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Introduzione
Prima Parte: Storia degli Archivi: cosa sono gli archivi e come si sono evoluti dai romani ad oggi. Seconda Parte: Legislazione Archivistica: cosa dice la legge sugli archivi. Terza Parte: Funzione di un archivio: cosa fa chi lavora negli archivi. Quarta Parte: Archivi nel mondo digitale.
Perché è importante l’archivistica
L’archivistica è una disciplina fondamentale perché tutte le conoscenze che riceviamo nelle altre materie e discipline derivano dagli archivi. Attraverso lo studio degli archivi accediamo infatti alle fonti che permettono di fare ricerca, di ricostruire la storia, di interpretare i fenomeni sociali e di comprendere il presente. Gli archivi sono importanti anche dal punto di vista civile e giuridico, perché contengono le nostre leggi, i nostri diritti, i documenti che attestano rapporti e decisioni u ffi ciali. Studiare archivistica non significa soltanto imparare a descrivere e ordinare documenti: il vero obiettivo è capire come le società, le istituzioni e le persone costruiscono, conservano e trasmettono la propria memoria. L’attenzione non è dunque rivolta solo agli archivi in sé, ma al rapporto tra archivi e trasformazioni della società, della politica e dell’economia, che influenzano il modo in cui l’umanità sceglie di ricordare e tramandare.
Che cos’è un archivio
Si definisce archivio l’insieme dei documenti prodotti o ricevuti da una persona fisica o giuridica nello svolgimento delle proprie funzioni. L’archivio, quindi, non è solo un luogo fisico, ma un sistema organizzato di documenti che nascono da un’attività concreta e che mantengono legami tra loro, riflettendo il funzionamento dell’ente o della persona che li ha creati.
Che cos’è un documento
Il concetto di documento può essere inteso in almeno tre modi complementari:
- Documento come fonte storica (definizione più quotidiana) È qualsiasi testimonianza in grado di insegnarci qualcosa sul passato e di agire sulla nostra memoria. In questo senso, un documento è una traccia storica: una lettera, una fotografia, un diario, ma anche un oggetto che racconta la vita di una comunità.
- Documento come unità archivistica È qualunque oggetto o unità conservata in un archivio, indipendentemente dal suo contenuto. Esempio: un libretto universitario, un registro di classe, un fascicolo amministrativo.
- Documento giuridico (secondo la diplomatica) È una testimonianza scritta di un fatto giuridico, redatta secondo forme precise, destinata a dare fede pubblica e forza di prova. Questa definizione nasce con la diplomatica, disciplina sorta nel Seicento che studia l’autenticità dei documenti. Per avere valore legale, il documento deve essere l’unione di:
◦ contenuto: ciò che viene narrato o descritto;
◦ forma: l’insieme di elementi che garantiscono ufficialità e comprensibilità.
Un esempio comune è lo scontrino fiscale, valido solo se rispetta le forme previste dalla legge.
Documenti chiusi e aperti Un’ulteriore distinzione riguarda il modo in cui i documenti vengono formati:
- Documenti chiusi: sono redatti una volta per tutte e non possono essere modificati né integrati. Esempi: atto notarile, scontrino fiscale. - Documenti aperti: possono essere compilati progressivamente, con aggiunte successive. Esempi: libretto universitario, registri in aggiornamento. Questa differenza è importante per la gestione archivistica, perché determina modalità diverse di conservazione e di verifica dell’autenticità.
1. Storia degli Archivi
Molto di ciò che sappiamo di una società si può capire analizzando e studiando i suoi archivi. Gli archivi sono infatti strumenti essenziali di memoria storica e coesione politica: custodiscono leggi, diritti, decisioni, e per questo nel corso della storia la distruzione degli archivi è stata spesso un atto deliberato per indebolire la memoria e l’identità di un popolo, di una città o di uno Stato.
Le di ffi coltà nello studio degli archivi antichi
Ricostruire come le società del passato abbiano conservato i loro archivi è un compito complesso. Più si risale indietro nel tempo, più diventa difficile, perché gran parte della documentazione originaria è scomparsa. Le cause sono diverse: incendi, guerre, degrado dei materiali, ma anche scelte consapevoli di eliminazione. Infatti, la maggioranza dei documenti scomparsi è stata distrutta, ritenuta non utile. Questo processo prende il nome di scarto: quando un ente decide di scartare una parte della documentazione, compie una vera e propria selezione della memoria, stabilendo che cosa merita di essere conservato e che cosa può essere dimenticato. Lo scarto non è quindi solo una questione pratica, ma anche culturale e politica, perché determina ciò che le generazioni future potranno sapere. Un esempio raro e prezioso di conservazione eccezionale è l’abbazia di San Gallo, che ancora oggi custodisce un archivio ricchissimo di documenti medievali unici. Nonostante queste perdite, è possibile ricostruire in parte la storia degli archivi antichi grazie alle annotazioni lasciate dagli archivisti stessi. Molti documenti riportano infatti indicazioni scritte chiamate note dorsali e segnature. Segnatura e nota dorsale sono due concetti diversi, anche se entrambi possono trovarsi sul retro di una pergamena: Termine Funzione Chi la scrive Nota dorsale Breve descrizione del contenuto del documento (es. toponimi, nomi di persone, data) per riconoscerlo senza aprirlo. In origine spesso il notaio o l’ufficio che produceva l’atto; più tardi anche archivisti. Segnatura Codice archivistico che indica la collocazione del documento (fondo, serie, numero progressivo, ecc.). Serve per l’ordinamento e la consultazione. Può essere indicata con un numero romano, una lettera dell’alfabeto, un piccolo segno o disegno. Archivista, di solito in epoca moderna o contemporanea.
