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Ciancaglini, Keidan - Linguistica generale e storica vol. II (capp. VII-XI), Sintesi del corso di Glottologia

Riassunto del manuale di Ciancaglini e Keidan, dal capitolo VII al capitolo XI.

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

In vendita dal 23/12/2023

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CLAUDIA A. CIANCAGLINI, ARTEMIJ KEIDAN
LINGUISTICA GENERALE E STORICA
PER STUDENTI DI LINGUE ORIENTALI E CLASSICHE
VOLUME II
Cap. VII: Il mutamento linguistico
7.1 Le cause del mutamento linguistico
7.1.1 Generalità sulle cause del mutamento linguistico
Lingue storico-naturali: mutano a velocità variabile e a ogni livello i parlanti si accorgono poco dei mutamenti
sul piano fono-morfologico, ma di solito sono consapevoli dei mutamenti lessicali e semantici i compiti dei lin-
guisti di fronte ai mutamenti sono: a) capire le cause dei mutamenti; b) capire se il mutamento sia prevedibile o
no; c) capire se il mutamento linguistico presenti delle tendenze universali e quali
Saussure: negò una qualsiasi sistematicità al cambiamento diacronico riserva lo
status
di struttura soltanto ai
sistemi linguistici in sincronia scetticismo saussuriano superato dai linguisti funzionalisti Jakobson: affermò
che si poteva descrivere l’evoluzione dei sistemi linguistici nella dimensione diacronica André Martinet: le
cause del mutamento si possono descrivere in modo positivo possono essere raggruppate in cause interne e
cause esterne le cause esterne riguardano la dimensione storica e sociale della lingua le cause interne riguar-
dano la struttura dei sistemi linguistici e dei loro subsistemi le cause esterne sono:
a. l’apprendimento;
b. il contatto tra lingue (interlinguistico e interdialettale, sostrati…);
c. l’imitazione
Le cause esterne comprendono fattori molto diversi alcuni «difetti» di apprendimento (semplificazioni, assimi-
lazioni, analogie…) possono stabilizzarsi ed entrare nel sistema ne provocano il mutamento il contatto tra
lingue è un comunissimo fattore di mutamento linguistico un’altra forza che può modificare una lingua è il
fattore sociale, che spinge le persone a modificare il proprio comportamento linguistico per imitare alcuni modelli
considerati di prestigio le cause interne, invece, sono:
a. le tendenze generali (paradigmatiche e sintagmatiche);
b. l’analogia;
c. l’etimologia popolare
Le tendenze generali comprendono tutti i fattori che i funzionalisti hanno messo in luce e che possono alterare
l’equilibrio del sistema a livello di paradigma, le tendenze generali al mutamento si manifestano come la ten-
denza alla simmetria del sistema fonologico a livello di sintagma, le cause generali del mutamento si manife-
stano come tendenza alla stabilità o instabilità dei fenomeni in relazione alla loro posizione nei sintagmi e in rela-
zione alla posizione dell’accento si manifesta anche come la tendenza alla stabilizzazione dei fenomeni dovuti
alla coarticolazione l’analogia è uno dei fenomeni chiamati in causa dai Neogrammatici analogia: spiega-
zione delle eccezione alle leggi fonetiche consente il risparmio mnemonico per i parlanti l’etimologia popo-
lare, invece, modifica diacronicamente un lessema sulla base di un erroneo accostamento pseudoetimologico con
un lessema simile
Il mutamento linguistico non è prevedibile dipende dal concorso di innumerevoli fattori storici e sociali
possono verificarsi inaspettatamente la loro interazione è complessa i linguisti si limitano a formulare delle
ipotesi
a posteriori
le cause del mutamento, dunque, si possono individuare solo dopo che il mutamento sia
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7.1.2 Mutamento linguistico programmato
Imprevedibilità del mutamento: viene meno solo nei contesti storici in cui si facciano dei tentativi di portare avanti
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CLAUDIA A. CIANCAGLINI, ARTEMIJ KEIDAN

LINGUISTICA GENERALE E STORICA

PER STUDENTI DI LINGUE ORIENTALI E CLASSICHE

VOLUME II

Cap. VII: Il mutamento linguistico

7.1 Le cause del mutamento linguistico

7.1.1 Generalità sulle cause del mutamento linguistico Lingue storico-naturali: mutano a velocità variabile e a ogni livello → i parlanti si accorgono poco dei mutamenti sul piano fono-morfologico, ma di solito sono consapevoli dei mutamenti lessicali e semantici → i compiti dei lin- guisti di fronte ai mutamenti sono: a) capire le cause dei mutamenti; b) capire se il mutamento sia prevedibile o no; c) capire se il mutamento linguistico presenti delle tendenze universali e quali

Saussure: negò una qualsiasi sistematicità al cambiamento diacronico → riserva lo status di struttura soltanto ai

sistemi linguistici in sincronia → scetticismo saussuriano superato dai linguisti funzionalisti → Jakobson: affermò che si poteva descrivere l’evoluzione dei sistemi linguistici nella dimensione diacronica → André Martinet: le cause del mutamento si possono descrivere in modo positivo → possono essere raggruppate in cause interne e cause esterne → le cause esterne riguardano la dimensione storica e sociale della lingua → le cause interne riguar- dano la struttura dei sistemi linguistici e dei loro subsistemi → le cause esterne sono: a. l’apprendimento; b. il contatto tra lingue (interlinguistico e interdialettale, sostrati…); c. l’imitazione Le cause esterne comprendono fattori molto diversi → alcuni «difetti» di apprendimento (semplificazioni, assimi- lazioni, analogie…) possono stabilizzarsi ed entrare nel sistema → ne provocano il mutamento → il contatto tra lingue è un comunissimo fattore di mutamento linguistico → un’altra forza che può modificare una lingua è il fattore sociale, che spinge le persone a modificare il proprio comportamento linguistico per imitare alcuni modelli considerati di prestigio → le cause interne, invece, sono: a. le tendenze generali (paradigmatiche e sintagmatiche); b. l’analogia; c. l’etimologia popolare Le tendenze generali comprendono tutti i fattori che i funzionalisti hanno messo in luce e che possono alterare l’equilibrio del sistema → a livello di paradigma, le tendenze generali al mutamento si manifestano come la ten- denza alla simmetria del sistema fonologico → a livello di sintagma, le cause generali del mutamento si manife- stano come tendenza alla stabilità o instabilità dei fenomeni in relazione alla loro posizione nei sintagmi e in rela- zione alla posizione dell’accento → si manifesta anche come la tendenza alla stabilizzazione dei fenomeni dovuti alla coarticolazione → l’analogia è uno dei fenomeni chiamati in causa dai Neogrammatici → analogia: spiega- zione delle eccezione alle leggi fonetiche → consente il risparmio mnemonico per i parlanti → l’etimologia popo- lare, invece, modifica diacronicamente un lessema sulla base di un erroneo accostamento pseudoetimologico con un lessema simile Il mutamento linguistico non è prevedibile → dipende dal concorso di innumerevoli fattori storici e sociali → possono verificarsi inaspettatamente → la loro interazione è complessa → i linguisti si limitano a formulare delle

