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Corrado Malandrino - Federalismo, Sintesi del corso di Storia Del Pensiero Politico

Corrado Malandrino - Federalismo Storia, idee, modelli.

Tipologia: Sintesi del corso

2011/2012

Caricato il 13/07/2012

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Corrado Malandrino.
Federalismo.
Storia, idee, modelli.
Introduzione. Termini e concetti propedeutici del federalismo.
Il taglio del testo vuole essere scientifico e didattico. Di fronte alle molte forme e ai differenti modelli
federati pensati e realizzati, più che di federalismo si parlerà di “federalismi”, si ma quale federalismo? Per
la sua natura dinamica ed elastica può essere definito come “istituzionale”,” integrale”, “europeo”,
“cattolico”, “socialista” e così via. Da qui l’esigenza di precisare almeno i termini di base, a partire da
“federale” e “federalismo”, di esaminarne preventivamente alcuni concetti ricorrenti. L’autore avverte che
data la multiformità e l’estensione del pensiero federalista, non è possibile (in un numero limitato di pagine)
dare ampio spazio a tutte le sue espressioni, ciò impone, inoltre, salti cronologici e tagli più o meno radicali,
con il sacrificio di alcuni correnti e pensatori che hanno contribuito alla storia del federalismo.
Una messa a punto etimologica e filologica.
La radice delle parole “federale” e “federalismo” si trova nel vocabolo latino foedus, che significa alleanza,
patto, convenzione. Nell’accezione politica, che qui interessa, dal sostantivo foedus deriva il verbo foedero,
o l’analogo confedero, ossia “unire con un patto”; il risultato fu chiamato foederatio (o confoedero), ossia
federazione (o confederazione), in cui membri furono detti foederati (o confoederati). Il fenomeno federale
s’incardina sul concetto di un rapporto politico basato sulla fiducia (fides) dei contraenti e non sulla forza.
L’equivalente tedesco di federazione o confederazione è Bund, dove lo Stato federale è il Bundesstaat e la
confederazione di Stati (Staatenbund). La differenza tra i due è che nell’espressione latina prevale l’aspetto
soggettivo del patto di fiducia per cui viene l’unione, nella voce tedesca prevale l’aspetto oggettivo
dell’essere collegati in un’associazione d’interessi. Il legame oggettivo è dato dagli elementi della lingua, del
sangue, della tradizione. In tedesco il Bündnis (patto, contratto) corrisponde esclusivamente al patto
federativo, è un accezione di Bund e può anche indicare la cospirazione.
Fino al XVIII secolo non esiste l’uso della parola “federalismo”, egli compare solo la fine del Settecento,
all’epoca delle rivoluzioni americana e francese, come derivazione dall’aggettivo francese fédéral. Di qui gli
aggettivi “federalista” (come recita il titolo dell’opera del 1788-89 di Hamilton, Madison e Jay, The
Federalist, considerata la Bibbia del federalismo moderno) o “federativo”, che contrassegnava la tendenza
politica favorevole a formare uno Stato federale attraverso l’unione stabile di più Stati-membri, in contrasto
con chi voleva, invece, mantenere uno Stato unitario centralizzato, o ancora tutti quelli desiderosi di
preservare intatti i poteri sovrani del singolo Stato sovrano e monocentrico. Le polemiche e le lotte tra
federalisti e confederalisti in America, tra giacobini unitari e girondini decentratori e federalisti in Francia,
sono situazioni rilevanti dell’emergere di un fenomeno politico nuovo legato alla discussione dei problemi
delle forme di Stato e di governo. In Italia arrivò molto in ritardo una sua definizione, la si trova nel
Dizionario di Niccolò Tommaseo (1865) ma il “federalismo” non ha una sua definizione autonoma ma viene
rinviato all’aggettivo “federalista”: «chi in dottrina e in fatto sostiene doversi i popoli o le province d’una
nazione stessa congiungere con patto federale», ma relativamente al patto federale, si ha confusione tra
“federazione” e “confederazione”, giungendo alla conclusione che il secondo, più del primo, indica il patto.
In Spagna invece, con il fatto di avere delle colonie in America, il termine circolò più velocemente,
addirittura dal tardo medioevo. - In realtà, il federalismo nasce dalla contestazione dello Stato moderno a
sovranità assoluta, unitario, monocentrico e, soprattutto, nazionale. Inizialmente i termini di federazione e
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Corrado Malandrino.

Federalismo.

Storia, idee, modelli.

Introduzione. Termini e concetti propedeutici del federalismo.

Il taglio del testo vuole essere scientifico e didattico. Di fronte alle molte forme e ai differenti modelli federati pensati e realizzati, più che di federalismo si parlerà di “federalismi”, si ma quale federalismo? Per la sua natura dinamica ed elastica può essere definito come “istituzionale”,” integrale”, “europeo”, “cattolico”, “socialista” e così via. Da qui l’esigenza di precisare almeno i termini di base, a partire da “federale” e “federalismo”, di esaminarne preventivamente alcuni concetti ricorrenti. L’autore avverte che data la multiformità e l’estensione del pensiero federalista, non è possibile (in un numero limitato di pagine) dare ampio spazio a tutte le sue espressioni, ciò impone, inoltre, salti cronologici e tagli più o meno radicali, con il sacrificio di alcuni correnti e pensatori che hanno contribuito alla storia del federalismo.

Una messa a punto etimologica e filologica.

La radice delle parole “federale” e “federalismo” si trova nel vocabolo latino foedus , che significa alleanza, patto, convenzione. Nell’accezione politica, che qui interessa, dal sostantivo foedus deriva il verbo foedero , o l’analogo confedero, ossia “unire con un patto”; il risultato fu chiamato foederatio (o confoedero ), ossia federazione (o confederazione), in cui membri furono detti foederati (o confoederati ). Il fenomeno federale s’incardina sul concetto di un rapporto politico basato sulla fiducia ( fides ) dei contraenti e non sulla forza.

L’equivalente tedesco di federazione o confederazione è Bund , dove lo Stato federale è il Bundesstaat e la confederazione di Stati ( Staatenbund ). La differenza tra i due è che nell’espressione latina prevale l’aspetto soggettivo del patto di fiducia per cui viene l’unione, nella voce tedesca prevale l’aspetto oggettivo dell’essere collegati in un’associazione d’interessi. Il legame oggettivo è dato dagli elementi della lingua, del sangue, della tradizione. In tedesco il Bündnis (patto, contratto) corrisponde esclusivamente al patto federativo, è un accezione di Bund e può anche indicare la cospirazione.

