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Contro la comunicazione, Sintesi del corso di Arte

riassunto del libro Contro la comunicazione di Mario Perniola

Tipologia: Sintesi del corso

2015/2016
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CONTRO LA COMUNICAZIONE
PARTE PRIMA
1 STORIETTE SULLA COMUNICAZIONE
Racconta tre storie esemplari:
1. In un seminario sulle nuove tecnologie, dopo 4 ore di discussione un operatore culturale chiese di
cosa stessero parlando, tutti ritennero la domanda irrilevante e andarono avanti per altre 4 ore. Il
seminario diventò un corso in dvd di new media venduto ad alto costo.
2. Un capo di un partito fece un’affermazione provocatoria ed aggressiva nei confronti di un gruppo
socio-professionale, suscitò scandalo e indignazione. Dopo qualche ora ritrattò parzialmente la
dichiarazione e il giorno dopo disse che la frase era una battuta scherzosa, il terzo giorno disse che
era stato mal interpretato, in ogni caso rimase alla ribalta dei media per 3 giorni.
3. Un tycoon dell’arte contemporanea riuscì ad aprire una galleria in un luogo prestigioso facendo
all’evento una campagna pubblicitaria senza precedenti. Per rendere l’arte contemporanea popolare,
raccolse opere di artisti e orientamenti diversi che però non richiedevano un intervento
interpretativo, infatti la sua strategia era di colpire lo spettatore grazie ad un’arte diretta e realistica.
Le tre storie appartengono a te contesti diversi: quello del sapere e della conoscenza, quello della politica e
quello dell’arte e della cultura, tuttavia dimostrano come si possa introdurre nella scienza, nell’arte e nella
politica una deviazione che consente di rivolgersi direttamente al pubblico saltando le mediazioni autorevoli
del metodo scientifico, del giornalismo e della critica. Queste operazioni purtroppo non possono essere
liquidate come cialtronerie o contraffazioni. Al seminario furono dette molte cose anche intelligenti, il capo
di partito aveva sicuramente espresso bisogni e interessi comuni concreti, il tycoon aveva opere che
senz’altro in un altro contesto potevano assumere un valore intrinseco. Nonostante ciò il seminario è stato
reso scientificamente nullo dalla mancanza di ordine e metodo, il discorso del politico ha subito il carattere
contradditorio e pieno di smentite, la mostra perdeva valore estetico a causa dell’organizzazione
promozionale. Le tre iniziative si sono poste in un’altra dimensione, che non era l’arte, la scienza o la
politica, ma la comunicazione massmediatica. E’ lei la bacchetta magica che ha trasformato i risultati. La
comunicazione ha una parvenza assai democratica, non a caso è stato coniato il termine democratainment.
2 LA COMUNICAZIONE E’ UN’IDEOLOGIA?
Le storie sono state raccontate al passato perché l’epoca della comunicazione ha già toccato il suo punto
culminante, è come una malattia dalla quale le società stanno sviluppando gli anticorpi. Oggi la
comunicazione manifesta i suoi effetti deleteri in tutti gli ambiti sociali. La mistificazione maggiore è stata
quella di proporla sotto le insegne del progressismo democratico quando in realtà è la configurazione
dell’oscurantismo populistico. L’economista Jean Paul Fitoussi oppone la comunicazione all’informazione
considerandola come il mezzo privilegiato delle ideologie, le quali sono un insieme di opinioni e dottrine già
pronte a sostegno dell’azione politica. Le ideologie (comunismo, liberalismo, fascismo….) non sono
tramontate, ma sono state semplificate e banalizzate facendo cadere l’aspetto concettuale e favorendo
l’emozionalità. La sensologia per Perniola è la trasformazione dell’ideologia in una nuova forma di potere
che dà per acquisito un consenso fondato su fattori affettivi e sensoriali. Orientamenti collettivi nei quali ha
giocato un ruolo molto importante la comunicazione sono neobellicismo, neopacifismo, globalizzazione e
antiglobalizzazione…possono essere considerate neoideologie? All’autore il discorso bellicista di Bush è
suonato inaudito, seppur sappia bene cos’è un’ideologia bellicista. Essa è la coscrizione obbligatoria e la
militarizzazione della società, scelte che la società della comunicazione non sarebbe in grado di sopportare.
Quindi il bellicismo comunicativo svuota di significato la parola guerra e il pacifismo comunicativo svuota
di significato la parola pace. (non a caso si mandano insieme truppe offensive e aiuti umanitari). Nel mondo
comunicativo gli opposti si mescolano e si confondono, tutto è il contrario di tutto. A differenza della
comunicazione, l’ideologia conferisce ancora determinazione. L’ideologia è come la moda, dura qualche
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CONTRO LA COMUNICAZIONE

PARTE PRIMA

1 STORIETTE SULLA COMUNICAZIONE

Racconta tre storie esemplari:

  1. In un seminario sulle nuove tecnologie, dopo 4 ore di discussione un operatore culturale chiese di cosa stessero parlando, tutti ritennero la domanda irrilevante e andarono avanti per altre 4 ore. Il seminario diventò un corso in dvd di new media venduto ad alto costo.
  2. Un capo di un partito fece un’affermazione provocatoria ed aggressiva nei confronti di un gruppo socio-professionale, suscitò scandalo e indignazione. Dopo qualche ora ritrattò parzialmente la dichiarazione e il giorno dopo disse che la frase era una battuta scherzosa, il terzo giorno disse che era stato mal interpretato, in ogni caso rimase alla ribalta dei media per 3 giorni.
  3. Un tycoon dell’arte contemporanea riuscì ad aprire una galleria in un luogo prestigioso facendo all’evento una campagna pubblicitaria senza precedenti. Per rendere l’arte contemporanea popolare, raccolse opere di artisti e orientamenti diversi che però non richiedevano un intervento interpretativo, infatti la sua strategia era di colpire lo spettatore grazie ad un’arte diretta e realistica.

