Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


COLLABORARE, RIPAMONTI, Prove d'esame di Psicologia Sociale

RIASSUNTO DEL LIBRO "COLLABORARE Metodi partecipativi per il sociale" DI ENNIO RIPAMONTI

Tipologia: Prove d'esame

2015/2016

In vendita dal 21/12/2016

PsicoKore
PsicoKore 🇮🇹

4.5

(310)

321 documenti

1 / 52

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
COLLABORARE
Metodi partecipativi per il sociale
Ennio Ripamonti
1.Lo scenario contemporaneo
1.1.Operare in un welfare in trasformazione
Il termine welfare è stato introdotto nel nostro paese alla fine della Seconda guerra mondiale per
designare un sistema politico-istituzionale in cui la questione della sicurezza e del benessere dei cittadini
veniva assunta come prerogativa e responsabilità precipua dello Stato, nelle sue diverse articolazioni.
Il cosiddetto Stato sociale si è storicamente caratterizzato per il suo impegno diretto sui temi
dell’istruzione, della salute, dell’edilizia pubblica, dell’assistenza e della previdenza. In Italia il processo
conosce un significativo impulso negli anni ’60 del Novecento, attraverso una serie di leggi, istituzioni e
provvedimenti tesi a costruire la struttura di un vero e proprio Stato sociale.
Possiamo individuare almeno tre dimensioni di crisi del welfare:
- Crisi di sostenibilità economica
- Crisi di modello culturale di riferimento
- Crisi di legittimazione sociale
1.1.1.Il problema della sostenibilità economica
Le crisi petrolifere degli anni settanta hanno bruscamente mutato il quadro provocando fenomeni di
recessione un po’ ovunque, in particolar modo nei paese, come il nostro, a forte dipendenza energetica.
Con la pubblicazione del Rapporto sui limiti dello sviluppo umano del 1972 è la stessa idea di progresso
economico, fino ad allora concepito come un processo lineare ed espansivo, che comincia ad incrinarsi.
Nel Rapporto vengono per la prima volta delineate le conseguenze dell’aumento continuo della
popolazione sull’ecosistema terrestre. La scienza lancia un appello chiaro e documentato sulla questione
dei limiti. Ma la maggior parte dei governi dell’Occidente industrializzato ignora o sottovaluta l’analisi del
Rapporto e procede speditamente a finanziare il proprio sistema di welfare attraverso un sostanziale
aumento della pressione fiscale, dei disavanzi di bilancio e del debito pubblico complessivo.
Negli anni ’80 si assiste a una vera e propria esplosione del debito pubblico italiano, determinato
dall’effetto combinato degli interessi passivi sull’aumento del disavanzo. La questione di sostenibilità
economica dei sistemi welfare si è riproposta periodicamente negli ultimi anni ed è entrata di recente in
una fase ancora più acuta inseguito alla crisi finanziaria mondiale del 2008. Nella maggioranza degli stati
europei le manovre di aggiustamento del 2010 hanno coinvolto gli assetti dei sistemi di protezione sociale,
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d
pf1e
pf1f
pf20
pf21
pf22
pf23
pf24
pf25
pf26
pf27
pf28
pf29
pf2a
pf2b
pf2c
pf2d
pf2e
pf2f
pf30
pf31
pf32
pf33
pf34

Anteprima parziale del testo

Scarica COLLABORARE, RIPAMONTI e più Prove d'esame in PDF di Psicologia Sociale solo su Docsity!

COLLABORARE

Metodi partecipativi per il sociale

Ennio Ripamonti

1.Lo scenario contemporaneo

1.1.Operare in un welfare in trasformazione Il termine welfare è stato introdotto nel nostro paese alla fine della Seconda guerra mondiale per designare un sistema politico-istituzionale in cui la questione della sicurezza e del benessere dei cittadini veniva assunta come prerogativa e responsabilità precipua dello Stato, nelle sue diverse articolazioni. Il cosiddetto Stato sociale si è storicamente caratterizzato per il suo impegno diretto sui temi dell’istruzione, della salute, dell’edilizia pubblica, dell’assistenza e della previdenza. In Italia il processo conosce un significativo impulso negli anni ’60 del Novecento, attraverso una serie di leggi, istituzioni e provvedimenti tesi a costruire la struttura di un vero e proprio Stato sociale. Possiamo individuare almeno tre dimensioni di crisi del welfare:

  • Crisi di sostenibilità economica
  • Crisi di modello culturale di riferimento
  • Crisi di legittimazione sociale

1.1.1.Il problema della sostenibilità economica Le crisi petrolifere degli anni settanta hanno bruscamente mutato il quadro provocando fenomeni di recessione un po’ ovunque, in particolar modo nei paese, come il nostro, a forte dipendenza energetica. Con la pubblicazione del Rapporto sui limiti dello sviluppo umano del 1972 è la stessa idea di progresso economico, fino ad allora concepito come un processo lineare ed espansivo, che comincia ad incrinarsi. Nel Rapporto vengono per la prima volta delineate le conseguenze dell’aumento continuo della popolazione sull’ecosistema terrestre. La scienza lancia un appello chiaro e documentato sulla questione dei limiti. Ma la maggior parte dei governi dell’Occidente industrializzato ignora o sottovaluta l’analisi del Rapporto e procede speditamente a finanziare il proprio sistema di welfare attraverso un sostanziale aumento della pressione fiscale, dei disavanzi di bilancio e del debito pubblico complessivo. Negli anni ’80 si assiste a una vera e propria esplosione del debito pubblico italiano, determinato dall’effetto combinato degli interessi passivi sull’aumento del disavanzo. La questione di sostenibilità economica dei sistemi welfare si è riproposta periodicamente negli ultimi anni ed è entrata di recente in una fase ancora più acuta inseguito alla crisi finanziaria mondiale del 2008. Nella maggioranza degli stati europei le manovre di aggiustamento del 2010 hanno coinvolto gli assetti dei sistemi di protezione sociale,

1.1.2.Il declino del modello Il declino del modello per almeno tre ragioni:

  • Statalismo e burocratizzazione
  • Parassitismo nell’interposizione politica
  • Rigidità nei confronti dei cambiamenti sociali L’espressione Stato assistenziale riassume l’aumento esponenziale di apparati pubblici dominati da logiche burocratiche e clientelari in cui i trasferimenti di ricchezza fra le differenti categorie di utenti si rivelano arbitrari e iniqui.  si smarrisce progressivamente l’idea delle politiche pubbliche come un investimentosociale e vengono sempre più viste come una spesa. La funzione del welfare infatti è quella di prevenire e attenuare l’incidenza dei rischi sociali nei percorsi di vita di singoli e comunità attraverso una vasta serie di interventi come: servizi psicosociali, sussidi economici, edilizia residenziale pubblica e servizi educativi ecc. In Italia la presenza di un sistema di servizi a macchia di leopardo in cui coesistono aree di eccellenza e zone di abbandono, elevate prestazioni e scandalose inefficienze, ha contribuito a sedimentare nel tempo una percezione sociale generalmente negativa del welfare nostrano. Un altro aspetto critico del modello di welfare è riconducibile al ruolo eccessivamente pervasivo dello Stato. Uno degli effetti più vistosi di questo statalismo è riscontrabile in quello della deresponsabilizzazione che ha generato nelle persone e nei gruppi sociali: come se il benessere di una comunità fosse competenza esclusiva della pubblica amministrazione e dei suoi apparati.