ipotesi a posteriori → le cause del mutamento, dunque, si possono individuare solo dopo che il mutamento sia

già avvenuto 7.1.2 Mutamento linguistico programmato Imprevedibilità del mutamento: viene meno solo nei contesti storici in cui si facciano dei tentativi di portare avanti

delle politiche tese a indirizzare il mutamento linguistico verso determinate direzione prestabilite → molte nazioni hanno organi preposti esplicitamente a svolgere tale funzione (Accademia della Crusca, Académie française…) →

sono organi con il compito di preservare la «purezza» della lingua standard nazionale → possono approvare l’ado-

zione di neologismi Pianificazione linguistica: caso estremo di politica linguistica → spesso viene messa in atto da formazioni statali centraliste → la pianificazione linguistica ha lo scopo di annientare intere lingue o dialetti, per imporre un’unica lingua nazionale → un esempio è la russificazione attuata nell’impero zarista a spese del polacco, dell’ucraino, delle lingue baltiche e finniche → la pianificazione linguistica zarista, tuttavia, non è riuscita fortunatamente a estinguere queste lingue → un caso speciale è il purismo linguistico → l’idea alla base del purismo linguistico è che la lingua nazionale debba essere ripulita dai prestiti stranieri (considerati impurità) → in senso opposto alla pianificazione e al purismo linguistici va la programmazione linguistica → è una politica comune negli Stati di nuova creazione/ recentemente indipendenti → un caso esemplare è l’ebraico moderno, «risorto» (a circa due millenni dall’estinzione dell’ebraico biblico) in seguito alla creazione dello Stato di Israele, 1948 → anche l’ita-

liano standard ha iniziato a formarsi solo nel Novecento, in concomitanza con il processo di unificazione del Re-

gno d’Italia → il dibattito sulla questione della lingua italiana si è sviluppato solo a partire dal 1861, dall’Unità d’Italia → dibattito che vede schierarsi Manzoni a favore di una base toscana, mentre Ascoli a favore di una lom-

barda → 1989, Heinrich Schmid crea il ladin dolomitan → sorta di ladino comune e standard → mescola mate-

riale linguistico proveniente dalle varietà del ladino → adottato come lingua ufficiale del Trentino Alto Adige a fini amministrativi, il ladin dolomitan non si è mai imposto come lingua effettivamente parlata dalle popolazioni ladine Lingue artificiali: create per lo più da entusiasti senza una formazione linguistica → lo scopo è promuovere la pace tra i popoli e altre finalità utopiche → ne sono esempi l’esperanto (Ludwik Zamenhof) e la lingua volapük (J. M. Schleyer)

7.2 Il mutamento lessicale e semantico

7.2.1 Tipologie del mutamento lessicale e semantico Mutamento lessicale: può avvenire per un gran numero di cause, dalla necessità ala tendenza dei parlanti di se- guire mode linguistiche → i fenomeni principali relativi al mutamento lessicale sono: a. prestiti (acquisizione di un termine da una lingua straniera); b. calchi (replica di una parola straniera per mezzo di materiale indigeno); c. conî/ neoformazioni (invenzione di parole nuove); d. estensione metaforica/ metonimica del significato di una parola già esistente 7.2.2 Prestiti lessicali I prestiti lessicali sono lessemi stranieri acquisiti all’interno di una lingua → tutte le lingue presentano prestiti → a volte sono percepiti come tali dai parlanti, altre volte sono talmente antichi/ adattati da non essere riconosciuti in quanto tali → talora, entrano nella lingua replica attraverso passaggi successivi → alcuni prestiti sono entrati in ita-

liano attraverso il latino: betulla e carro < celtico; alce < germanico; cammello, sacco, mina < greco < varietà semi-

tiche → altre parole, che riguardano soprattutto beni di commercio internazionale, vagano da una lingua a un’altra

→ non si riesce a identificare una fonte precisa → tali lessemi sono chiamati Wanderwörter o mots-bouchons

In italiano, molti prestiti vengono dalle lingue germaniche e dall’arabo → alcuni prestiti germanici sono prece-

denti alle invasioni barbariche (Cesare attesta alces, ‘alce’; Plinio e Marziale sapo, ‘sapone’) → la presenza in tutte/

molte delle varietà romanze di forme che rimandano a un unico archetipo germanico non garantisce affatto che si

tratti di voci germaniche penetrate nel latino e poi passate alle lingue romanze → i.e.: it. giardino, fr. jardin; sp.

jardín, port. jardim, catalano jardí < francone * gard(o), passato in italiano e nelle altre lingue romanze dal francese

antico → ne è prova la palatalizzazione di un’occlusiva velare sonora davanti a /a/, attestata in francese, ma intatte- sta altrove → la maggior parte dei prestiti germanici in italiano si deve all’invasione degli Ostrogoti (493-553 d.C.)

e alla successiva invasione dei Longobardi (568-774 d.C.) → prestiti dal gotico in italiano e nei dialetti sono: galop-

pare, briglia, fiasco, lombardo, piemontese biot, veneto bioto → dal longobardo derivano vari toponimi, come

Lombardia, Fara, Olgia, Valperga, Braida, Brera e altri trecento lessemi, come faida, stamberga, strale, scranno/

genere e numero) vengono applicate anche ai prestiti → i prestiti inglesi che appartengono al genere neutro, in

italiano, sono generalmente maschili → alle volte può influire il genere del corrispettivo italiano (la mail < la po-

sta) → talora conta l’aspetto formare del prestito lai viene interpretato già da Dante come plurale (fa rima con

guai) per la sua terminazione in - i, erroneamente assimilata a quella del pl. m. in italiano → alle volte, un prestito

può entrare in una lingua già al pl., ma il morfema straniero non viene identificato come tale → è il caso di it. tale-

bani < taleban < taleb

I verbi, generalmente, vengono inseriti nella coniugazione più produttiva → in italiano i prestiti dai verbi inglesi sono quasi esclusivamente inseriti nella prima coniugazione → quando la morfologia della lingua ricevente e della

lingua modello sono estremamente diverse, un procedimento tipico è l’uso del light verb: ing. to kiss > giap. kisu

suru

7.2.4 Calchi I calchi sono, sostanzialmente, prestiti camuffati → dipendono dall’influsso di una lingua straniera, ma imitano il modello straniero solo a livello di struttura morfologica/ di significato → la presenza di calchi denota una mag- giore e più approfondita conoscenza della lingua straniera → essa funge da modello → i calchi si suddividono in calchi strutturali e calchi semantici Calchi strutturali: imitano un composto o un derivato straniero replicando con elementi lessicali indigeni → pos- sono essere calchi di composizione o di derivazione → per calchi di composizione, in italiano si hanno:

a. fuorilegge < ing. outlaw;

b. grattacielo < ing. skyscraper;

c. piedipiatti < ing. flatfoot;

d. ferrovia < ted. Eisenbahn;

e. rendiconto < fr. compte-rendu;

f. lasciapassare < fr. laissez-passer

Talora l’ordine degli elementi in italiano è diverso per esigenze morfologiche → altre volte, si rende un composto

straniero con un sintema: ing. honeymoon > it. luna di miele → per calchi di derivazione, in latino si hanno:

a. medietas < gr. mesoths;

b. qualitas < gr. poioths

Nei calchi semantici si estende il significato di una parola già esistente per imitazione del significato della corri- spondente parola straniera:

a. introdurre, nel senso di ‘presentare’ < ing. to introduce;

b. emergenza, nel senso di ‘momento critico’ < ing. emergency

7.2.5 Conî o neoformazioni

Per neoformazioni si intendono parole create ex novo in una lingua → par parole scientifiche e tecniche, nelle

lingue europee generalmente si ricorre a materiale greco o latino ( televisione, telefono, termometro, gas…) → alle

volte, il nome è di fantasia ( nylon) → si può anche utilizzare il nome dell’inventore/ scopritore dell’oggetto mede-

simo ( biro < Lázlo Biró) → il nome può anche derivare da un composto ( Tangentopoli) o dall’abbreviazione di

una parola esistente ( bus < autobus) → il nome può anche derivare da contaminazione o blending ( smog < smoke