Archivi nell’alto Medioevo (476-1000)
Con la fine dell’Impero romano d’Occidente, la scrittura e l’alfabetizzazione subiscono una forte contrazione. La produzione e la conservazione dei testi diventano quasi esclusivamente appannaggio delle istituzioni religiose. Per questo motivo, nell’alto Medioevo non troviamo archivi statali o privati, ma solo archivi ecclesiastici. Un esempio emblematico è quello dell’abbazia di San Gallo, in Svizzera. Gli archivi di monastero venivano custoditi in luoghi sicuri, lontani da rischi di incendi e allagamenti. Spesso si trovavano nella torre campanaria o in altri ambienti protetti. Quanto ai materiali, prevaleva l’uso della pergamena, più resistente ed economica del papiro, utilizzato prevalentemente in ambiti solenni ed in centri particolari come Ravenna (per via della stretta connessione e dunque commercializzazione con l’impero romano d’oriente). Gli archivi ecclesiastici non erano semplici depositi di carte, ma strumenti attraverso cui la Chiesa custodiva e garantiva la memoria scritta. Essi servivano da garanzia di continuità giuridica e amministrativa, assicurando certezza dei diritti in un’epoca in cui la scrittura era ormai patrimonio di pochi. I documenti negli archivi ecclesiastici altomedievali All’interno degli archivi ecclesiastici si trovavano principalmente tre grandi categorie di documenti:
- Documenti solenni e fondativi
• Atti che stabilivano i diritti e i privilegi dell’ente religioso.
• Carte di fondazione, diplomi papali e imperiali.
• Esempio: il diploma di Carlo il Grosso conservato a San Gallo, con scrittura distintiva,
monogramma e sigillo in cera.
• Sul retro:^ note^ dorsali^ o^ segnature^ che riassumevano il contenuto (es. “donazione di Tizio”),
per agevolare la consultazione.
- Documenti privati ed economici
• Contratti di vendita, atti di acquisto, pagamenti di canoni d’affitto da parte di contadini.
• Documentazione quotidiana, che rifletteva i rapporti tra monastero e comunità.
• In genere privi di sigilli o ornamenti: riportavano solo la^ firma dello scriba.
• Sul retro, ancora una volta, piccole note identificative e di collocazione.
Un tratto caratteristico di questi atti è la loro natura di documenti chiusi: una volta redatti non potevano più essere modificati. Il loro valore giuridico stava proprio nel carattere definitivo e immodificabile della scrittura.
- Documenti amministrativi: i polittici Esiste poi un terzo genere di documenti, diverso dai precedenti: i documenti amministrativi. Si tratta di elenchi di terreni e beni posseduti dal monastero o dalla chiesa, redatti per scopi pratici e gestionali. Questi documenti, noti come polittici, non avevano valore giuridico solenne: non riportavano sigilli né firme, perché servivano esclusivamente all’amministrazione interna dell’ente. In un certo senso, i polittici rappresentano l’opposto dei diplomi: non atti solenni di riconoscimento dei diritti, ma strumenti concreti di gestione patrimoniale. I cartulari: gli archivi “in forma di libro” Accanto alle pergamene sciolte, dal Medioevo gli enti religiosi cominciano anche a raccogliere copie dei loro documenti più importanti in libri detti cartulari (dal latino cartulae , cioè “documenti”). Un cartulario non contiene documenti originali, ma trascrizioni. L’obiettivo era quello di garantire una conservazione più sicura e permanente, visto che le pergamene sciolte potevano deteriorarsi o andare smarrite. Naturalmente, la selezione era necessaria: la pergamena era costosa e la trascrizione richiedeva tempo e risorse.
Per questo, nei cartulari venivano copiati soprattutto:
- documenti solenni e fondativi (privilegi, diplomi, carte di donazione),
- documenti privati ed economici più recenti e ritenuti ancora utili per attestare la proprietà dei beni. Un cartulario, quindi, non riproduceva tutto l’archivio, ma offriva una sorta di selezione ragionata delle carte considerate ancora attuali e strategiche. La creazione di cartulari ebbe un e ff etto collaterale importante: poiché le copie erano ora conservate in modo sicuro e permanente, gli originali tendevano a perdere importanza e spesso venivano trascurati o dispersi. Non sempre, però, accadde così. Un esempio significativo è proprio l’abbazia di San Gallo, che non compilò cartulari, preferendo conservare con cura le pergamene originali, che sono così giunte fino a noi. Il cartulario della cattedrale di Losanna Il cartulario della cattedrale di Losanna è un grande libro di pergamena. L’involucro esterno è costituito da due lati rivestiti anch’essi di pergamena, con una piccola falda che serve a proteggere il volume. I fogli utilizzati non sono pergamene pregiate, ma spesso fogli di recupero o di scarto: questo è evidente dai difetti, come gli “occhi”, cioè piccoli buchi nella pelle che si formavano durante la tensione sui telai di lavorazione e che spesso tendevano a slabbrarsi. Il cartulario, dunque, non è un oggetto elegante o ornamentale: è piuttosto “brutto” e funzionale, perché i monaci non avevano alcun interesse a realizzare un volume bello, ma uno strumento pratico per l’amministrazione quotidiana della chiesa e del suo patrimonio. Lo scopo del cartulario era raccogliere in un unico volume le copie dei documenti che attestavano i diritti e le prerogative della chiesa di Losanna. La sua redazione richiedeva un grande investimento di risorse: denaro, tempo e competenze intellettuali per selezionare, trascrivere e organizzare il materiale d’archivio. Proprio per questo, la stesura di un cartulario non avveniva mai a caso, ma in momenti di urgenza storica, ad esempio quando la chiesa si trovava in crisi politica o quando il suo patrimonio era minacciato e bisognava ribadirne e documentarne i diritti. In alcuni casi, al cartulario venivano aggiunti documenti successivi, rendendolo uno strumento di lavoro in continuo aggiornamento. Il cartulario della cattedrale di Losanna non è solo una raccolta di copie di documenti, ma presenta anche sezioni introduttive di grande interesse: - Parte storiografica: all’inizio i monaci inserirono un testo di natura narrativa che raccontava la storia della chiesa. Questo serviva a dare un contesto più ampio e legittimante ai documenti copiati in seguito. - Elenco dei territori e delle parrocchie: prima ancora della sezione storica, fu redatta una lista di tutti i possedimenti, parrocchie e diritti patrimoniali della chiesa di Losanna. Si tratta di un documento compilato direttamente dai religiosi, utile a delineare il quadro geografico ed economico dei beni da difendere. Il cartulario della cattedrale di Losanna ci mostra bene come questi strumenti non fossero meri depositi di copie, ma vere e proprie operazioni politiche e amministrative. La chiesa, raccogliendo e trascrivendo i propri documenti, non solo metteva in salvo la memoria dei suoi diritti, ma rafforzava la propria identità e il proprio ruolo in un contesto di conflitto o di incertezza.
