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Comunicazione Fabris, Sintesi del corso di Semiotica

Corso di Emanuele dell’atti, riassunto di comunicazione

Tipologia: Sintesi del corso

2025/2026

Caricato il 26/02/2026

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maria-letizia-cordasco-1 🇮🇹

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COMUNICAZIONE, Adriano Fabris
Il termine comunicazione, come sottolinea Gensini, è collegato all’espressione latina communis, che
significa “comune a molti o a tutti”. Da communis deriva il verbo communicare, inteso come “rendere
comune”, “mettere in comune”, “far prendere parte qualcuno a qualcosa”.!
Fin dalla sua origine etimologica, dunque, la comunicazione rimanda all’idea di condivisione e
partecipazione, indicando un processo attraverso il quale contenuti, informazioni o significati vengono resi
accessibili a più soggetti. Il concetto di comunicazione non si limita alla semplice trasmissione di messaggi,
ma implica la creazione di uno spazio comune all’interno del quale avviene lo scambio.!
I.4 L’ingegneria della comunicazione
Nel corso degli anni Quaranta del Novecento, Claude Shannon e Warren Weaver, due ricercatori americani,
elaborarono la Teoria matematica della comunicazione. Questa teoria viene anche definita modello
comunicativo della teoria dell’informazione.!
I due studiosi provenivano da ambiti disciplinari dierenti: Shannon era un ingegnere e matematico, mentre
Weaver si occupava di ricerca in ambito comunicativo e di matematica delle probabilità. Nonostante ciò, il
loro lavoro ebbe un impatto decisivo sullo studio della comunicazione.!
All’interno di questo modello, la comunicazione è definita come un processo di influenza che consente a un
dispositivo di entrare in rapporto attivo con un altro dispositivo. Il grande successo della teoria è dovuto al
fatto che tale definizione viene proposta come valida non solo per i dispositivi meccanici, ma anche per le
relazioni comunicative umane. In quest’ultimo caso, la comunicazione riguarda il modo in cui il pensiero di
un soggetto è in grado di influenzare quello di un altro soggetto.!
Per Shannon e Weaver, la comunicazione deve necessariamente produrre una reazione: in assenza di un
eetto sul destinatario, il processo comunicativo viene considerato fallito.!
È possibile distinguere tre diverse situazioni comunicative:!
#1.#due dispositivi meccanici entrano in comunicazione;!
#2.#un dispositivo meccanico entra in comunicazione con un essere umano;!
#3.#due esseri umani entrano in interazione comunicativa.!
Le motivazioni che spinsero Shannon e Weaver allo sviluppo di questo modello erano prevalentemente
tecniche e legate al problema del trasferimento ottimale del segnale attraverso le linee telefoniche.
Successivamente definito anche modello lineare della comunicazione, esso era finalizzato a individuare sia i
componenti coinvolti nel processo comunicativo sia il funzionamento generale della comunicazione stessa.!
Prendiamo ad esempio il caso in cui un locutore parli attraverso un microfono e la sua voce venga udita
anche a grande distanza.!
Il soggetto umano costituisce la sorgente dell’informazione. Ciò che egli dice rappresenta il segnale, il quale
tuttavia è sottoposto a limiti di propagazione nello spazio.!
Il trasmettitore, ossia il microfono, ha il compito di codificare il segnale originale trasformandolo in una
forma idonea alla trasmissione a distanza. In questo modo, le onde sonore prodotte dal soggetto umano
vengono convertite, ad esempio, in impulsi elettromagnetici o in onde radio, così da poter essere trasmesse
attraverso un altro ambiente dell’edificio e successivamente riprodotte tramite un altoparlante.!
Il segnale così trasformato viaggia attraverso un canale, che può essere, ad esempio, una linea elettrica nel
caso degli impulsi elettromagnetici.!
Durante questo percorso il segnale può incontrare dei disturbi, che possono provocarne una distorsione.
Tali disturbi vengono raggruppati sotto il nome di rumore. Il massimo grado di rumore coincide con il
silenzio, ovvero con l’impossibilità per il segnale di attraversare il canale.!
Il segnale viene poi intercettato da un ricevitore, cioè da un apparato di decodifica, che svolge
un’operazione inversa rispetto alla precedente codifica, riconvertendo il segnale nella sua forma originaria.!
Il destinatario è infine il soggetto umano che percepisce il messaggio decodificato.!
Con questo modello, Shannon e Weaver introdussero nel campo degli studi sulla comunicazione termini
destinati ad avere grande fortuna, come codifica, decodifica e codice. Tuttavia, tali concetti presentano una
notevole distanza rispetto all’accezione che assumeranno successivamente nelle scienze del linguaggio e
nella semiotica.!
Per Shannon e Weaver la codifica consisteva nella trasformazione di un elemento fisico (come le onde
sonore) in un altro elemento fisico (come impulsi elettromagnetici o onde radio). Nella prospettiva semiotica
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COMUNICAZIONE, Adriano Fabris

Il termine comunicazione, come sottolinea Gensini, è collegato all’espressione latina communis, che significa “comune a molti o a tutti”. Da communis deriva il verbo communicare, inteso come “rendere comune”, “mettere in comune”, “far prendere parte qualcuno a qualcosa”. Fin dalla sua origine etimologica, dunque, la comunicazione rimanda all’idea di condivisione e partecipazione, indicando un processo attraverso il quale contenuti, informazioni o significati vengono resi accessibili a più soggetti. Il concetto di comunicazione non si limita alla semplice trasmissione di messaggi, ma implica la creazione di uno spazio comune all’interno del quale avviene lo scambio. I.4 L’ingegneria della comunicazione Nel corso degli anni Quaranta del Novecento, Claude Shannon e Warren Weaver, due ricercatori americani, elaborarono la Teoria matematica della comunicazione. Questa teoria viene anche definita modello comunicativo della teoria dell’informazione. I due studiosi provenivano da ambiti disciplinari differenti: Shannon era un ingegnere e matematico, mentre Weaver si occupava di ricerca in ambito comunicativo e di matematica delle probabilità. Nonostante ciò, il loro lavoro ebbe un impatto decisivo sullo studio della comunicazione. All’interno di questo modello, la comunicazione è definita come un processo di influenza che consente a un dispositivo di entrare in rapporto attivo con un altro dispositivo. Il grande successo della teoria è dovuto al fatto che tale definizione viene proposta come valida non solo per i dispositivi meccanici, ma anche per le relazioni comunicative umane. In quest’ultimo caso, la comunicazione riguarda il modo in cui il pensiero di un soggetto è in grado di influenzare quello di un altro soggetto. Per Shannon e Weaver, la comunicazione deve necessariamente produrre una reazione: in assenza di un effetto sul destinatario, il processo comunicativo viene considerato fallito. È possibile distinguere tre diverse situazioni comunicative:

