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Riassunto del libro Comunità di Livia Romano per il corso in Scienze della Formazione Primaria
Tipologia: Sintesi del corso
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La comunità come bisogno educativo Nel corso degli ultimi anni sono state effettuate delle indagini che hanno portato a formulare l’ipotesi di un progressivo indebolimento dei legami comunitari, di un ripiegamento nella sfera privata e di un diffuso disinteresse per la vita della polis. Tutto ciò è dimostrato dal fatto che molti giovani, spinti dal desiderio di riconoscimento sociale, si dedicano maggiormente ad attività di volontariato e di servizio civile. La domanda che sorge spontanea è: in un momento segnato da nuove chiusure identitarie nei confronti dell’altro, aggravate dalla situazione pandemica, di che tipo di comunità abbiamo bisogno? Al fine di rispondere a questa domanda è opportuno analizzare i diversi significati assunti dal termine comunità, al fine di comprendere cosa sia la comunità. Oggi sappiamo che di comunità c’è bisogno, tuttavia non abbiamo bisogno di una comunità riproposta come via di fuga dal mondo, né come tentativo di nuovi arroccamenti identitari, suggeriti da strategie di difesa di fronte ai pericoli derivanti dall’incontro con culture diverse, ma di una comunità come luogo in cui coltivare il proprio riconoscimento e il rispetto di una comune umanità differente. Voglia di comunità nelle società tardo-moderne All’inizio del nuovo millennio Bauman scriveva un libro incentrato sulla riscoperta dell’interesse per gli stili di vita relazionali, empatici e solidali da contrapporre ad atteggiamenti individualistici: “Voglia di comunità”. Il libro parte dal presupposto che la comunità sia scomparsa. Ma quale tipo di comunità è scomparsa? Per rispondere a questa domanda occorre analizzare la parola “comunità”, la quale deriva dal latino communitàtem, che indica la comunanza fra un gruppo di persone che condividono un fine culturale, politico o religioso. La radice di questa parola è commùnis, la quale indica la reciprocità, ovvero il fatto di dare qualcosa per ricevere qualcosa. Comunità e comune sono inoltre affini alla parola comunicazione, pertanto si potrebbe dire che per comunità si intende un luogo di comunicazione in cui si condivide il comune. Gli studi sulla comunità sono diversi e hanno interessato diverse branche della scienza, in particolar modo la sociologia. Gli studi del sociologo Tonnes, infatti, hanno fatto emergere che il termine comunità è stato spesso sostituito o associato a quello di società e, inoltre, il termine appare ambiguo, poiché la comunità viene vista sia come luogo inclusivo dove le diverse soggettività vengono integrate, ora come uno spazio di difesa esclusiva e di chiusura identitaria. Oggi il concetto viene considerato flessibile, poiché può riguardare tutto e il contrario di tutto. Oggi i sociologi hanno rivisto il concetto alla luce del fenomeno della globalizzazione in cui la comunità, definita da Beck come società del rischio, è caratterizzata da una crescente individualizzazione, la quale ha portato ad un’estrema solitudine nei confronti delle scelte della vita. Un’epoca segnata dalla liquidità, come dice Bauman, in cui tutti appaiono precari, fragili e mutevoli, poiché segnati da una profonda incertezza esistenziale. Si tratta di un cambiamento che ha trasformato lo Stato, la famiglia, la scuola e ha creato una diversa comunità: il web, il quale ha portato forme di comunicazione e di relazione inedite. La globalizzazione presenta una sua interna contraddizione: da un lato promuove l’informazione del mondo sul piano tecnico, economico e lavorativo, dall’altro produce un processo di differenziazione e di localizzazione. In queste nuove società l’individuo vive le proprie vite di corsa e sono destinati ad un’impresa solitaria di costruzione del sé. Per queste ragioni oggi c’è il desiderio di comunità: si tratta della ricerca di una
risposta comunitaria ad alcuni bisogni educativi quali l’idea di collettività e di condivisione rispetto alla società degli individui, una cultura teleologica rispetto a quella degli obiettivi a breve termine, un pensiero comune invece di un pensiero unico, una realizzazione del sé che sia cura della propria vita interiore e non degli aspetti materiali ed esteriori, una costruzione del sé che si colleghi alla tradizione ricomponendo il patto tra le generazioni invece di essere un affare privato e assolutamente individuale. Individuo e comunità nella prospettiva delle scienze sociali Oggi vi è una tendenza a condurre una vita senza preoccuparsi di coltivare rapporti autentici ed empatici e una tendenza a ricercare un senso di appartenenza a gruppi comunitari dove i legami sono fragili e precari. Pertanto, individuo e comunità sono due facce della stessa medaglia: la crisi identitaria dell’individuo lo spinge a ricercare stili di vita improntati all’egoismo, al materialismo e alla solitudine, la quale causa una crisi anche della comunità, cioè il rarefarsi di spazi dove coltivare autentiche relazioni umane, affettive e sociali. Espressione di questa crisi è la tendenza dei giovani a non prendersi impegni a lungo termine, come ad esempio il matrimonio o la generatività, a causa della precarietà lavorativa, oppure la proliferazione di micro-comunità finalizzate ad interessi materiali. Il soggetto tardo-moderno, quindi, vive una condizione esistenziale problematica caratterizzata dall’incertezza e dall’instabilità a causa dello sfaldamento della società e alla conseguente evaporazione della sfera pubblica, cioè il venir meno di un riconoscimento della società civile come soggettività collettiva di solidarietà civile. Questa condizione viene definita dai sociologi come epoca di frammentazione. In queste condizioni il soggetto diviene sempre più autoreferenziale e si convince di poter contare solo su sé stesso. Tuttavia, nonostante la