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Arrigo pacchi, Dispense di Filosofia

Filosofia, Hobbes, Dispense Arrigo Pacchi

Tipologia: Dispense

2015/2016

Caricato il 06/01/2016

virginiamusicam
virginiamusicam 🇮🇹

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prof. Arrigo Pacchi
Il pensiero politico di T. Hobbes
(Trascrizione non rivista dall’autore della lezione tenuta il 22 marzo 1988
presso la Biblioteca comunale di Como per un pubblico di studenti)
Mi fa piacere parlare con voi di Hobbes perché è un'occasione per togliere a questo autore quella
fama di scrittore maledetto che gli è stata attribuita, nei secoli e che in parte dura anche oggi, a
quattrocento anni di distanza dalla sua nascita. Oggi forse non scandalizza più il fatto che Hobbes
fosse ritenuto ateo e materialista, però egli è considerato il difensore dell'assolutismo, cioè di ideali
opposti a quelli attuali di democrazia e libertà.
Con la mia lezione non vorrò certo negare che Hobbes fosse il difensore dell'assolutismo, ma vorrei
farvi comprendere come certe sue prese di posizione, a volte a favore del passato, hanno avuto un
avvenire e sono tra i fondamenti di quel vivere democratico di cui oggi possiamo vantarci.
Mi è stato chiesto di delinearvi i tratti fondamentali della concezione politica hobbesiana, anche in
riferimento ai movimenti di opinione e alle posizioni teoriche del tempo.
Quando si parla di Hobbes, si deve tener presente che il suo è un sistema vivo e in evoluzione,
anche se i principi fondamentali su cui si basa restano immutati.
Potremmo partire dalle assunzioni del critico H. Warrender, autore di un libro sulla filosofia politica
di Hobbes e iniziatore di un'edizione critica delle opere di Hobbes. Warrender si è posto un
problema fondamentale nella filosofia politica hobbesiana: cosa giustifica l'obbedienza del cittadino
nei confronti del sovrano? Secondo questo studioso la semplice costrizione fisica, cioè la violenza
che il sovrano può esercitare attraverso le forze di polizia sui sudditi, non basterebbe a costituire per
i sudditi stessi un'obbligazione sufficiente all'obbedienza civile. Ci deve essere qualcos'altro, cioè il
fondamento che alla legge civile viene dato dalla legge naturale, che è quella legge razionale che
dovrebbe essere riconosciuta da tutti gli uomini, sia essa innata o raggiunta dall'uomo in quanto
essere dotato di ragione. La legge civile trae la sua legittimazione dalla legge naturale, in
particolare da quella che dice che bisogna stare ai patti. Ma, osserva Warrender, Hobbes afferma
che le leggi naturali non hanno efficacia, non sono vere leggi; sono solo teoremi della ragione, cioè
conclusioni a cui arriviamo con la riflessione, ma, poiché non c'è un'autorità che emani le leggi
naturali, non è presente quell'elemento coercitivo proprio della legge, che la faccia rispettare
comminando le pene.
Ma se la legge naturale non è vera legge, come è possibile porla a fondamento dell’obbedienza alla
legge civile? Warrender ritiene che per Hobbes la legge naturale diventi vera legge qualora la si
consideri come un comandamento divino. Il sistema politico hobbesiano avrebbe quindi una
fondazione teologica: la legge civile è valida solo se fondata sulla legge naturale, che però non è
una vera legge, a meno che non la si consideri una legge divina. La fondazione dell'obbedienza
sarebbe data dal fatto che Dio ha creato gli uomini, ha dato loro la legge tramite la rivelazione e
questa legge naturale obbliga il suddito in quanto fornita del sigillo dell'autorità divina che può
comminare pene (per esempio l’inferno). L'opera di Warrender ha avuto un grande successo e ha
suscitato un acceso dibattito. Il suo difetto è di fornire un'interpretazione unilaterale, che non tiene
presenti altri tipi di fondazione della stato e dell'obbedienza chiaramente rintracciabili nell'opera di
Hobbes.
Infatti la tesi "forte" di Hobbes è la cosiddetta fondazione antropologica: in base a certe attitudini
della loro natura, gli uomini non possono fare a meno di comportarsi in un certo modo, dannoso per
loro, e non è possibile uscire da questo stato di conflitto continuo se non attraverso la formazione di
un potere coercitivo che costringa gli uomini a moderare i loro istinti aggressivi: lo stato civile. E'
vero che Hobbes fa riferimento anche all'aspetto giuridico e a quello teologico della questione,
tuttavia direi che la fondazione antropologica è quella decisiva e le altre sono rafforzative, non
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prof. Arrigo Pacchi