  1. due dispositivi meccanici entrano in comunicazione;
  2. un dispositivo meccanico entra in comunicazione con un essere umano;
  3. due esseri umani entrano in interazione comunicativa. Le motivazioni che spinsero Shannon e Weaver allo sviluppo di questo modello erano prevalentemente tecniche e legate al problema del trasferimento ottimale del segnale attraverso le linee telefoniche. Successivamente definito anche modello lineare della comunicazione, esso era finalizzato a individuare sia i componenti coinvolti nel processo comunicativo sia il funzionamento generale della comunicazione stessa. Prendiamo ad esempio il caso in cui un locutore parli attraverso un microfono e la sua voce venga udita anche a grande distanza. Il soggetto umano costituisce la sorgente dell’informazione. Ciò che egli dice rappresenta il segnale, il quale tuttavia è sottoposto a limiti di propagazione nello spazio. Il trasmettitore, ossia il microfono, ha il compito di codificare il segnale originale trasformandolo in una forma idonea alla trasmissione a distanza. In questo modo, le onde sonore prodotte dal soggetto umano vengono convertite, ad esempio, in impulsi elettromagnetici o in onde radio, così da poter essere trasmesse attraverso un altro ambiente dell’edificio e successivamente riprodotte tramite un altoparlante. Il segnale così trasformato viaggia attraverso un canale, che può essere, ad esempio, una linea elettrica nel caso degli impulsi elettromagnetici. Durante questo percorso il segnale può incontrare dei disturbi, che possono provocarne una distorsione. Tali disturbi vengono raggruppati sotto il nome di rumore. Il massimo grado di rumore coincide con il silenzio, ovvero con l’impossibilità per il segnale di attraversare il canale. Il segnale viene poi intercettato da un ricevitore, cioè da un apparato di decodifica, che svolge un’operazione inversa rispetto alla precedente codifica, riconvertendo il segnale nella sua forma originaria. Il destinatario è infine il soggetto umano che percepisce il messaggio decodificato. Con questo modello, Shannon e Weaver introdussero nel campo degli studi sulla comunicazione termini destinati ad avere grande fortuna, come codifica, decodifica e codice. Tuttavia, tali concetti presentano una notevole distanza rispetto all’accezione che assumeranno successivamente nelle scienze del linguaggio e nella semiotica. Per Shannon e Weaver la codifica consisteva nella trasformazione di un elemento fisico (come le onde sonore) in un altro elemento fisico (come impulsi elettromagnetici o onde radio). Nella prospettiva semiotica

e linguistica contemporanea, invece, la codifica riguarda l’associazione tra un elemento percepibile e un elemento concepibile: ad esempio, la sequenza di suoni “albero” viene messa in corrispondenza con il suo significato, ovvero “pianta dal tronco legnoso”. Allo stesso modo, per Shannon e Weaver la decodifica consiste in un’operazione puramente tecnica, opposta e complementare alla codifica. Essa indica la riconversione di un segnale fisico trasmesso (impulsi elettromagnetici o onde radio) nella sua forma originaria (in onde sonore nuovamente percepibili dall’essere umano). La decodifica non implica alcuna interpretazione del contenuto del messaggio, ma si limita alla corretta ricostruzione del segnale affinché esso possa produrre una reazione nel destinatario. Nel campo della semiotica, invece, assume un significato più complesso: essa non riguarda soltanto la trasformazione materiale del segnale, ma implica un processo di comprensione e interpretazione, attraverso il quale il destinatario attribuisce un senso al messaggio ricevuto. Nel modello della teoria dell’informazione, il codice è inteso come un insieme di regole tecniche che consentono la trasformazione di un segnale in un’altra forma fisica e la sua successiva riconversione. Il codice non è un sistema di significati ma uno strumento funzionale alla trasmissione efficiente dell’informazione. Nella prospettiva semiotica, invece, è un sistema di corrispondenze condivise che collega espressioni percepibili a contenuti di senso, rendendo possibile la produzione e l’interpretazione dei segni all’interno di una comunità. La lingua naturale rappresenta l’esempio più evidente di codice in questo senso, in quanto stabilisce relazioni convenzionali tra forme linguistiche e significati.

5. Componenti del modello comunicativo e funzioni del linguaggio Il modello di Shannon e Weaver ha suscitato numerose discussioni nel campo della teoria della comunicazione. Nonostante le critiche, esso ha conosciuto un grande successo soprattutto perché pone l’attenzione sulle componenti coinvolte nel processo comunicativo, offrendo una descrizione chiara e sistematica degli elementi che rendono possibile la comunicazione. L’idea del linguaggio come strumento ha precedenti illustri nella storia del pensiero. Già Platone, nel dialogo Cratilo, aveva paragonato il nome a uno strumento, attribuendogli due funzioni fondamentali: una funzione comunicativa e una funzione più teoretica, di discriminazione e conoscenza della realtà. Tuttavia, come verrà poi sottolineato in ambito linguistico, a seconda dei contesti e dei generi comunicativi una funzione può emergere sulle altre, pur senza escluderle. Proprio questa impostazione attirò l’attenzione di Roman Jakobson, che fece del modello comunicativo la base della sua teoria delle funzioni del linguaggio. Concepisce il linguaggio come uno strumento che, in quanto tale, assolve contemporaneamente a sei funzioni. Esse corrispondono alle componenti del processo comunicativo. Cinque di queste erano già state individuate da Shannon e Weaver, mentre la sesta è il contesto (o referente), ossia l’entità su cui verte ogni comunicazione. Ciascuno dei sei fattori dà origine a una funzione linguistica specifica. La varietà dei messaggi non dipende dal monopolio di una singola funzione, ma dal diverso ordine gerarchico che esse assumono all’interno di ciascun atto comunicativo.

  1. Funzione emotiva o espressiva - È connessa all’emittente e riguarda l’espressione della sua dimensione emozionale, manifestata attraverso intenzioni, scelte lessicali, coloritura espressiva del linguaggio. (Jakobson e l’importanza dell’intonazione per esprimere diverse sfumature emotive) (espressione artistica).
  2. Funzione conativa o imperativa - È orientata verso il destinatario e si esprime tipicamente nelle forme dell’imperativo/vocativo. L’emittente mira a esercitare un’azione sul destinatario, inducendolo a fare qualcosa (far-fare) o a credere a qualcosa (far-credere) (discorso politico, pubblicitario, prop. religiosa)
  3. Funzione referenziale o denotativa - l’attenzione è concentrata sul contenuto del messaggio. La realtà sembra presentarsi come oggettiva, senza l’intermediazione soggettiva dell’emittente. È caratteristica dei testi scientifici, nei quali prevalgono la terza persona e le forme impersonali.
  4. Funzione fatica o di contatto - È associata al canale e riguarda il mantenimento o la verifica del contatto comunicativo. Emerge quando si vuole accertare che il canale sia attivo e funzionante, come nelle espressioni: Pronto, mi senti?,mette in primo piano la relazione intersoggettiva tra emittente e destinatario.
  5. Funzione metalinguistica - È legata al codice e si realizza quando emittente e destinatario verificano di condividere lo stesso sistema di segni. Compare ogni volta che si chiarisce il significato di un’espressione o si “incornicia” la comunicazione, specificando il contesto interpretativo «Guarda che stavo scherzando».
  6. Funzione poetica - È associata al messaggio e si realizza quando l’attenzione si concentra sulla forma dell’espressione piuttosto che sul contenuto. Qui il linguaggio diventa opaco e costringe il destinatario a soffermarsi sul modo in cui il messaggio è costruito. È tipica della poesia, ma anche di slogan pubblicitari e politici.