crisi delle società, molti sociologi si sono soffermati sulle risorse e sulle potenzialità di quest’epoca. In particolare, secondo un nuovo approccio sociologico non vi è più una distinzione netta tra comunità come luogo coesivo di affetti, emozioni e intimità e tra società, come realtà artificiale fredda; ma la comunità viene vista come un contesto societario morfologicamente relazionale, ovvero occorre riconoscere la sua natura multidimensionale. Anche le ricerche psicologiche guardano al rapporto tra individuo e contesti comunitari in vista di un cambiamento sociale che possa prevenire il disagio e promuovere il benessere delle persone. Al centro delle ricerche psicologiche, quindi, viene posto il senso di comunità inteso sia come senso di appartenenza e di partecipazione attiva degli individui alla vita comunitaria, sia come fiducia condivisa che i bisogni di ognuno saranno soddisfatti grazie ad una interdipendenza tra i membri. La comunità è per lo psicologo, quindi, un fenomeno relazionale. Le relazioni interpersonali all’interno della comunità sono quindi caratterizzate da partecipazione, azione sociale ed empowerment. Pertanto, così come gli studi sociologici, la psicologia si basa sull’interazione dei diversi livelli: individui, gruppi, sistemi. Anche le ricerche pedagogiche condividono le stesse premesse: attribuire alla comunità la capacità di cambiare il sociale in meglio, promuovendo benessere e co-struendo nuovi saperi, riorientando lo sguardo aprendolo all’inclusione delle differenze. La comunità nella riflessione filosofica Come può la comunità essere pensata quale soluzione offerta alle sfide poste dalla terza modernità? E quando essa diviene un luogo di promozione del bene comune? Queste sono le domande oggetto di dibattito tra i filosofi. Per i filosofi communitas è la traduzione latina di koinonia, nonostante i significati siano diversi: il secondo indica l’appartenenza identitaria di ogni singolo ad una comunità considerata come uno spazio chiuso in cui questo nasce, cresce e fiorisce; il primo, invece, indica uno spazio aperto in cui, grazie al reciproco scambio di doni, avviene la rinuncia al proprium e l’esposizione all’alterità.
possibili derive individualistiche. Secondo questo concetto la legge dovrebbe riconoscere la pari inclusione di tutti i membri, tra i quali si creano rapporti di reciproco riconoscimento. Per Habermas, quindi, occorre andare oltre la disputa tra liberali e comunitari, in quanto la società ideata da Habermas deve essere basata sul pluralismo valoriale, culturale, religioso e sociale e fondata su una morale di pari rispetto per chiunque all’interno della società. Società in cui tutti i soggetti si riconoscono reciprocamente. La comunità fondata sull’agire comunicativo, inoltre, è anche il luogo entro cui il soggetto forma la propria identità, in quanto in un ambiente stimolante ogni soggetto apprende dall’altro. Habermas sostiene, infatti, che l’uomo è un animale che solo grazie al suo originario inserimento in una pubblica rete di relazioni sociali sviluppa le competenze che fanno di lui una persona. La comunità pensata da Habermas rappresenta anche la risposta al pluralismo culturale che caratterizza la società, in quanto è soltanto attraverso la convivenza con persone di culture diverse, i quali hanno formato la propria identità in contesti diversi che si può conoscere sé stessi. Tutto ciò ci consente di includere l’altro, il che non significa condividere la sua forma di vita, ma consentirci di legittimarne l’autonomia entro i confini della società. ESSERE COMUNITA’ Un modo diverso di guardare la comunità appartiene ai filosofi francesi, in particolar modo a Jean- Luc Nancy il quale afferma che l’essenza dell’essere è, ed è soltanto, una co-essenza. La comunità, quindi, non è meta da raggiungere, ma è la sua questione primaria. Per Nancy la comunità non viene dopo l’individualità, essa non è un essere comune, è un essere in comune, il quale può divenire un compito formativo. Nella comunità, tuttavia, il soggetto non perde la propria singolarità, ma si manifesta come singolarità aperta e dinamica. Per Nancy la comunità non può essere operosa, in quanto non viene prodotta, ma bisogna farne esperienza. Un altro filosofo che si ricollega al pensiero di Nancy è Roberto Esposito, il quale critica la visione dei sociologi neocomunitari secondo cui la comunità è una proprietà, un proprium che accomuna tutti i soggetti qualificandoli come appartenenti alla stessa realtà. Secondo Esposito, così facendo viene frainteso il significato di comunità: il termine è composto da cum e dal sostantivo munus, che rimanda al dovere, al debito. Pertanto, la comunità è caratterizzata da uno svuotamento, dalla mancanza, ma anche dalla relazione, ovvero dalla restituzione del dono. Una conseguenza di questa concezione della comunità è l’opposizione tra la communitas, luogo di donazione reciproca, e l’immunitas, l’esonero dall’obbligo donativo. FORMARE COMUNITA’ La pedagogia oggi si interroga sulla precarietà della condizione umana, dando voce a nuovi bisogni educativi di una società che appare privata di un qualsiasi tessuto comunitario. Situazione che si è aggravata con il Covid-19. Per riaprire le possibilità di una vita comune, segnata dall’incontro, dal riconoscimento, dal rispetto, dal dialogo, dal riferimento a un bene comune, occorre pensare un’educazione che sia rivolta alla formazione di un soggetto plurale e aperto, all’avvenimento della persona intesa come principio di relazioni. LA COMUNITA’ COME VOCAZIONE UMANA Un primo aspetto di importanza pedagogica è la comprensione della natura originariamente comunitaria dell’essere umano in cui l’educazione svolge un ruolo fondamentale poiché si occupa della crescita della persona. La comunità è una vocazione universalmente umana, a causa dell’appartenenza originaria del soggetto a un mondo: il suo con-essere nel mondo avviene entro forme storicamente determinate.