Fino al XVIII secolo non esiste l’uso della parola “federalismo”, egli compare solo la fine del Settecento, all’epoca delle rivoluzioni americana e francese, come derivazione dall’aggettivo francese fédéral. Di qui gli aggettivi “federalista” (come recita il titolo dell’opera del 1788-89 di Hamilton, Madison e Jay, The Federalist , considerata la Bibbia del federalismo moderno) o “federativo”, che contrassegnava la tendenza politica favorevole a formare uno Stato federale attraverso l’unione stabile di più Stati-membri, in contrasto con chi voleva, invece, mantenere uno Stato unitario centralizzato, o ancora tutti quelli desiderosi di preservare intatti i poteri sovrani del singolo Stato sovrano e monocentrico. Le polemiche e le lotte tra federalisti e confederalisti in America, tra giacobini unitari e girondini decentratori e federalisti in Francia, sono situazioni rilevanti dell’emergere di un fenomeno politico nuovo legato alla discussione dei problemi delle forme di Stato e di governo. In Italia arrivò molto in ritardo una sua definizione, la si trova nel Dizionario di Niccolò Tommaseo (1865) ma il “federalismo” non ha una sua definizione autonoma ma viene rinviato all’aggettivo “federalista”: «chi in dottrina e in fatto sostiene doversi i popoli o le province d’una nazione stessa congiungere con patto federale», ma relativamente al patto federale, si ha confusione tra “federazione” e “confederazione”, giungendo alla conclusione che il secondo, più del primo, indica il patto. In Spagna invece, con il fatto di avere delle colonie in America, il termine circolò più velocemente, addirittura dal tardo medioevo. - In realtà, il federalismo nasce dalla contestazione dello Stato moderno a sovranità assoluta, unitario, monocentrico e, soprattutto, nazionale. Inizialmente i termini di federazione e

confederazione era impiegati come sinonimi, ma la federazione è un vero e proprio superstato federale, mentre la confederazione non è uno Stato, ha un carattere statale e indica una somma, una lega, un patto temporaneo e transitorio che nel tempo può evolvere verso l’obiettivo della federazione. Nel Grande dizionario di Salvatore Battaglia si legge che il carattere statale della federazione, in quanto Stato federale (“repubblica federale” e “unione federale”) la cui istituzione è vista come lo scopo essenziale del federalismo, in quanto dottrina e movimento politico. E, avverte, la «confederazione» è da intendersi come «patto, alleanza tra Stati» e solo «in senso improprio» come federazione o Stato federale.

Categorie descrittive di base del federalismo.

Bobbio ha notato che il processo verso lo Stato federale rappresenta un processo inverso a quello che aveva caratterizzato la formazione dello Stato moderno. Tanto accentratore questo, quanto decentralizzante quello. Per cui, avendo come punto di riferimento il livello dello Stato-nazione, esistono due tipi diversi e complementari di federalismo: da un lato, quello sovranazionale (o esterno ), ossia concernente più Stati nazionali che decidono di alienare una parte della loro sovranità per unirsi in una federazione sovranazionale configurata come superiore Stato federale; dall’altro, si pone il federalismo infranazionale (o interno ), che concerne Stati regionali subnazionali, uniti a loro volta in uno Stato federale nazionale. Nel primo caso si può aggiungere che il federalismo è centripeto , ossia è il prodotto di forze che tendono a costituire un’unità di governo sovrapposto a quello degli Stati membri. Nel secondo è centrifugo , perché è il risultato di iniziative di autonomizzazione dal centro dello Stato nazionale. in entrambi in casi il federalismo è una formula di unione , e non di separazione, tra realtà sovrane diverse.

Ritornando alle classificazioni del federalismo, oltre alle due sopracitate, occorre citare almeno altre due tipologie, che si distinguono fra loro per il contenuto, per le forme, per i valori di riferimento e non per i soggetti e i livelli di unione. Il primo caso coincide con la nozione comune e più diffusa di federalismo istituzionale , e comprende sia il sovranazionale che l’infranazionale già visti. Nel secondo caso, invece, abbiamo il federalismo integrale che non propone solo modelli di Stati federali, rifiuta di essere un puro federalismo politico-istituzionale ma vuole essere un federalismo che riguarda l’intera sfera socio-politica, economica e culturale della vita associata.

Storicamente i valori di riferimento per il federalismo politico-istituzionale sono la ricerca e la realizzazione della pace perpetua e sicurezza reciproca garantita legalmente, nel caso della federazione sovranazionale. Nel caso dello Stato federale nazionale i valori di riferimento sono la sicurezza e il benessere provenienti dal governo federale e l’avere un autonomia politica locale, intesa come autogoverno delle comunità subnazionali. Per quanto riguarda, invece, la suddivisione e i rapporti di potere tra i vari livelli statalfederali conta quanto stabilito dal principio di sussidiarietà, secondo il quale il livello superiore deve occuparsi solo di quanto sfugge alle possibilità operative e alle competenze proprie del livello inferiore in ciascuna materia.

Il valore di riferimento del federalismo integrale consiste invece nell’aspirazione alla più completa autogestione sociale ed economica da parte degli individui, dei gruppi, delle classi, insomma del popolo, che si traduce politicamente in autogoverno. Di questa forma di federalismo libertario si parla anche quando si allude alla democrazia sociale diretta o al socialismo federativo democratico autogestionario.

Oltre a queste principali distinzioni del federalismo, nel testo altre forme di federalismo verranno illustrate.

originari. Nel passaggio all’età moderna, mentre in Europa si formano con sempre più nettezza i regni nazionali (Spagna, Francia, Inghilterra, Scozia, Danimarca, Svezia), l’impero germanico conferma la sua organizzazione debolmente confederale. È importante sottolineare questo dato confederale caratterizzante la storia dei paesi mitteleuropei (Germania, Svizzera, Austria), che contribuisce, tra l’altro, a spiegare la loro successiva evoluzione federale.

Capitolo 1.2 La teologia federale.

La ”teologia federale”, conosciuta pure come federalismo teologico, è una riflessione che mira a stabilire l’origine della sovranità, insieme all’intrinseca (reale, naturale) costituzionale pluralista della società e dello Stato. Essa avvia una contestuale rimeditazione teologico-politica a carattere federale, che adatta ai nuovi tempi i temi del patto stabilito tra Dio e gli uomini, e tra il popolo e il sovrano. È un quadro concettuale d'insieme per comprendere il messaggio biblico. È prodotta da molti giuristi e teologi ispirati, tra la seconda metà del ‘500 e la prima del ‘600, soprattutto dal magistero da Calvino (1509-1564), è una caratteristica prominente del Calvinismo classico. Le opere cruciali nella produzione teologico-federale suggeriscono diversi tipi di patto ma il pensatore che li elabora in termini socio-politici, sebbene corredata da diretti richiami biblici, è il giurista calvinista tedesco Johannes Althusius (1557-1638).

Capitolo 1.3 Il federalismo di Althusius.

Il calvinista tedesco Althusius studia in università tedesche e svizzere, dove si laurea in diritto civile e canonico. Ma è svizzera tra il 1585 e il 1586 a influenzare la sua formazione spirituale. La sua opera più importante è Politica methodice digesta dopo espone la sua concezione, collocabile agli inizi del federalismo moderno. Il federalismo althusiano si caratterizza per l’aver introdotto in concetto di simbiotica nello studiare la società e i rapporti interstatali. È questa la definizione della politica, in quanto «arte per mezzo della quale gli uomini si associano allo scopo di instaurare, coltivare e conservare tra di loro la vita sociale». Il processo associativo, una vera e propria «costruzione federale», avviene tramite patto consensuale tra i singoli uomini; si sviluppa all’interno delle consociationes private come le famiglie, le più semplici associazioni private, alle tribù agli ordini cetuali, a quelle pubbliche più complesse: città, province e Stati.

L’essenza della politica simbiotica nelle consociationes pubbliche è vista nella perfetta integrazione funzionale tra i suoi membri, al fine di raggiungere un’unione «santa, giusta, confortevole e felice».

Althusius, inoltre, stabilisce la differenza tra la confederatio plena , che oggi chiameremmo federazione sovrana, e la confederatio non-plena , cioè le alleanze e le leghe limitate nelle finalità e nel tempo. La prima specie di confederazione consente a diversi regni, province o consociazioni universali di congiungersi integralmente tra loro, sì a formare un unico corpo statale. La seconda specie invece non intacca i singoli diritti di sovranità e stringe i confederati al solo vincolo dell’amicizia e dell’aiuto reciproco nei casi e nei tempi previsti. È evidente la somiglianza tra la consociationes plena e il modello ebraico, mentre la definizione della consociationes non-plena richiama l’esperienza delle alleanze antiche e medievali.

