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Arte povera e teatralizzazione, Appunti di Storia dell'arte contemporanea

Arte povera e teatralizzazione

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 16/04/2021

iryna_borys
iryna_borys 🇮🇹

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ARTE POVERA E TEATRALIZZAZIONE
Negli anni ’60 esplodono in Europa numerose tendenze e orientamenti dell’arte, tra cui la
scandalosa Pop Art americana. In particolar modo, tra il 1964 e il 1969 in Italia acquista
sempre maggiore importanza l’Arte povera sotto la guida di Celant, che già dal titolo della
sua mostra “Arte povera più azioni povere” vuole sottolineare l’esigenza di una
teatralizzazione dell’arte (l’aggettivo “povera” è infatti un riferimento esplicito al “teatro
povero” di Grotowskj). La metafora teatrale giace nel passaggio dall’opera vista come un
semplice oggetto all’opera come processualità ed evento. In particolare, nella mostra “Lo
spazio dell’immagine” tenutasi a Foligno nel 1967, viene sottolineata l’idea che l’arte non è
pittura scultura, ma suggestione immediata dello spettatore in un ambiente creato
dall’artista. Gli artisti che vi partecipano, anche se di culture artistiche differenti, sono
invitati a lavorare oltre la partizione dei generi. Per il ruolo che svolgeranno nello sviluppo
dell’Arte povera spiccano i nomi di Pistoletto e Gilardi e iconico per questa importante fase
dell’arte è il “Teatro delle mostre”, in cui 20 artisti, inclusi musicisti e scrittori, mettono in
scena le loro opere ciascuno per la durata di una giornata; in particolare si punta all’opera
come farsi dell’esperienza in tutto il suo carattere di continuità. Viene aspramente criticata
l’idea dell’opera in quanto durata, che al tempo stesso è anche una forte critica alla
mercificazione dell’arte, e tutto questo, insieme alla riflessione sul ruolo del pubblico, è
parte dei motivi-guida che verranno messi in pratica nell’Arte povera. Da questo punto
convergeranno poi altri itinerari, tra i più importanti il Fluxus di Maciunas (architetto
lituano venuto in Europa nel 1963), che seppe cogliere il giusto legame tra arte e vita e
rinnovare il concetto di arte aprendola al sociale.
Col chiudersi del 1968 l’Arte povera muove verso un riconoscimento internazionale, anche
se come identificazione di gruppo è attiva già dal 1967 (testimoniata da alcune mostre di
Celant, come “Arte povera – In spazio” e “Poor Art”); ma è sicuramente a partire dall’anno
successivo, con la mostra “Arte povera” curata da Celant a Bologna, che l’intenso dibattito
su questa forma d’arte prende vita.
Alla Terza Rassegna di Amalfi l’Arte povera trova la sua compiutezza e l’accorgimento
della critica: nello spazio degli Arsenali dell’Antica Repubblica espongono numerosissimi
artisti provenienti da tutta Italia, tra questi anche Pistoletto; le “azioni povere” si svolgono
invece all’esterno (in collina, in piazza, sulla spiaggia, ecc.) ad opera di numerosi altri
artisti. Adesso non si tratta più di costruire ambienti andando oltre la cornice, ma di
compiere azioni effimere in uno spazio reale: Long indossa la maglietta del suo college e va
in piazza a stringere la mano agli increduli passanti, Marotta compone e scompone delle
balle di paglia in strada, Martelli accende Fuochi artificiali e Van Elk, spostandoci
all’interno degli Arsenali, traccia un cerchio sul pavimento e vi cola del vinavil, su cui
deposita della spazzatura. Va sottolineato il fatto che gli Arsenali non configurano un luogo
deputato all’arte, perché non è un museo o una galleria d’arte o un palazzo storico, ma un
antico deposito che non pone nessun genere di condizione espositiva e che risponde
semplicemente all’esigenza dell’opera. In definitiva, gli artisti riducono la distanza tra opere
e azioni per cercare di confondere lo spazio dell’arte con lo spazio della vita. È questo che si
intende per opera come processualità ed è questo che mette in discussione l’opera come
oggetto-merce.
In questo disegno critico e ideologico, rilevante è il ruolo de Lo Zoo di Pistoletto, fondato
nel 1968: questo gruppo singolare di artisti invita il pubblico agli Arsenali, sul finire del
giorno, per coinvolgerlo ne L’uomo ammaestrato, un cammino che, snodandosi nella parte
antica della città, confluisce in una piazza in cui Lo Zoo, insieme al pubblico attivo e
partecipe, reinventa alcuni vecchi modelli teatrali. L’uomo ammaestrato è una
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ARTE POVERA E TEATRALIZZAZIONE

