sant’Aquila. Infanzia e giovinezza di Gadda , Milano, Mondadori, 1997, p. 152) ricorda che « … appunti scientifici anteriori o posteriori a Caporetto figurano in altri quaderni : Gadda ora studiava “una questioncella di geometria analitica”, ora redigeva (prima a Rastatt, poi a Celle-Lager) uno scritto di “Teoria dei numeri complessi”. Al momento della cattura aveva con sé, insieme alle Laudi di D’Annunzio e alle Prose di Carducci (dono della madre), un Trattato sul calcolo di Isaac Todhunter e un libro di fisica di Oreste Murani ». Occorre però fermare l’attenzione anche sul fatto che la presenza dei numeri è ricorrente nella letteratura “di prigionia”, dove il carcerato o il prigioniero è identificato appunto con un numero.

carlo emilio gadda e la grande guerra 85 Se la parola “giornale” riporta all’annotazione rapida, ad una sorta di notiziario del giorno, che nel gergo militare significa un registro cronologico di operazioni (cosa che in Gadda comunque non è mai solo e soltanto così, accanto alle notizie abbondano in- fatti i suoi interventi personali), già nel termine “diario” emerge la volontà di affiancare ai ricordi e agli avvenimenti anche le osservazioni. Come appena detto, non sono mai mancate, ma osservarlo nel titolo lascia intravedere la presa di coscienza nell’autore di cosa stava man mano facendo del suo diario. « Il penultimo ha come intestazione Note biografiche […] : se delle note sono, già di per sé, qualcosa di diverso dai capitoli di una cronaca, l’aggettivo “autobiografiche” intro- duce un elemento diacronico – di distanza dai fatti narrati – che contrasta con l’imme- diatezza di un giornale… ». 5 Infine la vita notata e la storia se da un lato presuppongono un volgere alla conclusione, dall’altro devono aprire per forza ad una “narrazione” precedente : cioè se l’avventura di guerra e di prigionia di Gadda è stata una storia, i sei quaderni sono il racconto di quella storia che ora volge al termine. Il diario di guerra e prigionia è quindi un’opera unica, omogenea, non una serie di appunti, tanto meno semplice materiale per la biografia di Gadda. Il lirismo poi, la forza, l’intensità della scrittura e l’iniziale “esplodere” del linguaggio, lo rende infine un’opera di notevole spessore letterario ed artistico. Va sottolineato come le note di guerra rappresentino nella produzione narrativa di Gadda l’unico esempio di scrittura in presa diretta, lontana dalle costanti e continue rielaborazioni che lo scrittore avrebbe fatto più e più volte sui propri testi prima di licenziarli per la stampa. È inoltre una scrittura nella quale personaggio, protagonista e scrittore coincidono, mettendo quindi in primo piano gli aspetti più intimi e personali, familiari e sentimentali. Il diario è quindi caratterizzato da un aspetto di antiletterarietà dato dalla forte personalità dello scritto, cosa che ha sempre preoccupato molto Gadda e che fu motivo delle forti ritrosie nella pubblicazione. In uno steloncino pubblicitario, datato 1955, inedito e oggi conservato nell’Archivio Bonsanti, Gadda si prende carico di dichiarare come il suo Diario sia opera di prima scrittura, senza rielaborazioni, nel quale lui stesso si presenta come nudo, con tutte le ingenuità del caso, a discolpa delle quali pone l’inesperienza del mondo, l’infatuazione verso la guerra, l’idea che la guerra fosse una cosa sacra così come la patria. Dice inoltre di come lui stesso abbia vissuto la Grande guerra come una vera e propria quarta guerra d’indipendenza. Una scrittura diretta, una scrittura, dice ancora Gadda, per la sopravvivenza. Questa l’identità del diario, personale, intimo, dettagliato, necessario alla sopravvivenza bellica dello scrit- tore. In più va aggiunta la difficoltà, dichiarata più volte da Gadda stesso, di poter scrivere con la dovuta serenità : « quel che ho passato… anche per le memorie di guerra e di prigionia! Già questi libri di guerra nascono in condizioni difficili… si scrive male, in fretta… sotto gli sguardi di curiosi che allungano l’occhio, ti chiedono, fantasticano, fanno supposizioni… ». 6 Il testo segue una articolata vicenda editoriale : nel 1955 Alessandro Bonsanti pubblica per Sansoni il secondo, il quinto e il sesto quaderno ; dieci anni dopo Roscioni ripubbli- ca per Einaudi (con massicci interventi di Gadda stesso) gli stessi tre quaderni ai quali

