Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Banti il Risorgimento italiano, Appunti di Storia Contemporanea

Riassunto dal 4 capitolo come richiesto dalla docente Della Penna di storia contemporanea

Tipologia: Appunti

2017/2018
In offerta
30 Punti
Discount

Offerta a tempo limitato


Caricato il 10/02/2018

chiara_fasciani
chiara_fasciani 🇮🇹

4.4

(12)

3 documenti

1 / 16

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
IL RISORGIMENTO ITALIANO
Capitolo 4-IMMAGINARE E PROGETTARE UNA NAZIONE (solo Banti)
Il discorso nazionale
Le esperienze insurrezionali del 1820-21 e del 1830-31 mostrarono quanto ampiamente avesse cominciato a mettere
radici tra i gruppi sociali urbani l’idea di “NAZIONE” e di RAPPRESENTANZA POLITICA. Nelle campagne,
invece, i contadini guardavano con apatia ciò che avveniva in città: le zone rurali erano attraversate da fenomeni di
brigantaggio, che avevano a che fare con il profondo disagio sociale dovuto alla mancanza di terreni e non con
aspirazioni all’indipendenza o alla costituzione. Il MOVIMENTO NAZIONALE era minacciato sia dai contrasti
sulle gerarchie territoriali, e sulle relative forme da dare a un possibile stato nuovo (federale o unitario), sia sugli
assetti costituzionali (monarchia o repubblica).
Il movimento nazionale fu rilanciato dalla cultura (in particolare letteratura) italiana che rielaborò in vari modi il mito
della nazione italiana e della sua storia secondo l’ispirazione romantica e nazional-patriottica. Perché intellettuali
(come ad esempio Leopardi, Manzoni, D’Azeglio, Verdi, Guerrazzi) dedicarono i loro sforzi all’elaborazione di un
MITO NAZIONALE? In parte perché essi militavano attivamente nel movimento nazionale, fino a rispondere
dell’esperienza della prigionia o dell’esilio con opere alle quali affidavano una speranza di un risarcimento morale e
politico (come Pellico, Giannone, Berchet); in parte perché intuivano nel “TEMA NAZIONE” un oggetto narrativo
che aveva un mercato potenziale nelle città, dove si trovavano le persone alfabetizzate: scrivere opere attorno alla
nazione poteva, dunque, significare successo, guadagno o, quanto meno, FAMA.
Nella grandissima varietà dei generi, degli stili, delle ispirazioni e degli intrecci, queste opere tendevano a disegnare
un quadro coerente di che cosa fosse l’Italia e perché occorresse battersi per essa contribuendo alla formazione
del discorso nazional patriottico: chi legge è invitato a riconoscere la COMUNITA NAZIONALE ITALIANA
come una realtà legata da fattori bioculturali, e la NAZIONE come una comunità di parentela che lega le
generazioni passate a quelle presenti e a quelle future. La metafora della parentela è declinata in ogni possibile
contesto: la patria è madre, tutti i suoi figli (e figlie) sono fratelli (e sorelle), i leader politici sono i padri della patria.
La comunità è tenuta insieme da legami forti: il sangue che deriva dalle relazioni di parentela e la cultura della
nazione garantita da una comune confessione religiosa, da una comune lingua e da un comune passato. Un passato
triste, di decadenza, di oppressione straniera e di divisione interna, che ora è necessario riscattare con CORAGGIO
MILITARE e POLITICO.
Questo nucleo concettuale profondo (SANGUE, CULTURA DELLA NAZIONE, LINGUA, RELIGIONE,
PASSATO) è fatto giocare nelle narrazioni poetiche drammaturgiche o romanzesche, che mettono in scena la storia o
il presente della nazione affidandosi a PERSONAGGI carichi di fortissime valenze SIMBOLICO-EMOTIVE.
EROE NAZIONALE > è un uomo, soldato valoroso e coraggioso, che guida la sua Patria contro gli oppressori ed è
quasi sempre destinato ad una morte drammatica per liberarla.
TRADITORE > è la figura che porta alla morte dell’eroe nazionale; il tradimento è causato da brama di potere
gloria e denaro.
EROINA NAZIONALE > è una fanciulla virtuosa, casta e sensibile. Il suo onore è minacciato dal traditore o dai
nemici stranieri, e la minaccia è soprattutto contro la sua purezza sessuale. Quando il suo onore è offeso, la sua
purezza è violata, la fanciulla ha davanti a sé un destino di morte.
La triade risorgimentale evoca il profilo di tre figure presenti nelle scritture evangeliche:
GESU’ CRISTO (eroe nazionale) Come Cristo, l’eroe svolge una funzione testimoniale grazie alla morte tragica
cui è destinato: mentre la morte di Cristo è testimonianza di uno SCANDALO ETICO, invece la morte dell’eroe è
testimonianza di uno SCANDALO ETICO E POLITICO. La morte di Cristo elimina il peccato e porta alla
RISURREZIONE; la morte dell’eroe elimina la disunione e il disonore portando al RISORGIMENTO.
GIUDA (traditore) Come Giuda è causa della sofferenza di Cristo, così il traditore è causa della sofferenza
dell’eroe e della nazione.
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
Discount

In offerta

Anteprima parziale del testo

Scarica Banti il Risorgimento italiano e più Appunti in PDF di Storia Contemporanea solo su Docsity!

IL RISORGIMENTO ITALIANO

Capitolo 4-IMMAGINARE E PROGETTARE UNA NAZIONE (solo Banti)

Il discorso nazionale

Le esperienze insurrezionali del 1820-21 e del 1830-31 mostrarono quanto ampiamente avesse cominciato a mettere radici tra i gruppi sociali urbani l’idea di “NAZIONE” e di RAPPRESENTANZA POLITICA. Nelle campagne , invece, i contadini guardavano con apatia ciò che avveniva in città: le zone rurali erano attraversate da fenomeni di brigantaggio, che avevano a che fare con il profondo disagio sociale dovuto alla mancanza di terreni e non con aspirazioni all’indipendenza o alla costituzione. Il MOVIMENTO NAZIONALE era minacciato sia dai contrasti sulle gerarchie territoriali, e sulle relative forme da dare a un possibile stato nuovo (federale o unitario), sia sugli assetti costituzionali (monarchia o repubblica). Il movimento nazionale fu rilanciato dalla cultura (in particolare letteratura) italiana che rielaborò in vari modi il mito della nazione italiana e della sua storia secondo l’ispirazione romantica e nazional-patriottica. Perché intellettuali (come ad esempio Leopardi, Manzoni, D’Azeglio, Verdi, Guerrazzi) dedicarono i loro sforzi all’elaborazione di un MITO NAZIONALE? In parte perché essi militavano attivamente nel movimento nazionale, fino a rispondere dell’esperienza della prigionia o dell’esilio con opere alle quali affidavano una speranza di un risarcimento morale e politico (come Pellico, Giannone, Berchet); in parte perché intuivano nel “TEMA NAZIONE” un oggetto narrativo che aveva un mercato potenziale nelle città, dove si trovavano le persone alfabetizzate: scrivere opere attorno alla nazione poteva, dunque, significare successo, guadagno o, quanto meno, FAMA. Nella grandissima varietà dei generi, degli stili, delle ispirazioni e degli intrecci, queste opere tendevano a disegnare un quadro coerente di che cosa fosse l’Italia e perché occorresse battersi per essa contribuendo alla formazione del discorso nazional patriottico: chi legge è invitato a riconoscere la COMUNITA’ NAZIONALE ITALIANA come una realtà legata da fattori bioculturali , e la NAZIONE come una comunità di parentela che lega le generazioni passate a quelle presenti e a quelle future. La metafora della parentela è declinata in ogni possibile contesto: la patria è madre, tutti i suoi figli (e figlie) sono fratelli (e sorelle), i leader politici sono i padri della patria.

