Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI – INCLUSIONE DEGLI ALUNNI E IL RUOLO DEL DOCENTE, Tesine di Maturità di Pedagogia

LA DIDATTICA, LA FUNZIONE DEL DOCENTE E L’INCLUSIONESCOLASTICA DEGLI ALUNNI CON BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI

Tipologia: Tesine di Maturità

2019/2020

Caricato il 29/10/2020

alexcento
alexcento 🇮🇹

4.3

(8)

4 documenti

1 / 28

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
1
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI ECAMPUS
MASTER IN
LA DIDATTICA, LA FUNZIONE DEL DOCENTE E
L’INCLUSIONESCOLASTICA DEGLI ALUNNI CON BISOGNI
EDUCATIVI SPECIALI
BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI – INCLUSIONE DEGLI
ALUNNI E IL RUOLO DEL DOCENTE
___________________________________________
IL CANDIDATO
Alessandro Bertuglia
Anno Accademico 2019/2020
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c

Anteprima parziale del testo

Scarica BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI – INCLUSIONE DEGLI ALUNNI E IL RUOLO DEL DOCENTE e più Tesine di Maturità in PDF di Pedagogia solo su Docsity!

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI ECAMPUS

MASTER IN

LA DIDATTICA, LA FUNZIONE DEL DOCENTE E

L’INCLUSIONESCOLASTICA DEGLI ALUNNI CON BISOGNI

EDUCATIVI SPECIALI

BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI – INCLUSIONE DEGLI

ALUNNI E IL RUOLO DEL DOCENTE

___________________________________________

IL CANDIDATO Alessandro Bertuglia Anno Accademico 2019/

    1. BES: INTEGRAZIONE ED INCLUSIONE .............................................................................................
  • 1.1 Bisogni educativi a scuola ........................................................................................................................
  • 1.2 Il concetto di Bisogno Educativo Speciale ................................................................................................
    1. LA FIGURA DEL DOCENTE E I BISOGNI EDUCATIVI E FORMATIVI .......................................
  • 2.1 Il ruolo dell’insegnante di sostegno ..........................................................................................................
  • 2.2. Le strategie e il ruolo del docente ............................................................................................................
    1. LA MACROCATEGORIA DEI BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI ...................................................
  • 3.1 I Disturbi Specifici dell’apprendimento (DSA) .......................................................................................
  • 3.2 La direttiva Ministeriale sui BES: leggi e finalità
    1. GLI STRUMENTI PER L’INCLUSIONE ..............................................................................................
  • 4.1 Il Piano Annuale per l’Inclusione (PAI) .................................................................................................
  • 4.2 I Gruppi di lavoro per l’inclusione (GLI) ..............................................................................................
  • 4.3 Il Piano Didattico Personalizzato (PDP) per gli alunni BES ...............................................................
  • 4.4 Il Piano Educativo Individualizzato (PEI) per gli alunni con disabilità .............................................
    1. LA DIDATTICA INCLUSIVA E INNOV. PER LA CLASSE CON ALUNNI BES ..........................
  • 5.1 I sette punti chiave per una didattica inclusiva .....................................................................................
  • 5.2 Le nuove metodologie e tecnologie per una didattica inclusiva ...........................................................
  • 5.3 I mediatori didattici innovativi ...............................................................................................................
  • monitoraggio, valutazione e piano di Miglioramento. Le azioni per l’inclusione possono essere favorite dai seguenti soggetti:
  • gruppo di lavoro per l’inclusione (GLI);
  • centri territoriali per l’inclusione (CTI);
  • centri territoriali di supporto (CTS);
  • uffici scolastici regionali. La relazione educativa è l’insieme dei rapporti sociali che si stabiliscono tra il docente e l’educando, per andare verso obiettivi educativi, in una data circostanza. Il rapporto che si instaura tra le due figure rappresenta il fulcro della disciplina pedagogica, ciascuno con funzione differente e con obiettivi propri: l’uno con quello di educare, d’insegnare, di condurre verso cambiamenti volti al raggiungimento di un maggior benessere, l’altro con l’obiettivo di apprendere e sperimentare situazioni nuove. L’insegnante produce educazione non solo per i messaggi che trasmette, ma soprattutto per la relazione che stabilisce con l’alunno, diretta a suscitare reazioni che influiscono in senso positivo sull’apprendimento. L’alunno, a sua volta, si educa e produce educazione nella misura in cui, rispondendo ai messaggi, provoca reazioni che influiscono in senso positivo sull’insegnamento. L’insegnante e l’alunno, quindi, nella comunicazione instaurano tra loro un processo di reciproca autoformazione. Il rapporto fra docente e discente è asimmetrico perché l’insegnante, esercitando una funzione di guida e di orientamento, occupa, nella comunicazione, una posizione di dominanza sull’alunno, una dominanza che è funzionale e non gerarchica. Importante è seguire l’alunno in modo che si apra da solo percorsi per interrogarsi sulla propria esistenza, sul proprio essere, poter essere e dover essere e accompagnarlo nel suo percorso di vita e di progettualità. La relazione deve essere basata sul dialogo, entrambe le figure devono mettersi in gioco. Il saper ascoltare è la capacità fondamentale di ogni professione che si basa sulla relazione, sul lavorare con le persone, sul rapporto educativo. Ascoltare significa essere disponibili ad entrare in contatto con i sentimenti che l’altro prova, non necessariamente per condividerli, ma per capire le dinamiche, sapendo aspettare che i risultati del lavoro didattico giungano, senza la fretta di vederli emergere, in quanto molte volte la fretta di ottenere rapidi risultati, a tutti i costi, è un problema del docente e non dell’alunno. L’intervento a favore di minori in situazione di disagio implica necessariamente un articolato confronto fra realtà anche molto diverse tra loro quali famiglia, scuola, agenzie

