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Come la filosofia illuminista di Newton e i suoi seguaci mettono in contrasto la Chiesa e la società tradizionale, portando alla nascita del deismo e alla diffusione della ragione umana. Viene discusso il ruolo del potere regio, il rapporto tra Stato e Chiesa, le riforme politiche e sociali, e l'influenza di figure come Voltaire, Rousseau e Maria Teresa.
Tipologia: Appunti
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L’illuminismo ha un legame con la rivoluzione scientifica, che pose nel ‘700 le basi per un ripensamento del modo di osservare la natura. Introdusse il metodo sperimentale, opposto all’accettazione della tradizione legata alla teologia e alla filosofia aristotelico-tolemaica. Il metodo si basa sull’esperienza e sull’elaborazione teorica dei risultati. Newton pone le basi della fisica moderna e il metodo sperimentale (libertà di ricerca e di pensiero, scoperta e innovazione) si mette contro la Chiesa (verità rivelata e imposta, autoritarismi della censura, inerzia e pregiudizio). Gli studiosi illuministi si raccoglievano nelle accademie per accrescere le proprie conoscenze. Intuirono che la natura era importante considerando il nesso sapere e potere. Dal Seicento gli scienziati iniziarono a disporre di seguaci che sperimentavano le varie teorie nel proprio ambiente. Dalle pubblicazioni scientifiche potevano scaturire suggerimenti utili ad apportare miglioramenti in ogni campo della vita umana, unendo la teoria alla pratica. Interessavano obiettivi pratici, come le tecniche agrarie più produttive o cure mediche idonee ad allontanare la morte. Diedero maggiore attenzione all’utilità pratica e al mondo dei sensi, indispensabile per la scienza, infatti secondo d’Alembert, le idee provengono dalle sensazioni. Perciò in mancanza di osservazione sperimentale, non si poteva avere alcuna cognizione reale delle cose. I sensi venivano a contatto con la materia. Tutto ciò che esiste non è altro che materia. Materialismo: d’Holbach e Cabanis. L’Encyclopèdie , pubblicata tra il 1751 e 1772 da Denis Diderot e Jean d’Alembert. Dizionario delle scienze e delle arti. Venne messa all’Indice dei Libri Proibiti nel 1759.
Il principio autoritario che governava le società veniva considerato oppressivo da coloro che erano consapevoli della situazione anticonformista e liberale in Olanda e Inghilterra. Apprezzarono la discussione critica, grazie all’autonomia di giudizio e la scarsa disponibilità al rispetto delle convenzioni tradizionali. Si formò un’opinione pubblica su problemi di interesse generale e i cittadini si formavano attraverso accademie, associazioni, salotti, circoli e caffè. Gli uomini iniziarono a considerarsi portatori di diritti individuali e meritevole libertà personale. Gli illuministi rifiutarono la società dell’antico regime che portò in passato a crudeltà, violenza e oppressione. Criticarono le istituzioni responsabili dell’infelicità umana, come le Chiese ufficiali. Secondo loro la storia fu una catena di crimini e violenze provocate dall’intolleranza religiosa delle istituzioni causata dalla pretesa di ogni Chiesa di essere la sola depositaria della verità (guerre di religione, destino di Galileo, Indice libri proibiti). Gli illuministi credevano che fossero gli uomini a fare la storia e che, attraverso la luce, ne facessero un processo di incivilimento. Gli illuministi pensarono di poter studiare scientificamente la società per poter trasformare la realtà sociale. Si elaborarono alcune teorie, tra cui l’utilitarismo (utile individuale o sociale = fondamento della felicità, unico criterio dell’agire) del filosofo inglese Bentham, secondo cui lo scopo della società era quello di raggiungere la massima felicità per il maggior numero di persone. La felicità terrena è identificata come utilità e minimizza il dolore e massimizza il piacere. Per fare ciò è necessario che ogni individuo sia lasciato libero di perseguire indisturbato i propri personali interessi economici senza ostacoli posti dallo Stato. Ogni individuo si impegna a migliorare le proprie condizioni e incrementa anche la ricchezza nazionale, grazie ai meccanismi del mercato. Secondo Smith, l’uomo mira al proprio interesse ed è condotto da una mano invisibile che lo porta a perseguire un fine che non rientra nelle sue intenzioni. Il principio utilitaristico diventa liberismo (legge della domanda – quantità di merci richiesta dagli acquirenti – e l’offerta – quantità di beni messi a disposizione dagli acquirenti), dottrina del libero scambio e della libera concorrenza alla ricerca del massimo profitto. Perciò la società diventa un mondo di operatori economici e lo Stato non può intervenire nell’economia. Nell’opera di Smith “La ricchezza delle nazioni”, applica la teoria liberista sul mondo industriale, sottolineando l’importanza della divisione e della specializzazione del lavoro salariato. Prima di Smith, in Francia, la scuola fisiocratica pose le basi della teoria liberista, secondo cui la fonte primaria di ogni ricchezza sia l’agricoltura. Quesnay nel “Quadro economico” delinea uno schema teorico di circolazione della ricchezza basato sulla libertà di commercio delle derrate agricole. 