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Appunti di scienze umane, Bauman e Lautoche
Tipologia: Appunti
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I muri di Bauman Uno dei più acuti osservatori della nostra epoca, il sociologo Zygmunt Bauman (1925-2017), ha coniato la felice espressione “società liquida”, per indicare una società priva di strutture stabili, caratterizzata da rapporti deboli, soggetti a rapidi cambiamenti che sono imposti dalla globalizzazione. Una società è liquida, spiega Bauman in Vita liquida (Laterza, Roma-Bari 2007), se le situazioni cambiano prima che gli individui riescano a trasformare i loro modi di agire in abitudini e procedure: è quindi facile capire che la società liquida è contrassegnata dalla precarietà. Le paure liquide L’aggettivo “liquido” si è rivelato così azzeccato da contagiare altri sostantivi, come “paura”. Di che cosa abbiamo paura? Secondo Bauman, nella società attuale i nostri timori sono molti. Esistono le paure immediate, dovute a un pericolo incombente, come quando un rapinatore ci minaccia arma alla mano. Esistono inoltre paure derivate, che sono una sorta di ipersensibilità o di insicurezza verso il mondo là fuori e i suoi aspetti meno noti e spesso meno sperimentati. Esiste però anche un terzo tipo di paura, quella tipica del mondo globalizzato, che nasce da notizie di minacce imminenti, come il millennium bug, il virus della mucca pazza, i cibi transgenici... un insieme di paure che danno la sensazione di vivere su una sottile lastra di ghiaccio, che può spezzarsi da un momento all’altro. Queste paure, “liquide” perché diffuse senza barriere, sono molte e variano a seconda delle condizioni sociali, ma condividono la caratteristica di apparire insormontabili in una società individualistica, dove i legami sociali sono andati spezzandosi. La paura dell’altro Tra le molte paure che assillano l’uomo della società liquida contemporanea vi è quella degli altri, immigrati, profughi e più in generale “estranei” al nostro gruppo sociale. Bauman analizza con attenzione due strutture abitative che questa paura genera: i campi profughi e i quartieri fortificati. I campi profughi, recintati e regolamentati, costituiscono una sorta di “transitorietà congelata” (come Bauman scrive in La società sotto assedio, Laterza, Roma-Bari 2003): un luogo di passaggio, ma che non cessa di esistere, dove il tempo delle persone è sospeso in attesa di qualcosa, mentre le loro identità vanno trasformandosi sotto il peso degli eventi. Dietro i muri o i recinti dei campi profughi sono “inimmaginabili”, perché le società che li hanno confinati non sanno immaginare come ricollocarli. Rimandarli da dove sono partiti, luoghi di violenze e distruzione, non è possibile; ma neppure mandarli avanti, verso altre destinazioni sembra una scelta percorribile, non fosse altro per l’ostilità che provocherebbe nei nuovi ospitanti. Il muro come mezzo di sicurezza sembra agli occhi di Bauman l’ultima illusione della nostra epoca. Erigere muri veri e propri o altre forme di limitazione della mobilità non riuscirà a fermare l’ondata migratoria che dai paesi meno fortunati si dirige verso l’Occidente e ciò per il semplice fatto che in una società globalizzata lo Stato nazione non ha il potere di fermare eventi globali. Chiudersi dietro un muro: la mixofobia I muri che Bauman analizza non sono solo quelli che impediscono agli estranei di mescolarsi con la società, ma anche quelli che gruppi di individui, in genere abbienti, costruiscono intorno a sé per proteggersi dai pericoli del mondo. Bauman prende in considerazione quei complessi residenziali circondati da mura e telecamere, sorvegliati da una vigilanza interna, che stanno sorgendo ai bordi dei centri abitati dei paesi industrializzati. Quartieri come questi sono la negazione della città, che è da sempre il luogo nel quale l’interazione con gli estranei è la norma. L’estraneo, spiega Bauman, è un’incognita: in quanto tale, non sappiamo cosa voglia e come agisca. La città richiede quindi l’abilità di comunicare con gli estranei. Al contrario, chi è animato da mixofobia, dalla paura di mescolarsi con gli altri, sceglie di non sviluppare quest’arte. Perché chiudersi dietro un muro invece di sviluppare un dialogo, si chiede Bauman (Cose che abbiamo in comune, Laterza, Roma-Bari 2012)? A suo avviso, per due ragioni psicologiche: innanzitutto, perché l’altro, l’estraneo, il profugo ci costringe a guardare noi stessi attraverso i suoi occhi, vedendo forse qualcosa da cui vorremmo fuggire. Inoltre, perché partecipare
