









Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Smith, hume e l'illuminismo scozzese: una ricerca condivisa sulla natura umana e la società, con una particolare attenzione alla psicologia morale e alla teoria economica. Smith elabora una concezione filosofica dell'etica e una vera e propria fondazione economica, con una continuità tra la 'teoria dei sentimenti morali' e 'la ricchezza delle nazioni'.
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
1 / 17
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!










In Adam Smith ritroviamo alcuni elementi già presenti in Hume, ma anche alcune divergenze teoriche e alcuni elementi di novità rispetto al tipo di prospettiva trovato in Hume. Fondamentalmente, in Smith si trova un’analoga impostazione teorica e metodologica : l’impostazione di metodo ha a che fare con il fatto che Smith lavora su due livelli: 1) Da un lato di ricostruzione teorica dei meccanismi fondamentali della natura umana (di psicologia ) e che presiedono alla organizzazione della società. Smith aggiunge una lettura e un approccio ai meccanismi della civilizzazione e del progresso , e quindi c’è l’analisi dei meccanismi fondamentali della società a partire dalla concezione della natura umana e di psicologia morale. 2) Dall’altro, l’analisi dei processi reali di civilizzazione a partire dal discorso sul commercio, sulle arti in Hume la troviamo anche in Smith, in cui troviamo un’analisi nel dettaglio si quelli che sono i meccanismi di civilizzazione e progresso. Probabilmente questi due livelli sono più legati in Smith rispetto che in Hume ; il lavoro di Smith intreccia in modo più stretto analisi teorica e casistica ; quindi, c’è un approccio che condivide metodologicamente l’impostazione Humiana ma che la declina anche in modo diverso. Hume e Smith condividono quel retroterra culturale che è l’Illuminismo scozzese , e in qualche modo condividono un programma di ricerca e di intenti , ossia quel tipo di lavoro di ricerca caratterizzato da una forma molto forte di empirismo , e che è una forma di filosofia che ha in mente un tentativo di spiegazione della natura umana come questione centrale della filosofia in vista del tentativo di spiegare i meccanismi della società, dell’economia, formazione dei contesti sociali ecc… In Smith è presente non solo l’elaborazione di una concezione filosofica dell’etica (“Teoria dei sentimenti morali”), ma anche una vera e propria fondazione di una teoria economica. Smith è tutt’ora soprattutto conosciuto come economista per l’opera che viene considerata in modo universale come l’opera che fonda la scienza dell’economia moderna, “La ricchezza delle nazioni”. Mentre la questione della relazione tra lo Hume filosofo morale e lo Hume economista è una questione interpretativa che per tanto tempo è stata aperta (si tratta per alcuni di due figure non facilmente compatibili ), in Smith noi abbiamo chiaramente la figura di un pensatore che è interessato tanto alle questioni fondamentali che sono quelle dell’indagine dei meccanismi fondamentali dei processi che portano alla civilizzazione , quanto d’altra parte un interesse per i meccanismi reali e concreti con cui a civilizzazione procede e particolarmente un’analisi dei meccanismi economici. Smith era strettamente amico di Hume e, al contrario di Hume (considerato un filosofo miscredente e fuori dalle istituzioni scozzesi), Smith ha un incarico universitario importante: nel 1752 diventa professore di filosofia morale all’università di Glasgow.
