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Riassunto dettagliato del libro "Il Vangelo e la storia. Il cristianesimo antico (secoli I-IV)" di Simonetti Manlio.
Tipologia: Dispense
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Prof. Carfora
L’attività di Giovanni Battista e poi di Gesù di Nazareth si svolse in Palestina tra il 27 e il 30 d. C. circa, come stabilito nel Vangelo di Luca.
In quel periodo, il regno di Eròde il Grande si è frazionato dopo la sua morte. Infatti, mentre Erode era riuscito a frenare ogni tentativo di sommossa, dopo la sua morte era iniziata una serie di disordini. Nella struttura sociale, troviamo sadducei e farisei che sono disposti a collaborare con i romani, gli esseni si sono ritirati a vita desertica e in luoghi lontani, mentre i contadini sempre più poveri e una minoranza di integralisti non accettano la sottomissione ai romani. Perciò, più volte le milizie romane furono costrette ad intervenire per soffocare nel sangue una serie di sommosse, a volte dai caratteri di rivolta, come la guerra di Varo.
In un simile conteso svolsero la loro azione prima Giovanni Battista e poi Gesù.
Giovanni Battista viveva nel deserto e richiamava i giudei alla penitenza per sfuggire all’ira dell’imminente giudizio di Dio, attraverso il battesimo, che egli amministrava nelle acque del fiume Giordano, da cui derivò il soprannome di Battista. Anche Gesù venne dalla Galilea per farsi battezzare da Giovanni e per qualche tempo collaborò con lui.
Poiché il Battista biasimava l’irregolare situazione familiare di Erode che aveva sposato la nipote, la sua attività era stata interrotta con la violenza e Gesù si ritirò in Galilea, iniziando una predicazione a proprio nome. Di questa attività parlano i vangeli canonici, e nello specifico i tre sinottici di Marco, Luca e Matteo, che presentano una struttura in base a cui si può ricostruire solo per sommi capi lo svolgimento cronologico della vicenda di Gesù. Inoltre, essi furono messi per iscritto vari decenni dopo e perciò tutti gli eventi sono stati rielaborati alla luce dell’evento pasquale, per cui è difficile distinguere ciò che realmente Gesù ha fatto da ciò che invece è stato deformato ed ampliato dopo l’interpretazione della comunità primitiva.
Il messaggio di Gesù è rivolto soprattutto ai poveri , che nella Palestina di quell’epoca equivale a dire a tutti quanti, ed in particolare alla vedova e all’ orfano nonché (scandalosamente) al pubblicano e alla prostituta. Il contenuto del messaggio è che il regno di Dio si realizza in ognuno di noi, rifiutando non solo la ricchezza e il potere, ma anche gli strumenti per raggiungerli come la violenza e l’ipocrisia.
La sua predicazione fu indirizzata ai giudei, ma con libertà nei confronti della legge, inusuale per un giudeo osservante. Gesù, infatti, aveva un comportamento molto libero nei confronti del riposo sabbatico che rappresentava un caposaldo dell’osservanza della tradizione. In realtà, Gesù era convinto che la legge era stata fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge, per cui più che osservare la legge contava di più lo spirito con cui veniva osservata.
Una tale predicazione incontrò l’ostilità dei farisei, perché secondo Lui non ciò che entra nell’uomo lo contamina ma ciò che esce dalla sua bocca e cioè dal suo cuore. Con un’affermazione del genere Gesù contrastava frontalmente tutto il sistema dell’osservanza farisaica che è fondato sulla contrapposizione puro/impuro.
Per quanto riguarda invece l’atteggiamento dei romani nei confronti di Gesù, gli studiosi moderni hanno presentato Gesù come uno zelota, come un vero e proprio rivoluzionario, ma la documentazione ricavabile dai vangeli permette di vanificare questa ipotesi. Se Gesù riuscì a predicare senza l’opposizione delle autorità è perché i romani avevano percepito il carattere pacifista del suo movimento.
Il carattere più distintivo del modo di predicare di Gesù è l’autorità , accreditata anche dai miracoli che compiva; egli si presentava agli occhi della folla come un profeta, ma è utile chiedersi cosa pensava Gesù di se stesso. Per gli studiosi moderni, Gesù non si è identificato con il Messia , ma che sia stata la comunità primitiva a dargli questa qualifica. Più complicato è, invece, il rapporto di Gesù col Figlio dell’uomo , cioè con il personaggio della tradizione apocalittica che realizzerà il disegno escatologico di Dio. In molti passi del Vangelo, Gesù si identifica con il Figlio dell’uomo, ma in altri (Lc 12,8) sembra parlarne come di un personaggio distinto da lui. Su questo punto la critica è divisa tra chi accetta questa identificazione con il Figlio del’uomo, chi la nega, e chi l’accetta in proiezione futura cioè che Gesù si sarebbe identificato col Figlio dell’uomo in funzione della sua futura dignità di giudice escatologico.
Per Simonetti è più significativo soffermarsi su ciò che ha pensato di lui la chiesa. Poiché, come già detto non è possibile fare una ricostruzione precisa in ordine cronologico degli eventi, si può pensare ad una prima fase molto positiva, seguita però da un raffreddamento quando fu chiaro che per Gesù regno di Dio e regno di Davide non erano la stessa cosa e che quindi la sua instaurazione non avrebbe messo fine al dominio romano.
Quello che è certo, è che Gesù dopo diversi mesi trascorsi a predicare in Galilea, si reca a Gerusalemme e, consapevole dei rischi che correva, abbia prospettato ai suoi discepoli l’eventualità della sua morte.