1.1.3.La crisi di legittimazione Essa è connessa a fenomeni di:

  • Spreco, nepotismo, clientelismo
  • Corruzione e concussione
  • Sfiducia e risentimento La loro combinazione ha contribuito a erodere il già esiguo patrimonio di fiducia nei confronti della pubblica amministrazione e delle politiche sociali. A livello europeo la messa in discussione del modello del welfare state si fa accesa negli anni ’80, sulla scia della vittoria della Thatcher nel Regno Unito e della corrispondente affermazione politico-culturale di una visione neoliberale della società. Ma è il modello stesso di Stato sociale a indicare i suoi limiti: il ruolo dell’apparato pubblico si mostra soverchiante e il sistema troppo rigido per riuscire a modularsi con i tempi e i modi di una società che è diventata molto più complessa e variegata. Il sistema appare lento e autoreferenziale, poco incline a guardare alla società come un giacimento di risorse. Alcune voci critiche intravvedono nella continua polemica circa l’efficacia dei sistemi di welfare europeo un disegno più ampio di smantellamento del modello di Stato così come oggi lo conosciamo. Il welfare è sempre più impopolare: fra i ceti agiati e le classi dirigenti lo si considera un cattivo investimento mentre nel senso comune più diffuso dei ceti medi si è di molto attenuata la solidarietà verso i più deboli. «Il welfare è sempre di più sulla difensiva, giorno dopo giorno deve scusarsi e rendere conto della propria ragione di essere» Bauman. 6 dimensioni di analisi di un sistema di welfare  Promozione dell’efficienza economica , valutabile in termini di crescita economica, occupazione, bassi sprechi del sistema, efficacia dei programmi.  Riduzione della povertà , dal punto di vista della sua estensione, profondità, durata e ricorrenza  Uguaglianza , in termini di reddito, sociale e di cittadinanza  Promozione dell’integrazione , a livello familiare, lavorativo, economico, e sociale  Promozione della stabilità familiare , lavorativa e di reddito tramite un sistema di protezione che riduca l’insicurezza, in particolare per le fasce sociali deboli  Promozione dell’autonomia sociale , lavorativa, di reddito e di tempo libero attraverso interventi di regolazione del mercato e ridistributivi.

diventino precocemente consumatori e che i consumatori si trasformino sempre più in bambini. Una sorta di infantilizzazione di massa dove il consumo viene ad assumere una funzione di baricentro dell’identità: “consumo quindi sono”.

1.3.2.L’ipertrofia sociale del denaro Questo aspetto chiama in causa un’altra trasformazione radicale: il rapporto con il denaro. Il problema non è il denaro in sé, infatti tutte le società, anche le più antiche, hanno inventato unità di misura per gestire scambi regolati. Basti pensare all’effetto generato dalla sua introduzione nello scambio di merci: la soggettività delle persone coinvolte passa in secondo piano e sono al centro della scena gli oggetti della transazione e il loro valore misurato in denaro. Questa impersonalità e oggettività ha reso il denaro non solo uno strumento molto funzionale, ma anche uno straordinario dispositivo di libertà individuale, come ha mostrato Simmel oltre un secolo fa in La filosofia del denaro. Nel contempo la logica stringente del denaro tende a ridurre tutto a calcolo, aumentando il processo di massificazione dell’individuo e innescando una vorticosa dinamica di alienazione. Ma se il denaro è l’equivalente universale si vengono a formare una serie di poteri sociali che sono indipendenti dagli scambi che si realizzano sul mercato, in altre parole la ricchezza si può trasformare in uno strumento di controllo sugli altri. Dato che le merci hanno bisogno di qualcuno che le acquisti se il processo si interrompe, o anche solo si affievolisce, si mettono in atto incessantemente l’apparato simbolico-comunicativo della pubblicità; la vera novità è costituita dalla velocità di questo processo. Per certi versi l’azione del consumare si è trasformata in una sorta di modello dell’agire sociale in sé, un metro di paragone e di riferimento estendibile a tutte le attività umane. Siamo immersi in un’epoca che mette in atto quotidianamente una gigantesca sollecitazione allo spreco e alla distribuzione. Si sono quindi sviluppate numerose proposte all’idea di un’economia sociale, equa e sostenibile. Le pratiche come il consumo critico, la finanza etica, il microcredito, i sistemi di scambio non monetario e l’imprenditoria sociale fanno del coinvolgimento arrivo, della corresponsabilità e della collaborazione l’autentico motore del loro sviluppo. Per certi versi si potrebbe parlare di un “nuovo mutualismo”: un movimento che sta recuperando e reinterpretando lo spirito originario dell’auto- organizzazione sociale degli inizi dell’800, fondato sui principi di reciprocità e senso etico nei comportamenti. Ma c’è bisogno di una civicness vivace, generosa e intraprendente.

1.4.Il benessere e i suoi paradossi 1.4.1.Disuguaglianze crescenti e ricerca di felicità individuale Il nostro paese ha visto nell’arco degli ultimi dieci anni scendere il reddito pro capite e aumentare la disuguaglianza. I processi di polarizzazione verticale hanno interessato diversi paesi europei ma in Italia hanno assunto dimensioni da record: i ricchi incrementano ricchezza e potere e i poveri scivolano sempre di più nella miseria. La ricchezza è sempre più concentrata in fasce ristrette di popolazione che sono nel frattempo diventate oggetto di ammirazione da parte della maggioranza. La vita degli agiati è raccontata in maniera roboante dai media i quali in realtà ne esaltano il successo. Per la massa degli spettatori non resta che tentare di emulare le gesta dei vincenti. È tristemente noto il fenomeno dell’indebitamento di segmenti poveri della popolazione per acquistare i beni posizionali, cioè quegli oggetti che comunicano status, agli altri e a se stessi. In questi casi non si ha a che fare solo con mancanza di responsabilità e o immaturità ma anche con soggetti particolarmente vulnerabili alle illusioni offerte dalle promesse del consumo. Il rapporto tra denaro e felicità non è di tipo lineare, come è stato dimostrato dal cosiddetto “paradosso di Easterlin”: si è visto che oltre una certa soglia i soldi non accrescono la felicità ma, addirittura, rischiano seriamente di comprometterla a causa di una tensione comparativa che spinge molte persone a cercare un innalzamento dei propri consumi ogni volta che migliora la condizione economica di qualcuno della propria cerchia amicale o parentale il soggetto è insoddisfatto nonostante la sua condizione sia migliorata in termini assoluti. Più di recente un gruppo di lavoro composto da una 30ina di economisti di fama mondiale, la Commissione Stiglitz-sen-fitoussi, ha individuato sette categorie di parametri correlati con il benessere di una popolazione; oltre agli aspetti economici sono stati considerati determinanti l’educazione, la salute, la qualità della democrazia, le reti sociali, l’ambiente e la sicurezza.

