Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Bignami de "Il codice di Perelà", Appunti di Letteratura Contemporanea

Riassunto de "Il codice di Perelà" di Aldo Palazzeschi

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 22/06/2021

lorenzo-aidala
lorenzo-aidala 🇮🇹

4.5

(4)

3 documenti

1 / 8

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
Il codice di Perelà
Lorenzo Aidala Università di Torino
Matricola:923999 Lettere Moderne
Anno accademico 2020/2021
Indice
Il libro è diviso in 18 capitoli i cui primi 16 possono esser poi divisi in 3 insiemi.
Cap. 1-4: Vi è l’arrivo nel mondo di Perelà, viene ospitato in città con tutti gli onori del caso e gli
viene affidato il compito di creare il codice per la città. Vengono anche presentati gli altri
personaggi.
Cap. 5-10: In questi 5 capitoli Perelà viene accompagnato a visitare determinati luoghi in cui vi
sono personaggi particolari e delle certe idee di mondo: un convento, un cimitero, il prato degli
innamorati, la prigione e il manicomio.
Cap. 11-16: Perelà cade in disgrazia, viene ripudiato da tutti coloro che un tempo l’avevano adulato
e infine sparisce lasciando solo gli stivali che erano l’unica cosa che lo teneva attaccato al suolo.
Capitolo uno “L’utero nero”.
Il capitolo è impostato praticamente solo in mimesi, non vi è diegesi (la narrazione), ma solo
dialoghi; questo tipo di narrazione sarà presente in quasi tutto il romanzo.
Perelà entra in scena senza che nessuno sappia nulla di lui; egli stesso non sa dare una vera e
propria spiegazione a come si sia creato. Nelle scene iniziali il personaggio è solo una voce che non
ha una vera e propria consapevolezza di se. Perelà è una specie di incarnazione della leggerezza, va
pf3
pf4
pf5
pf8

Anteprima parziale del testo

Scarica Bignami de "Il codice di Perelà" e più Appunti in PDF di Letteratura Contemporanea solo su Docsity!

Il codice di Perelà

Lorenzo Aidala Università di Torino

Matricola:923999 Lettere Moderne

Anno accademico 2020/

Indice Il libro è diviso in 18 capitoli i cui primi 16 possono esser poi divisi in 3 insiemi. Cap. 1-4: Vi è l’arrivo nel mondo di Perelà, viene ospitato in città con tutti gli onori del caso e gli viene affidato il compito di creare il codice per la città. Vengono anche presentati gli altri personaggi. Cap. 5-10: In questi 5 capitoli Perelà viene accompagnato a visitare determinati luoghi in cui vi sono personaggi particolari e delle certe idee di mondo: un convento, un cimitero, il prato degli innamorati, la prigione e il manicomio. Cap. 11-16: Perelà cade in disgrazia, viene ripudiato da tutti coloro che un tempo l’avevano adulato e infine sparisce lasciando solo gli stivali che erano l’unica cosa che lo teneva attaccato al suolo. Capitolo uno “L’utero nero”. Il capitolo è impostato praticamente solo in mimesi, non vi è diegesi (la narrazione), ma solo dialoghi; questo tipo di narrazione sarà presente in quasi tutto il romanzo. Perelà entra in scena senza che nessuno sappia nulla di lui; egli stesso non sa dare una vera e propria spiegazione a come si sia creato. Nelle scene iniziali il personaggio è solo una voce che non ha una vera e propria consapevolezza di se. Perelà è una specie di incarnazione della leggerezza, va