Per Simonetti ha poca importanza individuare i responsabili della morte di Gesù, se siano stai i romani o i giudei (farisei e sadducei), ma è interessante notare come alla sua morte il gruppo dei discepoli si sia disperso completamente, per cui sembrava che la missione di predicatore dell’avvento del regno di Dio si fosse conclusa con la sua morte, in modo fallimentare. (anno 30 d. C. circa).
Solo pochissimo tempo dopo la morte di Gesù, alcuni dei suoi discepoli si riuniscono e danno origine al movimento di idee che più tardi sarebbe stato denominato “dei cristiani”. La convinzione che Gesù fosse resuscitato, testimoniata dalla tomba vuota e dalle diverse apparizioni dopo la morte, spinse i discepoli ad interpretare tutta la vita terrena di Gesù alla luce di questo evento eccezionale.
Signore e Messia, e aveva contribuito a mettere in esecuzione le misure coercitive contro di loro. Secondo il racconto di AT 9, intorno all’anno 33, mentre era in viaggio per Damasco per arrestare i cristiani di Gerusalemme, ebbe il suo incontro con Cristo: dapprima l’apparizione di una grande luce, la caduta da cavallo, le parole di Gesù che chiedeva il perché di questa persecuzione, la cecità momentanea, l’incontro a Damasco col cristiano Anania e la guarigione lo spinsero ad aderire alla fede di Gesù il Cristo.
Questa conversione suscitò in un primo momento sconcerto e sospetto nelle comunità cristiane, e solo gradualmente, grazie all’aiuto di un personaggio molto influente come Barnaba , Paolo fu accettato senza più remore.
Le linee del messaggio di conversione e rinnovamento interiore predicato da Gesù si erano complicate già alla luce dell’esperienza pasquale, perché oggetto della predicazione rivolta ai giudei non fu più soltanto il messaggio di Gesù, ma anche la sua persona. A questo Paolo aggiunse anche il problema dell’osservanza, che diventa con lui il problema della giustificazione : l’umanità era soggetta al peccato e alla morte, e soltanto la rigorosa osservanza della legge poteva lucrare al giudeo osservante la giustificazione che lo sottraeva all’ira divina. Forse già prima della conversione Paolo aveva avuto modo di riflettere sul rapporto osservanza – giustificazione, ma è certo che una volta convertitosi si convinse che la giustificazione poteva essere effetto soltanto della grazia, cioè di un dono gratuito di Dio. Tale grazia l’uomo poteva adire non praticando l’osservanza della legge, ma soltanto aderendo con la fede a Cristo, perché la legge da la coscienza della trasgressione del peccato ma non la grazia, che libera dal peccato e che soltanto la fede in Cristo può dare.
Se l’osservanza legale e cultuale è inutile ai fini della giustificazione, allora è lecito estendere il messaggio anche ai pagani, che sono completamente affrancati da quella osservanza, e al tempo stesso si arriva ad una piena uguaglianza tra di loro di tutti i credenti. Tutti sono uguali tra loro sia per l’acquisizione della salvezza (perché Cristo è morto e risorto per tutti ), sia perché tutti possono lucrare la salvezza aderendo a lui con la fede (riconoscendolo come Signore e Cristo). Gli Atti attribuiscono a Pietro il merito di aver segnato l’apertura del messaggio ai pagani, nell’episodio del centurione Cornelio convertitosi a Cristo.
Tuttavia, un atteggiamento così eversivo nei confronti della legge causò dei contrasti riguardo all’osservanza e intorno al 50 d.C. si presentò la necessità di un incontro a Gerusalemme tra Paolo e Barnaba da un lato e Pietro e Giacomo dall’altro (il cosiddetto concilio di Gerusalemme , anche se il termine concilio è, perché anacronistico). Nonostante Paolo riuscì ad ottenere il permesso di continuare la sua missione presso i pagani, i contrasti continuavano come testimonia il cosiddetto incidente di Antiochia , in cui Paolo rimproverò Pietro perché evitava di sedere a mensa con i cristiani di origine pagana. Il successo della posizione paolina fu facilitato poi dal deteriorarsi dei rapporti tra i cristiani giudaizzanti di Gerusalemme, guidati da Giacomo, e le autorità giudaiche. Infatti, poiché le autorità fecero mettere a morte Giacomo, l’uccisione fu deprecata da molti giudei e la situazione diventava sempre più conflittuale. Ma l’evento che indebolì in modo decisivo la posizione giudaizzante, in ambito cristiano, fu la Guerra Giudaica, cioè la grande insurrezione antiromana del 66. Anche se tendenze giudaizzanti rimasero vitali in vari ambienti della cristianità, i contrasti che generavano erano locali e limitati ad alcuni argomenti, e infatti, non si
potrà parlare più di una opposizione netta tra le due diverse interpretazioni del messaggio cristiano.
La fede in Cristo confessata dagli etnocristiani era una forma di religione che, pur originata da quella giudaica, si era evoluta fino a diventare una religione diversa da quella. In comune le due religioni avevano la fede monoteistica in un solo dio, ma nella nuova comunità il centro della pratica religiosa si era spostato dall’osservanza della legge alla fede in Gesù, Signore e Cristo.
Oltre che con il Messia, Gesù era stato da subito identificato con il Figlio dell’uomo, appellativo interpretato come indicativo della dimensione umana di Gesù, coesistente con quella divina.