Ma qua è la ragione per cui il filosofo dell’educazione ricerca il senso e il valore della comunità? Per rispondere a questa domanda occorre soffermarsi su alcuni aspetti che la contraddistinguono: dono, reciprocità, condivisione, empatia, bene comune. Nel termine communitas è presente “munus” che significa dono che viene scambiato tra i soggetti che ne fanno parte e la sua caratteristica principale è la gratuità. Questa logica del dono sta alla base delle azioni educative e si basa sul dialogo autentico, dialogo basato sull’empatia, pertanto la comunità viene considerata empatica, poiché tale paradigma rende possibile il riconoscimento dell’altro come risorsa preziosa. Le comunità empatiche sono luoghi di autentica crescita educativa in cui i rapporti avvengono all’insegna del riconoscimento e dell’accoglienza. Queste comunità, quindi, rispondono al bisogno di riconoscimento che consiste nel sentirsi amato ed accolto nella propria unicità per il solo motivo di esistere. La comunità, però, deve essere anche un luogo di formazione al bene, ovvero occorre educare a una vita buona, la quale non è riferita soltanto al singolo, ma alla persona che realizza la propria identità insieme ad altri soggetti e dentro un orizzonte di senso. Ricordiamo che nella paideia classica l’orizzonte dell’educazione è rintracciabile nelle polis, dove il vivere in comune dei cittadini è fondato sul reciproco rispetto di una norma condivisa. Platone dice che la felicità della polis non prescinde dalla felicità dei suoi cittadini, anzi ne è la realizzazione. Per Aristotele la polis è una comunità perfetta che esiste per render possibile una vita felice. Questa idea di bene comune inteso come bene di tutti e di ciascuno entra in crisi con la modernità, la quale, invece, da un lato esalta la libertà individuale, dall’altro mette in moto un progetto di pedagogizzazione della società civile che finisce col far coincidere il bene comune con il bene dello stato; quindi, di chi detiene il potere politico. Oggi assistiamo ad una profonda crisi dell’idea moderna di bene comune, in quanto la qualità dello sviluppo dei popoli e della terra dipende non solo dai beni privati, ma anche dai mali comune come la pandemia, l’effetto serra, la crisi economica oppure dai beni comuni come l’acqua. Pertanto, formare il cittadino significa fornire un’educazione che miri ad una formazione della cittadinanza attiva e consapevole EDUCARE AL BENE COMUNE E’ pensabile oggi, nel tempo del pluralismo e della globalizzazione, formare le nuove generazioni alla cura del bene comune? La domanda è rivolta soprattutto ai giovani, i quali, secondo le recenti indagini, vivono in modo problematico il senso di comunità e l’idea di bene comune. Le indagini hanno analizzato anche la condizione giovanile durante il lockdown ed è emerso che molti ragazzi dichiarano di soffrire per la riduzione della frequentazione di amici e colleghi, ma, allo stesso tempo, sono maggiormente orientati a relazioni affettive ristrette. Questo dato era già presente in indagini svolte prima della pandemia, in quanti molti giovani avevano dichiarato di preferire forme di coesione amicali esclusive o familiari. Essi mostrano una certa propensione all’individualizzazione. Un’educazione al bene comune deve tenere conto di alcuni aspetti che riguardano le nuove generazioni: il disinteresse per la politica e la sfiducia dei partiti politici; l’idea di cura di sé; il senso di cittadinanza; il ruolo della scuola e della famiglia. Per quel che riguarda la politica occorre pensare a nuove forme di educazione politica che rispetta il bene comune e il pluralismo. Si tratta di promuovere il passaggio da una politica al servizio di pochi ad una politica al servizio di tutti. Tutto ciò è reso possibile dalla realizzazione di progetti educativi
Un esempio di cultura orale è quella africana, la quale con le sue fiabe, i suoi canti popolari, i proverbi, gli indovinelli, trasmette la cultura del villaggio e contribuisce alla coesione del gruppo. L’educazione, tuttavia, non è un fenomeno che riguarda soltanto i bambini, ma riguarda tutta la comunità fino ad arrivare alla vecchiaia considerata l’età della saggezza. Col passaggio alle società della scrittura, accanto all’educazione spontanea, si diffonde un’educazione formale affidata a sacerdoti e scribi, i quali praticano un’educazione rigida basata su castighi e punizioni corporali al fine di insegnare la disciplina. LA COMUNITA’ NELLA POLIS GRECA In Grecia nasce un nuovo stile educativo basato sulla paideia, ovvero l’ideale di vita buona e sulla kalokagathia, ovvero la fusione del bello e del buono, secondo il quale l’uomo raggiunge la propria