7.3 Uso e interpretazione L’interprete cerca di ricostruire il significato a partire dalla superficie espressiva del testo, accessibile alla sua percezione. In questo processo può seguire tre strategie interpretative:

  1. Ricostruzione dell’intenzione comunicativa dell’autore, come nel caso dell’interpretazione filologica.
  2. Ricostruzione del senso sulla base dei codici e delle convenzioni del testo, indipendentemente dalle intenzioni dell’autore. Il testo può infatti produrre significati diversi da quelli intenzionalmente previsti. Umberto Eco definisce questa modalità come intentio operis.
  3. Riferimento ai sistemi di significazione del destinatario, che può attribuire al testo significati non compatibili né con l’intenzione dell’autore né con i codici testuali. Questa modalità corrisponde alla intentio lectoris e non costituisce una vera interpretazione, ma un uso del testo. Da questa terza strategia, che produce letture scorrette, va distinto il fenomeno della cooperazione interpretativa del destinatario. Eco, in Lector in fabula (1979), definisce il testo una “macchina pigra” che necessita dell’interprete per funzionare: ogni testo presenta spazi bianchi che devono essere colmati dal lettore, poiché non può dire tutto esplicitamente e lascia intenzionalmente un margine di iniziativa interpretativa. Sebbene di un testo siano possibili più interpretazioni, non è tuttavia ammessa qualunque interpretazione fondata esclusivamente sulle intenzioni del destinatario. CAPITOLO II: LA STRUTTURA DEL SEGNO Il segno come equivalenza e come inferenza La nozione di segno appartiene a una tradizione molto antica in ambito filosofico, utilizzata anche per descrivere fenomeni linguistici, e trova una corrispondenza nella triade concettuale segno, significante, significato, l’analoga triade stoica semeion (segno), semainon (significante), semainomenon (significato). Nella tradizione filosofica e semiotica antica si sviluppa una distinzione tra due modelli di concezione del segno:
  4. Modello dell’equivalenza (A = B) - Il segno linguistico è concepito come un abbinamento tra un significante e un significato in una relazione biunivoca.
  5. Modello dell’inferenza (“se p, allora q”) - veniva utilizzato soprattutto per spiegare segni non verbali, nei quali da un fenomeno osservabile si inferisce un altro fenomeno. Un esempio classico è il fumo, che consente di inferire la presenza del fuoco che lo ha prodotto. Questi due modi di concepire il segno costituiscono il fondamento di due grandi teorie della semiotica contemporanea: la teoria linguistica di Ferdinand de Saussure, basata sul principio di equivalenza, e la teoria del segno elaborata da Charles Sanders Peirce, fondata invece sul principio inferenziale. Saussure teorizza una scienza generale dei segni che chiama semiologia, concentrando tuttavia la propria attenzione sulla categoria ristretta dei segni linguistici, intesi come segni artificialmente prodotti. Peirce, al contrario, prende in considerazione una vasta gamma di segni, soprattutto non verbali, attribuendo ai segni del linguaggio verbale una posizione subordinata all’interno della sua teoria. Il modello dell’equivalenza nella teoria del segno di Saussure Nel Corso di linguistica generale, pubblicato postumo nel 1916, dedica il terzo capitolo a tre temi:
  • la lingua come sistema di segni e la sua collocazione all’interno della semiologia;
  • la distinzione tra linguaggio, lingua e parole;
  • il processo di comunicazione linguistica, descritto attraverso il cosiddetto circuito della parole. In uno dei passaggi più celebri del Corso, Saussure prefigura la nascita di una scienza generale dei segni, la semiologia, e fornisce al contempo una prima definizione del segno linguistico: «La lingua è un sistema di segni esprimenti delle idee». L’uso del termine idee rinvia alla tradizione filosofica inaugurata da John Locke, in particolare al Saggio sull’intelletto umano, in cui il segno è concepito come “segno di un’idea”. Anche in Locke, tuttavia, la riflessione si concentra esclusivamente sui segni linguistici. Analogamente, la definizione saussuriana di segno si inserisce in questa tradizione e finisce per coincidere con una definizione di segno linguistico. Il segno viene concepito come un’entità bifacciale, fondata su una relazione di equivalenza (A = B) che connette un significante e un significato: a una determinata immagine acustica corrisponde biunivocamente una immagine mentale. Da questa impostazione deriverà l’interpretazione strutturalistica della lingua come codice, inteso come sistema che abbina unità appartenenti a due sistemi distinti.

Saussure distingue tre nozioni tendiamo a confondere: linguaggio, lingua ed esecuzione linguistica.

  • La nozione di linguaggio riguarda la possibilità generale di costruire e usare sistemi linguistici. La sua caratteristica fondamentale è che poggia su una facoltà naturale, innata nell’essere umano; per questo il linguaggio è anteriore e trascendente rispetto alle singole lingue storiche. Tuttavia, tale facoltà non può essere esercitata se non attraverso una lingua particolare. La facoltà di linguaggio è soggetta a un vincolo temporale di attivazione, come ha mostrato il biologo del linguaggio Lenneberg. Si parla di periodo critico dell’apprendimento del linguaggio, per l’essere umano dai 2 ai 12 anni. Al di fuori di questa finestra temporale l’acquisizione del linguaggio non può avvenire in modo pieno, come dimostrano i casi dei cosiddetti bambini selvaggi.
  • La lingua (langue) si contrappone all’eterogeneità del linguaggio per il suo carattere di omogeneità. Essa riguarda un solo fatto specifico: l’associazione tra immagini acustiche e concetti, che consente la formazione dei segni. A differenza della facoltà naturale del linguaggio, la lingua è qualcosa di acquisito e convenzionale, condiviso da una comunità. Diventa a questo punto centrale il rapporto tra lingua ed esecuzione linguistica (parole). La lingua è definita da Saussure come un “tesoro” depositato nel cervello degli individui appartenenti a una stessa comunità linguistica. Essa esiste pienamente solo a livello della collettività, mentre ogni singolo individuo ne possiede una competenza parziale e variabile.
  • L’esecuzione linguistica è il meccanismo che consente ai singoli individui di accedere a questo tesoro. Essa comprende due aspetti:
  • da un lato, l’atto concreto di produzione linguistica, che coinvolge processi fisici e psichici;
  • dall’altro, il prodotto di tali processi, costituito da espressioni linguistiche individuali, concrete e irripetibili. 3.3 Un modello linguistico della comunicazione Nel Corso di linguistica generale, accanto alla descrizione delle lingue storico-naturali e del linguaggio come facoltà umana, Saussure elabora anche un modello linguistico del processo comunicativo, noto come “circuito della parole”. Si tratta del primo modello esplicito della comunicazione linguistica, fondato sull’idea che il fatto linguistico implichi necessariamente la presenza di due soggetti. Il processo comunicativo si articola in tre sotto-processi:
  1. psichico: nella mente del soggetto A un’idea (ad esempio l’immagine mentale di un cavallo) viene associata a un’immagine acustica (la parola “cavallo”).
  2. di estrinsecazione: il segno così formato, costituito dall’unione di significato e significante, viene tradotto in impulsi neuro-fisiologici che attivano l’apparato fonatorio, producendo i suoni.
  3. fisico e fisiologico di trasmissione e ricezione: i suoni si propagano nell’aria fino a raggiungere l’orecchio dell’interlocutore B, dove lo stimolo uditivo viene trasmesso al cervello. Qui l’immagine acustica si ricongiunge all’idea, ricostituendo l’unità del segno, a condizione che i due soggetti condividano lo stesso codice linguistico. È necessario distinguere, infine, tra significanti e significati che, unendosi nel sistema della lingua, trovano nella parole la loro realizzazione concreta sotto forma di fonie e contenuti di senso. 4. IL SEGNO COME ENTITÀ PSICHICA BUFACCIALE Per Ferdinand de Saussure, il segno linguistico unisce un concetto e un’immagine acustica. Quest’ultima non coincide con il suono materiale, che è un fenomeno puramente fisico, ma con la traccia psichica di quel suono, ossia la sua rappresentazione mentale. Saussure sostituisce successivamente i termini concetto e immagine acustica con quelli di significato e significante, due parole della stessa radice, per sottolineare la strettissima relazione che lega le due facce del segno, dalla cui unione risulta il segno linguistico. 4.1 I due sensi della parola segno È necessario distinguere due diversi sensi della parola segno. Nell’accezione saussuriana, il segno è un’entità interamente psichica e virtuale, costituita dall’unione di significante e significato. Questa concezione si colloca sul piano della lingua. Nel linguaggio ordinario, invece, il segno (o il significante) viene spesso inteso come un’entità materiale, che rimanda a un contenuto concepibile e psichico. Questa seconda accezione riguarda il livello dell’esecuzione linguistica (parole).

