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La Primavera di Sandro Botticelli: Un'allegoria mitologica e filosofica, Dispense di Elementi di storia dell'arte ed espressioni grafiche

La primavera di sandro botticelli, realizzata tra il 1478 e il 1482, è una famosa opera dell'artista raffigurante la dea venere e la personificazione della primavera. Il dipinto, commissionato da lorenzo di pierfrancesco de' medici, è carico di simbolismo e di riferimenti letterari, tra cui ovidio, lucrezio, orazio e virgilio. La composizione, che rappresenta venere, zefiro, clori, flora, cupido e le tre grazie, è una allegoria della natura, della fertilità e dell'amore. La primavera è un raro esempio di dipinto profano del rinascimento, carico di simboli mitologici e filosofici, che invita a una lettura a più livelli.

Tipologia: Dispense

2020/2021

Caricato il 12/10/2021

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giuliana-guerra-2 🇮🇹

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La Primavera di Sandro Botticelli
Fra le più celebri opere dell’artista, forse a causa del forte simbolismo, per alcuni versi ancora
oscuro, e per la straordinaria resa pittorica ed elegante, la Primavera, vera favola allegorica,
è databile tra il 1478 e il 1482 circa. Fu realizzata, come ci informa Giorgio Vasari, per la villa
di Castello, di proprietà di Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici, cugino di secondo grado di
Lorenzo il Magnifico. L’allegoria di Venere, rappresentata al centro del dipinto, sarebbe anche
legata a un oroscopo di Lorenzo, come risulta da una lettera di Marsilio Ficino a lui indirizzata,
in cui il filosofo lo esortava a ispirare il proprio agire alla configurazione astrale che ne
dominava il tema natale, cioè proprio Venere e Mercurio.
In un fitto bosco di aranci colmi di frutti che si staglia sullo sfondo di un cielo azzurro, sono
disposti i personaggi, in una composizione ritmicamente equilibrata e elegantemente
simmetrica attorno ad una figura centrale. I personaggi lungi dall’essere coinvolti in un’azione
comune di facile lettura, si alternano con ritmo irregolare in gruppi animati e figure singole,
assorte in se stesse, senza o quasi nesso apparente. Il suolo è composto da un verde prato,
disseminato da molteplice varietà di specie vegetali e di fiori tuttora esistenti e perfettamente
riconoscibili come l’iris, il fiordaliso, il ranuncolo, il papavero, la margherita, la viola, il
gelsomino, ecc., in un ricchissimo campionario dove sono state contate quasi cinquecento
specie di piante, fra cui centonovanta fiori. Sulla destra alcune piante di alloro (laurus) per
assonanza rimandano al nome di Lorenzo.
Appare chiaro che ci troviamo di fronte a un raro dipinto profano, una di quelle favole
mitologiche, con tutti i loro simboli, ben noti ai contemporanei di Botticelli per la
frequentazione assidua degli scrittori latini. I personaggi e l'iconografia generale vengono
generalmente identificati basandosi sulle indicazioni di Vasari, sebbene sfugga tuttora il senso
complessivo della scena. L'opera, ambientata in un boschetto di aranci, identificato come il
mitico giardino delle Esperidi, va letta da destra verso sinistra. Secondo il racconto che ci
fornisce Ovidio nei Fasti, una metafora sull’impollinazione della primavera, Zefiro, vento di
sud ovest, con la forza rapisce per amore la ninfa Clori e la rende gravida; da questo atto ella
rinasce trasformata in Flora, rappresentata come una donna dallo splendido abito fiorito che
sparge a terra i fiori che tiene in grembo. A questa trasformazione allude anche il filo di fiori
che già inizia a uscire dalla bocca di Clori durante il suo rapimento da parte Zefiro. I fiori del
resto sono il tramite attraverso il quale nel dipinto viene evidenziata la metamorfosi
rappresentata dalle due versione dello stesso personaggio. I fiori emanati da Clori finiscono per
confondersi con quelli che ornano l’abito del suo altero ego, Flora, e che a loro volta si
confondono con quelli che intrecciati in corone e ghirlande le cingono la vita e la testa e con gli
altri che ha raccolto sul grembo e sta spargendo sul prato. E’ Flora la figura che tradizionalmente
viene identificata come la personificazione della Primavera stessa. Al centro del dipinto
campeggia Venere, regina di questo luogo di delizie nel quale la primavera è perenne,
ammantata come una figura classica ma con elementi dell’abbigliamento e dei canoni della
bellezza quattrocentesca, inquadrata da una cornice simmetrica di arbusti, che sorveglia e dirige
gli eventi, quale simbolo neoplatonico dell'amore più elevato. Inclinando la testa e alzando la
