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capitolo 9 "comunicazione e linguaggio", Sintesi del corso di Psicologia Generale

riassunto dettagliato del capitolo 9 di psicologia generale "comunicazione e linguaggio"

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 27/03/2020

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Capitolo nove
9. COMUNICAZIONE E LINGUAGGIO
Che cos’è la comunicazione?
Lo studio della comunicazione si è caratterizzato per la sua natura fortemente multidisciplinare,
giovandosi dei contributi della matematica, delle scienze dell’informazione, della semiotica, della
linguistica, delle neuroscienze e della psicologia. !
9.1 costruire segni
Quando si comunica occorre un processo di significazione, cioè di costruzione di un segno,
qualcosa che rappresenta la realtà.!
Quando comunichiamo, costruiamo messaggi costruiti da segni. Il segno rappresenta una moneta
simbolica di scambio: è il ponte tra la realtà, la rappresentazione di essa e la possibilità di
comunicarla ad altri. La capiti di comprendere e produrre segni apre la porta della realtà
simbolica. Essa non è direttamente vincolata alla realtà presente, per cui è possibile fare
riferimento al passato e al futuro, a rapporti astratti, a eventi ipotetici, a entità immaginarie e
costrutti esplicativi. Il segno ore la possibilità di agire sulle “cose” senza che vi sia con esse
alcun costrutto fisico, manipolandole in modi che sarebbero impossibili con i referenti essi
rappresentano, sino ad arrivare a versioni della realtà nuova e persino creative. !
L’uso dei segni ci permette di agire con altre persone. !
La natura composta del segno trova una sua rappresentazione nel triangolo semiotico, nel quele
processo di significazione viene decritto come la reazione fra tre lati !
1. espressione —> ossia il significante (suono, gesto ecc.) che utilizziamo per significare !
2. referente —> oggetto o evento o azione rappresentata!
3. contenuto —> l’idea mentale del referente!
Il segno non designa mai un oggetto ma una sua rappresentazione, una mediazione menare, o
come aerma U.ECO “ un contenuto culturale” !
Si distinguono due definizioni di segno: !
Segno come equivalenza: l’unione di un’immagine acustica o significante e di un’immagine
mentale (Significato o contenuto). Sono astrazioni mentali, qualificate solo in virtù del loro
carattere oppositivo e distintivo. La forma viene separata dalla sostanza e sono il risultato di
scelte arbitrarie. Ciò implica l’idea di codice che è un sistema regolato di significati
arbitrariamente stabiliti e posti per convenzione.!
Segno come inferenza: accento posto sulla natura interpretativa del segno, definito come
“qualcosa che per qualcuno sta al posto di qualcos’altro, sotto qualche rispetto o capacità”. !
La relazione del segno con il significato viene quindi posta da qualcuno dentro un contesto
comunicativo: l’interpretante può essere un soggetto umano, ma non necessariamente: può
essere anche un altro segno che traduce e spiega il segno precedente, divenendo egli stesso, in
una semiosi illuminata. —> questa definizione risulta attuale, se pensiamo ai sistemi di
significazione complessi e ai successivi livelli di interpretazione che caratterizzano la
comunicazione nelle interazioni umane, così come nelle forme di comunicazione dei media e dei
new media. !
La comprensione adeguata del rimandare del segno nell’intenzione di qualcuno conduce alla
sostituzione del concetto di segno con la nozione di funzione segnica. Per funzione segnica si
intende la relazione semiotica tra entità intese a significare qualcosa che può mutare al variare del
contesto comunicativo. Si ha una funzione segnica quando un elemento del piano
dell’espressione è correlato a un contenuto, ed entrambi gli elementi correlati divengono funtivi
della correlazione. Ma il medesimo funtivo (espressione o contenuto) può entrare in correlazione
anche con altri elementi, dando così origine a un’altra funzione segnica. !
Non è il segno un ente fissa: esso si presenta, piuttosto come il risultato provvisorio di regole che
comica che stabiliscono correlazioni transitorie in cui ciascun elemento è, per dire così,
autorizzato ad associarsi con un altro, e dunque a formare un segno, in determinate circostanze
private dal codice. In questa prospettiva possiamo dire che non è il codice che organizza i segni
ma esso prevede le regole per originare segni nel corso di una interazione comunicativa. !
9.2 Trasmettere informazioni$
negli anni 40 del ‘900 la Comunicazione era considerata come processo di trasmissione di
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9. COMUNICAZIONE E LINGUAGGIO