Il pensiero politico di T. Hobbes

(Trascrizione non rivista dall’autore della lezione tenuta il 22 marzo 1988 presso la Biblioteca comunale di Como per un pubblico di studenti)

Mi fa piacere parlare con voi di Hobbes perché è un'occasione per togliere a questo autore quella fama di scrittore maledetto che gli è stata attribuita, nei secoli e che in parte dura anche oggi, a quattrocento anni di distanza dalla sua nascita. Oggi forse non scandalizza più il fatto che Hobbes fosse ritenuto ateo e materialista, però egli è considerato il difensore dell'assolutismo, cioè di ideali opposti a quelli attuali di democrazia e libertà. Con la mia lezione non vorrò certo negare che Hobbes fosse il difensore dell'assolutismo, ma vorrei farvi comprendere come certe sue prese di posizione, a volte a favore del passato, hanno avuto un avvenire e sono tra i fondamenti di quel vivere democratico di cui oggi possiamo vantarci. Mi è stato chiesto di delinearvi i tratti fondamentali della concezione politica hobbesiana, anche in riferimento ai movimenti di opinione e alle posizioni teoriche del tempo. Quando si parla di Hobbes, si deve tener presente che il suo è un sistema vivo e in evoluzione, anche se i principi fondamentali su cui si basa restano immutati.

Potremmo partire dalle assunzioni del critico H. Warrender, autore di un libro sulla filosofia politica di Hobbes e iniziatore di un'edizione critica delle opere di Hobbes. Warrender si è posto un problema fondamentale nella filosofia politica hobbesiana: cosa giustifica l'obbedienza del cittadino nei confronti del sovrano? Secondo questo studioso la semplice costrizione fisica, cioè la violenza che il sovrano può esercitare attraverso le forze di polizia sui sudditi, non basterebbe a costituire per i sudditi stessi un'obbligazione sufficiente all'obbedienza civile. Ci deve essere qualcos'altro, cioè il fondamento che alla legge civile viene dato dalla legge naturale, che è quella legge razionale che dovrebbe essere riconosciuta da tutti gli uomini, sia essa innata o raggiunta dall'uomo in quanto essere dotato di ragione. La legge civile trae la sua legittimazione dalla legge naturale, in particolare da quella che dice che bisogna stare ai patti. Ma, osserva Warrender, Hobbes afferma che le leggi naturali non hanno efficacia, non sono vere leggi; sono solo teoremi della ragione, cioè conclusioni a cui arriviamo con la riflessione, ma, poiché non c'è un'autorità che emani le leggi naturali, non è presente quell'elemento coercitivo proprio della legge, che la faccia rispettare comminando le pene. Ma se la legge naturale non è vera legge, come è possibile porla a fondamento dell’obbedienza alla legge civile? Warrender ritiene che per Hobbes la legge naturale diventi vera legge qualora la si consideri come un comandamento divino. Il sistema politico hobbesiano avrebbe quindi una fondazione teologica: la legge civile è valida solo se fondata sulla legge naturale, che però non è una vera legge, a meno che non la si consideri una legge divina. La fondazione dell'obbedienza sarebbe data dal fatto che Dio ha creato gli uomini, ha dato loro la legge tramite la rivelazione e questa legge naturale obbliga il suddito in quanto fornita del sigillo dell'autorità divina che può comminare pene (per esempio l’inferno). L'opera di Warrender ha avuto un grande successo e ha suscitato un acceso dibattito. Il suo difetto è di fornire un'interpretazione unilaterale, che non tiene presenti altri tipi di fondazione della stato e dell'obbedienza chiaramente rintracciabili nell'opera di Hobbes.

Infatti la tesi "forte" di Hobbes è la cosiddetta fondazione antropologica: in base a certe attitudini della loro natura, gli uomini non possono fare a meno di comportarsi in un certo modo, dannoso per loro, e non è possibile uscire da questo stato di conflitto continuo se non attraverso la formazione di un potere coercitivo che costringa gli uomini a moderare i loro istinti aggressivi: lo stato civile. E' vero che Hobbes fa riferimento anche all'aspetto giuridico e a quello teologico della questione, tuttavia direi che la fondazione antropologica è quella decisiva e le altre sono rafforzative, non