mano verso il gruppo alla sua destra sembra voler attirare l’attenzione dello spettatore,
introducendolo nel vivo della raffigurazione. Sopra di lei vola il figlio Cupido, dio dell’Amore,
bendato come vuole la tradizione, perché colpisce fatalmente senza vedere le propri vittime.
Cupido sta scagliando la freccia proprio in direzione di una delle tre Grazie, tradizionalmente
al seguito di Venere, considerate le protettrici di villa Careggi, sede dell’Accademia
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La Primavera di Sandro Botticelli Fra le più celebri opere dell’artista, forse a causa del forte simbolismo, per alcuni versi ancora oscuro, e per la straordinaria resa pittorica ed elegante, la Primavera, vera “favola” allegorica , è databile tra il 1478 e il 1482 circa. Fu realizzata, come ci informa Giorgio Vasari, per la villa di Castello, di proprietà di Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici, cugino di secondo grado di Lorenzo il Magnifico_._ L’allegoria di Venere, rappresentata al centro del dipinto, sarebbe anche legata a un oroscopo di Lorenzo, come risulta da una lettera di Marsilio Ficino a lui indirizzata, in cui il filosofo lo esortava a ispirare il proprio agire alla configurazione astrale che ne dominava il tema natale, cioè proprio Venere e Mercurio. In un fitto bosco di aranci colmi di frutti che si staglia sullo sfondo di un cielo azzurro, sono disposti i personaggi, in una composizione ritmicamente equilibrata e elegantemente simmetrica attorno ad una figura centrale. I personaggi lungi dall’essere coinvolti in un’azione comune di facile lettura, si alternano con ritmo irregolare in gruppi animati e figure singole, assorte in se stesse, senza o quasi nesso apparente. Il suolo è composto da un verde prato, disseminato da molteplice varietà di specie vegetali e di fiori tuttora esistenti e perfettamente riconoscibili come l’iris, il fiordaliso, il ranuncolo, il papavero, la margherita, la viola, il gelsomino, ecc., in un ricchissimo campionario dove sono state contate quasi cinquecento specie di piante, fra cui centonovanta fiori. Sulla destra alcune piante di alloro ( laurus ) per assonanza rimandano al nome di Lorenzo. Appare chiaro che ci troviamo di fronte a un raro dipinto profano, una di quelle “favole” mitologiche, con tutti i loro simboli, ben noti ai contemporanei di Botticelli per la frequentazione assidua degli scrittori latini. I personaggi e l'iconografia generale vengono generalmente identificati basandosi sulle indicazioni di Vasari, sebbene sfugga tuttora il senso complessivo della scena. L'opera, ambientata in un boschetto di aranci, identificato come il mitico giardino delle Esperidi, va letta da destra verso sinistra. Secondo il racconto che ci fornisce Ovidio nei Fasti , una metafora sull’impollinazione della primavera, Zefiro, vento di sud ovest, con la forza rapisce per amore la ninfa Clori e la rende gravida; da questo atto ella rinasce trasformata in Flora, rappresentata come una donna dallo splendido abito fiorito che sparge a terra i fiori che tiene in grembo. A questa trasformazione allude anche il filo di fiori che già inizia a uscire dalla bocca di Clori durante il suo rapimento da parte Zefiro. I fiori del resto sono il tramite attraverso il quale nel dipinto viene evidenziata la metamorfosi rappresentata dalle due versione dello stesso personaggio. I fiori emanati da Clori finiscono per confondersi con quelli che ornano l’abito del suo altero ego, Flora, e che a loro volta si confondono con quelli che intrecciati in corone e ghirlande le cingono la vita e la testa e con gli altri che ha raccolto sul grembo e sta spargendo sul prato. E’ Flora la figura che tradizionalmente viene identificata come la personificazione della Primavera stessa. Al centro del dipinto campeggia Venere, regina di questo luogo di delizie nel quale la primavera è perenne, ammantata come una figura classica ma con elementi dell’abbigliamento e dei canoni della bellezza quattrocentesca, inquadrata da una cornice simmetrica di arbusti, che sorveglia e dirige gli eventi, quale simbolo neoplatonico dell'amore più elevato. Inclinando la testa e alzando la mano verso il gruppo alla sua destra sembra voler attirare l’attenzione dello spettatore, introducendolo nel vivo della raffigurazione. Sopra di lei vola il figlio Cupido, dio dell’Amore, bendato come vuole la tradizione, perché colpisce fatalmente senza vedere le propri vittime. Cupido sta scagliando la freccia proprio in direzione di una delle tre Grazie, tradizionalmente al seguito di Venere, considerate le protettrici di villa Careggi, sede dell’Accademia