4- L’ILLUMINISMO E LA POLITICA Gli illuministi criticarono l’irragionevolezza delle leggi e degli ordinamenti secolari, espressioni dell’autorità dei sovrani, i quali durante il Seicento/Settecento pretesero di governare liberi dalle leggi. Minare alle leggi significava minare alle fondamenta la stabilità dei troni. Alcuni sovrani assorbirono e smussarono gli ideali modernizzatori dei lumi realizzando riforme antitradizionaliste, senza rinunciare al potere (dispotismo illuminato: sovrani illuminati). Voltaire (moderato) era convinto che l’illuminazione potesse avvenire anche dall’alto grazie alla collaborazione tra sovrani e uomini di cultura, per ridimensionare le istituzioni, come la Chiesa, che opprimevano le coscienze e diffondevano l’intolleranza. Mirarono al rafforzamento del potere regio, in modo che i sovrani illuminati potessero operare riforme liberi dai corpi privilegiati, come la Chiesa (eliminare i privilegiati che ostruivano l’idea di progresso).
Alla morte di Filippo d’Orleans, il potere passò al precettore del piccolo Luigi XV, il cardinale Fleury che mantenne l’equilibrio tra le diverse fazioni a corte. Nel 1743 Luigi XV venne influenzato dal philosophes e iniziò una campagna antigesuitica che finì con l’espulsione dell’ordine dal paese. Il potere rimase nelle mani dei corpi privilegiati che sabotarono ogni tentativo di riforma fiscale a loro danno. Grazie all’opera antiparlamentare del nuovo ministro Maupeou, Luigi XV promosse il commercio transoceanico e favorì la borghesia degli affari, ma il successore Luigi XVI pose fine a tutto ciò. 3- LE RIFORME DELLA PENISOLA IBERICA Spagna è in collasso economico dopo la Guerra di successione. Filippo V la risolleva garantendo un nuovo ruolo di prestigio nel Mediterraneo acquisendo Regno di Napoli, Parma e Piacenza. Carlo III cacciò i gesuiti, amputò le immunità ecclesiastiche, limitò il potere dell’Inquisizione, rinnovò gli studi universitari e rivitalizzò l’economia del paese con misure di liberalizzazione. Nel Portogallo, il marchese di Pombal espulse i gesuiti e adottò delle misure anti-ecclesiastiche e antinobiliari, promuovendo anche la statalizzazione degli studi superiori. CAPITOLO 8 – IL DISPOTISMO ILLUMINATO 1- IL RIFORMISMO SETTECENTESCO Riformare equivaleva a aprire scenari incerti e abbandonare le regole che si erano considerate immutabili. Durante il Settecento si guardava al futuro e lo facevano, oltre agli intellettuali, i sovrani, infatti certe leggi fondamentali vennero riformate. L’aristocrazia e il clero si opposero alle riforme perché intaccavano i loro privilegi secolari e la considerarono cosa ingiusta. La Corona e i corpi privilegiati si scontrarono duramente. In Austria, Prussia, Russia e Svezia, i risultati furono efficaci grazie alla collaborazione tra illuministi e sovrano (dispotismo illuminato). Le riforme furono sempre imposte dall’alto senza tener conto dei diritti politici della popolazione (possibilità dei cittadini di determinare l’indirizzo politico dello Stato), ma affermarono i diritti civili (possibilità di un individuo di promuovere la propria personalità senza l’ingerenza dello Stato). Riforme di carattere finanziario: la nascita degli eserciti permanenti accresce i costi ed diventa necessario riformare l’organizzazione fiscale, quindi si creano i primi catasti (sistema di classificazione delle proprietà immobiliari) per rendere più capillare e uniforme il prelievo fiscale, aumentare le entrate e produrre maggiore eguaglianza tra i sudditi. Riforme a favore della giustizia: eliminare i privilegi dei ceti (fori ecclesiastici, tribunali signorili) e la tendenza a unificare le leggi per mezzo di un processo di codificazione. Un passo importante per la creazione di una società fondata sui diritti e non sui privilegi. Le riforme investirono Stato e Chiesa, sottoposti al principio dei giurisdizionalismo (lo Stato esercita la supremazia sulla Chiesa nei settori che non riguardano i contenuti di fede). 2- L’AUSTRIA: UN CASO ESEMPLARE DI DISPOTISMO ILLUMINATO Il regno di Carlo VI : crebbero i suoi possedimenti territoriali (Ducato di Milano, Regno di Napoli e territori fiamminghi). L’estensione dei domini implicò una grande varietà etnica, linguistica e culturale, quindi risultò problematico creare uno governo efficace. Le tasse le pagavano soltanto i contadini e gli abitanti della città. L’aristocrazia e il clero avevano tantissimi terreni ma un trattamento fiscale privilegiato o addirittura immunità. Maria Teresa d’Asburgo : conflitto che si concluse con perdita della Slesia a favore della Prussia. Politica di riforme contro i corpi privilegiati, mise lo Stato nella condizione di poter attingere