extrascolastiche, servizi territoriali, tutti contesti in cui è indispensabile coordinare e monitorare la rete di relazioni creatasi, in modo evitare disfunzioni o incomprensioni fra i soggetti sociali coinvolti. È necessario dunque individuare persone che conoscano i vissuti dei minori e che, allo stesso tempo, sappiano dialogare con le realtà, istituzionali e non, presenti sul territorio. Il minore che vive una situazione di sofferenza non sempre trova in sé stesso le risorse attraverso cui superare la crisi che sta vivendo. Spesso, non riuscendo a spiegare i sentimenti che prova, agisce esteriorizzando le proprie emozioni nella condotta: questi atteggiamenti, in un qualche modo, gli consentono di affrontare i problemi da cui è afflitto, costituendo una risposta adattiva alla difficoltà incontrata. La situazione si complica nel momento in cui l’adulto considera queste manifestazioni una componente intrinseca della personalità del minore, che viene così visto come cattivo o pigro o come uno che non ci arriva. Il circolo vizioso si completa nel momento in cui il soggetto, una volta interiorizzata l’identità negativa che gli viene attribuita dall’esterno, struttura uno stile relazionale congruente con quell’immagine. La preoccupazione principale dell’educatore, pertanto, deve essere quella di promuovere un’azione capace di restituire al minore una visione positiva della propria persona, delle proprie attitudini e potenzialità. In particolare, la possibilità di questo cambiamento si definisce in rapporto alla qualità della relazione interpersonale instauratasi fra educatore ed educando. Come afferma De Giacinto (pedagogista 1921-1989), “la relazione è ciò che costituisce il nucleo dell’educazione”: se infatti consideriamo l’educazione come “una trasmissione di apprendimenti selezionati, che aiuta il soggetto a svolgersi ed a svilupparsi”, allora tale trasmissione sarà tanto più efficace quanto più la relazione tra educatore ed educando sarà intensa. Per raggiungere ciò diventa fondamentale che l’alunno strutturi una buona fiducia in sé stesso e nelle proprie capacità, arrivando progressivamente a scoprire i propri punti di forza e i propri limiti. La relazione d’aiuto, quindi, è un processo che comporta un cambiamento, la crescita di una persona o di entrambe le persone coinvolte per mezzo del loro relazionarsi, si caratterizza come incontro tra due o più persone una delle quali si trova in una condizione di bisogno e l’altra ha una competenza o abilità che risulta essere efficace rispetto la situazione o problematica da affrontare. Brahm Norvich, uno dei massimi studiosi internazionali delle pratiche e politiche inclusive ha evidenziato come nella scuola coesistano contemporaneamente tre tipi fondamentali di bisogni educativi ai quali bisogna rispondere:

  1. Bisogni comuni, che fanno riferimento a caratteristiche possedute da tutti;

bambino. Come si desume dallo schema ICF/OMS, la situazione di salute di una persona, nel nostro caso il suo funzionamento educativo-apprenditivo, è la risultante globale delle reciproche influenze tra i sette fattori considerati. Condizioni fisiche e fattori contestuali stanno agli estremi superiori e inferiori del modello: la dotazione biologica da un lato e dall’altro l’ambiente in cui il bambino cresce, dove accanto ai fattori esterni, come le relazioni, le culture, gli ambienti fisici, ecc. egli incontra anche fattori contestuali personali, e cioè le dimensioni psicologiche che fanno da sfondo interno alle sue azioni, per esempio, autostima, identità, motivazioni, ecc. Questi contesti potranno essere dei mediatori facilitanti o delle barriere. Nella grande dialettica fra queste due enormi classi di forze, biologiche e contestuali, si trova il corpo del bambino, come concretamente si sta sviluppando dal punto di vista strutturale e come si stanno sviluppando le varie funzioni, da quelle mentali a quelle motorie e di altro genere. Il corpo del bambino agisce poi nei contesti sviluppando reali capacità e attività personali, e partecipa socialmente ai vari ruoli, familiari, comunitari, scolastici, ecc… Quando i vari fattori interagiscono in modo positivo, il bambino crescerà sano e funzionerà bene dal punto di vista educativo apprenditivo, altrimenti il suo funzionamento sarà difficoltoso, ostacolato, disabilitato, ammalato, con Bisogni Educativi Speciali, ecc. L'alunno potrà avere una difficoltà di funzionamento, e cioè un Bisogno Educativo Speciale, originata dalle infinite combinazioni possibili tra i 7 ambiti di funzionamento. In questo modo, il modello ICF ci aiuta a definire le diverse situazioni di BES degli alunni: alcune di esse saranno caratterizzate da problemi biologici, corporei e di attività personali, altre principalmente da problemi contestuali ambientali, di attività personali e di partecipazione, altre primariamente da fattori contestuali ambientali, altre da difficoltà di partecipazione sociale, discriminazione, ostilità e così via, in un intreccio potenzialmente infinito di interazioni. Per comprendere una situazione di BES non ci servono dunque diagnosi cliniche, ma osservazione e valutazione delle reali interazioni tra i vari fattori per capire se quello specifico funzionamento è davvero problematico per quel soggetto e se dovremo portarlo a una migliore soddisfazione dei suoi bisogni. Questa situazione del bisogno educativo può essere del tutto transitoria, se cambiano le condizioni che l’ha originata.

2. LA FIGURA DEL DOCENTE E I BISOGNI EDUCATIVI E FORMATIVI

2.1 Il ruolo dell’insegnante di sostegno

Il passaggio da un’ottica d’inserimento a una d’integrazione degli alunni in situazione di svantaggio nella scuola, ha reso necessario ridefinire la figura dell’insegnante di sostegno, delineando una serie di professionalità, conoscenze, competenze e atteggiamenti propri di un profilo professionale complesso. L’insegnante di sostegno non è soltanto l’insegnante dell’alunno disabile bensì un docente di sostegno all’intera classe, che ha il compito di favorire situazioni didattiche, formative e relazionali, mirate a realizzare il processo d’integrazione in piena contitolarità con gli insegnanti curricolari. Le attività dell’insegnante di sostegno dovrebbero estendersi e integrarsi in una più globale “funzione di sostegno”, attivata dalla comunità scolastica nel suo insieme, nei confronti delle tante e diverse situazioni di disagio e difficoltà che si manifestano. In questo caso sarà l’insieme della comunità‐scuola, composto di insegnanti, personale tecnico, alunni e altre persone significative, che mobiliterà tutte le risorse disponibili, formali e informali, per soddisfare i bisogni formativi ed educativi speciali degli alunni, in relazione al tipo e al grado di difficoltà.