Carlo Emilio Gadda. La coscienza infelice , a cura di Alba Andreini e Marziano Guglielminetti, Milano, Guerini, 1996, pp. 127-139. (^5) Cfr. G. C. Roscioni, op. cit ., p. 166. (^6) Si cita da Luigi Cattanei, Carlo Emilio Gadda , Firenze, Le Monnier, 1975, p. 44.

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aggiunge il primo. Nel 1973 Gadda muore. L’ultimo dei quaderni inediti, il quarto (che contiene anche le vicende che costrinsero Gadda il 25 ottobre 1917 ad arrendersi ai Tedeschi, vicende sulle quali lo scrittore ha redatto una Relazione ufficiale nonché un particolareggiato Memoriale ) era stato affidato da Gadda ad Alessandro Bonsanti perché lo « custodisse proteggendolo col più rigoroso segreto » ed è stato pubblicato nel 1991 presso Garzanti in un’edizione curata da Giorgio e Sandra Bonsanti con una nota filo- logica di Dante Isella, cui si deve nel 1992 la pubblicazione integrale di tutto il diario per il II volume dei Saggi Giornali Favole (Garzanti). Gadda è sempre stato molto riluttante alla pubblicazione del suo diario, sia per l’inevitabile coinvolgimento delle persone cita- te sia per la difficoltà che mai lo ha abbandonato nella vita di fare i conti con il periodo tanto della guerra che della prigionia, vissuta come una vera e propria sconfitta per- sonale, umiliazione, impotenza all’azione, ecc. Né una figura migliore l’avrebbe fatta l’Italia, o i generali o i comandanti o gli stessi italiani. Negli anni Cinquanta, proprio quando vide la luce la prima pubblicazione del diario, Gadda dichiarerà che la guerra in questo mondo non la si vince mai. Una sorta di rassegnazione che gli permette di far uscire, con riserve, una parte dei suoi scritti. Sin dal primo quaderno emerge subito la minuziosa attenzione e la grande serietà che lo scrittore pone nella redazione delle sue note e sin da subito emerge come in Gadda le guerre fossero due : una esterna che si apprestava a combattere e una interna, contro se stesso, contro il proprio corpo, contro una tirannia interiore che lo portava a soffrire della vicinanza di gente inadatta, incapace, svogliata e disordinata. In gioco lo scrittore mette tutto se stesso, la sua condotta e il suo impegno sono impeccabili, ma non riesce a controllare se stesso, il proprio insaziabile appetito di cibo e vino che gli procurano sonnolenza e distrazione, il suo intestino che si ribella e lo ridicolizza, il suo non sapersi comportare negli scherzi dei commilitoni. Tutto arriva sulla pagina scritta, immediato, senza filtri né mediazioni, in un diario che annota di pari passo il perfetto e impeccabile comportamento del soldato e il mare in subbuglio che bolle all’interno, controllato perché non esploda. L’ansia, i rovelli, la nostalgia di casa, il pen- siero costante alla madre e al fratello, la maniacale nevrosi dello scrivere tutto e tutto si placa solo un poco con il battesimo del fuoco, con l’esaltazione della guerra attiva e con il costante pericolo della morte che ne farebbe un eroe. Ma non durerà a lungo, i quaderni successivi saranno ancora all’insegna della doppia guerra che lo scrittore deve combattere dentro e fuori di sé, contro i nemici del fronte che sparano e uccidono, e contro se stesso che deve tenere a freno le invettive nei confronti dei commilitoni co- dardi, capi incapaci, industria bellica fallimentare che fornisce ai soldati scarpe inadatte a neve e fango la cui suola di cartone si sfalda in poco tempo. Non c’è serietà, non c’è ordine, non c’è metodo, non c’è rigore per una disfatta che è nell’aria da subito, per una vittoria che non arriverà e che se anche arrivasse non sarebbe mai e poi mai eroica. Gadda è quindi solo, non può fare altro che osservare e fare il proprio dovere, fare buon viso al cattivo gioco delle stupidaggini che i comandanti si dicono a cena, al devastante disordine che regna in tutti i luoghi, dagli uffici ingolfati di pratiche alle tante merde che i commilitoni non si curano di portare fuori dalle trincee. Osserva giustamente Walter Pedullà 7 che se tutti i soldati partivano per la guerra, Gadda partiva per Capo- retto, la sua era una sconfitta annunciata, sconfitta in guerra e sconfitta poi reale nella tragedia della prigionia.