Il caso di Asti Un esempio significativo è il libro iurium del comune di Asti (fine Trecento). In quel periodo la città era passata sotto il dominio della famiglia francese degli Orléans. Per riaffermare i propri diritti, il comune fece redigere un grande libro che raccoglieva tutte le prerogative storiche della città, da mostrare al nuovo signore per impedirne la violazione. La redazione non era casuale:
- i documenti erano raggruppati per villaggio, in modo che per ciascun centro controllato da Asti fosse evidente come il comune avesse acquisito e consolidato il dominio;
- il libro era arricchito da ra ffi gurazioni dei castelli, con un forte valore simbolico e politico;
- l’impostazione grafica stessa era studiata per trasmettere autorevolezza e prestigio. Non solo Asti: anche il comune di Genova produsse numerosi libri iurium, e in seguito l’esempio fu seguito da città più piccole come Assisi. Questo perché la cultura documentaria comunale era condivisa: grandi città e piccole comunità rurali applicavano criteri simili nella gestione degli archivi. A partire dalla fine del XII secolo, l’amministrazione comunale subisce un cambiamento: i consoli iniziano a essere affiancati e poi sostituiti dai podestà, funzionari forestieri. Con loro si diffonde anche un circuito di notai itineranti, che si spostavano da un comune all’altro portando con sé pratiche e modelli documentari omogenei. Questo favorì la nascita di una vera e propria tradizione archivistica laica italiana.
La seconda fase degli archivi comunali (XIII secolo)
La rivoluzione documentaria A partire dall’inizio del Duecento, la struttura degli archivi comunali subisce una trasformazione radicale, che gli storici chiamano rivoluzione documentaria. I comuni, ormai cresciuti e consolidati, controllano territori più vasti e compatti rispetto al passato, e ciò fa nascere nuove esigenze di carattere amministrativo. Aumentano gli uffici, si moltiplicano gli impiegati e, di conseguenza, cresce enormemente la produzione documentaria. A differenza del passato, questa documentazione non riguarda più solo diplomi solenni o atti notarili di carattere fondativo, ma è strettamente legata alla gestione quotidiana della città e del contado: questioni fiscali, militari, economiche, sociali. Dai documenti chiusi ai documenti aperti Una grande novità riguarda la forma dei documenti.
- In precedenza, si usava la pergamena per redigere documenti chiusi e non modificabili.
- Nel Duecento, invece, prevale la pratica dei registri, ossia documenti aperti, continuamente aggiornabili nel tempo. Inizialmente i registri sono ancora in pergamena, ma già dal XII secolo si diffonde progressivamente l’uso della carta, soprattutto nei grandi centri urbani. Fiscalità e nuove pratiche archivistiche La trasformazione documentaria è legata anche ai mutamenti politici. Nei decenni centrali del XIII secolo si affermano i regimi di popolo, che chiedono una distribuzione più equa delle tasse. Questo porta a un rafforzamento delle pratiche di controllo fiscale, tanto che per dimostrare la cittadinanza era necessario esibire la prova del pagamento delle imposte. La crescente necessità di regolamentare e documentare queste pratiche fiscali genera nuovi strumenti archivistici, che costituiscono la base della moderna amministrazione.
I registri degli estimi Uno dei principali strumenti prodotti dai comuni in questa fase sono i registri degli estimi.
- Si tratta di registri contabili che riportano la stima del patrimonio immobiliare e mobiliare dei cittadini, per calcolare in maniera proporzionale le tasse da pagare.
- La raccolta di queste informazioni avveniva attraverso le polizze d’estimo, vere e proprie autodichiarazioni fiscali, compilate dai singoli abitanti.
