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Bearzot - La polis greca, Sintesi del corso di Storia Antica

Cinzia Bearzot delinea ampliamente il significato e le caratteristiche della polis greca, prendendone in esame la riflessione antica e moderna al riguardo, le origini e le istituzioni che la caratterizzarono

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 11/12/2019

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La polis greca
Capitolo 1 - Per una definizione di pólis
La storia della Grecia è caratterizzata dalla pólis. Essa costituisce, per i Greci, la principale forma di stato. La
costituzione è detta politeia e il cittadino è il polites, con chiaro riferimento alla radice della parola pólis.
Il mondo greco conobbe, in realtà, anche altre forme di organizzazione statale: gli stati federali, gli stati
territoriali.
Ma il pensiero politico greco non sembra considerare altre forme al di fuori della pólis.
1. Gli antichi
Il termine pólis ha diverse valenze:
le fonti antiche sottolineano il suo carattere non tanto urbanistico, quanto sociale e istituzionale
Alceo afferma che "sono gli uomini la torre che difende la città"
Tucidide fa dire allo stratego Nicia che "gli uomini costituiscono la città, non le mura o le navi vuote di
uomini"
Da questo quadro è chiaro come la pólis venga prima di tutto presentata come una comunità politica di
cittadini insediata su un territorio. È dunque la dimensione politica, unita a quella territoriale a definire la
pólis. Sofocle, nel Filottete, evidenzia bene il rapporto esistente tra l'uomo greco e la pólis e le stesse
definizioni aristoteliche identificano l'uomo come colui che "per natura vive nella pólis".
Le tracce di riflessione sugli stati federali sono rare nel pensiero greco, limitandosi alle Elleniche di
Ossirinco, a Senofonte e qualcosa in Polibio.
Quanto agli statu territoriali, una riflessione in merito è del tutto assente.
2. I moderni
Dal momento che il problema delle origini della pólis non pare risolvibile, la riflessione moderna si è
concentrata su altri temi concernenti la pólis, soprattutto il voler ricondurre il concetto di pólis a quello di
città-stato.
La nozione di città-stato elaborato dai moderni non sembra essere corrispondente alla nozione di pólis, a
causa della grande varietà di forme di insediamento a cui fa riferimento il termine pólis.
R. Osborne ha sottolineato che nella pólis manca una vera e propria "autorità statale" che eserciti un vero e
proprio potere esecutivo.
sulla stessa linea, Cartledge ha osservato che la pólis ignora la distinzione tra governati e governanti, mentre
conosce una serie di forme di controllo sociale.
Berent sostiene invece che la pólis non corrisponde a criteri necessari per poter parlare di "stato" in senso
hobbesiano o weberiano. Essa, infatti, non presenta una chiara distinzione tra popolo e potere esecutivo, né il
monopolio della coercizione, una territorialità o una democrazia. La pólis non era dunque una città-stato, ma
una "stateless comunity", nel senso di una comunità di guerrieri la cui coesione dipendeva dalla tattica di
combattimento oplitico.
una critica serrata a queste posizioni è venuta da Hansen, il quale sottolinea in primo luogo come non si
possa parlare restringere la discussione al concetto di stato solo come "governo", ma si debba piuttosto
parlare di stato come "territorio" e "corpo politico". Il territorio è infatti un elemento molto rilevante, così
come il corpo politico, una caratteristica imprescindibile dalla nozione di pólis così come di stato moderno.
Allo stesso tempo non manca nel pensiero greco l'idea che il corpo cittadino sia anche qualcosa di
impersonale, distinguibile dai politai. Inoltre, è anche vero che nella città greca esiste una sovrapposizione
tra depositari della sovranità e detentori del potere esecutivo, ma non si è mai governati e governanti
contemporaneamente. Hansen osserva anche che l'assenza di forze di polizia, il ricorso all'autodifesa da parte
del suo cittadino, la sua possibilità di intervenire in azioni suppletive non sono esclusive della pólis, ma sono
anche riscontrabili anche in molti stati europei fino al XVIII secolo. Quanto, invece, all'assenza di un
esercito stabile come indizio di assenza di statualità, prima di tutto bisogna tener conto di una serie di
eccezioni, dato il diverso grado di militarizzazione della società, molto elevato nelle città greche. A parere di
Hansen quindi, le differenze tra pólis e stato moderno sono solo modeste. Ciò che accomuna le due realtà è la
nozione di cittadinanza. Dunque essa può essere considerata come uno stato. È quindi illegittimo parlare di
"stateless comunity" o di stato moderno, ma occorre ricordare il carattere del tutto peculiare della pólis. La
città come società e la città intesa come organismo politico-istituzionale coesistono.
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La polis greca

Capitolo 1 - Per una definizione di pólis La storia della Grecia è caratterizzata dalla pólis. Essa costituisce, per i Greci, la principale forma di stato. La costituzione è detta politeia e il cittadino è il polites, con chiaro riferimento alla radice della parola pólis. Il mondo greco conobbe, in realtà, anche altre forme di organizzazione statale: gli stati federali, gli stati territoriali. Ma il pensiero politico greco non sembra considerare altre forme al di fuori della pólis.

