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La polis greca di Bearzot, Sintesi del corso di Storia

riassunto completo del testo di c. bearzot 2009

Tipologia: Sintesi del corso

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LA POLIS
1. Per una definizione della polis
La storia della Grecia antica è caratterizzata dalla centralità dell’esperienza politica vissuta nell’ambito
della comunità cittadina: LA POLIS.
Essa costituisce la forma principale di stato e il pensiero politico greco si concentra quasi interamente
su di essa e sulle sue forme costituzionali.
La costituzione è detta politeia (sentita come elemento fondamentale della polis)
Il cittadino è detto polites ( come se la polis fosse l’univa vera forma di stato)
Ci furono anche altre forme di stato:
Gli stati federali (i cosiddetti koinà o ethne, presenti fin dall’arcaismo)
Stati territoriali ( dalla Siracusa di Dionisio I ai regni ellenistici)
Esse mettono in discussione anche i limiti della polis:
Gelosia della cittadinanza
Incapacità di dar vita ad un equilibrio internazionale stabile
Carattere di società chiusa
Il temine polis può significare:
Cittadella fortificata
Acropoli
Centro urbano
Entità statale
Koinonia politikè-> comunità
Le fonti antiche evidenziano non tanto il carattere urbanistico della polis ma quello sociale e
istituzionale. Secondo un topos letterario: sono gli uomini , i cittadini, a costruire la realtà della città.
Es: Alceo afferma che sono gli uomini la torre che difende la città ; Tucidide fa dire a Nicia che i
soldati ateniesi devono essere coraggiosi e capaci di sfuggire ai nemici se vogliono che le sorti della
città si risollevino.
Dimensione politica+ d. territoriale= polis
Quando i greci si soffermano sul problema del rapporto tra uomo e stato è alla polis che pensano.
Si è osservato che le sorti degli stati federali siano modeste nel pensiero politico greco tant’è che
Aristotele afferma che uno stato federale non può avere una propria costituzione. Per quanto riguarda
gli stati territoriali non esiste una riflessione su di essa. Non vennero mai valorizzati aspetti come: la
fusione di elementi etnici diversi. Nelle definizioni presenti nelle fonti letterarie viene solo evidenziata
al complessità politica e sociale e l’articolazione fra realtà diverse all’interno del territorio.
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LA POLIS

  1. Per una definizione della polis

La storia della Grecia antica è caratterizzata dalla centralità dell’esperienza politica vissuta nell’ambito della comunità cittadina: LA POLIS.

Essa costituisce la forma principale di stato e il pensiero politico greco si concentra quasi interamente su di essa e sulle sue forme costituzionali.

La costituzione è detta politeia (sentita come elemento fondamentale della polis)

Il cittadino è detto polites ( come se la polis fosse l’univa vera forma di stato)

Ci furono anche altre forme di stato:

  • Gli stati federali (i cosiddetti koinà o ethne, presenti fin dall’arcaismo)
  • Stati territoriali ( dalla Siracusa di Dionisio I ai regni ellenistici)

Esse mettono in discussione anche i limiti della polis:

  • Gelosia della cittadinanza
  • Incapacità di dar vita ad un equilibrio internazionale stabile
  • Carattere di società chiusa

Il temine polis può significare:

  • Cittadella fortificata
  • (^) Acropoli
  • Centro urbano
  • Entità statale
  • Koinonia politikè-> comunità

Le fonti antiche evidenziano non tanto il carattere urbanistico della polis ma quello sociale e istituzionale. Secondo un topos letterario: sono gli uomini , i cittadini, a costruire la realtà della città. Es: Alceo afferma che sono gli uomini la torre che difende la città ; Tucidide fa dire a Nicia che i soldati ateniesi devono essere coraggiosi e capaci di sfuggire ai nemici se vogliono che le sorti della città si risollevino.

Dimensione politica+ d. territoriale= polis

Quando i greci si soffermano sul problema del rapporto tra uomo e stato è alla polis che pensano.

Si è osservato che le sorti degli stati federali siano modeste nel pensiero politico greco tant’è che Aristotele afferma che uno stato federale non può avere una propria costituzione. Per quanto riguarda gli stati territoriali non esiste una riflessione su di essa. Non vennero mai valorizzati aspetti come: la fusione di elementi etnici diversi. Nelle definizioni presenti nelle fonti letterarie viene solo evidenziata al complessità politica e sociale e l’articolazione fra realtà diverse all’interno del territorio.

La storiografia recente si differenzia da quella antica mostrando un superamento della posizione poleocentrica.

I moderni hanno sviluppato una serie di riflessioni dal problema della divisione/organizzazione dello spazio e del rapporto con il territorio (la chora) a quello del significato della polis come comunità cittadina.

Gawantka ha evidenziato la necessità di verificare la validità di concetti interpretativi che rischiavano di diventare un mito storiografico.

La nozione di città-stato elaborata dai moderni (che la intende come la forma di stato per antonomasia nel mondo greco e ne sottolinea la preminenza sull’individuo) non è necessariamente corrispondente alla nozione di polis poichè sarebbe troppo rigida per esprimere le diverse realtà locali in cui era frazionata la Grecia antica-> polis fa riferimento a diverse forme di insediamento e di comunità politiche e a livelli cronologici diversi.