7.2 Oggetto dinamico e oggetto immediato Peirce distingue due nozioni di oggetto:

  • oggetto dinamico: l’oggetto reale, “realmente efficiente ma non immediatamente presente”, che esiste nel mondo esterno ed è conoscibile solo attraverso la mediazione dei segni;
  • oggetto immediato: l’oggetto così come è rappresentato nel segno, ossia il modo in cui l’oggetto dinamico viene dato alla conoscenza. L’oggetto immediato costituisce il significato del segno, socialmente codificato, ed è la contropartita mentale del representamen. Il segno può quindi essere inteso come una relazione tra significante (representamen) e significato (oggetto immediato). Ciò che distingue l’oggetto immediato dall’interpretante è che il primo è interno al segno, mentre l’interpretante è un secondo segno, prodotto dall’interprete come effetto del primo, che arricchisce ulteriormente il processo di significazione. 7.3 I tre tipi di interpretante Per Charles Sanders Peirce, la semiosi è un processo di progressivo arricchimento conoscitivo che si articola in tre momenti:
  1. Interpretante immediato - È il livello in cui il segno viene correttamente interpretato dall’interprete secondo il suo significato più diretto.
  2. Interpretante dinamico - In questa fase l’interprete non si limita al significato acquisito, ma lo mette in relazione sia con l’oggettività sia con le proprie esigenze di comprensione, generando ulteriori tensioni interpretative.
  3. Interpretante logico o finale - È il punto di stabilizzazione del processo interpretativo, in cui la riflessione giunge a una forma di comprensione soddisfacente e orientata all’azione. 7.4 La tipologia del segno I segni da cui prende avvio il processo di semiosi possono essere distinti secondo tre parametri: considerati in sé stessi; considerati in relazione all’oggetto; considerati in relazione all’interpretante. Sulla base di questa distinzione, Peirce individua tre tipi fondamentali di segni.
  4. Icona: un segno che si riferisce al proprio oggetto in virtù di una somiglianza. Il rapporto tra segno e oggetto è motivato da caratteri condivisi, indipendentemente dall’esistenza reale dell’oggetto. Sono esempi di icone i ritratti e le rappresentazioni figurative.
  5. Indice: un segno che si riferisce all’oggetto per contiguità fisica o causale. Il rapporto tra segno e oggetto è motivato, ma non per somiglianza bensì per una connessione reale. Ne sono esempi l’impronta, l’orma, la firma, la fotografia o una bandierina che indica la direzione del vento. Tale connessione esiste indipendentemente dall’interprete, che si limita a riconoscerla.
  6. Simbolo: un segno che si riferisce all’oggetto in virtù di una convenzione o di una legge, fondata su un’associazione condivisa di idee generali. In questo caso è la mente dell’interprete a stabilire il legame tra representamen e oggetto, ma ciò non implica che il simbolo sia creato dal singolo individuo: la relazione è socialmente istituita. La categoria dei simboli in Peirce è vicina a quella dei segni linguistici in Saussure. La differenza terminologica non deve trarre in inganno: Peirce si richiama alla tradizione aristotelica, secondo cui i simboli sono legati agli stati mentali per convenzione, mentre Saussure si colloca nella tradizione linguistica, mediata da Locke, che riserva il termine segno alle entità istituite per rappresentare idee. **CAPITOLO III: I SISTEMI SEMIOTICI
  7. I linguaggi come strutture** I segni stabiliscono relazioni con altri segni secondo un duplice punto di vista. Da un lato, ai fini della comunicazione, essi si combinano tra loro in unità complesse, come frasi e testi; dall’altro lato, la loro capacità di significare dipende dall’appartenenza a sistemi complessi, rappresentati dai codici, all’interno dei quali intrattengono relazioni con altre unità che restano virtuali. Ferdinand de Saussure mette in evidenza la dimensione strutturale dei sistemi semiotici: le lingue e gli altri sistemi di segni sono strutture in cui tutti gli elementi sono strettamente interconnessi.

Uno dei concetti centrali della linguistica strutturale è quello di valore. Il senso di un segno non si esaurisce nel suo significato considerato isolatamente (relazione verticale), ma si definisce anche attraverso il rapporto con gli altri segni del sistema (relazione orizzontale). Saussure afferma che i sistemi semiotici non sono costruiti sommando i singoli elementi, ma che è necessario partire dalla totalità del sistema per giungere, attraverso l’analisi, ai singoli termini. Il concetto di valore, mutuato dall’economia, si articola su due dimensioni:

  1. verticale - Il valore di un’entità è dato dalla sua possibilità di essere scambiata con qualcos’altro di natura diversa. In economia, ad esempio, una certa somma di denaro può essere scambiata con beni differenti. Nella lingua questo avviene quando un significante viene messo in relazione con un significato.
  2. orizzontale -Il valore è determinato dal confronto con altre entità dello stesso ordine. In economia una valuta assume valore in relazione ad altre valute; analogamente, nella lingua una parola acquista valore nel confronto con altre parole. Un esempio classico è la parola francese mouton, il cui valore corrisponde alla somma di due parole inglesi: sheep e mutton. Lo stesso avviene nelle categorie grammaticali: il plurale italiano corrisponde alla somma di due valori distinti presenti in altre lingue, come il duale e il plurale del greco antico e del lituano; alcune lingue presentano inoltre forme come il triale o il quadriale. Nei sistemi linguistici, come in tutti i sistemi semiotici, il valore di un’unità è determinato dai rapporti differenziali che essa intrattiene con tutte le altre unità del sistema. L’identità di una forma è quindi data dalla differenza rispetto alle altre forme. Questa dimensione differenziale vale però se si considerano separatamente significanti e significati. Quando invece si considerano i segni come unità complessive, ci si trova di fronte a entità positive. Il sistema linguistico è costituito da differenze espressive combinate con differenze di significato; una volta che significanti e significati si uniscono, i segni risultanti sono fatti positivi. In questo caso si passa da una dimensione differenziale a una oppositiva. Saussure osserva che, quando si confrontano i segni tra loro, non si può più parlare di differenze in senso stretto, ma di distinzioni: i segni non sono “differenti”, ma distinti. 2. L’identità Da ciò emerge il problema dell’identità del segno. L’identità di un segno è data da ciò che lo distingue da tutti gli altri segni dello stesso sistema: sono la differenza e l’opposizione a costituirne il valore e il carattere identitario. L’identità di un segno è una questione di forma, non di sostanza. Un elemento rimane identico finché restano invariati i rapporti differenziali che intrattiene con gli altri elementi del sistema. Saussure chiarisce questo punto con due esempi:
  3. Il treno Roma–Milano delle 20:30 - Anche se cambiano il materiale, il personale o il numero di vagoni, il treno conserva la sua identità finché rimangono costanti la tratta e l’orario. L’identità non dipende dagli elementi materiali, ma dalla permanenza delle relazioni strutturali.
  4. Il gioco degli scacchi - Il cavallo non è tale per la sua forma materiale, ma per il ruolo che svolge nel sistema del gioco. Se il pezzo viene sostituito con un oggetto qualsiasi, purché mantenga lo stesso movimento e le stesse relazioni con gli altri pezzi, continuerà a essere un cavallo. Da qui l’affermazione di Saussure: la lingua è una forma e non una sostanza. Allo stesso modo, nella lingua e negli altri sistemi semiotici, le unità acquisiscono identità solo in relazione formale al sistema. Il valore di un segno può inoltre variare in base al contesto: rosso può indicare arresto nella segnaletica stradale, comunismo nel contesto politico, vincita o perdita nella roulette. 3. Espressione e contenuto Un’importante prosecuzione del pensiero saussuriano si sviluppa a partire dagli anni Quaranta con Louis Hjelmslev, esponente della scuola glossematica di Copenaghen. Hjelmslev riprende Saussure con l’obiettivo di fondare una disciplina dotata del rigore delle scienze esatte, come la matematica e la logica. Secondo il linguista danese, ogni linguaggio è organizzato come una funzione che si stabilisce tra due funtivi: il piano dell’espressione (E) e il piano del contenuto (C).