1. Gli antichi Il termine pólis ha diverse valenze: le fonti antiche sottolineano il suo carattere non tanto urbanistico, quanto sociale e istituzionale Alceo afferma che "sono gli uomini la torre che difende la città" Tucidide fa dire allo stratego Nicia che "gli uomini costituiscono la città, non le mura o le navi vuote di uomini" Da questo quadro è chiaro come la pólis venga prima di tutto presentata come una comunità politica di cittadini insediata su un territorio. È dunque la dimensione politica, unita a quella territoriale a definire la pólis. Sofocle, nel Filottete, evidenzia bene il rapporto esistente tra l'uomo greco e la pólis e le stesse definizioni aristoteliche identificano l'uomo come colui che "per natura vive nella pólis". Le tracce di riflessione sugli stati federali sono rare nel pensiero greco, limitandosi alle Elleniche di Ossirinco, a Senofonte e qualcosa in Polibio. Quanto agli statu territoriali, una riflessione in merito è del tutto assente. 2. I moderni Dal momento che il problema delle origini della pólis non pare risolvibile, la riflessione moderna si è concentrata su altri temi concernenti la pólis, soprattutto il voler ricondurre il concetto di pólis a quello di città-stato. La nozione di città-stato elaborato dai moderni non sembra essere corrispondente alla nozione di pólis, a causa della grande varietà di forme di insediamento a cui fa riferimento il termine pólis. R. Osborne ha sottolineato che nella pólis manca una vera e propria "autorità statale" che eserciti un vero e proprio potere esecutivo. sulla stessa linea, Cartledge ha osservato che la pólis ignora la distinzione tra governati e governanti, mentre conosce una serie di forme di controllo sociale. Berent sostiene invece che la pólis non corrisponde a criteri necessari per poter parlare di "stato" in senso hobbesiano o weberiano. Essa, infatti, non presenta una chiara distinzione tra popolo e potere esecutivo, né il monopolio della coercizione, una territorialità o una democrazia. La pólis non era dunque una città-stato, ma una "stateless comunity", nel senso di una comunità di guerrieri la cui coesione dipendeva dalla tattica di combattimento oplitico. una critica serrata a queste posizioni è venuta da Hansen, il quale sottolinea in primo luogo come non si possa parlare restringere la discussione al concetto di stato solo come "governo", ma si debba piuttosto parlare di stato come "territorio" e "corpo politico". Il territorio è infatti un elemento molto rilevante, così come il corpo politico, una caratteristica imprescindibile dalla nozione di pólis così come di stato moderno. Allo stesso tempo non manca nel pensiero greco l'idea che il corpo cittadino sia anche qualcosa di impersonale, distinguibile dai politai. Inoltre, è anche vero che nella città greca esiste una sovrapposizione tra depositari della sovranità e detentori del potere esecutivo, ma non si è mai governati e governanti contemporaneamente. Hansen osserva anche che l'assenza di forze di polizia, il ricorso all'autodifesa da parte del suo cittadino, la sua possibilità di intervenire in azioni suppletive non sono esclusive della pólis, ma sono anche riscontrabili anche in molti stati europei fino al XVIII secolo. Quanto, invece, all'assenza di un esercito stabile come indizio di assenza di statualità, prima di tutto bisogna tener conto di una serie di eccezioni, dato il diverso grado di militarizzazione della società, molto elevato nelle città greche. A parere di Hansen quindi, le differenze tra pólis e stato moderno sono solo modeste. Ciò che accomuna le due realtà è la nozione di cittadinanza. Dunque essa può essere considerata come uno stato. È quindi illegittimo parlare di "stateless comunity" o di stato moderno, ma occorre ricordare il carattere del tutto peculiare della pólis. La città come società e la città intesa come organismo politico-istituzionale coesistono.