L’idea della polis senza stato è stata anticipata dal fatto di sottolineare il carattere prevalentemente sociale della città greca.

Osborne ha affermato che nella polis manca un’autorità statale che monopolizzi la coercizione e un potere esecutivo. Idem Cartledge il quale ha osservato che la polis ignora la distinzione tra governanti e governati e le nozioni di diritti dell’individuo e di tolleranza mentre conosce forme di controllo sociale per il mantenimento dell’ordine.

Per Berent la polis non corrisponde alla definizione di stato in senso hobbesiano e weberiano. Essa infatti:

  • Non presenta un’adeguata distinzione fra popolo e potere esecutivo
  • Non avrebbe il monopolio della coercizione dato che è priva di esercito permanente e polizia affidando la tutela dell’ordine pubblico all’iniziativa individuale
  • Manca di territorialità ben definita
  • Manca di un’adeguata burocrazia

La polis non era una città-stato ma una stateless community-> nel senso di una comunità di guerrieri, la cui coesione dipende dalla tattica di combattimento.

Obiezioni di tale pensiero:

  • Non si può confrontare la polis con uno stato di tipo moderno
  • Egli sottovaluta aspetti impo della polis, dalla complessità della struttura istituzionale alla territorialità.
  • Studi di Hansen-> il quale sostiene che la definizione di polis come città-stato sia corretta. Egli risponde a Berent sostenendo che non si possa restringere il concetto di stato come governo ma si debba considerare lo stato anche come territorio e corpo politico.

Hansen sostiene che la sovrapposizione tra depositari della sovranità e detentori del potere esecutivo è un elemento presente nella città greca e nella società democratica, ma è anche vero che non si è mai governanti e governati contemporaneamente poiché il cittadino, quando diviene magistrato, assume uno statuto particolare.

L’abbandono della struttura del villaggio, attestato in diverse aree della Grecia nel 8 e 7 sec, sembra avere in esso un ruolo significativo, confermando la visione aristotelica, che parla di una progressione dalla casa privata al villaggio alla città. Con un movimento centripeto (definito sinecismo), la realtà cittadina si organizza intorno a villaggi (komai) o a demoi ateniesi. L’aggregazione determina una definizione del territorio nei confronti del mondo esterno, attraverso i santuari di confine, le costruzioni di mura e una sua articolazione interna.

Nel centro urbano, luogo politico e religioso, trovano sede le principali strutture funzionali (il pritaneo, sede del focolare pubblico e delle magistrature; l’agorà, luogo di incontro e di mercato; il bouleuterion sede del consiglio e l’ekklesiasterion sede dell’assemblea) e culturali (templi, focolare comune, tomba del fondatore).

La natura complessa della polis costituita da uomini che si riconoscono in culti e in leggi comuni emerge già nelle diverse valenze semantiche del termine le quali oscillano tra il significato concreto di: cittadella fortificata, acropoli, centro urbano e quello ideale di comunità civica.

La polis è definibile come una società politica basata sull’idea di cittadinanza ed essa afferma la sua identità tramite il culto poliade.

L’ideologia comunitaria si basa sulla nozione di koinon o possesso comune e, insieme, di meson, spazio mediano e condiviso, terreno comune di discussione e confronto.

L’ideologia della polis comporta che territorio e popolazione siano sentite come una cosa comune, che la popolazione debba partecipare alla sua gestione politica ma anche a tutti gli aspetti della vita civili (riti, sacrifici e feste), avendo parte ai benefici che ciò comportava (rendite, distribuzioni).

Nell’Odissea di Omero pur essendoci delle strutture urbanistiche (mura, agorà, porti, santuari) non erano presenti delle polis mentre nell’Iliade lo scudo di Achille ci offre testimonianza di alcuni tratti riconoscibili della polis.

Elemento essenziale nella formazione della polis è l’integrazione: è attraverso il progressivo inserimento in una comune dimensione politica che la comunità di liberi raggiunge la necessaria stabilità.

La riforma oplitica è uno dei fattori per spiegare il processo di formazione della città intesa come realtà sociale. Con questa riforma il nucleo dell’esercito non fu più formato dalla cavalleria ma dai fanti armati pesantemente: gli opliti (termine che significa: le armi che costituiscono l’armamento del fante).

Con questa riforma la funzione guerriera si estese anche al demos cioè alla popolazione contadina residente sul territorio-> non era più un privilegio aristocratico. L’armamento oplita risale al 700 circa ed era accessibile anche ai membri della classe media. In cambio del contributo dato alla difesa della comunità, gli opliti richiesero e ottennero un’integrazione sociale e politica.

La caratteristica nuova è data dal fatto che nella falange oplitica il soldato combatte a ranghi serrati, difendendo se stesso e il proprio vicino e per poterlo fare deve mantenere il proprio posto nello schieramento-> superamento individualismo, integrazione del singolo nel gruppo.

La virtù (aretè) eroica del guerriero aristocratico viene superata affermando nuovi valori come: l’autocontrollo, la moderazione e il senso della solidarietà e della parità fra uguali.

Dall’oplitismo nacquero comunità più ampie e coese, più aperte e caratterizzate da una maggiore mobilità sociale.