Le tre storie appartengono a te contesti diversi: quello del sapere e della conoscenza, quello della politica e quello dell’arte e della cultura, tuttavia dimostrano come si possa introdurre nella scienza, nell’arte e nella politica una deviazione che consente di rivolgersi direttamente al pubblico saltando le mediazioni autorevoli del metodo scientifico, del giornalismo e della critica. Queste operazioni purtroppo non possono essere liquidate come cialtronerie o contraffazioni. Al seminario furono dette molte cose anche intelligenti, il capo di partito aveva sicuramente espresso bisogni e interessi comuni concreti, il tycoon aveva opere che senz’altro in un altro contesto potevano assumere un valore intrinseco. Nonostante ciò il seminario è stato reso scientificamente nullo dalla mancanza di ordine e metodo, il discorso del politico ha subito il carattere contradditorio e pieno di smentite, la mostra perdeva valore estetico a causa dell’organizzazione promozionale. Le tre iniziative si sono poste in un’altra dimensione, che non era l’arte, la scienza o la politica, ma la comunicazione massmediatica. E’ lei la bacchetta magica che ha trasformato i risultati. La comunicazione ha una parvenza assai democratica, non a caso è stato coniato il termine democratainment.

2 LA COMUNICAZIONE E’ UN’IDEOLOGIA?

Le storie sono state raccontate al passato perché l’epoca della comunicazione ha già toccato il suo punto culminante, è come una malattia dalla quale le società stanno sviluppando gli anticorpi. Oggi la comunicazione manifesta i suoi effetti deleteri in tutti gli ambiti sociali. La mistificazione maggiore è stata quella di proporla sotto le insegne del progressismo democratico quando in realtà è la configurazione dell’oscurantismo populistico. L’economista Jean Paul Fitoussi oppone la comunicazione all’informazione considerandola come il mezzo privilegiato delle ideologie, le quali sono un insieme di opinioni e dottrine già pronte a sostegno dell’azione politica. Le ideologie (comunismo, liberalismo, fascismo….) non sono tramontate, ma sono state semplificate e banalizzate facendo cadere l’aspetto concettuale e favorendo l’emozionalità. La sensologia per Perniola è la trasformazione dell’ideologia in una nuova forma di potere che dà per acquisito un consenso fondato su fattori affettivi e sensoriali. Orientamenti collettivi nei quali ha giocato un ruolo molto importante la comunicazione sono neobellicismo, neopacifismo, globalizzazione e antiglobalizzazione…possono essere considerate neoideologie? All’autore il discorso bellicista di Bush è suonato inaudito, seppur sappia bene cos’è un’ideologia bellicista. Essa è la coscrizione obbligatoria e la militarizzazione della società, scelte che la società della comunicazione non sarebbe in grado di sopportare. Quindi il bellicismo comunicativo svuota di significato la parola guerra e il pacifismo comunicativo svuota di significato la parola pace. (non a caso si mandano insieme truppe offensive e aiuti umanitari). Nel mondo comunicativo gli opposti si mescolano e si confondono, tutto è il contrario di tutto. A differenza della comunicazione, l’ideologia conferisce ancora determinazione. L’ideologia è come la moda, dura qualche

stagione, ma in quel lasso di tempo è determinata. La comunicazione si sottrae ad ogni determinazione, aspira ad essere contemporaneamente una cosa, il suo contrario, e tutto ciò che sta in mezzo. E’ globale nel senso che include anche ciò che nega la globalità.

3 COMUNICAZIONE E SEGRETO

L’antenato della comunicazione non è lo spettacolo, ma l’esoterismo. Lo spettacolo è più affine alle ideologie e sensologie. Guy Debord individua tre tipi di spettacolo: concentrato, diffuso e integrato, quello integrato è il più affine alla comunicazione perché caratterizzato dal segreto, quindi tende a nascondere. Il segreto non è l’aspetto più importante della comunicazione che più che tener segreto fa un’esposizione sfrenata ed esorbitante. Il segreto preserva, la comunicazione dissolve tutti i contenuti. Umberto Eco parla di semiosi ermetica riferendosi alla degenerazione dell’esoterismo che non protegge più un nucleo chiaro e distinto di conoscenze per evitare il travisamento. Tutte le idee hanno un seme di verità, la semiosi ermetica crea un rapporto di analogia e continuità tra tutte le cose dell’universo. Così ogni informazione è incompleta senza tutte le altre. Chi aderisce alla semiosi ermetica non tiene conto delle opinioni altrui, è convinto di avere il segreto dell’universo, segreto inesprimibile quindi al riparo da ogni verifica. Eco fa risalire le origini della semiosi ermetica al neoplatonismo religioso dell’antichità. Se così fosse la comunicazione avrebbe i suoi precedenti nella corruzione delle religioni antiche. In età contemporanea il primo contesto in cui la comunicazione ha attecchito è quello della religione, infatti la new age è la versone moderna dell’esoterismo ermetico e la trasformazione della religione in qualcosa di indefinibile. La new age non si può definire come la somma di elementi semplici, in essa confluiscono tendenza che tra di loro non hanno niente a che vedere. Nasce da elementi provenienti dall’esoterismo, dalle controculture giovanili, da forme di spiritualità orientale, dalle terapie alternative. Tende ad annullare la percezione dell’opposizione, del conflitto, i contrasti nel mondo sono superabili nella pacificazione e nella quiete individuale. Il suo spirito è proprio sottrarsi all’identificazione, togliersi da qualsiasi definizione. C’è un’affinità tra l’anima bella di Hegel e la psicologia della new age (superamento di tutte le identità e raggiungimento di una regione sotterranea della mente con profonda tranquillità e superiorità su tutto). La new age è la prima manifestazione sociale della semiosi ermetica conferendo al suo adepto la presunzione di possedere il segreto del mondo e della felicità. Buon attore è chi sa recitare coerentemente una commedia, buon comunicatore è chi non interpretando bene nulla riesce sempre ad occupare la scena.

