









Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Il canzoniere, o rime, è un'opera poetica scritta da francesco petrarca tra il 1336 e il 1374. Una serie di sonetti e canzoni che esprimono l'amore, la disperazione, la ricerca di consolazione e la riflessione sui tempi passati. Petrarca si rivolge a dio, alla natura e alla donna per trovare conforto e soluzione ai suoi dolori.
Tipologia: Dispense
1 / 16
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!










Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono di quei sospiri ond’io nudriva ’l core in sul mio primo giovenile errore quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ 4 sono,
del vario stile in ch’io piango et ragiono fra le vane speranze e ’l van dolore, ove sia chi per prova intenda amore, 8 spero trovar pietà, nonché perdono.
Ma ben veggio or sí come al popol tutto favola fui gran tempo, onde sovente 11 di me medesmo meco mi vergogno;
et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto, e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente 14 che quanto piace al mondo è breve sogno.
Per fare una leggiadra sua vendetta et punire in un dí ben mille offese, celatamente Amor l’arco riprese, come huom ch’a nocer luogo et tempo aspetta. 4
Era la mia virtute al cor ristretta per far ivi et ne gli occhi sue difese, quando ’l colpo mortal là giú discese ove solea spuntarsi ogni saetta. 8
Però, turbata nel primiero assalto, non ebbe tanto né vigor né spazio che potesse al bisogno prender l’arme, 11
chiamando il nome de mia donna ò sparte, e i sospiri, et le lagrime, e ’l desio; 11
et benedette sian tutte le carte ov’io fama l’acquisto, e ’l pensier mio, ch’è sol di lei, sí ch’altra non v’à parte. 14
Padre del ciel, dopo i perduti giorni, dopo le notti vaneggiando spese, con quel fero desio ch’al cor s’accese, mirando gli atti per mio mal sí adorni, 4
piacciati omai col Tuo lume ch’io torni ad altra vita et a piú belle imprese, sí ch’avendo le reti indarno tese, il mio duro adversario se ne scorni. 8
Or volge, Signor mio, l’undecimo anno ch’i’ fui sommesso al dispietato giogo che sopra i piú soggetti è piú feroce. 11
Miserere del mio non degno affanno; reduci i pensier’ vaghi a miglior luogo; ramenta lor come oggi fusti in croce. 14
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi che ’n mille dolci nodi gli avolgea, e l’vago lume oltra misura ardea di quei begli occhi, ch’or ne son sí scarsi; 4
e ’l viso di pietosi color’ farsi, non so se vero o falso, mi parea:
i’ che l’ésca amorosa al petto avea, qual meraviglia se di súbito arsi? 8
Non era l’andar suo cosa mortale, ma d’angelica forma; et le parole sonavan altro, che pur voce humana. 11
Uno spirito celeste, un vivo sole fu quel ch’i’vidi: et se non fosse or tale, piagha per allentar d’arco non sana. 14
Amor, Fortuna et la mia mente, schiva di quel che vede e nel passato volta, m’affligon sí, ch’io porto alcuna volta invidia a quei che son su l’altra riva. 4
Amor mi strugge ’l cor, Fortuna il priva d’ogni conforto, onde la mente stolta s’adira et piange: et cosí in pena molta sempre conven che combattendo viva. 8
Né spero i dolci dí tornino indietro, ma pur di male in peggio quel ch’avanza; et di mio corso ò già passato ’l mezzo. 11
Lasso, non di diamante, ma d’un vetro veggio di man cadermi ogni speranza, et tutti miei pensier’ romper nel mezzo. 14
Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra
et faccia forza al cielo, asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da’ be’ rami scendea 40 (dolce ne la memoria) una pioggia di fior’ sovra ’l suo grembo; et ella si sedea humile in tanta gloria, coverta già de l’amoroso nembo. 45 Qual fior cadea sul lembo, qual su le treccie bionde, ch’oro forbito et perle eran quel dí a vederle; qual si posava in terra, et qual su l’onde; 50 qual con un vago errore girando parea dir: – Qui regna Amore. –
Quante volte diss’io allor pien di spavento: Costei per fermo nacque in paradiso. 55 Cosí carco d’oblio il divin portamento e ’l volto e le parole e ’l dolce riso m’aveano, et sí diviso da l’imagine vera, 60 ch’i’ dicea sospirando: Qui come venn’io, o quando?; credendo d’esser in ciel, non là dov’era. Da indi in qua mi piace questa herba sí, ch’altrove non ò pace. 65
Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia, poresti arditamente uscir del boscho, et gir in fra la gente.