chiedendo a una vecchia se egli sia uomo o donna e alla risposta della vecchia egli risponde che lui è l’uomo. Quando poi è la vecchia che gli chiede che cosa sia il protagonista risponde “io sono molto leggero”. Quindi, in successione, egli è: leggero, poi è un uomo e poi è un uomo molto leggero. Perelà è un uomo fatto di fumo, l’unica cosa che porta indosso sono gli stivali che ha trovato quando è arrivato sulla terra. Inizia poi a dare delle informazioni su di esso che ci permettono di avere un’idea più chiara di chi sia: con lui c’erano 3 vecchie che vengono identificate come le sue “madri”. Esse son chiamate da lui Pena, Rete, Lama ( da qui il nome che gli viene poi affibiato: Perelà ). Giungono poi i soldati del re che prima commentano la scena dell’arrivo del protagonista e poi dialogano con esso. Vi è un monologo di Perelà sulla guerra in cui egli descrive le sue opinioni poi commenta la vicenda di due fanciulle che per amore si sono suicidate buttandosi in un pozzo e dice che a suo parere solo una delle due doveva gettarsi, verrà insultato per tale affermazione (già qui si può notare come Perelà ragioni in un modo che è estraneo al resto del mondo). Dopo egli fa un discorso sull’amore, che si trova terribilmente in contrapposizione con quanto affermato prima. Qui il protagonista da una visione terribilmente stereotipata e fantasiosa dell’amore. Egli ha udito queste parole pronunciate da Pena, Rete e Lama le quali leggevano molto. Perelà spiega man mano come egli sia venuto alla luce , non a caso vengono usate queste parole, infatti viene fatto intendere che egli sia stato per molto tempo in un luogo “ lassù ”, in un luogo buio, e che egli sia da li disceso. Egli però non nasce come tutti da un utero materno, ma da un camino ( l’utero nero ). Il protagonista spiega come egli udì, capì, sentì e di come prese poi coscienza. Pena, Rete, Lama sono le sue madri, le sue maestre. Da esse egli prenderà poi il nome di Perelà, il quele non sarà però il suo vero nome in quanto, in realtà gli è stato affibiato dai soldati. Essi inoltre sono convinti che egli fosse un uomo che è oi stato messo nel camino e che a causa del fuoco e dello stesso fumo sia diventato un uomo di fumo. Perelà da 2 ipotesi diverse:

  1. Egli è un uomo di fumo prodotto da un camino, il quale era otturato perché vi era lui.
  2. E’ stato introdotto li dento già come uomo, la stessa versione che prende piede nei soldati. E’ interessante vedere come i personaggi intorno a Perelà cerchino di dare delle spiegazioni logiche al suo essere. Vi è poi l’apparizione in serie dei nomi di alcuni uomini: Il primo è il pittore si nota fin da subito come si ponga con dei convenevoli nei confronti del nostro Protagonista, per poi chiedergli di posare per uno dei suoi dipinti. Cosa vuol dire che il Pittore vuole fare il ritratto? Vuol dire, semplicemente, e di nuovo, il pittore vuole rinchiudere Perelà all'interno del codice della sua arte. Nell'ultima parte della scena, il pittore è completamente impermeabile a quello che Perelà dice e arriva a dare anche per scontato che Perelà abbia accettato a farsi ritrarre; ma le successive risposte di Perelà, di fronte alla visione del quadro la rosa, fanno intendere che lui non è d'accordo nel farsi ritrarre. Gli altri nomi sono: il poeta; il dottore di corte; il grande filosofo Ancora: lo scultore nazionale che vuole fare una scultura di Perelà; il critico della letteratura. I tentativi del poeta, dell’Arcivescovo e del banchiere Fortunato Rodella vengono portati avanti basandosi su una certa analogia che ci sarebbe tra tutti i personaggi e la natura e la finzione di Perelà. Perelà è leggero prima di essere uomo, e allora sia il poeta, sia il banchiere, sia l’arcivescovo pongono delle alleanza che si basano sulla leggerezza; queste forme di leggerezza sono: Il banchiere Rodella propone un’alleanza basata sulla leggerezza della carta moneta in confronto alla pesantezza della voluta: soldi come entità volatili. L’incontro con il filosofo fa eccezione in questa serie di incontri con le personalità imminenti il filosofo: è un personaggio aspro e antipatico, non benevolo o accogliente nei confronti di Perelà, contrariamente agli altri tratta in malo modo Perelà: non bisogna trattarla come l’accoglienza meno saggia. Perelà dice al filosofo che non ha nessun obbiettivo per il quale si trova li. Perelà non è vincolato dal mondo e nemmeno dalle sue volontà. La sua presenza nel mondo è assolutamente immotivata. Il filosofo dice a Perelà di non impicciarsi con il mondo, perché tutto