Il suo protofederalismo e il suo pensiero moderno, sono ancora oggi motivi di accesa discussioni. Ma tutti convergono sul fatto che Althusius fu oppositore dell’assolutismo principesco nel nome del calvinismo politico. Cadde in un oblio nei secoli XVII-XVII per la vittoria dell’assolutismo ma risorse alla fine dell’800.

Capitolo 2. Repubblica federativa e pace perpetua fra gli Stati europei.

Capitolo 2.1 La repubblica federativa: Montesquieu.

Il potere di stipulare alleanze confederali tra paesi diversi, al fine di assicurare reciproca protezione e difesa, è riconosciuto dai pensatori politici nel ‘500 e ‘600 come una delle facoltà dei reggitori dello Stato. Per i teorici dell’assolutismo è prerogativa del monarca, che la esercita direttamente e a sua discrezione. Colui che sviluppò meglio gli assetti politici-istituzionali fu John Locke (1632-1704), sostenendo che il potere federativo «implica il potere di fare leghe, alleanze e ogni altro negoziato con tutte le persone e le comunità estranee alla società politica». Il contributo di Montesquieu al pensiero federalista risiede soprattutto nella definizione costituzionale del profilo della repubblica federativa; difatti sviluppò ulteriormente il modello lockiano nell’ Esprit des lois (Lo spirito delle leggi 1748), dove pone alla base del sistema costituzionale il principio della tripartizione dei poteri dello Stato in legislativo, esecutivo e giudiziario, togliendo definitivamente a quello federativo ogni rilievo autonomo. Nel momento in cui sembra togliere importanza alle attività confederative egli elabora una teoria sulle forme di Stato, e nel suo pensiero diventa una particolare forma di costituzione del regime repubblicano la “Repubblica federativa”.

Nell’ Esprit des lois Montesquieu individua tre specie di governo: monarchico, dove ilpotere supremo risiede presso uno solo che governi legalmente, repubblicano, dove il potere risiede in tutto il popolo o una sua parte, e dispotico, dove il potere risiede in uno solo che governa senza leggi né freni e trascini tutto e tutti dietro la sua volontà e i suoi capricci. Per ognuna di tali forme di governo esistono più forme possibili di Stato. La repubblica aristocratica si distingue dalla democrazia, la monarchia assoluta dalla costituzionale, quella ereditaria da quella elettiva. Montesquieu, prendendo in esame la capacità delle repubbliche di provvedere alla propria sicurezza e sopravvivenza, delinea nella repubblica federativa una forma innovatrice di regime repubblicano che, sebbene non molto diffusa nel panorama degli Stati moderni, è a suo avviso più vitale. La repubblica federativa grazie «a una forma di costituzione che possiede tutti i vantaggi interni del regime repubblicano e tutti quelli esterni del regime monarchico», non rischia di essere corrotta o di scomparire. Essa può essere formata solo da governi affini per cui è esclusa la possibilità di federazioni ben riuscite tra monarchie e repubbliche, anche se possono esistere federazioni miste, concepibili come forzature, vedi trattazione di Bodin, poiché si reggono su carattere imperiale o non repubblicano.

In definitiva, il tratto federale non appare in Montesquieu sufficientemente argomentato e articolato; difatti non si trova come in Althusius una distinzione come quella della confederatio plena e non-plena. Per cui non è chiaro quale grado di compattezza e credibilità statale effettiva possa avere la repubblica federativa.

In conclusione notiamo che il posto centrale del suo studio è occupato dalle grandi monarchie nazionali, l’impressione è che all’idea della “grande” repubblica federativa, che all’epoca mancava ancora un punto di riferimento storico, venga assegnato soprattutto un valore antidispotico e una funzione di riparo contro i processi degenerativi e di distruzione del governo repubblicano.

Capitolo 2.2 Il progetto per la pace perpetua dall’abate di Saint-Pierre.

Saint-Pierre (1658-1743) è un esponente dell’opposizione nobiliare e dell’assolutismo centralizzatore del “re Sole” Luigi XIV in Francia. Promuove piani di riforma della società francese e avanza la tesi che la “polisinodia” darebbe alla Francia una forma di governo più vantaggiosa oltre che libera. [Con il termine polisinodia (consiglio) si indica la particolare forma di governo affermatasi nelle monarchie europee a partire dal XVI secolo, caratterizzata dall'affidamento dei compiti dei ministri ad organi collegiali, per lo più denominati consigli ]. Con queste affermazioni l’abate Saint-Pierre si colloca tra i maggiori sostenitori dell’ideale della pace perpetua vista come il valore fondante della convivenza dei popoli europei.

Alle origini del federalismo nordamericano vi è il connubio di due elementi particolari: l’ispirazione proveniente dalla teologia federale puritana (purificare) del covenant (patto) e la tendenza a consolidare tale aspirazione in atti scritti con natura costituzionale per la fondazione delle nuove comunità coloniali. Tra Sei e Settecento vi era la colonizzazione britannica del Nordamerica, che a differenza delle altre imprese miranti allo sfruttamento delle fonti di ricchezza, aveva finalità di rigenerazione religiosa, politica ed economica. Così le prime carte costitutive furono le “patenti” del re o i patti fra uomini liberi viventi della stessa fede, libertà, virtù, il più celebre è quello dei Padri Pellegrini sul Mayflower nel 1620.

La Dichiarazione d’indipendenza redatta nel 1776 è il documento che segna la nascita della federazione degli Stati Uniti d’America. [ In essa, tredici colonie britanniche sulla costa atlantica dell'America settentrionale dichiararono la propria indipendenza dalla madrepatria, esponendo le motivazioni che le spingevano a questo atto. Non mirò a definire una nuova forma di governo e pertanto non va confusa con la Costituzione degli Stati Uniti d'America. Per i coloni americani rappresentò un annuncio a tutto il mondo dell'indipendenza raggiunta da parte delle colonie inglesi. L'obiettivo era quello di rafforzare il supporto interno alla propria battaglia ed incoraggiare l'intervento a proprio favore di alcune potenze europee, in particolare della Francia.] - In essa confluirono molte idee ed emerse l’esistenza dell’inalienabile diritto naturale alla vita, alla libertà, alla felicità che si accompagnava alla fede nella sovranità popolare, nell’eguaglianza, nel diritto di resistenza e di rescissione del patto in caso di tirannide conclamata. È proprio lo spunto “sull’organizzazione dei poteri” a portare il discorso sulla faccia costituzionalista e federale della rivoluzione americana, a ricordare l’importanza della common law nella funzione di mediazione tra fermenti puritani, filosofia politica giusnaturalista e costruzione di una nuova forma di Stato.

Capitolo 3.2 Hamilton e il Federalist.

Alexander Hamilton (1755–1804) è stato ritenuto uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti. Partecipò in modo significativo alla formulazione della Costituzione degli Stati Uniti d'America nel 1787 e si adoperò affinché venisse approvata dai singoli stati. Divenuto il primo Ministro del Tesoro nel 1789, si batté con l'appoggio del presidente Washington per il rafforzamento del potere federale. Dal punto di vista sociale, i "federalisti" miravano a contenere e invertire le tendenze egualitarie ereditate dal movimento rivoluzionario.