+ fog) → un’altra strategia è la rianalisi di voci già esistenti: hamburger, ‘di Amburgo’, la cui segmentazione sa-

rebbe in tedesco Hamburg + - er → poi rianalizzato in ham + burger → simile alla rianalisi di voci esistenti è il fe-

nomeno dell’etimologia popolare → la paretimologia crea parole nuove sulla base di spiegazioni etimologiche inesatte di parole a qualche titolo oscure per i parlanti inacculturati → quando l’etimo o la struttura di una parola non risulta più trasparente ai parlanti, essi accostano in modo errato la parola ad altre parole vagamente simili per forma o significato → questo processo può portare a modificazioni del tutto irregolari della forma della parola → le paretimologie sono frequenti nei toponimi, come nel caso del Golfo degli Aranci in Sardegna Esistono anche paretimologie dotte → riavvicinano artificialmente una parola al suo reale antecedente storico →

ing. mod. corpse < ing. med. corse → si ha un’aggiunta di - p- per riavvicinarlo all’antecedente lat. corpus

Un altro procedimento per la creazione di parole nuove è la retroformazione → una parola viene creata

derivandola da una forma a sua volta derivata → la base sembra il derivato e viceversa → it. inquisire è una retro-

formazione sul derivato inquisizione, sebbene ai parlanti non dotti possa sembrare che inquisizione sia un deri-

vato di inquisire

7.2.6 Il mutamento semantico Il mutamento semantico riguarda il significato dei segni linguistici → le cause del mutamento sono molteplici → sono state categorizzate da Meillet (1921) e da Ullmann (1951) → Meillet individua tre cause:

a. cause linguistiche → un esempio di mutamento semantico per cause linguistiche è fr. pas, ‘passo’, e

fr. personne, ‘persona’ → diventano negazioni per il frequentissimo uso in locuzioni del tipo ne … pas; ne

… personne;

b. cause storiche → la parola in questione rimane immutata, ma cambia il suo referente ( galera da imbarca-

zione da guerra i cui rematori erano condannati a significato di ‘carcere’); c. cause sociali → i mutamenti per cause sociali implicano l’ampliamento o il restringimento di significato di una parola nell’estensione dell’uso da un linguaggio settoriale di un particolare gruppo sociale al linguaggio

comune, o viceversa (lat. adripare, ‘giungere a riva’ vs. it. arrivare)

Ullmann ne aggiunge altre tre: d. cause psicologiche → sono le cause per cui alcuni referenti non possono essere nominati direttamente,

per motivi tabuistici, per rispetto o per educazione ( Signore al posto di Dio);

e. influsso straniero; f. creazione di parole nuove I più comuni mutamenti semantici si debbono alle estensioni per metafora o metonimia → la metafora è un’estensione del significato per somiglianza, di solito dal concreto all’astratto → molte metafore comuni sono

antropomorfe ( corpo docente, gamba del tavolo…) → la metonimia è un’estensione del significato proprio di una

parola secondo un rapporto di contiguità → designa un’entità per mezzo del nome di un’altra entità che sta alla prima in un rapporto di contiguità, di causa ed effetto, o le corrisponde per relazioni in qualche modo interdipen-

denti ( gorgonzola < Gorgonzola) → la metonimia presenta confini labili rispetto alla sineddoche, l’espressione di

una nozione per mezzo di una parola che ne denota di per sé un’altra, ma le corrisponde per una relazione di

quantità ( quattro bocche da sfamare) → un ultimo tratto riguardo al mutamento semantico è lo spostamento in

diacronia di alcuni nomi: LATINO ITALIANO

femur, ‘coscia’ coscia

coxa, ‘anca’ anca < germ. * hanka

crus, ‘gamba’ gamba

7.3 Il mutamento fonologico sintagmatico

7.3.1 Definizioni Il mutamento fonologico può agire sia a livello sintagmatico sia a livello paradigmatico → il mutamento sintagma- tico ha origine da fenomeni di coarticolazione in particolari contesti fonici → in esso è cruciale il principio del minimo sforzo → il mutamento fonologico sintagmatico può avere meno conseguenze in diacronia → può pro- durre o meno dei mutamenti che modificano l’inventario fonologico di una lingua → i tipi di mutamento sintag- matico sono molteplici → i più frequenti sono: assimilazione; dissimilazione; indebolimento/ cancellazione di consonanti; indebolimento/ cancellazione di vocali; rafforzamento consonantico 7.3.2 Assimilazione Nell’assimilazione due suoni, più o meno contigui, si influenzano a vicenda in modo che uno acquisisca i tratti

vocali finali in - u e in - ə , tali alternanze metafonetiche hanno assunto la funzione di distinguere maschile e femmi-

nile: lat. nigrum > napoletano niru > nap. nir ə , ‘nero’ e ner ə , ‘nera’

7.3.6 Dissimilazione La dissimilazione è un fenomeno che rende due fonemi dissimili tra loro → avviene quando all’interno di uno stesso lessema vi sono due o più nasali, laterali o vibranti:

a. lat. anima > anma > sp. alma

b. lat. arborem > it. albero

7.3.7 Epentesi

I nessi - nr-, - mr, - sr- e - zr- sono tendenzialmente instabili → tendono a dissimilarsi tramite l’inserzione di suoni

intermedi non etimologici → tale fenomeno si chiama epentesi (se il suono è una consonante) o anapitissi (se il suono è una vocale) → l’epentesi rappresenta una semplificazione a livello fonetico e a livello sillabico → nel caso di anapitissi, infatti, rende sillabe chiuse delle sillabe aperte → se la vocale è inserita a inizio di parola, si ha una prostesi:

a. lat. generem > fr. gendre (- d- epentetica);

b. lat. * fac-lis > facilis (- i- non etimologica);

c. lat. schola > sp. escuela (- e- prostetica)

7.3.8 Metatesi La metatesi è un altro fenomeno di dissimilazione → comporta l’interversione di due suoni in un segmento → la metatesi si manifesta soprattutto in presenza di sonanti:

a. lat. parabola > sp. palabra;

b. lat. miraculum > sp. milagro

c. it. cinema > it. popolare cimena

7.3.9 Indebolimento o cancellazione dei suoni Indebolimento dei suoni: ha aspetti diversi per le consonanti e per le vocali → la forza consonantica è l’energia impiegata per l’articolazione di un fono → le articolazioni si situano su gradini diversi di una scala di forza conso- nantica, che va dalle più forti alle più deboli: occlusive sorde intense > occlusive sorde semplici > occlusive sonore