Che cos’è la comunicazione? Lo studio della comunicazione si è caratterizzato per la sua natura fortemente multidisciplinare, giovandosi dei contributi della matematica, delle scienze dell’informazione, della semiotica, della linguistica, delle neuroscienze e della psicologia. 9.1 costruire segni Quando si comunica occorre un processo di significazione, cioè di costruzione di un segno, qualcosa che rappresenta la realtà. Quando comunichiamo, costruiamo messaggi costruiti da segni. Il segno rappresenta una moneta simbolica di scambio: è il ponte tra la realtà, la rappresentazione di essa e la possibilità di comunicarla ad altri. La capiti di comprendere e produrre segni apre la porta della realtà simbolica. Essa non è direttamente vincolata alla realtà presente, per cui è possibile fare riferimento al passato e al futuro, a rapporti astratti, a eventi ipotetici, a entità immaginarie e costrutti esplicativi. Il segno offre la possibilità di agire sulle “cose” senza che vi sia con esse alcun costrutto fisico, manipolandole in modi che sarebbero impossibili con i referenti essi rappresentano, sino ad arrivare a versioni della realtà nuova e persino creative. L’uso dei segni ci permette di agire con altre persone. La natura composta del segno trova una sua rappresentazione nel triangolo semiotico, nel quele processo di significazione viene decritto come la reazione fra tre lati

  1. espressione —> ossia il significante (suono, gesto ecc.) che utilizziamo per significare
  2. referente —> oggetto o evento o azione rappresentata
  3. contenuto —> l’idea mentale del referente Il segno non designa mai un oggetto ma una sua rappresentazione, una mediazione menare, o come afferma U.ECO “ un contenuto culturale” Si distinguono due definizioni di segno:
  • Segno come equivalenza: l’unione di un’immagine acustica o significante e di un’immagine mentale (Significato o contenuto). Sono astrazioni mentali, qualificate solo in virtù del loro carattere oppositivo e distintivo. La forma viene separata dalla sostanza e sono il risultato di scelte arbitrarie. Ciò implica l’idea di codice che è un sistema regolato di significati arbitrariamente stabiliti e posti per convenzione.
  • Segno come inferenza: accento posto sulla natura interpretativa del segno, definito come “qualcosa che per qualcuno sta al posto di qualcos’altro, sotto qualche rispetto o capacità”. La relazione del segno con il significato viene quindi posta da qualcuno dentro un contesto comunicativo: l’interpretante può essere un soggetto umano, ma non necessariamente: può essere anche un altro segno che traduce e spiega il segno precedente, divenendo egli stesso, in una semiosi illuminata. —> questa definizione risulta attuale, se pensiamo ai sistemi di significazione complessi e ai successivi livelli di interpretazione che caratterizzano la comunicazione nelle interazioni umane, così come nelle forme di comunicazione dei media e dei new media. La comprensione adeguata del rimandare del segno nell’intenzione di qualcuno conduce alla sostituzione del concetto di segno con la nozione di funzione segnica. Per funzione segnica si intende la relazione semiotica tra entità intese a significare qualcosa che può mutare al variare del contesto comunicativo. Si ha una funzione segnica quando un elemento del piano dell’espressione è correlato a un contenuto, ed entrambi gli elementi correlati divengono funtivi della correlazione. Ma il medesimo funtivo (espressione o contenuto) può entrare in correlazione anche con altri elementi, dando così origine a un’altra funzione segnica. Non è il segno un ente fissa: esso si presenta, piuttosto come il risultato provvisorio di regole che comica che stabiliscono correlazioni transitorie in cui ciascun elemento è, per dire così, autorizzato ad associarsi con un altro, e dunque a formare un segno, in determinate circostanze private dal codice. In questa prospettiva possiamo dire che non è il codice che organizza i segni ma esso prevede le regole per originare segni nel corso di una interazione comunicativa. 9.2 Trasmettere informazioni negli anni 40 del ‘900 la Comunicazione era considerata come processo di trasmissione di

informazione. L’informazione, da u. Punto di vista matematico, è l’unità minima (bit) che compone il segnale. La comunicazione consiste nel passaggio di un segnale o messaggio da una fonte emittente (ovvero unità che codifica il messaggio) :

- attraverso un trasmettitore —> per esempio apparato vocale

- lungo un canale —> mezzo che trasferisce il messaggio, per esempio il filo del telefono