(^7) Cfr. Walter Pedullà, Carlo Emilio Gadda. Il narratore come delinquente , Milano, Rizzoli, 1997, p. 89 sgg.

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anni, odiato nemico, fieri e addolorati, costernati ma fieri, triste o tragico annunzio, ecc. ecc.”. Mi raccomando soprattutto di non cader nel ridicolo facendomi “guidare il mio plotone all’assalto”, mentre io comando una sezione di mitragliatrici, che somiglia per il suo peso, a una batteria d’assedio ». 8 A tutto questo preferisce che venga detto « Carlo Emilio Gadda – Sottotenente del 3° [ ?] Regg.to Alpini – cadde nelle linee di combattimento ». 9 E in prigionia le cose non cambiano di molto. Come Gadda in guerra è impedito nell’azione dai limiti dell’Italia e degli Italiani, così in prigionia Gadda è impedito dalla mancanza di libertà. Ma il suo cruccio è sempre lo stesso : non poter essere un eroe. Certo nella prigionia il discorso è più evidente e diciamo pure semplice. Ma la sostanza non cambia. Le invettive di Gadda travolgono gli argini, che lui faticosamente gli pone davanti, quando vede i commilitoni equiparare la prigionia alla guerra. Per loro sono due torture uguali. Se Gadda prima era libero tra i deficienti che rendevano di fatto forzatamente defi- ciente anche lui, ora Gadda è deficiente tra i deficienti. Guerra e prigionia sono pur- troppo due sfaccettature di una stessa realtà di fallimento. E la realtà genera nell’iper- sensibile Gadda impotenza, che a sua volta genera dolore, che a sua volta genera rabbia che sfocia nella scrittura. La scrittura del carcere di Gadda è allora scrittura della rabbia, è una scrittura che non riesce a trattenersi, una scrittura che a volte rompe i margini, travolge e invade. Il punto di vista di Gadda emerge in queste inondazioni, in queste improvvise impennate del tono che sono tragedia, dolore, disperazione, terrore, sofferenza, nevrastenia. E qui inizia ad emergere lo scrittore, il grande sperimentatore del linguaggio che deve fare i conti con delle strutture sintattiche che non reggono l’onda d’urto della sua nevrosi. Quando i toni salgono frana quella misura piana nella quale la scrittura è contenuta, i materiali da raccontare non hanno più forma, sono impazziti a tal punto che non esi- stono aggettivazioni che li caratterizzino. Gadda segue il suo stomaco, la sua scrittura è irreverente e senza argini come lo è il linguaggio del corpo che non prova vergogna e si lascia andare quale unica via per poter tornare in pace. Nel diario di guerra non esisto- no praticamente mai toni medi. Si passa dall’alto dell’invettiva al basso della tristezza e della disperazione, dalla esaltazione pura alla disperata mancanza della mamma e del fratello. È un termometro impazzito che segnala lo stato d’animo del narratore, che trova pace nella guerra solo nel quotidiano rapporto con i quaderni. Ecco allora che si può ipotizzare il perché di questi diari, il perché di questa osses- sione nevrotica dello scrivere e dello scriversi. Una prima risposta è identificabile nella volontà di creare un documento di quello che stava vivendo ; un soldato che parte per la guerra può anche non tornare, un prigioniero può anche essere ucciso, e quindi scrivere è lasciare traccia appunto, una testimonianza di quello che è accaduto. Inoltre è lo stesso Gadda, costantemente preoccupato di non essere un bravo soldato, che in più di un passo pensa a quello che un giorno, in un ipotetico processo che mai avverrà, qualcuno potrebbe dire di lui una volta tornato a casa. Il 26 ottobre del 1916, alle ore 16 scrive : « In questo libro, scritto tutto di prima mano, anche nei luoghi di bello stile o quasi, sono contenute molte notizie di piccole cose, tanto più importanti in quan- to sfuggiranno alla Storia. In questo libro sono sfoghi di rabbia d’un povero soldato