4 COMUNICAZIONE E VIOLENZA

Il trionfalismo della comunicazione implica una volontà di vincere che implica l’adozione di atteggiamenti violenti. La new age è il versante quieto, la subcultura della performance è di carattere opposto. Essa trova il proprio modello nella prestazione sportiva. Viene elaborato uno stile di vita caratterizzato dal sempre maggior ottenimento di record. Lo sport ormai ha preso il posto della scuola diventando un referente dell’eccellenza sociale. Questo non si accompagna ad’ una riscoperta dell’individualità, è un processo impersonale. Il culto della performance non è l’invenzione di un destino personale, ma l’assunzione di qualcosa di già pronto, pret a porter. Non si va verso il raggiungimento del piacere, ma verso il mantenimento dell’eccitazione, una specie di stato euforico molto simile alla dipendenza, ad una addiction. Il termine addiction era legato ad alcool e droghe, oggi lo si usa per tutto: fumo, cibo amore, sport, si può essere dipendenti da tutto. Questa cultura può assumere un carattere violento, nel senso di violenza comunicativa. Kepfer ne evidenzia le differenze da quella tradizionale, scelta come mezzo per scopi quali il denaro, il potere, la gelosia…. Invece la violenza comunicativa non ha altri scopi se non quello dell’inserire l’io nell’immagine del mondo. Atto violento che fa entrare l’individuo nella pubblica scena a forza per farvelo rimanere il più a lungo possibile. Gli ultras di oggi ci forniscono un’idea. Sono diversi dagli hooligans degli anni 70 che avevano una sorta di solidarietà comunitaria, quelli di oggi non costituiscono una folla, ma vi si aggrega temporaneamente per agire nella folla. Vogliono rendere visibili solo se stessi. I sociologi li definiscono casual hooligans. Per loro la violenza è un segno culturale in cui l’apparenza conta più della sostanza. La parola inglese aggro rende bene questa dimensione che unisce aggravation e aggression. Ehrenberg ha ripensato l’intero fenomeno del tifo calcistico in questi termini. La prima spiegazione che egli si dà è una razionalità politica che considera le classi subordinate come marionette, la seconda è che nel fanatismo sportivo si nasconda la nostalgia dello stare insieme comunitario. Il football sarebbe la grande messa delle società senza Dio. Ma questo non spiegherebbe l’individualismo che sta alla

burocrazia da cui dipende l’ordine della società. A partire dagli anni 60 il vitalismo diventa l’atout della società cognitiva, il 68 infatti è un rivolgimento del rapporto tra reale ed immaginario che conferisce alla cultura un nuovo potere. Nel 68 non si accorgevano che la rivoluzione cognitiva e lo spontaneismo vitalistico fossero scelte opposte ed inconciliabili, pochi capivano che il vitalismo della contestazione fosse retrogrado e reazionario rispetto al movimento stesso. Negli anni dopo in Italia andò ancora peggio, il vitalismo si sposò con l’oscurantismo e il populismo. Successivamente il vitalismo viene abbandonato alla deriva autodistruttiva del terrorismo e delle tossicomanie. Col crollo dell’Unione Sovietica nell’89 (la più forte burocrazia mondiale) tutto ritorna in gioco, lo sviluppo tecnologico apre al potere intellettuale possibilità di crescita, di studio, di conoscenza. La competenza acquista un valore economico sempre maggiore. Non più come nel 68 in nome di un’ideologia politica anticapitalistica, ma come nuova forma di capitale antagonista al capitale economico tradizionale. Contro la società cognitivista nasce il dispotismo comunicativo, una strategia volta ad asservire ogni sorta di intellettuali e specialisti con pretese di legittimazione autonoma (magistrati, direttori di ospedali, economisti, esperti di qualsiasi tipo). Parte un grande attacco al professionalismo e alla mediazione che si frappone tra i vecchi poteri e il pubblico. Un esempio è il spoil system, sistema della razzia, che indica il malcostume che distribuisce cariche direttive dell’amministrazione pubblica ai seguaci del partito vincente. Il vitalismo del populismo è molto diverso dal vitalismo romantico e da quello della contestazione, è una manifestazione di falsa coscienza. E’ l’illusione che i mediatori possano essere tutti asserviti, che il pubblico diventi sempre più ignorante, che la comunicazione mediatica sia manifestazione della potenza della vita.