- Le polizze venivano poi conservate in filze, ossia pacchetti di documenti legati insieme con cordicelle. A Bergamo, per esempio, queste raccolte sono conservate a partire dal 1476. Gli estimi, per loro natura, erano documenti aperti, continuamente aggiornati in base alle variazioni patrimoniali delle famiglie. La documentazione finanziaria comunale non si limita agli estimi. Un’altra categoria importante è costituita dalle rationes, cioè i registri contabili redatti dagli impiegati comunali con i rendiconti delle loro attività. Un esempio celebre è quello dei registri della Biccherna di Siena, che, oltre ad avere un valore amministrativo, sono famosi anche per le loro splendide copertine dipinte, oggi considerate vere e proprie opere d’arte. I registri delle deliberazioni Nei comuni medievali, il consiglio comunale era l’organo deputato a prendere decisioni su questioni politiche, economiche e sociali. Per documentare queste attività si sviluppò una nuova tipologia di fonte: i registri delle delibere, chiamati anche ordinati. Questi registri registravano in modo sistematico le sedute e le decisioni assunte dal consiglio, garantendo così memoria e certezza giuridica delle deliberazioni. Un esempio significativo è quello dei registri del Comune di Moncalieri, rivestiti da una coperta di pergamena che in quel periodo veniva utilizzata solo come involucro protettivo. Non di rado, le coperte riportavano simboli iconici della comunità, come campane, torri o campanili, che identificavano visivamente il registro come espressione dell’autorità comunale. I registri giudiziari Accanto alle deliberazioni consiliari, i comuni producevano anche un’enorme quantità di documentazione giudiziaria. I comuni medievali infatti disponevano di più tribunali, ognuno con competenze specifiche e con propri notai incaricati di registrare le attività. Questa produzione diede origine a una pluralità di registri:
- registri delle denunce,
- registri delle sentenze,
- registri degli interrogatori, e molti altri. Ogni ufficio giudiziario generava così la propria serie documentaria, con una forte specializzazione dei registri. Questa fase segna una vera e propria esplosione documentaria, non solo dal punto di vista quantitativo, ma anche per la crescente diversificazione delle tipologie documentarie. Seguire una singola causa poteva richiedere la consultazione di più registri, spesso tra loro collegati: ad esempio un atto processuale rinviava a una denuncia registrata altrove, oppure a documenti contabili legati a multe o spese processuali. Si parla quindi di intertestualità archivistica, perché i diversi registri, pur autonomi, erano legati da rimandi e connessioni. Questa crescente complessità impose ai comuni la creazione di archivi sempre più ordinati e la presenza di personale specializzato capace di gestire, conservare e recuperare i documenti. Naturalmente, dato che ogni documento comunale era redatto da notai, anche il personale addetto alla gestione degli archivi aveva stretti legami con la categoria notarile. In sostanza, la figura dell’archivista comunale si sviluppa a partire da funzionari di formazione notarile.
Archivio tesaurus e archivio sedimento
Un aspetto che emerge in questa seconda fase è la distinzione tra due tipi di archivi: l’archivio Tesaurus e l’archivio Sedimento: L’archivio tesaurus è quel tipo di archivio in cui il sovrano o il potere centrale custodisce, tendenzialmente a tempo indeterminato, tutti i titoli e documenti che certificano le prerogative e i diritti dell’istituzione. Si tratta dei cosiddetti documenti fondativi, ovvero atti che sanciscono e legittimano il potere, come privilegi, concessioni, trattati, diplomi o atti solenni. L’archivio di sedimento è invece il luogo in cui, giorno dopo giorno, mese dopo mese e anno dopo anno, si accumulano (“sedimentano”) i documenti dell’amministrazione ordinaria e quotidiana del comune, dello stato o dell’ente produttore. Rispetto all’archivio tesaurus, presenta alcune caratteristiche distintive:
• è^ più^ ampio^ per quantità di documenti;
• contiene documenti destinati a un^ invecchiamento^ più^ rapido;
• tende a essere^ più^ disordinato, poiché il valore giuridico e simbolico dei documenti è inferiore
rispetto a quello dei titoli conservati nel tesaurus. Questa distinzione tra archivio tesaurus e archivio di sedimento si afferma in modo stabile a partire dal tardo Medioevo, in particolare con le signorie, gli stati regionali e le grandi monarchie europee. Tali poteri, sempre più accentratori e impegnati nel controllo del territorio, iniziano a organizzare la propria documentazione secondo due poli distinti:
- un archivio destinato alla conservazione della memoria a lungo termine ( tesaurus );
- un archivio dedicato alla gestione della documentazione corrente ( sedimento ). Questa doppia organizzazione diventerà progressivamente la normalità negli stati europei di età moderna. Un caso esemplare: il Trésor des Chartes di Francia Un caso precoce ma molto significativo si verifica nel Regno di Francia, una delle monarchie più potenti dell’Europa medievale. Già nel regno di Filippo Augusto, dopo la battaglia di Fréteval (1194), durante la quale il re perse i propri bagagli e documenti, nacque l’esigenza di proteggere in modo stabile gli archivi reali e i privilegi del sovrano. Fu però Luigi IX, detto San Luigi, a metà del Duecento, a dare una forma stabile a questo sistema, fondando il celebre “Trésor des chartes” (“Tesoro delle carte” o “dei privilegi”), il più antico nucleo degli archivi reali francesi, tuttora conservato. Il Trésor des chartes raccoglieva documenti fondamentali come: trattati, omaggi feudali, promesse e corrispondenza ufficiale, atti attestanti i diritti reali e documenti provenienti dalle province annesse dai Capetingi fino al XVI secolo. Luigi IX collocò questo prezioso archivio nella Sainte-Chapelle di Parigi, la cappella palatina da lui stesso costruita per custodire reliquie sacre e documenti reali, simbolo tangibile della fusione tra potere religioso e potere monarchico.