Capitolo tre “Dio” Perelà si ritrova a colloquio con la regina, con la quale parla di stato( potere politico) e di religione. Il capitolo è un intero ragionamento su questi due argomenti. Il potere è spiegato dalla regina con un gioco di carte che non finisce mai. La religione è un mistero senza soluzione e significato. “Dio” è una parola che viene ripetuta spesso all’interno del capitolo tra i dialoghi del protagonista e della regina; alla fine si scopre che è solo una parola che un buffo pappagallo della regina ha imparato e che ripete sempre (senza sapere da chi l’abbia imparata). Sul finire del capitolo la regina e Perelà escono nel giardino di corte dove stanno tutte le ex regine i cui re sono tutti stati trafitti dalle spade. La più anziana è la regina Cleofe che ha ormai 50 anni. Perelà chiede alla regina se loro sono invidiose le une delle altre, ma gli viene spiegato che li loro sono tutte uguali e che l’unica che disprezzano è lei. La regina chiede al protagonista cosa ne pensi delle regine vedove e lui risponde che gli ricordano i merli in gabbia che non possono più volare. Capitolo quattro “Il ballo” Perelà viene mostrato alla città e a pare sia amato addirittura più del re; la porta in cui è entrato Perlà per la prima volta à preso il suo nome. Comincia il ballo e ormai circola la voce che a Perelà sia stato dato il compito di redigere il nuovo codice cittadino, dove il Re apporrà la sua firma sotto quella dell’omino di fumo senza poter controbattere. Perelà prima di redigere il codice sarà portato ad osservare vari luoghi terreni della città per poi dedicarsi ad un periodo di meditazione per scriverlo. Si spiega che il compito era stato affidato a lui perché un uomo "normale" avrebbe cercato comunque di raggiungere i propri scopi per avere propri tornaconti, mentre lui in quanto uomo di fumo non aveva motivo di approfittarsene ed era quindi "superiore" a loro. Oliva si presenta al ballo vestita di grigio in onore di Perelà. Infine fa una comparsa il Re Torlindao, ma Perelà nemmeno lo riconosce tra la gente che lo accompagna. Capitolo cinque “Visita a suor Marianna Fonte, suor Colomba Mezzerino” Cominciano le prime ispezioni in cui Perelà parte con 3 uomini per visitare le suore. Alloro, il servitore del re, porta a Perelà una lettera dalla Marchesa Olivia, la quale gli rivela di esser innamorata di lui. Arrivano dalle suore e Suor Mariannina racconta che un giorno le peccò per tre volte e da quel giorno ella chiede perdono 3 volte. Mentre suor Colomba non è una peccatrice, ma chiede perdono per i peccati altrui. Si arrivano quindi a riconoscere 3 tipi di persone: chi prega per i propri peccati, chi per quelli altrui e chi pecca e basta. Capitolo sei “Ala” Il nome del capitolo è il nome della portinaia del cimitero. Viene raccontato che ella potrebbe avere 300 anni. Perelà chiede come questo sia possibile. Gli spiegano che la morte lavora alacremente con la falce, tagliando le vite come erba che racchiude in fascine da portare nel suo fienile (il cimitero) e che è talmente operosa da non fermarsi mai, e quindi quando arriva al cimitero posa le fascine e corre subito al lavoro. Dunque il filo, la vita di Ala non viene mai reciso. (Non so dire quale sia il significato del capitolo). Capitolo sette “Il prato dell’amore” Qui in questo parto si trovano gli innamorati. Gli viene spiegato che nella coppia c’è sempre uno che ama e uno che si lascia amare, se entrambi si amassero la coppia non esisterebbe, infatti sarebbero come 2 linee parallele che non si incontrano mai.