anche alle loro ricchezze. Non fu direttamente influenzata da illuministi. Le riforme avevano scopo di attribuire allo Stato funzioni/prerogative che finora erano di spettanza ecclesiastica. Il ministro Haugwitz stabilì che i contributi fiscali di ogni territorio venissero concordati ogni 10 anni e che fossero i funzionari statali a riscuoterli. Ridimensionò così l’influenza delle assemblee rappresentative provinciali. Il rapporto tra Stato e i territori diventò più sistematico e regolare. Ora era necessario costruire un corpo di funzionari per esazione delle tasse e per l’esercizio di alcune funzioni finora assolte da aristocrazia o clero, per esempio l’amministrazione della giustizia. Negli anni 40, lo stato Austriaco iniziò a prendere forma grazie anche a una nuova riforma: nelle province dell’Austria e Boemia si radicò un corpo burocratico stipendiato dallo Stato. In ciascuna delle province si istituì un capoluogo amministrativo, dove si riuniva un governo che riceveva ordini da Vienna, e che ne curava l’applicazione da parte dei funzionari, i capitani circolari. Grazie a questa riforma si potè esercitare un controllo costante sul territorio e i proventi fiscali incassati da Vienna crebbero del 60%. Per i sudditi, lo Stato divenne un’entità concreta e tangibile, una nuova entità accanto alle autorità tradizionali, di cui temere per il suo rigore, ma anche da apprezzare per le garanzie che offriva contro gli arbitri e le prepotenze dei signori. Nel 1765 salì al trono Giuseppe II , figlio di Maria Teresa. Affiancò la madre nella direzione della monarchia austriaca, poi alla sua morte regnò da solo. Maria Teresa si concentrò sulla costruzione di un efficace apparato burocratico per l’amministrazione dello Stato, creando anche una scuola speciale per la formazione dei funzionari, dove si insegnava la “scienza di polizia”, finalizzata a teorizzare le modalità dell’intervento statale a beneficio della “pubblica felicità”. Giuseppe II attaccò radicalmente le residue immunità di cui ancora godevano i corpi privilegiati, specialmente in Ungheria e Paesi Bassi, dove non si era ancora sentito parlare di riforme. Giuseppe II, sovrano illuminato, attaccò i privilegi e l’immunità fiscale. Avviò in tutte le province la redazione di un catasto (registrazione omogenea delle proprietà fondiarie) per praticare poi una tassazione uniforme. L’operazione risultò difficile in Ungheria negli anni 80, dove la nobiltà finora era stata esente dalla tassazione. In Ungheria negli anni 60, Maria Teresa emanò l’Urbarium, un’ordinanza che mirava a migliorare le condizioni dei contadini, ma Giuseppe II si rese conto che ormai rimase lettera morta. Riconfermò l’Urbarium e aumentò la presenza stabile di funzionari statali sul territorio. Eliminò la servitù gleba (complesso di regole secondo cui i contadini dovevano rimanere tutta la vita legati alla terra dei loro signori feudali). Rese meno pesante la sudditanza dei contadini rispetto ai signori e consolidò il legame di dipendenza del popolo nei confronti dello Stato. In campo ecclesiastico, Maria Teresa risultò maldisposta nei confronti dei privilegi della Chiesa e nel 1768, senza consultare il papa, impose la tassazione dei beni dei parroci nella stessa misura di quelli dei sudditi comuni (dispose di imperio ). Volle limitare il potere clericale e attuò la sua polica religiosa, il giuseppinismo. Spesso accadeva che le prescrizioni statali e quelle della Chiesa si trovassero in contrasto e che gli individui rimanessero incerti se comportarsi da sudditi o da fedeli. Giuseppe II affermò che nei suoi territori si doveva prestare obbedienza prima da sudditi alle autorità statali e non da fedeli a quelle ecclesiastiche. Era necessario circoscrivere le facoltà accordate alla Chiesa in materia di censura ed eliminare il diritto d’asilo che consentiva a criminali di sottrarsi alla giustizia secolare che rappresentano una minaccia per la tutela statale dell’ordine e sicurezza della società. Voleva che la produzione economica crescesse, in modo da garantire basi più solide alla sua potenza.