La sua dignità “divina” non gli è derivata soltanto dalla resurrezione, ma appare anteriore alla nascita umana, se egli è per natura in forma di Dio e uguale a Dio e se tutte le cose derivano da Dio Padre per suo tramite. Non è facile accertare se questa interpretazione divinizzante di Cristo sia stata elaborata da Paolo, ma la linea cristologica delle lettere di Paolo, detta cristologia alta, trova conferma sia nella Lettera ai Colossesi, sia nella Lettera agli Ebrei. Vista la scarsità di dati, non si può stabilire in che misura fosse diffusa la cristologia alta nel I secolo, ma si può ipotizzare l’esistenza di una varietà di opinioni sulla figura di Gesù, che andavano da una concezione giudaizzante del Messia umano ad una invece che gli attribuiva carattere divino. E in questo secondo caso si ponevano due problemi: il primo riguarda la compatibilità della dimensione divina di Cristo con la fede in un solo dio; il secondo riguarda la coesistenza, in Cristo, di dimensione divina e umana. Questa varietà di idee aveva come sottofondo un’unica convinzione e cioè che Gesù il Cristo sarebbe ritornato sulla terra (parusia) come giudice escatologico.
Tale ritorno era considerato imminente e pertanto non si riteneva necessaria una progettazione unitaria dell’attività missionaria e una eventuale organizzazione gerarchica, per cui ogni missionario agiva per conto proprio e predicava quello che considerava il messaggio autentico di Cristo, ma che in realtà era una sua interpretazione. Spesso capitava che le attività dei missionari si sovrapponevano nelle stesse comunità e le varie interpretazioni del messaggio entravano in contrasto causando scandalo..
Per quanto riguarda l’attività di Paolo, egli predicava nell’ambito della comunità giudaica per poi allargarsi anche ai pagani. Poi, dopo svariati mesi o anni, abbandonava la comunità per continuare altrove la sua attività, rimanendo però in contatto per mezzo epistolare o tramite inviati. Naturalmente un tale sistema con il tempo provocò un indebolimento del rapporto che legava il missionario con la comunità, che comunque pian piano si rendeva autonoma, sia per l’ambizione di chi aspirava a ruoli di comando, sia perché le difficoltà che la comunità incontrava facevano avvertire come insufficiente il lontano controllo autoritario del missionario fondatore.
Quindi, la comunità avvertiva l’esigenza di darsi una qualche forma di organizzazione gerarchica.
minimo il contatto con il mondo esterno e ciò comportò per loro la nomea di essere odiatori del genere umano e di dedicarsi in segreto a pratiche illecite.
Pochi sono gli scritti giunti dalle prime generazioni cristiane, perché solo eccezionalmente si ricorreva alla scrittura. Vi erano dei contatti epistolari del missionario con le comunità da lui fondate, che conosciamo attraverso le lettere di Paolo, il cui numero è stato ridotto dagli studiosi moderni, che gli hanno “sottratto” prima le lettere Pastorali (le due a Timoteo e quella a Tito) e ora tendono a sottrargli anche la Seconda Lettera ai Tessalonicesi e quella agli Efesini e ai Colossesi. Comunque, resta un nucleo sicuro di sette lettere: 1 Tessalonicesi, Romani, 1 e 2 Corinzi, Galati, Filippesi e Filemone.
Ci sono poi altre lettere avvalorate da nomi illustri del tempo che sono da considerarsi non autentiche: quella di Giacomo, il fratello del Signore, le due di Pietro, le tre di Giovanni, quella dell’apostolo Giuda. Infatti era diffuso già allora il fenomeno della pseudo epigrafia, testi composti per far fronte ad una esigenza e a causa dell’impellenza dell’esigenza l’ignoto autore usava un nome famoso per avvalorare il suo dire.
Fin dall’esistenza, la nuova comunità si incentrava in Cristo, avvertito come presente e operante tramite l’effusione del suo spirito. Questa presenza era resa più efficace dal ricordo della sua vicenda terrena, alimentato dalla tradizione orale, che prese forma in racconti di ciò che Gesù aveva detto e fatto. Con il passare del tempo si cominciò a trascrivere detti e fatti, con progressivi ampliamenti, fino all’elaborazione di testi di notevole dimensione, come i vangeli di Marco, Luca e Matteo, tutti e tre in lingua greca. Questi sono definiti sinottici perché presentano molti tratti in comune, ma sono strutturati diversamente: i tre evangelisti disponevano di raccolte di brevi unità narrative (pericopi) e le hanno disposte con grande libertà all’interno di una comune cornice narrativa, che vuole raccontare in modo coerente i fatti e i detti della vita pubblica di Gesù.
I rapporti tra i tre testi possono essere spiegati mediante la teoria delle due fonti: il teso più antico è quello di Marco (il Marco che era stato in contatto prima con Paolo e poi con Pietro); poi quasi tutto Marco è stato travasato in Luca (discepolo di Paolo) e Matteo (l’apostolo) con diverse variazioni. Vi sono poi alcuni tratti comuni in Luca e Matteo che non derivano da Marco ma una fonte denominata Q (=Quelle; fonte in tedesco).
Il Vangelo di Marco , scritto poco prima della conquista di Gerusalemme da parte dei romani (anno 70), segue la vita pubblica di Gesù dal battesimo ad opera del Battista fino all’annuncio della resurrezione delle pie donne, ma non contiene riferimenti alle apparizioni post pasquali. Il filo conduttore è il segreto messianico, cioè Gesù disvela ai suoi discepoli la sua dignità di Messia in modo progressivo, fino ad arrivare alla trasfigurazione, imponendo il segreto.
Luca fu autore, oltre che dell’omonimo vangelo, anche degli Atti degli Apostoli, che inizia con l’annuncio della nascita di Gesù e si conclude con l’arrivo di Paolo a Roma, a significare, forse, la diffusione del messaggio in tutto il mondo.