  • fricative sorde > fricative sonore > nasali > vibranti – laterali > approssimanti → per le consonanti, i principali fonemi di indebolimento sono:

a. degeminazione → una consonante intensa diviene semplice: lat. mittere > sp. meter;

b. sonorizzazione → una consonate sorda intervocalica diviene sonora: lat. lacus > it. lago;

c. spirantizzazione → un’occlusiva diventa una fricativa: lat. habebat > it. aveva;

d. rotacismo → si ha il passaggio di un fono, di solito sibilante, a una vibrante intervocalica: V sV > V rV op-

pure s >r/V_V Uno dei più noti fenomeni di rotacismo è quello avvenuto in latino → le sibilanti intervocaliche sono passate a

vibranti → nom. sg. honos, gen. sg. honoris → il rotacismo latino si data al IV secolo a.C. → il rotacismo latino

riguarda soltanto le sibilanti intervocaliche → uno stesso tema, nominale o verbale, può terminare con - s- o con - r-

secondo che sia seguito da un suffisso o da una desinenza iniziante per vocale o per consonante: est vs. erit; flos

vs. floris → le alternanze vengono talora eliminate tramite il livellamento analogico → a un certo punto della sto-

ria del latino, il nominativo honos viene livellato in honor per uniformare il tema nominale sulla forma che pre-

senta in tutti gli altri casi della declinazione → il rotacismo latino presenta delle eccezioni:

a. in composti percepiti come tali: desino, ‘smettere’ < sino, ‘permettere’ e non * derino;

b. in parole come basis, pausa… prestiti dal greco entrati in latino dopo che il rotacismo aveva smesso di

agire;

c. in parole che contengono già una vibrante, per dissimilazione preventiva: miser e non * mirer;

d. in parole come rosa, dove la - s- grafica potrebbe rappresentare un’affricata dentale;

e. per semplificazione di - ss- dopo vocale lunga o dittongo Il rotacismo latino non cambia il numero dei fonemi, ma ne cambia la distribuzione → diminuiscono le posizioni sintagmatiche in cui può occorrere la sibilante → il rotacismo può in altre lingue essere un esito diverso da /s/ → il rotacismo si palesa anche in alcune lingue germaniche per effetto della Legge di Verner: una sibilante intervoca- lica si sonorizza in [z] e diventa /r/ se non è preceduta dall’accento i.e. (Legge di Verner: l’occlusiva sorda non aspirata dell’i.e. muta in fricativa sonora in germanico, se l’occlusiva i.e. risponde a tre condizioni contemporanea- mente: i) l’occlusiva è in posizione interna; ii) l’occlusiva è immediatamente preceduta e seguita da un ambiente

sonoro; iii) l’accento tonico non si colloca sulla sillaba immediatamente precedente l’occlusiva; A. Zironi, Filologia

germanica)→ la legge di Verner descrive un importante eccezione alla legge di Grimm → la Legge di Grimm de-

scrive l’evoluzione del consonantismo dall’i.e. al germanico: INDOEUROPEO GERMANICO occlusive sorde non aspirate > fricative sorde occlusive sonore aspirate > fricative sonore occlusive sonore non aspirate > occlusive sorde

  1. i.e. *occlusiva sorda non aspirata > germ. *fricativa sorda
  2. i.e. *occlusiva sonora aspirata > germ. *fricativa sonora > *occlusiva sonora (nella fase germanica comune, le fricative sonore sono divenute – se in posizione iniziale o interna dopo nasale – occlusive sonore)
  3. i.e. *occlusiva sonora non aspirata > germ. *occlusiva sorda i.e. germ. LABIALI p > f DENTALI t > þ VELARI k > h LABIOVELARI kw > hw i.e. germ. LABIALI bh > β > b DENTALI dh > ð > d VELARI gh > ɣ > g LABIOVELARI gw h > ɣw > gw i.e. germ. LABIALI b > p DENTALI d > t VELARI g > k

fonologico, aumentando o diminuendo il numero dei fenomeni o alternandone la distribuzione/ tratti distintivi per i quali si oppongono → alcune tendenze generali:

a. le occlusive sorde p t k sono frequentissime e generalmente stabili nei sistemi fonologici → se nella serie

di occlusive sorde viene a mancare un’articolazione, essa è p;

b. le occlusive sonore b d g sono molto diffuse, ma meno delle corrispettive sorde → se nella serie di occlu-

sive sonore manca un’articolazione, essa è g;

c. le fricative labiodentali sorda f e sonora v sono molto frequenti e generalmente stabili;

d. le occlusive sorde aspirata ph^ th^ kh^ e le rispettive sonore bh^ dh^ gh^ sono rare, le più rare sono kh^ e gh;

e. la sibilante s è molto frequente, ma in molte lingue viene trasformata nella fricativa glottidale h;

f. l’approssimante w tende a sparire o rafforzarsi in v o in b;

g. l’approssimante j tende a sparire o a rafforzarsi in d ʒ o ʒ

7.4.2 Principali tipi di mutamento fonologico paradigmatico Esistono anche mutamenti fonologici conservativi, cioè che non ristrutturano l’intero sistema fonologico → un esempio di mutamento fonologico conservativo è il passaggio in fr. dalla vibrante /r/, intorno al XVII sec., alla vi-

brante uvulare /R/ → i principali mutamenti fonologici sono: fonologizzazione (o split); defonologizzazione; per-

dita ( loss) o confluenza ( merger) di fonemi; rifonologizzazione; risistemazione dei fonemi ( shift) → regola general

del mutamento fonologico: A : B → A 1 : B 1 (Lazzeroni) 7.4.3 Fonologizzazione La fonologizzazione è il mutamento per cui due allofoni di uno stesso fonema entrano in opposizione funzionale per la perdita del condizionamento contestuale → si originano due fonemi diversi → dopo il mutamento, il si- stema fonologico presenta un fonema in più: [A] : [B] → /A 1 / : /B 1 / In anglosassone esisteva un fonema fricativo labiodentale sordo /f/ che aveva un allofono sonoro [v] in posizione interna intervocalica → i primi prestiti latini in anglosassone dall’VIII secolo d.C. inizianti per /v/ sono resi fonolo-

gicamente con /f/: lat. vannus > ang. fan, ‘ventaglio’ → dopo il massiccio ingresso di prestiti dal fr. normanno in

ing., il lessico anglosassone acquisì numerosi lessemi con /v/ iniziale → portò alla creazione di numerose coppie

minime: vine vs. fine; view vs. few → in ing. moderno si hanno ora due fonemi distinti sia in posizione iniziale sia

in posizione interna: strife vs. strive → un altro esempio di fonologizzazione si ha in sancrito → in una fase predo-

cumentaria, il fonema occlusivo velare sordo indiano /k/ (< i.e. * k e * kw) era realizzato come tale solo se prece-

deva /a, o, u/, mentre era resa come palatale se precedeva /e, i/ → successivamente, le vocali /e, o, a/ confluirono

in /a/ → l’allofono /tʃ/ divenne allora un fonema autonomo → si crearono coppie minime: ca, ‘e’ vs. ka, ‘chi’