Negli anni ’60 esplodono in Europa numerose tendenze e orientamenti dell’arte, tra cui la scandalosa Pop Art americana. In particolar modo, tra il 1964 e il 1969 in Italia acquista sempre maggiore importanza l’Arte povera sotto la guida di Celant, che già dal titolo della sua mostra “Arte povera più azioni povere” vuole sottolineare l’esigenza di una teatralizzazione dell’arte (l’aggettivo “povera” è infatti un riferimento esplicito al “teatro povero” di Grotowskj). La metafora teatrale giace nel passaggio dall’opera vista come un semplice oggetto all’opera come processualità ed evento. In particolare, nella mostra “Lo spazio dell’immagine” tenutasi a Foligno nel 1967, viene sottolineata l’idea che l’arte non è né pittura né scultura, ma suggestione immediata dello spettatore in un ambiente creato dall’artista. Gli artisti che vi partecipano, anche se di culture artistiche differenti, sono invitati a lavorare oltre la partizione dei generi. Per il ruolo che svolgeranno nello sviluppo dell’Arte povera spiccano i nomi di Pistoletto e Gilardi e iconico per questa importante fase dell’arte è il “Teatro delle mostre”, in cui 20 artisti, inclusi musicisti e scrittori, mettono in scena le loro opere ciascuno per la durata di una giornata; in particolare si punta all’opera come farsi dell’esperienza in tutto il suo carattere di continuità. Viene aspramente criticata l’idea dell’opera in quanto durata, che al tempo stesso è anche una forte critica alla mercificazione dell’arte, e tutto questo, insieme alla riflessione sul ruolo del pubblico, è parte dei motivi-guida che verranno messi in pratica nell’Arte povera. Da questo punto convergeranno poi altri itinerari, tra i più importanti il Fluxus di Maciunas (architetto lituano venuto in Europa nel 1963), che seppe cogliere il giusto legame tra arte e vita e rinnovare il concetto di arte aprendola al sociale. Col chiudersi del 1968 l’Arte povera muove verso un riconoscimento internazionale, anche se come identificazione di gruppo è attiva già dal 1967 (testimoniata da alcune mostre di Celant, come “Arte povera – In spazio” e “Poor Art”); ma è sicuramente a partire dall’anno successivo, con la mostra “Arte povera” curata da Celant a Bologna, che l’intenso dibattito su questa forma d’arte prende vita. Alla Terza Rassegna di Amalfi l’Arte povera trova la sua compiutezza e l’accorgimento della critica: nello spazio degli Arsenali dell’Antica Repubblica espongono numerosissimi artisti provenienti da tutta Italia, tra questi anche Pistoletto; le “azioni povere” si svolgono invece all’esterno (in collina, in piazza, sulla spiaggia, ecc.) ad opera di numerosi altri artisti. Adesso non si tratta più di costruire ambienti andando oltre la cornice, ma di compiere azioni effimere in uno spazio reale: Long indossa la maglietta del suo college e va in piazza a stringere la mano agli increduli passanti, Marotta compone e scompone delle balle di paglia in strada, Martelli accende Fuochi artificiali e Van Elk, spostandoci all’interno degli Arsenali, traccia un cerchio sul pavimento e vi cola del vinavil, su cui deposita della spazzatura. Va sottolineato il fatto che gli Arsenali non configurano un luogo deputato all’arte, perché non è un museo o una galleria d’arte o un palazzo storico, ma un antico deposito che non pone nessun genere di condizione espositiva e che risponde semplicemente all’esigenza dell’opera. In definitiva, gli artisti riducono la distanza tra opere e azioni per cercare di confondere lo spazio dell’arte con lo spazio della vita. È questo che si intende per opera come processualità ed è questo che mette in discussione l’opera come oggetto-merce. In questo disegno critico e ideologico, rilevante è il ruolo de Lo Zoo di Pistoletto, fondato nel 1968: questo gruppo singolare di artisti invita il pubblico agli Arsenali, sul finire del giorno, per coinvolgerlo ne L’uomo ammaestrato , un cammino che, snodandosi nella parte antica della città, confluisce in una piazza in cui Lo Zoo, insieme al pubblico attivo e partecipe, reinventa alcuni vecchi modelli teatrali. L’uomo ammaestrato è una

drammaturgia senza un testo, un’azione libera che si svolge oltre i confini deputati alla rappresentazione (il teatro), in uno spazio comune, e che richiede la cooperazione di tutti, al di là di qualsiasi convezione tra attori e pubblico. Nel 1969 si hanno le ultime mostre e le ultime riflessioni circa l’Arte povera, in quanto inizia a farsi strada l’arte concettuale di Kosuth, che pone questioni e soluzioni del tutto diverse: l’arte, ponendosi oltre ogni compromissione col mondo e la vita, non descrive più il comportamento di oggetti fisici o mentali, ma esprime vere e proprie definizioni dell’arte stessa e le conseguenze di tali definizioni. Ed è così che negli anni ’70 si produce uno scollamento nel sistema dell’arte e la realizzazione del nesso arte-estetica.