La comunità è tenuta insieme da legami forti: il sangue che deriva dalle relazioni di parentela e la cultura della nazione garantita da una comune confessione religiosa , da una comune lingua e da un comune passato. Un passato triste, di decadenza, di oppressione straniera e di divisione interna, che ora è necessario riscattare con CORAGGIO MILITARE e POLITICO.

Questo nucleo concettuale profondo (SANGUE, CULTURA DELLA NAZIONE, LINGUA, RELIGIONE, PASSATO) è fatto giocare nelle narrazioni poetiche drammaturgiche o romanzesche, che mettono in scena la storia o il presente della nazione affidandosi a PERSONAGGI carichi di fortissime valenze SIMBOLICO-EMOTIVE. EROE NAZIONALE > è un uomo, soldato valoroso e coraggioso, che guida la sua Patria contro gli oppressori ed è quasi sempre destinato ad una morte drammatica per liberarla.

TRADITORE > è la figura che porta alla morte dell’eroe nazionale; il tradimento è causato da brama di potere gloria e denaro.

EROINA NAZIONALE > è una fanciulla virtuosa, casta e sensibile. Il suo onore è minacciato dal traditore o dai nemici stranieri, e la minaccia è soprattutto contro la sua purezza sessuale. Quando il suo onore è offeso, la sua purezza è violata, la fanciulla ha davanti a sé un destino di morte.

La triade risorgimentale evoca il profilo di tre figure presenti nelle scritture evangeliche :

GESU’ CRISTO (eroe nazionale) Come Cristo, l’eroe svolge una funzione testimoniale grazie alla morte tragica cui è destinato: mentre la morte di Cristo è testimonianza di uno SCANDALO ETICO, invece la morte dell’eroe è testimonianza di uno SCANDALO ETICO E POLITICO. La morte di Cristo elimina il peccato e porta alla RISURREZIONE; la morte dell’eroe elimina la disunione e il disonore portando al RISORGIMENTO.

GIUDA (traditore) Come Giuda è causa della sofferenza di Cristo, così il traditore è causa della sofferenza dell’eroe e della nazione.

SANTE VERGINI (eroine nazionali) Le eroine nazionali sono presentate come pure e spesso le loro virtù le fa somigliare alle sante, fino addirittura a Maria Vergine. Sia le sante sia e sia le eroine sono disposte a sacrificare la vita per preservare la loro purezza.

Questo binomio tra elementi risorgimentali ed elementi religiosi conferiscono alla causa l’attributo della santità: le battaglie e i duelli diventano guerre sante, mentre i caduti diventano martiri, le cui azioni devono essere ricordate come esempio per gli altri membri della nazione. Tale metafora ha un notevole successo in un Paese cattolico come l’Italia ottocentesca, toccando la mente e il cuore dei lettori e delle lettrici. Per farlo si mette in scena il tema della purezza e a del sesso nella forma della paura, della violenza e della contaminazione a fianco quello della guerra. E’ presente una nettissima connotazione di genere : gli uomin i hanno ruoli che esprimono la loro profonda MASCOLINITÀ (combattere mostrare coraggio), le donne hanno ruoli che dimostrano la loro profonda FEMMINILITÀ (conservarsi pure, essere buone figlie, mogli e madri). Tale connotazione di genere rivela un’immagine rigidamente sessista : tutti gli intellettuali risorgimentali erano uomini ma, salvo rare eccezioni, anche le donne che si avvicinavano a questi ideali accettavano queste divisioni di ruoli. Del resto la donna dell’800 era stata educata a tale sistema di ruoli sessuali sin dall’infanzia.

Capitolo 5-DEMOCRATICI E MODERATI (solo Banti)

Le divisioni sugli assetti politico-costituzionali si facevano molto evidenti prendendo distinte forme organizzative. Se sia la corrente democratico-mazziniana sia quella moderata-neoguelfa si richiamavano all’ esistenza della NAZIONE come presupposto per l’azione politica, esse tuttavia esibivano due visioni e strategie operative differenti.

Mazzini e La Giovine Italia Nato a Genova nel 1805 da un padre medico e professore universitario che aveva partecipato all’esperienza della Repubblica ligure e da una madre attenta all’educazione dei figli, cristiana con influenze gianseniste, Mazzini si risvegliò agli ideali patriottici nel corso di una passeggiata a Genova. Incontrò un insorto dei moti del marzo del 1820, che era arrivato a Genova in cerca di soldi (pei proscritti d’ Italia) e di un imbarco per andarsene, la madre gli diede alcune monete e da quel momento si affacciò in Mazzini “UN PENSIERO CHE SI POTEVA E QUINDI SI DOVEVA LOTTARE PER LA LIBERTÀ DELLA PATRIA”. Venne affiliato a una vendita carbonara genovese, contribuendo alla formazione di una nuova vendita livornese; ma lo spionaggio di un infiltrato condusse al suo arresto e al suo esilio. In esilio scrisse a Carlo Alberto una lettera nella quale lo invitava a considerare l’opportunità di farsi capo nella lotta per la libertà, l’indipendenza e l’unità. IL RE NON RISPOSE A MAZZINI MA LO COMINCIÒ A CONSIDERARE COME UN PERICOLOSO SOVVERSIVO. Mazzini nel 1831 fondò a Marsiglia la GIOVINE ITALIA che si poneva come obiettivo la propaganda diretta perché <<CHIUNQUE VOGLIA CHIAMARE IL POPOLO ALL’ARMI, DEVE POTERGLI DIRE PERCHÉ>> attraverso diffusione di opuscoli e volantini che illustrassero i punti del programma dell’associazione. Il coordinamento dell’azione restava nelle mani della direzione centrale (Mazzini) e l’associazione affrontava le spese necessarie autofinanziandosi attraverso le quote degli affiliati. Questi aspetti organizzativi hanno fatto dire a Della Peruta che la Giovine Italia è stata la prima associazione ad assumere i caratteri di un moderno partito politico. Partito molto sui generis perché L’AZIONE DI PROPAGANDA AVEVA COME OBIETTIVO LA COSTRUZIONE DI UNO STATO UNITARIO, non federale, REPUBBLICANO-DEMOCRATICO, non monarchico-costituzionale, RAGION PER CUI MAZZINI E I MAZZINIANI ERANO CONSIDERATI PERICOLOSAMENTE SOVVERSIVI E LI RENDEVANO RICERCATI DA TUTTE LE POLIZIE

L’ideologia e gli scopi :

- L’azione per il riscatto della nazione italiana, nel senso di comunità di discendenza in cui le generazioni presenti, passate e future sono legate da vincoli di sangue; -L’azione per la nazione in senso politico di un’ ITALIA, UNA, INDIPENDENTE, LIBERA e REPUBBLICANA.

