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riassunti Petrarca Francesco esaustivi
Tipologia: Appunti
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Nasce ad Arezzo nel 1304 dal notaio fiorentino Petracco di Parenzo, esiliato dalla città dopo la vittoria dei guelfi neri. Trascorre l’infanzia tra il Valdarno e Pisa e nel 1312 si stabilisce a Carpentras, vicino ad Avignone, dove il padre lavora presso la corte papale da poco trasferitasi lì. Studia prima grammatica con il maestro Convenevole da Prato, poi avviato agli studi giuridici, prima a Montepellier e poi a Bologna. Li abbandonerà alla morte del padre e, per ragioni principalmente economiche, intraprende la carriera ecclesiastica diventando cappellano della potente famiglia romana dei Colonna. Grazie al servizio presso i Colonna ha l’opportunità di conoscere altre regioni d’Europa: è durante uno di questi viaggi, a Liegi, che scopre due orazioni di Cicerone (prima scoperta di manoscritti antichi). Dalla fine degli anni ’30 alla fine degli anni ’50 vive a Valchiusa, non lontano da Avignone, ma che gli permette di condurre una vita solitaria e tranquilla (otium, tempo libero speso nello studio o nella meditazione). Tuttavia, in questo periodo è spesso in Italia, ospiti di amici e benefattori. Nel 1341, dopo essere stato esaminato e giudicato degno da re Roberto d’Angiò, riceve da questi la laurea poetica in Campidoglio a Roma. I soggiorni in Italia (Napoli, Parma e Verona) lo portano a riflettere con amarezza sulle disastrose condizioni politiche in cui versa la penisola (nel 1334 lettera a papa Benedetto XII invitando a spostare di nuovo la sede pontificia a Roma; stessa richiesta poi ad Urbano V). Nel 1337 per la prima volta è a Roma, ospite della famiglia Colonna, e davanti alle rovine della città si convince per la prima volta della necessità di una renovatio che riporti la città (e l’Italia intera) all’antico lustro; è per questo che nel 1347 segue con favore l’impresa di Cola di Rienzo, tributo che tenta di imporre a Roma un governo popolare che allontani dal potere le grandi famiglie aristocratiche romane: i Crescenzi, gli Orsini, ma soprattutto i Colonna. Quando l’impresa di Cola fallisce, Petrarca affermerà che egli non prevalse perché non fu abbastanza risoluto nella lotta contro le grandi dinastie romane. Sempre più sfiduciato circa la possibilità che l’Italia trovi da sola un equilibrio politico confida (come Dante, e come Dante, invano) nell’azione dell’imperatore, e nel 1351 scrive a Carlo IV di Boemia invitandolo a scendere da pacificatore nella penisola. La modernità di Petrarca sta nella sua complessità spirituale e nella quantità di dubbi, ripensamenti, pentimenti che la sua opera rispecchia (epistolari in particolare). Vi è sempre in lui il sentimento di una contraddizione tra il corpo e l’anima, tra il desiderio della gloria terrena e l’ascesi, tra l’intenzione di isolarsi dal mondo e il continuo vagare da una corte all’altra e da una città all’altra. Il 1348 è l’anno in cui la peste nera decima la popolazione del continente: muore Giovanni Colonna e muore anche Laura (incontrata nel 1327 in una chiesa, ad Avignone). Nel 1350 incontra a Firenze per la prima volta Giovanni Boccaccio e ne nasce un’amicizia che durerà per tutta la vita del poeta; nel 1353 lascia per sempre Valchiusa e si stabilisce in Italia. Le corti del nord Italia si contendono quello che per senso comune è il maggiore intellettuale europeo: sarà prima a Milano al servizio dei Visconti, a Venezia, e poi a Padova presso i Carraresi. Vicino Padova, ad Arquà sui colli Euganei, trascorre l’ultimo periodo della sua vita, e qui muore nel luglio del 1374. Subito inizia, da parte dei suoi discepoli ed ammiratori, la copia delle opere latine e volgari, che nei secoli successivi godranno in Europa di una diffusione mai vista per nessun autore medievale. La grande maggioranza delle sue opere venne scritta in latino, e a queste il poeta riteneva di dover affidare la sua fama e così avvenne in sostanza durante la sua vita e per quasi un secolo dopo la sua morte: fu infatti soprattutto il poeta e il trattatista in latino ad essere amato ed imitato nei circoli umanistici. Soltanto a partire dalla seconda metà del ‘400 le liriche volgari prenderanno quel ruolo classico che tuttora hanno. Il confronto con gli autori latini e greci fu una costante della vita di Petrarca: egli cerca e colleziona manoscritti, li studia e le tracce di quello studio sono ancora visibile nelle glosse, i commenti posti a margine del testo. Imita i classici nello stile; scopre in prima persona opere latine dimenticate nelle biblioteche
italiane ed europee e ne realizza copie che distribuisce agli amici. L’influenza della cultura greco-latina sarà molto forte anche nella sua opera, infatti non c’è testo petrarchesco in prosa o in versi che non richiami all’esempio degli antichi. Il culto dell’antichità greco-latina implica anche un giudizio molto severo nei confronti della cultura del proprio tempo. L’idea di cultura di Petrarca si fonda su due elementi:
esaltazioni di tipo esortativo e con una preghiera a Dio sul presagio del ricongiungimento in paradiso con la donna amata.