Questo significava, all’epoca, avere un inquadramento all’interno di quella che era una sorta di “ ortodossia dell’insegnamento ”: c’era una connessione molto stretta tra l’insegnamento di filosofia morale e la pratica istituzionalizzata della chiesa locale. Se leggiamo la filosofia di Adam Smith, troviamo un tentativo di conciliazione di alcune istanze della sua impostazione con il quadro complessivo del pensiero cristiano. Questo non significa che la sua teoria sia una concezione religiosa dell’etica , ma anzi è di fatto letta come indipendente da premesse religiose o metafisiche. Laddove in Hume si può parlare chiaramente di un progetto anti-cristiano, poiché si declina contro una tradizione religiosa, questo non è presente in Smith ; in Smith vediamo il tentativo di conciliare la sua concezione dell’etica con una prospettiva classica di tipo giusnaturalistico. Questo non significa che Smith sia un giusnaturalista, ma che la sua prospettiva cerca di rendere conto di alcuni problemi tipici del giusnaturalismo , reinterpretandoli e modellandoli ma senza quelle radicali divergenze che troviamo in Hume. Le due opere principali di Smith sono la “ Teoria dei sentimenti morali ” del 1759 e “ La ricchezza delle nazioni ” del 1776; si tratta di due opere su cui Smith è tornato costantemente nel corso della sua vita : la “Teoria dei sentimenti morali” ha sei ri- edizioni , mentre “La ricchezza delle nazioni” ha altre quattro edizioni dopo la prima. Queste sono due opere che, per lungo tempo e ancora adesso, hanno dato luogo a quello noto come l’ Adam Smith problem , per cui sarebbero presenti due Adam Smith : Da un lato c’è il primo Smith, che sostiene una concezione dell’etica e della moralità in continuità con quella di Hume e nel clima dell’Illuminismo scozzese sentimentalista , cioè che si basa su una psicologia morale del primato e della centralità dei sentimenti nei processi di approvazione morale e del giudizio morale. C’è una centralità dei meccanismi della simpatia , che, come in Hume, è il meccanismo che spiega il funzionamento dei processi di approvazione e disapprovazione morale su base sentimentale , riguarda la capacità di sentire e immedesimarsi negli stati affettivi e nelle condizioni di chi è oggetto di approvazione o disapprovazione morale. Qui Smith filosofo morale rende conto della vita e dell’esperienza morale degli esseri umani attraverso meccanismi e connessioni simpatetiche, attraverso l’elemento dello “ Spettatore imparziale ”: ha valore descrittivo ma anche una funzione normativa , poiché dovrebbe consentire agli esseri umani di assumere unna prospettiva simpateticamente connessa con gli altri esseri umani in grado di elaborare valutazioni imparziali e guidare la condotta morale. Smith elabora quindi una concezione dell’etica basata su forme di imparzialità e universalità , più impegnativo rispetto a Hume che parlava di “ Punto di vista fermo e generale ”. In Smith abbiamo una concezione dei meccanismi normativi che punta sull’imparzialità e sul distacco. La figura idealizzata dello “ spettatore imparziale ” non è data contingentemente, ma è un osservatore ideale, pienamente informato, caratterizzato da imparzialità , da un’astrazione rispetto alle contingenze che possiamo superare solo immaginando come uno spettatore non vincolato dalle parzialità degli esseri umani.
I processi di civilizzazione sono processi che vanno di pari passo con lo sviluppo dell’economia e del commercio (c’è un’idea di società commerciale come società che è terreno di cultura di determinate virtù e in cui può fiorire il progresso ), ma questa civilizzazione non ha a che fare con delle forme di competizione ed egoismo di tipo radicale ed incontrollato. C’è un’idea di ordine spontaneo , che si dà nelle società in cui si combinano ordine morale e ordine economico. In Smith troviamo una prospettiva evoluzionista sulla società: sicuramente c’è in lui l’idea di una inopportunità di forme di dirigismo e controllo dall’alto e una sottolineatura di meccanismi di ordine spontaneo , ma questi meccanismi di ordine spontaneo non hanno a che fare con l’idea di un ordine spontaneo determinato unicamente dalla competizione e dall’egoismo. --> In continuità con la “Teoria dei sentimenti morali”, noi abbiamo un’idea di un ordine spontaneo che è regolato da alcuni dati fondamentali della natura umana che hanno a che fare con le tendenze della natura umana , che non sono unicamente competitive ma hanno a che fare anche con la nostra tendenza ad approvare ciò che è secondo giustizia e disapprovare ciò che va contro giustizia. In Smith si trova anche una concezione stadiale della società : in Smith troviamo una spiegazione del mondo per cui la società evolve e progredisce per stadi successivi in cui si avvicendano diverse forme di vita. --> Non c’è solo una teoria generale della società, ma anche una declinazione di che cos’è e come progredisce la civilizzazione attraverso stadi successivi. TEORIA DEI SENTIMENTI MORALI: Leggeremo fondamentalmente due parti, che ci danno la possibilità di entrare all’interno della teoria Smithiana rispetto a due problemi specifici:
Ugualmente in Smith siamo di fronte ad un meccanismo di approvazione e disapprovazione per cui c’è una capacità connaturata all’umano di approvazione e disapprovazione che non è immediatamente collegata ad una valutazione razionale dell’utilità o disutilità di certi atti o condotte per quanto riguarda il bene collettivo. Quest’idea della tendenza “prosociale” degli esseri umani , cioè la tendenza ad approvare ciò che mantiene la stabilità della società e disapprovare ciò che è contro l’utilità e la stabilità della società, fa parte di una spiegazione di tipo naturalizzato della cooperazione e dell’evoluzione della società. Ci mostra come la socialità degli esseri umani e queste loro tendenze siano il collante primo delle istituzioni sociali : la possibilità di una vita sociale non è data da una continua negoziazione razionale delle istituzioni stesse, ma è data da alcune tendenze fondamentali inscritte nella nostra natura. La nostra presenza nella società è qualcosa che è dato da tendenze prosociali e non da una costante negoziazione di tipo razionalistico, essa è data da un costante aggiustamento e approvazione guidati da tendenze che sono sociali. Questo tipo di prospettiva ci dice due cose , una sulla natura degli esseri umani e una sulla natura della società, e che hanno una compatibilità con una prospettiva naturalizzata di tipo evoluzionistico: Quando si riconosce che ci sono delle tendenze prosociali negli esseri umani , si ha la possibilità di spiegare in modo evoluzionistico la società come qualcosa che si instaura attraverso un percorso storico e contingente , come un perfezionamento e una stratificazione di queste tendenze che producono le istituzioni. La società, la socialità e la cooperazione sono il risultato dell’incontrarsi e il mettersi al lavoro di alcune tendenze degli esseri umani (simpatia, possibilità di approvare o disapprovare certe condotte ecc…). --> Questo non dice solo qualcosa sulle origini della società, ma dice qualcosa sulla dimensione storica della società: la società non è qualcosa che viene guadagnato cognitivamente o comunque rinegoziato continuamente attraverso atti cognitivi. D’altra parte, vediamo un’analisi del meccanismo che rende conto della trasformazione della società attraverso quelli che sono i nostri meccanismi di approvazione e disapprovazione dati dai meccanismi, simili a quelli Umani, dell’abitudine e della consuetudine. C’è quindi una concezione della società per cui essa non è data una volta per tutte ma che è invece dinamica e storica , dal momento che nei meccanismi stessi di approvazione e disapprovazione c’è un’influenza della consuetudine , configurandosi come processi che sono contingenti e storicamente determinati. --> Concezione evoluzionistica e trasformativa della società. La distinzione che fa Hume in virtù naturali e virtù artificiali non viene recuperata ed esplicitata da Smith, che invece mantiene la distinzione tra giustizia e beneficienza all’interno del quadro più canonico, proprio del giusnaturalismo , di diritti perfetti e diritti imperfetti****. I diritti perfetti sono quel tipo di diritti a cui noi possiamo esigere pienamente la soddisfazione , a cui corrisponde il dovere nella loro soddisfazione, mentre quelli imperfetti non richiedono obbligatoriamente la loro soddisfazione. Questa distinzione tra diritti perfetti e imperfetti è un modo per mantenersi all’interno di una certa cornice etica e filosofica.
La giustizia non ha una connotazione esclusivamente personale e individuale : il risentimento non ha solo a che fare con ciò che io provo quando subisco danni , ma ha a che fare con la disapprovazione e l’approvazione anche di atti che compiono un danno a qualcun altro. Così, io non solo simpatizzo con la vittima, ma simpatizzo anche approvando la sanzione che viene comminata a chi si rende colpevole di quel danno. Questo ha a che fare, in una prospettiva naturalistica, con il fatto che un cambiamento in termini di evoluzione del comportamento sociale degli animali ha a che fare con il passaggio da una logica puramente diadica al fatto che si partecipi a qualche tipo di regola socialmente condivisa****. La giustizia ha a che fare con la sanzione esterna , col fatto che viene esperita e praticata in una dimensione sociale in cui valgono istituzioni di punizione e di sanzione. Smith distingue giustizia e beneficienza facendo valere la distinzione di tipo metaetico , dandoci un’idea di quella che è la diversa natura ed il diverso posto all’interno della sua concezione dell’etica di queste due virtù che sta analizzando, partendo dalle sanzioni connesse a beneficienza e giustizia. Laddove la beneficienza trae la sua autorità e il cui valore è mantenuto da una sanzione interna , il biasimo e la disapprovazione ; invece, la virtù della giustizia è connessa ad una sanzione esterna , connessa al fatto che esiste una autorità che può comminare una punizione. Siamo nell’ambito di quelle relazioni personali, come quelle familiari, sulle quali non si