- più o meno disturbato dal rumore—> l’insieme degli elementi ambientali che interferiscono con

la trasmissione del segnale

- a un destinatario —> enità che decodifica il messaggio

- grazie a un recettore —> esempio apparato uditivo

A questo modello vengono poi aggiunte alcune componenti:

- La ridondanza —>ripetizione del messaggio durante la fase di codifica al fine di favorirne la

codifica stessa)

- Il filtro —>processo di selezione di alcuni aspetti del segnale durante la fase di decodifica)

- Il feedback —> o retroazione: la quantità di info che dal ricevente torna all’emittente,

influenzando i messaggi successivamente emessi L’approccio matematico implica una teoria forte del codice, poiché ritiene che la condizione necessaria e sufficiente per comunicare sia avere a disposizione un condire di trasmissione, un emittente in grado di codificare e un ricevente proposto 9.3 Comunicare è fare “Comunicazione è fare” è stato posto in evidenza all’interno dell’approccio pragmatico della comunicazione. Esso considera la comunicazione come azione, il dire come fare. Nella sua opera importante AUSTIN delinea la teoria degli atti linguistici, egli afferma che dire qualcosa è sempre fare qualcosa, e distingue l’atto linguistico in 3 livelli, corrispondenti a tre tipi di azione che compiamo simultaneamente quando parliamo:

  1. Atto locutorio: atto di dire qualcosa, che comprende gli atti fonetici (suoni), gli atti fatici (l’espressione di certe parole), gli atti retici (impiego di questi aspetti con un senso e un riferimento)
  2. Atto illocutorio: l’atto nel dire qualcosa. Es. esprimere un giudizio, dare un ordine, prendere un impegno
  3. Atto perlocutorio: atto che si compie con il dire qualcosa, in quanto il dire produce sempre effetti e conseguenze Per esempio nella frase “vi dichiaro marito e moglie” si possono distinguere i tre livelli: l’atto locutorio, costituito dalle parole pronunciate dal sacerdote, l’atto illocutorio, cioè la sua intenzione di unire in matrimonio due persone, e lauto perlocutorio, cioè il fatto che dopo la dichiarazione del sacerdote la realtà delle due persone, divenute marito e moglie, è realmente mutata. Ogni atto di comunicazione avviene in un contesto e il testo e il contesto si definiscono reciprocamente nel corso dell’evento comunicativo. Il significato di un messaggio è un’azione interpretativa, compiuta dal parlante e dall’ascoltatore, in modo interdipendente in un contesto preciso. Si giunge così al concetto di testo- messaggio come possibile percorso interpretativo. Già Wittgenstein aveva messo in evidenza che il senso di una parola non si può cogliere isolatamente ma solo entro un contesto e che il linguaggio non rappresenta un mondo di cose ma la nostra attività sulle cose.
  4. 4 Comunicare è perseguire intenzioni Esempio: Franca : “parto per Parigi” Sergio: “quando?” Franca “domani” Il contenuto del dialogo tra Franca e Sergio ci appare chiaro e pertinente, tuttavia, non avendo informazioni riguardo al contesto e alle intenzioni dei due protagonisti non siamo in grado di interpretarlo. Possiamo dare un senso più preciso alla frase se assegniamo tre scenari differenti:

- I scenario : “me ne voglio andare non ti sopporto più

- II scenario: è solo un pretesto, un modo per mettersi alla prova

Sperber e Wilson introducono il concetto ostensione, con questo termine intendono la condotta che rende manifesta l’ntnesione di rendere manifesto qualcos’altro. Dunque mediante l’ostensione di uno stimolo il comunicare sollecita nei sui destinatari l’aspettativa che quello stimolo sia sufficientemente pertiene da essere trattato. Analizziamo la conversazione: G: “Che ore sono?” A: “ è appena passato il lattaio” “è appena passato il lattaio” significa ridere manifesta, ovvero OSTENDERE intenzione di far sapere all’altro che lui sa che l’altro sa che il lattaio passa sempre alla stessa ora (supponiamo alle nove) e quindi alle nove. Secondo i teorici della pertinenza, nel corso della comprensione verbale il destinatario userà una procedura guidata dal principio comunicativo del seguenti tipo: a. Nel processare gli effetti cognitivi, segui il percorso che minimizza lo sforzo, controlla le ipotesi interpretative in ordine di accessibilità. b. Fermati quando le tue aspettative di pertinenza sono soddisfatte. Nel modello di Sperber e Wilson viene sottolineata la distinzione tra