Murray ha invece rivendicato il carattere di città come "città della ragione", dove si esplicherebbe pienamente la razionalità politica. Capitolo 2 - Origini della pólis

1. La nascita della pólis Le fasi del processo che portano la Grecia fuori dall'età oscura sfuggono in gran parte. Tale processo subì una notevole accelerazione in alcune zone con la formazione di alcune città, soprattutto nell'VIII secolo. Studi moderni hanno sottolineato l'importanza dell'influenza della civiltà micenea e minoica nel processo di formazione della pólis, evidenziandone ora la continuità ora la rottura. Tale processo presuppone alcuni fattori: la stabilità delle comunità sul territorio lo sviluppo dell'economia agricola la dispersione della proprietà terriera la crescita demografica il miglioramento del livello di vita l'attrattiva esercitava dalle comunità guidata dai basyleis Si è cercata di rintracciare nella presenza di mura il punto di partenza per la formazione di una pólis, ma alcune città, come Sparta, non ebbero mai mura. In ogni caso, l'abbandono della struttura di villaggio sembra aver avuto un ruolo significativo: con un movimento definito "sinecismo" la realtà cittadina si organizza attorno a un centro attraverso l'aggregazione fisica di diverse unità minori, i villaggi (komai) o anche attraverso circoscrizioni territoriali, come i demoi ateniesi. Contestualmente l'aggregazione cittadina determina una definizione del territorio interno ed esterno. Nel centro urbano trovano posto le principali strutture funzionali e cultuali. Tucidide descrive il sinecismo dell'Attica, descrivendo un fenomeno esclusivamente istituzionale, dato che in Attica si continuò a risiedere nella chora. Il concetto di sinecismo non sembra comunque avere caratteristiche comuni, come il caso emblematico di Sparta. La natura complessa della pólis emerge già dalle diverse valenze semantiche del termine. Essa è definibile come una società politica basata sull'idea di cittadinanza, nella cui formazione concorrono vari elementi ideali, primo fra tutti il culto polaide. L'ideologia comunitaria di pólis comporta che territorio e popolazione siano sentite come una cosa comune, che la popolazione partecipi alla sua gestione politica ma anche a tutti gli aspetti della vita civile, che il potere debba essere esercitato per periodi definitivi e a rotazione, che il suo esercizio debba essere regolato da leggi. Tutte le città presentano una struttura di base analoga, comprendente un consiglio, un'assemblea, magistrati, tribunali. Le differenze dipendono dai criteri di accesso alla partecipazione politica. Le suddivisione interne alle città, come le tribù o i demi, servono a consentire un più facile rapporto tra cittadino e istituzioni. Elemento essenziale della formazione della pólis è infatti l'integrazione. 2. La riforma oplitica La cosiddetta riforma oplitica è uno dei fattori chiamati in causa per spiegare il processo di formazione della città intesa come realtà sociale. Grazie a questa riforma, il nucleo dell'esercito venne ad essere costituito da fanti armati pesantemente, i cosiddetti opliti. Così, la funzione guerriera si ampliò fino al demos, la classe media. Fu questa classe a fornire il servizio di fanteria oplitica pesante: in cambio del contributo dato alla difesa della comunità, gli opliti richiesero e ottennero una corrispondente integrazione sociale e soprattutto politica. La caratteristica nuova dipende dal fatto che nella falange oplitica il soldato combatte a ranghi serrati, difendendo se stesso e il proprio vicino. Per poterlo fare deve mantenere il proprio posto nello schieramento, superando l'individualismo e affermando nuovi valori, quali l'autocontrollo, la moderazione, la solidarietà e la parità tra uguali. 3. Pòlis e póleis Il termine pólis fa riferimento a realtà storiche molto diversificate, essendoci notevoli differenze tra le póleis. Prima di tutto, le dimensioni variano, così come le caratteristiche geografico-territoriali. Il 75% delle città ha dimensioni molto limitate.

Politeia è un termine polisemantico, che può indicare l'organizzazione politica di una comunità ma anche la cittadinanza. Politeia compare per la prima volta in Erodoto con il significato di "diritto di cittadinanza" richiesto agli Spartani dall'indovino Tisameno all'epoca della battaglia di Platea ricorre sei volte nella Costituzione degli Ateniesi di Pseudosenofonte (il Vecchio Oligarca) è citata una ventina di volte da Tucidide Isocrate definisce la politeia "l'anima della città" per Aristotele, è "la vita stessa della città", equiparando la città ad un organismo umano di cui la politeia costituisce il principio vitale. Una buona politeia è fondamentale per realizzare il fine della pólis, cioè far vivere bene l'uomo, animale politico per eccellenza.