I mezzi di diffusione:

- È necessario ingaggiare, attraverso la propaganda, una lotta di popolo , INTERA COMUNITÀ NAZIONALE, che sia avviata da un’insurrezione, cui segua una lotta contro gli eserciti regolari. Durante il periodo di guerra la direzione politica dovrebbe essere affidata a un’autorità dittatoriale che, a guerra conclusa, deve cedere il potere a un’assemblea

esistenti e dell’opinione pubblica e dovrebbe trovare i suoi punti di forza in ROMA come PROTEZIONE RELIGIOSA e in PIEMONTE come PROTEZIONE MILITARE

Diffusione e dibattito: Il libro, rivolto a un opinione pubblica formata nella quasi totalità da uomini e donne che avevano avuto un’ educazione religiosa cattolica, riscosse un enorme successo ma aprì anche una acceso dibattito. I critici del lavoro di Gioberti hanno fatto notare che il suo progetto aveva due limiti: 1_ non teneva conto dell’orientamento reazionario del papa in carica ossia papa Gregorio XVI 2_non esaminava la posizione che avrebbe avuto l’Austria Balbo negò la superiorità della stirpe italiana, negò la possibilità di formare una presidenza papale e ritenne che trascurare il problema dell’ Austria significasse non voler esaminare la questione chiave del Risorgimento italiano. Egli propose pertanto la teoria dell’inorientamento: qualora l’Austria avesse avuto dei vantaggi nei Balcani, tali vantaggi avrebbero dovuto essere ricompensati con l’indipendenza del Lombardo-Veneto.

Alla vigilia di una nuova rivoluzione (1846-1847)

I suoi due principali punti deboli (il carattere reazionario del papa e la presenza dell’Austria) facevano una vaga teoria della proposta di Gioberti. Ma nonostante ciò due diversi avvenimenti finirono con il sovrapporsi nel biennio precedente al 48, dando a quel progetto la parvenza di credibilità. Mentre la popolarità di Mazzini era ai minimi storici a causa la crisi delle iniziative insurrezionali, nel 1846 morì papa Gregorio XVI e venne eletto Pio IX. Egli concesse l’amnistia ai detenuti politici e agli esiliati e introdusse le commissioni di studio per l’introduzione di riforme costituzionali, attenuò la censura politica e istituì una consulta: PAPA PIO IX SEMBRAVA ESSERE IL PAPA LIBERALE DI GIOBERTI. Nel luglio del 1847, per cercare di intimidire il pontefice, il generale Radetzky, governatore austriaco del Lombardo Veneto, decise di rafforzare il contingente austriaco a Ferrara; la mossa suscitò la reazione degli stati italiani e fece accelerare gli incontri per la realizzazione di una lega doganale tra Regno di Piemonte, Granducato di Toscana e Stato pontificio.

Capitolo 5 -IL 1848-1849 (Banti + manuale)

La fase neoguelfa

Tutti gli stati italiani apparivano percorsi da un generale fermento per le riforme, le richieste di costituzioni e a favore del pontefice. Fu la sollevazione di Palermo il 12/1/1848 ad avviare la catena de successi. L’insurrezione, soprattutto alle spinte autonomistiche dei siciliani, spinse Ferdinando II di Borbone a concedere una costituzione al Regno delle due Sicilie. Questo successo non bastò a placare il movimento, anzi accese l’agitazione del resto del Paese, tanto che tutti i sovrani (Carlo Alberto e Leopoldo II) concedettero una costituzione e lo stesso Pio IX emanò un proclama interpretato dall’opinione pubblica come l’annuncio di riforme costituzionali. Quando anche Pio IX concesse la costituzione, i sogni più utopistici di Gioberti sembravano sul punto di realizzarsi.

Pur con qualche differenza i testi costituzionali emessi in Piemonte, Toscana, Regno delle due Sicilie e Stato della Chiesa avevano una struttura comun: il potere legislativo era nelle mani (oltre che del sovrano)di un parlamento bicamerale, la camera bassa (dei deputati) eletta a suffragio censitario o capacitario e la camera alta (dei senatori) di nomina regia; il potere esecutivo nelle mani di un governo i cui ministri erano scelti dal sovrano e non dal parlamento; il potere giudiziario alla magistratura i cui magistrati erano di nomina regia. Queste costituzioni sono definite “octroyees” ossia “concesse dall’alto” per il loro carattere fortemente moderato.

La rivoluzione di febbraio in Francia e quella di marzo in Austria portarono in primo piano la questione nazionale anche in Italia e nei giorni successivi si sollevarono anche Venezia e Milano. A Venezia una grande manifestazione popolare costrinse il governatore austriaco a liberare i prigionieri politici, tra cui il leader democratico Manin. Pochi giorni dopo vi fu una rivolta degli operai dell’arsenale militare assieme a marinai e militari , costringeva l’ esercito austriaco a capitolare mentre un governo provvisorio presieduto da Manin proclamò la Repubblica Veneta. A Milano l’insurrezione iniziò con un assalto al palazzo del governo che si protrasse per 5 giorni, LE CELEBRI CINQUE GIORNATE MILANESI. Popolari e borghesi combatterono fianco a fianco contro il contingente austriaco, guidato da

Radetzky. Gli aristocratici appoggiarono la causa degli insorti dando vita a un governo provvisorio. Radetzky preoccupato per un possibile intervento del Piemonte, si ritirò da Milano all’ interno del quadrilatero.

1° intervento piemontese

Il 23/03, come Radetzky aveva intuito, il Piemonte dichiarò guerra all’ Austria: >per la pressioni dei democratici e dei liberali che vedevano nella crisi dell’ Impero asburgico la possibilità di eliminare un nemico comune; >per l’aspirazione della monarchia sabauda a espandersi verso nord-est a scapito dei domini austriaci; >per il timore che il Lombardo-Veneto potesse diventare un centro di diffusione di ideologie repubblicane. Al Piemonte si aggregarono anche gli altri sovrani italiani preoccupati dal diffondersi del sentimento patriottico. Leopoldo II, Ferdinando II e Pio IX inviarono contingenti di militari e volontari

La guerra del Piemonte diventava così una guerra di indipendenza nazionale e federale per giunta benedetta dal papa (il progetto neoguelfo era avviato)

MA:

1_Pio IX, dopo aver ricevuto la notizia di un suo rappresentante in Austria di una reazione negativa dell’opinione pubblica alla sua decisione di autorizzare la spedizione contro l’Austria, cominciò a maturare l’idea di sganciarsi dalla guerra. Egli non poteva autorizzare una guerra tra cristiani perché le comunità di fedeli non hanno confini di stato e ritirò le proprie truppe.

2_Carlo Alberto si mostrò più interessato all’annessione dei territori del Lombardo-Veneto che alla liberazione, suscitando le proteste dei democratici e degli altri sovrani che avevano compreso le intenzioni egemoniche del Piemonte nel possibile stato italiano e ritirarono le proprie truppe

3_Carlo Alberto si mostrò incapace di guidare le truppe e conseguentemente al ritiro dei sovrani, a combattere contro l’Austria rimase il PIEMONTE ASSIEME A QUEI VOLONTARI CHE AVEVANO DISOBBEDITO AGLI ORDINI DEI SOVRANI. Carlo Alberto usò poco e male il contributo dei democratici perché era più interessato a combattere la propria guerra.