8 COMUNICAZIONE E PORNOGRAFIA

Il vitalismo comunicativo si accompagna all’esaltazione della sessualità e del desiderio. La pornografia sembra in assonanza con la comunicazione. Il punto di arrivo della comunicazione è una condizione desessualizzata. La pornografia nasce nei primi del 800. Nell’ancien regime, le storie erotiche erano nella categoria assieme a fogli scandalistici, trattati metafisici, libri contro la monarchia, tutto ciò che apparentemente era socialmente pericoloso. Le biblioteche riservavano un settore alla pornografia, l’idea era di una produzione clandestina destinata ad un pubblico colto maschile abbiente. Intorno al 1970 si incomincia a rendere pubblico tutto ciò che prima era stato nascosto. Tale processo è connesso all’avvento della società della comunicazione che si presenta emancipatoria e liberatoria. L’avvento di internet abolisce ogni mediazione culturale e immaginativa. Il punto di arrivo è proprio l’opposto di ciò che sembra: la desessualizzazione, il venir meno di ogni tensione erotica.

9 COMUNICAZIONE E FASCISMO

Un allievo di Freud, Wilhelm Reich, elaborò una teoria sul fascismo secondo la quale il fascismo non può essere considerato un’ideologia o un’azione di un singolo o di un piccolo gruppo di fanatici, esso ha le sue radici nella struttura psichica delle masse. Così come la comunicazione che non si spiega con le azioni di questo o quel personaggio, ma ha radici in un disordine psichico generale. Queste sono le uniche affinità tra fascismo e comunicazione. Sono accomunati anche dalla desessualizzazione, ma ottenuta i modi diversi. Nel fascismo la desessualizzazione avviene con la rimozione delle pulsioni e nella loro manifestazione negata in pubblico. Quindi nel fascismo è rimozione, invece nella comunicazione è negazione, il soggetto pur avendo desideri si difende negando di averli. Esempio: un paziente che dice al dottora “lei penserà che voglio offenderla, ma così non è.” In realtà il paziente ha sentimenti offensivi, ma li nega. La negazione sembra essere il modo di procedere della comunicazione, che tutto può dire, ma a condizione di negarlo. Il comunicatore davanti ad un “tu hai detto questo” negherà sempre. Sotto questo aspetto il modo di procedere è il contrario del fascismo. Comunque la negazione non esclude la rimozione, la limita, prende coscienza del rimosso ma non lo accetta. Le prime vittime della società della comunicazione sono coloro che vorrebbero sostituire il principio di realtà col principio di piacere. Quando una massa enorme di studenti si accalca davanti alle facoltà di comunicazione è più rassicurante delle adunate fasciste, ma sono destinati ad essere gabbati quanto i loro antenati fascisti.

10 COMUNICAZIONE E PSICOSI

Considerare la comunicazione come trionfo del principio di piacere su principio di realtà significa essere vittima di un’ingenuità. Lacan descrive la psicosi attraverso la preclusione, un rigetto primordiale e radicale. Ciò che viene rigettato sarebbe l’ordine simbolico, la struttura della società. Non può essere rimosso perché viene buttato fuori, non c’è più. La comunicazione è dunque insensata perché psicotica. Il buttar fuori l’ordine pubblico lascia un vuoto che si colma con una nuova ricostruzione dell’ordine pubblico. Nulla di quanto detto in un contesto psicotico può essere interpretato. Esempio: memorie di un malato di nervi (di Schreber) dove l’autore nelle pagine deliranti pretende di essere tutto ciò che lo circonda. Il sentimento di impotenza che si prova nei confronti della comunicazione è lo stesso che l’analista prova davanti ad un paziente psicotico, è come un parlante che ignora la struttura simbolica della lingua che parla. La parola interesse significa essere tra, allora capiamo perché l’immediatezza comunicativa sia uggiosa e molesta come quella psicotica.

11 COMUNICAZIONE E AGGRESSIVITA’

La tendenza aggressiva è un aspetto della psicosi così come della comunicazione. Lacan parla dello stadio dello specchio, stadio che il bambino attraversa tra i 6 e i 18 mesi quando vede la sua immagine riflessa nello specchio e ne rimane sedotto. Per Lucan questo stadio costituisce una struttura permanente della soggettività, l’io sarà segnato da una frattura che lo aliena rispetto a sé stesso. E’ il paradigma dell’immaginario: un narcisismo inseparabile dall’aggressività nei confronti dell’altro che può anche portare ad un esito suicida. L’io finché rimane nell’immaginario ha davanti a sé sempre e soltanto la propria immagine. La costruzione dell’io come rivale di sé stesso gli preclude l’accesso ad un conflitto, ma dall’altra parte l’aggressività e il conflitto gli appartengono. Il tu con cui l’io si confronta non è mai una vera alterità. Esempio: due fidanzati che hanno interminabili e inconcludenti diatribe colme di accuse reciproche e recriminazioni. Essi sono prigionieri di una struttura dove l’altro non è che l’immagine del loro io rispettivo. L’asprezza dei conflitti dipende dall’aggressività implicita nello stadio dello specchio. La comunicazione pubblica, quando assume la forma di un contraddittorio, si basa su un presupposto tacito e universalmente accettato: il pubblico deve identificarsi con l’uno o con l’altro dei due antagonisti. Sotto l’apparenza del conflitto riemerge l’aspetto essenziale della comunicazione, la sua incapacità di pensare una vera opposizione e di reggere un vero conflitto.