1.4.2.Ideologia dell’autonomia e industria della salute Un’importante ricerca internazionale ha individuato come fattori chiave della felicità una buona condizione di salute, vita privata stabile, rapporti affettivi soddisfacenti e un reddito sufficiente. Si evidenzia inoltre il ruolo determinante di due elementi cruciali: la capacità di adattamento del soggetto alle situazioni e la sua socialità. Per quanto i rapporti con gli altri siano così importanti, l’aspirazione fondamentale, a ogni latitudine, è comunque l’espansione delle libertà individuali. È la condizione dei più deboli a essere maggiormente vulnerabile e precaria: è proprio su questo terreno che entra in scena il mito dell’individuo indipendente, cioè un soggetto autonomo e risoluto, che non mostra debolezze e che non dipende da nessuno. A tutto ciò va aggiunta una riflessione relativa alla salute che è un fattore cruciale per la qualità della vita. Uno degli aspetti più rilevanti delle società moderne è la crescita vertiginosa delle industrie sanitarie un processo che rischia di trasformare la medicina in un business. Secondo l’OMS la depressione sta diventando il primo problema sanitario mondiale, sopravanzando le malattie cardiovascolari. Si costituisce l’industria della depressione: ne consegue che viene definita come depressione quella vasta area di disagio psichico che guarisce grazie agli antidepressivi, in termini commerciali significa che l’offerta genera la domanda. Nella cultura mercatistica inoltre il processo di omologazione si spinge ben oltre il comportamento economico e invade prepotentemente la dimensione psichica; ad essere in gioco sono non solo più i pensieri ma anche i sentimenti.

2.Trasformazioni sociali e azione pubblica

Per quanto in Europa la popolazione complessiva sia numericamente stabile la sua composizione è drasticamente mutata in tre aspetti cruciali:

  • l’assetto familiare
  • l’invecchiamento
  • la multiculturalità

2.1.Un società in piena mutazione demografica e culturale 2.1.1.Famiglie plurali È sempre meno chiaro cosa intendiamo con il termine famiglia. È frequente osservare la facile contrapposizione fra una presunta positività della famiglia del passato, dipinta come solida e solidale, e un’evidente criticità della famiglia attuale, iscritta invece nell’orizzonte della fragilità e della frammentazione. Ma in realtà più di una volta nelle varie epoche la vita familiare è stata investita da processi di dissoluzione e di rottura: la famiglia del passato poteva essere instabile e frammentata quanto quella odierna. Ogni famiglia è un sistema influenzato in modo differente dall’ambiente in cui vive. Ne deriva che le trasformazioni sociali e culturali di un’epoca incidono sul grado di benessere e di malessere. Nell’epoca in cui viviamo il processo di nuclearizzazione della famiglia sta riducendo le dimensioni e l’estensione delle reti familiare e tende a crescere il carattere di multigenerazionalità. Questo nucleo è inoltre interessato da un fenomeno di pluralizzazione delle sue forme, attraverso esperienze quali: famiglie di fatto, famiglie ricostituite, nuove famiglie, coppie di fatto, famiglie unipersonali(single), famiglie lunghe (in cui sono presenti più generazioni), famiglie miste, unioni omossessuali. Alla base di queste profonde trasformazioni troviamo un complessivo cambiamento dei rapporti uomo-donna. La disparità tra i generi si rivela uno degli elementi più critici nella tenuta della famiglia. La famiglia oggi appare esposta a un forte isolamento sociale; le esperienze di lavoro sul campo con progetti ricolti ai minori e ai preadolescenti portano spesso allo scoperto questo disagio silenzioso, questa tendenza all’asocialità di diversi nuclei familiari e una vera e propria fame di relazioni. Ed è proprio sul terreno del sostegno alle famiglie che il welfare italiano mostra le sue maggiori inadeguatezze. Il rischio insito nello stile di vita oggi sta proprio nell’incessante accelerazione temporale a cui siamo sottoposti e alla conseguente strage di occasioni che produce (Kundera). Molte persone non hanno o non riescono a trovare il “tempo della cosa” cioè il tempo necessario affinchè qualcosa possa accadere. Ed è proprio in forza di questo dato che l’industria della cura conquista ogni giorni nuove nicchie di mercato in quanto le famiglie tendono sempre più a delegare all’esterno parte delle loro funzioni. L’ esternalizzazione della cura dei figli, del governo della casa ecc. si presenta come un fenomeno controverso: da una parte è evidente il contributo nella soluzione dei problemi della quotidianità è altrettanto vero che questo tempo è anche un’occasione persa. Delegare al mercato queste funzioni può voler dire anche impoverire la propria vita di relazione con coloro che, almeno in teoria, ci sono più cari. A fronte di queste criticità vanno segnalate esperienze sia auto-organizzate che promosse dal pubblico che investono in termini di apertura, dialogo, aggregazione e solidarietà intra e interfamiliare: centri per famiglia, percorsi di formazione, gruppi di auto e mutuo aiuto ecc.

2.1.2.Vite lunghe in società anziane Fra i paesi europei è l’Italia quello che mostra il profilo demografico più marcatamente caratterizzato in termini di anzianità, non solo per la più alta percentuale di cittadini ultrasessantacinquenni ma anche per la bassa percentuale di giovani. In mezzo secolo esatto la struttura demografica del nostro paese si è profondamente modificata: la percentuale dei giovani si è quasi dimezzata mentre quella di anziani è più che raddoppiata. Uno degli elementi meno considerati nel dibattito sulla condizione dell’anzianità è la dimensione di genere, nonostante le donne siano la grande maggioranza di questa popolazione dato che vivono mediamente dai quattro agli otto anni in più degli uomini. Le proiezioni future tendono a confermare una condizione anziana fortemente connotata in termini femminili. È quindi in prevalenza sulle donne che continuano a pesare le carenze strutturali del welfare italiano, in particolare nei servizi alla persona. Per le figure femminili si è coniata l’espressione “doppia presenza” per indicare la duplicità dell’impegno in famiglia e sul mercato del lavoro. La tematica dell’anzianità continua ad essere

sottovalutata nel dibattito pubblico: sia dal punto di vista della crescente domanda di caring che per l’incerta valorizzazione delle potenzialità sociali e di cittadinanza attiva di un’ampia fascia di senior in buone condizioni di salute.

2.1.3.Mutliculturalità Da paese dalla lunga tradizione emigratoria l’Italia si è rapidamente trasformato in una meta di immigrazione. Se la diaspora italiana nel mondo di è sedimentata nell’arco di oltre un secolo, l’arrivo di migranti sul nostro territorio è un fenomeno che data pochi decenni. In dieci anni si verifica il raddoppio della popolazione extracomunitaria. È in questa fase che si inaugura una stagione legislativa centrata sul tema della programmazione dei flussi di ingresso e si vara nel contempo un provvedimento di sanatoria per gli immigrati regolari già presenti sul territorio italiano. Senza ombra di dubbio l’Italia è sempre di più un paese multiculturale e multireligioso, con una popolazione di stranieri regolari pari al 7% della popolazione totale che provengono in maggioranza dall’Europa Orientale e dal Nord Africa. La distribuzione territoriale è particolarmente eterogenea. La sfida di costruire società coese governando la complessità della multiculturalità è assoluta priorità. Le società europee devono misurarsi con questo tema poiché ogni volta che allontaniamo da noi il problema della diversità rischiamo di confermare la nostra paura del diverso. E non c’è processo di crescita se non si entra in rapporto con l’altro, a cominciare da quell’altro che ognuno è per sé stesso. Ma il carattere ultimo della polis è la pluralità e non l’identità, ed è qui che possiamo coltivare progetti di sviluppo partecipato interculturale. La corrispondenza tra aumento di immigrati e insicurezza è infondata; questo non significa negare il fenomeno o sottovalutare l’impatto sul clima psicologico che si respira in molti quartieri delle nostre città. La promozione della sicurezza è stata la missione principale del welfare fin dalla sua fondazione: oggi però le politiche sociali appaiono inadeguate a fronteggiare queste problematiche.