applicano sanzioni esterne: ci sono una serie di condotte che noi possiamo solo biasimare o approvare , ma che non possono essere estorte con la forza. La forza è qualcosa che fa parte di quegli strumenti che la società può mettere in atto legittimamente solo laddove si parli di giustizia. Smith rende conto di “ come funzionano gli esseri umani ”, e quindi non sta facendo un lavoro con intento fondativo, ma ha un intento descrittivo : vuole render conto di come funzionano gli esseri umani e i loro ordini sociali, e a partire da questi resoconti presentare un’idea di progresso e civilizzazione che viene dopo rispetto al compito descrittivo. Smith non sta immediatamente fondando e giustificando questa distinzione, ma la sta dando per scontata ed acquisita (come faceva Hume, che osservava come si comportavano gli esseri umani e ne traeva delle conclusioni ). Questa distinzione è una distinzione che noi abbiamo, e che può esser messa in discussione, ma la sua messa in discussione è complicata. Ci sono una serie di azioni che valutiamo come indifferenti , come quelle aventi a che fare con la nostra sfera di relazioni personali. La società ha la possibilità di acquisire questi atti e comportamenti che fanno parte di ciò che riteniamo biasimevole all’interno di ciò che è perseguibile con la forza e con l’autorità. Questo confine non è un confine che si può tracciare in modo netto, facendo leva su un’idea fondazionale che distingue ciò che per natura appartiene a beneficienza e giustizia : non si può dare una distinzione così netta dei comportamenti che appartengono al biasimo e alla beneficienza, cioè parte di un’etica privata , da quelli che appartengono ad un’etica pubblica****.
Questa distinzione però c’è, e nel momento in cui essa viene rinegoziata (“il sovrano ordina ciò che è puramente indifferente…”) ci si addentra in un terreno molto più pericoloso , poiché spingerlo troppo in là rappresenta la distruzione di tutta la libertà, la sicurezza e la giustizia, e richiede grande delicatezza e riserbo. Una volta che ciò che è solo oggetto di biasimo e disapprovazione viene acquisito nella sfera pubblica, essendo fatto oggetto di sanzione esterna e del potere dello stato , il sovrano (l’autorità politica e legale) si sta inoltrando in un terreno molto delicato : c’è una sfera di condotta che se viene acquisita all’interno di ciò che viene sanzionato, rappresenta un passo che è potenzialmente dannoso per la libertà e la sicurezza degli individui. Capitolo 2 “Il senso di giustizia, rimorso, coscienza del merito”. Smith qui si addentra in quella definibile come una sorta di “ psicologia morale ” della distinzione tra giustizia e beneficienza e di cosa ci porta ad agire secondo esse. Qui vediamo il modo in cui Smith rende conto dei modi in cui si sostiene l’istituzione della società e della virtù che la contraddistingue, la giustizia, a partire da una serie di meccanismi e moventi psicologici che caratterizzano gli individui. Lo “Spettatore imparziale” è qualcosa che sembrerebbe rappresentare il tentativo di Smith di rendere conto del concetto di coscienza. Anche qui c’è l’acquisizione di un altro principio che fa parte dello spirito di quel tempo, pur essendo declinato in modi diversi nei diversi autori (Locke, Hume, Hobbes, Mandeville ecc...): bisogna riconoscere nella psicologia umana un motore fondamentale che è quello di una forma di auto interesse. Il riconoscimento di una parzialità data negli esseri umani : Hume, quando mette in discussione il ruolo della ragione nelle nostre valutazioni morali, dice che non si ha nessuna ragione per preferire la distruzione della Cina ad un graffio del proprio dito, mostrando come da un punto di vista immediatamente dato e non riflessivo noi abbiamo una preferenza verso noi stessi , che poi si allarga in cerchi di simpatia che sono concentrici (la simpatia si estende dal nostro cerchio più intimo via via allargandosi). Quello che è dato in noi è l’interesse per noi stessi , per cui se non ci fosse un momento riflessivo preferiremmo una disgrazia molto più grande a qualcuno che non conosciamo rispetto al minimo inconveniente a noi stessi. Lo spettatore imparziale non può condividere un nostro comportamento di danneggiamento alla felicità o al bene del prossimo solo perché vorremmo togliergli qualcosa che vogliamo noi ecc. Anche qui c’è l’idea di un rendere conto pubblico della nostra condotta , e questo è un ulteriore segno del fatto che in questi autori la dimensione morale non viene mai esperita nell’isolamento o a partire da facoltà che ci sono date e di per sé costituite , ma il punto di vista morale viene esperito in una dimensione sociale. C’è l’idea per cui questa dimensione sociale si giochi a partire dal fatto che siamo sensibili all’approvazione e disapprovazione altrui : noi teniamo alla nostra reputazione , siamo sensibili alla disapprovazione e approvazione altrui. Questo è il motore che porta alla possibilità di sviluppare un punto di vista morale e quindi una forma di stabilità di condotta che risulta in un coordinamento sociale.