Dopo i primi successi, seguì un periodo di incertezza e inattacco piemontese che diede la possibilità agli austriaci di riorganizzarsi e iniziare la controffensiva, portando alla sconfitta di Custoza, presso Verona. Il 09/08/1848 fu firmato l’armistizio (il sogno neoguelfo era infranto, le basi per un accordo tra i sovrani non esistono più e il papa si è sganciato dal movimento nazionale )

Il tempo della democrazia

Dopo la sconfitta del Piemonte a combattere contro l’Impero asburgico restavano I DEMOCRATICI ITALIANI e I PATRIOTI UNGHERESI. In Italia i democratici dovettero combattere una serie di battaglie locali senza riuscire a coordinare i vari fronti e senza poter dar vita alla guerra di popolo perché potevano contare sulla piccola e media borghesia, popolo minuto e artigiani, e non sulle masse contadine, che rimasero estranee se non ostili alle battaglie.

Nonostante ciò…

ROMA> Nel corso dell’estate del 48 a Roma il pontefice faceva fatica a tenere a freno i liberali e i democratici e nominò primo ministro pontificio Rossi. In seguito all’uccisione di Rossi, il papa lasciò Roma e si rifugiò a Gaeta sotto la protezione di Ferdinando di Borbone. A Roma presero il sopravvento i gruppi democratici che indissero in tutti i territori dell’ex stato pontificio elezioni a suffragio universale maschile per l’assemblea costituente. L’assemblea proclamò la CADUTA DEL POTERE TEMPORALE DEL PAPA, LA NASCITA DELLA “GLORIOSA REPUBBLICA ROMANA” CHE AVREBBE ADOTTATO LA DEMOCRAZIA PURA E STABILITO CON GLI ALTRI STATI LA RELAZIONE CHE ESIGE LA COMUNE NAZIONALITÀ. Furono avviati progetti di riforma agraria e laicizzazione dello stato.

TOSCANA> Tra la primavera e l’estate del 48 si succederono governi di orientamento moderato. Vi erano numerose proteste di carattere sociale e politico, dove aveva un ruolo importante lo scrittore democratico GUERRAZZI. Intanto

poi di trovare un accordo con i moderati per far tornare il granduca. A Firenze i leader democratici gli erano ostili: cittadini fiorentini e livornesi si scontrarono e questi ultimi, chiamati da Guerrazzi, ebbero la peggio. Il governo Guerrazzi fu sciolto e il dittatore messo agli arresti. Il nuovo governo aveva basi fragilissime sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista militare: Radetzky inviò un corpo di spedizione in Toscana, che avanzò senza incontrare quasi nessuna opposizione. A luglio Leopoldo II poté tornare sul trono e lo statuto, mai realmente applicato, fu abolito.

VENEZIA> Dopo la sconfitta del Piemonte nella seconda fase della guerra, Venezia resistette alle insidie dell’esercito asburgico, tentò anche un’alleanza con l’Ungheria di Kossuth (nella speranza che gli ungheresi riuscissero a battere gli austriaci e a soccorrere Venezia) che si rivelò una fragile illusione. Venezia era circondata, soffriva la fame e a peggiorare la situazione, contribuì un’epidemia di colera. Il 22/8 Venezia firmò la resa.

Politica e antropologia della rivoluzione del 48 (solo Banti)

Politica> L’esperienza rivoluzionaria aveva messo in assoluta evidenza la profonda spaccatura che attraversava il campo nazional-patriottico: da un lato il Piemonte monarchico-costituzionale con uno statuto octroyees che prevedeva una sola camera elettiva a suffragio ristretto; dall’altro Toscana, Roma e Venezia repubblicane con una costituzione varata da un’assemblea costituente eletta a suffragio universale maschile. Ciò che teneva insieme queste esperienze era il riferimento alla NAZIONE ITALIANA, AL SUO RISORGIMENTO E ALLA SUA INDIPENDENZA. Ma il fatto che le due correnti ideologiche, DEMOCRATICO-REPUBBLICANA e LIBERALE-MODERATA, parlino in nome di uno stesso obiettivo, ossia la NAZIONE, non faceva che aumentare la tensione politica. D’altronde ognuno si sentiva legittimamente interprete del volere della comunità nazionale, esprimendo tuttavia ipotesi contrastanti. I due schieramenti non erano compatti: quello DEMOCRATICO stentava a trovare una leadership comune; quello MODERATO usciva dal 48 notevolmente trasformato perché erano venute meno sia l’ipotesi neoguelfa sia l’ipotesi federalista moderata. Dopo il 48 in tutti gli stati si assistette ad una ondata reazionaria che coincise con l’abolizione delle costituzioni, mentre le spinte espansionistiche piemontesi rendevano sempre più sospettosi i sovrani e sempre meno possibile un accordo. Il Piemonte, pur avendo subito due sconfitte militari, la seconda delle quali particolarmente disonorevole, uscì dalla rivoluzione notevolmente rafforzato: conservava lo statuto, un parlamento elettivo e accettava di OSPITARE MOLTISSIMI ESULI POLITICI CHE VENIVANO DAGLI ALTRI STATI ITALIANI, RENDENDO IL PIEMONTE SIMBOLO DELL’OPINIONE PUBBLICA PATRIOTTICA.

Antropologia> Il peso dell’OPINIONE PUBBLICA si mostrò determinante nelle esperienze della rivoluzione. Le manifestazioni pubbliche e i riti collettivi diventarono messe in scena drammaturgiche della struttura e dei valori simbolici, a cui la comunità voleva richiamarsi. Gli elementi simbolici del discorso nazionale elaborati nella letteratura patriottica vedevano intrecciati simboli della TRADIZIONE CATTOLICA ai nuovi REPERTORI POLITICI: GIURAMENTI, INVOCAZIONI ALLA FRATELLANZA, CELEBRAZIONI DI TE DEUM, ESALTAZIONE DEGLI EROI NAZIONALI, DI PIO IX E DELLE COSTITUZIONI. La commistione di cristianesimo e politica era alimentata da un lato dalla letteratura patriottica che univa la TRIADE RISORGIMENTALE di eroe-eroina-traditore ad una TRIADE CRISTIANA di Gesù-Madonna/ vergini martiri - Giuda; dall’altro dal mito di Pio IX come il papa liberale. Questo spiega la partecipazione di molti religiosi, di alto e basso rango, alle manifestazioni e alle insurrezioni; e se la svolta di Pio IX nell’ Aprile del ’ 48 attenuò il fenomeno, non cancellava del tutto le convinzioni patriottiche di una parte del clero. La partecipazioni di molti preti assicurava quella delle comunità rurali, perché i simboli nazional-patriottici venivano mediati dai parroci. Ma quando l’azione propagandistica del clero si attenuò, o quando le riforme dei governi provvisori delusero le aspettative dei contadini, ci si rese conto che la PARTECIPAZIONE DELLE COMUNITÀ RURALI ERA STRETTAMENTE LEGATA ALLA SPERANZA DI UN MIGLIORAMENTO DELLE CONDIZIONI PIUTTOSTO CHE ALL’INTERIORIZZAZIONE DEI SIMBOLI E DEGLI IDEALI DEL DISCORSO NAZIONALE. Grazie alla PROPAGANDA MAZZINIANA CHE AVEVA DIFFUSO IL MESSAGGIO NAZIONALE, gli AMBIENTI URBANI finirono con l’essere il CUORE della rivoluzione

1_Perché nelle città si aggregarono:

-nobili e borghesi per i diritti politici

-popolari per riforme di carattere socio-economico

-predicatori di ideali patriottici.