a una vita comune può spaventare per i suoi rischi e le sofferenze. Passando con grande abilità dal piano sociologico a quello psicologico, Bauman ci pone quindi di fronte a uno dei dilemmi della nostra epoca: il muro è un’effettiva protezione o solo una soluzione momentanea, che invece di risolvere un problema di convivenza lo alimenta? Per giocare con le metafore di Bauman, potremmo chiederci se i muri possano resistere alla liquidità della società o siano essi stessi destinati a diventare. La società liquida di Bauman Nella sua opera “Dentro la globalizzazione”, Bauman descrive il passaggio dell’uomo da produttore a consumatore: l’affermarsi della globalizzazione, infatti, ha permesso un’interdipendenza di relazioni quasi sovrumana, se confrontata con l’epoca precedente. Produzione di massa affiancata da un consumo di massa, come voleva il vecchio Ford. L’individuo è prosumer, produttore e consumatore al tempo stesso: non è più vincolato al suo ruolo di destinatario di un servizio, bensì partecipa al processo di produzione accedendo alla scatola nera della fabbrica. Per Bauman, i consumatori sono “raccoglitori di sensazioni”, tesi nei loro desideri effimeri; non esiste un prodotto o un servizio capace di placare il desiderio umano, in quanto l’appagamento è illusorio e il desiderio persistente. Non solo: il “desiderio inappagato” è l’imperativo vitale della società dei consumi, senza il quale essa non potrebbe sopravvivere. Il sociologo polacco individua due tipologie contrapposte di consumatori, i turisti e i vagabondi: i primi sono “extraterritoriali”, trascendono lo spazio e hanno come unico limite la dimensione temporale; i secondi, al contrario, sono consumatori difettosi, incatenati nella loro dimensione locale che si fa sempre più stretta. I vagabondi aspirano a diventare come i turisti, rappresentandone allo stesso tempo l’incubo peggiore. Nella società contemporanea anche le relazioni sono divenute ormai fluide, come si ricorda in “Amore liquido”: il capitale sociale è sempre più di tipo bridging, che getta ponti su più reti sociali e non serra in piccoli gruppi limitati. E’ l’individuo neoliberale, il cui successo si misura in base al numero di progetti in cui riesce ad impegnarsi; è l’imprenditore che può dirsi “grande” solo se condivide le proprie esperienze con il maggior numero di persone. In quest’ottica, è sempre l’agire razionale rispetto allo scopo di Weber a prevalere, che imprigiona gli individui in una gabbia d’acciaio. “La solidità dei rapporti umani tende ad essere considerata una minaccia”, perché limita la libertà di movimento e riduce la possibilità di accettare le opportunità che si presenteranno in futuro poiché, se si è gia definiti in una forma solida, è impossibile adottarne una diversa, a meno che si assuma che i nostri “confini” siano liquidi. E proprio come ogni liquido che si adatta alla forma del contenitore in cui è contenuto, allo stesso modo facciamo noi, adattandoci alle diverse situazioni in cui siamo chiamati a districarci quotidianamente. L’analisi del Novecento è fondamentale per Bauman: il secolo scorso è, per il sociologo polacco, pieno di orrori, a causa delle dittature che lo hanno interessato. A ciò segue quella che Castel aveva definito “esplosione della società salariale”, che ha portato all’umiliazione del lavoro il quale, nella società odierna, non assicura più uno status stabile. La frammentazione della condizione lavorativa si accompagna al fallimento dello Stato sociale che aveva invece caratterizzato il fordismo maturo, uno Stato-nazione in grado di proteggere e provvedere ai propri cittadini, comprese le fasce meno abbienti. E’ questo lo scenario di “Paura liquida” e, nel 2014, di “Futuro liquido”, i quali hanno per oggetto un individuo costantemente afflitto, insicuro, paradossalmente atrofizzato in una società che impone il movimento. Ciò è comprensibile alla luce di quanto detto precedentemente: il cittadino non ha più protezioni o assicurazioni e sente incombere un futuro costellato di pericoli ignoti. La liquidità del presente coinvolge anche cultura e informazione, in merito alle quali Bauman si è espresso proprio recentemente con “Per tutti i gusti. La cultura nell’età dei consumi”: i fruitori sono onnivori, in grado di digerire tutto e trattenere poco. La cultura, in particolare, è un grande supermarket in cui gli scaffali non rimangono mai vuoti e dal quale si entra e si esce in base alle proprie preferenze. Per Bauman, “la cultura non illumina più nessuna caverna. Deve però soddisfare i sogni di fuga di pubblici eterogenei di consumatori”.