2. Le diverse forme di costituzione: il "Tripolitico" di Erodoto Il pensiero politico greco classifica le costituzioni sulla base di una tripartizione in monarchia, oligarchia e democrazia, la cui prima attestazione si trova in Erodoto, nel dialogo detto "Tripolitico". Nel dibattito, che si immagina tenuto in Persia tra i notabili Otane, Megabizio e Dario, vengono discussi vari temi, tra i quali il valore morale e la competenza necessarie per essere qualificati a governare e l'importanza del nomos. Otane, difensore della democrazia, caratterizza il regime monarchico con dei tratti tirannici, mentre definisce il regime democratico come isonomia, ovvero l'uguaglianza di fronte alla legge. Otane consiglia di dare il potere al popolo, nonostante isonomia non equivalga a democrazia. La caratteristica fondamentale è il "mettere in mezzo" tutte le decisioni. Al demos viene rivendicata l'intelligenza politica sufficiente a governare, collegando il diritto a governare con il concetto di maggioranza, capace di garantire la bontà del processo decisionale. Megabizio invece, parte come Otane rifiutando la tirannide, ma critica la democrazia insistendo proprio sul fatto che il popolo non è qualificato per governare, perché è privo di intelligenza e ricco di arroganza, una massa inutile. Il popolo è violento e irrispettoso della legge quanto un tiranno, il quale, almeno, agisce a ragion veduta. Egli propone di affidare il governo ai migliori, dai quali deriverebbero le decisioni migliori in senso etico-politico. Infine, Dario sostiene la monarchia in quanto un solo uomo eccellente può garantire, grazie alle proprie capacità, un governo efficiente e migliore. Interviene qui nel dibattito il tema dell'efficienza del sistema: chi è più qualificato a governare? 3. La riflessione teorica sulla politeia nel IV secolo Nel IV secolo la riflessione sulla politeia si sviluppa e si approfondisce: il canone delle costituzioni viene ampliato introducendo, accanto alle tre forme costituzionali tradizionali, il loro contraltare negativo. Nasce l'idea del ciclo costituzionale che subisce un processo di decadenza. Isocrate ripropone la divisione tra le tre costituzioni, ma il valore dipende non dal numero quanto dalla qualità di chi governa. Questo comporta che si possa avere una democrazia buona, ma anche una cattiva. Un criterio ancora diversa è quella del rispetto della legge: Eschine distingue tra tirannidi e oligarchie, "amministrate secondo il capriccio dei capi", e democrazie "rette secondo le leggi stabilite". Secono l'oratore, sulla visione del sofista Trasimaco, "ogni governo pone le leggi che gli siano vantaggiose". Le leggi sono dunque stabilite secondo l'interesse di chi governa, come conclude lo Pseudosenofonte, che, pur criticando la democrazia, ammette che essa difende al meglio l'interesse del demos. Caratteristico del IV secolo è anche il passaggio dalla tripartizione ad una divisione con più elementi: ad ogni buona forma costituzionale ne corrisponde una degenerata. Il tema è prima di tutto platonico: nei vari dialoghi le costituzioni sono cinque o sei, ma si conclude che Sparta costituisce un modello positivo, dal momento che include le caratteristiche di costituzioni diverse, introducendo il dibattito della costituzione mista. La costituzione mista ha anche lo scopo di frenare la degenerazione. Infatti, dall'aristocrazia nascerebbe la timocrazia, poi l'oligarchia, la democrazia e alla fine la tirannide. Come sfuggire a questo ciclo degenerativo? La costituzione mista è la soluzione, appena accennata da Platone, ma che conobbe grandissima fortuna. Un passo ulteriore è compiuto da Aristotele che individua, oltre a modelli a cinque o sei costituzioni, un nuovo regime: la politeia. Esso è un regime fortemente legato alle leggi, nel quale si può essere cittadini in senso attivo, ma anche in senso solo,passivo. Questo regime si baserebbe sulla classe media. Anche ad Aristotele si pone il problema della degenerazione, superato tramite l'ideale di una costituzione mista, identificata con quella spartana.

Per ultimo, Polibio compie un'ampia riflessione che parte dalla convinzione che il successo di Roma vada individuato nel suo peculiare modello costituzionale. La visione delle degenerazione delle costituzioni ha in Polibio grande valore negativo, in quanto secondo lo storico nessuna costituzione può sfuggire al ciclo della decadenza. Ogni costituzione ha in se valori e limiti e solo superando le contrapposizioni tipiche delle città greche si può valorizzare ogni costituzione al meglio. Il dibattito iniziato da Erodoto si conclude con l'individuazione di un modello misto, o medio.