perfezione armonizzando la sfera estetica con quella etica. Elemento fondamentale della polis è l’attenzione ai valori collettivi, difatti, nel periodo arcaico l’educazione era affidata all’oralità, la quale aveva il compito di trasmettere un ideale educativo aristocratico. Lo scopo è quello di costruire una coscienza comune. Il concetto di paideia nasce intorno al V seconolo a.C. e viene ben rappresentato dalla polis, una formazione integrale dell’uomo e del cittadino, che avviene in luoghi pubblici come la scuola e la palestra. L’educazione è vissuta come un’impresa collettiva che coinvolge l’intera comunità. Nel teorizzare comunità educative possibili grandi maestri della paideia come Platone o Aristotele si muovono dentro questo orizzonte. Platone sostiene, infatti, che l’educazione costituisce il tramite tra l’individuo e la città, la quale, attraverso un programma educativo permanente, può diventare la città giusta dove i cittadini si sostituiscono alle leggi grazie all’interiorizzazione del principio della giustizia avvenuta tramite l’educazione. Egli traccia, quindi, le linee di una nuova polis basata sul legame tra paideia e politeia. Per Aristotele, invece, la polis è una comunità perfetta che esiste per render possibile una vita felice in cui le leggi hanno un ruolo fondamentale in quanto educano al bene, sia giovani che adulti. Per Aristotele la felicità individuale può realizzarsi solo attraverso un’educazione che abbia come proprio fine la comunità rappresentata dalla polis. LA COMUNITA’ NELL’ELLENISMO Dalla seconda metà del IV secolo a.C. le poleis perdono la propria indipendenza, venendo prima inglobate dall’impero macedone e, infine, trasformate in un’unica provincia dell’Impero Romano. Ciononostante per i greci la polis continua ad essere il cuore dell’organizzazione della vita sociale. Il sistema educativo comincia ad essere autonomo e a separarsi dalla comunità vivente radicata in un luogo, ma si instaura in un luogo più ampio che è quello dell’impero. Con il decadimento delle polis, si iniziano a teorizzare due diversi modelli di comunità. Per Epicuro la vera comunità è quella piccola in cui la vita condivisa con gli altri diventa il momento più alto della vita umana, a condizione che questa non venga corrotta dalla politica. Egli riconosce il valore delle piccole comunità fondate sull’amicizia, in quanto considera questo valore come il bene più grande. L’amicizia per Epicuro si può realizzare soltanto in una comunità in cui gli amici parlano, fanno filosofia e si aiutano reciprocamente. L’amicizia, quindi, diventa sia un mezzo che un fine educativo.
Negli stoici, invece, l’ideale comunitario è presente nel cosmopolitismo e quindi in una comunità mondiale: chi è con sé stesso nella cura può sentirsi a casa propria ovunque. Crisippo sostiene che il desiderio di condivisione è un istinto naturale e sostiene che noi siamo coinvolti da natura in un reciproco vincolo di comunione e di convivenza. Nell’Impero Romano, il quale predilige il modello greco e in particolare la koine, continuano a coesistere varie etnie, culture e religioni, le quali scelgono di formare una comunità, ma di assoggettarsi alla legge romana che regola la vita quotidiana. Nell’Impero, quindi, non vi era una discriminazione tra i cittadini in base a origine, razza, nazione, lingua, cultura e non è limitata dal territorio. LE COMUNITA’ DAL CRISTIANESIMO AL MEDIOEVO Dopo la caduta dell’Impero Romano e con le invasioni barbariche, nelle culture non romane presenti in Italia, come Ostrogoti, Visigoti, Vandali, sono diffuse pratiche educative di tipo comunitario. In particolar modo le organizzazioni educative sono rappresentate dalla famiglia e dall’esercito, in cui si sviluppano pratiche educative diverse rispetto al mondo romano, poiché si basano principalmente all’aspetto giuridico e ai legami affettivi piuttosto rigidi e meno comunitari. Tuttavia, con la rivoluzione operata dal Cristianesimo, vengono costituite le prime comunità in senso proprio, nelle quali viene posto al centro la figura di Gesù e il suo messaggio. E’ un modello di comunità che ha come fine il messaggio cristiano e che trasmette i valori di solidarietà e uguaglianza. Temi che perdurano anche nel medioevo, in cui la formazione del cristiano non può avvenire se non all’interno di comunità. Nel Medioevo, inoltre, è la Chiesa ad assumere il ruolo di protagonista nell’educazione attraverso le scuole monastiche. L’alto medioevo è infatti dominato dal protagonismo di due realtà: il feudo e il monastero, due comunità chiuse che rispondono al bisogno di protezione e di difesa. Un esempio ci è dato da San Benedetto da Norcia che realizza una comunità