Capitolo Otto “Iba” Il re che regnò 4 giorni: 10 anni prima morì il Re Gallo, per motivi imprecisati. Lo stato dichiarò bancarotta e secondo la legge fu detto che chiunque avesse avuto il denaro necessario per saldare i debiti della dinastia sarebbe diventato Re: i banchieri e le persone più ricche della corte mostrarono, perciò, le loro ricchezze, ma un giorno giunge Iba, l’ubriacone del villaggio, con due sacchi stracolmi d’oro e di dubbia provenienza. Iba viene eletto Re nel disgusto generale. Iba è uno scarto della società, che sta al di sotto della civiltà, che ad un bel momento arriva ad occupare la carica più alta del governo nella società (come accade a Perelà). Il giorno dell’elezione non si presenta nessuno a corte e nella piazza deserta cominciano a lanciargli addosso merda dalle finestre, tanto che la città ne viene quasi sommersa, tanto da non poter aprire le finestre e doversi cimentare per renderla nuovamente pulita. La gente cerca un escamotage per disfarsi di Iba: scoprono che si è ripreso parte delle ricchezze quando la legge era chiara che erano ormai proprietà dello stato per il saldo dei debiti. Viene arrestato e condannato ad essere imprigionato a vita. Iba ora è in una cella, dove ogni giorno gli danno come vitalizio tutto il vino che può bere, circa 100l al giorno, il vino più buono della città per sdebitarsi di avere in qualche modo salvato l’economia. Successivamente si scopre che il denaro proveniva probabilmente da un vecchio ebreo banchiere semi sconosciuto che era morto pochi giorni prima e ritrovato senza un soldo, ma nessuno riuscì mai a capire se il denaro fosse stato donato a Iba o se lui l’avesse rubato. Capitolo nove “Villa rosa” Perelà nell’introduzione del capitolo viene quasi associato alla figura di un Dio, in quanto Dio è nulla e Perelà è nulla in quanto è costituito di fumo. Gli viene, poi, introdotta la figura del Principe Zarlino, il pazzo volontario che vive in manicomio, un uomo talmente ricco da avere soldi anche per divenire Re nel momento della bancarotta. Il Principe Zarlino presenta la sua casa: presenta il manicomio come un posto più saggio rispetto al mondo più esterno, dove ognuno si occupa soltanto della propria pazzia e alienazione. Il Principe è un pazzo molto singolare: “io sono il pazzo dilettante” colui che si diverte ad essere tale, qualcuno che riesce a gestire secondo un progetto la sua stessa alienazione. Sarebbe colui che riesce a governare lui stesso la sua stessa alienazione: ha visto il mondo che lo circonda e ha scelto la strada per andarsene. Da notare quante volte il Principe sottolinea le marche di diversità. Il discorso più va avanti, più sembra assurdo, se noi ci mettiamo dentro ad un contesto considerato di “normalità”. Zarlino è il principe dei matti perché questo sperpero lo controlla in tutti i passaggi; è colui che ha deciso di essere pazzo. Alla fine il discorso quasi semi-serio del Principe Zarlino ve ne è un altro virato su un registro comicodivertente. Il Principe Zarlino è matto e ricoverato senza subire i maltrattamenti che ai matti non volontari subiscono: egli dice agli inservienti cosa farà, i quali gli permetteranno di farla. Colui che si presenta come il Principe dei Matti è in realtà un matto perfettamente innocuo, un matto i cui comportamenti sono prevedibilissimi in quanto è lui stesso a dichiararli per prima. Anche questa forma di marginalità, estraneità, di allontanamento dal tessuto dell’umanità e della società fallisce, anzi si risolve in nient’altro che un grande gioco. Una volta a settimana da anche la Benedizione papale, con un lungo strascico di 75m argentato, quasi come se fosse una stella cometa. Infatti una notte è salito sul tetto del manicomio dove ha guardato la vita degli inservienti e dei pazienti da la sopra sentendosi realmente come una stella cometa, addirittura scrivendoci poi un poema nella sua mente intitolato “La cometa”, appunto. Il Principe Zarlino dice a Perelà che paradossalmente lì può fare questo genere di cose, ma se le facesse all’ esterno la prima cosa che farebbero sarebbe prenderlo per matto e rinchiuderlo. Il Principe dei Matti, in realtà, finisce per essere nient’altro un buffone perfettamente subordinato a quell’ordine che voleva seguire: il tentativo di uscire dagli schemi lo porta in un altro ordine da seguire. L’evasione del Principe Zarlino è divertente, intelligente, ma fasulla. Anche il Principe Zarlino è qualcuno con cui Perelà, in realtà, non ha niente a che vedere.