4. La propaganda costituzionale: la patrios politeia Sullo scorcio del V secolo l'opposizione antidemocratica ateniese passò alla via rivoluzionare proponendo una propaganda basata sulla "democrazia diversa" la diversità riguardava le meccanismi istituzionali: il potere decisionale e il diritto elettorale passivo dovevano essere drasticamente ridotti, istituendo un'oligarchia moderata, fissata sulla classe media. Questa democrazia doveva però essere presentata come avente alle spalle una consolidata tradizione: nasce così la tradizione della "costituzione dei padri". La prima attestazione al sofista Trasimaco di Calcedone, datato al 411. Egli fa riferimento ad una costituzione denominata patrios, una costituzionale con chiare sottolineature oligarchiche. Per il 411 rimanda al tema della patrios politeia il cosiddetto emendamento di Clitofonte, che evoca i modelli costituzionali di Solone e di Clistene, assimilandoli fra loro in un modello di democrazia moderata capace di togliere autorità a quella della democrazia radicale periclea. Per il 404 appare significativo l'uso tendenzioso della clausola di non interferenza presente nel trattato di pace con Sparta: essa prevedeva per Atene un governo "kata ta patria", interpretato secondo la patrios politeia. Nel IV secolo il tema della patrios politeia è al centro della riflessione politica di Isocrate: nel 354 viene pubblicato l'Areopagitico, un ampio progetto di riforma di riforma che ha ben pochi tratti democratici, ma che Isocrate chiama "democrazia di un tempo". Il carattere democratico della riforma sarebbe espresso dal controllo del governo, esercitato eleggendo i magistrati e sottoponendoli a rendiconto. Quello della patrios politeia è dunque un mito, che rispecchia però il rispetto del pensiero politico greco per ciò che è antico, tradizionale, ticipo della storia politica. Capitolo 4 - Città e territorio La pólis corrisponde ad uno spazio geografico stabile e definito, comprendente la parte urbana, il territorio rurale, l'area di confine e santuari extraurbani. Recentemente è stato messo in evidenza come esista una stretta continuità tra il mondo delle civiltà palaziali e il mondo greco arcaico. Tipicamente micenea è l'articolazione tra l'acropoli e la città bassa. Elemento nuovo è invece l'interazione tra il centro cittadino e la campagna, alla quale si aggiunge l'area territoriale periferica. In Grecia è sempre stata ritenuta caratterizzante, come segno di un modo di vivere più o meno avanzato, la modalità di stanziamento abitativo: kata poleis o kata komas. Ci sono due tendenze organizzative dello spazio cittadino: una all'ortogonalità e una alla circolarità. La tendenza ortogonale trova espressione nel pensiero di Ippodamo di Mileto: dietro questa tendenza vi è soprattutto l'esigenza di organizzare lo spazio per garantire non solo la funzionalità, ma anche la stabilità dei rapporti spaziali. Più antica è la tendenza di carattere delimitante che considera lo spazio come qualcosa da circoscrivere. L'obiettivo di questa seconda tendenza è quello di preservare lo spazio cittadino da pericoli esterni, secondo gli ideali di autarchia, libertà e autonomia. L'esempio classico è Atene. 1. Il centro urbano La presenza di strutture urbane non basta a definire la pólis: in assenza di forme di integrazione politica una città, come quella omerica, non può essere considerata una vera e propria pólis. Si è già citato il sinecismo che porta la città a organizzarsi intorno ad un centro, a definire il territorio e a insediare nel centro urbano le principali strutture. Lo "spazio religioso" è il primo ad essere definito. Soprattutto il culto degli eroi costituisce un modo per definire la propria area spaziale per affermare la proprietà della terra. Ci si rifà qui all'esperienza religiosa come fattore unificante della comunità.

Il cittadino aveva diverse occasioni per prendere coscienza dello spazio della pólis. Innanzitutto aveva accesso ai luoghi pubblici, difendeva in armi lo spazio strategico, poteva percorrere per vari motivo lo spazio religioso. La riforma clistenica si pone nell'ottica di rimodellare lo spazio attico per mescolare gli abitanti, rafforzando nuovi rapporti di coesione sociale. Capitolo 5 - Cittadini ed esclusi