Il termine polis fa riferimento a diverse realtà storiche.

▲ Sul piano delle dimensioni e delle caratteristiche geografico-territoriali: c’erano territori inferiori ai 100 metriq mentre altri molto ampi come Atene, il cui territorio coincide con l’intera Attica e Sparta, il cui territorio comprende tutta la Laconia, Argo e Corinto.

Per quanto riguarda il piano insediativo: città il cui territorio coincide con una regione, come Sparta e Atene, presentano diversi centri abitati che si differenziano rispetto alle città principali.

▲ Sul paino socio-demografico: vi sono città con un livello demografico elevato e di status diverso come Atene, Sparta e Siracusa. Sono città in cui la popolazione residente comprende un elevato numero di persone non dotate di pieni diritti di cittadinanza, come i meteci, i perieci e gli schiavi domestici e pubblici.

La maggior parte delle città contava poche centinaia di uomini con status prevalentemente cittadino, con scarsa presenza di stranieri e con pochi schiavi domestici.

Diversi erano i modelli di organizzazione delle comunità greche: il modello dorico, visibile in Laconia, Creta e Tassaglia nel quale gli schiavi, diversamente nominati, coltivavano la terra mentre la popolazione libera si dedicava alla vita politico-militare. Nel modello dello stato federale a gestione oligarchico-moderata, visibile in Attica e nel modello dello stato federale a gestione oligarchico-moderata, visibile in Boezia, la terra era coltivata da agricoltori liberi, diretti discendenti del damos di età micenea.

▲ Sul piano urbanistico e architettonico: Atene presenta un gran sviluppo monumentale mentre Sparta è dispera in villaggi ma ciò non sta ad indicare la potenza della città in quanto quella dipende dalla politica.

Quando si parla di polis quindi si fa riferimento a esperienze variegate con elementi comuni. I due modelli principali sono quello ateniese e quello spartano:

SPARTA->integrazione di un ristretto gruppo di cittadini di pieno diritto, a cui è riconosciuta perfetta uguaglianza, distribuiti in tribù genetiche (le tre tribù doriche) e in organismi territoriali (obaì). Il ruolo dei cittadini è definito dalla funzione militare, mentre la coltivazione della terra è affidata agli iloti. Il sistema sociale è rigido e immobilistico non suscettibile a riforme. Oligarchico

ATENE-> estende la qualità di polites al di là di ogni discriminazione di carattere economico-sociale. Il demos acquista un’identità consapevole e comprende fin dagli inizi del VI sec i piccoli cittadini, i teti e i nullatenenti privi di proprietà terriera che si procurano da vivere con il lavoro di braccianti salariati o attraverso attività artigianali. Qui il valore della partecipazione è promosso e incoraggiato. Democratico

Le comunità cittadine da una formazione comune si sono evolute in sistemi molto diversi per ispirazione politica e organizzazione concreta (Argo, Tebe ad esempio passano da una struttura spartana a una più ateniese). Esistono elementi comuni quali:

  • La capacità di batter moneta

un’identità etnica e non cittadina, in zone periferiche e isolate, caratterizzate da arretratezza e fondate su un’economia pastorale.

Dal IV sec gli stati federali divennero un’esperienza di stato alternativa a quella cittadina, logorata dalle lotto per l’egemonia, fino ad affermarsi come potenze politiche in età ellenistica.

Esse presentavano diverse forme costituzionali (democratico, oligarchico e monarchico). Le strutture principali erano come per le polis: l’assemblea, il consiglio e le magistrature.

All’interno di ciascun stato federale convivevano istituzioni locali (si occupavano dell’amministrazione delle singole comunità) e federali (si occupavano degli affari esteri, della gestione dell’esercito). Il problema di questo stato era costituito dall’articolazione tra il potere federale e quello locale.

Polis e stato federale in conflitto: polis-> con i suoi ideali di autonomia e indipendenza

s.f->con la pretesa di coordinare realtà locale e federale in un sistema integrato.

Nello stato federale la polis rimane un elemento condizionante, fattore di sviluppo e di crisi.

  1. Polis e Politeia

L’idea di costituzione (politeia) è fondata sulla nozione di legge (nomos). Nelle polis esistono solo leggi costituzionali ed essa costituisce in sé un limite sia per i cittadini sia per i pubblici poteri, e non è concepibile che una legge possa essere incostituzionale perché in contrasto con i principi fissati nella costituzione. Questo termine può indicare l’organizzazione politica di una comunità (la costituzione, il regime, il governo) ma anche la cittadinanza (condizione di cittadino, diritto di cittadinanza-> ha questo significato la prima volta che comprare la parola politeia in Erodoto).

La città viene equiparata ad un organismo umano , di cui la politeia costituisce il principio vitale e caratterizzante, capace di plasmare il cittadino sul proprio modello. Una buona politeia è fondamentale per realizzare il fine della polis, che è, nella visione aristotelica, quello di far vivere bene l’uomo-> animale politico.