Il Vangelo di Matteo , più o meno coevo di quello di Luca, ha con esso in comune il concepimento verginale di Gesù, ma incentrata sulla figura di Giuseppe, sposo di Maria. Inoltre, come Luca anche Matteo segue l’operato di Gesù fino alle apparizioni post pasquali, ma ideologicamente gli è distante: mentre Luca ha poco interesse per l’osservanza della legge, Matteo la rileva in modo specifico e presenta Gesù come colui nel quale si erano realizzate le profezie sul Messia e come colui che è venuto a perfezionare la legge e non ad abolirla, lasciando intuire che l’ambiente in cui fu scritto era di tendenza giudaizzante.
Accanto ai tre vangeli sinottici e a quello di Giovanni troviamo anche i vangeli apocrifi (FONTE). La distinzione tra i due è di natura confessionale, mentre dal punto di vista storico sono collocati sullo stesso piano.
Ci sono poi altri vangeli molto antichi di cui restano solo dei frammenti, come quello degli Ebrei, ma anche altri di composizione più tarda come il Vangelo di Tomaso.
Tra la fine del I e l’inizio del II secolo la religione cristiana si diffonde sempre di più. Le poche notizie attendibili su questa diffusione si trovano negli Atti, redatti per integrare i dati degli Atti degli Apostoli del NT. Da essi, pur avendo un carattere leggendario, si può desumere quale potrebbe essere stata la regione in cui qualcuno di quei personaggi operò con missioni: Tomaso in India, Giovanni in Asia minore, ecc.
In questi primi tempi, la diffusione della nuova fede fu significativa soprattutto nella parte orientale del bacino del Mediterraneo. In occidente non ci sono notizie di altri insediamenti oltre che a Roma, già raggiunta dai missionari della prima generazione; in Africa le prime presenze cristiane risalgono al II secolo.
Tuttavia, il fatto che non vi sia documentazione attendibile non significa che ci sia semplicemente assenza di vita cristiana, ma si può ipotizzare presenza cristiana (episodica e sporadica) negli scali commerciali importanti, come Pozzuoli, e in grandi città interessate al commercio, come Cartagine.
Tra le difficoltà organizzative e di governo, la più grave fu quella provocata dal rapporto tra giudeocristiani ed etnocristiani, in merito all’ osservanza. Pur non essendo più imposta la circoncisione, restano comunque in vigore le regole alimentari, l’osservanza del sabato, il rifiuto di consumare carni sacre. Tuttavia la crisi dilaga perché molti pagani convertiti alla nuova fede non capiscono perché farsi carico anche della tradizione giudaica.
C’era un clima di forte insofferenza, alimentata da diversi fattori. Innanzitutto, poiché i rapporti tra giudei e cristiani usualmente non erano buoni, chi ne faceva le spese erano i cristiani, che erano socialmente poco consistenti. Inoltre, tra la seconda metà del I secolo e l’inizio del II, ci furono una serie di rivolte che sconvolsero la Palestina, per cui molte comunità giudaiche della diaspora avevano accentuato il sentimento antigiudaico. Poi capitava spesso che alcuni pagani, pur se convertiti alla religione cristiana, continuavano a coltivare credenze pagane, allontanandosi dal monoteismo giudaico.
Un altro problema da affrontare in quel periodo fu la crisi provocata dal rifiuto della Scrittura giudaica , e si possono individuare tre atteggiamenti al riguardo: ad un estremo vi erano coloro che ritenevano inutile rifarsi alla scrittura giudaica per la pratica della religione cristiana, all’altro chi invece sosteneva che fosse impossibile separare le due cose; tra i due opposti vi era una maggioranza amorfa, incapace di assumere un atteggiamento deciso.
In tale contesto nacque lo gnosticismo , una dottrina che svalutava il mondo e il suo creatore, identificato nel dio dei giudei e visto come un dio di secondo ordine ( Demiurgo ), subordinato al dio sommo e buono che solo Gesù aveva fatto conoscere ai suoi seguaci.
Nello gnosticismo vi era la convinzione che una scintilla divina fosse decaduta dal mondo divino ( Pleroma ) e vivesse in stato di incoscienza in alcuni privilegiati (gnostici, spirituali). Questi, avendo ricevuto per rivelazione divina la “gnosi”, cioè la conoscenza di tale privilegio, erano i soli che potevano ricevere la salvezza finale mediante il rientro al Pleroma, mentre tutto il mondo materiale era destinato alla distruzione.
Sebbene questo fosse lo schema comune a quasi tutti gli gnostici, non mancarono delle sette, a volte in polemica tra loro oltre che con la chiesa cattolica. La distinzione più importante fu tra:
Bisogna specificare che gli gnostici identificavano gli psichici con i cristiani comuni, perciò le gnosi ternarie, distinguendo tra costoro (passibili di salvezza) e pagani e giudei (destinati alla distruzione totale) mantenevano un atteggiamento di apertura alla chiesa cattolica, che invece non avveniva per le gnosi binarie.
Anche se non si può stabilire con esattezza la data di nascita di questo movimento, è certo che intorno al 130 è attestata ad Antiochia una sicura presenza gnostica.
Un grande nemico della scrittura giudaica fu Marcione. Nella dottrina da lui predicata condivideva con il pensiero gnostico la distinzione tra il dio inferiore dei giudei e il dio sommo e buono, sconosciuto e che Cristo aveva rivelato. Tuttavia, non fa suo il concetto gnostico che distingue gli uomini in nature diverse (spirituali e materiali).
Nella sua opera “Antitesi”, egli crea una serie di contrapposizioni: vendetta – perdono, guerra – pace, ecc…e contrappone alla Scrittura giudaica un Scrittura cristiana, preferendo, tra tutti, i testi di tradizione paolina e il Vangelo di Luca, perché era convinto che gli altri apostoli avessero contaminato il messaggio originario con aggiunte e modificazioni.