1. I cittadini Nella pólis greca cittadinanza e residenza non coincidevano. Il pieno godimento dei diritti politici spettava ai soli maschi adulti di status libero che erano considerati politai. I criteri di accesso alla cittadinanza potevano variare di città in città. In alcune, i diritti politici erano appannaggio di gruppi molto ristretti, in altre a gruppi più ampi, ma di numero fisso. Comunque dalla politica erano esclusi le donne, gli stranieri residenti e gli schiavi. Per il caso di Atene, le procedure di accesso alla cittadinanza ci vengono descritte dalla Costituzione degli Ateniesi di Aristotele. All'età di diciotto anni giovani ateniesi venivano presentati all'assemblea del loro demo di residenza per il controllo della maturità fisica e della legittimità di nascita. Se superavano l'esame venivano iscritti nel lexiarchicom grammateion. Se invece venivano respinti, potevano fare appello in tribunale. Dopo aver superato l'esame i giovani venivano accolti tra gli efebi e seguivano un percorso di formazione. Una volta divenuto cittadino, il giovane ateniese veniva inquadrato nella tribù cui il suo demo afferiva. Demo e tribù costituivano quindi gli strumenti dell'inquadramento del cittadino nelle strutture della città. Tuttavia i cittadini erano anche inseriti in strutture preesistenti la realtà poleica, ovvero le fratrie. Stranieri e meteci potevano essere accolti tra i cittadini mediante un decreto di associazione, al quale seguiva l'iscrizione in un demo, in una tribù e in una fratria. In realtà le associazioni divennero davvero rare in età classica. Le liste dei cittadini erano sottoposte a periodiche revisioni. 2. Diritti e doveri del cittadino I diritti e doveri del cittadino comprendono l'attività politica, il servizio militare e la partecipazione alla vita religiosa. I diritti fondamentale erano archein (comandare) e dikazein (giudicare). Sicuramente la partecipazione investiva maggiormente il potere giudiziario, è difficile valutare l'interesse per l'accesso alle magistrature. Alcuni cambiamenti intervennero nel corso del IV secolo, perché accanto al concetto di politeia si afferma quello di politeuma. Appartiene al politeuma chi gode dei pieni diritti politici attivi e passivi; invece coloro che conservano solo alcuni diritti di carattere politico sono inclusi nella politeia. Accanto al polites si afferma la figura dell'archomenos polites, cioè del cittadino che è tale benché eserciti solo alcuni diritti politici. Il fenomeno è anche accentuato dal fenomeno di professionalizzazione della politica, per la crescente richiesta di competenza specifiche. Essere cittadini comportava una seria di vantaggi di carattere economico, come il possesso di beni materiali, l'accesso ai sussidi statali e le distribuzioni. La tassazione colpiva solo le classi cosiddette liturgiche. Si pagavano solo imposte indirette come le tasse portuali o i dazi. Per quanto riguarda il compito militare, esercito e cittadinanza coincidono. Ad Atene il servizio militare andava dai venti ai quaranta anni. Con i sessanta si usciva dalla lista degli abili alle armi. Il cittadino soldato era essenzialmente un oplita, ma ad Atene poteva anche essere un marinaio impiegato come rematore sulle triremi. Nel corso del IV secolo si determinò un progressivo disamore dei cittadini per il mestiere di soldato, con il contestuale affermarsi degli eserciti mercenari, oltre ad una certa professionalizzazione dell'esercito. Il fattore religioso è fondamentale per il polites. La religione pervade tutti gli aspetti della vita civile e che, attraverso varie pratiche religiose comuni,rinsalda il legame civico. La vita politica delle città greche fu caratterizzata da un vivace confronto e da un'estrema conflittualità all'interno delle comunità. Un fenomeno estremamente diffuso fu la stasis, la guerra civile. A differenza di altre pólis, Atene ebbe un clima politico abbastanza stabile, se si eccettuano brevi crisi democratiche. Ma il motivo di questa stabilità va ricercato nella profonda coesione realizzata da Clistene attraverso lo strumento della mescolanza, riuscendo bene nell'atto di mediare tra le diverse componenti della comunità.