L’esperienza italiana: i Savoia e la distinzione tra archivio tesaurus e archivio di sedimento Anche in ambito italiano troviamo esempi significativi della distinzione tra archivio tesaurus e archivio di sedimento. Un caso emblematico è quello dei Savoia, in particolare con Amedeo VIII, che all’inizio del Quattrocento, divenuto duca di Savoia, espande notevolmente i propri confini e avvia un processo di accentramento amministrativo e archivistico. Creazione dell’archivio tesaurus sabaudo, archivio sedimento e Camera dei conti Amedeo VIII costruisce un grande archivio tesaurus, nel quale fa confluire tutta la documentazione proveniente dai vari rami della dinastia estinti o sottomessi nei territori conquistati. Questi documenti, una volta raccolti, vengono ordinati e sistemati in un unico archivio centrale, simbolo dell’autorità e della continuità dinastica. Come in molti altri stati europei, anche nel caso dei Savoia l’archivio tesaurus è collocato nelle immediate vicinanze del centro del potere, solitamente nel castello ducale o nella capitale, in prossimità del sovrano. Parallelamente, i Savoia istituiscono una magistratura, la Camera dei conti, che rappresenta la suprema magistratura amministrativa e contabile dello Stato sabaudo. A questo organo viene affidata la gestione dell’archivio di sedimento, ossia dell’insieme della documentazione amministrativa e contabile corrente. In tal modo, nello Stato sabaudo si forma una chiara ripartizione funzionale:
- da un lato, l’archivio tesaurus, collocato nella sede del potere sovrano e dedicato alla conservazione dei titoli fondativi e dei diritti dinastici;
- dall’altro, l’archivio di sedimento, più vasto e composto da una mole crescente di documenti, posto sotto il controllo della Camera dei conti. Gli archivi tesaurus assumono nel tempo diverse denominazioni. In alcuni casi vengono chiamati “tesori”, come nel Regno di Francia o presso i Savoia; in altri casi si parla di “archivio segreto”, come accade in diversi stati italiani. Il termine “archivio segreto” ha però generato fraintendimenti: oggi siamo portati ad associarlo a un luogo nascosto o riservato, ma in realtà deriva dal latino secretum , che significa “ciò che è separato”. Non si riferisce quindi alla segretezza in senso moderno, ma al fatto che l’archivio era separato fisicamente e funzionalmente dagli altri spazi amministrativi. Infatti, tutti gli archivi dell’epoca, anche quelli di sedimento, erano “segreti” nel senso che solo poche persone autorizzate potevano accedervi. L’archivio tesaurus come strumento politico e “arsenale documentario” L’archivio tesaurus, oltre a consolidare l’identità politica e la memoria dinastica dei sovrani, assume progressivamente una funzione pratica e strategica. Tra il XVI e il XVIII secolo, infatti, si diffonde l’idea delle cosiddette “bella diplomatica” (“guerre diplomatiche” o “guerre dei documenti”): le contese tra stati non si combattono soltanto con le armi, ma anche a colpi di diplomi, titoli e documenti che attestano la legittimità di diritti e pretese territoriali. In questo contesto, l’archivio tesaurus diventa un vero e proprio arsenale di guerra, un deposito di prove giuridiche e storiche capaci di influenzare gli equilibri politici e militari. I documenti in esso contenuti, dotati di alto valore legale, potevano infatti servire da giustificazione o da legittimazione per le guerre intraprese dai sovrani europei.
Il primo problema del Settecento: il sovra ff ollamento archivistico
Con il progressivo accentramento amministrativo e la crescita della documentazione prodotta dallo Stato moderno, nel corso del Settecento si pongono due grandi problemi archivistici. Il primo problema riguarda che cosa fare dell’enorme quantità di documentazione amministrativa accumulata nel tempo e come mantenere in ordine la documentazione più rilevante. La questione dello smaltimento documentario, gli “spurghi” settecenteschi Fino a quel momento, nella storia non si erano mai verificate distruzioni massicce e sistematiche di documenti effettuate per liberare spazio. Gli archivi, anche se disordinati e sovraccarichi, tendevano a conservare tutto, in virtù del valore giuridico o amministrativo dei documenti. Nel Settecento, però, di fronte all’accumulo secolare di materiali ormai obsoleti e privi di utilità pratica, gli stati iniziano a valutare lo smaltimento deliberato di parte della documentazione conservata negli archivi di sedimento. Nascono così i primi progetti di distruzione controllata dei documenti “inutili”. Questi interventi vengono chiamati “spurghi”, termine che indicava proprio l’operazione di eliminare in blocco grandi quantità di documenti ritenuti non più necessari. Si trattava di vere e proprie operazioni di pulizia archivistica, durante le quali tonnellate di registri e carte amministrative (in gran parte sedimentate a partire dal Medioevo) venivano scartate e distrutte. Le pratiche di spurgo si verificarono in vari stati italiani:
- in alcuni casi furono solo progettate ma non attuate (come a Torino),
- in altri casi furono realizzate in parte,
- mentre in altri, come nel Granducato di Toscana, vennero messe in atto in modo sistematico, in particolare a Firenze. Il paradosso toscano: distruzione e apertura al pubblico Proprio nel Granducato di Toscana, dove avvengono importanti spurghi , si registra anche un fenomeno opposto e innovativo. Nella seconda metà del Settecento, lo stesso Stato toscano decide infatti di aprire parte dei suoi archivi alla consultazione pubblica, consentendo agli storici e studiosi di accedere a determinati documenti. Nasce così una sezione di archivio destinata alla consultazione pubblica, che raccoglie una selezione di documenti antichi di pregio, denominata “fondo diplomatico”. Per stabilire quali documenti dovessero entrare nel fondo diplomatico, si adotta un criterio materiale: i documenti devono essere in pergamena. Nel Settecento, infatti, la pergamena era ormai caduta in disuso a favore della carta, perciò un documento redatto su pergamena era quasi certamente antico e, di conseguenza, di interesse storico, ma al tempo stesso non compromettente dal punto di vista politico o amministrativo. Nel Granducato di Toscana, e più in generale nel Settecento, si verificano dunque due tendenze apparentemente contrarie: da una parte, la distruzione di grandi quantità di documentazione medievale ritenuta inutile; dall’altra, la selezione e valorizzazione di una parte di essa (soprattutto pergamene), resa pubblica e destinata allo studio storico. In realtà, entrambe le pratiche rispondono alla stessa esigenza di fondo: trovare un criterio di selezione per distinguere quali documenti servono e quali no, ossia come gestire il sovra ff ollamento archivistico in modo più razionale.