paese; un gruppo di fanciulli lo spintona in un vicolo, poi viene picchiato senza che nessuno lo difenda. Capitolo quindici “L’indisposizione di Perelà” Dopo l’aggressione subita, Perelà, viene visitato da un Dottore che però non trovando neanche il polso si rifiuta di medicare un uomo di fumo. Nessuno va a far visita a Perelà e egli si chiede perchà sia tornato da colle la sera prima, visto che nessuno lo vuole. Arriva Olivia che gli riconferma il suo amore e che gli dice che se sarà condannato alla fine lei morirà per lui. Ancor più tardi lo va a trovare un funzionario di corte che gli dice che il mattino seguente vi sarà la sua udienza e che dovrà prepare la sua difesa. Capitolo sedici “Il processo di Perelà” Il processo inizia, ma Perelà non ha un avvocato difensore, nessuno si propone tranne la Oliva, ma che inizialmente non viene presa in considerazione in quanto donna. Perelà viene accusato di esser un ingannatore e di aver condotto Alloro alla morte, le uniche parole che usa per difendersi sono: “Io sono leggero”. Vengono chiamati tutti i testimoni e tutti concordano che Perelà potrebbe aver ucciso o aver condotto Alloro alla morte, tranne Oliva che risponde “Io sono leggera” scatenando le ire di tutti. Arriva anche l’attrice Catulva e il principe Zarlino, che da giorni si veste di grigio e si è impastato la faccia di pomata e dentro al manicomio finge di essere Perelà. Perelà viene condannato all'unanimità come colpevole, ma anziché essere messo nella prigione comune gli sarà costruita una cella apposita sulla cima del ponte Calleio e sarà murato li; solo il re può cancellare la condanna semplicemente alzando la mano destra nei secondi successivi, altrimenti sarà accettata. Siccome a Iba era stato concesso come vitalizio eterno il vino, Oliva ottiene per Perelà che dentro la cella abbia il camino dal quale lei potrà passargli della legna per accendersi il fuoco. Di fronte a questo segno di totale assimilabilità, lo stesso mondo che lo aveva portato nel trionfo, butta Perelà nel fango (scena in cui Perelà viene spintonato e picchiato da dei bambini: di fronte a questo Perelà scoppia in lacrime per la prima volta). Capitolo diciassette “Il codice di Perelà” Nel frattempo che viene costruita la prigione Perelà viene ripreso sotto il tetto del re alimentando le critiche della gente che non capisce perché debba avere un trattamento di favore se è un criminale. Nel frattempo sul monte Calleio – con vegetazione solo per metà e poi arido verso la cima per via della natura calcarea e sabbiosa, alto 500m – viene costruita la prigione, stretta con una finestrella di 20 cmx20 per fargli passare eventuale legna e una parete con un grande camino. All’una si procederà a scortare Perelà alla prigione, ma passata l’ora la gente comincia a sospettare che il Re possa aver favorito la fuga di Perelà; poco dopo compare. Comincia la processione verso la prigione, dalle finestre la gente sputa addosso a Perelà. Finalmente arrivano in prossimità del colle e Perelà viene rinchiuso. Una volta solo nella cella Perelà si interroga se avesse dovuto usare gli stivali fino a consumarne le suole invece di fermarsi in Città dove lo fecero spostare sempre in carrozza e servito e riverito fino a rigirarglisi contro. Il congedo dal mondo di Perelà! Modulazione circolare del testo: la prima persona che vede Perelà è una donna e anche l’ultima persona sarà una donna. Altro fattore di simmetria: la prima parola che pronuncia Perelà è “leggero” e la stessa sarà alla fine, ripetuta per 4 volte come a dissolversi (sono la legge che gli uomini aveva chiesto di dettare). A questo primo livello si potrebbe dire che il finale si risolve in maniera bella: andandosene Perelà lascia la sua consapevolezza. Egli ha imparato alcune regole del discorso umano, tra cui quella di andarsene senza salutare, ecco perché pronuncia il discorso di congedo, rispetto all’inizio che parlava per monosillabi. Il discorso non è libero, ma risponde ad un certo

codice. Via via che il romanzo prosegue, parte con frasi sgangherate e poi si articola in discorsi complessi, facendo quasi apparire la voce del narratore, finendo con un monologo. Dopo aver pensato al suo trascorso lasciandosi infine sollevare all’infuori degli stivali e dissolvendosi via come fumo e nell’uscire dagli stivali il suo sguardo cade sulla parola: et ultra. La Marchesa di Bellonda nel frattempo arriva in città in preda agli spasmi perché raggiunta la cella vi trova solo le scarpe abbandonate di Perelà all’imboccatura del camino; dall’agitazione cade morta. Capitolo diciotto “Sua leggerezza Perelà” Il libro si conclude con la visione da parte di quelli che stanno sulla terra che osservano le aquile bianche cercare Perelà.