3. L'immagine del cittadino La concezione di cittadino appare in stretta corrispondenza con la concezione di pólis: il polites è libero e autonomo. Il termine autonomo indica la capacità di autogovernarsi e di aderire con convinzione ad una serie di norme di comportamento che le leggi e i culti impongono. Per libero si intende che il soggetto non è condizionabile da altri soggetti di diritto nelle proprie scelte. Asse portante della città è la classe media che reca su di se l'onore/onere del servizio militare: sua cellula è il cittadino/soldato, piccolo proprietario agricolo, che vive del proprio lavoro e non ha bisogno di svolgere attività commerciale o artigianale, sentite come deteriori, perché svolte a servizio di altri e assimilate alla servitù. L'immagine del cittadino dipende fortemente dalla timé, cioè dal valore che viene attribuito all'uomo dalla comunità nella quale è inserito. In democrazia, la timè assume la configurazione peculiare di axiosis (reputazione, apprezzamento) e identifica il cittadino capace di contribuire positivamente all'esperienza politica vissuta dalla sua comunità. Il polites deve inserire in modo costruttivo nella comunità. La democrazia, in questo senso, vuole essere aristocratica sul piano delle capacità individuali e non prescinde da un apprezzamento del valore del singolo, ma rifiuta il principio di selezione economico-sociale. Il rispetto delle leggi dei cittadini si fonda sulla convinzione del valore intrinseco delle leggi che le città si è data. Libertà e rispetto della legge vanno di pari passo. Il cittadino che non partecipa alla vita politica per indifferenza o povertà è da considerarsi, secondo Pericle, inutile. 4. Le donne La pólis esclude le donne da ogni forma di partecipazione politica. La donna era definita dal matrimonio e vi svolgeva un ruolo passivo. Obiettivo del matrimonio era la procreazione di figli legittimi. La segregazione aveva lo scopo di limitare l'adulterio e il rischio di inserire figli non legittimi nel corpo cittadino, dato che ruolo della donna era anche quello di trasmettere la cittadinanza. La totale subordinazione della donna è espressa anche dal diritto che la pone in uno stato di perenne minorità, bisognosa della tutela di un tutore, senza che possa possedere alcunché. Le due stesse relazioni sociali dipendono dal marito. La pólis prevedeva però per le donne degli spazi a loro riservati, quali i riti femminili o il ruolo di sacerdotessa, molto prestigioso. 5. Gli xenoi Il mondo greco distingue tra stranieri di stirpe greca (lo xenos vero e proprio) e il barbaro. Nel caso dello xenos, l'estraneità è solo di tipo politico: egli è infatti di un altro stato, ma appartiene alla stessa comunità, il to Hellenikon. Il barbaro invece è straniero due volte, sul piano politico, ma anche su quello politico- culturale. Lo xenos è individuo formalmente privo di diritti e anche un nemico. Fin dall'età arcaica si cercò di porre rimedio a questa situazione in vari modi. La xenia era la più antica forma di ospitalità, sancita con lo scambio di symbola. La prossenia costituisce invece l'adattamento alle esigenze pubbliche dell'antica pratica della xenia. L'asylia si sviluppo invece in ambito sacrale. Lo straniero di passaggio nella pólis poteva vedersi concedere diversi diritti: poteva svolgere traffici nell'agorà, usare pascoli, possedere immobili,sposare una donna attica, ma il diritto era assai riluttante a concedere forme di equiparazione allo straniero. Era sottoposto inoltre ad una tassazione sui diritti di pascolo e commercio. Non tutti i Greci avevano lo stesso atteggiamento aperto verso gli stranieri come gli Ateniesi. Sparta infatti rimase chiusa in se stessa. 6. I meteci La metoikia costituisce la più avanzata forma di integrazione dello straniero nella comunità poleica. I meteci, stranieri residenti, avevano uno status intermedio tra cittadini e xenoi: erano stranieri che si stabilivano ad Atene per più di un mese. Erano obbligati a porsi sotto la protezione di un cittadino, il cui compito era quello di appoggiare la richiesta di iscrizione nelle liste dei meteci e garantire il pagamento di una tassa, il metoikon.

Capitolo 6 - La fine dell'esperienza della pólis L'affermazione dei grandi ellenistici segnò il tramonto della pólis come esperienza politica. La città comunque sopravvisse e anche il periodo ellenistico è un periodo di fioritura delle póleis. Diversa è la questione dell'aspetto qualitativo: infatti l'interferenza dei Macedoni divenne la norma. Con la stabilizzazione e la divisione dell'impero di Alessandro tra i successori e l'avvento delle grandi monarchie, la funzione delle città cambiò radicalmente: l'aspetto urbanistico prevalse nettamente su quello politico, lo spazio cittadino si personalizzò e divenne proprietà del sovrano, la relazione tra centro e urbano e chora e il rapporto fra cittadinanza, ruolo militare e proprietà terriera venne meno, la corte sostituì la pólis. Le condizioni delle città furono diverse. Non mancarono diversi elementi comuni. La pólis conobbe una caratterizzazione più omogenea sul piano istituzionale, educativo, culturale e religioso.

