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confronto tra le poesie il porto sepolto e non chiederci la parola, più confronto tra meriggiare pallido e assordo e l'infinito
Tipologia: Appunti
Caricato il 11/06/2020
4.3
(7)8 documenti
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Non chiederci la parola- Il porto sepolto Entrambe le liriche possono essere considerate emblematiche rispetto alla poetica di Montale e di Ungaretti. Ungaretti incarna la poetica della parola, dunque attribuisce ad essa un valore assoluto, quello di riuscire a scavare nell’abisso del silenzio per poter riportare in superficie la vita, la parola attinge all’assoluto ed è l’unico espediente in grado di poter comunicare all’uomo il significato della sua esistenza. In “Porto Sepolto”, la poesia che dà il titolo alla sua prima raccolta, c’è tutto il primo Ungaretti e quindi tutta la sua poetica della parola. Nella prima strofa il poeta scende nel porto sepolto, quindi nell’abisso, per portare alla luce un grumo di verità ma lo disperde nell’aria, in una sorta di rito classico e misterioso. Nella seconda strofa capiamo lui ha sfiorato la verità, l’infinito, ma non gli è tuttavia dato conoscerlo fino in fondo. Quindi il segreto del senso della vita resta in parte sconosciuto e indecifrabile e l’infinito ora coincide con il nulla. Montale, seppur contemporaneo di Ungaretti, si trova su posizioni decisamente più pessimistiche e sradica il ruolo che la poesia ha avuto fino a quel momento, non crede infatti nella parola poetica, non crede che questa possa aprire un varco e mostrare all’umanità il senso della vita. In “Non chiederci la parola”, i poeti (perché Montale sceglie di universalizzare la sua visione) si rivolgono ai lettori con un appello: non chiedere loro una parola che possa aprire il varco, oltrepassare il muro, qui definito “scalcinato”, rendere chiaro ciò che è confuso. Nel farlo Montale, nella seconda strofa, muove anche una critica verso tutti coloro che procedono sicuri, senza voltarsi, inconsapevoli dell’inconsistenza della loro esistenza. I poeti ormai possono solo dire ciò che non sono, quello che non vogliono e rendere quindi a chi li ascolta una conoscenza in negativo, influenzata sicuramente dal senso di impotenza che il regime fascista, con la censura e la privazione della libertà di espressione, provocava negli intellettuali. L’ultima strofa è dunque il coronamento di una sfiducia totale nella parola e nella poesia come strumenti per trovare il senso della vita e del male di vivere, creando un’incolmabile distanza tra lui ed Ungaretti, nel quale troviamo un tentativo ed una riuscita parziale seppur misteriosa. Meriggiare pallido e assorto. “Meriggiare pallido e assorto” è la poesia che meglio interpreta uno dei temi principali della poetica montaliana, ovvero l’aridità, il correlativo oggettivo del male di vivere. Siamo nel pomeriggio, il momento in cui il sole batte più forte e non c’è alcuna presenza umana se non quella del poeta. Le prime tre strofe ci descrivono il paesaggio, tramite degli oggetti, dei suoni, degli elementi della natura che ci riportano sempre all’aridità e all’asprezza, resa anche dai suoni preponderanti delle “s” e delle “t”. Tutto è assenza di vita, persino la presenza dell’acqua, che in questo caso è quella salata del mare, un’acqua che brucia. Infine, nell’ultima strofa, la rivelazione della considerazione del poeta: la vita è come un muro che ha in cima dei vetri aguzzi di bottiglia. L’immagine del muro è cara a Montale, come metafora dell’impossibilità dell’uomo di aprire un varco per andare incontro al senso della vita e qui, questa immagine, è resa ancora più forte dalla presenza dei vetri, come elementi che vanno a rinchiudere ancora di più il poeta nella tragicità invalicabile della sua esistenza, lontano dall’irraggiungibile verità. Abbiamo già incontrato nell’ “Infinito” di Leopardi la presenza di un ostacolo che impedisce la vista o il raggiungimento di qualcosa, ed è la siepe. I due poeti sono certo distanti quasi due secoli ma sono entrambi accomunati dalla loro visione disincantata e pessimistica della vita, che in Montale riesce ad essere ancor più forte. Nel primo Leopardi, quindi in quello della lirica in analisi, troviamo
la certezza che la natura sia benigna e che abbia dato l’uomo l’immaginazione ed il ricordo, affinché egli possa raggiungere una soddisfazione. Infatti la siepe è un ostacolo ma è anche ciò che permette al poeta di spaziare oltre con l’immaginazione e quindi creare l’illusione dell’infinito e dell’eterno, portare il poeta oltre i limiti della ragione. Tutto ciò, come abbiamo già evidenziato, in Montale non accade e la differenza principale sta proprio in questo: uno fa dell’ostacolo lo strumento per poter trovare un senso e raggiungere l’immensità, l’altro invece non riesce a vedere oltre l’ostacolo, convinto che né l’immaginazione, né il ricordo o gli elementi della natura possano aiutarlo.