fondamentali. Inoltre la fondazione antropologica e quella giuridico-teologica non sono mai distinte nel discorso hobbesiano. Per tornare alla fondazione antropologica, occorre innanzi tutto tener presente la concezione naturalistica e meccanicistica che Hobbes ha dell'uomo. Egli ritiene che non esistano i corpi e gli spiriti, intendendo per spiriti delle entità immateriali, bensì che la realtà sia costituita solo da corpi, che essa sia l'universo dei corpi. Come poi egli giustifichi questa affermazione, che come vi rendete conto è un'affermazione metafisica, è un problema molto complesso, che non può essere oggetto di questa lezione. Il punto fondamentale è che egli ritiene che tutto, anche Dio e gli angeli, sia corpo, quindi anche l'uomo. In questo egli si trova in contrasto con Cartesio, che concepiva l'uomo come corpo e anima. L'uomo è un meccanismo complesso e tutte le facoltà che in genere vengono attribuite allo spirito sono in realtà espressione del movimento di questo meccanismo. Nel Leviatano Hobbes prende l'avvio dalla spiegazione meccanicistica della sensazione, poiché vuole tracciare un'antropologia meccanicistica e materialistica in base alla quale mostrare che la natura umana è strutturata in un modo particolare, e che occorre costringerla a strutturarsi diversamente, sempre usando meccanismi materiali di coercizione. Hobbes parte dal senso e dall'immaginazione che, come il piacere e il dolore, sono pure reazioni ai movimenti esterni: i movimenti che vengono dall’esterno si incontrano con il ritmo cardiaco: se lo assecondano si ha piacere, al contrario dolore. Bene e male sono allora da riferirsi a questi gradimenti o meno di carattere meccanicistico: è bene ciò che asseconda il movimento interno, è male ciò che lo contrasta. L'uomo prova attrazione verso gli oggetti che considera bene e avversione verso quelli che considera male; se si fa riferimento al futuro, attrazione (appetito) o avversione diventano speranza o timore. La "macchina" uomo tende a perpetuare il suo movimento, perciò tutto ciò che serve a questo scopo è bene e l'uomo spera di averlo anche in futuro, ciò che inceppa il movimento cattivo e la macchina umana tende ad evitarlo. Sulla dialettica di speranza e timore s'innesta tutto l'apparato emotivo dell'uomo: così nascono la passioni, che sono reazioni non razionali al movimento esterno. La più forte di tutte le passioni è la paura della morte, cioè di non poter perpetuare la propria conservazione: in un orizzonte laico e materialistico come quello hobbesiano il valore fondamentale è quello della vita. Tutte le altre passioni derivano da questo principio fondamentale: se un uomo ritiene di avere abbastanza potere per conservarsi è soddisfatto e prova il sentimento della gloria, che è la consapevolezza del proprio potere e che porta a non temere gli altri. Questa analisi psicologica prende molto dal modello aristocratico: l'uomo che prova questo sentimento è il gran signore, servito e onorato, che può quindi provare anche sentimenti positivi, di generosità, nei confronti degli altri. Chi invece ha la consapevolezza della propria debolezza ha paura e perciò ha passioni negative, nel contesto sociale. In realtà per Hobbes non c'è mai nulla di “negativo" in assoluto, non c'è buono o cattivo in natura, l'uomo viene studiato “scientificamente" e senza dare giudizi: proprio in quanto meccanismo, l'uomo è condizionato e non si deve rimproverarlo per le sue azioni. La pena comminata in uno stato civile non è una vendetta, ma un modo per terrorizzare i cittadini e farli desistere da azioni dannose verso il prossimo. Nello stato di natura in cui gli individui sono abbandonati a loro stessi essi sono tutti uguali, non perché fratelli e figli di Dio o perché tutti dotati di razionalità, ma perché tutti ugualmente deboli. Tutti, per conquistare la sicurezza dell'autoconservazione, tendono ad appropriarsi di tutto, non hanno limiti al loro desiderio, e poiché non hanno leggi si scontrano tra loro per il diritto su tutto. E' vero che ci sono uomini che si accontentano di poco (i moderati), ma ci sono anche altri che vogliono assolutamente tutto e vogliono dominare: i vanagloriosi. Essi assaltano i moderati, che reagiscono e diventano aggressivi, perciò alla fine tutti sono in guerra: homo homini lupus. Questa è la situazione dell'uomo nello stato di natura, cioè nella sua condizione assolutamente naturale e selvaggia.