Politeia

  • indica organizzazione politico-costituzionale
  • cittadinanza, esso è collegato con le nozioni di appartenenza e di condivisione, tanto che essere cittadini si dice aver parte alla politeia

esistono diverse forme di organizzazione politica: polis governate da regimi autocratici (tirannidi), oligarchici ristretti, oligarchie relativamente moderate e democrazie più o meno radicali. In tutti i casi si afferma la tendenza a concepire come uguali coloro che partecipano alla politeia.

Il pensiero politico greco classifica le costituzioni sulla basi di una tripartizione in monarchia, oligarchia e democrazia. Il criterio di Erodoto è quello dell’estensione della sovranità, affidata a uno solo, a pochi o a tutti; i termini utilizzati sono composti con kratos (che esprime la forza, il potere, la sovranità e che ritroviamo in democrazia) ed archè (che esprime il potere di comando, tipico dei magistrati). Nell’opera di Erodoto: Tripolitico compaiono per la prima volta sia il termine democrazia sia il termine oligarchia.

Otone (visione democratica) definisce isonomia la democrazia ma con questo termine si può far riferimento anche a un’oligarchia. Il riferimento alla democrazia emerge con chiarezza nei

contenuti istituzionali, che rimandano alla sovranità popolare, all’uguaglianza, alla partecipazione, garantita dal sorteggio delle cariche, dal controllo dei magistrati e dalla messa in comune di tutte le decisioni.

Il potere non è in mano ad un solo uomo: la città è libera, il popolo è sovrano, le cariche sono annuali e a rotazione. La ricchezza non prevale: anche il povero ha uguali diritti.

Megabizio (visione aristocratica), come Otane, rifiuta la tirannide ma critica la democrazia, insistendo sul fatto che il popolo non è qualificato a governare: privo di intelligenza e ricco di arroganza, il popolo è una massa inutile-> il popolo non è meno violento e irrispettoso del tiranno, il quale, almeno, agisce a ragion veduta. La sua scelta di un governo oligarchico è nata dal fatto che: dagli uomini migliori (aristoi) derivano le deliberazioni migliori.

Dario (visione monarchica) critica l’oligarchia in quanto caratterizzata dallo sviluppo di gravi rivalità personali legate alla sete di potere e la democrazia per la malvagità innata del popolo e l’emergere delle aspirazioni dei singoli capi, entrambe situazioni dannose per lo stato e tendenti in ogni caso a sfociare nel potere di uno solo. Sostiene la monarchia in quanto uno solo eccellente, grazie alle straordinarie capacità, può governare nel modo migliore.

Alla democrazia viene criticato anche di perdere tempo ed essere lenta nel reagire nei dibattiti.

Nella Grecia del V sec i regimi più diffusi erano democrazia e oligarchia entrambi caratterizzati dalla partecipazione diretta che la monarchia escludeva a apriori.

La democrazia appare la miglior realizzazione delle tendenze isonomiche insite nel concetto di polis.

Nel IV sec:

■ si afferma l’idea del ciclo costituzionale, per cui ogni costituzione tende a trasformarsi in un altro modello, fino a ritornare all’inizio del ciclo stesso: un processo di decadenza al quale ci si domanda come lo stato possa sfuggire.

■ Isocrate ripropone la divisione in monarchia, oligarchia, democrazia incentrata sul tema della sovranità e sul numero di coloro che la esercitano. Il valore delle singole costituzioni viene fatto dipendere dalle qualità etiche e di competenza di chi governa; ciò comporta una democrazia buona o cattiva idem l’oligarchia-> il criterio del numero perde il suo valore e sono le qualità intrinseche dei governanti ad esser messe in primo piano.

■ Rispetto della legge-> le leggi sono stabilite secondo l’interesse di chi governa. La scelta del miglior regime va fatta in base all’interesse di chi ha il potere.

■ Passaggio dalla tripartizione a una più articolata: ad ogni buona forma costituzionale viene fatta corrispondere una forma degenerata, generando un canone di sei costituzioni. Platone propone un’articolazione in quattro (tirannide, oligarchia, democrazia e aristocrazia) cinque modelli (monarchia/tirannide, aristocrazia/oligarchia, democrazia) mettendo in discussione il valore dei schemi costituzionali tradizionali e il ruolo centrale della democrazia proposto dagli oratori del IV sec.

Per evitare i limiti presenti in ogni modello si cerca di prendere quelli positivi si parla così della costituzione mista. Essa ha anche lo scopo di frenare la degenerazione cui ogni costituzione va incontro. Anche la costituzione buona come l’aristocrazia può degenerare:

dibattito su quale fosse in Atene la vera patrios politeia. Furono i Trenta Tiranni ad esser designati per redigere una legislazione conforme alla tradizione patria.

Nel IV secolo il tema della patrios politeia è al centro della riflessione politica di Isocrate: nel 354 venne pubblicato l’Areopagitico, opera contenente un progetto di riforma della democrazia ateniese basata sulla restaurazione dei poteri dell’Areopago e quindi sul ritorno all’antica costituzione anteriore alla riforma di Efialte. Isocrate preferisce evitare il termine patrios politeia perché l’espressione era connotata in senso oligarchico dopo le vicende del 411 e 404; egli preferisce parlare della democrazia di un tempo e della costituzione di Salone e di Clistene, la più democratica e utile allo stato o della politeia degli antenati che, diversamente dalla democrazia contemporanea, in cui regnano malgoverno e disordine, incarna il vero ideale democratico.