Questo di Marcione fu molto probabilmente il primo canone di una Scrittura cristiana contrapposta a quella giudaica, e gli permise di portare avanti la sua opposizione nei confronti della chiesa cattolica, grazie anche a quel sentimento di ostilità all’indirizzo della tradizione giudaica. Tra la seconda metà del II e gli inizi del III sec. Marcione fondò una propria scuola di pensiero, quella marcionita appunto, che ebbe una notevole diffusione e fu la principale antagonista di quella cattolica.
Per quanto riguarda invece l’atteggiamento degli gnostici fu più coperto rispetto all’opposizione aperta dei marcioniti, perché convinti di ospitare un seme di natura divina, credevano che il loro compito fosse quello di aiutare i fratelli di fede meno privilegiati, un aiuto che era materiale ma anche economico. Tuttavia anche all’interno delle dottrine gnostiche ci furono alcune incompatibilità, sebbene in modi differenti nelle diverse comunità. Fu per esempio in ambito gnostico che si diffuse l’encratismo, una tendenza, elaborata da Taziano, che imponeva una serie di divieti, non solo alimentari, ma anche e soprattutto sessuali, fino a condannare la procreazione e le nozze.
Sull’altro versante c’era invece chi, pur di formazione pagana, non riteneva conveniente recidere completamente il legame della religione cristiana con la tradizione giudaica, ma sosteneva l’importanza di precisare il contenuto di fede e di renderlo vincolante. Chi si discostava e, pur richiamato avesse persistito nel suo atteggiamento, veniva scomunicato, cioè allontanato in quanto eretico.
La conseguenza di tale orientamento fu un irrigidirsi della gerarchia, alimentato anche dalla controversia con gli gnostici riguardo al valore con la tradizione. Per gli gnostici le dottrine erano accessibili solo agli eletti, mentre gli avversari opposero la tradizione manifesta, di origine apostolica e comunicata a tutti i fedeli, tramite una serie di intermediari, identificati poi con i vescovi. Perciò per potenziare la gerarchia si provvide a compilare le liste episcopali delle comunità più importanti (Roma, Antiochia, Efeso, ecc…).
Per togliere ai marcioniti il monopolio della scrittura cristiana, i cattolici la presentano come integrazione e completamento di quella giudaica (e non contrapposta), fino ad avere un’unica scrittura ispirata dall’unico sommo dio che è sia dei giudei sia dei cristiani.. i testi scelti furono più vari: oltre Paolo, si inserì Giovanni, ma anche i 4 Vangeli, alcune lettere di Giacomo e gli Atti degli Apostoli. Siamo verso la fine del II sec. e si ha una Scrittura cristiana che può essere definita cattolica, ripartita in AT e NT. Anche se non si conosce con precisione chi abbia provveduto alla selezione e compilazione, si può ipotizzare che Ireneo di Lione possa aver avuto parte ai lavori, perché è il primo a parlare degli scritti del NT come ispirati alla pari di quelli del AT.
cristiani col peso della legge, e l’ostilità dei giudei passa in secondo piano. Al tempo di Domiziano sembra fossero sotto il mirino anche alcuni cristiani di alta condizione (Clemente, Glabrone, Domitilla), ma a causa della scarsa documentazione si può ipotizzare che il loro essere cristiani poteva essere solo un pretesto per una condanna invece di carattere politico.
La normativa nei confronti dei cristiani si imponeva anche perché essi aumentavano di numero, ma mentre ai giudei era permesso di continuare le loro pratiche cultuali nell’impero, ai cristiani no. Il fatto che non riconoscevano il carattere divino dell’imperatore era visto come delitto di lesa maestà, mentre il rifiuto di venerare gli dei tradizionali li faceva considerare atei. Così mentre i giudei restavano inseriti nell’organismo dell’impero romano, i cristiani erano un corpo estraneo ed erano avvertiti dai pagani come odiatori del genere umano.
Nel 111 Plinio il giovane chiese chiarimenti a Traiano perché si era trovato a procedere contro alcuni cristiani, senza aver però ravvisato nulla di illegale nei loro confronti (FONTE). Traiano stabilì che i cristiani non dovevano essere ricercati di autorità, ma se venivano accusati di essere cristiani con accusa non anonima, dovevano essere interrogati. Se persistevano a dichiarare la loro fede davanti al magistrato, allora dovevano essere condannati.
In questo modo l’autorità si accontentava di un gesto esteriore, senza indagare la reale convinzione dell’accusato, che poteva anche ritrattare davanti al magistrato solo per non essere condannato ed ottenere l’assoluzione. Inoltre, si confermava così che quella cristiana era una “religio illicita” e spesso i malumori della folla erano tali da favorire atti di violenza che le autorità preferivano non reprimere o addirittura favorire, come accadde a Lione e Vienne, sotto Marco Aurelio.
Di altro avviso fu invece Commodo, forse sotto l’influenza della sua concubina Marcia che aveva simpatia per i cristiani, e sotto il suo impero ci fu un periodo di pace quasi completa.
In sintesi, durante il II secolo, l’atteggiamento ufficiale dell’autorità pubblica nei confronti dei cristiani fu tale da non opporre ostacolo alla diffusione della loro fede, alimentata dalla convinzione che il martirio fosse la perfetta imitazione della passione di Cristo e il modo per raggiungere il regno dei cieli.