7. Gli assi del linguaggio: sistema e processo (II) Tutti i codici, sia linguistici sia ristretti, sono organizzati secondo una struttura che presenta due assi fondamentali: il processo e il sistema, due assi cartesiani che si intersecano in ogni atto comunicativo. La comunicazione non avviene mai tramite espressioni isolate, ma attraverso frasi e testi, analogamente a come un pasto è costituito da una successione ordinata di portate. Il processo consiste nella catena sintagmatica dei segni che si succedono nella produzione semiotica secondo una contiguità spaziale e/o temporale. Hjelmslev identifica il processo anche con il testo, la cui analisi prende il nome di partizione, ossia la procedura che suddivide l’unità testuale in catene (ad esempio frasi) e queste ultime in parti (ad esempio parole). In ogni punto della catena, chi produce la comunicazione opera una selezione tra una serie di elementi possibili, sulla base del contesto e delle intenzioni comunicative. L’elemento scelto si attualizza, mentre gli altri restano virtuali. Le serie di elementi che potrebbero comparire in una determinata posizione del processo sono dette paradigmi, e il loro insieme costituisce il sistema. 8. La commutazione (III) Il terzo tratto è la commutazione, che mette in relazione le unità del piano dell’espressione e quelle del piano del contenuto. Essa è verificabile tramite una prova empirica, detta prova di commutazione, fondamentale per individuare le unità costitutive di un sistema.

  • Un esempio tratto dalla lingua verbale: mettendo in opposizione i lessemi pani e mani, si osserva che alla variazione sul piano dell’espressione (/p/ vs /m/) corrisponde una variazione sul piano del contenuto, tra i sememi “alimento derivato dal frumento” e “arti superiori del corpo”. In questo caso, la commutazione sul piano dell’espressione produce una commutazione sul piano del contenuto.
  • Diversamente, se si confrontano casa e la sua pronuncia toscana hasa, si rileva una differenza sul piano dell’espressione, ma non una corrispondente differenza sul piano del contenuto: entrambe rimandano al semema “abitazione umana”. In questo caso, dunque, non si ha commutazione. 9. La non conformità fra i due piani (IV) Il quarto tratto è la non conformità (o non isomorfismo) tra i due piani, ossia l’assenza di una corrispondenza punto a punto tra gli elementi dell’espressione e quelli del contenuto. Un esempio è il lessema sono. Sul piano dell’espressione esso si scompone in quattro fonemi (s-o-n-o), mentre sul piano del contenuto si individuano cinque tratti semantici: essere, prima persona, singolare, presente, indicativo. Nessun elemento del piano dell’espressione corrisponde biunivocamente a uno specifico elemento del piano del contenuto. Secondo Louis Hjelmslev, accanto ai linguaggi propriamente semiotici esistono sistemi che devono essere definiti simbolici, nei quali i due piani sono conformi e non scomponibili. Un esempio è il simbolo politico della falce e martello, che nel suo insieme corrisponde al significato di comunismo e non consente commutazioni interne. Successivamente, Algirdas Julien Greimas (1984) ha introdotto la nozione di sistemi semi-simbolici, caratterizzati da una conformità tra i piani ma anche da una limitata commutabilità. Un esempio è il sistema del semaforo, composto da tre segnali (rosso, giallo, verde) associati rispettivamente a tre significati (fermarsi, attendere, procedere), senza possibilità di ulteriore scomposizione interna. 10. Interdipendenza, determinazione e costellazione (V) Il quinto tratto riguarda le relazioni definite tra gli elementi che li compongono. Hjelmslev individua tre casi:
  1. Interdipendenza - Due elementi si presuppongono reciprocamente. Nelle lingue flessive, ad esempio, le categorie di genere e numero sono interdipendenti: non è possibile esprimere l’una senza l’altra.
  2. Determinazione - Un elemento presuppone un altro senza reciprocità. In italiano, ad esempio, la lettera q presuppone necessariamente la u, mentre la u non presuppone la q.
  3. Costellazione - Due elementi sono collegati senza che l’uno presupponga l’altro. A livello del processo, questa relazione prende il nome di combinazione. Un esempio è la preposizione latina ab, che può combinarsi con nomi al caso ablativo, ma anche con verbi, nomi o aggettivi, senza vincoli di presupposizione.

11. La doppia articolazione È possibile individuare un fenomeno di scomponibilità sia nelle unità del piano dell’espressione sia in quelle del piano del contenuto. Qui ci limitiamo a considerare la scomposizione delle unità del piano dell’espressione. La formulazione del principio della doppia articolazione delle lingue verbali si deve al linguista francese André Martinet (1960). Secondo questo principio, le lingue verbali sono organizzate sulla base di un duplice livello di articolazione. Suddividendo la catena parlata (processo o testo) fino a giungere alle unità minime dotate di significato, si individuano le unità di prima articolazione, ossia i morfemi. Ad esempio, parole come cane e albero possono essere scomposte in radici (can-, alber-) portatrici del significato lessicale (“animale domestico”, “pianta permanente”) e in desinenze (-e, -o) che esprimono valori grammaticali come maschile e singolare. È possibile procedere ulteriormente nella scomposizione fino a individuare unità più piccole, prive di significato, le unità di seconda articolazione, ovvero i fonemi (c, a, n, e; a, l, b, e, r, o). In tutte le lingue del mondo, l’inventario delle unità di seconda articolazione è costituito da un numero limitato di elementi. Tuttavia, attraverso la loro combinazione, è possibile generare un numero molto elevato di unità di prima articolazione. Questo fatto è alla base del principio di creatività linguistica, secondo cui le lingue fanno un uso potenzialmente infinito di mezzi finiti. **CAPITOLO IV: SIGNIFICATO E MODELLI SEMANTICI

  1. Complessità e ampiezza della nozione di significato** La nozione di significato è una delle più complesse e controverse negli studi sulla comunicazione. La disciplina trasversale che se ne occupa è la semantica, che ha elaborato modelli differenti a seconda del modo in cui viene concepito il significato stesso. È possibile distinguere tre principali prospettive: a) approccio filosofico-linguistico: il significato come relazione tra linguaggio e mondo; b) prospettiva strutturalista: il significato come relazione interna al linguaggio, che conduce a modelli componenziali; c) prospettiva psicologico-cognitiva: il significato inteso come prototipo. 2. La semantica referenziale o condizionale (a) La semantica referenziale, detta anche logico-filosofica, si sviluppa agli inizi del Novecento in ambito filosofico, soprattutto nel mondo anglosassone. Essa si fonda su una concezione referenzialista, secondo cui il significato di un termine consiste nella sua capacità di riferirsi a entità esterne al linguaggio, mentre il significato di un enunciato dipende dalle condizioni di verità degli stati di cose che esso asserisce. In particolare, per il Ludwig Wittgenstein del Tractatus logico-philosophicus, il linguaggio è un’immagine della realtà extra-linguistica: comprendere il significato di un enunciato equivale a sapere sotto quali condizioni esso risulta vero. La relazione tra lingua e mondo può essere stabilita in due modi: a) in modo indiretto, attraverso la mediazione di nozioni che collegano linguaggio e realtà; b) in modo diretto, senza alcuna mediazione tra lingua e realtà extra-linguistica. 2.1 Senso e riferimento Un contributo fondamentale è quello di Gottlob Frege (1892), che introduce una relazione mediata tra segno e referente distinguendo tra senso (Sinn) e riferimento (Bedeutung). Il segno rinvia agli oggetti extra-linguistici o agli stati di cose attraverso la mediazione del senso. Possono esistere espressioni con lo stesso riferimento ma con senso diverso: ad esempio “stella del mattino” e “stella della sera” hanno come riferimento il pianeta Venere, ma presentano sensi differenti.