I contenuti del progetto isocrateo non sono democratici: la restaurazione del ruolo dell’Areopago e delle sue antiche funzioni è solo un elemento di un programma più vasto, che comprende la limitazione dei diritti politici ad una elitè di uomini colti e agiati, l’abolizione del sorteggio, il ritorno alle magistrature elettive.

Per ottenere l’assenso dell’opinione pubblica, Isocrate propone di cambiare la democrazia dall’interno.

Quello della patrios politeia è un mito costituzionale utilizzato nell’ambito dello scontro propagandistico, con contenuti diversi, a livello ideologico e istituzionale: la sua fortuna rivela il rispetto del pensiero politico greco per ciò che è antico, tradizionale, tipico della storia politica e costituzionale di un popolo e che proprio da ciò, oltre che dal consenso generale, trae la propria legittimità. La patrios politeia costituisce un elemento della propaganda politica e ci aiuta a comprendere l’importanza del legame tra polis e politeia, tra identità cittadina e trazione politico- costituzionale locale.

  1. Città e territorio

La polis come comunità cittadina ed entità politica indipendente, dotata di istituzioni e leggi proprie, corrisponde ad uno spazio geografico stabile e definito, comprendente la parte urbana, il territorio rurale, l’area di confine, i santuari extraurbani. Esiste una continuità tra il mondo delle civiltà palaziali (minoico e miceneo) e alto arcaismo greco.

La polis, forma di insediamento su un territorio di una comunità che si raccoglie intorno a un centro religioso e politico, presenta da un punto di vista insediativo, da una parte strutture di eredità micenea e minoica, dall’altro significative novità nell’organizzazione del territorio.

La continuità è spesso evidenziata dal sito in cui sorgono le nuove città, lo stesso dei centri palaziali micenei, per la possibilità difensiva, disponibilità di acqua e di terra coltivabile, distanza dal mare. Elemento nuovo rispetto al miceneo è l’interazione fra il centro cittadino (asty) e la campagna coltivata (chora), alla quale va aggiunta l’area territoriale periferica (eschatià) destinata al pascolo o a forme alternative di sfruttamento. Aristotele parla di uno sviluppo che porta dalla casa privata (oikia) al villaggio (kome) alla città (asty) considerando la città un punto d’arrivo qualificato non solo per l’estensione, la monumentalità ma anche per un raggruppamento funzionale, organizzato intorno ad un centro e all’interno di un perimetro.

Due tipi dell’organizzazione dello spazio:

  • Tendenza Ortogonale-> tendenza geometrica e una sorta di normalizzazione nella distribuzione e nella utilizzazione, privata o pubblica, dello spazio. Questa tendenza è tipica

delle nuove fondazioni; vi è l’esigenza di organizzare lo spazio per garantire la funzionalità e la stabilità dei rapporti spaziali, politici, economici e sociali.

  • Tendenza circolare-> più antica e tipica delle città a sviluppo progressivo. Considera lo spazio qualcosa da circoscrivere rispetto all’esterno, attraverso l’identificazione di un confine al di là del quale un certo sistema di vita non è più possibile. Qui l’obiettivo è quello di preservare lo spazio cittadino da pericoli esterni, secondo gli ideali di autonomia, libertà e autarchia, che richiedono protezione da influenze estranee. Es: Atene il cui centro coincide, fin dall’epoca micenea, con l’acropoli e con i cuoi santuari.

IL CENTRO URBANO

Le strutture urbanistiche non bastano a definire la polis-> in assenza di forme di integrazione politica, la città omerica, pur dotata di mura, agorà, porti e santuari non può esser considerata polis.

Le fonti mostrano indifferenza per le dimensioni spaziali e per le strutture urbanistiche nella definizione di polis.

Fenomeno del sinecismo: porta la città a organizzarsi intorno a un centro, attraverso l’aggregazione fisica di villaggi; a definire il territorio nei confronti del mondo esterno, a insediare nel centro urbano le principali strutture necessarie alla vita comunitaria in ambito politico (agorà, pritaneo, sede del consiglio e dell’assemblea) e culturale ( templi, focolare pubblico, tomba del fondatore) a cui vanno aggiunti i servizi educativi e di intrattenimento. (queste riguardano strutture della convivenza politica e civile)

Sarà lo spazio religioso a dotarsi per primo di strutture architettoniche. Nella parte finale dell’età oscura, lo sviluppo di luoghi di culto, di depositi votivi e di templi appare un fenomeno caratteristico; il culto degli eroi , che è collegato a sepolture di età micenea, costituisce da parte della comunità, un modo per definire la propria area spaziale e per affermare la proprietà della terra.

Gli edifici più antichi che compaiono nelle aree urbane destinate al culto e risalenti all’8 sec (altari, heroa, santuari), affermano il primato dell’esperienza religiosa come fattore unificante della comunità poi acquisiranno anche significato politico, civile e amministrativo.

Nel processo di formazione della polis il santuario svolge un ruolo primario.

Esiste anche il culto dell’ecista, il fondatore, in cui la città esprime la sua identità e tutela la memoria delle sue origini.