12 COMUNICAZIONE E CONFLITTO

Non bisogna confondere l’aggressività con la conoscenza dell’opposto, la filosofia non è aggressiva. Eraclito attribuiva alla guerra l’origine di tutte le cose, ma affermava l’esistenza di qualcosa di comune ai desti. Platone separa il metodo filosofico da quello eristico dei sofisti secondo i quali ogni mezzo era buono se assicurava la vittoria sugli avversari. Tuttavia la moderazione della filosofia non dev’essere vista né come compiacente che dà un po’ ragione a tutti né come qualcosa che vuole sprofondare tutto nel buio. La filosofia può essere vista come uno sforzo di pensare il rapporto di opposizione in modo radicale. Già Aristotele distingueva 4 tipi di opposizione: la correlazione (in cui gli opposti si richiamano a vicenda come il doppio e la metà), la contrarietà (in cui esiste tra gli opposti una via di mezzo, come il bianco e il nero), il rapporto tra possesso e privazione (in cui si rileva una mancanza, per esempio vista e cecità), la contraddizione (in cui ogni via di mezzo è esclusa, come affermazione e negazione). Aristotele privilegiava la contrarietà. Per Plotino e Agostino l’opposizione maggiore è tra il bene che è essere e il male che è assenza. Infine per Hegel la contraddizione è la dinamica della realtà, della storia e del mondo. Nietzsche attribuisce all’occidente l’incapacità di pensare all’opposto. E’ il primo critico radicale ante litteram della comunicazione: egli scopre le distorsioni mentali, quegli assurdi comportamenti che caratterizzano la società della comunicazione. Per lui l’errore fondamentale è pensare l’opposto in funzione dell’identico, quindi l’opposto è un altro identico. Perciò non abbiamo mai conoscenza dell’altro, ma solo di un alter ego di segno contrario. Nel suo libro “umano, troppo umano” fa una fenomenologia delle distorsioni che la ragione è costretta a fare, distinzioni da mantenere laddove non ne vorrebbe fare nessuna. Wagner divenne oggetto della polemica di Nietzsche perché voleva abolire ogni contrasto. Wagner considererebbe idiota il suo ascoltatore, inaugurando una condizione psicologica che si qualifica come innocenza tra i contrari. Questa condizione essendo reattiva implica una grande aggressività. Questo impedisce il sorgere delle novità, è la supremazia del passato sul futuro, la comunicazione porta alla ribalta gli individui più colmi di risentimento, quelli restii all’innovazione. La sua analisi toglie alla comunicazione ogni coloritura, essa è reazionaria perché priva di

rivalità con la comunicazione. Il modo in cui trasmette le sue teorie è lontano dalla prudenza, dalla cautela e dalla chiarezza di Freud.

15 COMUNICAZIONE E OBLIQUITA’

L’altro grande pensatore degli ultimi decenni è Derrida che nei confronti di Heidegger e Blanchot sta come Lacan su Freud. Il suo pensiero ruota sulla ricusazione dei presupposti filosofici su cui si fonda la comunicazione. La sua analisi si basa sul logocentrismo, cioè sul pensiero dell’essere come presenza. Dunque primato della vita e scrittura come qualcosa di subordinato e secondario. Rousseau è il massimo rappresentante del logocentrismo c he può essere considerato il padre della comunicazione massmediatica sol suo conferire priorità assoluta al sentimento inteso come autocoscienza del soggetto. Derrida riprende la nozione di differenza accentuandone l’alterità radicale coniando una parola che non può essere detta ma solo scritta, la differance che si pronuncia come difference ma con implicazioni filosofiche più estreme. La domanda è sempre la stessa, come pensare un’opposizione maggiore della contraddizione? La filosofia ha seguito due diverse strategie: l’affermazione di una gerarchia attraverso un’ontologia generale in cui tutto è subordinato o l’appropriazione di ciò che si oppone ad essa attraverso la sua assimilazione. Entrambe sono inadeguate allo strepitio assordante della comunicazione. Da un lato non la si riesce a riportare in un discorso teorico rigoroso, dall’altro è troppo assimilatrice. Per Derrida la strategia della filosofia nella sua lotta contro l’immediatezza comunicativa non può essere che obliqua. L’aspetto più importante del pensiero di Luca è l’ordine simbolico, di Derrida è il rifiuto del vitalismo.