Smith parla di rimorso , nei confronti di tutta una serie di connotazioni affettive che hanno a che fare con la società, con gli altri esseri umani. Questi meccanismi, nella modellizzazione che ne fa Smith, sono meccanismi che non possono essere “sfuggiti” dal fatto che noi possiamo ritirarci dalla società: la natura degli esseri umani è una natura sociale. Non si può dire “ritirati dalla società e vivi in solitudine”, perché noi temiamo la solitudine , che è ancor più terribile della società : l’essere umano non è fatto per una condizione solitaria, noi non possiamo sfuggire a questi meccanismi vista la nostra natura sociale. Capitolo 3 “L’utilità di questa costituzione della natura”. Approfondita la questione della natura sociale dell’essere umano. Il quadro che Smith dà della natura umana non è un quadro puramente egoistico, in cui l’unico meccanismo è la paura e la vergogna, ma ci sono dei moventi prosociali. Questa è una concezione gradualista : Smith ci dice che la società non ha bisogno del fatto che noi abbiamo degli universali sentimenti di benevolenza nei confronti di chiunque, ma essa si costituisce a partire dal fatto che essa è utile (anche questo è un meccanismo di tipo evolutivo) e a partire dal fatto che si seguono determinate regole di giustizia. Le regole di giustizia non ci chiedono di essere benevoli, generosi e amichevoli nei confronti di tutti, ma ci chiedono di astenerci dal danneggiare gli altri. Senza giustizia la società sarebbe distrutta dalle ingiustizie. La beneficienza “abbellisce” la struttura della società mentre la giustizia è necessaria al suo mantenimento. C’è qui la questione della limitatezza della simpatia , ossia il fatto per cui nonostante essa sia un meccanismo potente negli esseri umani , la giustizia non garantisce di per sé la possibilità di mantenere una giustizia. Questo è dato dal fatto che noi abbiamo delle reazioni affettive rispetto alle trasgressioni della giustizia (colpa, vergogna). Ciò che costituisce il pilastro della società, cioè la giustizia , non è l’individuazione di una legge cognitivamente e razionalmente, ma sono di fatto delle reazioni di tipo affettivo : sono le reazioni affettive ad essere il pilastro che tiene in piedi la società. Smith qui parla di saggezza di Dio , ma se si lascia perdere la questione di quanto Smith fosse veramente convinto che ci fosse Dio dietro tutto questo, Smith fa anche qui un lavoro di “ dissezione ”. Dice di distinguere i piani: è vero che questi meccanismi producono un effetto , e la conseguenza è quella di avere una società in cui vige il rispetto della giustizia , ma bisogna distinguere il lavoro dei meccanismi da ciò che li ha causati e dal modo in cui si sono costituiti. L’argomento della distruzione della società , che viene considerata l’esito di condotte che vanno contro la giustizia, è un argomento che noi utilizziamo ma che viene dopo e si aggiunge a dei sentimenti che noi abbiamo in modo quasi immediato nei confronti di chi mette in opera condotte a favore o contrarie all’ordinamento della società e della giustizia. L’argomento della utilità della società è un argomento vicario rispetto al fatto che noi abbiamo dei sentimenti che si manifestano in modo naturale nei confronti di certe trasgressioni.