- intenzione informativa (intenzione di informare il destinatario di qualcosa)

- intenzione comunicativa (intenzione di informare il destinatario della propria intenzione

informativa). In conclusione Sperber e Wilson parlano di comunicazione OSTENTIVO - INFERENZIALE, poiché la comunicazione inferenziale e l’ostensione sono lo stesso processo, ma considerato da due differenti punti di vista: quello del combinatore, che produce l’ostensione, e quello del destinatario, che compie inferenze. We-intention SEARLE (1990) sostiene l’intenzione collettiva (we-intention) come un un fenomeno elementare, una predisposizione propria dell’uomo a cooperare con gli altri essi umani, una nota distintiva e peculiare che fa dell’uomo “un essere sociale e comunicante”. Cooperare non significa avere lo stesso obiettivo individuale degli altri comunicanti, del tipo: 1- Io ho l’intenzione di comunicare + tu hai di comunicare: quindi noi comunichiamo 2 - Noi intendiamo fare l’atto X (comunicare) Io intendo fare y (parlo) come parte del nostro fare atto X (Comunicare) Tu intendi fase Z (ascolti) come parte del nitro fare atto X (comunicare) nell’intenzione collettiva la componente individuale svolge il ruolo di mezzo aspetto al fine: era presuppone la capacità mentale d riconoscere gli altri esseri umani come simili e come complementari, in tanto potenziali o reali co- agenti nell’attività di cooperazione. L’intenzione comunicativa presuppone non solo la partecipazione intenzionale dei due comunicanti allo stesso atto (A parla B ascolta), ma l’intenzione comune di comunicare viene conseguire mediante la loro azione differenziata, coordinata e complementare (A e B comunicano per mezzo di A parla B ascolta) La sintonizzazione L’ultima caratteristica dell’intenzione comunicativa: la sintonizzazione. Essa è stata definita come un insieme di comportamenti interpersonali finalizzati al raggiungimento di un’intenzione congiunta, attraverso i quali gli interlocutori si predispongono e coordinano lo scambio comunicativo. Il processo di sindonizzazione prevede l’insieme di mosse necessarie a porsi sulla stessa, lunghezza d’onda (mutual tuning in) e definire le condizioni per una intenzione condivisa. Si sottolinea la dimensione temporale di sincronizzazione dei comportamenti che si sviluppa dai primi mesi di vita. Le persone sincronizzate tendono a modulare alcune caratteristiche del proprio stile comunicativo in funzione di quello del proprio interlocutore; le modificazioni (Shift) così prodotte possono essere effettuate in direzione convergente o divergente per segnalare la necessità di una modificazione

del comportamento comunicativo. La sintonizzazione reciproca viene a configurarsi come un’aspettativa condivisa e perseguita da parte di entrambi gli interlocutori, una sorta di massima per la riuscita dell’interazione comunicativa. 9.5 Il medium, i media: oltre i confini del corpo Quali mezzi usiamo per costruire i ponti che ci consentono di uscire dai confini della nostra mente e della nostra pelle per comunicare con gli altri? Il primo ponte è il segno. Ma come vengono trasmessi? I media sono gli strumenti tra cui possiamo scegliere per comunicare e allargano i confini di esplorazione della nostra mente e i confini di estensione e di efficacia della comunicazione. Definiamo Medium qualunque dispositivo di mediazione, cioè qualunque elemento e/o strumento che ci permette di entrare in interazione e di comunicare con l'ambiente esterno. Ogni medium può essere analizzato facendo riferimento a 3 dimensioni:

  1. dimensione fisica (insieme delle caratteristiche del medium, per esempio le corde vocali, la tastiera, e lo schermo cellulare)
  2. la dimensione simbolica (insieme dei significati convenzionali espressi attraverso il medium)
  3. la dimensione pragmatica (insieme dei comportamenti con cui i soggetti utilizzano il medium). Il primo medium utilizzato per cominciare è il corpo, sistema multimodale altamente complesso: è infatti possibile cominciare attraverso i movimenti del corpo, utilizzando le mani per produrre gesti, il volto per produrre la mimica, emettendo suoni grazie all’apparato fonoarticolato. In termine filogenetici il secondo medium è il disegno ; il passaggio dal corpo al foglio determina due grandi cambiamenti;

- la permanenza fisica del messaggio prodotto durante la comunicazione —> a differenza di un

gesto o di una parola pronunciata, il disegno permane oltre il momento in cui viene prodotto