2_Perché dalle città partirono i VOLONTARI che andavano a combattere a fianco degli eserciti regolari, nella guerra austro-piemontese, nella difesa di Venezia e Roma.

Il VOLONTARIATO MILITARE prevedeva non solo la possibilità di morire ma sicure fatiche, sradicamento dal contesto familiare e sacrifici. Il volontariato era diverso dall’esercito regolare non solo perché meno disciplinato e organizzato, ma soprattutto perché possedeva maggiore slancio, adattamento e partecipazione alle battaglie, pertanto lasciò un’impronta mitologica e simbolica importantissima.

Nelle manifestazioni, sulle barricate e a fianco delle truppe regolari vi erano anche molte DONNE. Ma nonostante scrivessero articoli, scendessero in piazza e predicassero un’azione collettiva, le PATRIOTE restavano nel ruolo di figlie, mogli e madri, attribuitogli dal contesto sociale. La letteratura patriottica le definiva depositarie dell’onore, caste, vicine ai dolori degli uomini in battaglia; il discorso nazionale , inteso come simboli e valori elaborati da uomini, non permetteva che alla donna fosse riconosciuto altro ruolo se non questo. Alcune donne cercarono di eludere questa gabbia ma fecero fatica a farsi largo: Luigia Battistotti e Giuseppina Lazzaroni, combattenti sulle barricate a Milano; Colomba Antonietti Porzi che dopo aver combattuto a fianco del marito nel Veneto, nel 48 cadde in difesa di Roma; Cristina Trivulzio che, trovatasi a Napoli al momento dello scoppio dell’ insurrezione di Milano, reclutò dei volontari e li condusse in Italia settentrionale con un vaporetto a sue spese.

Capitolo 6- DOPO LA RIVOLUZIONE

La reazione

Al termine del 48 l’Italia era divisa in sette stati: Regno di Piemonte, Regno del lombardo-veneto, Regno delle due Sicilie, Stato della Chiesa, Granducato di Toscana e ducati di Parma e Modena. Le uniche dinastie autoctone erano i Savoia in Piemonte e i Borboni nel Regno delle due Sicilie, gli altri stati era tutti legati in modo diretto (nel Lombardo-Veneto) o indiretto (tutti gli altri stati) all’AUSTRIA. Il termine della rivoluzione negli stati della penisola lasciò spazio non solo il ritorno degli antichi sovrani, ma anche l’attuazione di politiche duramente repressive: vi fu una mancata evoluzione delle istituzioni in senso liberale e un’arretratezza economica dovuta alla carenza di commerci e alla mancanza di vie di comunicazione. IL PROBLEMA DELL’ITALIA ERA SIA DI INDIPENDENZA E SIA DI UNIFICAZIONE.

Due correnti politiche che si opponevano ma che dialogarono tra di loro per eliminare il nemico comune ossia l’Austria:

  1. DEMOCRATICO-REPUBBLICANA, appoggiata dai centri urbani che credevano nell’idea di nazione di Rousseau, correlata al concetto di libertà e democrazia -auspicavano all’INDIPENDENZA e ad una COSTITUZIONE DEMOCRATICA.
  2. LIBERALE-MODERATA, appoggiata da aristocratici e dall’alta borghesia che chiedevano la cittadinanza politica per le classi più agiate -auspicavano all’INDIPENDENZA e ad una COSTITUZIONE LIBERALE

L’ Austria installò le sue truppe nelle legazioni pontificie e in Toscana (sotto richiesta di Pio IX e Leopoldo di Toscana) mentre nel Lombardo-Veneto la politica repressiva fu più dura. Radetzky cercò di attirarsi le simpatie dei contadini, pressando e tassando i nobili e i borghesi, considerati i veri responsabili del 48. L’avvicinamento tra regime austriaco e classi popolari non avvenne perché se da un lato venivano puniti gli aristocratici e i borghesi, dall’altro fu introdotto un tribunale militare che con processi sommari condannò a morte contadini accusati di delitti contro persone e proprietà, venne istituita la leva militare obbligatoria, non vennero emanate riforme per migliorare le condizioni di vita dei contadini e furono imposte pesanti tasse sulla popolazione. Benché il Lombardo-Veneto fosse una delle regioni più ricche d’Italia (forse proprio per la vicinanza all’Austria), le scelte politiche di Radetzky fecero si che tutte le classi sociali provassero un RADICATO SENTIMENTO DI ODIO.

Giovane Italia, era convinto che l'unità italiana sia avvenuta con una rivoluzione. Da un lato si mise in contatto con i maggiori esponenti del movimento democratico europeo e dall'altro si adoperò per ricostruire l'attività cospirativa in Italia. La polizia austriaca inferse duri colpi all'organizzazione mazziniana e molti furono arrestati e condannati a morte. Nonostante le perdite Mazzini tentarono ugualmente un'insurrezione a Milano (6/2/53) dove operai e artigiani assalirono con armi improvvisate i posti di guardia austriaci. Mazzini convinto che la causa del fallimento risiedesse nelle carenze organizzative, fondò nel 53 il PARTITO D'AZIONE per indicare lo scopo pratico. CRITICHE: i democratici italiani criticavano Mazzini perché troppo chiuso di fronte ai problemi sociali e alla collaborazione con le altre forze politiche che volevano l'unità. Ferrari e Pisacane, socialisti, criticavano Mazzini, entrambi sostenevano che la lotta per l'indipendenza nazionale avrebbe potuto aver successo solo se avesse saputo legare a sé le classi popolari. Ma mentre per Ferrari la rivoluzione italiana doveva legarsi alla ripresa delle rivoluzioni in Francia; invece per Pisacane il terreno più adatto per la rivoluzione era proprio l’Italia e soprattutto il meridione (borghesia debole a economia arretrata). Mazzini e Pisacane prepararono un nuovo progetto insurrezionale nell'Italia Meridionale. Pisacane s’imbarcò a Genova e la spedizione si diresse verso le coste della Campania e sbarcò a Sapri, iniziando la marcia verso l'interno. LA SPEDIZIONE DI SAPRI non diede i risultati sperati per la scarsa adesione da parte dei contadini e fu individuata e annientata dai Barbari. ( Pisacane, ferito ,si uccise per non cadere prigioniero). Il fallimento della spedizione esasperò il dissidio già in atto tra i democratici e coincisi con la nascita ufficiale di un movimento indipendentista filopiemontese iniziato da Manin, capo della repubblica veneta nel 48. Tale movimento aveva proposto l'unione di tutte le correnti moderate e democratiche, intorno all'unica forza in grado di raggiungere l'unità d’Italia: IL PIEMONTE, LA MONARCHIA COSTITUZIONALE DI VITTORIO EMANUELE II. Alla proposta di Manin aderirono molti, tra cui Garibaldi, e il movimento si organizzò assumendo il nome di società nazionale: la politica di Cavour si ritrovò ad avere un’altra importante carta.