Caterina II salì sul trono dopo un colpo di stato. Ammiratrice di Diderot e Beccaria, fortemente imbevuta di suggestioni illuministiche. Elaborò un nuovo codice di leggi, ma la società russa era troppo arretrata e le idee dei lumi apparivano astratte e lontane, per cui non lo stilarono. Caterina, qualche tempo prima, soppresse 900 conventi russi e requisì gran parte delle proprietà ecclesiastiche (attacco alla chiesa ortodossa, attacco al tradizionalismo russo). Queste le utilizzò per finanziare i nuovi servizi pubblici, come l’istruzione (primo biennio elementare gratuito). Nella seconda metà degli anni 70, lo sforzo riformatore di Caterina si interruppe a causa di una rivolta popolare guidata da Pugacev, nella quale il desiderio dei contadini era quello di emanciparsi dallo stato di svilimento e umiliazione (condizione di servi). I rivoltosi, prima di essere sconfitti dall’esercito, massacrarono centinaia di nobili. Caterina attenuò il suo sforzo riformatore che mirava a indebolire i nobili. Anche se l’illuminismo non si affermò pienamente, nel 1774 vinse contro l’Impero ottomano, guadagnando l’accesso al Mar Nero e in seguito aggiunse la Crimea alle sue conquiste. CAPITOLO 9 – L’ITALIA DEL SETTECENTO 1- LA SITUAZIONE POLITICA L’Italia all’inizio del Settecento non era uno stato nazionale, ma un insieme di unità politiche distinte, ciascuna delle quali sotto un governo diverso (dinastia sovrana o, nelle repubbliche, aristocrazia che governava in forma oligarchica). Dalla Pace di Aquisgrana nel 1748, il Regno di Napoli e della Sicilia è dei Borbone di Madrid. I Borbone di Napoli mantennero stretti contatti con i Borbone di Madrid e diventarono al tempo stesso dinastia a sé stante, considerata autoctona dagli abitanti del Mezzogiorno. Il Ducato di Parma e Piacenza era dei Borbone, mentre gli Asburgo possedevano il Ducato di Milano (“Lombardia austriaca”) e Mantovano. In forma indiretta dominarono anche la Toscana. I Savoia possedevano il nord-ovest dell’Italia e la Sardegna. A ovest i domini che formano il Regno di Sardegna (Piemonte+Sardegna). La Repubblica di Genova (Liguria e Corsica, ceduta alla Francia 1768). A est, l’antica Repubblica di Venezia (confini occidentali: Bergamo, Brescia, Crema; verso oriente Friuli Venezia-Giulia, Slovenia e Croazia). Il Trentino Alto Adige era suddiviso tra il principato vescovile di Trento (piccolo staterello ecclesiastico) e la porzione meridionale della provincia austriaca del Tirolo. Il Ducato di Modena e Reggio è governato dagli Este, imparentati con gli asburgo. Verso il centro c’è lo Stato della Chiesa (Emilia Romagna, Marche, Lazio e Umbria). Repubblica di San Marino, tra i domini papali dello Stato dei Presidi e il principato di Piombino. L’Italia del Settecento concentrava su una superficie modesta quasi l’intera varietà di forme istituzionali caratteristiche dell’antico regime europeo: monarchie, repubbliche aristocratiche, ducati e gran ducati, principati e lo Stato teocratico del papa. 2- L’ILLUMINISMO IN ITALIA A Milano si riuniva l’Accademia dei Pugni, che sosteneva la necessità di rinnovamento nella cultura e nella vita dell’epoca. Furono guidati da Verri e Beccaria, che pubblicarono tra il 1763 e il 1764 il periodico “Il Caffè”. A Napoli si approfondirono soprattutto i temi economici con Genovesi e Filangieri. L’illuminista italiano più noto fu Cesare Beccaria che nella sua opera “Dei dilitti e delle pene”, un breve trattato tradotto in molte lingue (arrivò fuori dall’Italia), in cui critica aspramente il sistema giudiziario e penale. Parte dai principi dell’utilitarismo, perciò il suo non è un discorso