- il fatto che proprio la permanenza consente una fruizione del messaggio anche differita nel

tempo e nello spazio —> un dipinto a differenza di un dialogo face to face, può essere fruito da soggetti diversi in contesti e tempi diversi. L’evoluzione delle nuove tecnologie: differenti livelli di presenza:

  • Presenza fisica: esistenza di un soggetto in una specifica regione spazio-temporale
  • Presenza soggettiva: percezione di essere collocato nello stesso scenario spazio-temporale in cui si verifica un dato evento. Il senso di presenza è collegato ala possibilità di azione del soggetto ed è la probabilità di interagire a definire il grado coinvolgimento all’interno di modi simulati. 9.6 Interazione e relazione La comunicazione è interazione. È possibile distinguere 3 aree di indagine:
  1. analisi del comportamento non verbale
  2. influenza della comunicazione sulla strutturazione del sé
  3. una più legata alla dimensione evolutiva. Descrizione del contributo di ciascuno dei tre filoni di ricerca: 1- L’approccio interazionista vede la comunicazione non come trasmissione di informazioni ma come occasione che gli individui stabiliscono di collaborazione mediante una gestione comportamentale coordinata della co- presenza. L’unità di analisi è il sistema comunicativo all’interno del quale i singoli comportamenti si strutturano e si organizzano. Studi sui comportamenti non verbali (anni 60). La comunicazione richiede che i partecipanti possiedano non solo la competenza linguistica ma anche una competenza conversazionale. 2- Scuola di Palo Alto: il processo comunicativo non è un’attività occorrente tra due entità ma un fenomeno che comprende i soggetti stessi, contribuendo alla definizione e strutturazione del loro sé. Il quadro teorico di riferimento è la Teoria generale dei sistemi: la relazione tra soggetti o il sistema definito tra questi soggetti è data non dalla somma dei suoi elementi ma dalle interazioni del sistema.. è la relazione a definire gli interagenti e non le caratteristiche dei soggetti a definire la
  1. La formulazione Traduce la struttura semantica in una struttura linguistica e contiene informazioni relative ai lemmi attraverso la codifica grammaticale, la funzione grammaticale e la sintassi. La forma lessicale dei lemmi viene sottoposta alla codifica fonologica per cui devono codificare informazioni sia morfologiche sia fonologiche
  2. L’articolazione Rappresenta l’esecuzione ella proposizione per mezzo della muscolatura dell’apparato respiratorio e degli altri organi per la fonazione. Il prodotto dell’articolazione è la parola pronunciata Basi neurologiche del linguaggio Il linguaggio verbale, scritto e parlato è possibile da abilità cognitive e motorie e da componenti neurobiologiche specifiche Gran parte della conoscenza sul modo in cui il cervello elabora informazioni dipende da sudi condotti su pazienti con lesioni che hanno compromesso le funzioni linguistiche
  • (^) Paul Broca nel 1861 analizza una paziente che aveva una lesione nella parte infero- posteriore del lobo frontale sinistro: essa conservava la capacità di comprensione verbale e di motilità della lingua ma pronunciava solo la stringa “Tan”
  • (^) Wernicke, neurologo, analizza un paziente con lesione alla parte posteriore della corteccia temporale sinistra, il soggetto aveva capacità di parlare fluentemente ma non ci comprendere il linguaggio verbale Le lesioni provocano dunque specifici disturbi al linguaggio, dette afasie. Tali scoperte hanno portato a supporre che:
  • (^) La specializzazione linguistica appartiene all’emisfero sinistro mentre l’emisfero destro contribuisce all’elaborazione degli aspetti paralinguistici e prosodici e al processa menti di caratteristiche semantiche Lo sviluppo del linciaggio: farsi strada con le parole I balbettii e i mormorii dei neonati hanno un’importanza fondamentale perché determinano il primo passo che porta allo sviluppo del linguaggio.
  • (^) Le produzioni prelinguistiche di un bambino tendono a riflettere maggiormente la lingua parlata nel suo ambiente specifico
  • (^) Vi è un periodo critico per il linguaggio dove i bambini sono particolarmente propensi a stimoli linguistici e acquisiscono facilmente la lingua I neonati producono suoni involontari e si riconoscono quattro stadi di sviluppo:
  1. Stadio fonatorio (dalla nascita fino ai due mesi) Produzione di suoni vocali, pianto riflesso e suoni vegetativi
  • (^) Molti di questi suoni potrebbero costituire la base di un sistema abitudinario di significazione sonora
  1. Stadio primitivo fonatorio (secondo al quarto mese) Produzione sequenziale di suoni che sono quasi vocali e proto consonanti, in questo periodo emergono nasali sillabiche
  2. Stadio di espansione (dal quarto all’ottavo mese) È presente una serie più lunga di sillabe, suoni vocalici e consonantici prolungati
  • (^) Vi è la comparsa del babbling ovvero della lallazione produzione di sequenza di sillabe che si ripetono identiche o possono variare nell’organizzazione del ritmo e temporale