1-Il primo problema che Cavour dovette affrontare fu la QUESTIONE CALABIANA : Cavour decise di cancellare dal bilancio dello stato il pagamento della congrua (dello “stipendio”) ai parroci, sostituendolo con una modalità indiretta: abolizione delle corporazioni religiose contemplative ad eccezione di quelle dedicate all’insegnamento, alla predicazione e all’assistenza sanitaria. I beni di questi enti soppressi sarebbero stati trasferiti in una Cassa ecclesiastica si sarebbe occupata di pagare la congrua agli ecclesiastici. IL SOVRANO VITTORIO EMANUELE II ERA CONTRARIO e scrisse al papa rassicurandogli che il governo Cavour sarebbe caduto presto. -Alla CAMERA i voti favorevoli furono 116 e 36 i contrari; -Al SENATO, più conservatore e clericale, venne formulata una controproposta dal senatore CALABIANA, secondo la quale l’episcopato si sarebbe fatto carico del pagamento della congrua senza l’abolizione delle corporazioni religiose. Dopo l’inizio della discussione Cavour, temendo di essere battuto in Senato, si dimise; Vittorio Emanuele II cercò di affidare l’incarico a moderati o conservatori, ma tutti rifiutarono, consapevoli di non avere una maggioranza alla Camera. Il re fu così costretto a richiamare Cavour che, alla discussione in Senato, accettò la proposta di due senatori che manteneva il proprio disegno governativo (ossia la soppressione degli enti ecclesiastici contemplativi per corrispondere alla congrua dei parroci) ; ma prevedeva che si lasciassero i religiosi nei conventi soppressi fino all’estinzione della comunità. Cavour, intervenendo nella discussione senatoria disse che LO STATO HA COME BASE ECONOMICA IL LAVORO PERTANTO GLI ORDINI PURAMENTE CONTEMPLATIVI SONO IN OPPOSIZIONE A QUESTO PRINCIPIO. Il progetto è approvato sia dal Senato e sia dalla Camera. La CRISI CALABIANA contribuì a definire i rapporti di separazione tra Stato e Chiesa e acuì i dissidi tra Regno di Sardegna e papa. Il re fu battuto su un piano puramente politico e si ruppe in tal modo il principio, previsto dallo Statuto, secondo cui il Governo doveva essere responsabile solo nei confronti del re, e si introdusse quello per cui il re nominava un Governo che disponesse di una maggioranza in Parlamento: questa soluzione spostò in direzione parlamentare la monarchia costituzionale del Regno di Sardegna.

2-Parallelamente alla crisi Calabiana Cavour dovette affrontare un problema di politica estera. Altra preoccupazione di Cavour era quella di far avvicinare il Piemonte all’Europa moderna e sviluppata, facendolo passare dal rango di potenza regionale a quello di media potenza europea. Nel 1855 arrivò l’occasione di partecipare a fianco di Francia e Inghilterra nella Guerra di Crimea contro la Russia. Il Piemonte inviò 18000 uomini, comandati dal generale La Marmora. Alla conferenza di pace a Parigi , sebbene il Piemonte non si fosse dimostrato affatto abile in guerra, Cavour poté sollevare la QUESTIONE ITALIANA : Cavour protestò contro la presenza militare austriaca nelle Legazioni pontificie e denunciò il malgoverno dello Stato della Chiesa e del Regno delle due Sicilie come causa di instabilità politica, rivoluzioni e minaccia alla pace non solo della penisola italiana ma di tutta l’Europa. L’Inghilterra,

ma in particolare la Francia , presero in considerazione la situazione italiana. Cavour era convinto che per ottenere l’indipendenza (ossia la cacciata dell’Austria) dovesse essere cambiata la cartina dell’Europa e l’unico Paese realmente disposto a farlo era la Francia, Cavour poté, infatti, contare sulle aspirazioni egemoniche di Napoleone III e sulla paura suscitata delle azioni mazziniane. Da un lato era necessario allearsi con la Francia, e dall’altro mantenere vive le tensioni interne appoggiando la Società Nazionale. Fu proprio il gesto di un mazziniano, che voleva vendicare la fine della Repubblica romana, ad affrettare i tempi dell’alleanza franco-piemontese: nel 1858 Felice Orsini attentò alla vita dell’imperatore e della famiglia reale lanciando tre bombe contro la sua carrozza durante un corteo, ma fallì l’obiettivo provocando molti morti tra la folla. Il suo gesto, benché fosse isolato, gettò ulteriore discredito sul movimento mazziniano e diede spunto a Cavour per ribadire l’urgenza del problema italiano. Prima di essere condannato a morte, lo stesso Orsini inviò delle lettere all’imperatore per scongiurarlo di far propria la causa italiana: le lettere impressionarono Napoleone III, peraltro già convinto della necessità di un intervento francese in Italia. L’alleanza franco-piemontese fu sancita nello nel 1858 con gli ACCORDI DI PLOMBIER: in un’eventuale possibilità di guerra contro l’Austria, in cui quest’ultima avesse attaccato per prima, si sarebbe ridisegnata la cartina dell’Italia, che sarebbe stata DIVISA IN TRE STATI PIÙ ROMA PAPALE:

  • Regno dell’Alta Italia> avrebbe compreso il Regno di Piemonte, il Lombardo-Veneto e l’Emilia-Romagna sotto la causa sabauda che, in cambio, avrebbe ceduto Nizza e la Savoia alla Francia; -Regno del Centro Italia> avrebbe compreso lo Stato della Chiesa, eccetto Roma papale, e la Toscana

-Regno dell’Italia Meridionale> avrebbe compreso il Regno delle due Sicilie liberato dai Borboni -Al papa, che avrebbe conservato Roma e dintorni , sarebbe stata data la presidenza della Confederazione italiana come compenso per la perdita dei territori pontifici.

In realtà dietro questo accordo si celavano due diversi progetti : Napoleone III mirava a porre questi territori sotto l’egemonia francese, in particolare il centro e il meridione, che sarebbero rimasti senza monarchie; Cavour , pur mostrando di assecondare i progetti bonapartisti, contava sul movimento indipendentista filopiemontese, sostenendo la Società Nazionale.