PARTE SECONDA

1 STORIETTE SULL’ESTETICA

Tre storie esemplari:

  1. Storia del libro di filosofia: un editore vuole pubblicare un libro di filosofia con numero di pagine inadeguate al contenuto e al valore dell’opera. Pubblica questo libro attraverso l’estetica pitagorica, l’unica che la stragrande maggioranza delle persone è in grado di capire. Il libro avrà capitoli con lo stesso numero di parole, righe e paragrafi. Nulla può essere cambiato senza far crollare l’armonia, la simmetria e il rispetto delle proporzioni. Queste infatti sono le qualità che secondo l’estetica pitagorica costituiscono l’essenza del bello.
  2. Storia sulla politica: il committente di un lavoro intellettuale ritarda il pagamento dell’onorario. Il creditore nell’opera ha pensato di inserire nell’opera un numero d’oro (numero che si ottiene separando una quantità in due parti ineguali tali che il rapporto tra la più piccola e la più grande è uguale al rapporto tra la più grande e la somma delle due). Il creditore non apprezza il valore del numero d’oro che appartiene ad una civiltà estetica più evoluta di quella pitagorica. Il creditore comunica al debitore di sapere che non viene pagato per motivi politici. Il debitore si trova così davanti ad un double bind: da un lato vorrebbe sapere quali motivi politici gli vengono attribuiti, dall’altro più ritarda il pagamento più si diffonde la diceria. Decide così di pagare il debito. In questo caso a prevalere non è stata l’idea di bellezza come armonia attribuita a Pitagora, ma l’idea del bello come conflitto attribuita a Eraclito.
  3. Storia sull’arte: (come tutti sanno l’arte ha divorziato dalla bellezza, è nell’ambito di un’estetica considerata come filosofia dell’arte). Un’anziana si reca da un collezionista che gli aveva comprato 40 anni prima delle opere a cercare di vendergli 12 lavori x 50000 euro. Il collezionista rifiuta di comprarli perché li ritiene sorpassati. L’artista si avvicina al camino e butta 6 quadri nel fuoco. Il collezionista ricordandosi del fatto che non bisogna mai portare le persone alla disperazione le propone di comprare gli altri 6 x 25000 euro. L’artista rifiuta e butta altri 3 quadri nel fuoco dicendo che gli altri 3 costano sempre 50000 euro. Il collezionista turbato stacca l’assegno e liquida la signora.

L’autore sostiene che l’estetica sia l’unica possibilità di sottrarre la società dalla sua follia autodistruttiva.

2 L’ESTETICA E’ UN’IDEOLOGIA?

La stranezza del successo dell’estetica deriva dal fatto che una società caratterizzata dal funzionalismo tecnico e dal profitto capitalistico ha conferito enorme rilievo ad un tipo di esperienza che si presenta per definizione autonoma e disinteressata. Qui per estetica non si intende solo la disciplina filosofica di Kant. Si intende l’estetico inteso come una dimensione socio-antropologica del modo di essere occidentale. Eagleton considera l’estetico come duplice aspetto: da un lato appartiene all’ordine borghese che vuole creare un enclave sottratto all’egoismo e allo sfruttamento, dall’altro implica una visone delle energie umane come fini e non come mezzi. Eagleton considera l’estetico non un’ideologie come tutte le altre, ma la quintessenza dell’ideologia, anzi dell’ideologico. Questo aprirebbe un orizzonte dove le opposizioni libertà/necessità, natura/cultura, particolare/universale trovano conciliazione e risoluzione. Ideologia quindi si riferisce anche all’aspetto effettuale delle idee, al fatto che abbiano delle conseguenze pratiche, l’estetico non è solo qualcosa di contemplativo, ma è connesso all’azione a alla vita materiale. L’estetico ha un potere autonomo come logica del prestigio, economia dei beni simbolici, energia emozionale, oggetto di culto eccetera. Non è una decorazione, una ricreazione domenicale. Attribuirgli però la prefigurazione di una società futura libera è utopistico. L’estetico comunque provoca effetti, non importa se grandi o piccoli. Tra l’impotenza del dover essere e l’idolatria del fatto compiuto c’è una terza strada che è quella dell’estetico.

3 ESTETICA E DISINTERESSE

Secondo Kant il compiacimento che determina il giudizio di gusto è senza interesse. Così l’estetica è diversa sia all’utilità che ha interesse al gradevole, sia alla morale che ha interesse al bene. L’estetica è autonoma dalla religione, dalla politica, dall’economia. Siamo davanti ad un dilemma: continuare a vedere il piacere estetico nel disinteresse o meno costringendo le produzione di qualità ad una competizione dove risulteranno sconfitte perché la comunicazione rovescia tutto. Il poeta, l’artista, il cultore dell’estetica devono scegliere se essere monaco o minorato. L’interesse mondano e il distacco religioso sono molto problematici. Bisogna però capire in cosa consiste l’interesse, cosa vuol dire, essere tra? In latino la forma interest vuol dire c’è differenza tra, quindi l’interesse ha un rapporto stretto con la problematica della differenza. Il significato più comune dell’interesse è quello economico. Nel XVI secolo il termine veniva utilizzato come sinonimo di vantaggio, frutto del denaro, ma anche come contrario, danno, svantaggio. L’interesse comunque non è solo quello economico, è qualcosa di meno chiaro e determinato. Non lo si può definire escludendo la dimensione affettiva. Il distacco religioso è il polo opposto dell’interesse mondano. Anche questa nozione è problematica più che altro perché paradossalmente una certa indifferenza nei confronti delle iniziative mondane è funzionale alla loro riuscita. Quando si è fatto tutto il possibile giova allontanarsi psicologicamente dall’attesa del risultato. Le azioni disinteressate sono quelle su cui si basano i rapporti di parentela e le amicizie. Questi si basano sul dono che è diverso dalla contrattazione capitalistica. Da un lato l’interesse non è sempre interessato e il disinteresse non è sempre distaccato. Anche il disinteresse estetico può essere destabilizzato mostrando che non è disinteressato come appare a prima vista. Il sociologo Bourdieu dice che l’estetica è il paradigma di un’altra economia rispetto a quella capitalistica, è l’economia dei beni simbolici (rispetto nei confronti dei parenti, etichetta, riconoscenza, onore…). Per Bourdieu il disinteresse estetico non si fonda su una facoltà dell’individuo, ma sul bene simbolico che da sempre governa tutto ciò che non sia economia. La definizione di Kant del piacere come compiacimento senza interesse sarebbe il dispositivo su cui regge tutto ciò che è indipendente dall’economia del capitalismo. Per Bourdieu il disinteresse di cui l’estetica è la formulazione più radicale sarebbe il dispositivo su cui siede il mondo moderno. Il capitale culturale del ricercatore scientifico o dell’insegnante si basa sul disinteresse, su un riconoscimento che prescinde dall’interesse economico. Una società che non è disposta a ricambiare il dono disinteressato dei suoi ricercatori, insegnanti, artisti, è destinata a perire. L’estetica non dimentica che l’essere umano è bisognevole, è un essere per il quale il desiderio di riconoscimento gioca un ruolo essenziale ed è consapevole che la via più sicura per ottenere risultati è il disinteresse.