2.2.Pervasività della tecnica 2.2.1.L’ambiente tecnologico Il filosofo Galimberti ha condotto una disamina su questo tema e ci invita ad osservare che “siamo soliti considerare la tecnica come uno strumento a disposizione dell’uomo, quado invece la tecnica oggi è diventata il vero soggetto della storia, rispetto al quale l’uomo è ridotto a funzionario dei suoi apparati”. È sempre Galimberti a osservare che lo sviluppo tecnologico ha determinato un’autentica mutazione antropologica che ha dato forma a un nuovo modo di pensare, riassumibile nel passaggio dall’agire al pure e semplice fare. Nel primo caso il soggetto compie delle azioni in vista di uno scopo, mentre nel secondo le azioni sono un’esecuzione che prescinde dagli scopi finali i quali, o non sono conosciuti o non se ne ha la responsabilità. Stiamo vivendo un momento storico che è definito la terza fase: se la prima fase è stata contrassegnata dall’invenzione della scrittura e la seconda dall’invenzione della stampa, negli ultimi trent’anni siamo entrati nel mondo audiovisivo, dove prevalgono il sentire ei l vedere. In questo passaggio ci sono nuovi guadagni e alcune perdite. Lo si capisce analizzando i due tipi di intelligenza che sono coinvolti: a un intelligenze di tipo sequenziale, proprio della lettura, ne subentra una di tipo simultaneo capace di trattare contemporaneamente più imformazioni, con i seguenti effetti:

  • diversità di ritmo mentale: nel rapporto con il libro la velocità di progressione è dettata dal lettore che è libero di scegliere lo stop and go che preferisce; nella visione il soggetto che guarda è vincolato a seguire un ritmo predeterminato
  • riduzione di corregibilità: mentre il letto può fermare il processo per verificare la correttezza di quello che ha letto, allo spettatore questa operazione è impedita. Da una parte l’esperienza della lettura va emancipata dalle secche di una cultura nozionistica e dallo stigma della noia per valorizzarne il contributo fondamentale nella coltivazione di una forma di pensiero analitico, strutturato e sequenziale; oggi più che mai è indispensabile per comprendere il mondo e formulare un giudizio critico su di esso. Dall’altra parte la terza fase va vissuta e compresa in profondità, per godere delle potenzialità che offre ma anche per controbilanciare i rischi di un pensiero tanto spumeggiante quanto generico, vago e disorganizzato. Questo rischio è già in atto, basti pensare alla massa incommensurabile di info da cui siamo quotidianamente sommersi dai media, un sistema che non ci mette in contatto con ili mondo, ma con una variegata serie di sue rappresentazioni. Sulle pagine di un quotidiano i l moderno

un’affermazione falsa, con il bullshitter siamo di fronte una persona sostanzialmente disinteressata alla verità e preoccupata unicamente di impressionare il pubblico. Si tratta di un fenomeno tutt’altro che irrilevante poiché contribuisce a diffondere l’idea che è impossibile conoscere davvero le cose e che ogni argomentazione intellettuale vale come un’altra, se è persuasiva. L’approccio individualista, simostra sempre più inadeguato ad affrontare problemi della complessità. L’eccesso di egoismo sociale ci consegna oggi un paesaggio etico dove si intravvedono a fatica valori condivisi e dove l’ipertrofia dell’interesse privato e particolare ha creato squilibri, disuguaglianze, spietatezza competitiva.

2.3.2.L’invadenza della demagogia Scopo della retorica è la persuasione dell’interlocutore attraverso un’efficace argomentazione linguistica che fa leva sulle dimensioni emotive. L’abilità del retore è quella di tessere un discorso sul discorso capace di toccare i tasti giusti dell’uditorio, allo scopo di confermare la validità delle proprie tesi. Alleata fedele della retorica in salsa postmoderna è la sempreverde politica demagogica, quel modo di ottenere il consenso popolare facendo mostra di condividere malumori, paure e rivendicazioni di gruppi e comunità a prescindere dalla loro fondatezza. L’approccio demagogico va per la maggiore e se osservato più attentamente si caratterizza per almeno cinque strategie che sono esposte di seguito:  tenere aperti i problemi: nella società contemporanea le criticità si moltiplicano incessantemente e molte di esse sono di enorme complessità. Ma se l’aspettativa dei cittadini nei confronti dei loro rappresentati è che si impegnino alla ricerca di soluzioni i politici demagogici hanno scoperto gli straordinari vantaggi di una situazione di criticità ricorrente. Lasciare aperti i problemi consente perciò di avere una preziosa scorta di argomentazioni per produrre consenso.  Adottare una logica manichea: il consenso si alimenta con una comunicazione pubblica che colloca tutto il buono da unaparte e tutto il cattivo dall’altra. Il manicheismo è un’antica religione fondata dal teologo persiano Mani che ha avuto una grande influenza nel passato. Il principio fondatore è quello del dualismo assoluto, cioè di una contrapposizione tra male e bene, regno delle tenebre e regno della luce. Un effetto della logica manichea è l’innesco del meccanismo sociale del capro espiatorio.  Centrarsi sul breve termine: il consenso si ottiene attraverso iniziative il cui successo si può vedere nel breve termine, meglio ancora se nell’immediato. Ne deriva una comunicazione pubblica tutta centrata sull’urgenza, sul tempo incalzante dell’oggi, che trasmetta una sensazione di impegno, decisione, motivazione a darsi da fare subito. Ne deriva che i problemi vengono tenuti continuamente aperti, ma questo non rappresenta una difficoltà bensì un vantaggio  Ridurre la varietà degli strumenti: lo strumento che si propone è spesso caratterizzata da una combinazione di elevata semplicità esplicativa ed elevata difficoltà realizzativa. Il risultato è uno strumento tanto semplice quanto inefficace a risolvere i problemi  Presenza fisica: nei momenti di difficoltà e nelle situazioni critiche le persone apprezzano la vicinanza. È ricorrente il rimprovero alle istituzioni per la loro assenza, distanza o disinteresse. L’approccio demagogico fa della presenza fisica nei luoghi un suo punto di forza.