Smith sta dicendo che è connaturato alla nostra psicologia morale il fatto di avere delle reazioni affettive di un certo tipo , che prescindono da quanto riflessivamente siamo consapevoli che quegli atti siano distruttivi dell’ordine sociale. Noi abbiamo una reazione di disapprovazione (che ha carattere sentimentalista), e poi riflessivamente possiamo valutare e chiederci quanto quell’atto danneggi la società , ma abbiamo in primo luogo delle reazioni affettive. Non abbiamo bisogno, come esseri umani, di scoprire e di costruire un senso di giustizia , ma esso è qualcosa che è già costituito in noi in queste reazioni affettive. Noi non abbiamo una preoccupazione primariamente per la società (questo è analogo a quanto diceva Hume, per cui non abbiamo primariamente una tendenza ad approvare l’interesse generale ed il bene della società): il nostro interesse per la moltitudine è costituito dagli interessi particolari che proviamo per i diversi individui da cui la moltitudine è formata. Sono le singole reazioni che abbiamo dei singoli atti che fanno sì che si costituisca poi un interesse per la moltitudine. Sono le relazioni individuali che costituiscono l’interesse generale : l’ordine sociale si costituisce come l’esito di queste reazioni che noi abbiamo (che si presentano come qualcosa che non è ulteriormente indagato), noi non manteniamo in piedi la società perché ci interessa la società nel suo complesso. Quando mettiamo in opera la legge marziale che fa giustiziare la sentinella che si è addormentata mentre era di guardia, noi ne capiamo razionalmente le motivazioni e potremmo approvarla, ma la nostra reazione affettiva va contro e ci mostra che c’è una sproporzione. Ci possono essere dei casi in cui noi abbiamo delle valutazioni che hanno a che fare col bene della società, ma queste valutazioni sono dei casi ristretti e limitati e che ci richiedono di andare oltre le nostre reazioni connaturate. Sembrerebbe anche questa una prospettiva naturalizzata , perché Smith ci dice che noi abbiamo un tale senso di giustizia che questo deborda, fino a farci pensare che le ingiustizie che non trovano soddisfazione qui saranno rimediate nell’aldilà. Questa sembrerebbe l’idea per cui il nostro senso di ripugnanza nei confronti dell’ingiustizia è così forte che non ci accontentiamo del fatto che possano restare impunite , trovando un “ escamotage cognitivo ” per rimediare e trovare soddisfazione. In Smith si dà un resoconto della virtù della giustizia che riconduce le motivazioni che guidano gli esseri umani nella condotta secondo giustizia (nel mantenere quei legami sociali che sono prodotti da ciò che deriva dalla virtù della giustizia) a motivazioni di tipo sociale , poiché fanno leva sui meccanismi che caratterizzano la psicologia e la natura umana, che fanno sì che gli esseri umani siano sensibili all’approvazione e disapprovazione dei propri simili. L’approvazione e la disapprovazione , che si realizzino sia in modo reale che immaginativo, ed il punto di vista degli altri fanno sì che noi riteniamo che la condotta che devia da ciò che è richiesto dalla virtù della giustizia sia una condotta che ci porta ad essere esposti al biasimo altrui. La motivazione che sostiene la società e la giustizia ha a che fare con la nostra natura sociale e con una dimensione di tipo affettivo e non immediatamente razionale e cognitiva.
C’è un gioco di diversi principi : da un lato ci sono delle cose che sembrano avere una maggiore appropriatezza ed una loro congiunzione, ma d’altro canto è sempre il meccanismo dell’abitudine ad essere determinante per decidere. La moda è una specie particolare di consuetudine , e nel nostro apprezzare qualcosa noi subiamo l’influenza anche di fattori che hanno a che fare con il rango di chi quelle cose che apprezziamo le indossa ed utilizza (anche Hume parlava della nostra stima per la fama e per chi è potente ): questi sono meccanismi psicologici che ci portano ad associare le caratteristiche di chi porta un certo abito o usa un certo oggetto a farcelo considerare come piacevole. Smith sta dicendo che ci sono dei meccanismi che sostanzialmente influenzano l’approvazione , ma che non hanno a che fare con gli oggetti stessi dell’approvazione; la potenza di questo meccanismo dell’abitudine è tale da farci sembrare una bellezza naturale qualcosa che non è di per sé bello, ma che appare così perché siamo stati abituati per la consuetudine a considerarli tali. Questo non vale solo per gli oggetti artificiali, ma anche per gli oggetti naturali. Introduce un meccanismo che si estende a tutto, ad ogni dominio: anche ciò che troviamo in natura è sottoposto al meccanismo della consuetudine , meccanismo che si estende oltre il dominio della bellezza. Capitolo 2 “L’influenza della consuetudine e della moda sui sentimenti morali”. Il dominio della morale e quello del giudizio estetico si trovano in continuità, essendo sottoposti ai medesimi principi e meccanismi, pur in modi e gradi diversi. Nel caso dei sentimenti morali c’è una radice “inattaccabile” , ovvero che ci sono, nella dotazione naturale delle reazioni sentimentali egli esseri umani rispetto a ciò che viola determinati principi (ciò che va contro la vita, l’integrità delle persone ecc…), delle reazioni che non possono essere modificate , e perciò di fronte a ciò che è estremamente crudele la moda e la consuetudine non potrebbero mai farcelo approvare. Qui c’è l’idea che il meccanismo della consuetudine opera, ma opera in modo non così potente perché questi sentimenti di approvazione e disapprovazione morale sembrerebbero esser quelli più forti ; però il meccanismo con cui funzionano la moda e la consuetudine sono del tutto simili. Smith sta dicendo il modo con cui lavora l’educazione morale , che lavora a partire da un dato ( le più forti e vigorose passioni della natura umana ) e che riesce a rafforzare, nell’esposizione ad un ambiente in cui queste passioni vengono incanalate nel modo appropriato. Questo raffina e perfeziona queste passioni. Ci sono delle differenze fra i caratteri ed i modi con cui noi riteniamo che i caratteri si debbano o si possano formare a seconda dei diversi contesti. Smith ha una concezione completamente naturalizzata del carattere , per cui il carattere degli individui non è dato da una serie di disposizioni innate, ma è l’esperienza che modella gli individui : quello che le persone fanno determina, modella e condiziona i loro caratteri , ed il modo in cui sono modellati i loro caratteri fa sì che noi ci aspettiamo delle reazioni diverse a seconda delle condizioni che gli si presentano.