LA CHORA

Questo termine può indicare il territorio nel suo complesso (compreso il centro urbano)-> città +territorio mostra che l’equilibrio città/territorio è uno degli aspetti caratteristici della polis. Il centro urbano non può sussistere senza la sua chora ( una parte significativa risiedeva nelle campagne) E la campagna vera e propria.

L’ampia diffusione della piccola proprietà, la presenza di conflitti sociali legati al problema della terra, l’identificazione tra proprietari terrieri e ceto dirigente confermano la grande importanza della chora nella definizione di polis.

Sul piano economico la città greca ha una vocazione prevalentemente agricola. Una delle caratteristiche del passaggio dall’età oscura all’arcaismo è la massiccia espansione dell’agricoltura a danno dell’allevamento. La chora veniva sfruttata in modo stabile e intensivo per lo più da

Lo spazio politico (profano) è deputato all’esercizio dei diritti politici veri e propri ( ad Atene comprende l’agorà, la collina della Pnice, pritaneo, bouleuterion, teatro ecc)-> monumenti semplici del 5/6 sec in contrasto con la monumentalità di quelli religiosi.

Lo spazio religioso è una parte di territorio (urbano, della chora o periferico) dedicata alle manifestazioni della religiosità comunitaria, con l’insediamento di santuari o necropoli, o assegnata alla divinità.

La scelta del luogo sacro dipende dalla presenza nel sito di particolarità che possono favorire la comunicazione con il divino (disponibilità di acqua, necessari per molti riti; presenza di segni di presunti interventi divini), ma anche da fattori legati non all’aspetto naturale, bensì alla mediazione umana e alla funzione sociale del culto, come il rapporto con il territorio dello stato e con la comunità di riferimento.

I santuari in cui la potenza divina si manifesta in forme divinatorie e guaritrici, per esempio, si trovano lontano dai luoghi della vita quotidiana;

i santuari dedicati a culti femminili sono situati lontano dal centro della vita politica, da cui le donne sono escluse;

i santuari dedicati a divinità ctonie, vengono dislocati in sedi separate rispetto alla normalità del vivere quotidiano;

i santuari dedicati alle divinità politiche ( Atena, Apollo) che svolgono la funzione di difensore della città, sono collocati al centro della città. Il vincolo tra la comunità e il luogo sacro si riflette nelle processioni, che si svolgevano lungo le vie sacre che collegavano lo spazio sacro con quello profano.

Gli edifici più antichi che compaiono negli spazi pubblici di carattere sacrale sono altari; le prime attività culturali che si svolgevano nei santuari erano dei banchetti rituali collegati con i sacrifici.

Prima testimonianza di architettura santuariale inizio 8 sec.

Spazio politico e religioso, architettura religiosa e civile sono compenetranti; i santuari svolgono anche funzioni civili e amministrative (archivio, deposito ricchezze).

Con il processo di monumentalizzazione, il tempio esprime il potere, la ricchezza e il prestigio della città (santuari urbani) o il controllo del territorio (santuari extraurbani).

Spazio politico e religioso non esauriscono la complessità della polis-> occorre considerare anche uno spazio privato.

La polis organizza gli spazi per una crescita umana e culturale dei membri della comunità cittadina, nella sfera del sacro (feste, processioni e sacrifici) e del ricreativo (teatro, giardini).

  1. cittadini ed esclusi

i cittadini-> diritto di cittadinanza diverso da quello di residenza.

Il godimento dei pieni diritti politici spettava ai soli maschi adulti liberi, che in base a diversi criteri erano considerati politai; non esisteva un termine per definire i soli residenti. I criteri per la cittadinanza potevano essere: la discendenza, la proprietà, il ruolo militare e la professione.

In alcune città i diritti erano per gruppi piccoli in altri più ampi ma comunque a numero fisso.

Dal godimento dei pieni diritti erano esclusi le donne, gli stranieri residenti liberi, gli schiavi.

Ad Atene a 18 anni i giovani venivano presentati all’assemblea del loro demo di residenza per il controllo della maturità fisica e della legittimità di nascita. Se veniva bocciata anche dopo il ricorso il giovane veniva venduto come schiavo.

Dopo aver superato l’esame i giovani venivano accolti tra gli efebi (la classe tra i 18 e 20 anni che si preparava alla piena integrazione politica e militare). Una volta divenuto cittadino, il giovane ateniese veniva inquadrato , oltre che nel demo, nella tribù cui il suo demo afferiva. La tribù era un tipo di organizzazione della popolazione diffusa nella città: ad Atene dopo la riforma di Clistene, non ci sono più tribù generiche (le 4 tribù ioniche) ma tribù territoriali create per mescolare le diverse componenti della cittadinanza. Demo e tribù costituivano gli strumenti dell’inquadramento del cittadino nelle strutture della città. Tuttavia i cittadini erano inseriti anche in strutture preesistenti alla realtà poleica e risalenti a vecchie organizzazioni che sopravvivevano come organismi paralleli a quelli statali. Nascita, matrimonio e legami di parentela erano controllati dalle fratrie. Solo quest’ultime erano in grado di censire donne e minori e di controllare i legami di parentela, sui quali si basava l’inclusione nel corpo cittadino.