3.Alle radici della collaborazione

3.1.La dialettica egoismo-altruismo: un dibattito ricorrente 3.1.1.Due antropologie a confronto Una delle questioni più dibattute nel pensiero occidentale è se gli esseri umani siano per natura altruisti e socievoli o se nascano fondamentalmente egoisti e competitivi. Mentre nel primo caso verrebbero condizionati, più o meno negativamente, dal tipo di società in cui si trovano a vivere, nel secondo caso si renderebbe necessario uno sforzo di educazione alla gentilezza e al rispetto degli altri. L’interesse ad approfondire la questione deriva dal fatto che la dinamica egoismo-altruismo innerva in maniera rilevante i processi partecipativi e collaborativi, sia a livello interpersonale che sociale. Nel XVII secolo Hobbes mette in discussione in maniera radicale questa visione tratteggiando nel suo Leviatano un profilo dell’essere umano di tutt’altro genere, dominato da rivalità e orgoglio. Gli uomini sostiene Hobbes sono bestie egoiste che pensano unicamente al loro benessere e conducono un’esistenza imperniata sullo scontro con gli altri e sulla guerra di tutti contro tutti. La vita dell’uomo è solitaria, misera, ostile, animalesca e breve ed è quindi necessario un potere superiore in grado di tenere sotto controllo gli istinti profondamente antisociali delle persone. Sulla scia di questa visione si colloca Hutcheson il quale prende direttamente di mira la presunta superiorità morale dell’altruismo che, dal suo punto di vista, non sarebbe altro che una forma di narcisismo camuffato. Le persone si comportano in modo benevole e gentile sarebbero in realtà mosse da un bisogno di autocompiacimento tutt’altro che altruistico. L’attacco più deciso alla prospettiva inaugurata da Hobbes è operata da Hume che nel Trattato sulla natura umana denuncia la follia di coloro che negano alla radice l’esistenza della generosità. Non solo abbiamo quotidiane manifestazioni dell’esistenza dell’altruismo ma è del tutto evidente quanto questo costituisca una preziosa fonte di benessere per le persone. L’esperienza ci mostra che aiutare un proprio simile fa stare bene. Anche Rousseau insiste sulla possibilità della bontà umana e intravede nell’educazione la strada da seguire. L’uomo non è una macchina dai bisogni infiniti e insaziabili ma un essere che è in grado di trovare appagamento e quindi autentica libertà.

3.1.2.L’homo oeconomicus Ed è proprio il concetto di interesse quello che consente agli economisti classici di plasmare la visione del cosiddetto homo oeconomicus, trovando nella teoria della mano invisibile di Smith una delle sue massime espressioni. La teoria dell’homo oeconomicus inaugurata da Smith segna il pensiero economico per secoli delineando un’idea di uomo in cui dominano la più perfetta razionalità e una decisionalità guidata da un’indole profondamente egoista, immutabile nel tempo e nello spazio. Anche nella visione di Malthus l’uomo è una creatura mossa dall’interesse personale che non esita a mettere in atto comportamenti aggressivi nei confronti degli altri. A partire dalla prima metà dell’800 la disputa filosofica fra concezioni egoiste e visioni altruiste conosce la sa massima espressione. In questo periodo si gettano le basi culturali delle moderne società di mercato e la disputa assume una natura aspra. È con Darwin che si inserisce nel dibattito un punto di vista completamente nuovo. Anche se il grande scienziato britannico è considerato il beniamino degli individualisti la sua visione sull’uomo è in realtà di gran lunga più complessa e vede la compresenza di elementi di opposto segno. Non solo la tendenza altruistica sarebbe innata ma costituisce un fattore chiave del successo evolutivo della nostra specie. In direzione opposta a questa prospettiva si muove quell’approccio che è passato alla storia come “darwinismo sociale” che ha trovato in Herbert Spencer uno dei suoi principali artefici. Il suo saggio L’individuo e lo Stato tratteggia un mondo sociale dove sopravvivono i soggetti più forti, tendenza che sarebbe del tutto naturale e che va quindi assolutamente rispettata evitando interventi di sostegno o agevolazione pubblica che rischiano di interferire nei meccanismi di selezione funzionali alla sopravvivenza sociale. Uno sguardo inedito e illuminante sulla dinamica egoismo/altruismo arriva anche dal pensiero psicoanalitico: in Totem e Tabu, Freud individua infatti nella formula “ama il prossimo tuo come te stesso” non solo un precetto di carattere religioso ma uno dei principi fondamentali della civiltà, lo stesso atto di nascita dell’umanità e la fonte prima di tutti i sistemi di regolamentazione della convivenza sociale. Il tema della limitazione dell’aggressività umana viene ripreso in uno degli ultimi lavoro di Freud, Il disagio della civiltà.

Gli uomini si impegnano attivamente a insegnarsi le cose a vicenda, non solamente nel confine ristretto della propria famiglia. In questo senso l’insegnamento può quindi essere visto come una forma di altruismo. La ricerca empirica condotta nel campo della psicologia evolutiva si è concentrata in maniera particolare su due fenomeni essenziali  L’altruismo, nel senso del comportamento di un individuo che si sacrifica in qualche modo per un altro  La collaborazione, il fatto cioè che più individui lavorano insieme per un vantaggio comune L’osservazione precoce del comportamento infantile evidenzia che questi due importanti fenomeni hanno poco a che fare con processi di acculturazione e socializzazione. Ma non si tratta di altruismo del tutto disinteressato; ogni organismo vivente contiene un nucleo necessario di egoismo che gli consente di occuparsi della sua sopravvivenza e del suo benessere.

3.2.2. Attrezzati per la collaborazione condivisa La prestazione di aiuto può avvenire senza che necessariamente ci sia un bene materiale e si manifesta come un servizio utile alla soluzione di un problema altrui. Si tratta di un comportamento con molta probabilità spontaneo nella specie umana. Prima di tutto per la precoce insorgenza; poi per il suo carattere automotivante: l’incoraggiamento e le ricompense dei genitori non mostrano effetti incentivanti su questo comportamento infantile. La prosocialità può addirittura portare a un effetto di sovramotivazione. In terzo luogo la comparazione etologica mostra che i primati con cui il contatto umano è stato minimo hanno comportamenti di aiuto simili a quello dei bambini da piccoli. Nel contempo i bambini apprendono che non smepre la propria disponibilità viene ricambiata e che gli altri possono approfittarne. Con il tempo diventano quindi più selettivi in base alle caratteristiche dei collaboratori.

Ritorsione equivalente 4 condizioni di declinazione della strategia:

  • In assenza di provocazioni il soggetto tende a essere sempre collaborativo
  • In caso di provocazione il soggetto reagisce provocando a sua volta
  • Il soggetto è disposto a perdonare facilmente l’interlocutore dopo essersi vendicato della provocazione
  • Il soggetto dispone di una consistente forza per competere a più riprese con l’interlocutore che provoca. La ritorsione equivalente è un tipo di strategia che si è dimostrata particolarmente efficace nel mantenere la collaborazione nei gruppi nell’arco del tempo. Gli studi di Piaget avevano ipotizzato che la forza delle norme sociali sul comportamento dei bambini fosse determinata da un lato dall’autorità connessa all’interazione con gli adulti e dall’altro dalla reciprocità derivante dall’interazione con i coetanei. L’alta capacità cooperativa della nostra specie si sarebbe quindi evoluta per consentire efficaci interazioni con il gruppo locale. Possiamo parlare di altruismo reciproco, basato sul principio dello scambio: il soggetto A aiuta il soggetto B con la prospettiva di vedere ricambiato questo gesto in futuro.