5. La semantica di impostazione psicologico-cognitiva (c) In alternativa alla semantica referenziale e a quella strutturalista si colloca la prospettiva psicologico- cognitiva, che non costituisce una teoria unitaria ma una famiglia di approcci accomunati dall’insoddisfazione verso entrambe le precedenti impostazioni. Come osserva Patrizia Violi (1997), il programma cognitivista si caratterizza per tre punti fondamentali:

  1. ristabilire il rapporto tra semantica e comprensione;
  2. considerare la semantica non autonoma dai processi di conoscenza;
  3. definire il rapporto tra significati e concetti. In questa prospettiva, lo studio del significato è integrato con l’analisi dei processi mentali attraverso cui i contenuti semantici vengono costruiti. **CAPITOLO V: L’ENUNCIAZIONE E IL DISCORSO
  4. Dimensione semiotica vs dimensione enunciativo-discorsiva** I segni e i sistemi semiotici, pur essendo presupposti e necessari alla comunicazione, non sono sufficienti a spiegare il fatto comunicativo in quanto tale. Per accedere alla comunicazione vera e propria è necessario passare dal livello semiotico a quello dell’enunciazione o del discorso. Secondo Émile Benveniste, il livello semiotico riguarda il modo di significare proprio del segno linguistico. L’enunciazione, invece, dà origine a ciò che egli chiama discorso, definito come un’“istanza che emana da un locutore, raggiunge un uditore e suscita un’altra enunciazione in risposta”. Benveniste distingue nettamente l’enunciazione dalla parole: quest’ultima non coincide con l’atto di attualizzazione della lingua, ma ne rappresenta piuttosto il prodotto. La funzione fondamentale dell’enunciazione è quella di mediazione tra l’uomo e l’uomo. La dimensione enunciativa riguarda dunque la lingua in atto, nella sua funzione mediatrice sia tra gli individui sia tra l’uomo e il mondo. 1.1 Sistemi linguistici e sistemi non linguistici in relazione all’enunciazione Per Benveniste, la lingua occupa una posizione del tutto particolare nell’universo dei sistemi di segni, poiché significa in un modo specifico ed esclusivo, che nessun altro sistema riproduce. Tutti i sistemi semiotici, linguistici e non linguistici, condividono la proprietà di significare, che Benveniste chiama significanza. Tuttavia, solo i sistemi linguistici articolano la significanza su due dimensioni:
  • la significanza dei segni;
  • la significanza dell’enunciazione. Come afferma Benveniste (1974), la lingua è inoltre l’unico sistema in cui tutti gli altri sistemi di segni possono essere tradotti, mentre il contrario non è possibile. 1.2 L’interno e l’esterno della lingua La nozione di semiotico riguarda esclusivamente i fattori della linguistica interna. La nozione di enunciazione, invece, apre l’analisi a quegli elementi che erano stati tradizionalmente collocati all’esterno del sistema linguistico: il soggetto, il referente e, più in generale, il sociale. Nel saggio Semiologia della lingua (1969), Benveniste afferma che l’enunciazione fa sì che il senso non derivi dalla semplice somma dei segni, ma da un senso interno che si articola nelle parole. Inoltre, l’enunciazione implica necessariamente la presa in carico dei referenti, mentre il livello semiotico, per principio, è autonomo e sganciato dalla referenza. Benveniste mette in luce una duplice chiusura del sistema linguistico:
  • da un lato, il sistema è limitato, poiché le sue unità sono in numero finito, a differenza delle frasi, che sono potenzialmente illimitate;
  • dall’altro, il sistema è chiuso, in quanto non si apre direttamente al mondo extra-linguistico. A caratterizzare la dimensione enunciativa intervengono invece due elementi assenti nella dimensione semiotica: la presenza di un locutore che utilizza la lingua; la relazione privilegiata con il livello della frase, che veicola la possibilità del riferimento e l’inscrizione del soggetto nell’enunciato.

2. L’apparato formale dell’enunciazione Come si caratterizza l’enunciazione? Essa riguarda il processo attraverso cui qualcosa appare in un momento unico e in uno spazio determinato, ossia il fatto che ciò che prima non esisteva venga a esistere e a occupare un posto nella catena dei fonemi. Nelle lingue verbali esiste una serie di indicatori che costituiscono una sottoclasse interna alla langue e che Émile Benveniste definisce apparato formale dell’enunciazione. Tale apparato comprende: i. gli indici di persona; ii. gli indici dell’ostensione; iii. le forme della temporalità; iv. le forme dell’illocutività; v. le modalità. 2.1 Gli indici di persona (i ) Gli indici di persona sono rappresentati principalmente dai pronomi personali di prima e seconda persona singolare (io e tu), che mettono in rapporto diretto e necessario il locutore con la propria enunciazione. Il punto centrale è che i nomi hanno una referenza stabile, indipendente dal locutore, dallo spazio e dal tempo: “albero” mantiene la stessa referenza indipendentemente da chi lo pronunci. Al contrario, il pronome “io” non possiede una referenza oggettiva e costante, ma assume una referenza diversa in ogni singola situazione di discorso. La sua referenza può essere definita solo in relazione all’atto di enunciazione. 2.1.1 Correlazione di personalità e correlazione di soggettività I pronomi personali comprendono io, tu ed egli, ma Benveniste individua una frattura profonda tra le prime due persone e la terza. Per chiarirlo, egli richiama la grammatica araba, nella quale: - la prima persona è “colui che parla”; - la seconda persona è “colui al quale ci si rivolge”; - la terza persona è “colui che è assente”. Assente da dove? Dalla situazione di discorso istituita da io e tu. Le prime due persone designano dunque i due attori dell’atto comunicativo (locutore e allocutore), mentre la terza persona indica un’entità esterna all’enunciazione. Per questo Benveniste afferma che la terza persona è in realtà una non-persona. Si possono quindi distinguere due tipi di correlazione: di personalità, che oppone io/tu a egli; di soggettività, che oppone io (persona soggettiva) a tu (persona non soggettiva). 2.2 Gli indici di ostensione (ii) Gli indici di ostensione sono termini che implicano, in modo reale o virtuale, un gesto deittico che designa l’oggetto nel momento stesso dell’enunciazione. Essi sono organizzati in modo da riprodurre la correlazione di personalità: ad esempio, questo/codesto riflette l’opposizione io/tu. Inoltre, tali indici si riferiscono agli oggetti in maniera coestensiva all’atto di enunciazione. Tra essi rientrano innanzitutto i dimostrativi, che organizzano lo spazio a partire da un punto centrale rappresentato dall’ego, secondo categorie variabili. Accanto ai dimostrativi si collocano gli avverbi di luogo e di tempo, come qui e ora, correlati alla prima persona, che si oppongono a là e allora, tipicamente associati alla terza persona. 2.3 Le forme della temporalità (iii) L’idea centrale di Benveniste è che il sistema temporale della lingua assuma il presente come discrimine fondamentale, organizzando tutti gli altri tempi in relazione ad esso. Egli distingue tre nozioni di tempo:

  1. fisico, È concepito come un continuum uniforme e infinito, segmentabile a piacere. Viene vissuto soggettivamente in relazione alle emozioni e al ritmo della vita interiore (un’ora può sembrare lunghissima, un anno può passare rapidamente), ma scorre comunque in modo lineare e irreversibile.
  2. cronico, il tempo degli avvenimenti, degli orologi, oggettivato e socializzato attraverso il calendario. Fornisce una scala comune per la vita associata ed è storicizzato: può essere osservato passato-presente e viceversa. Nessun momento del calendario è di per sé passato, presente o futuro: è il soggetto che vive il tempo a collocarlo temporalmente.
  3. linguistico, Non coincide con i due precedenti, ma costituisce una forma di organizzazione dell’esperienza. Attraverso la lingua si manifesta l’esperienza umana del tempo. Ogni uso del presente verbale situa un evento come contemporaneo all’istanza del discorso. Il presente linguistico non coincide

2. Materiale linguistico e realizzazione Ogni volta che un enunciato viene pronunciato, si produce contemporaneamente un’attività linguistica, ossia un’azione specifica compiuta dal parlante. In questo senso, nella pragmatica viene meno la distinzione netta tra dire e fare. Per chiarire questo punto è necessario introdurre alcune distinzioni fondamentali. A) Frase ed enunciato - La frase è un’entità linguistica astratta, identica in tutti i suoi usi. L’enunciato è invece la realizzazione concreta della frase in una situazione comunicativa specifica. Ad esempio, la frase “domani partirò da qui per Milano” può essere pronunciata da soggetti diversi e in momenti diversi: la frase, in senso tecnico, è il materiale linguistico che rimane invariato; l’enunciato è ciascuna singola realizzazione della frase, ogni volta unica perché caratterizzata da coordinate spaziali, temporali e soggettive specifiche. Nel caso di una realizzazione estesa, si parla di discorso o testo. B) I tre significati di “realizzazione”- Alla nozione possono essere associati tre significati distinti:

  1. Realizzazione come cosa realizzata. È l’oggetto prodotto al termine di un’operazione. In linguistica corrisponde all’enunciato. Esempio: “le realizzazioni dell’attuale governo sono buone”.
  2. Realizzazione come azione o evento. È l’atto stesso attraverso cui qualcosa che prima non esisteva viene a esistere. In linguistica è l’enunciazione. Esempio: “mi sono stupito che Pietro abbia scritto questa lettera”.
  3. Realizzazione come processo. È il lavoro o l’attività che conduce a un risultato. In linguistica corrisponde all’attività linguistica. Esempio: “la realizzazione di questo progetto è durata molti anni”. 3. Atti locutivi, illocutivi e perlocutivi L’attività linguistica comporta tre tipi di atti, distinti a partire dall’analisi di John L. Austin (1962).
  • Atto locutivo. È l’attività materiale e linguistica necessaria a costruire un enunciato, orale o scritto. Consiste nel produrre una sequenza dotata di struttura fonologica, sintattica e semantica, capace di esprimere un senso.
  • Atto perlocutivo. Riguarda gli effetti che l’enunciato produce sull’interlocutore: convincere, spaventare, rassicurare, persuadere, ecc. L’atto perlocutivo consiste quindi nel tentativo di esercitare un’influenza sugli altri attraverso la comunicazione di un senso. L’atto locutivo è ciò che rende possibile la comunicazione del senso; l’atto perlocutivo riguarda invece l’impatto psicologico e comportamentale che tale comunicazione può avere sugli interlocutori. 4. Gli atti illocutivi A differenza degli altri due, esso è compiuto nel dire stesso e appartiene propriamente alla dimensione dell’enunciazione, non semplicemente all’attività linguistica. Negli atti illocutivi è in gioco una dimensione giuridica e convenzionale: promettere, ordinare, dichiarare, battezzare, ecc. sono atti che si realizzano nel momento stesso in cui vengono enunciati, purché siano soddisfatte determinate condizioni di felicità. Nel 1962 Austin riduce e riformula tali condizioni, precisando che un enunciato realizza effettivamente un atto illocutivo solo se inserito in un contesto istituzionale e pragmatico adeguato. **CAPITOLO VIII: L’ESPLICITO E L’IMPLICITO
  1. Il significato letterale: “ciò che è detto”** Secondo Paul Grice, occorre distinguere tra il significato:
  • dell’espressione, ossia il significato convenzionale di una forma linguistica;
  • del parlante, ossia ciò che il parlante intende comunicare usando quell’espressione in una det. situazione. 2. “Ciò che è inteso” Raramente il significato di una frase si esaurisce in ciò che è letteralmente detto. Questo avviene in contesti specialistici o scientifici fortemente regolati. Nella comunicazione ordinaria, invece, il parlante intende sempre qualcosa in più rispetto al significato convenzionale. Il significato inferenziale si articola in due grandi categorie:
  1. Inferenze indipendenti dal contesto enunciativo, basate su regole logiche e linguistiche. Comprendono: implicature convenzionali; presupposizioni; implicazioni logiche.
  2. Implicature conversazionali, che derivano dall’inserimento dell’enunciato in un contesto comunicativo specifico. 3. Esplicito e implicito L’opposizione tra ciò che è detto e ciò che è inteso non coincide con quella tra esplicito e implicito. L’esplicito comprende tutto ciò che è ricavabile applicando esclusivamente regole semantiche e logiche, senza ricorso al contesto: significato detto; implicature convenzionali; Presupposizioni; implicazioni logiche. L’implicito riguarda invece solo le implicature conversazionali, che dipendono dall’interazione tra enunciato e contesto. Le implicature convenzionali dipendono dal significato stabile di particolari espressioni linguistiche. Esempio: “Il signor Rossi è straordinariamente ricco, ma onesto.” La congiunzione ma introduce un’opposizione: l’onestà è presentata come in contrasto con un’aspettativa implicita legata alla ricchezza. Le presupposizioni sono proposizioni inferite la cui verità viene data per acquisita affinché l’enunciato possa essere valutato come vero o falso. a. Presupposizioni esistenziali. Scattano con nomi propri o descrizioni definite (Aristotele, il discepolo di Platone), implicando l’esistenza del referente. b. Presupposizioni semantiche. Dipendono dal significato di certi verbi (smettere, riuscire, dispiacersi). Esempio: “Luigi ha smesso di fumare” senso posto: Luigi ora non fuma; senso presupposto: Luigi fumava in passato. c. Presupposizioni strutturali. Dipendono dalla struttura sintattica dell’enunciato, come nelle frasi controfattuali. “Se Pietro avesse preso il treno in tempo…” presuppone che Pietro non lo abbia preso. Le implicazioni logiche sono conseguenze ricavabili dalla struttura semantica dell’enunciato. “L’impresario ce l’ha fatta a consegnare l’appartamento in tempo”. Il verbo farcela implica che l’azione fosse difficile e che vi fosse un impegno precedente. 5. Il principio di cooperazione La parte del significato inteso che abbiamo definito implicito è costituita dalle implicature conversazionali, ossia inferenze che non dipendono dal significato convenzionale di singole espressioni linguistiche. Paul Grice osserva che gli scambi comunicativi non sono normalmente successioni casuali di enunciati, ma insiemi organizzati di mosse attraverso cui i partecipanti perseguono uno scopo comune, implicitamente accettato da tutti. Questo scopo può essere anche molto generale: mantenere la conversazione, capirsi, condividere il tempo dello scambio. Anche nelle interazioni conflittuali questo orientamento permane: chi insulta, ad esempio, desidera comunque essere compreso. Questa assunzione di fondo viene definita da Grice principio di cooperazione. 6. Le massime conversazionali Il principio di cooperazione si articola in quattro massime, che Grice, richiamandosi a Kant, definisce come categorie della conversazione. Da Claudia Bianchi, non si tratta di norme prescrittive, ma di regole regolative, fondate sulle aspettative di razionalità che ogni parlante può attribuire al proprio interlocutore. Le massime sono le seguenti:
  3. della quantità, Fornisci un contributo informativo tanto quanto richiesto dallo scambio in corso.
  4. della qualità, Non dire ciò che ritieni falso o per cui non hai prove adeguate.
  5. della relazione, Sii pertinente.
  6. del modo, Sii chiaro, breve, ordinato; evita oscurità e ambiguità. Le massime non mirano a garantire una “buona conversazione”, ma a rendere possibile la ricostruzione degli impliciti. Quando un parlante viola consapevolmente una o più massime in modo manifesto, segnala all’interlocutore che intende comunicare qualcosa in più rispetto al contenuto letterale: questo surplus informativo costituisce l’implicatura conversazionale. Molti procedimenti retorici si basano su tale violazione controllata, come l’ironia, l’iperbole e la metafora.:se, dopo un torto subito, si afferma “X è proprio un bell’amico”, si viola la massima della qualità attribuendo ironicamente a X una proprietà opposta a quella realmente intesa.

