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Capitini e Buber, Appunti di Pedagogia

Lavoro per l'esame di Pedagogia Generale su Buber e Capitini

Tipologia: Appunti

2013/2014

Caricato il 11/12/2014

da30012010
da30012010 🇮🇹

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Il “maestro” secondo Capitini e
il “vero educatore” di Buber
Aldo Capitini, “L’atto di educare”
<<La nostra esperienza ci dice che più di tutti ci ha educato chi ci ha
dato l’impressione pura di un valore e chi ci ha fatto sentire la netta
distanza da una realtà più vera>>.
È in questa frase di Aldo Capitini che si dispiegano i punti salienti della sua
riessione teorica sull’educazione, intesa come “profezia”.
Aldo Capitini, nato a Perugia nel 1899 e morto nel 1968, intraprese studi di
lettere e losoa alla Normale di Pisa. Capitini non aderì al fascismo ma
intraprese un percorso di nonviolenza che lo portò ad essere una delle più
signicative voci europee della cultura della pace. Infatti, la sua opera di
educazione civile, morale e intellettuale fu denominata “profetica” nel bel
mezzo della cultura e della società dell’Italia novecentesca, dalla prima
militanza antifascista.
Nella pedagogia capitiniana si sviluppa tutta la tensione religiosa e politica: la
politica è denita “tecnica della vita morale”; la religione è “educazione e
apertura”, possibilità di ogni vita a una realtà liberata dal veleno della chiusura
e della violenza. Si tratta, dunque, di una pedagogia della ribellione con la
storia e la realtà. Nell’Atto di educare annota l’educazione che sollecita <<
questa didenza verso il presente ed apertura al futuro, in nome di
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Il “maestro” secondo Capitini e

il “vero educatore” di Buber

Aldo Capitini, “L’atto di educare”

<<La nostra esperienza ci dice che più di tutti ci ha educato chi ci ha dato l’impressione pura di un valore e chi ci ha fatto sentire la netta distanza da una realtà più vera>>.

È in questa frase di Aldo Capitini che si dispiegano i punti salienti della sua riflessione teorica sull’educazione, intesa come “profezia”.

Aldo Capitini, nato a Perugia nel 1899 e morto nel 1968, intraprese studi di lettere e filosofia alla Normale di Pisa. Capitini non aderì al fascismo ma intraprese un percorso di nonviolenza che lo portò ad essere una delle più significative voci europee della cultura della pace. Infatti, la sua opera di educazione civile, morale e intellettuale fu denominata “profetica” nel bel mezzo della cultura e della società dell’Italia novecentesca, dalla prima militanza antifascista.

Nella pedagogia capitiniana si sviluppa tutta la tensione religiosa e politica: la politica è definita “tecnica della vita morale”; la religione è “educazione e apertura”, possibilità di ogni vita a una realtà liberata dal veleno della chiusura e della violenza. Si tratta, dunque, di una pedagogia della ribellione con la storia e la realtà. Nell’ Atto di educare annota l’educazione che sollecita << questa diffidenza verso il presente ed apertura al futuro, in nome di

valori che non vede dispiegarsi se non in antitesi con ciò che è attuale>>.

Ed è proprio sull’educazione che Capitini si sofferma, vedendone il potenziale e la speranza per un cambiamento necessario della società.

L’educazione moderna si svolge non soltanto dall’educatore all’educando, ma anche lungo una coscienza dell’educarsi insieme, sostituendo alla precedente figura del maestro chino sull’alunno, quella dell’alunno che cresce valendosi degli elementi a cui egli stesso stende la mano, in una compagnia illimitata di persone nella quale tutti danno e prendono. Il principio dell’educazione è messo in rapporto con una coscienza cosmopolitica e democratica che cerchi di uguagliare il più possibile i punti di partenza di tutti i cittadini del mondo. Mai come questi decenni l’umanità è stata una scuola reciproca, un educarsi insieme. Questa cosmopolitica intercomunicazione, osservando il moto religioso del mondo, comporta la richiesta di una dimensione diversa. La cosa si chiarisce guardando due soluzioni del problema dell’educazione:

  • una è quella espressa dal Dewey, che presenta la scuola e il maestro come costituiti per colmare il dislivello tra le generazioni adulte e quelle adolescenti, mentre la comunicazione attraverso la scuola e il maestro aggiunge al rinnovarsi della società con i nuovi elementi, il suo incremento. Comunicazione che costituisce l’elemento essenziale della “comunità”.
  • l’altra soluzione è quella che si può chiamare del “profeta”, il quale, annunciando una verità, si pone in aperta polemica con la realtà circostante, e sollecita diffidenza verso il presente e apertura al futuro, in nome di valori che non si dispiegano se non in antitesi con ciò che è attuale. Questo annuncio distingue il profeta dall’insegnante che comunica il sapere raggiunto, invitandone alla concreta esperienza. Dice Jahveh a Geremia:<<se separerai in te ciò che è prezioso da ciò che è vile, tu sarai come la mia bocca>>. Il che significa che il profeta, prima di parlare, deve fare un’opera interiore di purificazione, separando il valore dal disvalore.

Alla prima soluzione educativa, per la quale la civiltà d’oggi ha una preferenza, impostata sul movimento e sulla fiducia nell’attività; la seconda soluzione contrappone un energico dualismo tra realtà autentica e realtà immediata.

Non c’è da chinarsi sul fanciullo, ma tendere ad avere in sé quel che di fanciullo voleva dire semplicità, entusiasmo, senza alcuna rinuncia alla tensione. Le due soluzioni dell’insegnante e del profeta devono convergere nel maestro concreto, che deve, con il sapere, avere una persuasione dei valori, di una realtà di valore. La fortuna più grande che possa toccare ad un fanciullo è di incontrare coloro che abbiano una profonda persuasione dei valori, persone appassionate per l’arte, per la giustizia sociale, per la vita del pensiero, per la bontà, per la lealtà, ed altri valori allo stato più puro.

parola». In seguito si avvicina anche agli studi chassidici ed entra a far parte del movimento sionista. Durante la prima guerra mondiale partecipò alla creazione della Commissione Nazionale Ebraica, che nasce in Germania per aiutare economicamente gli ebrei orientali; nel 1923 egli scrisse il suo capolavoro, “Io-tu”. Dal 1924 al 1933 insegna filosofia della religione ebraica all’Università Goethe a Francoforte sul Meno, ma con l’avvento di Hitler dovette lasciare la cattedra. Martin Buber fonda allora l'organizzazione centrale dell'educazione ebraica per adulti. Com’era prevedibile i nazisti non tardarono a impedire il funzionamento pure di questa nuova struttura. Soltanto nel 1938 Martin Buber lasciò la Germania e si trasferisce a Gerusalemme, dove gli viene offerta una cattedra di antropologia e sociologia all'università ebraica. In Israele Buber prende rapidamente parte al dibattito sui problemi del ritorno degli ebrei in Israele, in specie per la convivenza con la popolazione araba. Al termine della Seconda guerra mondiale Martin Buber intraprende un giro di conferenze in Europa e negli Stati Uniti. Martin Buber muore, il 13 giugno 1965 a Gerusalemme.

Il testo preso in esame è “Discorsi sull’educazione” di Martin Buber; nel libro vengono date delle spiegazioni dei tre discorsi ai quali partecipa Buber, tre discorsi che corrispondono a tre diverse fasi del lavoro pedagogico di Buber. Il primo saggio, Sull’educativo , affronta la questione del fine e del senso dell’educazione e del conseguente ruolo dell’educatore. La crescita della persona, scopo dell’educazione, non è un “dispiegarsi”, uno sviluppo delle potenzialità già insite, ma principalmente il frutto di un intervento esterno. Da qui deriva una grande responsabilità per chi educa, soprattutto sul piano relazionale. L’educatore, l’insegnante corre, infatti, continuamente il rischio che la sua volontà (che è potere di condizionare) degeneri in arbitrio, vale a dire che l’educatore eserciti la sua selezione e la sua azione dal concetto di discepolo e non dalla realtà di quest’ultimo. Nella seconda conferenza dal titolo Bildung e Weltanschaung ( Educazione e visione del mondo ) si affronta il tema dell’educazione degli adulti. I popoli, le comunità, hanno diverse “visioni del mondo”, dice Buber. Se ciascuno educa i suoi cittadini alla propria visione come si potrà convivere? Compito dell’educazione, secondo Buber, non è solo quello di aiutare ciascuno a radicare la propria visione ma costruire una “retta accettazione di aver a che fare gli uni con gli altri”. Il terzo saggio, Sull’educazione del carattere , affronta un altro tema spinoso, quello dell’educazione ai valori, ai comportamenti, in una parola l’educazione morale. Si parte da una constatazione: l’insegnante, se è vero educatore, non si pone come obiettivo semplicemente l’acquisizione di conoscenze o competenze ma l’educazione del carattere dell’allievo.