  • (^) Il babbling coincide con l’apparizione dei movimenti ripetitivi e ritmici in altri sistemi motori
  • (^) In questo periodo si accentua la coordinazione tra articolazione fonazione
  1. Stadio canonico (cinque ai dodici mesi) Culmine del processo della buona formazione sillabica
  • (^) Vi è una continuità temporale tra babbling e le prime parole Nel periodo prelinguistico l’uso di sillabe canoniche permette al bambino di fare attività di pratica motoria orale e di matching vocale e uditivo
  • (^) All’età di un anno i bambini imparano forme linguistiche complesse, aumentano il numero di parole diverse che sono in grado di utilizzare.
  • (^) Dai diciotto/venti mesi i bambini raggiungono una dimensione lessicale che va dalle quindici alle cento parole, è il periodo di massima espansione del vocabolario espressivo, quando quest’ultimo raggiunge le settanta parole possono formarsi cinque parole comprese per ogni parola prodotta
  • (^) Entro i due anni hanno un vocabolario di 50 parole. Sono in grado di formare vari frasi utilizzando però ancora il linguaggio telegrafico (frasi che suonano come un telegramma, le parole non sono strettamente necessarie a determinare il senso della frase e vengono omesse, ad esempio “sto disegnando un cane” per i bambini diviene “disegno cane”
  • (^) A tre anni i bambini imparano a formare i plurali e a esprimere il passato, ma utilizzano ancora una sovrageneralizzazione ovvero applicano le regole apprese con rigidità
  • (^) A cinque anni acquisiscono le regole fondamentali del linguaggio L’acquisizione del linguaggio APPRENDIMENTO O DISPOSITIVO INNATO? La ragione del perché vi sia una così rapido sviluppo del linguaggio non è così ovvio Vi sono due spiegazioni: TEORIA DELL’APPRENDIMENTO Ritiene che l’acquisizione del linguaggio segue dei principi di rafforzamento e condizionamento
  • (^) Es. se un bambino dice “mamma” e riceve abbracci e approvazione allora sarà propenso a rafforzare il comportamento e dire “mamma” più volte
  • (^) I bambini dunque prima imparano a parlare attraverso l’approvazione che ricevono e poi modellano il loro linguaggio che diviene sempre più simile a quello dell’adulto
  • (^) I bambini esposti a conversazioni di alto livello linguistico hanno risultati intellettuali alti e un consistente vocabolario espressivo Questa teoria però non spiega completamente l’acquisizione linguistica, non spiega come i bambini acquisiscano le regole linguistiche (sia che il bambino sbagli a parlare sia il contrario riceve approvazione) TEORIA DEL DISPOSITIVO INNATO NOAM CHOMSKY ritiene che gli esseri umani nascono con una capacità linguistica innata che emerge con lo sviluppo
  • (^) Tutte le teorie del mondo, per questa teoria, condividono una struttura comune chiamata grammatica universale Per Chomsky esiste una creatività per la quale vengono continuamente generate nuove frasi.
  • (^) La competenza linguistica è data da un piccolo insieme di regole ben definite e di principi che permettono al parlante di generare un numero infinito di frasi Il cervello possiede dunque un dispositivo di acquisizione linguistica (LAD)
  • (^) Ci permette di garantire delle strategie e delle tecniche per l’apprendimento delle caratteristiche uniche della nostra lingua madre
  • (^) Chomsky non localizza il LED ma alcuni studi ritengono che l’abilità di usare il linguaggio è legata a uno sviluppo neurologico specifico Chomsky sostiene che il linguaggio sia un fenomeno unicamente umano.
  • (^) Egli distingue la Competence (conoscenza implicata dalla lingua) dalla performance (abilità nella effettiva produzione di frasi)
  • (^) Distingue la struttura profonda di una frase dalla struttura superficiale Solamente un esame delle strutture profonde del linguaggio può dare il vero significato di già che appare esternamente e che le strutture superficiali non sono sufficienti a togliere l’ambiguità ad alcuni frasi La distinzione tra struttura profonda e superficiale: a. È ben possibile per una frase essere grammaticale eppure priva di senso b. È possibile costruire non frasi, significative ma non grammaticali, il cui significato è sufficientemente chiaro, ma che nessun madrelingua accetterebbe come ben formate La teoria di Chomsky ha suscitato alcune critiche. I teorici dell’apprendimento sostengono che l’apparente capacità di alcuni animali, apprendere elementi base del linguaggio umano, contraddice la teoria di un’innata abilità linguistica. Influenza del linguaggio sul pensiero L’ipotesi della relatività linguistica nasce nel momento in cui si è notato come per molte culture vi siano espressioni maggiori per descrivere un determinato oggetto rispetto ad altri Tale teoria ritiene dunque che la lingua sia in grado di modellare e influire sul modo in cui le persone di una data cultura percepiscono e comprendono il mondo Nasce l’ipotesi secondo cui il linguaggio sia causa di determinati modi di pensare Si è sviluppata inoltre una versione nuova della teoria della relatività linguistica