2.2 Le strategie e il ruolo del docente

 Adottare un modello d’insegnamento democratico fatto di strategie e metodologie adeguate ai bisogni che favorisca la comunicazione interattiva con i propri alunni affinché essi possano passare da un ruolo più passivo, inteso come ascoltatori passivi e fruitori di informazioni, tipico del modello autoritario, a uno più attivo e partecipativo;  Permettere ai propri alunni di esprimere serenamente le loro idee senza paura di sbagliare o essere giudicati o censurati.  Valorizzare la partecipazione con stimoli fungendo da modello esperto per gli allievi e mostrando loro come utilizzare e generalizzare le varie strategie.

intelligenza, a disturbi della personalità, a scarso adattamento, a caratteri ambientali, a scarsa motivazione, a scarso esercizio. La dislessia è un disturbo caratterizzato da un deficit nell’accuratezza e/o nella velocità di lettura, che rende la lettura stessa nel complesso scarsamente fluente. Si caratterizza come una mancata o parziale automatizzazione dell’uso dei codici di lettura; come una difficoltà a decodificare testi scritti che diventa un’operazione molto più complessa rispetto ai non dislessici e porta a una maggiore facilità di errore, a un maggior affaticamento, a una maggiore lentezza e a un rilevante impegno delle risorse mentali. Lo studente con dislessia cioè si concentra specificatamente sulla decodifica del testo stancandosi rapidamente, commettendo errori, rimanendo indietro e di conseguenza esponendosi a una non comprensione completa del significato del testo e non imparando adeguatamente se non ha a disposizione un tempo adeguato o strumenti compensativi idonei. Spesso il ragazzo con dislessia evolutiva non riesce a imparare alcune informazioni in sequenza come le lettere dell’alfabeto, i giorni della settimana, o i mesi dell’anno; può fare confusione per quanto riguarda i rapporti spaziali e temporali (destra/sinistra; ieri/domani; mesi e giorni); può avere difficoltà a esprimere verbalmente ciò che pensa. Il ragazzo con dislessia può avere difficoltà a copiare dalla lavagna e a prendere nota delle istruzioni impartite oralmente. Talvolta perde la fiducia in sé stesso e può avere alterazioni del comportamento. I ragazzi dislessici possono accusare ansia da prestazione, depressione e scarsa autostima. La disortografia La disortografia è la difficoltà a tradurre correttamente in forma grafica i suoni che compongono le parole. La disortografia è un disturbo che riguarda il processo di trascrizione basato sul meccanismo di conversione da suono (fonema) a segno (grafema) e il riconoscimento di regole ortografiche che permettono la corretta scrittura di parole con trascrizione ambigua. Si parla di disortografia quando gli errori ortografici sono significativamente superiori per numero e per caratteristiche a quelli che ci si dovrebbe aspettare, facendo riferimento al grado d’istruzione della persona e alla sua consuetudine alla scrittura. La disgrafia La disgrafia è un disturbo che riguarda l’aspetto formale e qualitativo della componente grafica della scrittura. È una difficoltà nella riproduzione dei segni alfabetici e numerici, il cui