La conflittualità dei cristiani con pagani e giudei si rifletteva anche a livello letterario perché alcuni intellettuali pagani vedevano nel martirio un atteggiamento di fanatismo, un atteggiamento irrazionale. Dal canto loro, i cristiani, già prima di Marco Aurelio, avevano messo mano ad una produzione detta apologetica , finalizzata alla difesa della loro scelta religiosa, in polemica sia con i pagani sia con i giudei. Alcuni di questi intellettuali cristiani (Melitone e Atenagora) cercano però una possibilità di dialogo con il mondo culturale pagano, presentando la religione cristiana come una filosofia, che asserendo la verità, voleva colloquiare non con la religione pagana, maestra d’errore, ma con la filosofia greca, che aveva come finalità la ricerca della verità. Forse come replica a queste apologie, al tempo di Marco Aurelio o poco dopo, Celso scrisse “Discorso veritiero”, contro la religione cristiana, accusando i seguaci di ignoranza e irrazionalità, sulla base della conoscenza diretta di almeno alcuni libri della Scrittura e della personale frequentazione di alcuni esponenti della religione incriminata (FONTE). Ottant’anni più tardi Origene replica allo scritto con “Contro
Celso”, ma non è dato sapere quale effetto abbia prodotto in ambiente sia cristiano sia pagano.
Il fatto che in questo periodo vi siano maggiori testimonianze rispetto alle pochissime del periodo anteriore ci fa capire che la nuova religione andava sempre più diffondendosi. Sebbene non si possa ancora quantificarne la portata, dai dati letterari emerge che alla fine del II secolo vi era una maggiore diffusione in oriente rispetto all’occidente e maggiore nelle città che non nelle campagne.
Per quanto riguarda invece l’aspetto qualitativo della nuova religione, non è più solo per gli emarginati, ma ad essa aderiscono anche commercianti e artigiani, cioè la piccola borghesia. Questo nerbo si allargava sia verso l’alto che verso il basso. Non meraviglia la scelta della religione negli strati bassi perché il messaggio cristiano era basato sull’amore fraterno e sull’aiuto che i più deboli trovavano nei più forti. Il discorso invece è più spinoso quando ci avviciniamo alle classi socialmente egemoni, perché la condizione di illegalità della religione cristiana non poteva avere effetto deterrente. Inoltre vi erano altri culti pagani e filosofici che offrivano modelli di vita virtuosi senza pericolo di incorrere nella legge. In quell’epoca la religione giudaica esercitava un certo fascino tra i pagani di condizione elevata, ma rispetto al giudaismo, il cristianesimo si caratterizzava per analoghe esigenze di vita morale e per omologhi caratteri dottrinali (monoteismo). Tuttavia, il ripudio della complessa normativa legale che appesantiva la pratica della religione giudaica rendeva quella cristiana molto più semplice e agevole da seguire.
Palestina e Siria
Con la guerra del 66-70 la comunità cristiana aveva subito un contraccolpo e, sebbene fosse di osservanza giudaizzante, non condivideva la politica di violenza che aveva provocato la guerra e si era ritirata in Transgiordania. Terminata la guerra era tornata in Palestina e aveva ripreso la sua attività, circondata però dall’ostilità dei superstiti giudei, che li accusavano di non aver partecipato alle ostilità contro i romani.
La direzione di questa comunità fu sempre affidata a familiari di Gesù: Egesippo tramanda che al tempo di Traiana sarebbe stato martirizzato Simeone, cugino di Gesù, che dopo la morte di Giacomo lo aveva rimpiazzato come leader nella comunità di Gerusalemme. Tuttavia, dopo la sua distruzione nel 70, Gerusalemme fu rimpiazzata da una colonia greca, Elia Capitolina. La locale comunità cristiana era greca, cioè etnocristiana e alcuni superstiti giudeo cristiani si erano mescolati con giudei di svariata osservanza, dando origine a varie sette, considerate eretiche dall’etnocristianesimo, come ad esempio quella degli elchesaiti.
Nel I secolo missionari giudeocristiani avevano portato il messaggio evangelico in Osroene, regione di confine tra gli imperi dei romani e dei parti, dove ebbe origine una florida letteratura in lingua siriaca.
si indicano un complesso di opere tra loro collegate, il cui testo-base contiene una serie di spunti dottrinali di derivazione giudeo-cristiana.
Asia Minore e Grecia
Per comprendere la cristianità asiatica, bisogna tener conto di due fattori. Primo, nel II sec. nell’Asia romana ci fu, in ambito pagano, un periodo di grande floridezza economica e culturale, di cui al Seconda Sofistica fu espressione. Secondo, in ambito cristiano, le prime comunità fondate da Paolo furono raggiunte da un’altra ondata missionaria guidata da Giovanni. A tal proposito gli scritti che riguardano questo nuovo ambiente sono discordanti, e in particolare l’ “Apocalissi” presenta delle divergenze rispetto al Vangelo di Giovanni e alle tre lettere a lui attribuite. Mentre il Vangelo si presenta come un’interpretazione molto personale della figura di Gesù, le tre lettere intendono affrontare uno stato di crisi che ha provocato lo smembramento della comunità; la terza lettera nello specifico ci informa che l’autorità dell’Anziano era stata rifiutata a beneficio di una conduzione autonoma. L’Apocalissi, invece, contiene un complesso di rivelazione relative alla fine del mondo e si colloca in una dimensione pienamente giudaizzante, che vede la comunità cristiana come parte di Israele, la parte eletta, presentata come la sposa dell’agnello, cioè di Cristo, in opposizione alla grande prostituta, cioè Gerusalemme, destinata alla distruzione.
Questo scritto è per forma e contenuto lontano dagli altri attribuiti a Giovanni, ma ha in comuni con essi una cristologia alta, dove Cristo, definito anche Logos, è presentato come entità di natura divina. Prima di proporre la serie di visioni, l’autore dell’Apocalissi indirizza sette brevi lettere alle chiese destinatarie del suo scritto. Le lettere vertono sulla realtà attuale di quelle comunità e danno a vedere anch’esse una situazione di crisi. Dal confronto di questo testo con gli altri attribuiti a Giovanni ricaviamo due diversi atteggiamenti: uno di svincolamento dalla tradizione giudaica, l’altro di un legame ancora esistente. L’autore dell’Apocalissi ci presenta una situazione ecclesiale ben specificata geograficamente e ci permette di collegarla con la situazione di crisi che in questa stessa regione ci fanno conoscere le lettere cosiddette Pastorali, il cui autore si presenta sotto il nome di Paolo e finge di indirizzarsi a Timoteo e Tito..