« The Federalist » («Federalista»), è un opera molto importante dove ci sono un insieme di articoli scritti da Alexander Hamilton, John Jay e da James Madison. Questi articoli, 85, esprimono le buoni ragioni della democrazia rappresentativa ed accetta l’ordinamento federale dello Stato. Con il sistema rappresentativo la repubblica democratica si può estendere su grandi territori che saranno uniti in forma federativa; con un governo federale il cittadino si assicura la sua libertà politica contro l’assolutismo del potere centrale. Secondo Hamilton bisognava realizzare la «repubblica confederata», della quale aveva parlato Montesquieu «come mezzo per ampliare la difesa dei governi popolari».

In realtà l’assetto confederale sperimentato del decennio 1777-1787 era debole e le difficoltà emersero in quanto era impossibile stabilire imposte federali, di avviare un rapporto diretto con i cittadini, di intervenire con forze proprie nel dirimere i conflitti e imporre soluzioni non gradite al singolo Stato membro discorde. Hamilton ben conosceva i pericoli incombenti sulla confederazione: dissoluzione, creazione di eserciti permanenti, nuove tirannidi, rovina del sogno americano. Di fronte alla difficoltà di mantenere la compagine confederale, si profilano due posizioni: quella unitaria, tendente alla creazione di un potere centrale più forte, e quella pluralista dei sostenitori della libertà d’azione degli Stati. Alla Convenzione di Filadelfia si arrivò alla promulgazione della nuova Costituzione e con ciò la creazione dello Stato federale, e fornì l’occasione per l’affiorare dei primi lineamenti certi della teoria federale contenuta nelle pagine del Federalist.

La sovranità è condivisa dagli ex Stati coloniali e dallo Stato federale, il quale instaura, a differenza della precedente confederazione, rapporti diretti di cittadinanza, nazionalità e partecipazione con i cittadini, e non solo con i governi degli Stati membri. Hamilton scrive nel Federalist : «Il difetto grande e sostanziale della attuale struttura confederativa è rappresentato dal principio di un potere legislativo da esercitarsi nei confronti di Stati o di governi in quanto tali, e non riferendosi agli individui che li compongono».

La federazione incarna il sentimento patriottico della nazione americana che nasce direttamente dai cittadini. Sulla scorta di tale presupposto viene definita con nettezza, per la prima volta nella storia, la distinzione tra “federazione” e “confederazione” nella teoria politica: la seconda consiste in un patto transitorio finalizzato al perseguimento di obiettivi limitati e non mette in discussione la sovranità dei soggetti statali contraenti, che rimangono i veri decisori delle politiche e delle scelte; la prima, al contrario, si concreta nella creazione, tramite la rinuncia a una parte della sovranità degli Stati membri, di un vero livello statale superiore che li ricomprende stabilmente, ha una sua politica e una strategia indipendente dalle componenti, benché miri a salvaguardare la loro autonomia. L’Unione è una grande repubblica presidenziale che elimina la credenza che la forma repubblicana si adatta solo per le piccole città-Stato; difatti con l’Unione statunitense si ha, al contrario, il primo caso di grande Stato federale moderno.

La sede primaria del potere legislativo è il Congresso, eletto a suffragio universale e diviso in due rami, la Camera dei rappresentanti e il Senato. L’equilibrio tra la sovranità federale e quella degli Stati, che godono di un completo autogoverno, assicurato dalle costituzioni federale e proprie, sia a livello statale sia a livello delle minori autonomie locali e sociali, è conseguito anche tramite una ripartizione delle materie di competenza. Con l’istituzione della Corte Suprema, che Hamilton definisce «la cittadella della giustizia e della sicurezza di tutti», si completa nei suoi tratti essenziali la costruzione della Costituzione federale statunitense, la più antica approvata in forma scritta e rigida, che si erge come modello per i futuri sviluppi del costituzionalismo e del federalismo.

Capitolo 3.3 Evoluzione del modello federale statunitense.

Gli aspetti della struttura istituzione federale della Costituzione ha mantenuto le linee maestre originarie. Difatti la Costituzione federale statunitense, nel complesso subì solo ventisei emendamenti nell’arco di due secoli. I primi dieci procedimenti di revisione costituzionale, delineati nel Federalist, sono raccolti nel Bill of Rights , una sorta di “carta dei diritti” degli individui e del popolo. Ma ciò non significa che non subì trasformazioni, dato il carattere flessibile, infatti, dovette adattarsi all’urgenza di nuove esigenze interne e internazionali di tipo socio-economico e politico. - L’insieme delle cause che storicamente hanno modificato il sistema federale statunitense con impulso centripeto potente,(come guerre, sviluppo industriale, New Deal, ecc) hanno dato due direzioni diverse al sistema; una a favore del livello federale, a scapito della preesistente sovranità, e una secondo all’interno dello Stato federale, a vantaggio della presidenza dell’Unione, ossia all’esecutivo; da qui la definizione di «forma di governo presidenziale». - Schematizzando i princìpi della Costituzione nel 1787 davano luogo a un modello federale di tipo “duale”, cioè che mettevano in campo un modello caratterizzato da un doppio livello di sovranità (Stato federale e Stati membri) e poteri di ugual valore, e gradatamente si passò a un altro genere si sistema federale detto “permissivo” o “cooperativo”, nel quale la federazione assumeva una posizione di maggior rilievo, e a essa spettavano in generale i poteri di indirizzo e di coinvolgimento degli Stati nelle materie di interesse nazionale.

John Caldwell Calhoun sostenne una tesi diversa da quella di Hamilton ricollegandosi, invece a Jefferson. Negava che la federazione incarnasse un concetto di nazionalità americana che si sovrapponesse ai caratteri nazionali dei singoli Stati. A suo avviso, inoltre, la Costituzione federale, nel passaggio dalla confederazione

I temi trattati finora del federalismo antiaccentratore si legano al nascere parallelo della critica alla concezione dello Stato nazionale visto come portatore di una sovranità assoluta che lo mette in contrasto insanabile con i propri simili. Con la Rivoluzione francese si ha la prima affermazione del principio di Stato-nazione, ossia della forma di Stato di cui si presume e si pretende l’identificazione. Lo Stato rivoluzionario francese, repubblicano e napoleonico influenzò anche altri paesi a prenderlo come modello, come i liberali democratici rivoluzionari in lotta per l’affrancamento da dominazioni straniere e per la sospirata unità nazionale, e ciò lasciava ben poco spazio all’alternativa federale. Un esempio si trova nel Risorgimento italiano, dove a fine ‘700 le regioni del nord invase dai francesi e liberate dall’occupazione austriaca e nel 1796 in Lombardia dopo il concorsa vinto da Melchiorre Gioia sul quesito Quale dei governi liberi meglio convenga all’Italia , prevalse nettamente l’indirizzo repubblicano.

Ma tali circostanze non impedirono il formarsi di istanze teoriche anticentraliste orientate all’affermazione dei un modello federale decentrato all’interno dei vari Stati nazionali, sia alla costruzione di un’unità confederale (o più raramente federale) europea capace di risolvere i problemi della reciproca conflittualità permanente e distruttiva. A tale proposito Henri Claude de Saint-Simon , pensatore della società industrializzata e del socialismo, offrì uno spunto che portava a pensare all’unità europea a seguito dell’epoca napoleonica. Dal passaggio dallo sconfitto impero a un nuovo equilibrio, vi era la speranza di una evoluzione liberale nei paesi più progrediti. Così Saint-Simon e Augustin Thierry , nel 1814, scrissero che accanto alla modernizzazione scientifico-positiva e industriale si sosteneva l’organizzazione federale del Stati Uniti d’Europa. Conseguenza inevitabile della diffusione dello spirito liberale e di una forma inedita di “patriottismo europeo”, la nuova Europa avrebbe dovuto cominciare a costituirsi intorno al nucleo di un parlamento franco-inglese, da estendersi via via agli altri paesi, a partire dalla Germania.

