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Il ruolo delle emozioni nella società secondo le teorie di auguste comte e émile durkheim. Si analizza come entrambi i sociologi, pur con approcci diversi, riconoscono l'importanza delle emozioni per la coesione sociale, ma con sfumature diverse riguardo alla loro manifestazione individuale e collettiva. Il documento evidenzia come comte, fondatore del positivismo, inizialmente sottovaluta le emozioni, ma poi le riconosce come parte integrante della natura umana. Durkheim, invece, si concentra sull'importanza delle emozioni collettive e rituali per la creazione della coscienza collettiva e la stabilità sociale.
Tipologia: Dispense
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Auguste Comte (1798-1857), fondatore del positivismo, è considerato il primo sociologo per aver coniato il termine sociologia e per aver teorizzato l'importanza di un'analisi scientifica rigorosa della realtà sociale. Comte sosteneva che la società dovesse essere studiata nel suo insieme, e non come somma di parti separate, in una prospettiva olistica. L’analisi della natura umana doveva seguire un approccio simile a quello delle scienze naturali, utilizzando concetti tipici della biologia come ambiente, organizzazione e funzione. Secondo Comte, le singole parti della società devono essere comprese solo nel loro rapporto con il tutto. Mentre la biologia si concentra sull’organismo umano, la sociologia ha come oggetto la cultura e la storia, pur tenendo conto della base biologica. Comte immaginava una società futura dominata da un’élite di scienziati e tecnici, che avrebbero dovuto applicare il metodo scientifico per razionalizzare ogni aspetto della vita sociale. In questo contesto, Comte sviluppò la legge dei tre stadi, secondo la quale la storia dell'umanità si divide in tre fasi: Stadio teologico: dominato da religione e magia, con la figura dei sacerdoti al comando. Stadio metafisico: caratterizzato dalla predominanza dei filosofi e delle idee astratte. Stadio positivo: in cui il progresso scientifico e tecnico diventa centrale, con scienziati, tecnici e industriali a guidare la società. Comte propose una visione della società in cui la conoscenza scientifica e l'organizzazione razionale avrebbero sostituito credenze religiose e filosofiche, con l'obiettivo di migliorare il benessere collettivo attraverso l'analisi sistematica della realtà sociale. Nel pensiero di Comte, inizialmente sembra esserci poco spazio per lo studio delle emozioni, che sono viste come un elemento appartenente allo stadio teologico-magico, quindi considerato primitivo rispetto all'epoca positivista che Comte auspicava. Tuttavia, nel Sistema di politica positiva (1851), Comte riconosce un'importanza limitata alle emozioni nella sua descrizione della natura umana. Comte distingue due componenti principali dell’essere umano: la mente, che produce intelligenza e razionalità, e il cuore, che è fonte di emozioni e attività affettive. La mente controlla e dirige l’azione, mentre il cuore è alla base dell'istinto di agire, che successivamente viene modificato dalla razionalità. Secondo Comte, l’essere umano è quindi una combinazione di emozione, attività e intelligenza, come espresso nel suo motto: "è necessario agire partendo dall’emozione, ma pensare per farlo". Comte evidenzia due emozioni fondamentali nelle interazioni sociali: l'orgoglio (l'istinto di dominio) e la vanità (la ricerca dell'approvazione altrui), che aiutano l'individuo a passare dall'egoismo all’altruismo, favorendo la socialità necessaria per mantenere l'ordine sociale. Inoltre, identifica tre disposizioni non egoistiche: L’attaccamento : legame tra persone su un piano di uguaglianza. La venerazione : relazione gerarchica, come quella tra figli e genitori o discepoli e maestri.
La bontà : che ha un'estensione universale e si esprime nella "religione dell'umanità", un concetto che Comte sviluppa nei suoi scritti finali. Verso la fine della sua vita, Comte rivede la sua posizione, riconoscendo che la scienza non è sufficiente a spiegare e giustificare tutte le forme di interazione sociale. Comprende che la dimensione emotiva gioca un ruolo essenziale nel garantire l'ordine sociale, poiché la solidarietà sociale si fonda sulla messa in comune degli affetti. Pertanto, egli propone una "religione dell'umanità", che enfatizza la condivisione di valori comuni e l'importanza delle emozioni per la coesione sociale. Comte suggerisce che, per celebrare e condividere queste emozioni, siano necessari rituali e cerimonie sociali che permettano agli individui di manifestare la loro affettività verso gli altri.