in cui vengono fissate le norme relative alla formazione dei novizi accolti dalla scuola del monastero e rivolte anche ai laici. La vita nel monastero è caratterizzata da un lato dalla preghiera e dalla vita intellettuale, dall’altro dal lavoro manuale, in particolare l’agricoltura. Il centro del monastero è rappresentato dall’abate, un maestro che guida in modo severo ma amorevole i propri discepoli nella pratica religiosa, nel lavoro dei campi e nella conservazione dei testi sacri e classici. I tre momenti che scandiscono le giornate ecclesiastiche sono: la preghiera, la lettura dei testi sacri e il lavoro. Nel basso medioevo, però, avviene una trasformazione che sposta la vita dai centri rurali a quelli urbani dando vita a nuovi luoghi educativi come le università, le botteghe, gli istituti educativi e la famiglia, alla quale viene riconosciuto il primato nella cura educativa. La riflessione sulla comunità riceve un forte impulso dalla Scolastica, una nuova filosofia che, rileggendo i maestri dell’antichità, avvia una interpretazione delle pratiche educative. Un esempio è dato da San Tommaso d’Aquino sulla civitas che indica l’insieme dei cittadini di cui ognuno riceve aiuto non solo per i beni materiali ma anche per quelli morali. La comunità migliore è quindi la civitas, poiché portatrice del bene più importante, cioè il bene comune. Il bene, quindi, si può raggiungere non soltanto grazie alla conoscenza e alla vitaa pratica,
Nel corso del Novecento viene rivalutato il concetto di comunità grazie alle spinte proveniente dalle scienze sociali e dalla pedagogia. Il tema della persona, infatti, viene posto al centro e si insiste molto sulla relazione educativa. LE NUOVE COMUNITA’ EDUCATIVE TRA PRATICHE E TEORIE SUL PRIMO NOVECENTO La scuola dell’Ottocento appare molto diversa rispetto a quella dell’ancien régime, poiché sul piano sociale si va sempre più aprendo alle classi popolari fino ad arrivare a divenire scuola di massa. L’educazione in questo periodo non è più basata sul modello autoritario che vede la figura del maestro posta al centro, ma sul bambino posta al centro dell’apprendimento. Si passa, inoltre, da un’educazione chiusa e isolata ad un’educazione basata sulla comunità. È il caso, ad esempio, della New School di Cecil Reddie nata nel 1989, dove il collegio assume le caratteristiche di una comunità e favorisce le interazioni sociali attraverso attività pratiche e manuali, giardinaggio e coltivazione, lavori di legno e ferro, in modo da preparare l’educando alla vita. Similmente, anche la scuola di Lietz in Germania e l’ècoles des Roches di De Molins in Francia presentano un contesto educativo comunitario aperto, familiare e naturale. Tutto ciò non riguarda soltanto l’infanzia, ma anche i giovani: è il caso, ad esempio, della realtà educativa di Wykenek o di Powell, fondatore dello scoutismo. Sono tante, quindi, le iniziative orientate in senso comunitario, anche se non sempre supportate da una pedagogia di riferimento. È il caso, ad esempio, della University Laboratory School di Dewey o della Maison des petits di Claparède o della Casa dei bambini di Maria Montessori. La comunità sperimentata da Dewey nasce dalla preoccupazione del venir meno, nei paesi industrializzati, del rapporto face to face tipici, invece, dei contesti rurali. La sua idea è quella di ideare una scuola basata sulla democrazia: solo se concepita come una comunità democratica in miniatura la scuola può veramente assicurare la crescita intellettuale e morale di tutti. Per questa ragione essa deve divenire uno spazio in cui ognuno impara a vivere in modo democratico ogni giorno, poiché la democrazia è uno stile di vita le cui parole d’ordine sono rispetto, disponibilità e inclusione. Secondo Dewey, infatti, la scuola deve promuovere l’intelligenza creativa e caratterizzarsi come comunità aperta, valorizzando l’immaginazione e il confronto tra opinioni diverse. Gli autori del Novecento, inoltre, mirano a costruire un ambiente adatto alle esigenze del bambino, il quale diviene protagonista indiscusso della comunità educativa. LA COMUNITA’ NEL PERSONALISMO La comunità è categoria centrale nel Personalismo, il quale la intende come luogo di avvenimento personale dove si realizza il processo di formazione di ogni soggetto umano che da sempre è consegnato ad un contesto storico ben delineato. Per questa corrente di pensiero la priorità data alla dimensione dialogica dell’esistenza conduce ad un’educazione della persona che non è semplice apprendimento di nozioni, così come accade nella pedagogia positivistica, e neanche un fare per il fare, così come accade nell’attivismo, ma è relazione e incontro con l’altro.