Capitolo 7- LA II GUERRA D’INDIPENDENZA E L’UNIFICAZIONE 1859-

Era a questo punto necessario che ci fosse una guerra e che apparisse provocata dall’Austria perché l’alleanza con la Francia prese diventare operante; il governo piemontese fece il possibile per far salire la tensione: -attuò manovre militari a confine -istituì i corpi volontari, i cosiddetti Cacciatori delle Alpi comandati da Garibaldi

  • Vittorio Emanuele II fece un discorso in cui si dichiarava vicino al grido di dolore che si levava da tante parti d’Italia

Fu così lo stesso governo asburgico s creare il casus belli inviando il 23/4/59 un secco ultimatum al Piemonte (in cui si dichiarava tra l’altro lo scioglimento dei corpi volontari e il ritorno dell’esercito sul piede di pace ) che Cavour ebbe buon gioco di rifiutare. Ebbe così inizio la II GUERRA D’INDIPENDENZA che aveva ancora il carattere di una guerra ottocentesca, quindi combattuta sul campo di battaglia. L’esercito franco-piemontese sconfisse gli austriaci nella battaglia di Magenta e nelle sanguinosissime battaglie di San Martino e Solferino. In questa situazione estremamente favorevole per l’esercito franco- piemontese più i volontari insorti, Napoleone III decise di interrompere la campagna e propose agli austriaci un armistizio che fu firmato a VILLAFRANCA, non rispettando, di fatto, gli accordi di Plombier. L'ARMISTIZIO DI VILLAFRANCA (11/7/59) prevedeva che l’Austria rinunciasse alla Lombardia cedendola alla Francia (che l’avrebbe girata all'Italia) mantenendo il Veneto e le fortezze di Mantova e Peschiera. -Cavour si dimise e fu sostituito dal generale La Marmora

  • vi fu il ripristino dello status quo nel resto d’Italia

L’intervento piemontese

Di fronte all’inatteso successo di Garibaldi, Cavour tentò da un lato di agevolarne l’esito inviando mezzi e uomini e dall’altro suscitò un movimento di annessione al Piemonte. Garibaldi, dopo aver liberato la Sicilia, risalì la penisola (con la neutralità della flotta inglese) senza che l’esercito borbonico, ormai disgregato, potesse opporre la benché minima resistenza. Francesco II, sebbene avesse concesso una costituzione; non era riuscito a cancellare secoli di oppressione, lasciò Napoli per rifugiarsi a Gaeta e Garibaldi fece il suo ingresso trionfale. Cavour, battuto sul tempo , non era riuscito a creare un movimento LIBERAL-ANNESSIONISTA a Napoli, dove Garibaldi fu raggiunto da Mazzini e Cattaneo, che erano stati ideologi che lo avevano ispirato, che gli proposero di istituire una repubblica, ma Garibaldi rifiutò per la promessa fatta a Vittorio Emanuele II. Napoli rischiava di diventare la base per una spedizione nello Stato pontificio , che avrebbe suscitato l’intervento della Francia e che, in caso di vittoria di Garibaldi, avrebbe messo in discussione l’assetto monarchico e moderato dello Stato. Cavour non ebbe altra scelta, dovette inviare un intervento militare a prevenire l’azione garibaldina. Dopo aver ottenuto il consenso di Napoleone III (in cambio di non minacciare Roma e il Lazio ) invase l’Umbria e le Marche e sconfisse l’esercito borbonico a Castelfilardo. Mentre Garibaldi sconfiggeva definitivamente l’esercito borbonico sul VOLTURNO, l’esercito sabaudo marciava verso il Mezzogiorno per fermarlo.

Il Parlamento pochi giorni dopo approvò una legge che decretava l’annessione di altre regioni italiane tramite plebisciti > NEL MERIDIONE, NELLE MARCHE E NELL’UMBRIA IL POPOLO SCELSE A LARGA MAGGIORANZA L’ANNESSIONE AL PIEMONTE. L’iniziativa era tornata nelle mani di Cavour e a Garibaldi non restò altro che attendere arrivo dei piemontesi a TEANO il 25/ottobre/1860 per cedere a Vittorio Emanuele II la gestione dei territori. Anche se il generale avesse avuto in mente un’altra soluzione, non ci sarebbero stati grandi margini di manovra: i suoi soldati erano stanchi, l’esercito piemontese si stava avvicinando a Napoli e la Guardia nazionale presente in città, che aveva 12000 effettivi, ha espresso la volontà di annessione.

Il 10/03/1861 fu completata l’Unità d’Italia.

Il 17/03/1861 Vittorio Emanuele II fu incoronato re d’Italia dal primo Parlamento.

L’unità d’Italia avvenne tramite annessione progressiva al Regno di Piemonte, basti pensare che fu proseguita la numerazione piemontese (Vittorio Emanuele II) e venne mantenuto lo Statuto albertino, carta costituzionale piemontese.

Capitolo 8- Le eredità del Risorgimento ( Banti +manuale)

I PRIMI ANNI DELL’UNITÀ

  1. L’unità d’Italia era avvenuta come annessione progressiva al Regno sabaudo, il nuovo Regno ne aveva infatti conservato la numerazione (il primo re d’Italia fu Vittorio Emanuele II e non I) e la carta costituzionale (lo Statuto albertino)
  2. Dopo l’unità d’Italia benché le città fossero numerose erano prive di attività produttive di grande rilievo, dal momento che queste erano concentrate all’esterno dai grandi centri urbani. La maggior parte della popolazione viveva nelle campagne e traeva i propri mezzi di sostentamento dall’agricoltura. L’agricoltura, infatti, occupava il 70% della popolazione e contribuiva al 60% del P.I.L. mentre il settore secondario e quello terziario vi contribuivano per il 20% ognuno. Nella pianura padana vi erano aziende agricole, che impiegavano mano d’opera salariata; in Italia centrale vi era la mezzadria, ossia la terra era divisa in poderi e affidati alle famiglie contadine che affidavano metà del raccolto

ai proprietari; nel Sud vi era invece il latifondo, ossia grandi terreni coltivati a grano in cui il rapporto tra contadino e proprietario era ancora di tipo feudale.

  1. Un’altra difficoltà era la nazionalizzazione delle masse (George Mosse), bisognava creare un sentimento nazionale fatto di valori, norme e simboli. Tale concetto può essere riassunto nello slogan di D’Azeglio “fatta l’Italia, ora bisognava fare gli italiani” nella città ma soprattutto nelle campagne. Ma il problema era che la classe dirigente che guidava la formazione del regno, la cosiddetta destra storica, aveva problemi ben più gravi da risolvere e non si impegnò in questa opera di socializzazione. L’insegnamento elementare, affidato ai comuni, stentava a decollare: negli stessi programmi scolastici si faceva spazio alle vicende del Risorgimento solo in misura marginale, troppo vicine erano quelle tensioni e quei contrasti per farne materia di studio. C’è poi negli uomini della destra, nobili e borghesi, un atteggiamento duramente elitista, che considerava le classi popolari come soggetti pericolosi, o comunque non degni di avere a che fare con la socializzazione politica. Questa posizione trovava riscontro nella legge elettorale che stabilì che potessero essere elettori i maschi adulti che sapessero leggere e scrivere e che pagassero almeno 40 lire di imposte annue; ne risultava che gli elettori erano circa il 2% della popolazione totale.
  2. Il problema più grave fu lo scoppio di un largo movimento di reazione all’unità, il BRIGANTAGGIO, commistione di veri e propri delinquenti e di contadini insorti, ex militanti borbonici e legittimisti italiani e stranieri, incoraggiati da parte del clero, scontenti della soppressione dei monasteri, e dalla corte borbonica.
  3. Un altro problema era il rapporto tra Stato e Chiesa: il papa nella primavera del ’48 si era allontanato dal movimento nazionale. Ma la svolta definitiva dei rapporti con l’intero Risorgimento giunse quando una gran parte dei suoi territori gli fu sottratta per andare a far parte del nuovo Regno d’Italia. La reazione del pontefice fu durissima: interruppe i tentativi di trattativa avviati da Cavour per una qualche forma di conciliazione; emanò il “non expedit”, letteralmente “non giova”, non è opportuno che i cristiani partecipino alle elezioni; nemmeno la legge delle GUARENTIGIE del 13/05/71, approvata dopo la presa di Roma, fu sufficiente a riconciliare il papa con il nuovo stato. L’opinione pubblica di fede cattolica si spaccò di fronte a quelle prese di posizione, una parte seguì l’idea secondo la quale il rispetto del papa non deve necessariamente comportare anche fedeltà assoluta le sue direttive politiche; un’altra parte, quella cattolico-intransigente, seguì fedelmente l’indirizzo papale, non riconoscendo le nuove istituzioni e non partecipando alle elezioni politiche; ma si organizzò in strutture associative, la più importante delle quali fu l’Opera dei congressi.