La comunicazione non verbale viene appresa durante l’infanzia di conseguenza presenta delle variazioni da una cultura all’altra.

  • (^) BIRDWHISTELL e KLINEBERG sostengono questa teoria sottolineando i processi di differenziazione questa visione però rischia di sfociare in un relativismo culturale Terza prospettiva: INTERDIPENDENZA TRA NATURA E CULTURA Afferma che le strutture e i processi neurofisiologici sono organizzati in configurazioni differenti secondo la cultura di appartenenza
  • (^) La comunicazione non verbale oltre a essere vincolata da meccanismi automatici di base è soggetta anche al controllo della coscienza quindi a forme più o meno consistenti di regolazione volontaria delle sue espressioni, questa plasticità della comunicazione non verbale consente di apprendere come avviene per il linguaggio. Il sistema vocale Quando si pronuncia una parola entra in gioco anche la dimensione non verbale (con gli aspetti prosodici dell’intonazione e quelli paralinguistici come il ritmo, tono e intensità)
  • (^) Tutti gli aspetti verbali e vocali non verbali costituiscono l’ATTO FONOPOIETICO consente la trasmissione dei segnali a distanza e un feedback da parte dell’interlocutore La dimensione vocale non verbale è costituita da:
  • (^) Riflessi vocali : (tosse, sbadiglio), vocalizzazioni (ah, eh, ehm) e caratterizzazioni vocali (piangere, ridere)
  • (^) Segnali extralinguistici : caratteristiche vocali a lungo termine che possono essere organiche (fuori dal controllo del locutore) e fonetiche (dipendono dalla modalità di utilizzo dell’apparato fonatorio)
  • (^) Caratteristiche paralinguistiche : effetti vocali a medio termine, proprietà acustiche transitorie ecc Tali caratteristiche vengono descritte attraverso tre parametri acustici: il tempo, la frequenza e l’intensità La dimensione vocale non verbale ha differenti funzioni: produzione linguistica, tratta una serie di inferenze rispetto a fattori biologici, sociali e di personalità come le emozioni del locutore.
  • (^) La voce ha una forte efficacia nel comunicare stati emotivi, ogni emozione ha uno specifico profilo vocale Il sistema cinesico Sono i movimenti del corpo, del volto e degli occhi. I nostri movimenti possono avere anche la funzione di produzione e trasmissione di significati ovvero di segnalazione I movimenti del volto : manifestano gli stati interni del soggetto, esperienze emotive e atteggiamenti interpersonali come: Il sorriso
  • (^) Ha differenti funzioni psicologiche e comunicative. Darwin è l’espressione di gioia più o meno intensa ma vari studi hanno dimostrato che il sorriso non è poi così connesso con le emozioni bensì con delle funzioni sociali e relazionali.
  • (^) Il sorriso è un promotore dell’affinità relazionale (segnale di cooperazione, simpatia e empatia ecc) Lo sguardo
  • (^) Fondamentale funzione all’interno della conversazione: attira l’attenzione dell’interlocutore, invia informazioni e raccoglie feedback sullo scambio conversazionale.
  • (^) Lo sguardo inoltre alterna i turni. All’inizio della conversazione guardarsi è il segnale che indica disponibilità e nel corso dell’interazione lo sguardo può servire per mantenere o cedere il turno o dimostrare il proprio coinvolgimento o rifiuto
  • (^) Le emozioni positive portano al contatto oculare quelle negativa implicano l’abbassamento dello sguardo Lo sguardo varia inoltre in base alla propria appartenenza culturale o in funzione del genere di ruolo che si ha all’interno di relazioni di potere
  • (^) Nelle culture occidentali e dell’estremo oriente le persone non fissano lo sguardo sugli altri perché viene visto come un gesto invadente e segno di cattiva educazione. Mentre nella cultura araba, latina o sudamericana lo sguardo è utilizzato per comunicare fiducia e sincerità