Gli atteggiamenti che caratterizzano un educatore autentico, secondo Buber, sono soprattutto:

  • Accettazione dell’altro : è quella dimensione che consente di aprire realmente la comunicazione con i propri discepoli, superando gli atteggiamenti difensivi. Il vero educatore, scrive Buber, “entra per la prima volta in un’aula, vede gli scolari seduti nei banchi, mescolati alla rinfusa, esseri bene e mal costituiti, volti animaleschi, vuoti e nobili, riuniti senza ordine, come la presenza della creazione”. La grandezza dell’educatore sta nel rispettare fin dal

primo incontro la diversità di chi gli è affidato, come espressione della sempre nuova azione creatrice di Dio. L’educatore deve esercitare il suo ruolo come se non lo facesse poiché un comportamento troppo diretto potrebbe rendere l’atto educativo fallimentare; egli si lascia completamente coinvolgere nelle relazioni educative.

  • Fantasia reale : il vero educatore deve tuttavia oltrepassare l’orizzonte dell’accettazione per sollecitare il cammino verso il domani. “Dobbiamo sviluppare in noi stessi e nelle generazioni che seguiranno un dono che vive nell’interiorità dell’uomo come Cenerentola, predestinata a divenire principessa”. Qualcuno lo chiama intuizione, ma non è un concetto del tutto chiaro. Io preferirei il nome di “fantasia reale”. La “fantasia reale”, o il sogno, permette di aiutare l’altro non per quello che è già, ma per quel di più che non è ancora.
  • Libertà : il lavoro educativo deve partire dalla libertà, in altre parole dal “lampo delle possibilità totali” e dal dialogo tra le stesse; una libertà fatta dunque di legami, non scevra da essi, dove l’allievo possa sperimentare i legami stessi e il suo modo di “essere legame” con l’educatore. L’educatore come la madre, è chiamato a far sperimentare al bambino il legame. Secondo Buber “Il rapporto educativo è puramente dialogico”, e prende origine dal rapporto tra neonato e madre. “Il bambino con gli occhi semichiusi cerca la madre aspettando con ansia di sentire la sua voce” non aspira alla soddisfazione di un bisogno ma alla relazione. Il rapporto con il neonato è il primo rapporto educativo.
  • Lotta : il successivo passo che l’educatore deve compiere è la lotta, un’immagine che Buber utilizza proprio per evocare l’impegno, la fatica, l’assiduità, il costo, le sconfitte e le vittorie che la dinamica educativa implica per chi ne è responsabile. Lotta in educazione è quindi l’appassionato e sempre nuovo dialogo educatore-educando attraverso il quale il primo aiuta la presente realtà dell’educando ad andare verso e ad assumere via via la configurazione che la fantasia reale permette di intravedere. Dunque anche il conflitto educa, e questo è la prova più dura per l’allievo. L’educatore è tentato di fermare chi lo disturba, ma non deve perché in questo modo egli partirebbe dal basso; l’educatore deve partire dall’alto cioè coinvolgere l’allievo nei grandi temi dell’umanità e non deve praticare il rimprovero, definito come un’azione che parte dal basso; egli deve partire dall’alto per arrivare in alto poiché se parte dal basso tutto il suo lavoro tenderà al basso. E partendo dall’alto l’educatore deve conquistare la fiducia dell’educando. Con Buber viene rovesciata l’immagine dell’imbuto, con il quale il bambino riceveva solo nozioni, ed è sostituita dall’immagine della pompa che aiuta il bambino a utilizzare le proprie energie, le proprie potenzialità e i propri desideri.