7.4.4 Defonologizzazione La defonologizzazione è il fenomeno contrario della fonologizzazione → due fonemi diventano due allofoni di uno stesso fonema: /A 1 / : /B 1 / → [A] : [B] → in seguito alla defonologizzazione, il sistema fonologico avrà un fo- nema in meno → un esempio di defonologizzazione nel passaggio dal latino alle lingue romanze è la perdita dell’opposizione tra vocali lunghe e vocali brevi 7.4.5 Perdita o confluenza di fonemi Sia la perdita sia la confluenza di fonemi causano la diminuzione di un’unità del numero dei fonemi presenti in

un sistema fonologico → nel caso della perdita ( loss) si ha l’eliminazione di un fonema nel corso del tempo → il

fonema /p/ è scomparso, p. e., nel passaggio da i.e. a celtico → il fonema scomparso è sostituito da uno zero fo-

nico → nel caso di confluenza ( merger) di fonemi, due o più fonemi confluiscono in uno solo: i.e. * k e * p > um-

bro p → un caso importante di confluenza di fonemi si ha nell’evoluzione del vocalismo tonico dal latino alle lin-

gue romanze → il latino aveva dieci vocali (distinte per timbro e quantità), l’italiano ne ha sette (distinte per tim- bro) 7.4.6 Rifonologizzazione Si ha la rifonologizzazione quando due fonemi in opposizione restano tali dopo il mutamento, ma è cambiato il tratto distintivo per il quale si opponevano → /A/ : /B/ > /A 1 / : /B 1 / → un esempio di rifonologizzazione è il

rapporto oppositivo tra le due vocali fr. e <â>: patte vs. pâte → inizialmente, si opponevano per qualità → ora

si oppongono per quantità

7.4.7 Risistemazione di fonemi ( shift)

La risistemazione di fonemi comporta il mutamento di intere serie di fonemi all’interno di correlazioni → riorga- nizza in modo evidente tutto il sistema fonologico → spesso non comporta un mutamento del numero globale dei fonemi dell’inventario → Martinet ha proposto di intendere questi mutamenti come mutamenti a catena di tra- zione o mutamenti a catena di propulsione → Martinet riconduce dei mutamenti prima considerati indipendenti a tappe di uno stesso fenomeno fonologico → esempio di mutamento a catena: L’intero mutamento a catena si sarebbe strutturato in questo modo: /ku + í/ → /kwí/ → /ki/ → /tʃi/

Un altro esempio di shift è il Great Vowel Shift che segna il passaggio tra il medio ing. e l’ing. moderno → ha in-

vestito tutte le vocali lunghe del medio inglese: Il GVS è descrivibile come un mutamento a catena → nel caso in cui sia partito dal dittongamento delle vocali lunghe /i/ e /u/, si dovrebbe parlare di catena di trazione → nel caso sia partito dall’innalzamento di /a/ lunga biso- gnerebbe parlare di catena di propulsione → un ultimo esempio di mutamenti a catena è la Legge di Grimm (§ 7.3.9) → la Legge di Grimm descrive un mutamento paradigmatico, mentre la Legge di Verner descrive un muta- mento sintagmatico → la Legge di Grimm descrive inoltre un mutamento sistematico e proporzionale → i muta- menti sistematici e proporzionali sono quelli in cui le alterazioni di norma si verificano: 1) in tutto il campo distri- butivo dell’unità fonologica che si sta alterando; 2) la stessa alterazione si verificherà in tutte le altre unità fonologi- che 7.4.8 Cause del mutamento fonologico Nel mutamento fonologico hanno grande rilievo le cause interne → il metodo comparativo-ricostruttivo e l’accer- tamento delle parentele genealogiche tra lingue si basano in modo significativo sulla fonologia, perché in genere è più stabile → tende anche a mutare in maniera regolare → il sistema fonologico infatti è basato su un numero re- lativamente basso di unità (dalle venti alle quaranta) → il sistema fonologico tende all’equilibrio → evolve in rela- zione a due tendenze antitetiche: il principio del minimo sforzo e il principio della differenziazione massima (Martinet) → i parlanti tendono a compiere il minimo sforzo nell’articolazione dei messaggi verbali e ad anticipare tratti di fonemi che seguono nella sequenza fonica → sono fenomeni di coarticolazione → tutte le oscillazioni cui è soggetto un fonema nel sintagma, tuttavia, sono frenate dal sistema nel caso in cui l’oscillazione possa portare alla confusione o confluenza tra due fenomeni diversi → in italiano, p.e., si può pronunciare /i/ in diversi gradi di apertura, purché non si confonda con /e/ → il principio di differenziazione massima è quello per cui se in un si- stema fonologico, per esempio, ci fossero tre vocali, queste sarebbero /a, i, u/, ossia i timbri più distanti reciproca- mente → questo principio agisce anche sul piano sintagmatico → le lingue privilegiano i contrasti marcati, come le sequenze consonante occlusiva + vocale → costituiscono un tipo sillabico universale → secondo i funzionalisti, il principio di differenziazione massima sarebbe anche alla base di alcuni mutamenti fonologici diacronici I mutamenti fonologici sono generalmente confermi alla scala di forza consonantica: occlusive sorde intense >

Quando l’equilibrio tra queste due forze contrapposte si spezza, avviene il mutamento fonologico → l’equilibrio si rompe più facilmente in presenza di opposizioni con basso rendimento funzionale

7.5 Il mutamento morfosintattico

7.5.1 Creazione analogica e livellamento analogico Secondo Martinet, i principali mutamenti morfologici si devono a: a) creazioni analogiche e livellamento analo- gico; b) grammaticalizzazione → la creazione analogica è il fenomeno per cui si crea un nuovo affisso tramite un

processo di erronea segmentazione → il suffisso ing. - able è una creazione analogica → deriva dai presiti in fran-

cese in - ble < lat. - bilis → il suffisso latino si aggiunge a temi verbali, dotati di vocale tematica → spesso, nei prestiti

fr. in ing., la vocale tematica è - a- → il suffisso viene rianalizzato dai parlanti inglesi in - able → il suffisso è poi

stato esteso a verbi inglesi non di origine latina per formare aggettivi: likeable, burnable… → tale processo di

estensione di un suffisso straniero a voci indigena si chiama induzione di morfema Il livellamento analogico riguarda un’intera coniugazione o declinazione → tende a ripristinare la regolarità fles- sionale secondo il paradosso di Sturtevant → il paradosso di Sturtevant afferma che il mutamento fonologico è

regolare, ma produce irregolarità, mentre l’analogia è irregolare, ma produce regolarità: lat. honos > lat. honor

7.5.2 I principi di Kuryłowicz Kuryłowicz (linguista polacco): ha elaborato una serie di principi universali che regolerebbero i processi analogici → secondo Kuryłowicz, il livellamento analogico tende a conservare distinzioni morfologiche di valore centrale a spese di distinzioni di minore importanza → un caso in cui questo principio è evidente è l’evoluzione della decli- nazione nominale dal germanico all’inglese moderno: c. fase I (germanico occidentale, anglosassone): SINGOLARE PLURALE NOM./ ACC.