I caratteri degli individui sono modellati dalle loro esperienze : nella prospettiva evoluzionistica della società, Smith ci dice che la dimensione empirica dell’esposizione a determinate condizioni di vita è quella che determina , dal basso (il modello è sempre individualistico, in cui i risultati sul piano sociale sono il frutto delle interazioni individuali), i caratteri degli individui e di conseguenza le loro reazioni passionali. Smith continua nella ricostruzione dei processi che modellano i caratteri degli individui, e che rendono conto delle differenze storiche e delle variazioni nei processi di approvazione e disapprovazioni. Smith ci dice qualcosa di ulteriore dal punto di vista metodologico: La questione metodologica ha a che far col fatto che se noi vogliamo comprendere queste variazioni dei processi di civilizzazione, dobbiamo sempre guardare alle condizioni materiali di vita delle persone. Le condizioni di civilizzazione sono strettamente intrecciate alle condizioni materiali di vita ed economiche, ma non solo nel senso del benessere , ma proprio per il fatto che queste condizioni materiali di vita si stratificano in una serie di abitudini e convenzioni che interagiscono e modellano i processi di approvazione e disapprovazione. Qui c’è una tesi forte su come progredisce la civilizzazione: le condizioni di benessere maggiore portano al fatto che, se si è in condizioni maggiori di benessere rispetto ad un altro luogo o ad un’altra epoca, si tenderebbe a pensare che non c’è bisogno di fare dell’abnegazione una virtù, ma che si avrebbe più spazio per la coltivazione dei piaceri. La coltivazione dei piaceri significa dare maggiore fioritura e progresso alla vita passionale, che si articola di più ; nascondere le passioni e le emozioni è qualcosa che è proprio di condizioni di vita impoverite e minimali. Laddove cresce il benessere cresce la possibilità di esercitare di più le passioni : c’è l’idea per cui il progresso della civiltà ha a che fare con quell’intreccio di condizioni materiali di benessere e di progresso materiale , ma che esso è un motore dello sviluppo della vita passionale degli individui. Se si è in una condizione di vita minimale , in cui ci si deve preoccupare della propria minima sopravvivenza e sussistenza, succedono due cose : 1) Si ha un’impossibilità di coltivare le passioni ed i piaceri poiché si è preoccupati della propria sopravvivenza minimale. 2) Essendo preoccupati per la propria sopravvivenza minimale, non si ha la possibilità di esercitare la simpatia nei confronti degli altri e di averse “ risorse psicologiche” del benessere e delle passioni altrui. Le condizioni di vita che migliorano e progrediscono consentono questa espansione dei nostri sentimenti morali e delle nostre capacità di simpatia. Se non si deve pensare alla resistenza alla sofferenza e alla propria sopravvivenza, si ha la possibilità di vivere una serie di passioni e di non sentirsi biasimati se si espone e si mostra il fatto di essere in una condizione di certo tipo o di sofferenza, ed anzi si viene invece approvati.