Questo pensiero influenzerà il lavoro di Émile Durkheim, il quale, pur non essendo un sociologo delle emozioni, sviluppa un concetto di coesione sociale che integra le emozioni. Nella sua opera “Le forme elementari della vita religiosa” (1912), Durkheim esplora come la società si mantiene unita attraverso la condivisione di valori e norme morali. Durkheim introduce il concetto di “fatti sociali”, ossia comportamenti, pensieri e azioni collettivi che persistono nell'individuo, e riconosce l'importanza delle emozioni e dei riti sociali come strumenti per mantenere la coesione della società. Pur ammettendo che l'emozione è difficile da analizzare scientificamente, egli riconosce che essa è fondamentale per la solidarietà e il funzionamento della vita sociale. La religione, per Durkheim, gioca un ruolo fondamentale per la sopravvivenza della società, poiché svolge una funzione di integrazione e regolazione sociale. Egli sostiene che una società non può esistere senza religione, che non deve essere intesa solo come un insieme di credenze sacre (come nel caso delle religioni monoteistiche), ma anche come un sistema simbolico che include forme profane e laiche di religione sociale, come la musica, lo sport, l'arte, la moda, i social media, ecc. La religione, quindi, non riguarda solo i comportamenti individuali o collettivi, ma è un insieme di forze che favorisce l’integrazione degli individui all'interno di un gruppo e ne garantisce la coesistenza. Le norme religiose, che impongono autocontrollo emotivo, influenzano la manifestazione di determinate emozioni, scoraggiando alcune e incoraggiandone altre. Inoltre, esse stabiliscono diritti, doveri e sanzioni. Quando le aspettative normative non vengono soddisfatte e i valori condivisi vengono violati, la società reagisce con forti emozioni negative verso i "devianti", cioè coloro che non rispettano queste norme. Il concetto di coscienza collettiva è cruciale nella teoria di Durkheim, rappresentando la fusione delle coscienze individuali in un unico pensiero comune. La coscienza collettiva è il risultato della cooperazione tra gli individui e della loro azione moralmente stimolante, che li integra in una comunità. Sebbene Durkheim usi raramente il termine "emozione" nei suoi scritti, riconosce che l'emotività è fondamentale per la formazione di questa coscienza collettiva, che a sua volta favorisce l'integrazione e la coesione sociale. Durkheim analizza i riti religiosi in Le forme elementari della vita religiosa (1912), concentrandosi in particolare sul totemismo praticato da alcune popolazioni aborigene australiane. Durante i corrobori (cerimonie rituali), gli individui si riuniscono per manifestare le loro emozioni e istinti in
In questa visione, la società ha una posizione di primato rispetto all'individuo: la società impone le proprie leggi e forme di comportamento, e l'individuo deve essere compreso a partire dalla dimensione sociale. Durkheim ritiene che l'emozione, se non incanalata nei rituali collettivi, possa essere nociva, e manca di una visione positiva del fattore emotivo che prescinda dalla creazione della coscienza collettiva. Per Durkheim, l'emozione individuale non è un motore positivo di comportamento sociale a meno che non venga canalizzata nei riti e nelle forme collettive. In sintesi, nella teoria durkheimiana dell'effervescenza sociale, le emozioni sono un elemento che consente alla società di rimanere unita e di rinnovarsi, ma devono essere espresse in contesti sociali ritualizzati per evitare che diventino distruttive o disgreganti per l'ordine sociale. Nella teoria durkheimiana, quando gli individui si incontrano in un contesto collettivo, come nei riti religiosi, si genera una "effervescenza collettiva", in cui le emozioni vengono messe in comune. Questo sfogo emotivo iniziale crea un'esaltazione collettiva che, seppur apparentemente irrazionale, ha una sua logica sociale. I partecipanti ai rituali sanno infatti come comportarsi, riconoscendo la struttura e le regole del rituale che li guida (esempi moderni includono cerimonie, feste o eventi pubblici). Il rito religioso, quindi, svolge un ruolo cruciale nella coesione sociale, permettendo l'espressione delle emozioni collettive e contribuendo alla creazione di una coscienza collettiva. Secondo Durkheim, le religioni sono uno strumento primitivo attraverso cui le società prendono coscienza di sé e dei loro