f ō t f ō ti

GEN.

f ō tis f ō ta

DAT.

f ō ti f ō tum

d. fase II (con metafonia indotta da - i): la - i della sillaba finale induce metafonia sulla vocale tonica, innalzan-

dola a /ē/ → poi cade - i finale:

SINGOLARE PLURALE NOM./ ACC.

f ō t f ē t

GEN.^ f ō^ tes^ f ō^ ta

DAT.

f ē t f ō tum

e. fase III (livellamento analogico): in questa fase, /ō/ viene percepita come marca del sg., mentre /ē/ del pl. → /ē/ del dativo sg. e /ō/ dei gen. e dat. pl. vengono percepiti come non regolari → vengono sostituiti ana- logicamente: SINGOLARE PLURALE NOM./ ACC.

f ō t f ē t

GEN.^ f ō^ tes

f ē te

DAT.

f ō te f ē ten

In questo caso, il livello analogico ha preservato la distinzione morfologica più importante (quella tra sg. e pl.) a scapito della distinzione, ormai diventata marginale, tra i casi obliqui → un altro principio generale dell’analogia elaborato da Kuryłowicz afferma che, quando una forma viene rimodellata analogicamente, essa assume una fun- zione primaria, mentre la forma più antica svolge funzioni secondarie o scompare In molti casi, l’estensione analogica di morfemi può collegarsi alla rianalisi (§ 7.5.1) → un esempio di estensione

analogica di suffissi combinata con rianalisi è il suffisso - ora dell’italiano antico → un ultimo esempio di livella-

mento analogico è la contaminazione → sono forme che non appartengono allo stesso modello flessionale, ma che vengono imparate e/o ripetute in sequenza e quindi possono influenzarsi a vicenda → un esempio è costituito

dai primi dieci numerali latini → novem è dovuto a una contaminazione analogica → la forma fonologicamente

esatta sarebbe dovuta essere stata * noven → si ha novem per contaminazione con decem e septem

7.5.3 Altri mutamenti morfologici Altri tipi di mutamenti morfologici riguardano il cambio di categoria grammaticale nel corso del tempo → nel pas- saggio dalle quattro coniugazioni del verbo latino alle tre dell’italiano, si sono verificati numerosi metaplasmi: lat.

facere > it. fare; lat. dicere > it. dire; lat. admonere > it. ammonire → altri mutamenti di categoria si sono verificati

nel passaggio dai tre generi del latino ai due dell’italiano → già nel tardo latino si osserva un mutamento morfolo- gico che tende a cancellare le declinazioni meno produttive → i temi della V declinazione tendono a passare alla

I: lat. effigies vs. effigia; luxuries vs. luxuria

Il latino, già partire dal periodo classico, tende a una progressiva erosione della flessione nominale → questa per- dita dei casi, che ha interessato tutte le lingue i.e., prende il nome di sincretismo delle desinenze di caso → ven- gono eliminati dei casi e le corrispettive funzioni vengono assunte dai casi conservati → molto precocemente, p. e., il vocativo viene assorbito dal nominativo → la progressiva perdita delle desinenze ha portato all’affermarsi di costrutti preposizionali, nei quali l’informazione morfologica è apparentemente ridondante → la declinazione la- tina viene smantellata anche a causa di importanti mutamenti fonologici che hanno interessato il latino, tra i quali:

  • la perdita di - m finale;
  • la pronuncia di - s debole finale;
  • la perdita della distintività della quantità vocalica e la confluenza delle vocali toniche;
  • la perdita del sillabismo finale per effetto dell’accento intensivo La progressiva perdita delle distinzioni formali tra desinenze e del sillabismo finale ha dato origine in francese an- tico alla declinazione diptotica, con due soli casi: nom. e acc. 7.5.4 Grammaticalizzazione La grammaticalizzazione è un fenomeno di mutamento morfosintattico estremamente comune nelle lingue del mondo → un lessema dotato di semantica piena perde progressivamente il suo carico semantico e si trasforma in un morfema grammaticale → nella terminologia americana, vengono distinti due fenomeni: grammaticalizzazione e morfologizzazione → nel caso di grammaticalizzazione, un lessema autonomo dotato di semantica piena diventa

un morfema grammaticale libero e conserva anche il suo uso di lessema autonomo → ing. to go, ‘andare’ può es-

sere usato come morfema grammaticale libero nelle perifrasi progressive: I’m going to read, ‘Sto per leggere/ leg-

gerò’ → per morfologizzazione si intende il processo per cui un lessema autonomo si trasforma in un morfema

legato → it. - mente < lat. abl. sg. mente – lat. firma mente, ‘con mente ferma’ → la distinzione tra grammaticaliz-

zazione e morfologizzazione non sembra indispensabile, perché lo stesso fenomeno può produrre sia morfemi liberi sia morfemi legati nella stessa lingua o in lingue dello stesso gruppo → spesso, inoltre, alla grammaticalizza- zione segue la morfologizzazione → il processo di grammaticalizzazione, a livello generale, segue questi passaggi: lessema autonomo → morfema grammaticale → clitico → affisso flessionale Spesso prevede la progressiva riduzione sia del carico semantico sia del corpo fonico dell’elemento che si gram-

maticalizza → esiste anche il fenomeno opposto: it. ismi

L’origine del passato prossimo in italiano Per esprimere il passato, il latino faceva uso dell’imperfetto o del perfetto → il perfetto latino non discende dal

si ripete il pronome personale che funge da anafora del soggetto → la predicazione nominale è presente anche

nelle lingue i.e.: lat. omnis homo mortalis → in ebraico moderno, il pronome personale hu è stato rianalizzato

come copula, verosimilmente per effetto del contatto linguistico con lingue europee dotate di copula → in cinese,

la copula si è sviluppata in seguito a rianalisi della struttura di superficie, a partire dal pronome dimostrativo shì,

‘questo’

7.6. Le dimensioni del mutamento linguistico

Lazzeroni: sottolineò che il mutamento linguistico si attua in tre dimensioni: a) dimensione diacronica; b) dimen- sione spaziale; c) dimensione sociolinguistica 7.6.1 La dimensione diacronica Che le lingue mutino nel tempo è ammesso fin dalle origini della linguistica storica → la diacronia è l’unica di- mensione presa in considerazione dai linguisti dell’Ottocento e del primo Novecento → necessità di ipotizzare

una serie di fasi intermedie che portavano gli stessi parlanti nello stesso luogo a parlare da uno stadio x a uno sta-

dio y → se A → B, attraverso le fasi di A 1 , A 2 , A 3 , An, queste fasi del mutamento devono disporsi in una succes-