(^8) Lettera al Sig. Semenza del 16 settembre 1916. Si cita da G. C. Roscioni, op. cit ., p. 129. (^9) Ibidem.

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italiano, pieno di manchevolezze come uomo, pieno di amarezza per motivi intimi, familiari, patriottici, etnici, ma forse non pessimo come soldato ». Scrive l’11 maggio del 1918 : « Oh! Con quali parole, con quali affermazioni potrò smentire la taccia di vile che mi sarà fatta in eterno? Qual forza di chiacchiere o di sdegnoso silenzio potrà conferire altrui la certezza ch’io fossi un bravo soldato? Nessun documento mi rimane, nessun vivo ricordo della mia vita nelle battaglie. Non fotografie, non lettere di superiori, non premi di sorta. Avendo girato qua e là, in diversi reparti, come potrò rintracciare i capi che mi hanno visto al mio posto? Come, d’altronde, potrei pregarli d’una testimonian- za efficace? Il mio diario del Carso, le carte topografiche, gli schizzi, sono andati preda ai tedeschi. I miei soldati andranno dispersi nel mondo… ». Roscioni, tra le altre, avanza l’ipotesi della suggestione di Giulio Cesare quale moti- vo della scrittura : « Ma i primi giornali a noi noti sembrano soddisfare anche un’altra, vecchia aspirazione, che possiamo far risalire al “culto” infantile per Giulio Cesare. Sappiamo quale passione nutrano, o nutrissero una volta, i bambini per le figure dei condottieri. Ma nella mente del piccolo Carlo, al sogno di imitare le gesta di Cesare, do- vette presto sovrapporsene un altro, assai meno comune : quello di prendere a modello dal suo eroe, oltre che le imprese, le non meno celebri, nitidissime cronache ». 10 Il culto di Cesare, trasmesso al giovane Gadda dalla madre, non era quindi solo nei riguardi del grande condottiero, dell’abile stratega, del politico ecc. ecc., ma era soprattutto nel fascino della precisione espressiva dei commentarii e nelle capacità persuasive della sua eloquenza. 11 Emblematico infine che si firmi “Gaddus”, che usi a volte la terza persona per raccontarsi o che inserisca parole in latino. Ma ulteriori considerazioni possono essere fatte alla luce di quanto lo stesso Gadda scrive in una pagina da Cellelager del 21 maggio 1918 :

Non è cosa nuova per me essere mal giudicato nella vita ; riconosco in me difetti gravissimi, qualità negative : (ipersensibilità, timidezza, pigrizia, nevrastenia, distrazione fino al ridicolo). Ma troppo severi e troppo superficiali sono i giudizi che fanno di me anche molti che credono di conoscermi a fondo. La mia adorata mamma essa stessa non mi ha sempre compreso ; ciò an- che perché io sono essenzialmente infelice nel contegno e nell’espressione ; l’unica espressione vivida e corretta, di cui posso rispondere, è l’espressione mediante il pensiero scritto. Ricordo che, inginocchiato al letto di mio padre morto, esclamai nel pianto : “Ho appena quindici anni !”, intendendo di dire : “Solo per questo breve periodo ti sono stato vicino, o babbo”. Questa frase fu invece interpretata, e forse ragionevolmente, nel senso egoistico : “O babbo, mi lasci in età nella quale il tuo aiuto m’era necessario”. Bisogna riconoscere che questo era il pensiero rispon- dente all’espressione, e che l’espressione non rispondeva invece al mio pensiero. È questo un esempio tra mille. Così nella vita mi occorse sovente, lo confesso a me medesimo, di passare per imbecille, o per orgoglioso, o per egoista, o per pazzo : mentre ero distratto, timido, riservato, stanco. 12