neoplatonica. Forgiate dalle mani di Fidia, vestite di veli leggerissimi, le Grazie, raffigurate in cerchio secondo uno schema desunto dalla scultura antica, sono occupate in un'armoniosa danza in cui muovono ritmicamente le braccia e intrecciano le dita. Coperte da veli trasparenti e fluttuanti, quasi impalpabili, che seguono le linee del corpo e nello stesso tempo si aprono al loro movimento, le giovani dall’incedere elegante sono ornate di perle e monili, che sono, come quello indossato da Venere, oggetti di splendida oreficeria, che ricordano l’apprendistato del giovane Botticelli presso un orafo. Chiude il gruppo a sinistra un giovane Mercurio, in una posa scultorea che rimanda alla tradizione classica, vestito di morbidi panneggi, coi tipici calzari alati, un elmetto di foggia quattrocentesca, che col caduceo scaccia le nubi per preservare un'eterna primavera, pronto ad usare la spada, posta in grande risalto, per gli attacchi di coloro che vogliono irrompere in questo giardino di bellezza e di gioia. E’ chiaro fin qui che la base letteraria del dipinto non va identificata in un solo autore, ma bensì in una summa di brani di autori diversi, che partendo da Ovidio, comprendono Lucrezio, Orazio e Virgilio, poeti ben noti al tempo di Botticelli, che conosciuti da Poliziano, poeta di corte mediceo, sarebbero stati evidentemente suggeriti al pittore. La Venere di cui si parla nei poemi degli scrittori latini, le cui prerogative di fertilità unitamente al tradizionale seguito di dei e ninfe, sembra trovare piena corrispondenza nella raffigurazione di Botticelli, è la personificazione stessa dei poteri fertili della Natura che si rinnova ad ogni primavera, tanto è vero che si potrebbe ipotizzare che la rotondità del ventre della dea non fosse solo legata ad una vanità estetica considerata elegante al tempo dell’artista, ma che potrebbe mettere in evidenza una condizione vera e propria di gravidanza. Come succede per altri grandi capolavori del Rinascimento, la Primavera nasconde vari livelli di lettura: uno strettamente mitologico, legato ai soggetti rappresentati; uno filosofico, legato alla filosofia dell'accademia neoplatonica; uno storico-dinastico, legato alle vicende contemporanee ed alla gratificazione del committente e della sua famiglia. Il quadro in definitiva si presenterebbe come una sorta di opera didattico-morale, un testamento spirituale che diventa allegoria dell’intero sistema culturale che aveva investito Firenze all’epoca del Magnifico. Partendo dall'inventario mediceo del 1498 , si potrebbe ipotizzare che il dipinto possa essere l'allegoria del matrimonio tra Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici e Semiramide Appiani, la tavola era probabilmente destinata per la camera da letto della villa di Lorenzo di Pierfrancesco, e in questo caso i fiori presenti nella scena alluderebbero a vari significati nunziali, soprattutto i fiori d'arancio sugli alberi che sono ancora oggi un simbolo di felicità matrimoniale. In una lettera scritta da Marsilio Ficino al suo discepolo Pierfrancesco si possono riconoscere le motivazioni del dipinto, nella quale il maestro lo esorta a sviluppare al di sopra di ogni pulsazione istintiva, una spiritualità più elevata. Quelle indicazioni di contenuto morale trovano perfetta corrispondenza nel complessivo sistema filosofico messo a punto da Ficino, all’interno del quale, con particolare riferimento al tema centrale dell’Amore, la figura di Venere assume un significato più articolato rispetto a quella tramandata dalla mitologia e diventa simbolo stesso della Humanitas , ovvero colei che suscita passioni ma che è anche capace di moderarle, indirizzandole a fini intellettualmente superiori. Secondo questo filo interpretativo, la lettura delle nove figure in successione da destra verso sinistra verrebbero a rappresentare il percorso che l’uomo deve compiere per elevarsi dalle pulsioni più fisiche e immediate per le cose terrene, alla più alta attività contemplativa che ha per oggetto le cose divine, un percorso di raffinamento e sublimazione dell’amore, in quanto pulsione vitale insita nell’uomo, verso il suo più alto fine spirituale e intellettuale. I momenti simbolici fondamentali del percorso sarebbero rappresentati in questo sistema filosofico, oltre da Cupido e da Venere, dalle tre Grazie, in quanto