Capitolo 4.2 Il federalismo libertario.

Il concetto dell’ autonomia sociale fu elaborato all’interno del movimento socialista che, fin dalle sue origini, vide confrontarsi al suo interno due linee: l’una, che vedeva nello Stato centralizzato, nel dispotismo della democrazia lo strumento principale per la realizzazione degli obbiettivi del socialismo; l’altra, che faceva perno sull’autonomia della società civile e che voleva il superamento dello Stato centralista e autoritario, l’idea di un sistema politico federativo con società comunitaria e mutualistica fondata sull’autogestione e sul cooperativismo nell’ambito dell’organizzazione del lavoro.

Capitolo 4.2.1 Proudhon.

Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) farà dell’autogestione e del federalismo la propria causa, eserciterà grande influenza anche sui federalisti risorgimentali italiani e sul cosiddetto “ federalismo integrale ”.

Proudhon avverte subito che la federazione costituisce “il termine nuovo” di raccordo con la libertà, l’eguaglianza, la rivoluzione. La sua si prefigge come scopo di darvi una base dottrinale e scientifica. Ogni ordine politico nasce dalla lotta tra due opposti princìpi: l’autorità e la libertà. Il primo è conforme alla natura umana, che pone limiti necessari all’azione, il secondo corrisponde alla libera creazione dello spirito dell’uomo. Tutte le costituzioni politiche e i sistemi di governo possono essere ricondotti alla formula “dell’equilibrio tra autorità e libertà”. Partendo da ciò ripercorre, illustrandone, la storia politica dell’umanità, delineandone conflitti e contraddittorietà fra i princìpi accennati destinati a generare arbitrarietà e corruzione. Scrive: «Entrando fatalmente l’arbitrario nella politica, la corruzione diventa ben presto l’anima del potere e la società è trascinata senza tregua e senza pietà sulla china perpetua delle rivoluzioni».

Il problema politico visto così sembrerebbe insolubile ma per far ripartire la vita politica della società civile in una “libera associazione” Proudhon si ricollega all’idea giuscontrattualistica di Rousseau ed indica la soluzione nel tipo di contratto sinallagmatico, ossia commutativo e limitato, visto come accordo positivo fra contraenti liberi. Tale contratto è bilaterale, vincolante per chi lo sottoscrive ed esige il contraccambio equivalente. Egli ricollega il termine “sinallagma” allo “scambio di fede” come nell’introduzione nell’etimologia della voce foederatio (federazione). In ragione del patto di federazione il cittadino deve «ricevere dallo Stato tanto quanto egli gli sacrifica; conservare tutta la libertà, la sovranità e il diritto d’iniziativa, eccezion fatta per la parte giustificativa del contratto e per il quale si chiede garanzia allo Stato». In sintesi, quanto mantenuto dai cittadini e dalle comunità deve essere maggiore di quanto ceduto contrattualmente all’autorità statale. Pertanto afferma: «il sistema federativo è il contrario della gerarchia o centralizzazione amministrativa e governativa per la quale si distinguono alla pari le democrazie imperiali, le monarchie costituzionali e le repubbliche unitarie. La sua legge fondamentale è che nella federazione le attribuzioni dell’autorità centrale si precisano e si circoscrivono, diminuiscono di numero, perdono in immediatezza e in intensità, man mano che la confederazione si sviluppa per l’accesso di nuovi Stati».

Dopo aver messo delle clausole al contratto sostenne che nella federazione vige un efficace sistema di garanzie reciproche fra il cittadino e il potere, fra gli ordini del potere centrale e le autonomie locali. Così si realizza l’equilibrio della libertà, il cui principale nemico risiede sempre nell’eccessiva centralizzazione.

Affermato ciò per la sfera politica, Proudhon allarga il discorso federativo all’economia. Una federazione ben costruita politicamente potrebbe degenerare a causa del conflitto di classe. Occorre dunque una riforma federalista dell’economia, ovvero che si crei una “federazione agricolo-industriale”. Con questa federazione vuole che le industrie tra loro meglio si garantiscano mutualmente le condizioni di prosperità.

Anche per quanto riguarda i rapporti sovranazionali Proudhon pensava che il federalismo rappresentasse la forma politica per eccellenza dell’umanità. Coerente con la sua impostazione, riteneva fosse da evitarsi la centralizzazione anche in contesti federali sovranazionali. A suo avviso, la futura federazione europea sarebbe stata la conclusione di un moto libertario e democratico ascendente dai vari paesi compenetrati di caratteri autonomisti. Pensava a raggruppamenti federali intermedi che preparassero la strada a un’Europa unita vista come «confederazione di federazioni». Scriveva nel Principio federativo: «L’Europa sarebbe ancora troppo grande per una confederazione unica: essa non potrebbe formare che una confederazione di federazioni. Allora realizzerebbe l’idea di un equilibrio europeo previsto da tutti i pubblicisti e uomini di Stato, ma impossibile da ottenere con grandi potenze a costituzione unitaria».

Capitolo 4.2.2 Bakunin.

Le idee sullo Stato dell’anarchico Michail Bakunin (1814-1876) furono influenzate dal federalismo libertario di Proudhon, anche se era già critico riguardo lo Stato moderno autoritario dopo gli studi dello Stato-potenza dalle lezioni di Leopold von Ranke apprese a Berlino. Le critiche che portava allo Stato nazionale era soprattutto la sua caratteristica violenza. Per raggiungere i suoi scopi, lo Stato nazionale usava ogni energia, intelligenza, ricchezze per reprimere ogni progresso positivo verso la libertà, l’eguaglianza e la felicità. La preparazione alla guerra diventata l’attività fondamentale della politica dello Stato. La centralizzazione e la burocratizzazione erano aspetti funzionali e necessari e da qui scaturiva la sua denuncia dello Stato negatore dell’uomo, prigione dei popoli, la condanna del militarismo, dell’accentramento politico e amministrativo. Successivamente la consapevolezza di Bakunin divenne che a livello sociale vi era la necessità di coniugare la giustizia con la libertà.

nell’articolo Il diritto federale , per essere coerente con il principio della libertà, deve essere ispirato dal “principio di federazione” e non dal “principio di egemonia” tipico degli Stati nazionali unitari e centralizzati. Federalismo, autonomia e decentramento si fondono in un unico blocco concettuale: diventano i due lati dello stesso problema. - All’interno degli Stati federati doveva valere un sistema autonomista capace di riequilibrare lo squilibrio tra i poli di maggio sviluppo e le plaghe d’arretratezza culturale, economia e sociale. Anche di fronte al neo costituito regno egli difendeva le autonomie locali e regionali. Il “ diritto federale ”, affermava, era il vero «diritto dei popoli»: a esso contrapponeva il diritto dei re, quello dello Stato unitario centralizzato, il cui ideale era indicato nella Francia napoleonica. Lo Stato accentrato e burocratizzato era il vero nemico strutturale della libertà.