L’aura gentil, che rasserena i poggi destando i fior’ per questo ombroso bosco, al soave suo spirto riconosco, per cui conven che ’n pena e ’n fama poggi. 4
Per ritrovar ove ’l cor lasso appoggi, fuggo dal mi’ natio dolce aere tosco; per far lume al penser torbido et fosco, cerco ’l mio sole et spero vederlo oggi. 8
Nel qual provo dolcezze tante et tali ch’Amor per forza a lui mi riconduce; poi sí m’abbaglia che ’l fuggir m’è tardo. 11
I’ chiedrei a scampar, non arme, anzi ali; ma perir mi dà ’l ciel per questa luce, ché da lunge mi struggo et da presso ardo. 14
Di dí in dí vo cangiando il viso e ’l pelo, né però smorso i dolce inescati hami, né sbranco i verdi et invescati rami de l’arbor che né sol cura né gielo. 4
Senz’acqua il mare et senza stelle il cielo fia inanzi ch’io non sempre tema et brami la sua bell’ombra, et ch’i’ non odi et ami l’alta piaga amorosa, che mal celo. 8
Non spero del mio affanno aver mai posa, infin ch’i’ mi disosso et snervo et spolpo, o la nemica mia pietà n’avesse. 11
Esser pò in prima ogni impossibil cosa,
che sí soavemente lega et stringe l’alma che d’umiltate e non d’altr’armo. 11
L’ombra sua sola fa ’l mio cor un ghiaccio, et di bianca paura il viso tinge; ma li occhi ànno vertú di farne un marmo. 14
L’aura soave al sole spiega et vibra l’auro ch’Amor di sua man fila et tesse là da’ begli occhi, et de le chiome stesse lega ’l cor lasso, e i lievi spirti cribra. 4
Non ò medolla in osso, o sangue in fibra, ch’i’ non senta tremar, pur ch’i’ m’apresse dove è chi morte et vita inseme, spesse volte, in frale bilancia appende et libra, 8
vedendo ardere i lumi ond’io m’accendo, et folgorare i nodi ond’io son preso, or su l’omero dextro et or sul manco. 11
I’ nol posso ridir, ché nol comprendo: da ta’ due luci è l’intellecto offeso, et di tanta dolcezza oppresso et stanco. 14
Gli occhi di ch’io parlai sí caldamente, et le braccia et le mani et i piedi e ’l viso, che m’avean sí da me stesso diviso, et fatto singular da l’altra gente; 4
le crespe chiome d’òr puro lucente e ’l lampeggiar de l’angelico riso,
che solean fare in terra un paradiso, poca polvere son, che nulla sente. 8
Et io pur vivo, onde mi doglio et sdegno, rimaso senza ’l lume ch’amai tanto, in gran fortuna e ’n disarmato legno. 11
Or sia qui fine al mio amoroso canto: secca è la vena de l’usato ingegno, et la cetera mia rivolta in pianto. 14
S’io avesse pensato che sí care fossin le voci de’ sospir’ miei in rima, fatte l’avrei, dal sospirar mio prima, in numero piú spesse, in stil piú rare. 4
Morta colei che mi facea parlare, et che si stava de’ pensier’ miei in cima, non posso, et non ò piú sí dolce lima, rime aspre et fosche far soavi et chiare. 8
Et certo ogni mio studio in quel tempo era pur di sfogare il doloroso core in qualche modo, non d’acquistar fama. 11
Pianger cercai, non già del pianto honore: or vorrei ben piacer; ma quella altera tacito stanco dopo sé mi chiama. 14
venne a salvarne in su li extremi giorni; et fra tutt’i terreni altri soggiorni sola tu fosti electa, Vergine benedetta, 35 che ’l pianto d’Eva in allegrezza torni. Fammi, ché puoi, de la Sua gratia degno, senza fine o beata, già coronata nel superno regno.
Vergine santa d’ogni gratia piena, 40 che per vera et altissima humiltate salisti al ciel onde miei preghi ascolti, tu partoristi il fonte di pietate, et di giustitia il sol, che rasserena il secol pien d’errori oscuri et folti; 45 tre dolci et cari nomi ài in te raccolti, madre, figliuola et sposa: Vergina glorïosa, donna del Re che nostri lacci à sciolti et fatto ’l mondo libero et felice, 50 ne le cui sante piaghe prego ch’appaghe il cor, vera beatrice.
Vergine sola al mondo senza exempio, che ’l ciel di tue bellezze innamorasti, cui né prima fu simil né seconda, 55 santi penseri, atti pietosi et casti al vero Dio sacrato et vivo tempio fecero in tua verginità feconda. Per te pò la mia vita esser ioconda, s’a’ tuoi preghi, o Maria, 60 Vergine dolce et pia, ove ’l fallo abondò, la gratia abonda. Con le ginocchia de la mente inchine, prego che sia mia scorta, et la mia torta via drizzi a buon fine. 65
Vergine chiara et stabile in eterno, di questo tempestoso mare stella, d’ogni fedel nocchier fidata guida, pon’ mente in che terribile procella i’ mi ritrovo sol, senza governo, 65 et ò già da vicin l’ultime strida. Ma pur in te l’anima mia si fida, peccatrice, i’ no ’l nego, Vergine; ma ti prego che ’l tuo nemico del mio mal non rida: 70 ricorditi che fece il peccar nostro, prender Dio per scamparne, humana carne al tuo virginal chiostro.
Vergine, quante lagrime ò già sparte, quante lusinghe et quanti preghi indarno, 75 pur per mia pena et per mio grave danno! Da poi ch’i’ nacqui in su la riva d’Arno, cercando or questa et or quel’altra parte, non è stata mia vita altro ch’affanno. Mortal bellezza, atti et parole m’ànno 80 tutta ingombrata l’alma.
Vergine sacra et alma, non tardar, ch’i’ son forse a l’ultimo anno. I dí miei piú correnti che saetta fra miserie et peccati 85 sonsen’ andati, et sol Morte n’aspetta.
Vergine, tale è terra, et posto à in doglia lo mio cor, che vivendo in pianto il tenne et de mille miei mali un non sapea: et per saperlo, pur quel che n’avenne 90 fôra avenuto, ch’ogni altra sua voglia era a me morte, et a lei fama rea. Or tu donna del ciel, tu nostra dea
Il dí s’appressa, et non pòte esser lunge, sí corre il tempo et vola, Vergine unica et sola, e ’l cor or coscïentia or morte punge. Raccomandami al tuo figliuol, verace 130 homo et verace Dio, ch’accolga ’l mïo spirto ultimo in pace.