bisogni collettivi, esprimendo simbolicamente tali necessità. Tuttavia, questa dimensione rituale e emotiva è ambivalente: mentre la religione fornisce uno spazio per l'espressione emotiva, essa è anche funzionale al controllo e alla moderazione delle emozioni. La religione, infatti, non solo libera le emozioni, ma le regola, impedendo che l'individuo venga dominato dalle passioni o che queste minaccino l'ordine sociale. Durkheim sottolinea che la religione non favorisce soltanto l'espressione liberatoria delle emozioni, ma impone anche limiti, educando all'autocontrollo e alla disciplina. In particolare, la religione vincola l'egoismo, un aspetto fondamentale per garantire la solidarietà sociale. L'autocontrollo e l'autodisciplina sono, quindi, considerati da Durkheim altrettanto importanti, se non più, delle emozioni collettive, poiché la società armoniosa dipende dalla capacità degli individui di disciplinare le proprie emozioni per il bene collettivo. Durkheim assegna alla religione un doppio ruolo fondamentale: da un lato, essa consente l'espressione delle emozioni, dall'altro, le regola per garantire l'ordine sociale. Le emozioni devono essere «contenute» all'interno di un sistema normativo che le consenta di emergere solo attraverso rituali collettivi. In questo modo, la religione contribuisce a mantenere l'integrazione sociale e la coesione, regolando i comportamenti emotivi e prevenendo la devianza che potrebbe minacciare la stabilità della società. Se le emozioni fossero espresse senza freni, rischierebbero di diventare dannose per l'ordine sociale, come accade nei casi di anomia, dove manca un consenso condiviso sui valori. Durkheim ritiene che l'espressione emotiva debba essere conforme alle norme culturali e sociali del gruppo di appartenenza. Un esempio di questa regolazione delle emozioni potrebbe essere la differenza di partecipazione emotiva di una donna in uno stadio di calcio in Italia rispetto ad altri contesti culturali come l'Arabia Saudita o l'Iran.
L'approccio di Durkheim alle emozioni si inserisce principalmente nel suo studio della religione e dell'ordine sociale, ma non valorizza l'emozione spontanea e individuale. Egli vede l'emozione fuori dal contesto rituale e collettivo come una potenziale causa di devianza sociale, in linea con una visione cartesiana e kantiana che considera le emozioni non socializzate come disfunzionali. Durkheim teme che l'individualismo crescente e la frammentazione delle attività nella modernità possano generare un conflitto tra individuo e società, indebolendo quest'ultima. Quando le emozioni si manifestano al di fuori del contesto collettivo, come esperienze individuali e non regolate da rituali sociali, Durkheim le considera problematiche. Le emozioni, infatti, devono essere sempre legate alla costruzione della coscienza collettiva e non lasciate a una dimensione puramente individuale. Se un'emozione non si inserisce nel contesto sociale appropriato, può compromettere l'armonia sociale e diventare distruttiva. Durkheim considera le emozioni primarie, come quelle vissute nell'infanzia o durante fasi di anomia, come particolarmente problematiche, in quanto necessitano di essere socializzate per evitare il rischio di disgregazione sociale. Durkheim pone la regolazione e l'integrazione sociale al centro della sua teoria, considerandole prioritarie rispetto a qualsiasi altra dimensione. Sebbene la società dipenda dagli individui per esistere, essa esercita un forte potere coercitivo su di loro, legandoli a sé attraverso la "coscienza collettiva" e l'"effervescenza collettiva". In questo processo, le emozioni individuali vengono in qualche modo "soffocate", poiché devono essere manifestate solo all'interno di rituali sociali collettivi, che garantiscono l'integrazione e la coesione della società. Durkheim, quindi, riconosce l'importanza delle emozioni collettive come strumento di coesione sociale, ma è contrario alla manifestazione di emozioni individuali al di fuori del contesto rituale e collettivo. Le emozioni individuali, che non siano regolate o canalizzate socialmente, sono viste come potenzialmente destabilizzanti per l'ordine sociale. In questo senso, Durkheim si configura come un sociologo delle emozioni "a metà": favorevole all'emozione collettiva e rituale, ma distante e diffidente nei confronti delle emozioni individuali, sia nel contesto pubblico che privato.