Composto di 366 componimenti che si alternano all’interno dell’opera liberamente (al contrario della Commedia), è diviso in due parti: 263 testi in vita di Laura e 103 in morte; anche se non è un vero e proprio romanzo in versi possiamo comunque affermare che sia un racconto dotato di un inizio, una fine e un riconoscibile svolgimento. E’ soprattutto il diario dell’amore di Petrarca per Laura che nella prima parte si prega, celebra, riflette su Laura viva, mentre nell’ultima parte troviamo il compianto su Laura morta e una meditazione sulla transitorietà delle cose terrene. La canzone alla vergine che chiude il canzoniere con una nota di pentimento ci da la percezione che questo libro di poesie d’amore vennero raccolte ed ordinate da un autore che, ormai maturo, ha allontanato da se l’amore per le creature terrene sublimandolo nell’amore di Dio. Al suo interno tuttavia troviamo anche canzoni politiche di grande attualità, spesso con spirito fortemente polemico (componente militante 136, 137, 138 e 128 canzone all’Italia). la poesia del Canzoniere riprende e rinnova la tradizione lirica dei siciliani e degli stilnovisti, fondando un modello di classicismo che si imporrà per secoli ai poeti italiani ed europei. Questo classicismo investe prima di tutto il contenuto dei testi: Petrarca interpreta la lirica d’amore come una reale esperienza compiuta in totale solitudine, senza porsi il problema del pubblico e limitando al massimo la ripetizione dei cliché cortesi. L’individuo che ama e desidera è ora al centro della scena, ad occupare quello spazio che prima era riservato alla rappresentazione della donna. Diventa così il caposcuola della poesia moderna che ha sottratto il discorso amoroso ai condizionamenti storici, alle trasformazioni dei contesti sociali e culturali e ne ha fatto una zona franca. Il classicismo petrarchesco riguarda anche il linguaggio della lirica: la lingua di Petrarca è omogenea pur essendo ricca di riferimenti colti alla tradizione non soltanto volgare (Bibbia, classici latini, padri fondatori della Chiesa); d’altro canto, pur essendo limpida e comprensibile, essa non fa alcuna concessione al linguaggio parlato ed è su questa medietas (medietà) che Petrarca costruisce il modello linguistico a cui per secoli si adegueranno i poeti italiani. Il genio di Petrarca fu immediatamente riconosciuto già dai suoi contemporanei. La sua grande cultura classica e la laurea poetica fecero di lui il letterato più noto ed ammirato dei suoi tempi, non solo in Italia, ma in tutta Europa. La sua prima biografia venne scritta da Boccaccio quando lui era ancora in vita, in essa contano soprattutto lo scrittore di prosa e poesia latina, e tale sarà la tendenza anche nel secolo successivo, quando gli umanisti lo celebreranno come il vero erede della tradizione classica. Solo nel ‘500 questa tendenza sarà invertita e l’interesse dei lettori e degli studiosi si concentrerà sul Petrarca volgare. Pietro Bembo curerà la stampa del Canzoniere presso Aldo Manunzio (1502, il miglior stampatore del tempo) e poi indicherà nella lingua poetica di Petrarca il modello da seguire per tutti i poeti volgare. Da qui in poi, il successo del Canzoniere non avrà paragoni in tutta la letteratura occidentale: per secoli, anche dopo il periodo dell’imitazione con il petrarchismo (tra la fine del ‘400 e la fine del ‘500), la forma che Petrarca imporrà alla tradizione italiana è un lessico estremamente selezionato ed alto; diventerà un fatto normale, nei secoli successivi, raccogliere le proprie rime in canzonieri, ed infatti l’uso narrativo della lirica è uno dei lasciti più duraturi di Petrarca alla tradizione occidentale; quanto al giudizio sulla poesia petrarchesca, il ruolo di iniziatore spetta a Ugo Foscolo (1823), che elaborò la prima caratterizzazione stilistica e psicologica del poeta, perfezionata poi da Francesco De Sanctis (1869).