1. La pólis nei regni ellenistici La pólis ellenistica è in realtà una sorta di enclave nell'ambito di un vasto stato territoriale. I grandi regni ellenistici erano infatti realtà complesse. Al modello della pólis e a quello dello stato federale si sostituisce una struttura che prevede una capitale cui si affianca una chora. Il territorio comprende le città greche, i santuari, le colonie militari, dinasti locali, tribù e popolazioni in stato di vassallaggio. Il re doveva quindi adottare moduli diversi. La pólis si ridusse ad una comunità di uomini liberi in cui si viveva una dimensione più culturale che politica. Il corpo civico era greco. La città viveva soprattutto dello sfruttamento agricolo del territorio, cui si aggiungevano i proventi, anche fiscali, proventi del commercio. L'evergetismo caratterizza i rapporti fra sovrani e città. Al re ci si svolgeva anche come giudice. Le città intrattenevano con i re rapporti diplomatici attraverso gli amici (phyloi) del re stesso, notabili locali, spesso uomini di cultura. La situazione però non era uniforme. 2. Le istituzioni delle città ellenistiche Sul piano politico-amministrativo, le póleis di epoca ellenistica presentavano alcune affinità. Esse rivendicavano la loro natura democratica ed erano organizzate secondo gli istituti della democrazia ateniese, la popolazione era ripartita in tribù, trittie, demi, fratrie. Il consiglio aveva le consuete funzioni probuleumatiche. L'assemblea discuteva, eleggeva i magistrati. Spesso si ricorreva a giudici provenienti dall'estero. Nelle città andarono sempre più formandosi aristocrazie di notabili. Le póleis ellenistiche conservarono un grado più o meno elevato di autonomia e libertà, ma le due nozioni appaiono sensibilmente cambiate. Per autonomia si intende ormai la sopravvivenza delle principali istituzioni della città. Per libertà la possibilità di intrattenere con il sovrano una relazione in qualche modo paritaria. Le città potevano eleggere i loro magistrati, legiferare, battere moneta, amministrare la giustizia, nonché sottoscrivere alcuni accordi di carattere internazionale, ma non avevano una vera e propria indipendenza politica. Esistevano certo anche città effettivamente indipendenti, come Rodi, ma la maggior parte delle póleis ebbe autonomia del tutto formale. Le tradizionali strutture poleiche sopravvissero ormai prive della loro funzione politica, social, religiosa e, di conseguenza, del loro più autentico significato partecipativo. 3. La politica dei regni ellenistici nei confronti delle póleis I regni ellenistici svolsero una politica diversa nei confronti delle póleis. La Macedonia non presentava problemi di organizzazione territoriale e, tramite l'adozione del principio federale, garantiva la convivenza tra le regioni dell'interno e le città della costa. L'urbanizzazione in Macedonia era vista come un elemento di progresso. Furono piuttosto le città della Grecia a costituire un problema, in quanto perseguirono a lungo il tentativo di ritrovare la perduta indipendenza. Le póleis costituirono quindi per il regno macedone un elemento di notevole instabilità. Al contrario, l'Egitto era praticamente privo di città, perché i Tolomei evitarono di svolgere una politica di colonizzazione. I Lagidi non vollero in alcun modo procedere alla sua ellenizzazione, tanto che la diffusione della vita cittadina non interessò mai ai Tolomei.

Il regno seleucidico era molto esteso sul piano territoriale e assai eterogeneo sul piano etnico e culturale. I Seleucidi svolgevano un'intensa attività coloniale: le città greche dovevano svolgere da un lato un ruolo di controllo delle vie commerciali e delle posizioni strategiche, dall'altro quello di diffondere, con la vita cittadina, lo stile di vita greco. Le póleis crearono problemi non irrilevanti ai sovrani. Il caso più riuscito di integrazione fra antiche e nuove forme insediative e istituzionali sembra quello del piccolo regno di Pergamo. La pólis resta profondamente condizionante per il mondo politico greco, di cui caratterizza lo stile di vita. In età ellenistica, le monarchie territoriali si trovano in continua dialettica con le póleis. Esse vengono a costituire un fattore di divisione e debolezza.

4. Dalla pólis alla metropoli In età ellenistica, nuove póleis presero il posto delle più antiche città Greca. Allesandria e Rodi sostituirono il Pireo. I tradizionali centri culturali furono sostituiti dalle grandi capitali. Atene conservò il suo ruolo culturale. Importante fu anche Rodi che riuscì, per tutto il III secolo a mantenere una reale indipendenza dalle grandi monarchie. Le strutture cittadine cambiarono profondamente a causa della presenza del re e del suo potere: di qui l'importanza delle parti pubbliche riguardanti il sovrano e l'esercito, l'uso dell'opera d'arte a celebrazione non più della comunità cittadina ma del sovrano. Nell'impianto urbanistico, la tradizionale tendenza greca alla circolarità si coniuga con la razionalità della visione ortogonale. Ad Alessandria la città si organizza in funzione del sovrano e il centro focale della città è costituito non più dell'agorà, ma dalla reggia. Alcuni parti pubbliche della città risentono delle più antiche tradizioni. Alessandria è esempio della diversa capacità della città ellenistica, rispetto a quella della Grecia classica, di realizzare una più efficace integrazione fra uomini di provenienza eterogenea. La pólis ellenistica può essere considerata una più favorevole struttura di integrazione. Prima di Alessandria, tale era stata in un certo senso la Siracusa dei due Dionisi. Essa fu nel IV secolo una città classica di cui è stato riconosciuto il carattere paradigmatico rispetto ad esperienza innovativo come quelle degli stati ellenistici e della stessa Roma. La pólis aveva saputo, nel caso siracusano, superare i suoi limiti storici e anticipare soluzioni future.