3.3.il processo collaborativo Noi tutti traiamo mutuo beneficio dalla cooperazione a patto di lavorare insieme, cioè di collaborare: da cum (con insieme) e laborare (lavorare, praticare). Possiamo definire la collaborazione come un’azione congiunta per il raggiungimento di obiettivi condivisi.

3.3.1.Comunicazione e ascolto La collaborazione è resa possibile dalla presenza di una serie di motivazioni e di abilità finalizzate all’intenzionalità condivisa. Questo significa che i soggetti coinvolti siano mutuamente ricettivi agli stati intenzionali dell’altro. Grice e le sue massime conversazionali:

  • La massima della quantità dice: fornisci l’info necessaria, né di più, né di meno
  • La massima della qualità afferma: sii sincero, fornisci un’info veritiera, secondo quanto sai
  • La massima della relazione dice: sii pertinente
  • La massima della modalità afferma: sii chiaro.

Anche la comunicazione verbale potremmo dire essere un’impresa cooperativa. La scoperta dei neuroni specchio ha consentito di comprendere meglio i meccanismi di risonanza empatica nnelle relazioni umane: i nostri sistemi nervosi sono strutturati in moda da essere captati da quelli altrui, così che possiamo provare le sensazioni degli altri come se fossimo nella loro pelle. In psicologia il termine empatia ha il triplice significato di conoscere lo stato d’animo di un’altra persona, percepire ciò che l’altro sente e com-patire le sofferenze altrui.

3.3.2.Coordinamento Nell’azione collaborativa i partecipanti coordinano i loro ruoli, con le loro specifiche caratteristiche e i rispettivi piani operativi, in modo che ciascuno individuo comprenda il ruolo degli altri e si comporti di conseguenza.

3.3.3.Tolleranza e fiducia reciproca Con il termine tolleranza facciamo riferimento a un insieme di atteggiamenti che indicano la disponibilità di un soggetto ad ammettere e riconoscere la possibilità di esistenza di idee e comportamenti diversi dai propri. Questo non significa che si debba necessariamente condividerli. Voltaire afferma che la tolleranza è una conseguenza necessaria dell a nostra condizione umana: siamo tutti figli della fragilità, essere fallibili e inclini all’errore e per questa ragione non ci resta che perdonarci l’un l’latro le nostre follie. Per una cooperazione mutualistica è necessaria la fiducia, un fenomeno che si viene a generare nelle situazioni in cui sono presenti aspettative di reciprocità di lungo periodo. Ognuno di noi fidandosi nel presente fa una scommessa sul futuro, poiché la fiducia può sempre essere tradita o mal riposta.

3.3.4.Allineamento degli interessi Ogni persona apprende sia le modalità di comportamento degli altri appartenenti alla sua cultura sia l’espressione delle aspettative altrui rispetto al proprio comportamento. Gli esseri umani ricevono una doppia eredità: una ti tipo genetico e una di tipo culturale, modificabile nel corso della vita. Questa interazione consente i processi di mutuo coordinamento e chiama in causa il ruolo che giocano gli interessi. Tolleranza e fiducia finiscono per consumarsi se non si riesve a conseguire l’allineamento tra gli interessi del singolo e del gruppo.

3.3.5.Norme, leggi e istituzioni I processi di comunicazione, ascolto, tolleranza, fiducia e coordinamento avvengono entro contesti caratterizati da un certo assetto istituzionale e normativo. Le leggi e le norme forniscono lo scenario di fiducia dentro cui si muovono gli attori. Ma la norma non è uguale alla legge. Mentre la legge vieta dall’esterno un determinato comportamento individuale, la norma opera una regolamentazione dello stesso comportamento dall’interno della persona. La norma è inoltre dotata di una plasticità sconosciuta alla legge. Lo scarto inevitabile tra la generalità del campo di applicazione e la particolarità dei casi concreti su cui agisce conferisce infatti alla legge un carattere essenzialmente rigido. La collaborazione fra attori sociali può essere favorita in maniera decisiva dalla presenza di norme che la riconoscono come un comportamento accettabile, se non addirittura auspicabile. Di contro vi possono essere situazioni in cui viene normata la possibilità di interazione in maniera da prescrivere sospetto, distanza e ostilità come atteggiamenti auspicabili e la collaborazione come una devianza da ricondurre all’ordine.

3.4. Collaborazione e conflitto: un intreccio imprescindibile 3.4.1.Sapere ospitare una visione della controversia Favorire la collaborazione non significa schivare il conflitto, ma al contrario sono diversi i casi in cui è dall’incontro con il conflitto che si generano opportunità cooperative, che si aprono spazi di intesa inediti e imprevisti, se non addirittura sorprendenti. L’armonia della collaborazione non è esterna al conflitto ma interna a esso, nella misura in cui esprime una capacità di trasformazione positiva dello stesso. La vera questione non sta quindi nell’evitare il conflitto ma nell’impedire che degeneri in puro scontro, una condizione di opposizione frontale in cui l’altro è sempre “assolutamente altro”, una sorta di soggetto non

4.Politiche pubbliche e collaborazione sociale

4.1.Una molteplicità di attori 4.1.1.Governance e compartecipazione Il termine governance non ha una facile traduzione in lingua italiana. L’affermarsi a partire dalle democrazie più avanzate di un approccio improntato alla governance nasce dalla constatazione dei limiti provocati dalla concentrazione del potere pubblico in pochi soggetti: il cosiddetto government, un modello che ha preso forma nel periodo fordista e andato in crisi con lo shock petrolifero del 1973. Le politiche di governance si caratterizzano per una compartecipazione plurima di istituzioni e attori sociali che è quantitativamente più elevata e qualitativamente più differenziata. Il concetto di governance può essere visto come il tentativo di riconfigurare la relazione pubblico-privato nell’ambito di una comune strategia di intervento che li vede entrambi impegnati in compiti di interesse collettivo. Nelle politiche di governance oltre alla forma fondamentale della democrazia rappresentativa (elezioni) si cerca di affiancare, integrandole in modo congruente, approcci quali la democrazia deliberativa e la democrazia partecipativa. Ogni sistema politico democratico presuppone, quindi, una struttura per decidere e una struttura per partecipare. La minima struttura per partecipare è quella finalizzata a costruire la legittimità della struttura per decidere.