La cronologia sia delle Pastorali sia dell’Apocalissi è vaga e sarebbe arbitrario considerarle coeve. Tuttavia danno l’impressione di trovarci di fronte alla stessa crisi provocata dalla sovrapposizione delle missioni giovannea e paolina, crisi osservata da punti di vista diversi, giudaizzante quello dell’Apocalissi, paolino quello delle Pastorali.
Per quanto riguarda Paolo, la sua memoria in questa regione durante il II sec. è controversa: mentre alcuni hanno un atteggiamento favorevole, altri tacciono completamente. Addirittura negli apocrifi “Atti di Giovanni”, composti verso la fine del II sec. e incentrati ad Efeso, Paolo, fondatore di quella comunità, non è mai ricordato.
Infine, in questo periodo va ricondotto il millenarismo, cioè la credenza secondo cui, prima del giudizio finale, Cristo avrebbe instaurato a Gerusalemme il regno dei giusti risorti per regnare con lui mille anni.
Millenarista fu Papia, vescovo di Gerapoli, in Frigia, intorno al 130, autore di “Esposizioni dei detti del Signore” da cui si ricava sia l’importanza della tradizione orale su Gesù, sia la diffusione di alcuni scritti in argomento, tra cui i vangeli di Marco e Matteo.
In Asia minore la crisi gnostica sembra aver travagliato le comunità cristiane meno che altrove: originario di queste regioni è la “Predica di Naasseni”, in cui è presentato il concetto gnostico del seme divino, mentre forte è la tendenza antignostica nell’ “Epistola degli apostoli”, un apocrifo che si tende a collocare nell’Asia della seconda metà del sec.
Il personaggio più rappresentativo dell’Asia cristiana della prima metà del II sec appare Policarpo, autore di una lettera che inviò alla comunità di Filippi, di tradizione paolina, che attesta l’attaccamento alla memoria e alle lettere dell’apostolo. Egli è anche noto per aver discusso con Aniceto sulla data della celebrazione pasquale: le chiese asiatiche celebravano la pasqua, a ricordo della passione del Signore, il 14° giorno del mese lunare di Nisan (Pasqua di crocifissione), indipendentemente dal giorno della settimana in cui questo cadesse (Pasqua quartodecimana), mentre sia a Roma sia ad Alessandria era celebrata, in quanto memoria della risurrezione del Signore, la domenica successiva al 14 di Nisan (Pasqua di risurrezione). Ora, i cristiani di origine asiatica residenti a Roma celebravano la Pasqua in modo tradizionale e perciò in contrasto col resto della comunità. Anche se Policarpo e Aniceto non riuscirono a trovare una soluzione, preferirono tuttavia separarsi amichevolmente restando in comunione tra loro.
Intorno al 150-170, dopo gli apologisti Milziade e Apollinare di Gerapoli, furono attivi in Asia due importanti personaggi millenaristi, Giustino e Melitone.
Giustino aprì a Roma una scuola di iniziazione cristiana e nella sua “Apologia” mostra una cauta apertura alla cultura pagana, in base al concetto che ogni uomo dotato di ragione partecipa di Cristo Logos divino, cioè principio di razionalità che permea tutto il creato. In un altro scritto, il “Dialogo col giudeo Trifone”, Giustino sviluppa la dottrina che affermava la divinità di Cristo in quanto Logos e Sapienza di Dio ed entra in polemica con i giudei che non volevano riconoscerla, rilevando la sussistenza personale di Cristo Logos. Trifone obiettava che affermando Cristo come dio altro rispetto a Dio Padre veniva meno il dogma del monoteismo. Giustino scansa questa obiezione sostenendo che il Logos ha un ruolo subordinato rispetto al dio sommo.
La stessa impostazione dottrinale condivise Melitone, di cui sono noti un papiro contenente un’omelia pasquale e uno scritto detto “In sanctum Pascha” ch documentano entrambi l’osservanza quartodecimana della Pasqua. In particolare l’omelia insiste sull’ingratitudine dei giudei che avevano rifiutato il loro salvatore e lo avevano ucciso, meritando così la punizione inflitta loro dai romani. Invece l’ “In sanctum Pascha” insiste sulla contrapposizione paolina Adamo – Cristo e sul motivo della passione vista come nuova creazione, superiore all’antica, che era stata compromessa dal peccato di Adamo. I due testi, stilisticamente vicini, danno il via ad un vero e proprio genere letterario, quello dell’omelia asiatica quartodecimana.
Teodoto, originario di Bisanzio, sosteneva che Gesù era un uomo nato dalla Vergine per volere di Dio Padre e aveva vissuto come gli altri uomini fino al battesimo nel Giordano, quando discese su di lui lo Spirito divino, e da quel momento era diventato Cristo (Unto). Noeto, membro influente della comunità di Smirne, insegnava che, se Dio è uno solo, Cristo, che è Dio, si identifica con lui, nel senso che Dio Padre, presentandosi come Figlio è stato generato come uomo, ha patito e ha risuscitato se stesso. Nonostante la condanna da parte dei presbiteri di Smirne, la sua dottrina si diffuse ampiamente, grazie anche alla confutazione che ne dettò Ippolito nel “Contro Noeto”. Ippolito specifica bene la sussistenza individuale dei Dio Padre e del suo Logos, che diventa Figlio solo al momento dell’incarnazione, applicando il termine tecnico “persona” a tutti e due, ma egli rileva anche la loro unità, le persone sono due ma la loro potenza è una sola e concorde, per cui si parla di loro come di un solo Dio. Ippolito più volte nel “Contro Noeto” passa da questo schema binario a quello ternario, inserendo lo Spirito santo e utilizzando il termine trinità.