sione temporale → la dimensione temporale è fondamentale nel mutamento linguistico → la velocità del muta- mento è tuttavia variabile → dipende dalle condizioni storiche e sociali di una comunità → le crisi del mondo ro- mano e le invasioni germaniche hanno accelerato il mutamento del latino volgare verso le lingue romanze; i muta- menti più profondi dell’inglese avvengono dopo la conquista normanna… → la glottocronologia, metodo lessico- statistico elaborato da M. Swadesh, è un metodo di tipo matematico che pretenderebbe di misurare la propaga- zione nel tempo dei mutamenti linguistici e l’età delle lingue → si basa sull’erroneo presupposto che la velocità del mutamento sia costante → Swadesh si basa su una lista di cento parole (poi duecento) che farebbero parte del «lessico fondamentale» di qualsiasi lingua → sarebbero degli «universali culturali»: concetto di uomo, donna, sole, luna, albero…; pronomi personali; numeri bassi; azioni basilari; parti del corpo… → l’idea di fondo è che il «deca- dimento» seguirebbe un ritmo costante → in particolare, dopo un millennio, la percentuale del lessico fondamen- tale conservato sarebbe dell’81% → secondo la formula presentata da Swadesh, dati due stadi di una lingua, o di due lingue imparentate, il tempo che li divide sarebbe uguale al logaritmo della percentuale dei significati comuni

ai due stadi, diviso per il logaritmo dell’indice di conservazione dopo un millennio ( r):

log𝑐 log𝑟

t è time depth, c sta per la percentuale dei significati comuni e r è l’indice di conservazione dopo un millennio →

a partire da questa formula, per calcolare il tempo di separazione tra due lingue genealogicamente affini, si de- duce: 𝑡 = logc 2logr Se si applica questa formula a lingue imparentate di cui si conoscono le vicende storiche, si ottengono risultati to- talmente in contraddizione rispetto a quelli ottenuti dalla Linguistica storica → ai risultati inesatti si è tentato di ovviare abbassando l’indice di conservazione al 76% → i motivi per cui la glottocronologia è metodo criticato sono sostanziali: a) tutti i casi storici a noi noti mostrano che le lingue non mutano a velocità costante; b) non è affatto dimostrato che esista un lessico di base universale → le liste di Swadesh, più che di parole, sono liste di concetti → il modo in cui ogni singola lingua segmenta il campo dei concetti universali è arbitrario → la compara- zione-ricostruzione può basarsi solo sulle forme linguistiche, non sui concetti 7.6.2 La dimensione spaziale La dimensione spaziale iniziò a essere inclusa nella dinamica del mutamento con lo sviluppo della dialettologia e della geolinguistica → il fondatore della Geografia Linguistica è considerato J. Gilliéron, studioso franco-svizzero e autore del primo atlante linguistico → il concetto di isoglossa linguistica (linea ideale che racchiude l’area in cui si

manifesta un certo fenomeno linguistico) era già presente grazie a. Schmidt, Wellentheorie → un altro studio fon-

damentale per la Geografia Linguistica fu quello condotto da Wenker, nel 1876, sulla seconda rotazione

consonantica tedesca → è una mutazione paradigmatica → il fenomeno si trova massicciamente nei dialetti tede- schi superiori, ma va scemando man mano ci si avvicini alla linea di Benrath → è possibile seguire l’espandersi della seconda rotazione consonantica germanica sulle fonti documentarie → non tutti gli esiti della mutazione

consonantica alto-tedesca entrano nella lingua standard: il tedesco, infatti, si forma soprattutto sui dialetti centro-

orientali Il fenomeno è datato tra il VII e il IX secolo d.C. → le più antiche testimonianze si collocano alla fine del VII secolo → sono testi prodotti in area alemanna, in area tedesco-superiore → è probabile che dall’area alpina la mutazione si sia estesa in due direzioni: verso nord (coinvolgendo i dialetti franconi) e verso sud (passando per le Alpi e raggiungendo i Longobardi) → i prestiti longobardi in italiano consentono di datare l’inizio del fenomeno con maggior sicurezza agli inizi del VI o del VII secolo → tra le possibili cause del fenomeno, la più probabile è l’influsso del sostrato linguistico in area alpina incontrato dai Germani nel momento del loro stanziamento (V e VI secolo d.C.): occlusive sorde germaniche > a) fricative sorde (singole o doppie); b) affricate occlusive sonore germaniche > occlusive sorde Caso a) si presenta quando l’occlusiva si trova in posizione interna o finale di parola, dopo un suono vocalico o dittongo → nei mss. in posizione finale o preceduta da vocale lunga/ dittongo si presenta come fricativa singola, altrimenti si raddoppia → il caso b) si riscontra quando l’occlusiva si trova in posizione iniziale di parola o se (nel caso sia in posizione interna oppure finale) è preceduta da un suono consonantico o è una consonante geminata germ. > ata. 1.a P > FF T > SS K > HH KW > HW 1.b P > PF T > TS K > KH KW > KHW 2 B > P D > T G > K GW > KW

simili avviene il contrario W. Labov è considerato il fondatore della Sociolinguistica → i suoi studi principali, sulla centralizzazione di /a/ nei dittonghi dell’inglese di Martha’s Vineyard e sulle varietà dell’inglese americano di NY, hanno avuto grande importanza per una migliore comprensione dei fenomeni di mutamento → hanno condotto alle seguenti conclu- sioni:

  • ogni lingua è un diasistema;
  • una variante diatopica può presentarsi come variante diastratica;
  • ogni lingua ha varietà diastratiche e diafasiche;
  • ogni parlante di una data comunità, almeno in teoria, conosce tutte le varianti della lingua che parla;
  • le varianti sociolinguisticamente connotate possono coesistere a lungo in equilibrio, ma l’equilibrio può rompersi e una variante può progredire e generalizzarsi;
  • il mutamento linguistico è connesso con la variazione;
  • un’innovazione può nascere in qualsiasi punto del corpo sociale e poi procedere verso gli strati più alti o bassi della popolazione La sociolinguistica studia i rapporti tra lingua e società → il rapporto tra mutamento linguistico e fattori sociali, culturali e storici era sempre stato considerato nella buona pratica degli studi della linguistica storica → la sociolin- guistica moderna riprende la tradizione antica → l’innovazione sta nel del metodo statistico e quantitativo → la sociolinguistica moderna si occupa delle varianti diacroniche, nell’ipotesi che non siano varianti libere, ma che abbiano una valenza sociale → sottolinea l’importanza di tali varianti al fine di comprendere il mutamento lingui- stico → i mutamenti e le innovazioni, prima di imporsi e generalizzarsi si manifestano come varianti → Ferguson nel 1959 introdusse il concetto sociolinguistico di diglossia, cioè la compresenza di due lingue delle quali una è la

varietà alta (H, da high), che non è lingua madre di nessuno dei parlanti, viene trasmessa a scuola e viene usata

nello scritto e in tutti i contesti formali → l’altra è la varietà bassa (L, da low) ed è acquisita spontaneamente e

usata in tutti i contesti informali → Ferguson cita come esempi il rapporto tra arabo classico ed egiziano; tra ka-

tharévusa e dhimotikí; tra francese e creolo a Haiti

Poco dopo Labov diede avvio alla sociolinguistica moderna con uno studio nella centralizzazione di /a/ nei ditton-

ghi /aɪ/ e /aʊ/ nell’inglese di Vineyard → studiò, p.e., le parole light e house con primo elemento del dittongo cen-

tralizzato, ossia /ʌɪ/ e /ʌʊ/ → inizialmente Labov distingue quattro gradi di centralizzazione (0, 1, 2, 3) → poi cal- colò il numero medio di centralizzazione in ognuno dei parlanti esaminati → per prima cosa considerò il rap- porto tra centralizzazione ed età anagrafica → il fenomeno era più cospicuo tra i parlanti tra i trenta e i quaranta- cinque anni, ma diminuiva negli anziani e in parte nei giovani → ciò escludeva che si potesse pensare un muta- mento generazionale → Labov allora considerò altri elementi:

  • tipo di occupazione svolta dai parlanti. →Labov considerò tre categorie: pescatori, contadini e altro → notò come i pescatori centralizzavano più di tutti e i contadini meno di tutti;
  • abitanti di città o di zone rurali → gli abitanti delle zone rurali centralizzavano il doppio degli abitanti di città;
  • composizione etnica → sulla base di tale parametro non osservò nessuna correlazione apprezzabile tra appartenenza etnica e grado di correlazione L’isola di Vineyard era stata in isolamento per secoli → dopo il 1940, molti abitanti avevano lasciato l’isola → i giovani avevano iniziato a lavorare e studiare sulla terraferma → molti non vi tornavano a vivere → ciò aveva pro- dotto un progressivo declino demografico ed economico, poi compensato in turismo → le case dei pescatori ini- ziarono ad essere acquistate dai turisti → i pescatori si ritirarono nelle zone più interne dell’isola → Labov scoprì che si potevano distinguere tre gruppi sociali di parlanti sulla base della loro attitudine dell’isola:
  • gruppo 1: persone attaccate all’isola e le sue tradizioni → vi era la massima centralizzazione;
  • gruppo 2: neutrali → minima centralizzazione;
  • gruppo 3: persone che volevano lasciare l’isola appena possibile → nessuna centralizzazione

Ne concluse che la centralizzazione era un segno di attitudine positiva verso l’isola → con gli stessi metodi Labov affrontò lo studio della pronuncia della vibrante /r/ dopo vocale e in coda di sillaba → sono presenti due pro-

nunce: il rhotic style, ossia la pronuncia della /r/ e il non- rhotic style, ossia la mancata pronuncia della /r/ → il mu-

tamento non-rhotic ha origine nel sud-est dell’Inghilterra nel XVI- XVII secolo → all’epoca in America la /r/ si

pronunciava → i bambini del New England imparavano a scuola inglese in cui i maestri non pronunciavano la /r/

→ il non- rhotic style si diffonde nell’East Coast, da nord a sud, ma non nel Midwest → negli anni Trenta, il non-

rhotic style è la variante di prestigio a New York → Labov osserva che negli anni Settanta tutti i newyorkesi usano

entrambe le pronunce, ma in misura diversa → Labov considera due fattori:

  • fattore 1: contesto e grado di formalità;
  • fattore 2: classe sociale

Riguardo al primo fattore, Labov analizza la percentuale delle diverse pronunce nel casual speech, nel formal

speech, nel reading- passage speech e nel word-list speech → riguardo al secondo, la stessa analisi è condotta nelle

seguenti classi sociali: lower middle class, upper middle class, uppper working class, lower working class e lower

class → a parità di contesto linguistico (1), più alto è il livello sociale, più /r/ si pronuncia → a parità di classe so-

ciale (2) più formale è il contesto, più /r/ si pronuncia → Labov conclude che si è imposto il livello rhotic style →

studi sociolinguistici di Labov hanno dimostrato che: 1) una variabile linguistica può essere socialmente stratificata;

  1. un mutamento in atto si manifesta come variazione; 3) la variazione è il veicolo del mutamento

7.7 Tipologia lessicale e mutamento

Esistono leggi regolari e paradigmatiche che descrivono l’evoluzione del sistema fonologico dell’i.e. ricostruito in una o più lingue storiche indoeuropee → la maggior parte di queste leggi fonetiche è stata individuata dai Neo- grammatici → si dedicarono allo studio delle lingue indoeuropee → questi studiosi consideravano le lingue come prodotti collettivi dell’agire umano → i Neogrammatici individuarono una serie di leggi fonetiche che sono un aiuto enorme nell’applicazione del metodo comparativo-ricostruttivo → diedero le migliori descrizioni delle lin- gue i.e. → i Neogrammatici erano convinti che il mutamento linguistico fosse regolato da leggi fonetiche ineccepi- bili, ossia prive di eccezioni, escluse di quelle spiegabili con altre leggi o tramite meccanismi analogici → il neo- grammatico A. Leskien affermava che le leggi fonetiche agivano con «cieca necessità» → a questa concezione dei

Neogrammatici si oppose Schuchardt, studioso di lingue romanze → pubblicò Sulle leggi fonetiche: contro i Neo-

grammatici → sosteneva che le leggi fonetiche proclamate dai Neogrammatici fossero inesistenti → ogni parola ha

la sua storia, evolve secondo percorsi peculiari, non descrivibili da leggi regolari → a controversia continuò ad ani- mare il dibattito per molto tempo divise gli studiosi → la disputa fu risolta nel 1990 da W. Belardi → fece notare che la controversia riguardo alle leggi fonetiche non aveva ragione di esistere → i Neogrammatici e Schuchardt si occupano di lingue la cui tipologia del segno era totalmente diversa I Neogrammatici si occupavano di lingue a segno internamente articolato, mentre Schuchardt studiava lingue a segno fisso → queste due tipologie di lingue si comportano in modo differente → nelle prime è possibile indivi- duare delle leggi fonetiche sistematiche e paradigmatiche → i mutamenti delle lingue a segno articolato sono rego- lari → nelle lingue a segno fisso i mutamenti sono irregolari, condizionati dal contesto fonico → è impossibile in- dividuare delle leggi fonetiche del tipo della legge di Grimm → la posizione dei Neogrammatici e quella di Schuchardt erano entrambe corrette, ma nessuna aveva carattere generale → le lingue a segno internamente arti- colato sono le lingue in cui il segno lessematico presenta confini netti tra morfemi (radice, vocali, apofoniche e tematiche, affissi formativi, desinenza) → in esso la struttura consonantica ha funzione semantica → veicola il con- tenuto noetico di base → la struttura vocalica ha funzione morfologica e determina il lessema in relazione alle ca- tegorie morfosintattiche della lingua in questione → sono lingue a segno articolato tutte le lingue flessive con fles- sione interna e derivazione → nelle lingue a segno fisso, la struttura interna del lessema è opaca → possono es- sere individuabili un tema e dei morfemi grammaticali → consonanti e vocali in un segno fisso hanno la mede- sima funzione → manca la flessione interna → le lingue a segno internamente articolato evolvono in modo da preservare i confini di morfemi e la distinzione funzionale tra consonanti e vocali → per il funzionamento del se- gno fisso ciò non è necessario → Belardi associa il segno internamente articolato a una bandiera a strisce di colori diversi, mentre il segno fisso a una bandiera di un solo colore → se si elimina una striscia dalla prima bandiera, può perdersi completamente un colore e la bandiera avrà perso la sua funzione → viceversa, asportare una striscia