Mounier dà vita ad un progetto che si concretizza nella rivista Esprit fondata nel 1932, che ha visto la collaborazione di molti intellettuali francesi per rispondere all’individualismo dell’uomo. La persona è essere in relazione e non può fare a meno di una dimensione comunitaria per la sua crescita, tuttavia sia nella visione libera-borghese sia in quella fascista, la persona viene mortificata. L’uomo borghese, infatti, preferisce vivere in una dimensione individualistica seguendo la logica del possesso; l’uomo totalitario, invece, rinuncia a sé stesso in nome di una realtà più grande, quale lo Stato. Per Mounier, invece, la comunità non deve essere la somma degli individui, ma una persona di persone che si costituisce attraverso la relazione. In tale prospettiva l’educazione non viene delegata solo alla scuola, dove si vivono relazioni formali e obbligate, ma anche e soprattutto quei luoghi in cui le relazioni sono libere e spontanee, come i luoghi di lavoro, la famiglia e la vita sociale. In particolare, per i personalisti è importante la famiglia e auspicano una maggiore collaborazione tra quest’ultima e la scuola. Alla base della comunità per i personalisti deve esserci la democrazia, in quanto è lì che la persona realizza continuamente la propria relazionalità costitutiva. L’educazione sociale va intesa, quindi, come educazione alla convivenza e come disponibilità a relazionarsi con gli altri. Inoltre, la comunità, la quale valorizza la persona, viene considerata l’antidoto contro l’individualismo. Secondo Stefanini, un altro importante personalista, la comunità educativa deve riproporre i caratteri delle comunità spirituali, dove ognuno può essere educato ad un vivere comunitario, cioè a farsi persona, solo se ama gli altri e sé stesso. La formazione della singolarità deve quindi avvenire attraverso la dialettica del diverso, in modo da promuovere il pluralismo, ovvero lo scambio di idee diverse, di esperienze diverse che tali devono rimanere, ma che si devono poter confrontare. La comunità di persone è il luogo in cui si concreta la reciprocità, poiché ognuno è dono per l’altro. ALDO CAPITINI E LE COMUNITA’ APERTE La sperimentazione comunitaria di Aldo Capitini si avvia con la fondazione dei Centri di Orientamento sociale nel 1944 a cui seguono, nel 1952, i Centri di orientamento religioso, luoghi in cui gli adulti si formano alla solidarietà democratica e nonviolenta attraverso l’apprendimento del principio dialogico. Sono centri che sorgono spontaneamente caratterizzati dall’incontro face to face, lo scambio reciproco e una continua condivisione. Ma cos’è comunità per Capitini? Per Capitini non può avvenire una trasformazione della società senza una rivoluzione che parta dall’interiorità, La comunità, quindi, è il luogo del processo formativo in cui si impara ad essere autenticamente democratici: essa è un centro aperto che accoglie persone, le più diverse, che insieme coltivano l’amore nella propria interiorità, un amore che si espande diventando politico, poiché orientato al bene comune. La comunità capitiniana è quindi un laboratorio di democrazia, o meglio di omnicrazia, cioè del potere d i tutti. Infatti, la compresenza indica la conesistenza originaria di tutti gli esseri e riconosce che tutti, fin dalla nascita, hanno come proprio destino la comunità. Egli è critico nei confronti del fascismo e mette in guardia dal pericolo delle comunità chiuse che rafforzano le identità, diventando laboratori di violenza.
Altra importante protagonista del periodo è Angela Zucconi, direttrice dal 1949 della prima scuola laica di Servizio Sociale in Italia (Cepas). Insieme ad Olivetti partecipa all’esperimento volto a costruire il villaggio La Martella vicino Matera e ad un progetto pilota di sviluppo di comunità in Abruzzo. Ciò che più condivide del suo progetto è la comunità concreta, fondamento di una democrazia partecipata che rende il servizio sociale un lavoro di comunità. Protagonista di questo progetto è la figura dell’assistente sociale, la quale non deve svolgere un semplice lavoro di assistenza, ma deve scoprire e promuovere risorse ed energie individuali; deve agire come un educatore e deve aiutare i gruppi a liberare le proprie possibilità creative. Centrale diventa l’educazione civica, intesa come educazione alla vita comunitaria e sociale, come “arte di vivere insieme che formi ad una cittadinanza attiva e consapevole”. Un posto centrale viene assegnato anche alla famiglia considerata l’unica vera comunità in quanto centro naturale di diffusione e di influenza, che può svolgere l’importante compito di apripista, trascinando e coinvolgendo nel lavoro di comunità le altre famiglie. LA COMUNITA’ DI BARBIANA Anche don Lorenzo Milani può essere considerato uno dei protagonisti di questo periodo con la sua rinomata scuola di Barbiana, scuola a tempo pieno in cui è centrale il lavoro di gruppo, l’apertura alla realtà esterna e la consapevolezza politica e civile. In questa scuola vengono accolti tutti, dal più ricco al più umile e viene insegnata l’arte della convivenza. Egli ha contrastato l’ingiustizia sociale e ha creato una comunità che ha incluso ragazzi fortemente svantaggiati. Si tratta di una comunità di cura (I care), dove si impara l’uguaglianza e dove si gettano le basi per l’emancipazione e per il riscatto degli ultimi. Una scuola in cui vengono avviate pratiche educative e di alfabetizzazione attraverso le quali avviene la coscientizzazione, ovvero