4 ESTETICA E SOVRAINTERESSAMENTO

nemico del radicalismo in uno dei suoi ultimi saggi mette in guardia dal potere distruttivo e devastatore della televisione. A minacciare la cultura non è tanto la tv quanto l’appiattimento delle molteplici dimensioni della realtà. La cronaca in presa diretta è uno dei punti culminanti. Ad esempio l’ settembre in presa diretta ci dimostra come l’attualità massmediatica non sia l’esperienza del presente, ma il suo venir meno. L’attualità è dominata da una fame insaziabile che ci rende complice di ogni annientamento. La parola radicale è pericolosa quando viene messa a servizio non della rigorosità ma dell’esagerazione, non della risolutezza ma dell’oltranza. L’alternativa alla violenza sembra risiedere nell’estetico a cui appartiene la moderazione che non dev’essere scambiata per debolezza o cedimento. Moderazione che deriva dalla consapevolezza che non esiste un solo paino, ma piani differenti.

7 ESTETICA E SFIDA

La moderazione non esclude la sfida. Negli ultimi 30 anni si è manifestata la tendenza a rifiutare ogni prova, il punto di arrivo di questa negazione è la comunicazione massmediatica che permette ai forti, dotati di poteri non specificati, di avere la meglio sui deboli. La prova di grandezza non è solo l’esecuzione corretta di un compito, è far valere l’esigenza normativa in relazione al mondo. Attribuire alla sfida un’importanza centrale nella prova di grandezza vuol dire abbandonare la concezione organicistica della società, finchè la società è pensata come un insieme omogeneo, la prova di grandezza è la mera esecuzione di un programma prestabilito. Accanto all’idea del bello come armonia esiste da sempre un’idea del bello come esperienza degli opposti, acutezza e sfida. Ad attribuire al conflitto un ruolo decisivo è la riflessione sulla lotta come motore della storia. La lotta è intesa non tanto come volontà di sopprimere l’avversario, quanto come diritto al rispetto e alla considerazione. Oggi però l’idea di lotta viene sottoposta ad una moralizzazione che rischia di impigliare la problematica in un nodo in cui si discute più di diritti e doveri che di prove e di sfide.

8 ESTETICA E MONETA VIVENTE

Pierre Klossowki scrive un inquietante volume intitolato “La moneta vivente”. Immagina una situazione in cui l’essere umano non sia più merce (come nel lavoro salariato), ma moneta. L’uomo non verrebbe più comprato, ma avrebbe egli stesso un valore. Nell’economia sono state introdotte le emozioni e le sensazioni, vedi ad esempio una star televisiva. Essa è già più simile all’oro che alla merce. Si trova però ad un bivio, può infatti diventare da monete vivente a schiava industriale o emanciparsi e fondare il valore dis cambio a partire dalle emozioni che suscita. Il libro viene interpretato in due modi. C’è un’interpretazione che va verso il parassitismo culturale, il valore che crolla dinnanzi alla proliferazione delirante di ciò che si scambia con nulla. Praticamente la comunicazione nel suo aspetto distruttivo. La seconda interpretazione porta ad un ripensamento delle dinamiche valorizzazione, svalorizzazione.

9 ESTETICA E AMMIRAZIONE

Un altro modo di interpretare la moneta vivente è quello di essere l’equivalente della ricchezza e la ricchezza stessa. A differenza delle altre merci, il valore di quelle culturali è inseparabile dall’ammirazione che suscitano. L’ammirazione trasforma l’innovazione in valore culturale. Nei confronti dell’ammirazione ci sono due posizioni opposte. La prima che risale a Paltone è la passione per eccellenza, nasce dall’apprezzamento di ciò che è raro, eccezionale, straordinario. La seconda vede nello stupore suscitato dall’ammirazione un turbamento dell’animo, un ostacolo al raggiungimento della pace interiore. Secondo Spinoza l’ammirazione è l’immaginazione di una cosa nella quale la mente resta fissata, una distrazione che non deriva da una causa positiva. I sostenitori della prima fanno riferimento ad un’attrazione nei confronti di qualcosa di nuovo, quelli della seconda allo stordimento causato da qualcosa di imprevisto. Kant infatti distingue la meraviglia dall’ammirazione, che è la meraviglia che non cessa col venir meno della novità. Esiste una terza connessione, che è quella dell’invidia.