Il secondo problema del Settecento: come riordinare ciò che resta
e la nascita dell’ordinamento per materia
Dopo aver affrontato il problema del sovra ff ollamento documentario, nel corso del Settecento emerge un secondo grande problema archivistico: come riordinare la documentazione che si decide di conservare, cioè quella ritenuta interessante o utile. Il Settecento è il secolo in cui nasce, per la prima volta, la riflessione sul metodo di ordinamento degli archivi. Di fronte a depositi immensi di documenti provenienti da enti e uffici soppressi, diventa necessario dare un ordine razionale a tutto quel materiale. Ma quale ordine adottare? Il problema è che l’archivistica come disciplina scientifica non esiste ancora. È vero che, fin dal Quattrocento e Cinquecento, esistono trattati o memorie di archivisti su come organizzare gli archivi, ma si tratta di testi riferiti a singole esperienze locali, non di teorie generali o metodi universalmente validi. La risposta del Settecento: l’ordinamento per materia Per rispondere alla necessità di dare ordine a un’enorme quantità di documenti eterogenei, nel Settecento si adotta il cosiddetto ordinamento per materia. Questo metodo parte dal presupposto che negli archivi centrali di governo vi siano numerose cataste di documenti, ciascuna proveniente da un u ffi cio produttore soppresso (per esempio, un tribunale locale o l’amministrazione di un ospedale). L’ordinamento per materia consiste nel:
- Estrapolare i documenti da queste cataste;
- Classificarli secondo un indice alfabetico di materie o argomenti, come ad esempio: acque, agricoltura, commercio, strade, mercati, giustizia, pedaggi, ecc.;
- Collocarli nelle rispettive categorie e sottocategorie: es. acque fiumi Serio, Brembo, Cherio, ecc. In questo modo, i documenti vengono riaggregati per argomento, indipendentemente dall’ufficio o ente che li aveva originariamente prodotti. L’ordinamento per materia rompe l’unità originaria dei fondi: i registri e le serie documentarie vengono smembrati per ricomporre gruppi omogenei solo per tema. Così, in una stessa categoria possono trovarsi documenti provenienti da enti e istituzioni completamente diversi, accomunati soltanto dal contenuto tematico. Questo metodo venne applicato in molti archivi italiani, tra cui: Torino, Firenze, ma soprattutto Milano, dove il sistema raggiunse la sua forma più coerente. A Milano, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, l’archivista Luca Peroni perfezionò l’ordinamento per materia, tanto che il metodo prese anche il nome di “ordinamento peroniano”. Nella maggior parte dei casi, l’ordinamento per materia viene applicato agli archivi di sedimento, ossia agli archivi amministrativi ormai inattivi. Tuttavia, ci furono anche eccezioni: ad esempio, nell’Archivio di Torino questo metodo venne esteso anche agli archivi tesaurus, cioè agli archivi centrali del potere sovrano.
Il cambiamento dell’Ottocento A partire dalla metà dell’Ottocento, il confronto tra i due metodi si risolve a favore del principio di provenienza. Con la nascita dello Stato italiano (1861), la scelta ufficiale è quella di ordinare gli archivi secondo il principio di provenienza, abbandonando definitivamente il criterio per materia. Questo cambiamento si spiega attraverso diversi fattori culturali e storici:
- La Rivoluzione francese trasforma il concetto di documento, che da strumento amministrativo diventa anche bene pubblico e storico.
- Il Romanticismo valorizza la memoria storica e nazionale, e quindi l’archivio come testimone della storia delle istituzioni e dei popoli.
- Nuova concezione del documento d’archivio non è più visto solo come strumento di governo, ma come fonte storica che deve poter essere studiata e interpretata nel suo contesto originario. La Scuola del Metodo Storico In Italia, nella fase che accompagna l’unità d’Italia, si sviluppa una vera e propria scuola di pensiero archivistica che promuove il principio di provenienza: la Scuola del metodo storico. Questa scuola, guidata da archivisti e studiosi formatisi nell’Ottocento, sostiene che:
- Si deve rispettare l’unità di provenienza dei documenti: tutti i documenti prodotti da un certo ufficio devono restare uniti nel medesimo fondo.
- Si deve rispettare l’ordine originario dato dal produttore: non basta tenere insieme i documenti, ma occorre conservarli nella struttura interna (serie, registri, fascicoli) voluta dall’ente che li ha generati. L’obiettivo del metodo storico è dunque quello di ricostruire gli archivi del passato così come erano, nel rispetto del contesto istituzionale e funzionale della loro formazione. Francesco Bonaini (1806–1874) e Salvatore Bongi (1825–1899) Francesco Bonaini è il principale teorico e promotore del principio di provenienza in Italia. Archivista toscano, fu soprintendente degli Archivi toscani e una figura chiave nella definizione dell’archivistica come disciplina autonoma. Le sue idee fondamentali:
- Di ff erenza tra uso amministrativo e uso storico degli archivi Bonaini afferma che mentre l’impiegato amministrativo cerca nei documenti le materie, lo storico cerca le istituzioni. Per questo motivo, negli archivi destinati alla ricerca storica, i documenti devono essere ordinati secondo le istituzioni che li hanno prodotti, non secondo gli argomenti trattati.