[Per Cattaneo scienza e giustizia devono guidare il progresso della società, tramite esse l'uomo ha compreso l'assoluto valore della libertà di pensiero; il progresso umano non deve essere individuale ma collettivo, attraverso un continuo confronto con gli altri. -Nega l'idea di contratto sociale, gli uomini si sono associati per istinto: "la società è un fatto naturale, primitivo, necessario, permanente, universale..."; è sempre esistito un "federalismo delle intelligenze umane": è sorto perché è un elemento necessario delle menti individuali. La libertà economica è fondamentale poiché è la prosecuzione della libertà di fare e necessita di uguaglianza di condizioni, le disparità ci saranno ma solo dopo che tutti avranno avuto la possibilità di confrontarsi. Cattaneo è repubblicano e una volta eletto addirittura rinuncia ad entrare in parlamento perché rifiuta di giurare dinnanzi al Re.]

Fu uno dei primi a ricorrere alla formula “Stati Uniti d’Europa” , sulla scia dell’esperienza dei federalisti americani e sostenne l’applicazione del principio federale all’Europa della nazioni. Gli Stati Uniti d’Europa e gli Stati Uniti d’Italia sono lo sbocco istituzionale desiderato da Cattaneo per il movimento d’indipendenza e di ricostruzione nazionale. Questo pensiero fu l’unica posizione federalista ed europeista espressa dalla democrazia italiana risorgimentale. Con il formarsi della “ scuola cattanea ”, il federalismo riprese ancor più vitalità nell’opposizione al centralismo piemontese e poi nell’ambito della “questione meridionale”. Esponenti furono Alberto Mario, Gabriele Rosa che denunciarono i guasti del centralismo monarchico. Arcangelo Ghisleri fondò a Cremona il circolo “Carlo Cattaneo” riavviando il movimento per l’autonomia dei popoli italiani e dei comuni nell’ambito delle regioni. La sua agitazione repubblicana e federalista ebbe un enorme influsso nelle file socialiste e radicaldemocratiche teorizzando una “democrazia in azione” che presupponeva la sovranità popolare e istituzioni federali repubblicane.

Tra Otto e Novecento grazie a Gaetano Salvemini (1873-1957), la scuola di Cattaneo si congiunse da un lato con la riflessione meridionalista, dall’altro con quella socialista democratica. Nel periodo contribuirono a svilupparla anche i repubblicani Giovanni Conti e Oliviero Zuccarini. Con quest’ultimo Salvemini introdusse l’indirizzo federalista cattaneano nel dibattito novecentesco sul regionalismo. Zuccarini ne elaborò una proposta che fu pubblicata nella sua rivista “Critica Politica”, durante la crisi dello Stato monarchico liberale, tra la fine della prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo.

Capitolo 5.2 Il con federalismo neoguelfo. Gioberti.

A metà Ottocento, lontani dal coerente federalismo di Cattaneo, si hanno i programmi confederali del neoguelfismo. Il neoguelfismo è stato un movimento culturale e politico che si affermò in Italia, in ambito cattolico, e designa la nuova posizione d’incontro tra liberalismo e il cattolicesimo. Aveva come programma di risolvere i problemi legati all’indipendenza e all’unità italiana, e nello stesso tempo far riconoscere al papato e alla Chiesa, un ruolo dirigenziale e presente nella vita politica dello Stato.

Fu formulato teoricamente dal cappellano Vincenzo Gioberti (1801-1852), nonché esponente più noto, nella sua opera Del primato morale e civile degli italiani del 1843, aveva come programma la realizzazione dell'unità italiana sulla base di una confederazione di stati, ciascuno governato dal proprio principe, sotto la presidenza del papa. Nell’opera identifica la religione con la civiltà e giunge alla conclusione che la chiesa è

l’asse su cui il benessere della vita umana si fonda. In questo afferma che l’idea della supremazia dell’Italia, apportata dalla restaurazione del papato come dominio morale, è fondata sulla religione sull’opinione pubblica; tale opera sarà la base teorica del neoguelfismo. Erano presenti, inoltre, propositi di riforma della chiesa in senso liberale e democratico, federalismo e valorizzazione delle autonomie. Elementi di neoguelfismo trovano anche in Antonio Rosmini, Cesare Balbo, Gino Capponi ed Alessandro Manzoni.

Ma il nel suo interno il neoguelfismo aveva molte contraddizioni come l’impossibilità di ottenere un’alleanza stabile tra Stati italiani senza mettere in discussione la loro esistenza in quanto tali. Non vi è coscienza nel con federalismo neoguelfo dell’impossibilità di queste alleanze, tanto meno teneva presente la distinzione fra federazione e confederazione a partire dall’esperienza statunitense. Di fatto, il pronunciamento di Pio IX nel 1848, con il quale dichiarava il proprio distacco dall’iniziativa bellica del regno sardo contro l’Austria e, di conseguenza, l’indisponibilità a dar seguito alle proposte neoguelfe, le fece naufragare per sempre.

Capitolo 5.3 L’europeismo di Mazzini.

Mazzini non fu federalista, si dichiarò ripetutamente a favore dell’unità del futuro Stato nazionale italiano in contrasto con i sostenitori del principio federale. Ammise solo l’esigenza del decentramento amministrativo. Fu acceso difensore dell’unità europea ed era persuaso del fatto che, a coronamento del movimento di emancipazione democratica delle nazioni, dovesse attuarsi la costruzione d’una confederazione europea. Questo era un passaggio cruciale della sua strategia contro la potenza austriaca in Italia. Difatti scriveva che la lotta doveva essere rivolta contro la vecchia Europa, «dell’equilibrio del potere» e che «Il presente lavora a creare, e l’avvenire ci recherà una Giovane Europa. È la Giovine Europa dei popoli che si sovrapporrà alla Vecchia Europa dei re. È la lotta della Giovine Eguaglianza contro gli antichi privilegi; la vittoria delle giovani idee contro le vecchie credenze». Era questa l’esortazione rivolta da Mazzini ai patrioti delle singole nazioni europee. La sua fede indipendentista e rinnovatrice sul piano nazionale doveva essere «una confede- razione repubblicana di tutti questi popoli, ciascuno dei quali sarà costituito secondo il grande principio dell’Unità nazionale – legati fraternamente fra loro con una stessa fede, stessa credenza religiosa, politica e morale, con una stessa fede, con una stessa credenza religiosa, politica e morale, con una stessa dichiarazione dei princìpi, con uno stesso patto, con uno stesso diritto pubblico – indipendenti uno dall’altro per tutto ciò che concerne i loro affari interni, le esigenze locali, i rami particolari dell’industria fisica e morale».

Mazzini estendeva l’attività della federazione anche all’economia continentale. Il pensiero di Mazzini si riconosce nell’attivismo organizzativo, cospirativo, insurrezionale, in una incessante predicazione della federazione europea come dell’indipendenza e unità italiana. Ma manca la meditazione sulle condizioni necessarie per la realizzazione della federazione europea e manca una critica allo Stato nazionale moderno e alla sua sovranità assoluta. L’europeismo di Mazzini non può pertanto essere configurato come federalismo, in quanto mancante dell’indicazione fondamentale, sulla natura dei vincoli esistenti tra gli Stati federati. È solo una esaltazione dei legami ideologici repubblicano-democratici dei diversi movimenti nazionali europei, in forza dei quali l’unione sovranazionale è supposta come risultato naturale e inevitabile. Si risolve pertanto in un’indicazione di movimento e di lotta, vaga sia rispetto alla critica della sovranità statale e nazionale, anzi affermata con forza, sia nei confronti della determinazione degli organi istituzionali dell’unità europea.

Capitolo 5.4 Il federalismo comunale di Pisacane.