10 ESTETICA E AGALMA

I tre aspetti dell’ammirare, apprezzamento, sorpresa e invidia sono compresi in una parola greca che è “agamai”. Ed è intorno a questo che ruota il valore, inteso in senso sia economico che simbolico. Accanto alla dimensione del genuino entusiasmo va attribuita altrettanta importanza allo stupore e

all’invidia. Sullo shock della sorpresa e della novità si basa la comunicazione mass mediatica con tutti i suoi aspetti di futilità, frivolezza, scandalo. L’estetica come teoria generale dei valori simbolici deve prendere in considerazione anche gli aspetti negativi come lo scandalo e l’invidia. Questi possono avere funzione positiva perché impediscono l’annientamento dei valori attraverso il silenzio o la normalizzazione omogeneizzante.

11 ESTETICA E MONDO FLUTTUANTE

Una parte di cultura giapponese ha posto al centro della propria riflessione l’esperienza della transitorietà. A tal proposito le posizioni filosofiche sono due: la metafisica e il nichilismo. La metafisica afferma contro il divenire l’assolutezza dell’essere pensato come eterno. Il nichilismo ha come punto di forza la critica dell’essere. Oltre all’essere e al nulla esiste anche il qualcosa che sembra il termine più adatto a descrivere i limiti della condizione umana. Il sentimento estetico nascerebbe dalla meraviglia e dall’ammirazione delle cose del mondo. L’esclamazione giapponese ah ware manifesta insieme la gioia e la tristezza nei confronti della bellezza transitoria delle cose. Hanno haware coloro che mettono la dimensione del sentire al primo posto, che sanno rallegrarsi quando c’è da rallegrarsi e affliggersi quando c’è da affliggersi. Non si sa quale sia l’ampiezza entro cui fluttua il nostro orizzonte simbolico, ma non è ne l’essere né il nulla, ma il qualcosa. Se non esistessero le rose il mondo sarebbe noioso, ma non lo sarebbe meno se non esistessero i giardinieri.

12 ESTETICA E PROFONDITA’

L’estetica non implica la frivolezza e la superficialità che sono invece caratteristiche della comunicazione. L’estetico è profondo. Il postmoderno è ostile nei confronti della profondità perché caratteristica della modernità. Il postmoderno è superficiale. In realtà esso ha opposto profondo e superficiale senza riflettere sul vero senso dell’antinomia. A volte la volontà di apparenza può essere più profonda della volontà di serietà. Baudelaire infatti evidenzia la bellezza di circostanza, del transitorio. Il primo modo in cui al superficiale si riconosce una profondità è quello di riconoscere agli ambiti dell’apparenza e esteriorità significati autonomi e indipendenti. Il secondo modo è il riconoscere che non esiste nulla di interno e sostanziale che non sia a sua volta palesabile e mostrabile. Ad esempio i poeti greci usavano la parola bathos in senso positivo, fitto, ricco, diverso dal significato che i latini davano alla parola profundus: mancanza di misura, fondo come spazio vuoto. In ogni caso l’estetica deve giocare sul terreno dell’effettuale e del positivo altrimenti con lei perisce l’orizzonte dei valori simbolici.

13 ESTETICA E ARGUZIA

UN’estetica intesa come economia dei beni simbolici sarà sempre arguta. Freud ha dedicato un suo famoso studio ad un comico. Il comico è un’elusione dal conflitto, nasce da una degradazione dell’opposto. Il piacere comici è indipendente dalla situazione comica. Invece il tragico è connesso ad un conflitto simmetrico in cui si immette l’inconscio. Il motto di spirito a differenza delle altre manifestazione dell’inconscio crea un compromesso. L’astuzia dell’opposto consente all’inconscio di palesarsi senza rovesciarsi in falsità. E’ una politica dell’impossibile che emancipa dalla condizione di frustrazione e sconfitta. L’arguzia però è messa alla prova dalla comunicazione. L’arguzia implica lo stabilire affinità tra cose lontane e opposizione tra cose vicine, ma se manca la percezione preliminare essa viene disarmata. Come ci mostra Calvino è l’estetica a poter prendere in mano la situazione. La stupidità temporanea si concentra su leggerezza, rapidità, visibilità e molteplicità, Calvino le rovescia attribuendole non alla comunicazione ma alla letteratura. Per lui leggero è la penosità del mondo attuale, per il rapido si riferisce all’elettronica (definendola lenta), l’esattezza è l’opposto della rigidità del linguaggio televisivo, la visibilità non ha niente a che vedere con la società dell’immagine, ma con l’immaginazione. La strategia di Calvino sembra l’entrismo, cioè ritiene più efficace agire dall’interno di quel che si vuole combattere anziché dall’esterno, ecco perché usa termini di cui la società della comunicazione si è appropriata. Il suo punto d’arrivo è una contrapposizione tra la società della comunicazione e la letteratura. L’autore decide di scrivere un libro contro la comunicazione perché siamo ad un punto di non ritorno, in un momento in cui decade l’idea di opposizione l’arguzia diventa inefficace. Se colui che riceve il messaggio non riesce a cogliere l’esistenza di entità contradditorie tra