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il documento vuole spiegare l'intrecciarsi del concetto di bellezza con la tradizione ebraica e cristiana
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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BELLEZZA
Bellezza: è una delle primissime parole, una delle primissime idee che si affacciano nella Bibbia. Genesi, 1° capitolo, il racconto della creazione: Dio vide che quello che aveva fatto era tob , tra i vocaboli che indicano il bello nella Bibbia ebraica, tob , aggettivo che scandisce l’opera dei sei giorni, tradotto con “buono” nel senso di moralmente buono, essendo un termine che indica in qualche modo la volontà di Dio. Tob in ebraico significa bello e buono insieme, perché non vi è possibilità di una bellezza che sia separata dal bene. Tob nella traduzione dei Settanta è reso con kàlos , “bello” in greco, termine che ricorre nel N.T. e il cui senso oscilla tra buono e bello; bellezza, bontà e santità che si intrecciano tra loro. Il pensiero greco ha esaltato la bellezza come valore in sé, valore ultimo strettamente legato a quello della verità e della bontà: sempre ciò che è vero è anche bello e ciò che è bello è anche buono, segnato dal bene. Kalòs , nella Bibbia, ha valenza etica e compare secondo un registro lessicale molto sfumato. In Giovanni 10,11 Gesù Cristo è il pastore kalòs , aggettivo che suggerisce grazia, bellezza, ma anche perfezione: in questo versetto evangelico il termine chiaramente rimanda al buono, al compassionevole, alla bellezza dell’amore. E con l’amore ha a che fare la bellezza per S. Agostino, dal momento, come egli evidenzia nel “De Musica”, che “non possiamo amare se non il bello”. E’ a partire dalle “Confessioni” che è possibile conoscere l’atteggiamento di Agostino nei confronti del bello: le sue concezioni dimostrano una conoscenza profonda delle teorie sul bello dell’antichità e quella in lui predominante è la bellezza come relazione o armonia di parti. Concezioni che Agostino ha trasformato in riflessione teologica e cammino spirituale attraverso l’esperienza personale. Agostino ed anche lo Pseudo Dionigi parlano di “bellezza divina”: per quest’ultimo bellezza è uno dei nomi divini; tutti gli esseri derivano dal bello-bene, in esso sussistono e ad esso ritornano: Dio è quindi la bellezza originaria e la bellezza che vediamo nel mondo è solo un riflesso della sua. Il bello irradia e produce emanazioni da cui deriva la bellezza terrena: la materia ha dentro di sé echi della bellezza perfetta e intelligibile. Agostino, da parte sua, parla di tracce, vestigia della bellezza perfetta. Vi è il riverbero della speculazione greca, del pensiero platonico o neoplatonico in cui il cristianesimo si è sviluppato. Platone: la bellezza ideale si rivela in quella sensibile, “la più evidente e la più accattivante” di tutte le immagini delle Idee di questo mondo (Fedro); l’elevazione dell’anima dalle bellezze alla Bellezza, il carattere sovranamente desiderabile dell’assoluto. Plotino: l’esperienza delle bellezze mescolate di quaggiù sveglia l’amore del bello in sé in tutta la sua purezza e mette l’anima in cammino verso la sua patria (Enneadi). Ma bisogna andare fino in fondo: se il senso della bellezza è quello di chiamare a sé, ogni bellezza finita e mortale rischia, se si è sordi al richiamo della bellezza suprema, di diventare una bellezza amara. Un richiamo più facile da ascoltare, piuttosto che seguirlo: per Agostino questa era stata una lunga conquista, prigioniero della bellezza sensibile rispetto alla