Viene presentata quella che viene comunemente definita la concezione stadiale della civiltà secondo Smith. La società si evolve e cambia per stadi : già in queste prime righe c’è l’idea per cui le istituzioni, come quella della proprietà, cambiano a seconda delle fasi della società : questa concezione ci dice che gli istituti economici e giuridici cambiano nel tempo, a seconda delle condizioni di vita di una società. C’è qui una ricostruzione predarwiniana , perché sembrerebbe esserci una intenzionalità come innesco dei processi di domesticazione e agricoltura , mentre nelle storie di tipo biologico ed evoluzionistico (che sono in parte di tipo congetturali ) ci viene detto che questo non è stato un atto intenzionale. La storia della domesticazione evolutivamente plausibile ci dice che le prime interazioni fra gli esseri umani e le specie che sono state oggetto di domesticazione sono state interazioni puramente casuali e opportunistiche. Prima l’allevamento e poi arriva l’agricoltura: qui sembrerebbe venir fuori che l’innesco non è intenzionale, ma che esso è frutto di osservazioni casuali. Qui c’è uno dei punti centrali dell’idea di evoluzione e trasformazione della società: la divisone del lavoro, la sua articolazione e differenziazione. C’è qui l’origine del commercio : quando la produzione diventa tale per cui si crea un eccesso, si diversifica il lavoro e la diversificazione del lavoro porta un ulteriore eccesso di produzione che consiste nel commercio. Si passa da una condizione in cui ciascuno produce ciò che gli serve per il proprio sostentamento ad una condizione in cui il lavoro è suddiviso. Qui c’è l’idea per cui forse oltre la società del commercio non si può andare; fra le righe potrebbe leggersi l’idea che, oltre alla fase commerciale, non c’è un’altra fase di evoluzione della società umana e un altro modo di generare benessere. I modi di vita, di produzione e di sussistenza degli esseri umani generano norme diverse e consuetudini differenti : non esiste un solo modo di pensare le istituzioni, ma le istituzioni dipendono dalle condizioni di vita e di produzione economica delle società umane. C’è l’idea per cui ci sono diverse sanzioni connesse alla proprietà e alla violazione del diritto di proprietà che dipendono da quelli che sono i modi di produzione e di sussistenza di una determinata fase di avanzamento della proprietà. A queste fasi corrispondono diversi modi di pensare le istituzioni sociali e diversi modi di approvare o disapprovare la condotta che è favorevole o contraria a queste istituzioni sociali.
Anche qui si trova una concezione di tipo evoluzionistico e stadiale , e c’è un’idea di accumulo , per cui le diverse fasi ed articolazioni della società sono caratterizzate da un’espansione del commercio. In Smith, così come in Hume, c’è l’idea costante che connette in modo lineare il progresso e l’avanzamento della società e della civilizzazione con il progresso economico dato dal commercio (tanto che si parla di loro come “ filosofi della società commerciale ”) La concezione della società commerciale in Smith non è semplicemente la società della competizione, del liberismo sfrenato; è una forma di vita umana in cui si realizzano alcuni modi di vita degli esseri umani che sono il superamento di fasi più primitive. Il libro III , “il diverso progresso della ricchezza nelle diverse nazioni”, si occupa del modo in cui la ricchezza, ovvero i sistemi di produzione e commercio ecc., si sono articolati diversamente nei vari contesti. Propone una ricostruzione stadiale come nelle Lezioni di Glasgow. Il grande commercio è quello che avviene tra città e campagna, che è vantaggioso ad entrambe ma soprattutto la coltivazione delle campagne precede lo sviluppo delle città, anche perché l’uomo ha una preferenza naturale per l’agricoltura. La coltivazione è possibile grazie all’assistenza degli artigiani che si insediano creando dei villaggi: nelle colonie americane quando un artigiano accumula abbastanza capitale diventa piantatore, acquista terre, invece di produrre per vendere lontano, come devono fare coloro che si trovano in paesi dove non ci sono terre incolte acquistabili. Agricoltura > industria > commercio estero. Questo sarebbe l’ordine naturale che però è stato invertito. Dopo la caduta dell’Impero Romano le terre erano possedute dai grandi proprietari terrieri, furono introdotte la primogenitura e l’inalienabilità che ora ci sembrano assurde. Il lavoro degli schiavi è il più caro di tutti, possono coltivare zucchero e tabacco ma non grano. A loro sono succeduti i mezzadri che potevano acquistare proprietà ma non potevano impiegare il capitale. Successivamente gli affittuari che avendo un contratto di affitto potevano impiegare in migliorie (tutelati in Inghilterra ma non nel resto d’Europa). In un primo momento gli abitanti delle città non avevano più vantaggi di quelli nelle campagne ma poi ottennero l’appalto del fisco della loro città e altri privilegi equivalenti alla libertà e un governo. Il sorgere delle città avvantaggiò le campagne perché offrivano mercato ai prodotti, perché i commercianti acquistavano terreni, e perché furono introdotti ordine e buon governo.