I gesti Azioni motorie coordinate e circoscritte e sono dotate di intenzionalità Vi sono varie categorie di gesti:

  • (^) Gesti iconici: accompagnano l’azione del parlare e illustrano il contenuto della comunicazione
  • (^) Le pantomime: rappresentazione motoria di azioni o scene
  • (^) Gesti simbolici: convenzionalizzati e codificati
  • (^) Gesti deittici: indicano
  • (^) Gesti motori: semplici, ritmici accompagnano il parlato Sono una modalità di rappresentazione spaziale, sintetica e simbolica: concorrono alla costruzione del significato Il sistema prossemico e aptico La prossemica : organizza l’uso dello spazio, della distanza e del territorio
  • (^) Per gli uomini si distinguono varie zone: la zona intima (area delle relazioni intime), zona personale (circonda il nostro copro ed entrano solo le persone che hanno interazioni molto personali), zona sociale (in cui si svolge gran parte delle interazioni quotidiane), zona pubblica (spazio delle situazioni pubbliche e ufficiali)
  • (^) Vi sono inoltre varie zone ottimali: la violazione dello spazio di tale zone possono portare a reazioni di difesa in quanto viene percepita come intrusione e violazione
  • (^) Esistono delle differenze culturali anche nella gestione dello spazio personale e della distanza dagli altri: nella cultura occidentale vi è la cultura della distanza ed è segno di rispetto la distanza interpersonale, mentre nelle culture latine la distanza ridotta è percepita positivamente L’atipica si focalizza sul contatto corporeo tra individui
  • (^) Toccare l’altro può comunicare una relazione di vicinanza, affiliazione e supporto o addirittura può esprimere un rapporto affettivo ma dall’altra parte il contatto può manifestare una relazione di dominanza (chi ha maggior potere si sente libero di toccare l’altro)
  • (^) La frequenza, l’intensità e la durata dei contatti possono comunicare significati assai diversi in funzione della relazione tra i soggetti e della cultura 9.3 dal linguaggio ai linguaggi_ atto globale e l’intermodalità semantica Dopo aver definito la comunicazione non verbale la psicologia ha tenuto distinti il verbale dal non verbale Secondo BIRDWHISTELL le componenti non verbali contribuiscono a generare per il 65% il significato di un messaggio, per altri studi il non verbale fungerebbe, invece, da coloritore del verbale aggiungendo sfumature di significato Studi più recenti mettono in luce come si debba superare la distinzione tra verbale e non verbale per dar vita ad un ATTO COMUNICATIVO GLOBALE. Ovvero un’entità molare, unitaria e coesa, organizzata e articolata in una molteplicità di atti molecolari sovraordinati e regolati dall’interazione comunicativa che stabilisce i segni relazioni semiotiche Il significato di un unico segno dipende dall’uso che se ne fa all’interno di un atto comunicativo, ha significato solo in relazione con altri seni Esiste un rapporto di autonomia e interdipendenza attraverso un processo di sincodific Quando ci rappresentiamo e descriviamo gli altri oggetti ad esperienze della nostra realtà utilizziamo una molteplicità di canali e linguaggi a livello comunicativo vi comunicativo si assiste al passaggio dalla multimedialità percettiva all’intermodali semantica: ovvero utilizzare linguaggi diversi come la parola, il gesto o l’espressione con media diversi come il telefono, il corpo ecc per comunicare e costruire un messaggio dotato di senso L’intermodalità semantica viene utilizzata sia nella comunicazione face to face sia negli artefatti comunicativi (come ad esempio i film I linguaggi diversi, appartenenti a sistemi espressivi diversi vengono integrati e agiscono sinergicamente per costruire il significato della comunicazione e potenziarne l’efficacia.