- Il metodo storico come “diritto pubblico applicato ai documenti” Secondo Bonaini, per ricostruire l’ordine originario di un archivio occorre studiare le leggi, gli statuti e i regolamenti che disciplinavano il funzionamento dell’ente produttore. Applicando retroattivamente tali norme, si può ripristinare l’ordine originario dei documenti come era previsto in passato. Questo approccio, pur essendo rigoroso, risulta molto complesso da applicare nella pratica, perché richiede una conoscenza approfondita delle strutture istituzionali e dei contesti giuridici di riferimento.
Salvatore Bongi, anch’egli archivista toscano, rappresenta la fase successiva e più matura della scuola del metodo storico. Fu direttore dell’Archivio di Stato di Lucca e portò avanti una riflessione critica rispetto al metodo di Bonaini. Le sue idee principali:
- Critica al metodo di Bonaini Bongi ritiene che il metodo di Bonaini sia troppo teorico e complesso: ricostruire un archivio basandosi sulle norme giuridiche del passato non è sempre possibile, perché spesso le documentazioni sono lacunose o frammentarie. Bongi propone di fare il processo inverso: partire dallo studio diretto dei documenti rimasti, analizzarne la struttura, la forma e la funzione, e da lì ricostruire l’ordine originario. In questo modo, è lo studio concreto dei documenti a guidare la ricostruzione archivistica.
- L’inventario moderno Bongi è il primo a dare forma al concetto moderno di inventario archivistico. Dirigendo l’Archivio di Lucca, elabora un grande inventario corredato da “cappelli”, ovvero introduzioni descrittive che spiegano: A. la storia delle varie serie e dei fondi documentari, B. i criteri seguiti per il riordino, C. e le motivazioni delle scelte archivistiche effettuate. Questi cappelli, spesso molto dettagliati, rappresentano un modello di trasparenza metodologica e di descrizione scientifica degli archivi, tuttora in uso. Grazie a Bonaini e Bongi possiamo sostenere che l’archivistica italiana dell’Ottocento assume un carattere scientifico poiché il principio di provenienza diventa il solo criterio u ffi cialmente riconosciuto dallo Stato italiano per l’ordinamento degli archivi (a partire dagli anni ’ dell’Ottocento). Si afferma inoltre l’idea che l’archivista non debba “ordinare” in modo arbitrario, ma riconoscere e rispettare l’ordine che la storia stessa ha prodotto. Il cambiamento del ruolo degli archivi Il ruolo degli archivi cambia profondamente tra la fine del Settecento e l’Ottocento. La loro importanza e utilità vengono sempre più riconosciute, come testimoniano diversi fattori:
- la distinzione tra archivi tesaurus e archivi di sedimento ,
- la crescente attenzione verso la conservazione e l’ordinamento della documentazione,
- la nascita di riflessioni teoriche e di veri e propri metodi scientifici per la gestione degli archivi, come quelli elaborati da Francesco Bonaini e Salvatore Bongi,
- e la formazione della Scuola del metodo storico. Tutti questi elementi rappresentano segnali chiari di un profondo mutamento culturale: l’archivio non è più visto soltanto come uno strumento amministrativo al servizio del potere, ma come un bene pubblico, una fonte storica e un oggetto di studio. In questo periodo nasce infatti una discussione scientifica consapevole su come gli archivi debbano essere organizzati, conservati e utilizzati. L’archivistica, che fino a quel momento era considerata una semplice pratica tecnica, esce dal dominio dell’amministrazione e diventa a tutti gli effetti una disciplina autonoma e accademica, fondata su principi, metodi e finalità propri.