4.1.2.Sussidiarietà e accountability L’intervento sussidiario implica che le istituzioni pubbliche intervengano solo quando le persone o i gruppi di una determinata società locale non sono in grado di affrontare autonomamente una certa situazione. Con l’espressione sussidiarietà verticale si designa l’attività di cooperazione tra diversi livelli istituzionali di governo in base alle dimensioni territoriali (comuni, province, regioni e stato). Per sussidiarietà orizzontale si intende l’attività cooperativa tra vari attori sociali che hanno natura organizzativa e funzioni anche molto differenziate ma che condividono una stessa realtà territoriale: entri pubblici, associazionismo, imprese private, cooperative sociali, singoli cittadini attivi. Una caratteristica saliente della sussidiarietà orizzontale è quella di consumare fiducia per produrre ancora più fiducia fra gli attori sociali. La stessa dinamica è riscontrabile nella democrazia deliberativa, un approccio che consuma capitale sociale e che produce ulteriore capitale sociale è necessaria cioè una base iniziale di fiducia, un investimento di avvio, affinchè le persone decidano di lavorare insieme per un obiettivo comune; se questa fiducia viene gestita bene durante l’evoluzione del processo tenderà ad aumentare. Parliamo di vera e propria politica di sussidiarietà in presenza di regole che ne istituzionalizzano l’assetto formale e quando si attiva un sistema di relazioni che produce e garantisce l’applicazione di queste regole. Il principio di sussidiarietà ha a che fare con due esigenze sempre più presenti nei sistemi di governance: rendicontazione (accountability) e responsività. Con la rendicontazione un ente pubblico risponde della sua capacità di generare valore per la propria comunità di riferimento, comunicando alla collettività azioni realizzate ed effetti prodotti. Parliamo di una accountability interna ed esterna: nel primo caso lo scopo + quello di supportare le decisioni di allocazione delle risorse e definire gli spazi di autonomia e di responsabilizzazione riguardo i risultati attesi. Nel secondo caso lo scopo è quello di potenziare il controllo collettivo sulle sue decisioni di allocazione delle risorse, sul livello di risultati raggiunti e infine sulla loro coerenza rispetto alla missione istituzionale. Le potenzialità della rendicontazione stanno nella sua capacità di alimentare altre dimensioni relazionali, fra cui quella fondamentale della fiducia.

4.1.3.Responsività e trasparenza La responsività ha a che fare con due questioni fondamentali della democrazia moderna: la trasparenza e la cittadinanza attiva. Il modello più diffuso di welfare state era fondato su un’idea di cittadinanza come insieme di diritti-doveri personali nel rapporto fra individuo e Stato. A partire dalla crisi degli anni 80 è emersa una concezione diversa della cittadinanza, che si basa su dimensioni di soggettività e pluralità. Questo significa che il governo della società e la gestione della cittadinanza si allargano per includere, oltre allo stato e al mercato, anche altri attori sciali, con la conseguenza che le politiche sociali si configurano come l’espressione di una molteplicità di soggetti attraverso una redistribuzione di potere e di iniziative. Il

benessere sociali del XXi secolo è dunque l’esito dell’azione congiunta di Stato, mercato, terzo settore, e comunità locali. Oggi lo stato è chiamato a giocare un decisivo ruolo di regia della governance e si spinta all’innovazione, nel triplice significato di: creazione di risposte a bisogni ancora non coperti dal sistema esistente, modelli di governo dei servizi aperti e inclusivi e maggiore empowerment dei soggetti destinatari degli interventi.

4.1.4.Territorio, comunità locale, beni comuni Se nella forma del localismo progressivo la riscoperta del territorio è accompagnata da atteggiamenti di curiosità, apertura e scambio con l’esterno, nel localismo regressivo il radicamento nella comunità di luogo assume forme identitarie di chiusura e difesa dal nemico esterno. Nel dibattito europeo sulla riforma del welfare l’idea di territorio e di coinvolgimento delle comunità locali è ricorrente. Nonostante il termine comunità sia gravato da un’incerta definizione concettuale e da debole capacità euristica, è indubbia la sua diffusione nel dibattito pubblico e nel lessico di molte discipline. Ampia divaricazione tra cittadinanza e appartenenza: l’idea democratica di un’appartenenza interamente risolta nella cittadinanza si rivela inadeguata a intercettare bisogni di identificazione simbolica oggi in decisa ascesa. Nascono e si diffondono svariate forme di comunitarismo identitario che intercettano un desiderio di similitudine. Il desiderio di far parte di una comunità di simili sospinge l’alterità al di fuori dei confini del proprio gruppo di appartenenza, operazione che consente di mettere la sordina ai rischi del conflitto interno. In questo quadro va collocato l’interesse per i beni comuni , un concetto che designa sia una risorsa specifica che la modalità sociale con cui essa viene gestita. L’interesse attuale per i beni comuni è testimoniata dal premio Nobel per l’economia conferito nel 2009 a Ostrom per i suoi studi sulle modalità di autogoverno dei beni comuni da parte delle comunità locali. Queste ricerche dimostrano che il governo cooperativo delle risorse comuni rappresenta, in determinate condizioni, una strada interessante e altamente efficace. Questa terza via tra pubblico e privato chiede alle istituzioni di sostenere azioni collettive che non assumono un carattere reattivo o rivendicativo ma principalmente regolativo, in cui le persone si coordinano e agiscono in maniera congiunta grazie a una risorsa comune. Diventa necessario mettere in campo iniziative capaci di innescare e alimentare il coinvolgimento dei cittadini intorno a temi di interesse collettivo, come il metodo francese del débat public (scheda 4.2).

4.2.La collaborazione come requisito di una governance efficace È necessario riformare i sistemi di welfare in modo da aumentare l’efficacia mettendo al centro cittadinanza, democrazia e responsabilità pubblica. All’interno di questo scenario la collaborazione non solo è auspicabile, ma rappresenta una condizione di governance efficace. In questa prospettiva si è fatta, a livello internazionale, strada la prospettiva di policy making aperte e inclusive.

4.2.1.Policy making aperte e inclusive Con l’espressione policy making si fa riferimento al processo di definizione delle politiche pubbliche, cioè della messa a punto di risposte a problemi percepiti come pubblici. Il carattere di apertura è rintracciabile in tre caratteristiche: trasparenza, accessibilità e ricettività. Il carattere di inclusività denota lo sforzo di comprendere la più ampia varietà di voci nel processo decisionale. L’apertura infatti se pur necessaria non è sufficiente a garantire la partecipazione inclusiva. Non si tratta di aprire la porta solo ai settori della società civile più organizzati e che hanno già accesso ai decisionmakers: la vera sfida è rintracciare e coinvolgere segmenti sociali distanti, deboli e meno rappresentati. Possiamo distinguere due grandi tipologie di interlocutori: da una parte persone che sono “disposte ma non in grado” di partecipare a causa di barrire linguistiche o culturali, distanza geografica, disabilità o status socioeconomico. L’impegno a questo livello consiste nell’abbassare le barriere di ingresso. Dall’altra parte persone che “sono in grado ma riluttanti” per via di una scarsa propensione all’impegno pubblico, poco interesse al tema specifico, scarsità di tempo, sfiducia nelle istituzioni e/o nei servizi. La questione che si pone in questo caso è come rendere più attraente la partecipazione, anche attraverso metodi outreach che raggiungono le persone là dove sono piuttosto che chiedere loro di avvicinarsi all’istituzione/servizio. (Scheda 4.3. pag. 97)

essenzialmente sugli usi ripetuti, non è ancora sancito dalla legge; e in questi casi la partecipazione può contribuire al suo riconoscimento, trasformandolo in diritto convenzionale. L’aspetto più squisitamente innovativo della collaborazione deriva dalla capacità di coniugare in modo equilibrato conoscenze scientifiche e sapere locale. Complessivamente gli approcci partecipativi e collaborativi attivano e sviluppano il capitale sociale di una comunità.