9.2 Come avvengono le inferenze La teoria della pertinenza presuppone una capacità cognitiva tipicamente umana: la meta- rappresentazione, ossia la capacità di attribuire agli altri stati mentali (credenze, desideri, intenzioni). La comunicazione intenzionale consiste nel tentativo di modificare l’ambiente cognitivo altrui; la comprensione, invece, mira a migliorare la propria rappresentazione del mondo, rendendola più adeguata alla soddisfazione dei bisogni. 9.3 Il criterio di selezione delle premesse Secondo Sperber e Wilson, la selezione delle informazioni rilevanti avviene sulla base del principio di pertinenza, che sostituisce tutte le massime griceane. Un’informazione è pertinente se:

  • produce effetti cognitivi sufficienti;
  • richiede il minor costo cognitivo possibile. Essere pertinenti equivale, in pratica, a rispettare le massime griceane senza richiamarle esplicitamente. 9.4 Il criterio di arresto dell’inferenza Il processo inferenziale si arresta quando si raggiunge un equilibrio ottimale tra:
  • costi cognitivi (sforzo interpretativo);
  • effetti cognitivi (arricchimento della rappresentazione mentale). Questo criterio risolve un problema lasciato aperto da Grice: quando fermarsi nell’interpretazione. Lo stesso principio spiega perché i parlanti preferiscano spesso risposte indirette a risposte dirette. Esempio: “Ti piace la pizza?” – “Sono di Napoli!” La risposta indiretta richiede più sforzo, ma produce effetti cognitivi maggiori: comunica sia l’affermazione sia la motivazione. Infine, la teoria della pertinenza chiarisce perché la cortesia venga spesso privilegiata rispetto all’efficienza informativa: le strategie cortesi, pur più costose, producono un effetto cognitivo di alto valore, ossia il mantenimento e il rafforzamento delle relazioni sociali. **CAPITOLO 9 – LA COMUNICAZIONE NON VERBALE
  1. Ambiti e definizione di comunicazione non verbale** Con l’espressione comunicazione non verbale si indica l’insieme eterogeneo di pratiche attraverso cui si trasmettono e costruiscono significati senza l’uso delle parole. Ciò non implica che tali pratiche siano indipendenti dal linguaggio verbale: nella maggior parte dei casi accompagnano il parlato e contribuiscono con esso alla costruzione del messaggio. Nessun sistema non verbale, preso isolatamente, è sufficiente a garantire una comunicazione pienamente compiuta; allo stesso modo, il linguaggio verbale da solo non è mai autosufficiente, ma richiede sempre il supporto di dispositivi extra-linguistici. Pur nella loro interdipendenza, esistono differenze rilevanti:
  • il linguaggio verbale, grazie all’arbitrarietà e alla doppia articolazione, possiede grande flessibilità e potenza espressiva;
  • i sistemi non verbali sono invece caratterizzati da motivazione e iconicità e dispongono di un inventario di unità più ridotto, seppure altamente espressivo. 2. Aspetti diacronici della comunicazione non verbale In prospettiva storica, gli studi sulla comunicazione non verbale si sviluppano nella seconda metà dell’Ottocento in ambito antropologico con il testo di Charles Darwin, The Expression of the Emotions in Man and Animals (1872), che conferisce dignità scientifica allo studio del comportamento espressivo. Darwin sostiene che i gesti non siano innati, ma prodotti dalle circostanze e dall’evoluzione. Già nell’antichità la gestualità era considerata significativa: nel Cratilo si discute se il linguaggio abbia una base naturale (Cratilo) o convenzionale (Ermogene), includendo implicitamente anche il tema del gesto.

La trattazione più ampia dei gesti nell’antichità si trova nel libro XI delle Institutiones oratoriae di Quintiliano, dove vengono descritti i movimenti corporei e mimici che devono accompagnare un discorso oratorio efficace. In epoca moderna:

  • l’antropologia ha insistito sulle specificità culturali dei segnali non verbali;
  • la sociologia ha posto l’accento sulle funzioni sociali del non verbale. In particolare Erving Goffman (1959) elabora un approccio drammaturgico, mostrando come gli individui utilizzino gesti, abbigliamento e accessori per costruire un’autorappresentazione, cioè per comunicare un’immagine di sé agli altri. 3. Diffusione e importanza dei segni non verbali Nelle interazioni quotidiane circa il 70% del significato percepito dipende dalla comunicazione non verbale. In termini di efficacia comunicativa, soprattutto nel parlare in pubblico:
  • 55% dipende dai segnali corporei;
  • 38% dal tono della voce;
  • 7% dal significato verbale delle parole. 4. Aspetto esteriore Tra i segnali non verbali più immediatamente percepibili vi sono quelli legati all’aspetto esteriore, che costituiscono segnali statici, non modificabili nel corso dell’interazione. a) Conformazione fisica, fornisce informazioni su età, genere, appartenenza etnica, stato di salute. Si tratta di dati difficilmente controllabili o modificabili. La fisiognomica è un ambito parascientifico che pretendeva di dedurre tratti morali e psicologici dalle caratteristiche del volto. Sebbene priva di fondamento scientifico, ha contribuito alla formazione di stereotipi ancora oggi diffusi. Nella vita quotidiana ciascuno produce continuamente giudizi fisiognomici, sia sugli interlocutori reali sia sui personaggi mediatici. b) Abbigliamento e cura del corpo, comunicano l’atteggiamento verso gli interlocutori, il ruolo sociale, la posizione gerarchica. In particolare, l’uso delle uniformi contribuisce a stabilire relazioni di dominanza e autorità. 5. La prossemica La prossemica riguarda la percezione, l’organizzazione e l’uso dello spazio che si interpone tra due attori sociali in interazione. Essa permette di inferire il tipo di rapporto tra gli interlocutori, i ruoli sociali, eventuali relazioni di gerarchia. Le norme che regolano il comportamento spaziale variano da cultura a cultura: ogni società stabilisce regole proprie circa le distanze appropriate nelle interazioni. Un contributo fondamentale è quello di Edward T. Hall, secondo il quale il confine dell’individuo non coincide con il corpo, ma si estende in una “bolla invisibile” che costituisce lo spazio personale. L’intrusione in questo spazio non è normalmente gradita. Gli attori sociali tendono quindi a mantenere gli altri a una certa distanza, in base al tipo di relazione che intendono instaurare. Tuttavia, la distanza non dipende solo da fattori culturali, ma anche dal contesto e dall’ambiente fisico. Esempio: in un autobus affollato persone estranee sono costrette a una distanza fisica ridotta; in questi casi la distanza fisica viene compensata da una distanza simbolica, ad esempio evitando il contatto visivo. 6. L’aptica Il sistema aptico riguarda le azioni di contatto corporeo tra individui. Può svolgere due funzioni opposte:
  • esprimere affetto, rassicurazione, vicinanza;
  • esprimere minaccia o invasione dello spazio personale. Il significato del contatto dipende sempre dal contesto, dal rapporto tra gli attori e dalle norme culturali.