Si verificavano diverse concessioni per questo motivo la lista dei cittadini era sottoposta a periodiche revisioni, che davano origine a un certo numero di conteste legali.

Diritti e doveri del cittadino comprendono l’attività politica, il servizio militare e la partecipazione alla vita religiosa della comunità.

Sul piano politico, i diritti fondamentali erano:

  • esercitare la sovranità e le magistrature
  • praticare l’attività giudiziaria
  • andare in assemblea

la partecipazione investiva il potere giudiziario: le fonti ateniesi sottolineano l’interesse del cittadino a svolgere la funzione di giudice nei tribunali.

Nel 4 sec ci furono dei cambiamenti, accanto al concetto di politeia-> chi conserva solo alcuni diritti di carattere politico e ai quali è riconosciuto il privilegio di essere inseriti in un contesto legalitario e tutelato.

si afferma quello di politeuma-> ci appartiene chi gode dei pieni diritti politici attivi e passivi.

Così accanto alla figura del polites si affianca quella dell’archomenos polites-> cittadino benchè eserciti solo alcuni dei diritti politici (votare e accedere al tribunale).

Essere cittadini comportava una serie di vantaggi di carattere economico: oltre alla retribuzione delle cariche pubbliche, al cittadino erano riservati il possesso di beni immobili (terre e case) e l’accesso ai sussidi statali e distribuzioni (denaro, grano, carne dei sacrifici).

Per quanto riguarda il ruolo militare, esercito e cittadinanza coincidono: nel mestiere di cittadino, la guerra costituisce una delle attività principali (l’unica nel caso di Sparta).

Il fattore religioso è fondamentale per il polites: nella città non vi è una sfera religiosa separata da quella della politica, della guerra, della vita familiare. La religione pervade tutti gli aspetti della vita, sia quello a livello pubblico che privato.

Posizione prestigiosa e autorevole era riservata alla sacerdotesse di culti legati a divinità femminili e alla fertilità.

In altri contesti giuridici ( es mondo dorico)la situazione della donna è più avanzata, la donna gode di alcuni diritti in materia di proprietà (dote ed eredità) e del diritto di esprimere il consenso al matrimonio.

A Sparta sembrerebbe che alcune donne fossero proprietarie di terre ma non si è certi perché le fonti esterne possono essere state fortemente condizionate.

Le differenze tra città se ci fossero riguardano i diritti ereditari e di proprietà: l’esclusione politica resta un dato ineludibile.

GLI STRANIERI: XENOI ->il mondo greco distingue fra lo straniero di stirpe greca (xenos: il greco che appartiene ad una comunità politica diversa dalla propria) e il barbaro.

Nel caso dello xenos, l’estraneità investe solo l’aspetto politico: il greco cittadino di un altro stato appartiene alla medesima comunità di sangue, di lingua, di culti, di costumi che definisce la Grecità come unità etnico-culturale.

Il barbaro è straniero sia sul piano etnico-culturale, sia su quello politico: non condivide con i greci nessuno degli elementi della definizione di Grecità. Egli vive da schiavo e da suddito e non da libero cittadino-> è straniero due volte.

Lo xenos, a meno che non goda della protezione, è un individuo privo di diritti e anche un nemico.

Fin dall’età arcaica si cerca di porre rimedio a questa situazione con istituti che riguardano prevalentemente il mondo degli xenoi: le forme di mitigazione della posizione dello straniero sembrano presupporre un’omogeneità politico-culturale.

Non tutti gli stati greci avevano lo stesso atteggiamento di fronte al rapporto con lo xenos: alla tradizionale disponibilità di Atene ad accogliere stranieri sul proprio territorio fa riscontro la chiusura di Sparta, che faceva sorvegliare attentamente gli stranieri di passaggio dagli efori e praticava regolati espulsioni di stranieri.

METECI-> la metoikia costituisce la più avanzata forma di integrazione dello straniero nella comunità. I meteci, o residenti stranieri, avevano uno status intermedio tra cittadini e xenoi: erano stranieri, di stirpe greca, che si stabilivano in Atene, per motivi commerciali, per un periodo superiore a un mese. Avevano l’obbligo di porsi sotto la protezione di un cittadino, che assumeva la funzione di patrono: suo compito era appoggiare la richiesta di iscrizione nelle liste dei meteci e garantire il pagamento della tassa a sui erano sottoposti gli stranieri residenti e da cui erano esenti solo i meteci equiparati ai cittadini a proposito degli oneri tributari.

I meteci erano iscritti come residenti in speciali registri tenuti dai demi ed erano inseriti negli elenchi delle tribù; presentavano servizio militare ma erano esclusi da ogni forma di partecipazione politica.

La posizione del meteco rispetto alla comunità ateniese sembra da ripensare in una prospettiva di maggior integrazione, in progressiva accentuazione nel corso del IV sec, soprattutto nel campo giudiziario.

Il problema aveva dimensioni istituzionali e sociologiche. Un aspetto di esso è il modo in cui i cittadini guardavo al gruppo sociale degli stranieri residenti e la misura in sui intendevano integrarlo; un altro, non meno interessante, è il modo in cui i meteci percepivano il loro rapporto con la comunità civica della città ospitante.