Carlo Pisacane (1818-1857) è stato un rivoluzionario e scrittore italiano. Discepolo della scuola di Cattaneo, dove apprende gli elementi del federalismo e dell’autonomia che poi fonde con la letteratura di Proudhon, citato come il pensatore del nuovo ordine socialista dell’umanità. Egli appare come la sintesi tra la libertà politica per l’Italia e quella dell’associazione mutualistica in campo sociale e istituzionale. Il suo

Capitolo 6.1 L’influenza del modello statunitense nelle Americhe.

L’opera politica che diede al federalismo statunitense larga fama in Europa fu La démocratie en Amerique di Alex de Tocqueville. Il federalismo costituzionale, espressione di pluralismo e decentramento sociale e statale, era interpretato da Tocqueville come l’antidoto principale alla nascita difforme di dispotismo nel regime democratico, e come vera scuola di partecipazione democratica dei cittadini alla vita politica. L’autore francese, però, evidenziava le difficoltà di esportare il modello federale statunitense in un altro paese o continente in quanto la base politica, torica e sociale dei popoli è diversa. Certo è innegabile l’influsso esercitato nell’Ottocento dal primo vittorioso esempio pratico di Stato federale, gli Stati Uniti d’America, non solo sulle nazioni vicine, ma anche in Europa.

Capitolo 6.2 L’America Latina.

Le lotte delle popolazioni creole per l’indipendenza dalla spagna crearono nei vari Stati una situazione difficile in quanto non riuscivano a darsi un assetto duraturo, interno e internazionale. L’instabilità interna era data dalla costante tensione tra le nuove capitali e tale situazione rappresentava la premessa per lo sviluppo di originali dialettiche di tipo federale e confederale, sia per il loro operare all’interno delle singole agglomerazioni statali, sia per i riflessi di ordine continentale. Simon Bolivar (1783-1830) concepì un grandioso quanto inattuabile piano di confederazione dei paesi latino-americani, i cui delegati cercò di riunire tra il 1824 e il 1826 nel Congresso di panama.

Juan Bautista Alberdi ,affermò nel 1844, che il fallimento di quella iniziativa non impedì il perpetuarsi di concezioni che miravano alla «Unità dell’America Latina». Ispirandosi a Bolivar ed influenzato dai progetti della pace perpetua di Saint-Simon, nonché all’esperienza statunitense, ripropose gli obiettivi della pacificazione e dell’unità politica dell’America Latina. I tre Stati che maggiormente ebbero degli sviluppi sul piano federale furono Argentina, Messico e Brasile. La differenza tra il modello americano e quello sudamericano è, che nel primo caso, il principio federale si afferma a partire dalla costruzione di un equilibrio tra gli Stati membri e il nuovo Stato federale, in termini di sovranità e di poteri, invece l’istanza federale o confederale prende avvio in America Latina dalla contestazione delle province nei confronti della supremazia delle capitali, che si attribuiscono il potere delle funzioni di centro di governo. Nel primo caso si afferma la necessità di un potere federale unitario forte, nel secondo si invocano le ragioni di un forte decentramento politico, pur all’interno di un quadro federale. La dinamica federale o confederale nei paesi latino-americani appare connessa allo svolgersi di cruenti guerre civili tra liberali e conservatori.

La Repubblica argentina fu la prima ad aver conseguito l’indipendenza nel 1816 ed approdò alla costituzione federale nel 1853. Il Messico raggiunse l’indipendenze nel 1821 e conseguì il primo confederale nel 1857, e dopo aspre guerre civili, approvò la costituzione federale i cui lineamenti furono mantenuti dalla successiva nel 1917. Salvo differenze di dettaglio lo schema istituzionale federale messicano rispecchia esteriormente, come l’argentino, quello statunitense nel suo carattere presidenziale e congressuale.

Capitolo 6.3 Il Canada.

Il Canada arriva cronologicamente ultimo a far parte dell’insieme dei grandi Stati federali americani. Il divenire federale del Canada fu strettamente legato alla pari evoluzione del Commonwealth britannico, che nella seconda metà dell’Ottocento si riorganizzò assumendo una chiara configurazione confederale. Si avviò un processo che assicurò alle entità territoriali e politiche più importanti, come il Canada, l’Australia e il Sudafrica, una forma federale. Il 1867 fu l’anno della prima costituzione del Canada in dominion confederale di quattro province nell’ambito dell’impero britannico. Da quell’anno si accentuarono sempre più gli elementi federali e, nel contempo, tese a venir meno la subordinazione postcoloniale del Canada verso il Regno Unito nella sfera della politica estera. Anche se ancora vigore il Constitution Act del 1982 il Canada è oggi uno Stato federale indipendente in cui al vertice del potere legislativo federale sta il Parlamento, composto dalla Camera dei comuni, eletta democraticamente con il sistema maggioritario, e dal Senato.

Il modello federale canadese, definito « federalismo imperfetto », mostra una singolare commistione di elementi tipici della storia anglosassone e di quella statunitense. In realtà rappresenta una soluzione valida in situazioni di conflitto tra regioni etnicamente, linguisticamente e culturalmente diverse, come il Québec e l’Ontario. In Canada c’è una tendenza alla centralizzazione del potere negli organi federali rispetto alle prerogative delle Province, le quali, diversamente dagli Stati della vicina Unione, ricevono dalla Costituzione le loro competenze e non godono perciò degli attributi originari della sovranità statale (di qui ancora la predetta “imperfezione” del modello federale).

Capitolo 6.4 L’Australia.

L’esempio canadese è stato considerato a fine Ottocento inizio Novecento come una sorta di insegnamento da parte della sorella maggiore all’interno del Commonwealth britannico, ed esercitò un influsso sulle vicende politico-costituzionali dell’Australia che stava, anch’essa, per abbandonare lo status di possedimento coloniale. Negli anni compresi tra il 1890 e il 1897, durante i dibattiti nelle Conferenze di Adelaide, Melbourne e Sydney, giunse l’iter da seguire per la formazione della nazione e della federazione australiane, che prese corpo nel Commonwealth of Austrialia il 1° gennaio 1901.

Come per il Canada, la federazione australiana ricevette il riconoscimento di dominion indipendente dell’impero britannico. Il sovrano del Regno Unito fu pertanto il capo del nuovo Stato esercitando tuttavia solo le sue funzioni rappresentative. Gli Stati membri furono sei. - La struttura costituzionale ricorda formalmente e a grandi linee quella canadese. Il potere legislativo è suddiviso in due Camere elette a suffragio universale diretto dalla popolazione: la Camera dei rappresentanti, il Senato. Il potere esecutivo spetta al Consiglio esecutivo federale diretto dal Primo ministro responsabile davanti al Parlamento.

quella nazionalista, in quanto la sovranità doveva appartenere alla federazione plurinazionale e all’unione degli Stati d’Europa e non assegnare alla nazione una forma assoluta si sovranità statale.

La tesi federalista di Renner era che il dare l’assoluta sovranità agli Stati nazionali e uguale all’avere una anarchia internazionale, difatti affermava nel 1914: «il nazionalismo è identico all’anarchia internazionale». Secondo lui intercorreva uno stretto contatto tra il principio della sovranità assoluta dello Stato nazionale e l’anarchia internazionale. - Dal punto di vista politico-giuridico , pur contrapponendosi alla concezione nazionalista, Renner e Bauer, sostenevano che alla “nazione” avrebbe dovuto essere assicurata un’autonoma personalità giuridica da parte e nel contesto del diritto internazionale, cioè essere nel sistema internazionale concepita come un ordinamento giuridico e nono come una forma di potere, e tale processo di legittimazione giuridica era anche l’unico modo per garantire la pace. Renner sostenne che una lotta democratica per la creazione di uno Stato federale mondiale e degli Stati Uniti d’Europa, rendeva possibile un alleanza politica tra socialdemocrazia rivoluzionaria e i movimenti pacifisti radicaldemocratici. Uno Stato federale mondiale ed europeo a carattere pienamente democratico avrebbe perso, secondo lui, la sua natura di violenza e avrebbe reso prossima la realizzazione del socialismo.