Il problema di Gadda è quindi con la scrittura, unica espressione vivida e corretta di cui può rispondere. Qui il centro del problema di Gadda, la necessità di scrivere per essere capito e per capirsi lui stesso. È Walter Pedullà 13 ad evidenziare come nel diario Gadda non sia ancora l’artista della parola, quello che fa meraviglie con la metafora. La

(^10) Ivi, p. 165. (^11) Cfr. Emanuele Narducci, La gallina Cicerone. Carlo Emilio Gadda e gli scrittori antichi , Firenze, Olschki, 2003, pp. 74-86. (^12) Cfr. Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e di prigionia. Con il « Diario di Caporetto » , Milano, Garzanti, 2002, p. 357. 13 Cfr. Walter Pedullà, op. cit ., p. 89 sgg.

carlo emilio gadda e la grande guerra 91

al direttore, allora amico, di una rivista fiorentina alcuni brani di quelle lettere, alcune di quelle prime prove di Gadda, che poi andarono a formare il suo primo volume : “La Madonnina dei filosofi ”.

Tecchi dice che non avrebbe potuto immaginare allora che quel gentilissimo e compito ragazzo sarebbe diventato uno dei più grandi scrittori del Novecento. Lo potrà dire diversi anni dopo, con il senno di poi, rileggendo quei comportamenti alla luce portata dagli anni trascorsi. Tecchi inoltre ricorda come Gadda non riuscì mai a scherzare o a ripensare con serenità alla guerra : si limitava, al massimo, ad un’ombra di sorriso em- blematica di come quel periodo sia rimasto nello scrittore lombardo fino alla fine dei suoi giorni. Senza avanzare infondate ipotesi sul fatto se siano state guerra e prigionia a fare dell’uomo lo scrittore, è innegabile che nel diario si possano vedere in nuce gli elementi presenti nelle opere letterarie successive. Ecco perché si può parlare di un Gadda prima di Gadda. Attraverso il diario passa la formazione della personalità dello scrittore, scrittore che dice di terminare le sue note il 31 dicembre 1919 (« Qui finiscono note autobiografiche […] non ne incominciano altre né qui né altrove »), in realtà tor- nerà sulla guerra ma con altre note, cioè con tonalità diverse. Uno dei capitoli del Castello di Udine si intitola Impossibilità di un diario di guerra , dove Gadda sostiene che il suo diario di guerra, contenendo dei giudizi, è impossibile. Le prose che lo scrittore lombardo pubblicherà sulla guerra negli Anni Trenta nella Madonna dei Filosofi e nel Castello di Udine sono lontane dal diario per il fatto che i loro contenuti sono mediati dalla distanza dai fatti e quindi dalla memoria. Inoltre la maniera di scrivere di Gadda è quella di « chi ha ormai imparato ad usare la parola per esorcizzare il dolore, o almeno per controllarlo a distanza. Di chi anzi può raccontare usando frammenti di vita vissuta, rimescolandoli però in una storia di cui resta l’unico regista e l’unico inventore. Non mutare la realtà, ma riscriverla : rimetterla in un ordine che durante lo svolgimento non si poteva né riconoscere, né registrare ». 15 Così come avverrà nella Cognizione la rielaborazione del fratello. Il 31 ottobre 1917 Gadda, disperato per la morte di un suo carissimo commilitone, scrive nel diario « pian- go come se avessi perduto mio fratello »… pianto che in qualche modo prevedeva che sarebbe arrivato. Infatti, con profonda angoscia, scrive il 30 giugno del 1915 : 16 « Vorrei pregar la guerra di scegliere me, ma non lui! » e più di una volta ripeterà questa invoca- zione. Il fratello è spesso nei suoi pensieri, nelle sue preoccupazioni, nella sua nostalgia, come ad esempio il 21 maggio 1918 : « Il giorno 18 fu gramo ; l’animo preda della dispe- razione, il corpo accasciato sul lettino. A sera l’affetto di mio fratello assunse violenza nostalgica, tenerezza accorata, che mi costrinse al pianto… ». Forse è questo l’episodio più doloroso di tutto il diario, la notizia della morte di Enrico data dalla mamma, che arriverà il 18 gennaio del 1919 a paralizzare la scrittura « Non voglio più scrivere ; ricordo troppo! ». È qui forse, più che il 31 dicembre sopra ricordato, che si chiude il diario di Gadda e si apre la strada al grande scrittore. Piero Citati, a breve distanza dalla prima uscita dei diari di Gadda, afferma : « Ora che i diari di guerra e prigionia di C. E. Gadda sono usciti dall’inedito, il procedimento