4.2.4. Costi necessari e rischi possibili L’adozione di modelli di governance che fanno leva sulla partecipazione dei cittadini e sulla collaborazione sociale implica l’investimento di risorse e l’assunzione di alcuni rischi. Esistono 4 aree di investimento fondamentali: comunicazione, competenza, persone e denaro. La qualità della comunicazione è un aspetto imprescindibile nella fase di pubblicizzazione delle politiche aperte e inclusive nella sollecitazione di confronti e argomentazioni pubblici. Dal punto di vista relazionale si tratta di allestire situazioni in grado di facilitare l’interattività e lo scambio contenendo i rischi di incomprensione e di scontro; da quello informativo di creare sistemi di documentazione condivisi. Una seconda area riguarda la competenza , cioè l’insieme di conoscenze e capacità per ideare e gestire efficacemente i processi di questa natura. Gli investimenti in termini di persone e di denaro risultano meno onerosi dei precedenti. Le politiche hanno già quote di finanziamento dedicate anche se non si declinano in modo partecipativo; quello che cambia è la modalità di interpretarle. Gli approcci partecipativi richiedono tempo, fatica e denaro. I principali oneri fanno riferimento a comunicazione, logistica e tempo; meno costosa è la formazione di operatori e cittadini attivi. Sono infine contenuti i trasferimenti finanziari diretti per i cittadini a titolo di rimborso o le ricompense. Non c’è dubbio che la pazienza sia un elemento importante per chiunque intenda sviluppare processi partecipativi, soprattutto su problemi complessi e in programmi di lunga durata. Il tempo è un bene prezioso e le persone che prendono parte decidono di investirne una quota in un’iniziativa sociale. I rischi della partecipazione Qualsiasi azione intrapresa da un’amministrazione o da un servizio richiede una gestione attenta dei rischi che sono riconducibili a fallimenti progettuali, insufficiente valorizzazione del contributo pubblico, eccessiva lunghezza del percorso e mancanza di fiducia nelle capacità dei partecipanti. Anche il rischio del conflitto va messo in conto, non perché vada evitato in quanto tale ma per il potenziale distruttivo che reca con sé. Il carattere pratico della partecipazione ci obbliga a misurarci con i risultati; in altri termini la cattiva esecuzione genera i propri rischi. Un modo per ridurre questo rischio è quello di non attivare percorso partecipativi su questioni irrisolvibili o, peggio ancora, già decise. Un rischio completamente diverso ma non per questo raro è quello del coinvolgimento dei soliti noti, cioè un processo che finisce per confermare l’inclusione di persone, gruppi e organizzazioni altamente motivati e frequentemente presenti sulla scena pubblica. Se vi è una cattiva esecuzione si generano dei rischi che portano a uno spreco di risorse, consimo di motivazione e diminuzione di fiducia. Il calo della fiducia è un costo per la società e nessun paese è abbastanza ricco per pagare questo prezzo poiché riduce drasticamente le possibilità di iniziativa e trascina con sé effetti altamente pericolosi: evasione fiscale, corruzione, disordini sociali, instabilità e violenza.

5. La partecipazione oltre la mitologia

5.1.Un processo multiforme a intensità variabile 5.1.1.Le configurazioni della partecipazione Tramite la partecipazione si possono aprire spazi di interattività orientati alla costruzione di mondi possibili non pensati dalle persone coinvolte nell’esperienza; partecipando si può generare. Dato il carattere multiforme di questo processo è utile tratteggiare alcune delle sue configurazioni, come fenomeno di fatto, spontaneo, volontario o provocato. La partecipazione di fatto rimanda all’esperienza del fare parte di un insieme più ampio di persone a cui si è accomunati da specifiche caratteristiche e non da una scelta deliberata. Diverso è il caso della partecipazione spontanea , un fenomeno che si genera per l’iniziativa intenzionale di soggetti che si mettono alla ricerca di altri allo scopo di soddisfare bisogni di carattere personale (gruppo di amici). Anche nella partecipazione volontaria svolge un ruolo decisivo l’intraprendenza , con la differenza che la finalità a cui si tende ha un carattere marcatamente collettivo, sia esso politico, culturale, artistico, sportivo o sociale. Con l’espressione partecipazione provocata si designa un fenomeno sollecitato allo scopo di creare forme di impegno convergenti verso obiettivi di interesse pubblico.

5.1.2. La dinamica incrementale Per comprendere appieno la natura di questo processo è necessario distinguere diversi gradi di intensità in cui si esprime. Sono state elaborate delle scale della partecipazione. Nei modelli più celebri i primi gradini della scala designano non solo un basso livello di intensità ma la stessa negazione della partecipazione. In quest’area di non partecipazione troviamo la manipolazione e i trattamenti terapeutici. Nel primo caso ci si rivolge ai cittadini quando le decisioni sono in realtà già state prese e con il solo scopo di evitare eventuali problemi in fase realizzativa. Nel secondo caso il potere decisionale dell’utente o del paziente è minimo e gioca un ruolo determinante il personale esperto responsabile del programma; il coinvolgimento servirebbe più a dare calore alle iniziative che a favorire l’impegno attivo dei soggetti. Altri due fenomeni di non partecipazione sono la decorazione e il tokenismo. Anche in questo caso si produce un effetto illusorio; la partecipazione viene evocata da alcuni espedienti superficiali che, a uno sguardo più attento, si rivelano vacui come un guscio vuoto. Il tokenismo in ambito partecipativo è stato proposto con particolare riferimento all’apparente coinvolgimento dei bambini in programmi dove hanno poche o nulle possibilità di esprimere opinioni e operare scelte. Ad esempio il coinvolgimento di bambini nella comunicazione e negli eventi pubblici, che sia posare per una campagna informativa di cui sanno poco o nulla. Essere informati e comprendere il significato della propria presenza e del proprio contributo è un fattore imprescindibile per parlare di autentica partecipazione. Nelle policy making aperte e inclusive possiamo fare affidamento a una scala articolata su 5 livelli di intensità crescente: informareconsultaredecidere insiemeagire insiemesostenere l’azione altrui. Informare: è il livello minimo della partecipazione e la condizione necessarie per il suo avvio. Attraverso l’informazione i cittadini hanno la possibilità di conoscere le decisioni e le iniziative di un’istituzione o di un servizio, generalmente dopo che sono state assunte. In genere si tratta di un’informazione unidirezionale che non è strutturata per recepire i feedback dei destinatari. In diverse circostanze una buona informazione è la scelta più adatta alle circostanze. Consultare: quando vi è l’esigenza di avviare una comunicazione bidirezionale fra istituzione e cittadini assume un valore decisivo la racconta dei feedback, cioè delle informazione di ritorno che provengono dagli interlocutori. Sono diversi i motivi per realizzare una consultazione: estendere la base di conoscenze dei bisogni o degli interessi di un determinato gruppo sociale, raccogliere le opinioni degli abitanti di un quartiere circa un problema del territorio o reperire i punti di vista dei diversi soggetti di una comunità locale rispetto alle opzioni di intervento di trasformazione. In tutti i casi la consultazione è una forma di interazione strutturata su un tema specifico che comporta la gestione di un processo di comunicazione bidirezionale tra decisionmakers e cittadini. Questo implica la definizione di un quadro comune del problema, la presentazione delle diverse opzioni in campo e la