Nel Risorgimento hanno parlato in nome della nazione soggetti politici che si sono fatti portatori di progetti molto diversi. Per questo sarebbe davvero sbagliato considerare il processo di unificazione come un'esperienza nel corso della quale tutte le componenti hanno cooperato di buon grado. Dopo l’unità d’Italia i dissensi, le delusioni, le critiche erano molte, anche se, d’altro canto, è vero che molti ex democratici, ex garibaldini, ex mazziniani confluirono nell’area parlamentare di sinistra, accettando l’esito del processo di unificazione e dichiarando lealtà al re e alle istituzioni del Regno. Ma per molti altri le cose non furono così semplici. Garibaldi, ad esempio, continuò a sognare la conquista di Roma e tentò l’impresa due volte: la prima nel 1862, in cui fu fermato dall’esercito italiano sull’Aspromonte; la seconda nel 1867 in cui venne fermato dall’esercito francese a Mentana. Per Mazzini la formazione del Regno d’Italia, pur compiuta attraverso un decisivo contributo del popolo (il volontariato) non aveva attraversato la fase di un’assemblea costituente; “il popolo” non aveva deciso di sé e delle sue sorti e l’unificazione era avvenuta nella forma di una pura e semplice annessione progressiva al Regno di Sardegna. Perciò molti repubblicani negarono la legittimità delle istituzioni del nuovo stato, non parteciparono alle elezioni politiche e non vollero farsi eleggere, perché ciò avrebbe comportato recitare il giuramento di fedeltà al sovrano e alle istituzioni monarchiche. La marginalità femminile non venne meno dopo la costituzione del Regno d’Italia, ma prese vita qualche richiesta di più larga estensione dei diritti civili anche alle donne in virtù della comune appartenenza alla nazione e del sacrificio comune per la costruzione della patria italiana. La mitologia nazionale che sorresse il movimento patriottico prima dell’Unità non andò perduta dopo; anzi, ciò che tenne insieme il quadro politico-culturale del Regno d’Italia fu quel sistema valoriale. Quando andò al potere la Sinistra, iniziò l’operazione di ricomporre la memoria del Risorgimento, di riscrivere una storia unitaria, anche se tale non era stata. Ciò fu possibile anche per il fatto che gli opposti protagonisti dell’epoca sono morti e si può cominciare a immaginarli tutti quanti partecipi ad una comune lotta contro lo straniero, per il riscatto della patria, per l’affermazione della libertà: non era vero, ma era una questione retorica di un certo fascino e a quel fascino cedevano in molti.

4.GIOACCHINO VOLPE > Egli, ne “L’Italia in cammino” e in “Italia moderna”, suggerisce una lettura del Risorgimento come di un movimento che trae le sue origini dal PROCESSO DI UNA CREAZIONE DI UNA BORGHESIA NAZIONALE E NON MUNICIPALE , attraverso il quale si andava formando la coscienza di un popolo italiano come unità e non come piccoli stati di origine feudale. Il Risorgimento in senso più proprio, egli lo vede come l’opera di una minoranza ma non in senso negativo, anzi spiega che essa è piuttosto una coraggiosa avanguardia politica e culturale , la <> della nazione , la cui eredità trova rinascita della guerra e della <>.

Influenzata da tutti e quattro questi intellettuali, si forma, tra le due guerre, una generazione di storici del Risorgimento che si può dividere in tre gruppi:

  1. storici interessati alla storia delle idee e delle organizzazioni politiche, sensibili a una valutazione

concorde dell’azione svolta dalle forze liberal-moderate; (Rosario Romeo)

  1. storici che cominciano ad occuparsi del movimento democratico o dei problemi sociali nel Risorgimento, pongono particolare attenzione sulla rivalutazione del contributo dato da Mazzini e dal “liberalismo radicale” (Cattaneo e Ferrari) allo sviluppo risorgimentale;
  2. alcuni storici danno vita ad una ricerca storica di intonazione nazionalista e fascista, in cui prevale una visione che enfatizza gli elementi di continuità tra esperienza risorgimentale e << rivoluzione fascista >>.

Nel secondo dopoguerra, quest’ultima tendenza viene meno, non solo a causa del mutamento del quadro politico-istituzionale, ma anche con quella trasformazione nella cultura politica e nella sensibilità che fa sì che gli ideali nazional-patriottici, troppo strettamente legati al fascismo, subiscano un processo di

svalutazione. Viceversa la pubblicazione degli scritti di Antonio Gramsci , fondatore del PCI e per questo

recluso in carcere fino alla morte, e in particolare del volume “Il Risorgimento”, contenuto nei Quaderni del carcere. Gramsci considera il Risorgimento come una rivoluzione passiva , ovvero una rivoluzione in cui le classi dirigenti non sanno o non vogliono suscitare una volontà collettiva nazional-popolare. Nel caso italiano le classi dirigenti sono quelle liberal-moderate che si riuniscono intorno a Cavour e che impongono la soluzione monarchico-costituzionale, rifiutandosi di procedere a una seria riforma agraria che avrebbe potuto coinvolgere maggiormente le masse contadine nel processo di unificazione.

Ma negli anni seguenti suscita la reazione polemica di Rosario Romeo , che sviluppa due principali osservazioni critiche: da un lato individua nella posizione di Gramsci l’errore di rifarsi a un ideale morale o politico cui la storia passata avrebbe dovuto adeguarsi; dall’altro mostra che un’ipotetica redistribuzione di terre avrebbe rischiato di rallentare lo sviluppo economico più di quanto non sia realmente avvenuto.

Uno storico marxista, Ernesto Ragionieri , si chiede se non sia il caso di parlare di “fine del Risorgimento”, dato che negli studi recenti non si dimostra più una partecipazione agli ideali risorgimentali, ma si tende a considerarlo una “rivoluzione borghese”. Gli studi di Ragionieri trovano applicazione nella fase compresa tra il 1970 e il 1990.

Lucy Riall indica come le innovazioni di questa stagione siano gli studi relativi alle ricostruzioni degli apparati amministrativi degli stati preunitari, della struttura sociale italiana e dei processi di trasformazione economica. Lucy Riall definisce questa storia “revisionista” perché ha voluto concentrarsi sulle dinamiche sociali, economiche e istituzionali, a differenza di tanta altra storiografia. Questa nuova ricerca storica, secondo la Riall non si focalizza sui personaggi chiave del risorgimento e trascura avvenimenti cruciali della storia del Risorgimento, perdendone il fulcro principale, ossia l’Unità d’Italia.