Sul tema della socievolezza o meno dell'uomo Hobbes veniva a scontrarsi con gli altri esponenti del giusnaturalismo. Si è discusso a lungo sull'appartenenza di Hobbes alla corrente giusnatutalista. Il giusnaturalismo è quello schema generale di interpretazione della società e di giustificazione della fondazione e della legittimità dello stato che fa riferimento al modello di uno stato di natura,

Ci sono teorizzazioni di vario tipo in questo senso. In Inghilterra abbiamo R. Hooker, che è il grande difensore della supremazia della corona in campo religioso, perché allora la riottosità della classe media si esprimeva soprattutto in campo religioso (per es. i puritani si opponevano alla supremazia del re d'Inghilterra). In Francia gli scrittori ugonotti parlavano di patto tra popolo e re e sostenevano che il popolo cede parte della sovranità al re a condizione che egli mantenga le promesse e che in caso contrario il monarca potesse essere deposto. I gesuiti della seconda scolastica (Suarez, De Vitoria) sostenevano una sorta di contrattualismo, ritenendo che il patto intercorresse tra Dio e Abramo e che, ove il re non si fosse dimostrato un buon sovrano, Dio avrebbe autorizzato il popolo a sollevarsi; Dio, cioè la Chiesa. Contro queste posizioni antiassolutiste gli scrittori assolutisti sostenevano il diritto divino dei re. R. Filmer, autore del “Patriarca”, cercò di evitare l’intromissione delle Chiesa modificando il diritto divino dei re. Egli sosteneva che le monarchie derivavano per diritto patriarcale: da Adamo in poi ci sarebbe stata una trasmissione di potere del tutto terrena, anche se Adamo aveva ricevuto il potere da Dio.

Hobbes escogita un altro meccanismo contrattuale che riesce a tenere il popolo fuori dal patto, anzi in un certo senso a tenere il sovrano estraneo al patto sociale, e a evitare contemporaneamente la sanzione del diritto divino, che poteva portare all’intervento della Chiesa. Questo meccanismo è ingegnoso ma strangolatorio: Hobbes suppone che all’origine i vari individui che si ritenevano minacciati nell’autoconservazione si raggruppassero, costituendo un patto ciascuno con ognuno degli altri, impegnandosi con la formula: “Io mi impegno a cedere tutti i miei diritti, tranne la vita, a una terza persona, a patto che tu faccia altrettanto”. In questo modo quella terza persona (il sovrano) resta estraneo al patto e non è obbligato da nulla. I vari individui, che prima del patto sono solo una moltitudine, dopo il patto sono legati da un “ pactum unionis ” che è anche un “ pactum subiectionis ”. Con questo meccanismo Hobbes evita che il sovrano si impegni con i sudditi, che gli donano i loro diritti senza condizioni. L'unico diritto che non cedono è quello alla vita. Poichè i diritti sono stati ceduti senza patto tra sudditi e sovrano, essi non possono essere ripresi e i cittadini non possono sciogliersi dal patto o deporre il sovrano. In questo modo Hobbes salva una tipica struttura del giusnaturalismo, quella del contratto sociale, svuotandola; egli infatti non mette su un piano di parità i sudditi e il sovrano, e riesce così a consolidare il potere assoluto evitando la sanzione divina. Questo è l'elemento di maggior spicco nella politica di Hobbes, elemento che giustifica chi vede in Hobbes l'iniziatore del positivismo giuridico. Su una base giusnaturalistica praticamente svuotata come un guscio, egli erige la costituzione di uno stato che si regge su una legge che dipende esclusivamente dalla volontà del sovrano, il quale non è tenuto a dare giustificazioni del suo operato poiché è l'unico restato nello stato di natura. Il sovrano deve governare esercitando tutti i poteri, e la sovranità è indivisibile e inalienabile.

Tutto ciò avviene per consenso degli individui. L'uomo nasce assolutamente libero e tutto ciò che limita la sua libertà naturale proviene dal suo consenso, implicito o esplicito. Per Hobbes esistono sempre almeno due alternative nel comportamento umano, perciò l'uomo è libero e quando sceglie lo fa liberamente, anche se è spinto dalla paura. L'uomo sconfitto che per paura della morte sceglie la sottomissione deve poi servire fedelmente, perché ha scelto di sua libera volontà. Questo vale anche per la formazione dello stato: gli uomini sottoscrivono il patto per timore della morte e, una volta diventati cittadini dello stato civile, se non si ribellano, continuano a dare un tacito consenso.

Possiamo dire quindi, a proposito di questo punto, che per Hobbes, che pure è rivolto al passato, alla legittimazione della monarchia assoluta, è fondamentale il principio dei diritti inalienabili dell'uomo, diritti che possono essere alienati solo col consenso individuale. Questo principio fonda la moderna mentalità dell'uomo come portatore di diritti e non di doveri, contro la concezione medievale dell'uomo come portatore di doveri nei confronti di Dio.

Un ultimo elemento che vorrei sottolineare è che Hobbes può anche essere considerato, per quanto sembri paradossale, uno dei primi sostenitori della libertà di pensiero. Secondo lui infatti lo stato può obbligare il suddito a fare qualsiasi cosa (eccetto ovviamente privarsi della vita), ma solo per quanto riguarda il suo comportamento esteriore, mentre non può obbligare la sua coscienza.