tracciato appare incerto, irregolare nella forma e nelle dimensioni. L’alterazione dei processi qualitativi della grafia determina una scarsa comprensibilità dello scritto e un processo di scrittura e di rappresentazione grafica nel complesso poco fluido e molto faticoso. Il soggetto disgrafico scrive in modo irregolare, con fatica, con impugnatura a volte scorretta della penna. Ha difficoltà a utilizzare correttamente lo spazio sul foglio, lasciando spazi irregolari, non seguendo la linea di scrittura. La pressione esercitata sul foglio non è regolata adeguatamente, possono essere presenti inversioni della direzione di scrittura. Il soggetto disgrafico ha difficoltà nella copia e nella produzione autonoma di figure geometriche. Il ritmo della scrittura può essere troppo lento o troppo veloce o a scatti, senza armonia nel gesto e con interruzioni. Il soggetto disgrafico ha difficoltà a individuare e correggere gli errori. A tali difficoltà si possono aggiungere problemi di tipo emotivo poiché nonostante la grande fatica nella rappresentazione grafica (disegno di figure, schemi, grafici, tabelle ecc.) con l’uso anche di strumentazione specifica, l’allievo si rende conto che il risultato del suo lavoro è esteticamente scadente. La discalculia La discalculia è una difficoltà specifica nell’apprendimento del calcolo che si manifesta nel riconoscimento e denominazione dei simboli numerici, nella scrittura dei numeri, nell’associazione del simbolo numerico alla quantità corrispondente, nella numerazione in ordine crescente e decrescente, nella risoluzione di problemi. La discalculia riguarda la parte esecutiva della matematica e ostacola quelle operazioni che normalmente dopo un certo periodo di esercizio tutti svolgono automaticamente; le prestazioni di base dei discalculici risultano pertanto significativamente al di sotto del livello atteso rispetto all’età cronologica, alle capacità cognitive e alla classe frequentata. L’efficienza nel problem solving matematico non concorre alla diagnosi di discalculia ma appare correlata al livello delle competenze cognitive o al livello di competenza linguistica. La discalculia interferisce in modo significativo con l’apprendimento scolastico e si traduce in difficoltà altrettanto gravi di problematizzazione della realtà e di apprendimento di abilità sociali che richiedono la reversibilità, la seriazione, la classificazione e la comprensione delle relazioni spaziali e temporali. L’allievo con Discalculia spesso è confuso erroneamente con gli studenti con scarso rendimento in matematica dovuto a un insufficiente impegno personale nello studio. Bisognerebbe tenere presente invece una grossa differenza: a causa della non acquisizione

disturbo specifico di apprendimento. Importante è la modalità con la quale viene effettuata la segnalazione ai genitori: l’insegnante con gentilezza informa i genitori più o meno consapevoli, che il figlio presenta delle difficoltà senza proporre ipotesi diagnostiche, ma suggerendo di rivolgersi a personale competente. La segnalazione deve avvenire in luogo tranquillo e riservato per creare il clima di dialogo, bisogna astenersi da critiche e giudizi e dare esempi tangibili delle difficoltà del ragazzo. Evidenziare anche i punti di forza dell’alunno richiedendo riscontro e osservazione a casa. Indicare alla famiglia a chi rivolgersi presso il SSN o a specialisti del settore come da Legge 170/2010 e Conferenza Stato- Regioni 2011.

3.2 La direttiva Ministeriale sui BES: leggi e finalità

L’espressione, Bisogni Educativi Speciali (BES)^3 ci riporta inequivocabilmente all’emanazione della Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 “Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica“. Il significato è di per sé contenuto nella Direttiva e ne evidenzia l’ampia gamma di difficoltà: “L’area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit”. In ogni contesto educativo ci sono alunni che presentano una richiesta speciale di attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse. La Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 e la C.M. n. 8 del 6 marzo 2013 sulla didattica inclusiva per alunni BES pongono grande attenzione al nuovo modo di fare SCUOLA. Il personale docente e dirigente si trovano a dover lavorare in classi complesse ed eterogenee:

  1. alunni con disabilità fisica e psichica (certificati con la legge 104/92); (^3) “Ogni alunno, con continuità o per determinati periodi, può manifestare dei Bisogni Educativi Speciali, per motivi fisici, biologici, fisiologici o anche per motivi psicologici, sociali, rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguata e personalizzata risposta” (DM. 27/12/2012. p.1)
  1. alunni con disturbi evoluti specifici (disturbi specifici dell’apprendimento – DSA – disgrafici, dislessici, con discalculia e disortografia; disturbi dell’attenzione e dell’iperattività
  • ADHD – o con funzionamento cognitivo limitato. Certificati con la legge 170/2010);
  1. Alunni che vivono in situazioni di svantaggio socio, economici, linguistici e culturali. La Direttiva Ministeriale 27 dicembre 2012 tenta di fornire una risposta alle esigenze dei bambini con bisogni educativi speciali, individuandone le caratteristiche ed evidenziando i passaggi necessari a garantirne l’inclusione scolastica, nonché il massimo successo formativo, estendendo a tutti gli studenti in difficoltà il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento. Nella Direttiva infatti, vengono individuate tre grandi aree: disabilità, disturbi evolutivi specifici e svantaggio economico, linguistico, culturale. Nella normativa dei BES non sono inclusi gli alunni di cittadinanza non italiana di recente immigrazione. Questi studenti, che presentano Bisogni Educativi Speciali, rientrano nella normativa apposita CM n.24, 2006 e Linee guida della CM n. 2, 2010. Il Ministero è recentemente intervenuto con tre importanti documenti:
  • CM n. 4233 del 19/02/2014 che ha trasmesso le nuove «Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri» che contengono anche riferimenti espliciti agli alunni stranieri con disabilità o con altri BES;
  • le «Linee di indirizzo per favorire lo studio dei ragazzi adottati», trasmesse con nota prot. n. 7443 del 18/12/14;
  • un documento dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’Intercultura del MIUR allegato a un comunicato stampa del 9/9/2015 nel quale in 10 punti vengono indicate delle buone prassi di inclusione scolastica degli alunni stranieri. Se parliamo di disabilità, non possiamo non tener conto del ritardo cognitivo, delle minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali, con presenza più o meno accentuata di disturbi sul fronte sensoriale, motorio, intellettivo. Viene utile ricordare che in presenza di alunni con DSA è possibile osservare e registrare comorbilità con altri disturbi. Per i disturbi evolutivi specifici, si sofferma l’attenzione sui DSA ovvero, sui Disturbi Specifici di Apprendimento^4 e sulle sue diverse manifestazioni quali: dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia. Ricerche accreditate, attestano che i DSA sono di origine neurobiologica, hanno matrice evolutiva e si mostrano con un’atipia dello (^4) I Disturbi Specifici di apprendimento interessano alcune specifiche abilità dell’apprendimento scolastico, in un contesto di funzionamento intellettivo adeguato all’età cronologica. Sono pertanto coinvolte in tali disturbi, tanto l’abilità della lettura, quanto quella della scrittura e del calcolo. È sulla base dell’abilità interessata dal disturbo i DSA assumono una denominazione specifica.

percorsi di apprendimento, rinnovando metodologie e prassi educative, per renderla il più inclusiva possibile. Tutti gli alunni con BES hanno il diritto di avere accesso a una didattica individualizzata e personalizzata. Le strategie, le indicazioni operative, l’impostazione delle attività di lavoro, i criteri di valutazione degli apprendimenti e i criteri minimi attesi, trovano definizione all’interno del PDP- Piano Didattico Personalizzato. La stesura del PDP deve sempre collocarsi all’interno di un preciso PAI - Piano Annuale per l’Inclusività. 4 GLI STRUMENTI PER L’INCLUSIONE 4.1 Il Piano Annuale per l’Inclusione (PAI) Ogni scuola è chiamata a procedere ad un’analisi delle criticità e dei punti di forza degli interventi di inclusione scolastica (CM. 8 del 6/03/2013 e Nota ministeriale 1551 del 27/06/2013). L’Istituto che accoglie i bambini con “BES” deve proporsi di potenziare la cultura dell’inclusione per rispondere in modo efficace alle necessità di ogni alunno che, con continuità o per determinati periodi, manifesti Bisogni Educativi Speciali. La rilevazione delle difficoltà dovrebbe essere condotta a tutti i livelli di scolarità, adottando una didattica adeguata al profilo della classe evidenziando i soggetti a rischio. Esistono dei campanelli di allarme che gli insegnanti tramite l’osservazione e l’esperienza possono rilevare. Il percorso di individuazione dei DSA è simile in ogni livello di scolarizzazione in cui cambiano i campanelli di allarme (www. aiditalia.org). Si possono utilizzare prove standardizzate e/o semi strutturate, dal colloquio con i genitori e dalle osservazioni degli insegnanti. Obiettivo principale è la riduzione delle barriere che limitano l’apprendimento e la partecipazione sociale attraverso l’utilizzo di facilitatori e l’analisi dei fattori contestuali, sia ambientali che personali. Sono destinatari dell’intervento a favore dell’inclusione scolastica tutti gli alunni con Bisogni Educativi Speciali comprendenti:

  • disabilità (ai sensi della Legge 104/92, Legge 517/77);
  • disturbi evolutivi specifici (Legge 170/2010, Legge 53/2003);
  • alunni con svantaggio socio-economico; svantaggio linguistico e/o culturale. La Nota Miur n. 1551 del 27 giugno 2013 ci parla del P.A.I. il Piano Annuale per l’Inclusione che non va inteso come un ulteriore adempimento burocratico, bensì come uno strumento che possa contribuire ad accrescere la consapevolezza dell’intera comunità educante sulla centralità e la trasversalità dei processi inclusivi in relazione alla qualità dei “risultati” educativi, per creare un contesto educante dove realizzare concretamente la scuola “per

tutti e per ciascuno”. Il P.A.I. non è quindi un “documento” per chi ha bisogni educativi speciali, ma è lo strumento per una progettazione della propria offerta formativa in senso inclusivo, è lo sfondo ed il fondamento sul quale sviluppare una didattica attenta ai bisogni di ciascuno nel realizzare gli obiettivi comuni, le linee guida per un concreto impegno programmatico per l’inclusione, basato su una attenta lettura del grado di inclusività della scuola e su obiettivi di miglioramento, da perseguire nel senso della trasversalità delle prassi di inclusione negli ambiti dell’insegnamento curricolare, della gestione delle classi, dell’organizzazione dei tempi e degli spazi scolastici, delle relazioni tra docenti, alunni e famiglie.

4.2 I Gruppi di lavoro per l’inclusione (GLI)

Ogni istituzione istituisce il Gruppo di Lavoro per l’Inclusione (GLI) al fine di realizzare appieno il diritto all’apprendimento per tutti gli alunni in situazione di difficoltà, come stabilito dalla D.M. 27 dicembre 2012 e dalla Legge 53/2003, attraverso la programmazione di un” Piano Annuale per l’Inclusione”. I Compiti e le funzioni del GLI sono:

  1. Rilevazione dei BES, monitoraggio e valutazione
  2. Raccolta e documentazione degli interventi educativo-didattici
  3. Consulenza e supporto ai colleghi sulle strategie e metodologie di gestione delle classi
  4. Raccolta e coordinamento delle proposte formulate dai G.L.H. operativi
  5. Elaborazione di un “Piano Annuale per l’Inclusione”
  6. Interfaccia con CTS (Centri Territoriali di Supporto) e servizi sociali e sanitari territoriali per attività di formazione, tutoraggio ecc… Il GLI è presieduto dal Dirigente Scolastico o da un suo delegato; è costituto dal gruppo di sostegno, dal coordinatore del progetto di accoglienza e dal referente L2, dalle figure strumentali, da una rappresentanza dei docenti coordinatori.

4.3 Il Piano Didattico Personalizzato (PDP) per gli alunni BES

Per tutti gli alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES) va redatto annualmente un documento di programmazione che espliciti il percorso di personalizzazione individuato per ciascuno di essi. Questo documento prende il nome di Piano Educativo Individualizzato (PEI) per gli alunni con disabilità e Piano Didattico Personalizzato (PDP) previsto per gli alunni con DSA e gli altri BES (L.170/2010 e DM 5998 e Linee guida 2011). È necessario che l’attivazione di un

compensativi più efficaci per consentire allo studente il raggiungimento degli obiettivi alla pari dei compagni. Il PDP viene redatto dal consiglio di classe una volta acquisita la diagnosi specialistica e dopo aver ascoltato la famiglia e, laddove è necessario, gli specialisti, in un’ottica di dialogo e di rispetto delle diverse competenze e specificità. Il coordinatore ha il compito di incontrare la famiglia e raccogliere le informazioni sull’alunno, redigere una sintesi della diagnosi e mantenere i contatti con la famiglia. I singoli insegnanti devono, in riferimento alla loro disciplina, compilare la parte del documento con le proprie osservazioni, gli strumenti compensativi e dispensativi che intendono adottare e le modalità di verifica e valutazione che metteranno in atto. Il PDP deve essere redatto all’inizio di ogni anno scolastico, entro la fine del mese di novembre, per gli studenti con già in atto un percorso, o su segnalazione della famiglia laddove si inizia un rapporto nuovo con l’istituzione scolastica. Il percorso prevede quindi:

  1. la presa in considerazione della segnalazione della diagnosi;
  2. un incontro conoscitivo tra il coordinatore di classe, la famiglia, il dirigente scolastico o il tutor referente DSA (nelle scuole in cui è presente questa figura) per raccogliere tutte le informazioni;
  3. un incontro fra i docenti per la predisposizione e la distribuzione dei moduli da compilare;
  4. la stesura finale del PDP;
  5. la sottoscrizione del documento da parte dei docenti e dei genitori dello studente. Quando trattiamo del PDP possiamo parlare sia di personalizzazione che di individualizzazione dell’apprendimento, in quanto metodologie, tempi e strumenti devono essere diversificati ma NON gli obiettivi (a differenza di quanto avviene nel PEI per studenti con disabilità).

4.4 Il Piano Educativo Individualizzato (PEI) per gli alunni con disabilità

Le condizioni problematiche che causano difficoltà di apprendimento e Bisogni Educativi Speciali sono molte: alcune gravi e ben definite. Di fronte a queste difficoltà i docenti si trovano nella necessità di elaborare forme di didattica individualizzata. Per questi alunni l’art. 12, comma 5 della Legge 104/1992, e gli artt. da 2 a 5 del DPR del 24 febbraio 1994, stabiliscono che debbano essere formulati da tutti i docenti, in dialogo con i familiari e gli operatori sociosanitari, gli accordi di programma, la diagnosi medica o clinica e quella funzionale, il profilo dinamico-funzionale. Il piano educativo individualizzato (P.E.I.). In generale significa costruire obiettivi, attività didattiche su misura per la singola peculiarità di

un alunno. La legge 104/92 rappresenta una tappa fondamentale perché colloca il diritto all’integrazione tra i diritti fondamentali della persona e del cittadino. Tale legge-quadro non limita il suo interessamento alla sola integrazione scolastica o a quella assistenziale, ma riguarda tutti i percorsi di vita delle persone in situazione di handicap e delle loro famiglie che vengono collocati all’interno di un sistema organico di aiuti che impegnano l’intera collettività, a partire dai principali soggetti istituzionalmente interessati: Comuni, Province, Comunità montane, Aziende Sanitarie Locali ecc. All’integrazione scolastica la legge 104/ dedica, in particolare gli articoli 12 e 13. Raccogliendo e riordinando disposizioni sparse in più testi legislativi e normativi, si afferma solennemente il diritto della persona in situazione di handicap all’educazione ed all’istruzione negli asili nido, nelle sezioni ordinarie della scuola materna, nelle classi comuni delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado e nelle istituzioni universitarie. L’integrazione deve avvalersi di alcuni strumenti che richiedono l’impegno sia della comunità dei cittadini, soprattutto nelle sue forme istituzionali, sia dell’intera comunità scolastica. In sintesi sono:

  1. gli accordi di programma
  2. la Diagnosi medica o clinica e quella Funzionale (DF)
  3. il Profilo Dinamico Funzionale (PDF)
  4. il Piano educativo individualizzato (P.E.I.)
  5. Gli accordi di programma sono finalizzati al coordinamento dei servizi scolastici con tutti quelli territoriali ed extrascolastici al fine di favorire in concreto l’effettiva realizzazione del progetto di integrazione scolastica ed extrascolastica dei singoli alunni in situazione di handicap, anche attraversi l’individuazione delle priorità degli interventi per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici scolastici di competenza. Essi avranno carattere provinciale, per quanto attiene alla scuola secondaria di II grado, e comunale per quanto riguarda la scuola dell’infanzia e quella dell’obbligo. A due anni e mezzo dall’entrata in vigore della legge 104, venne emanato l’Atto di Indirizzo e coordinamento delle unità sanitarie locali in materia di alunni portatori di handicap, che costituisce ancora oggi un provvedimento legislativo di grande importanza per l’integrazione scolastica. Esso delinea l’itinerario che deve essere seguito dalla scuola e dai servizi per la costruzione del percorso che accompagna l’allievo handicappato dapprima all’interno della scuola di base (materna, elementare, media) e, successivamente, nell’istruzione superiore e nella formazione