L’ordine dell’archivio rispecchia la struttura e il funzionamento del soggetto che l’ha prodotto. Il vincolo archivistico è quel legame funzionale che unisce i documenti e fa sì che essi si dispongano in un determinato modo, secondo la logica e le attività del soggetto produttore. L’organizzazione di un archivio, dunque, dipende direttamente dalle leggi, dai regolamenti e dalle prassi che regolano l’attività dell’ente produttore. In altre parole, la forma dell’archivio è la conseguenza naturale del modo in cui il soggetto produttore funziona. Questo principio richiama il pensiero di Francesco Bonaini, secondo il quale, per comprendere la struttura degli archivi del passato, è sufficiente analizzare le leggi e i regolamenti che disciplinavano il funzionamento degli enti che li hanno prodotti. Giorgio Cencetti e la teoria del rispecchiamento Nel saggio “Il fondamento teorico della dottrina archivistica” , Giorgio Cencetti afferma che le relazioni tra i documenti all’interno dell’archivio: “Non sono arbitrarie, ma determinate in modo necessario dalle attività e dagli scopi dell’ente produttore, talché non sarebbe lontano dal vero chi affermasse che la vita dell’archivio in sé e per sé non ha autonomia e si risolve in quella dell’ente, in quanto funzione di essa. [...] Non esiste un problema del metodo d’ordinamento. Non ce n’è che uno: quello imposto dalla originaria necessità e determinatezza del vincolo archivistico.” Secondo questa visione, l’archivio non si limita a rispecchiare l’ente produttore, ma è esso stesso parte dell’ente, una manifestazione della sua attività e della sua struttura. Nasce così la cosiddetta “teoria del rispecchiamento”, secondo cui:
- l’archivio rispecchia fedelmente il soggetto produttore e le leggi che ne regolano l’attività;
- il vincolo archivistico è determinato da tali leggi e prassi;
- l’unico ordinamento valido è quello imposto dalla necessità e determinatezza di quel vincolo originario. Questa teoria fu per lungo tempo il fondamento della dottrina archivistica, ma a partire dagli anni ’60 e ’70 venne messa in discussione. Claudio Pavone e la critica alla teoria del rispecchiamento Claudio Pavone, uno dei più importanti archivisti italiani del Novecento, mette in discussione la teoria del rispecchiamento di Cencetti nel suo celebre saggio: “Ma è poi tanto pacifico che l’archivio rispecchi l’istituto?” Pavone risponde: “Non proprio.” Secondo lui, la struttura di un archivio non è determinata in modo rigido e automatico dalle leggi e dal funzionamento formale dell’ente produttore, ma è influenzata da molte variabili. Pavone individua diversi fattori che intervengono nella formazione e nell’organizzazione concreta di un archivio: - Le prassi amministrative, spesso diverse dalle norme teoriche. - I rapporti giuridici che si instaurano nell’ambito delle norme. - Il contesto sociale in cui l’istituto opera e interagisce. - La viscosità archivistica, ovvero la tendenza degli archivi a mantenere tracce di forme e strutture passate anche quando cambiano le prassi amministrative o istituzionali. Pavone ribalta la prospettiva: l’archivio non rispecchia soltanto la struttura amministrativa o giuridica dell’ente, ma soprattutto il modo in cui l’istituto organizza la propria memoria. In altre parole, l’archivio è il risultato della volontà di autodocumentazione del soggetto produttore, costruito in funzione delle sue finalità pratiche, che possono essere: amministrative, politiche, organizzative o strategiche. Costruire e ordinare un archivio significa, per Pavone, costruire la propria memoria. Da qui nasce una nuova domanda interpretativa: “Quale memoria il soggetto produttore vuole darsi in funzione dei propri scopi?” Negli anni ’60 e ’70, proprio grazie a Pavone e ad altri studiosi, entra in archivistica il concetto di memoria, che diventa un elemento centrale e ancora oggi fondamentale nella riflessione teorica e nella prassi archivistica contemporanea.
2. Legislazione Archivistica
La storia della legislazione archivistica italiana nasce insieme all’Italia stessa, nel 1861 , anno dell’Unità nazionale. Una delle prime questioni che il nuovo Stato deve affrontare è proprio: “Cosa fare con gli archivi?” Con il termine archivi si intendono in particolare gli archivi pubblici, cioè gli archivi dello Stato e delle amministrazioni pubbliche, con l’eccezione di alcuni archivi privati di particolare interesse storico e culturale. Nel 1870 , con la conquista di Roma e la sua proclamazione a capitale del Regno d’Italia, si apre in Parlamento un vivace dibattito su come organizzare e gestire gli archivi del nuovo Stato unitario. Per affrontare la questione viene istituita una Commissione parlamentare formata da esperti e membri del Parlamento, chiamata Commissione Cibrario, dal nome del suo coordinatore Luigi Cibrario. La Commissione lavora per alcuni anni e, tra il 1874 e il 1875 , elabora le prime proposte di legge per regolare il sistema degli archivi pubblici in Italia.
I tre problemi fondamentali affrontati dalla Commissione Cibrario
- Il bisogno di accentramento Il nuovo Stato italiano, nato dall’unificazione, ha una forte tendenza centralizzatrice. Si ritiene necessario che il controllo degli archivi sia concentrato nelle mani del potere centrale, cioè dello Stato, per garantire una gestione uniforme e sotto la diretta autorità governativa. 2. La valorizzazione delle tradizioni locali Sul piano pratico, la Commissione riconosce che l’Italia preunitaria era composta da molti stati regionali (Regno di Sardegna, Granducato di Toscana, Regno delle Due Sicilie, ecc.), ciascuno con una propria tradizione archivistica ben consolidata. Nonostante le differenze, questi sistemi funzionavano in modo efficiente: ogni capitale regionale aveva il proprio archivio centrale (ad esempio, Milano con l’Archivio del Lombardo-Veneto, Napoli, Firenze, ecc.). Per questo motivo, la Commissione ritiene opportuno non stravolgere queste strutture locali, ma mantenerle e valorizzarle, integrandole nel nuovo sistema nazionale. 3. Le diverse collocazioni amministrative degli archivi Un’ulteriore difficoltà nasce dal fatto che, nei vari stati preunitari, gli archivi dipendevano da ministeri diversi:
- In alcuni stati, erano sotto il Ministero dell’Istruzione, poiché considerati istituti culturali.
- In altri, sotto il Ministero dell’Interno, in quanto strumenti di controllo politico e amministrativo.
- In altri ancora, sotto il Ministero delle Finanze, perché contenevano documenti legati alla fiscalità e alla gestione del patrimonio pubblico. Poiché l’unificazione nazionale è guidata dai Savoia, prevale il modello piemontese, già in vigore a Torino. Si afferma quindi la concezione dell’archivio come istituzione politica, posta sotto il Ministero dell’Interno. Questa scelta si basa sull’idea che gli archivi contengano informazioni utili al controllo della popolazione e al governo politico del Paese, e che quindi debbano essere amministrati da un’autorità centrale.