Sempre di Ippolito sono il “Commento a Daniele” e “Sull’Anticristo” in cui stravolge il significato positivo che Melitone aveva dato del sincronismo Cristo-Augusto e rileva l’interpretazione che identificava la bestia dell’Apocalissi che sale dal mare con l’impero romano, destinato perciò alla distruzione.
Sotto il nome di cultura asiatica vanno una serie di caratteri culturali comuni ad autori non sempre di una stessa area geografica, ma che hanno comunque una matrice comune. In Asia prevale una concezione materialista, alla cui base troviamo l’influsso giudaico, il quale non accoglieva la contrapposizione tra realtà materiale e realtà spirituale dei platonici. A livello popolare questo influsso si traduceva in un apprezzamento degli aspetti più percepibili e valutabili della realtà; a livello colto trovava sistemazione nella filosofia stoica, la cui concezione monistica e materialista della realtà si contrapponeva a quella platonica, divisiva e spiritualista.
Anche se la cultura asiatica non ebbe un centro nettamente delimitato geograficamente, si possono però individuare una serie di fattori che qualificano unitariamente l’ambiente: una diffusa concezione della corporeità di Dio (Melitone); la specifica antropologia unitiva di Ireneo ; una concezione cristologica che valorizza la dimensione umana di Cristo molto più di quanto non si avvertiva ad Alessandria; un’escatologia millenarista la cui fondamentale esigenza è una retribuzione che premi o punisca l’uomo nella sua globalità.
Il fatto che sula Grecia cristiana esista una scarsa documentazione non significa che vi fosse una diffusione della nuova fede minore che in Asia, ma solo che si è diffusa in modo umbratile, senza cioè darsi lo spessore culturale presente sull’altra sponda del mare.
L’unico avvenimento storicamente significativo è la “1 Clementis”, la lettera che i presbiteri di Roma inviarono alla comunità cristiana di Corinto intorno alla fine del I sec. Questa comunità era di origine paolina, per cui lontana dalla mentalità giudeocristiana in cui prevaleva la struttura presbiterale. Tale struttura, pur essendo riuscita ad imporsi anche in quella comunità, non si radicò saldamente.
Nella seconda metà del II sec. anche a Corinto la comunità è governata da un vescovo monarchico, Dionigi, autore di varie lettere indirizzate anche a chiese lontane. Di Policarpo di Smirne va ricordata una lettera alla comunità di Filippi, in cui parla di presbiteri e mai del vescovo, inducendo a pensare che anche questa comunità, sebbene prediletta da Paolo, avesse una struttura presbiterale.
Per quanto riguarda Atene, vanno ricordati due testi apologetici, l’ “Apologia”di Aristide e l’ “Ambasceria” di Atenagora. Il primo difende la religione cristiana affermandone la superiorità nei confronti delle religioni di greci, giudei e barbari e affronta il tema dei cristiani come stirpe, costituitasi solo su base religiosa e non etnica, come invece i giudei. Il secondo critica la religione pagana, immorale e idolatrica, e alla pari di Giustino partecipa della dottrina del Logos e al tempo stesso se ne distacca accennando all’unità divina, già prima di Ippolito.
Ad Atenagora è attribuito anche un altro scritto “Sulla risurrezione dei morti”, in cui osserva che il corpo è parte integrante dell’uomo insieme con l’anima. Perciò in vista del giudizio è logico ammettere la risurrezione del corpo perché partecipi, insieme con l’anima, al premio o alla punizione.
Alessandria
Riguardo alle origini della comunità cristiana di Alessandria vi è una completa oscurità. Le tradizioni che fanno fondare questa comunità da Barnaba (compagno di missione di Paolo) o dall’evangelista Marco sono poco attendibili. La lista episcopale prende consistenza solo con Demetrio, nel senso che dei predecessori si conoscono i nomi ma niente della loro attività.
Risale agli inizi del II sec. la stesura della “Predicazione di Pietro”, un apocrifo di cui sono noti pochi frammenti, del “Vangelo degli Egiziani” e del “Vangelo degli Ebrei”. Anche la lettera tramandata sotto il nome di Barnaba è, con molta probabilità e con ogni cautela, di origine alessandrina, perché al suo interno si trova una contrapposizione tra fede e gnosi che orienta in tale direzione. Se così fosse, essa testimonierebbe una presenza dottrinale e culturale cristiana estranea alla traiettoria principale del cristianesimo alessandrino, specificata nella successione Filone- Valentino-Clemente-Origene, cioè un giudeo ellenista, uno gnostico, due cattolici.
In effetti, una caratteristica significativa del cristianesimo alessandrino del II sec. fu l’apertura al giudeoellenismo, che dopo essere stato compromesso dalle rivolte del 66, si era riorganizzato interrompendo ogni apertura alla cultura greca. Ne conseguì il ripudio di tutta la letteratura giudeoellenista, a cui ovviarono i cristiani, i quali assicurarono la sopravvivenza non solo del testo dei LXX, diventato ufficiale dell’AT, ma continuarono a leggere anche Filone e altri scritti giudeoellenisti.
Lo gnosticismo ebbe ad Alessandria il suo centro di elaborazione e diffusione dottrinale più importante: Basilide, Carpocrate e Valentino, con i discepoli Tolomeo ed Eraclone sono gli esponenti più in vista.