Parallelamente al punto di vista politico-giuridico, Bauer e Renner, ne svilupparono uno poggiante sui fattori sociale ed economici dell’espansione del capitalismo europeo. Bauer, congiungendosi all’analisi di Renner, secondo cui le nazioni erano le «persone giuridiche» dotate di legittimazione statale, ma non di sovranità assoluta e che, in prospettiva mondiale ed europea, avrebbero dovuto costruire le future comunità sovranazionali, Bauer tracciava una linea di sviluppo a una forma di socialismo che, da parte sua, avrebbe saputo prevedere ed appoggiare questo processo. Riguardo ai futuri Stati Uniti d’Europa Bauer affermava: «Come lo sviluppo della produzione capitalistica delle merci mise in contatto e legò tra loro isolate dominazioni terriere e città trasformandole in stati moderni, così la divisione internazionale del lavoro nella società socialista creerà, oltre la comunità nazionale, una forma sociale di tipo nuovo, uno Stato degli Stati, nel quale si incorporeranno le singole comunità nazionali. In questo modo gli Stati Uniti d’Europa non rimarranno più un sogno, ma saranno l’inevitabile scopo finale di un movimento che le nazioni da tempo hanno intrapreso e che a opera di forze, già oggi chiaramente visibili, viene potentemente accelerato».

Conseguenza economica di questo discorso è che di fronte al futuro Stato sovranazionale il principio di nazionalità avrebbe dovuto ridefinirsi nei termini dell’autonomia nazionale. Il processo di federazione europea nasce per gli austromarxisti in modo indipendente da quello socialista,visto che vogliono superare l’anarchia internazionale per evitare conflitti e per i bisogni dinamici delle economie moderne. Da ciò discende che le rivoluzioni federale e socialista devono incontrarsi per una mutua realizzazione. Infatti entrambe sono considerate “necessarie” in senso marxista, cioè subordinate a fattori strutturali socio- economici. Perciò i due autori accentuano il ruolo degli Stai Uniti d’Europa come istanza principale per la pianificazione economica del continente.

Capitolo 7.2 Federazione e ultrimperialismo: Kautsky.

Karl Kautsky (1854-1938), fin dal 1911, propose l’ipotesi federalista ed europeista come mezzo per evitare la catastrofe bellica che era nell’aria. La teoria dell’ultraimperialismo all’interno della rivoluzione sociale democratica e la costruire di uno Stato federale erano la premessa per una pace stabile e duratura, continentale e mondiale. – L’imperialismo ottocentesco era una politica scelta dagli Stati nazionali capitalistici a sottomettere e annettersi a un territorio agrario sempre più grande senza curarsi delle popolazioni che lo abitano. La politica imperialista poteva essere sostituita da una politica “ultraimperialista” consistente nello sfruttamento in comune delle risorse mondiali tra le nazioni del cartello capitalistico- finanziario internazionale in luogo della lotta tra di loro.

L’ultraimperialismo presupponeva la costituzione di spazi allargati di sovranità riconosciuta per le attività economiche e finanziarie. La cornice dello Stato nazionale non bastava più per risolvere il problema dell’ampliamento dello Stato. Era necessario progredire, con metodi pacifici, dall’epoca dello Stato nazionale a quella della federazione degli Stati, scriveva: «Il mezzo migliore, e più profittevole per il futuro, ai fini dell’estendimento del mercato interno non sta più nell’allargamento dello Stato nazionale e nella sua trasformazione in Stato di nazionalità, ma nella riunione di distinti Stati nazionali aventi un medesimo diritto in una federazione di Stati. È la federazione di Stati e non lo Stato plurinazionale, e nemmeno lo Stato coloniale, a rappresentare la forma più acconcia per i grandi imperi di cui il capitalismo abbisogna per raggiungere la sua ultima e più elevata forma».

Una fase durante la quale, infine, il proletariato avrebbe potuto costruire la “sua” forma di Stato socialista. Se ci si chiede quale significato rivestisse il termine “federazione di Stati” nel discorso kautskiano, occorre ricordare che l’accezione era in questo caso riassunta nella formula: «Una forma di Stato elastica, capace di un’estensione illimitata fino alla conclusiva federazione mondiale». Quindi non un alleanza confederale, ma, rifacendosi agli Stati Uniti d’America, un vero e proprio Stato federale.

La via “ultraimperialista” per la formazione degli Stati Uniti d’Europa, per il suo avviso, erano così elencate da Kautsky: la rinuncia alla politica di conquista, il disarmo, l’instaurazione di un sistema fondato sulla libertà commerciale, l’istituzione della democrazia sia in politica interna che estera, libertà di circolazione e il ravvicinamento delle nazioni. Tutti questi punti erano compatibili con i fondamenti essenziali della concezione socialdemocratica di derivazione marxista. Secondo lui, la socialdemocrazia avrebbe dovuto appoggiare la tendenza ultraimperialista poiché avrebbe rappresentato la metodica pacifica dell’evoluzione sociale, dell’incremento del profitto, ma attraverso l’innalzamento della forza produttiva del lavoro, in contrasto con il metodo del puro sfruttamento coattivo di un sistema militarista e imperialista, che impoveriva gli operai senza aumentare le forze produttive.

Le idee di Kautsky, in sintonia con quelle di Bauer e di Renner, esercitarono considerevole influenza sulla socialdemocrazia di lingua tedesca e sui partiti aderenti all’Internazionale Operaia e Socialista (IOS).

Capitolo 7.3 Trockij e gli Stati Uniti d’Europa.

La fondazione degli Stati Uniti d’Europa fu anche oggetto di studio di alcuni grandi interpreti del pensiero marxista rivoluzionario russo. Lev Trockij (1879-1940) e Lenin si confrontarono sulla tematica europeista su posizioni diverse e divergenti: il primo a favore della prospettiva federalista europea, il secondo contro la parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa. – Nel 1914 Trockij considerava la prospettiva federalista-europea nei termini di una fase di sviluppo del movimento generale della rivoluzione europea e, in quanto tale, la inseriva nella sua teoria della rivoluzione permanente. Nel contempo, in contrasto con lui e i tedeschi, Lenin si oppose alla parola d’ordine Stati Uniti d’Europa sulla base delle riflessioni attinenti il fenomeno imperialista. La prima guerra mondiale costituì la cornice delle riflessioni di entrambi. Causa della guerra per Trockij risiedeva nell’incapacità dello Stato nazionale, in quanto territori economico unitario e autonomo, di dare una risposta positiva ai bisogni sottostanti la crescita tumultuosa e non regolata internazionalmente delle economie nazionali e, di conseguenza, di risolvere i conflitti a livello europeo e mondiale.

Il crollo della forma “Stato nazionale” era in definitiva legato, nella visione di Trockij, alle esigenze della maturità della forma economica transnazionale capitalista e al suo rivoluzionamento socialista. Contrariamente a Kautsky, Trockij non prevedeva alcuna possibilità per uno “stadio” ultraimperialista, ma solo una caduta nella barbarie militarista, «un’inaudita lotta delle potenze mondiali per l’accaparramento e lo sfruttamento capitalistico si sempre nuovi territori». C’era allora una lotta tra la lotta di classe rivoluzionaria