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Lavoro per l'esame di Pedagogia Generale su Buber e Capitini
Tipologia: Appunti
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<<La nostra esperienza ci dice che più di tutti ci ha educato chi ci ha dato l’impressione pura di un valore e chi ci ha fatto sentire la netta distanza da una realtà più vera>>.
È in questa frase di Aldo Capitini che si dispiegano i punti salienti della sua riflessione teorica sull’educazione, intesa come “profezia”.
Aldo Capitini, nato a Perugia nel 1899 e morto nel 1968, intraprese studi di lettere e filosofia alla Normale di Pisa. Capitini non aderì al fascismo ma intraprese un percorso di nonviolenza che lo portò ad essere una delle più significative voci europee della cultura della pace. Infatti, la sua opera di educazione civile, morale e intellettuale fu denominata “profetica” nel bel mezzo della cultura e della società dell’Italia novecentesca, dalla prima militanza antifascista.
Nella pedagogia capitiniana si sviluppa tutta la tensione religiosa e politica: la politica è definita “tecnica della vita morale”; la religione è “educazione e apertura”, possibilità di ogni vita a una realtà liberata dal veleno della chiusura e della violenza. Si tratta, dunque, di una pedagogia della ribellione con la storia e la realtà. Nell’ Atto di educare annota l’educazione che sollecita << questa diffidenza verso il presente ed apertura al futuro, in nome di
valori che non vede dispiegarsi se non in antitesi con ciò che è attuale>>.
Ed è proprio sull’educazione che Capitini si sofferma, vedendone il potenziale e la speranza per un cambiamento necessario della società.
L’educazione moderna si svolge non soltanto dall’educatore all’educando, ma anche lungo una coscienza dell’educarsi insieme, sostituendo alla precedente figura del maestro chino sull’alunno, quella dell’alunno che cresce valendosi degli elementi a cui egli stesso stende la mano, in una compagnia illimitata di persone nella quale tutti danno e prendono. Il principio dell’educazione è messo in rapporto con una coscienza cosmopolitica e democratica che cerchi di uguagliare il più possibile i punti di partenza di tutti i cittadini del mondo. Mai come questi decenni l’umanità è stata una scuola reciproca, un educarsi insieme. Questa cosmopolitica intercomunicazione, osservando il moto religioso del mondo, comporta la richiesta di una dimensione diversa. La cosa si chiarisce guardando due soluzioni del problema dell’educazione:
Alla prima soluzione educativa, per la quale la civiltà d’oggi ha una preferenza, impostata sul movimento e sulla fiducia nell’attività; la seconda soluzione contrappone un energico dualismo tra realtà autentica e realtà immediata.
Non c’è da chinarsi sul fanciullo, ma tendere ad avere in sé quel che di fanciullo voleva dire semplicità, entusiasmo, senza alcuna rinuncia alla tensione. Le due soluzioni dell’insegnante e del profeta devono convergere nel maestro concreto, che deve, con il sapere, avere una persuasione dei valori, di una realtà di valore. La fortuna più grande che possa toccare ad un fanciullo è di incontrare coloro che abbiano una profonda persuasione dei valori, persone appassionate per l’arte, per la giustizia sociale, per la vita del pensiero, per la bontà, per la lealtà, ed altri valori allo stato più puro.
parola». In seguito si avvicina anche agli studi chassidici ed entra a far parte del movimento sionista. Durante la prima guerra mondiale partecipò alla creazione della Commissione Nazionale Ebraica, che nasce in Germania per aiutare economicamente gli ebrei orientali; nel 1923 egli scrisse il suo capolavoro, “Io-tu”. Dal 1924 al 1933 insegna filosofia della religione ebraica all’Università Goethe a Francoforte sul Meno, ma con l’avvento di Hitler dovette lasciare la cattedra. Martin Buber fonda allora l'organizzazione centrale dell'educazione ebraica per adulti. Com’era prevedibile i nazisti non tardarono a impedire il funzionamento pure di questa nuova struttura. Soltanto nel 1938 Martin Buber lasciò la Germania e si trasferisce a Gerusalemme, dove gli viene offerta una cattedra di antropologia e sociologia all'università ebraica. In Israele Buber prende rapidamente parte al dibattito sui problemi del ritorno degli ebrei in Israele, in specie per la convivenza con la popolazione araba. Al termine della Seconda guerra mondiale Martin Buber intraprende un giro di conferenze in Europa e negli Stati Uniti. Martin Buber muore, il 13 giugno 1965 a Gerusalemme.
Il testo preso in esame è “Discorsi sull’educazione” di Martin Buber; nel libro vengono date delle spiegazioni dei tre discorsi ai quali partecipa Buber, tre discorsi che corrispondono a tre diverse fasi del lavoro pedagogico di Buber. Il primo saggio, Sull’educativo , affronta la questione del fine e del senso dell’educazione e del conseguente ruolo dell’educatore. La crescita della persona, scopo dell’educazione, non è un “dispiegarsi”, uno sviluppo delle potenzialità già insite, ma principalmente il frutto di un intervento esterno. Da qui deriva una grande responsabilità per chi educa, soprattutto sul piano relazionale. L’educatore, l’insegnante corre, infatti, continuamente il rischio che la sua volontà (che è potere di condizionare) degeneri in arbitrio, vale a dire che l’educatore eserciti la sua selezione e la sua azione dal concetto di discepolo e non dalla realtà di quest’ultimo. Nella seconda conferenza dal titolo Bildung e Weltanschaung ( Educazione e visione del mondo ) si affronta il tema dell’educazione degli adulti. I popoli, le comunità, hanno diverse “visioni del mondo”, dice Buber. Se ciascuno educa i suoi cittadini alla propria visione come si potrà convivere? Compito dell’educazione, secondo Buber, non è solo quello di aiutare ciascuno a radicare la propria visione ma costruire una “retta accettazione di aver a che fare gli uni con gli altri”. Il terzo saggio, Sull’educazione del carattere , affronta un altro tema spinoso, quello dell’educazione ai valori, ai comportamenti, in una parola l’educazione morale. Si parte da una constatazione: l’insegnante, se è vero educatore, non si pone come obiettivo semplicemente l’acquisizione di conoscenze o competenze ma l’educazione del carattere dell’allievo.
Gli atteggiamenti che caratterizzano un educatore autentico, secondo Buber, sono soprattutto:
primo incontro la diversità di chi gli è affidato, come espressione della sempre nuova azione creatrice di Dio. L’educatore deve esercitare il suo ruolo come se non lo facesse poiché un comportamento troppo diretto potrebbe rendere l’atto educativo fallimentare; egli si lascia completamente coinvolgere nelle relazioni educative.