il passaggio da una coscienza ingenua, che tende ad adattarsi in modo passivo alla realtà, ad una coscienza critica. La scuola di Barbiana ha consentito agli alunni di effettuare una ricerca comunitaria, valorizzando la parola, il dialogo e il confronto permanente: gli oppressi diventano consapevoli di essere oppressi e questo li conduce al superamento dell’oppressione. A Barbiana si dedicano dodici ore al giorno allo studio per 365 giorni l’anno, compresa la domenica, senza stancarsi. E la sera, tornati a casa, gli alunni fanno scuola ai genitori. L’impegno di ognuno è motivato dal pensiero che non bisogna studiare per sé stessi, ma per un’intera collettività, non pensando ad un vantaggio personale, ma alla scuola come strumento di elevazione sociale. Criticando la scuola di quel tempo, da lui considerata come luogo che nega l’uguaglianza di accesso al sapere, egli vuole creare una scuola in grado di eliminare le differenze in classe. LA COMUNITA’ DI DANILO DOLCI Anche Danilo Dolci, giunto in Sicilia nel 1952, ha in mente un progetto atto a riscattare gli ultimi (contadini e pescatori), promuovendo uno sviluppo di comunità in grado di migliorare la loro vita, sia sul piano individuale che collettivo. Il suo lavoro parte all’interno di un piccolo contesto siciliano dove dà visto ad un centro sperimentale, il borgo di Dio, in cui elabora una pedagogia di comunità. Egli crede fermamente nella possibilità di un cambiamento che parta dal basso e che consenta di realizzare una società
caratterizzata da nonviolenza e da cooperazione. Nell’educazione egli vede l’unica possibilità di un cambiamento radicale, che può avvenire grazie alla promozione di una pedagogia dell’ascolto. Per questo motivo egli chiama “centro educativo” la scuola di Mirto, fondata nel 1974. Il centro nasce, quindi, in modo comunitario e per questo si sceglie di farlo sorgere lontano dal centro abitato, immerso nella natura e con vista mare. Si tratta di un laboratorio maieutico dove le domande sono il punto di partenza per effettuare una ricerca comune. Per Dolci occorre creare una nuova società mondiale attraverso la diffusione di strutture comunicative in grado di valorizzare ciascun singolo individuo e di rendere impossibile il dominio di alcuni su altri. Secondo Dolci l’educazione riguarda l’uomo per tutta la vita, poiché essa permette di affrontare la complessità dell’esistenza sviluppando creatività e cooperazione. Lo scopo di questa educazione è quello di apprendere uno stile di vita all’insegna della comunicazione creativa, intesa come capacità di avere uno scambio e di donarsi all’altro. L’educazione comunitaria di Dolci ha pertanto come obiettivo la restituzione del potere a ciascun individuo, che deve imparare a riflettere, ragionare, partecipare con gli altri alla progettazione di una crescita comunitaria che conduca ad una vera e propria democrazia. LA COMUNITA’ EDUCANTE NELLA PEDAGOGIA DEL SECONDO NOVECENTO Dalla fine degli anni Settanta del Novecento nel panorama pedagogico italiano si diffonde il concetto di comunità educante, ovvero l’idea che l’istruzione e l’educazione debbano rinnovarsi aprendosi alla realtà storico-sociale. Una data significativa è il 1972, anno in cui viene pubblicato il Rapporto Faure, a cura dell’Unesco, che propone un modello di società di tipo comunitario e che auspica la realizzazione di una comunità educante da attuare attraverso la scuola. Il Rapporto è conseguenza dei movimenti di contestazione giovanile, i quali chiedevano un rinnovamento della scuola tradizionale, rendendola più aperta alla società e innovativa. Grazie a questi movimenti studenteschi in Italia vennero attuate politiche scolastiche volte a promuovere il modello di comunità educante, come ad esempio i Decreti Delegati del 1975, con i quali la scuola sarebbe dovuta divenire una comunità, cioè: essere gestita democraticamente, diventare un luogo in cui le decisioni vengono prese insieme; proporsi come luogo di promozione della cultura dal basso; interagire con la società, assumendo come temi di riflessione i problemi di attualità emergenti; comunicare e lavorare in sinergia con fabbriche e aziende; organizzare la didattica attraverso una programmazione educativa flessibile e sperimentale che utilizzi le tecnologie. Sono queste le innovazioni che tentano di trasformare la scuola, rendendola un luogo di formazione integrale libera da condizionamenti sociali. Viene data molta attenzione, quindi, alla comunità, anche se viene interpretata in modo differente a seconda delle diverse ideologie. In particolar modo sono due gli orientamenti che meglio sintetizzano il concetto: l’orientamento religioso e quello laico. Per il primo il termine comunità viene interpretato alla luce del sistema preventivo salesiano o a partire da un personalismo comunitario storicizzato, dove la comunità educativa per eccellenza è l’oratorio, nato nell’Ottocento grazie a Don Bosco. Particolare attenzione viene data al laboratorio, dove la persona si realizza mediante un impegno quotidiano e al lavoro, il quale per Don Milani, consiste nell’affermazione di sé, delle proprie doti e come impegno di servizio agli altri. Non è, quindi, un affare privato, ma un bene comune. Le pedagogie cattoliche, quindi, vedono nella comunità educante un luogo di valorizzazione della persona, capace di riorganizzarsi in risposta alle sollecitazioni provenienti dalla società e di operare una mediazione tra tradizione e innovazione.