morale, ma puramente pratico e politico. Parte da un laicismo di base (illuminismo): se l’individuo sta bene, sta bene nella società, non c’è il singolo. Condanna la tortura e la pena di morte, perché queste pratiche erano scomode allo Stato. Fa una distinzione tra delitto e peccato: la legge riguarda il danno arrecato alla comunità, non riguarda le colpe. La pena non è un’espiazione, ma un risarcimento dei danni. Un malvivente non doveva essere eliminato, ma piuttosto costretto a pagare con lavori forzati il suo debito con la società. Alcuni intellettuali napoletani della prima metà del secolo, come Vico e Giannone, affermarono un forte anticurialismo (non anticlericalismo, si critica soltanto il potere del papa, non è un discorso filosofico), criticando lo strapotere del papa e degli altri prelati che gli facevano da consiglieri. In altri Stati italiani operavano invece figure, tra cui Muratori, che si battevano per ricondurre la religiosità a quella purezza e naturalezza che la comunità cattolica pareva aver smarrito in seguito alla crescita del potere temporale della Chiesa. Il vescovo di Pistoia, Scipione de’ Ricci, massimo esponente del giansenismo (denuncia le gerarchie ecclesiastiche, vuole valorizzare il ruolo della comunità dei fedeli). 3- I CONFLITTI DEI GOVERNI CON LA CHIESA L’illuminismo ridimensionò il ruolo della Curia romana. Tutti i governi trovarono un comune obiettivo polemico nei confronti del potere temporale della Chiesa. Contestarono la sua pretesa di imporre in ogni stato un sistema di norme vincolanti sul piano della coscienza individuale e su quello della repressione legale dei comportamenti giudicati irreligiosi. La presenza della Chiesa, infatti, era enorme anche al di fuori dello Stato pontificio. Ad esempio, nel Regno di Napoli, le terre ecclesiastiche erano forse metà della superficie coltivabile del paese. Inoltre, attraverso gli ordini regolari, come quello dei Gesuiti, la Curia romana esercitava grande influenza sull’istruzione pubblica, potendo così plasmare le coscienze e le mentalità dei gruppi dirigenti. A influenzare il pensiero delle persone più umili, erano i parroci. Dietro alla battaglia anticlericale, vi era il desiderio delle nuove dinastie di stare al passo con le grandi monarchie europee. Riguardo ai rapporti tra Stato e Chiesa, intergarono positivamente quella parte del clero influenzata da pensatori come Muratori e Ricci, desiderosa di promuovere mutamenti all’interno della Chiesa cercando alleanza con lo Stato. La battaglia anticlericale si concentrò sui gesuiti, perché erano responsabili dell’istruzione (gioventù aristocratica e benestante si formava nei collegi gesuitici). Grazie alla loro influenza, potevano orientare le scelte politiche. Era forte la loro presenza all’interno del Tribunale dell’Inquisizione, simbolo di repressione della libertà di coscienza. Nel 1759 vennero espulsi dai vari paesi, quali Portogallo, Stati borbonici, domini degli Asburgo. Nel 1773, papa Clemente XIV decretò lo scioglimento (provvisorio) dell’ordine. La battaglia per limitare il potere della Chiesa risultò difficile nel Ducato di Parma e Piacenza, dove du Tillot condusse una politica anticuriale. La Chiesa lo scomunicò e volle impadronirsi anche del ducato, ma du Tillot non cedette. Espulsi i gesuiti 1768, il ducato fu il primo stato europeo a abolire il Tribunale dell’Inquisizione. I papi si consideravano ancora autorità superiori ai sovrani. A fine secolo, la Chiesa si identificava solo con lo Stato Pontificio. In Italia, pur conservando grande influenza morale, fu la Chiesa la grande sconfitta dell’età delle riforme: la cacciata dei gesuiti portò al sequestro di cospicui beni da parte dello Stato e l’apparato istituzionale della Curia cessò di costruire un’autorità alternativa rispetto a quella dei governi. Non fu più uno stato dentro gli altri stati.