Al meteco la partecipazione è negata sul paino politico e sconsigliata sul piano giudiziario ma egli rivendica un suo ruolo nella democrazia, in netta contrapposizione con quei cittadini che per avversione ideologica o paura dichiarano il loro scarso interesse alla partecipazione democratica. La tranquillità del meteco è la conseguenza della piena adesione al ruolo subordinato che gli è assegnato dalla polis, mentre quella del cittadino tranquillo è la conseguenza di un venir meno ai doveri del proprio ruolo. I meteci rivendicano un’adesione ai valori democratici che molti cittadini non hanno saputo mostrare: per questa convinta adesione egli chiede il riconoscimento di un ruolo nella comunità civica ateniese, e fonda l’aspirazione ad una più profonda integrazione giuridica ideale per sé e per il proprio gruppo sociale.

GLI SCHIAVI-> diventavano tali, di origine greca o barbarica, per lo più in seguito a prigionia di guerra, oppure perché nati in casa; più raramente in seguito a condanne penali. Non costituivano una classe omogenea: diversi per provenienza geografica, origine etnica; vivevano in condizioni diverse dal punto di vista dell’impiego economico e della situazione sociale.

Diversa era la situazione di uno schiavo pubblico, domestico, impiegato nelle miniere o in una manifattura; diversa ancora quella di un servo della gleba la cui condizione di servitù dipendeva dalla sottomissione da parte di popolazioni di invasori.

Sul piano giuridico lo schiavo era proprietà, non persona, e quindi non era soggetto di diritto; la sua testimonianza in tribunale era valida solo se resa sotto tortura.

Lo schiavo non poteva esser picchiato o ucciso impunemente.

Una conferma della condizione relativamente buona degli schiavi ad Atene è stata vista nel fatto che mentre sparta fu sempre minacciata dalle rivolte servili, Atene potè contare sull’appoggio degli schiavi nei momenti di maggior difficoltà.

IL PROBLEMA DEGLI APOLIDI-> esuli.

Essendo stati privati della cittadinanza, gli esuli erano disprezzati in un quadro sociale in cui lo status di cittadino era fondamentale. Si diventava esuli in seguito a provvedimenti di bando, dovuti all’applicazione di una pena oppure a motivi di carattere politico.

L’esule poteva porre rimedio alla sua condizione chiedendo ospitalità ad un’altra comunità politica. Egli si affidava al principio religioso della sacralità dell’ospite e poteva rendere più impegnativa per l’interlocutore la sua richiesta ponendosi nella condizione di supplice: le autorità potevano esitare nel concedere protezione per motivi di opportunità politica (evitare conflitti pericolosi con al comunità d’origine dell’esule) o anche per il possibile contrasto tra norma religiosa o legge positiva (l’esule poteva essere tale anche per motivi giuridici).

La sicurezza dell’esule dipendeva dalla disponibilità di comunità che non avevano obblighi nei suoi confronti, il che lo esponeva a diversi rischi: egli poteva esser dichiarato nemico dallo stato ospite, e dunque perseguito, catturato e ucciso oppure poteva esser oggetto di una richiesta di estradizione.

L’assemblea discuteva di temi quali gli affari sacri, le finanze, gli approvvigionamenti, la difesa della città e del territorio. Ci furono giudici provenienti dall’estero.

Nelle città più governate “democraticamente” andarono formandosi aristocrazie di notabili.

Le poleis ellenistiche conservano un grado più o meno elevato di autonomia e libertà: diverse dall’interpretazione dell’età classica.

Per autonomia si intende la sopravvivenza delle principali istituzioni della città per libertà la possibilità di intrattenere con il sovrano una relazione in qualche modo paritaria.

La differenza fra cittadini, meteci e xenoi si affievolì favorendo quell’integrazione degli elementi stranieri. Nelle città sorsero gruppi di ellenisti che parlavano greco e apprezzavano lo stile di vita greco; la massa degli indigeni restò ai margini di questo processo di acculturazione.

La polis resta, anche in età ellenistica, profondamente condizionante per il mondo politico greco, di cui caratterizza lo stile di vita: anche nelle esperienze federali e territoriali le poleis restano fattori di instabilità, creando difficoltà al potere centrale con le loro rivendicazioni di autonomia. In età ellenistica, le monarchie territoriali si trovano in continua dialettica con le poleis che vivono al loro interno, le quali, se ormai non sono più in grado di svolgere una effettiva funzione interlocutoria rispetto al potere centrale, si oppongono ad una autentica assimilazione: esse vengono così a costruire in ogni caso un fattore di divisione e di debolezza, in particolar modo nei momenti di crisi del potere centrale, che si infittiscono a partire al II sec.

Le strutture cittadine cambiarono profondamente in relazione al diverso carattere e alle diverse esigenze. Vita e aspetto della città ellenistica appaiono condizionati dalla presenza del re e dal suo potere.

Alessandria, grande metropoli, in cui convissero le etnie più diverse può rappresentare quella città, rispetto alla Grecia classica, che realizza una più efficace integrazione fra uomini di provenienza eterogenea, rimuovendo discriminazioni e pregiudizi culturali e realizzando una unità linguistica, giuridica, di costumi capace di maggior accoglienza.