quale la conversione aveva rappresentato un difficile distacco: “Ti ho amato così tardi, o bellezza così antica e così nuova”, scrive nelle Confessioni. La bellezza deve insegnare, fare segno: un enigma su cui alzare il velo, ma ci può perdere. Nel libro della Sapienza, al capitolo 13, vi è una riflessione sulla forza di seduzione della bellezza, perché essa è provocatrice, esalta il piacere fino alla vertigine: sedotti dalla bellezza gli uomini scambiano le cose del creato per divine; colti da stupore non sono più capaci di contemplare il loro autore. “La volta stellata o l’acqua impetuosa o le luci nel cielo”: se, affascinati dalla bellezza, gli uomini li hanno presi per dei, pensino quanto è superiore il loro artefice, “perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza”. Tuttavia “per costoro leggero è il rimprovero, perché essi facilmente s’ingannano cercando Dio e volendolo trovare”. In un libro che mette in guardia dall’idolatria, si dice che per costoro leggero è il rimprovero da parte di Dio, perché, cercando Dio, la bellezza è una dynamis , si impone. Carica di potenza, essa esalta, ammutolisce chi la incontra, chi la intercetta. Non priva di equivoci è la bellezza: essa salverà il mondo? Nell’ “Idiota” di Dostojevskij questa è una domanda, non un’affermazione e nei “Fratelli Karamazov” la bellezza è restituita in tutta la sua ambiguità, colta da Dostojevskij in una dinamica che ha ai due poli la Madonna e Sodoma: la bellezza è ricca di dynamis , può alienare l’uomo e può dare pienezza di vita. Sono due bellezze concorrenti, entrambe feriscono. Allora il discernimento della bellezza resta difficile, serve educazione all’intelligenza ( intus legere = leggere dentro), un cammino mai concluso per la ricerca del senso inscritto in ogni bellezza. Tutte le note sulla bellezza classica nei Padri assumono una nuova connotazione: innanzitutto quella della bellezza come splendore dell’essere in quanto perfezione. L’essere diviene carattere esclusivo del Dio assoluto e personale e allo stesso tempo dono che Egli fa alla sua creatura. Il secolare modo di percepire l’essere come bellezza si arricchisce nei Padri del fatto che questo essere è concesso alla creatura. Il bello è ciò che ricorda Dio e che lo rivela, lo comunica. Atanasio: “La creazione, come le parole di un libro, rimanda per l’ordine e l’armonia al suo creatore e Signore” (“Oratio contra gentes”). Agostino: “Che cosa ci avvince e ci attrae nelle cose che amiamo? Se in esse non ci fosse decoro e bellezza, non ci attirerebbero a sé” (Confessioni). L’ordine e la dinamica della bellezza è l’ ordo amoris che Agostino vede inscritto nel mondo visibile: “Nella Trinità si trova l’origine suprema di tutte le cose, la bellezza perfetta, il gaudio completo”. Questa bellezza è qualità oggettiva, qualità determinata dal fatto che “le parti sono tra loro simili e, per una sorta di intimo legame, danno luogo ad un insieme conveniente”. La bellezza consiste nell’affacciarsi del tutto nel frammento per via di una precisa corrispondenza delle parti che lo compongono, di una forma che riproduce l’armonica composizione degli elementi nell’unità ed in cui appare l’essenza della cosa. Ma questa bellezza, per la quale colgo nel frammento un riflesso della Bellezza eterna, può essere percepita solo da sensi spirituali, gemelli dei sensi del corpo (riflessione che si trova in tante filocalie, ricongiungendosi al filone ascetico): si capisce allora come per uno sguardo oscurato dal peccato tutto possa trasformarsi in ambiguità. Per quanto riguarda l’Occidente, Agostino è senza dubbio l’origine di ogni riflessione successiva. Ma il Medioevo occidentale percorrerà anche altre strade oltre a quella della proporzione della forma, dell’armonia del tutto. Il Dio cristiano, che nella morte
bene e il vero in re , non lo annovera tra i trascendentali. Sarà la scolastica ad introdurre questa nozione. Per Tommaso la bellezza coincide con la pienezza dell’essere, dunque con il bene e il vero, ma si rivela nel mondo esterno in modo tale che l’occhio la può percepire e può piacergli. Il mondo sensoriale, e dunque il mondo fisico, reale, per l’Aquinate non è illusorio, necessariamente opaco. Il realismo di Tommaso considera la realtà dell’uomo, addirittura nella sua dimensione sensoriale, corporea, come una manifestazione dell’essere in modo però talmente personale che l’uomo può instaurare un rapporto dinamico creativo con l’essere che gli si rivela. Per questa impostazione realistica ma unitaria, per Tommaso l’arte ha allo stesso tempo un valore estetico – nel senso pure di piacevole, decorativo- e fondamentalmente è un ambito di conoscenza.