(^15) Cfr. Maria Antonietta Terzoli, L’anima si governa per alfabeti. Note su Gadda scrittore di guerra , in La Grande Guerra : Storia e Memoria. Erster Weltkrieg : Geschichte und Erinnerung , a cura di Marco Rech, Seren del Grappa, Rasai, 2001, p. 98. (^16) Lettera indirizzata collettivamente agli amici Gobbi, Marchetti e Semenza. Si cita da G. C. Roscioni, op. cit ., p. 162.

92 carlo serafini

espressivo dal quale è nata la prima parte del Castello di Udine dove sono in gioco pres- sappoco i medesimi avvenimenti, risulta in piena luce. Se lì la frequenza delle allusioni culturali, l’ambiguità filologica dei significati, la velocità e la relativa autonomia delle analogie, l’inquieto incastro dei ricordi raddensavano e facevano “coagulare” la materia di Gadda […] sino a un’intensità a spessore violentissimi […] era proprio perché innan- zi a lui si distendeva questa accuratissima descrizione cronologica, questa registrazione quotidiana delle esperienze. La violenza e la deformazione gaddiane implicano di nor- ma, non voglio dire nei loro effetti linguistici, ma certo nella costruzione della pagina, una piena fissazione obiettiva della materia, come se il suo verismo e i suoi scrupoli cronistici e documentari fossero l’antecedente ideale del suo espressionismo ». 17 Nella diaristica di guerra l’opera di Gadda ha un valore del tutto particolare. È in grado di fornire una testimonianza di grande spessore umano, lirico e storico su una delle pagine più dolorose della storia del nostro paese, mostrando con grande forza espressiva gli orrori della guerra e la tragedia umana e personale di ogni soldato inviato al fronte. È un’opera caratterizzata da una profonda originalità stilistica e di impianto, nella quale convivono toni e livelli linguistici molto distanti tra loro, tecnicismi, dialetti, linguaggio bellico e letterario l’uno accanto all’altro senza che l’opera strida o evidenzi un eccessivo frammentismo. È infine la prima apparizione di quelle caratteristiche che faranno del soldato Gadda il grande creatore dei romanzi e dei racconti, lo scrittore grasso che procede per accumulo di materiali, per infinite analisi di dettagli, che entre- rà al’interno dei meccanismi della lingua forzandola e costringendola ad un grado di espressività e di parola che nessun linguaggio tradizionale avrebbe potuto dare. Non è possibile affermare con certezza se fosse o meno intenzione del soldato Gadda forzare a tal punto il suo diario da farne un romanzo, o comunque un’opera di narrativa che superava di molto la semplice annotazione delle imprese belliche di un soldato, come non è possibile delineare quanto di conscio o inconscio ci sia nelle impennate della sua lingua e della sua psiche. Resta il fatto che il Giornale di guerra e di prigionia è, per originalità, intelligenza e forza emotiva, l’opera di maggior impatto sulla realtà della prima Guerra mondiale.

(^17) Piero Citati, Il Diario di Carlo Emilio Gadda , « Lo spettatore italiano », maggio 1956, p. 232.