oggi di queste comunità non è la stessa di qualche tempo fa e ciò è testimoniato dal proliferare di diverse piattaforme utilizzate anche per la DAD, come Microsoft Teams, Zoom, Neet e così via. Pertanto, se prima la linea di separazione fra quanti criticavano il diffondersi degli incontri virtuali e quanti invece ne vedevano solo i vantaggi educativi era netta, oggi tale linea si è molto assottigliata. Ma quando le communities possono considerarsi educative? Queste diventano educative nel momento in cui vengono utilizzate per promuovere un’educazione dialogica che abbia come fine la partecipazione e la solidarietà, sia nella realtà off-line che in quella online. Infatti, ciò che determina la qualità di ogni forma di comunicazione è l’uso che se ne fa. Si può scegliere, quindi, tra due logiche opposte: una individuale, che conduce all’isolamento; l’altra comunitaria, che ricerca dialogo e solidarietà. Rivoltella sostiene che i media possono diventare umani se vengono utilizzati per produrre comunione, tuttavia non si tratta delle communities, in cui i tempi sono accelerati, ma alla comunità fatta di relazioni autentiche e vere. La comunità virtuale, quindi, può diventare una comunità caratterizzata dalla logica del dono e dell’inclusione, dove si impara a convivere con l’alterità. Le comunità virtuali presentano diverse ambiguità: essere realtà chiuse dove avvengono solo scambi di dati; essere una sorta di palcoscenico dove si esibiscono i narcisisti; dare l’illusione di essere un’occasione per condividere percorsi comuni. Decostruendo tali ambiguità è possibile riscoprire comunità virtuali che promuovono la partecipazione. LE COMUNITA’ SPIRITUALI Oggi si registra un diffuso bisogno di spiritualità e di sacro come ricerca per il senso della vita e il conseguente desiderio di far parte di comunità spirituali, le quali, anche se diversificate, presentano dei tratti comuni. Un primo tratto comune è la figura del Maestro spirituale, il quale rappresenta il cuore della comunità. La relazione che si crea tra discepolo e maestro è educativa, poiché è quest’ultimo che indica la strada ai suoi discepoli, favorendone la crescita personale. Si tratta di un’esperienza educativa basata sul dialogo empatico e la condivisione di un ideale di vita buona. Nelle comunità tutti amano Dio e oltrepassano l’io per aprirsi agli altri. Tutto ciò viene fatto attraverso delle pratiche all’interno della comunità, come la preghiera, il lavoro, la lectio divina, la meditazione e i canti, i quali vengono svolti in condivisione con gli altri. Quelle spirituali, quindi, sono comunità educative, poiché vivendole, ogni discepolo intraprende un percorso di ricerca interiore insieme ad altri discepoli, prendendosi cura di sé e degli altri. LA SCUOLA COME COMUNITA’ La scuola, negli ultimi decenni, è stata intesa in due differenti modi: l’uno economico, che ha visto la scuola come un bene di investimento regolato dalle leggi del mercato; l’altro sociale, che invece vede nella scuola un mezzo che contribuisce a rendere possibile una vita umanamente più ricca per tutti, facendo coincidere l’educazione dell’uomo con quella del cittadino. Nel primo caso la crescita dell’istruzione personale e sociale si intreccia con quella economica e tutto ciò porta a pensare la scuola come un’azienda formativa, indipendentemente dalle persone che ne fanno parte, dai loro fini e dalle loro azioni. Nel secondo caso, invece, la scuola di oggi non può essere considerata un bene comune, perché in essa non vi sono le condizioni per una circolarità pedagogica tra bene proprio e bene comune grazie a relazioni interpersonali. Criticità messa in evidenza, in particolar modo, dalla pandemia che stiamo vivendo, dove l’uso della mascherina, il
distanziamento e la didattica a distanza stanno lasciando danni irreparabili nella psiche delle nuove generazioni. Ma è proprio in questa situazione di emergenza che la scuola dovrebbe diventare un luogo piacevole, non solo fisico, ma anche mentale e, soprattutto, formativo. Occorre, quindi, superare il modello della scuola-apparato in base al quale tutte le scuole sono statali o nazionali, cioè uffici di un unico apparato amministrativo. Questo modello di scuola, infatti, non risponde alle esigenze culturali, educative e religiose dell’intera comunità. In conseguenza a ciò, si sta sempre di più diffondendo l’home schooling in segno di protesta: i genitori scelgono di istruire i propri figli a casa. Tutto ciò determina tanti consensi, ma anche tante perplessità, poiché si corre il rischio di crescere ragazzi disadattati. In più, i genitori potrebbero non avere le competenze adatte e la lucidità per poter giudicare i propri figli. Tuttavia, la diffusione di questo nuovo modo di insegnare è il segno della crisi di una scuola che oggi viene meno al suo compito primario, ovvero quello di realizzare il bene comune. Si auspica, quindi, la realizzazione di una scuola in cui prevalgano esperienze interpersonali comunitarie, fondata sull’empatia. LA FAMIGLIA COME COMUNITA’ La ricerca pedagogica guarda alla famiglia come a un sistema di relazioni educative, ovvero un sistema relazionale in cui avviene un continuo scambio tra coloro che lo costituiscono. Questo sistema risponde al bisogno naturale di ciascun soggetto, il quale, fin dalla nascita, ha la tendenza innata ad entrare in relazione col mondo. Inoltre, la famiglia deve relazionarsi col mondo esterno e deve entrare in contatto con l’ambiente circostante, divenendo, in tal modo, un sistema aperto. Per questa ragione la famiglia può essere definita il bene relazionale primario della società. Tuttavia, oggi la famiglia si sta eclissando, lasciando spazio a diverse forme familiari. La fenomenologia riconosce che la famiglia non consiste in individui che stanno insieme, ma essa è un luogo di relazioni, una comunità di soggetti che, insieme, elaborano significati e personalizzano la propria vita. Essa si caratterizza come micro-comunità regolata dalla caratteristica del dono. LE COMUNITA’ MULTICULTURALI Per quanto riguarda le comunità multiculturali occorre individuare due punti di vista: quello del migrante e quello del paese ospitante. Nel primo caso la comunità è percepita e vissuta in tutta la sua problematicità, quale luogo in cui i migranti vivono identità diasporiche dovute a una doppia appartenenza: da una parte il nuovo Paese e dall’altra il proprio Paese di origine. In questi contesti il migrante è costretto ad adattarsi ad un nuovo ambiente imparando una nuova lingua, una nuova cultura e delle nuove norme. Nel secondo caso, invece, occorre analizzare due diverse categorie interpretative: multiculturalismo e interculturalismo. La prima si riferisce ad una sorta di condominio in cui vivono etnie diverse che vivono l’una accanto all’altra senza alcun tipo di interazione. La seconda, invece, caratterizzata da un continuo dialogo, confronto e interazione tra i gruppi, i quali sono solidali tra loro e si riconoscono reciprocamente. LE COMUNITA’ EMPATICHE