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L'Italia del Boom Economico: Trasformazioni Sociali e Politiche (1958-1963), Sintesi del corso di Storia

Riassunto. Guido CRAINZ, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta, Donzelli, Roma, 2003

Tipologia: Sintesi del corso

2011/2012

Caricato il 21/08/2012

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Guido CRAINZ, Storia del miracolo italiano. Culture,
identità, trasformazioni fra anni cinquanta e
sessanta, Donzelli, Roma, 2003
Fra continuità e “doppio stato
1. Il contesto
Crainz descrive il tipo di apparato statale che giunge alla prova degli anni del boom
(1958-1962) e dell’apertura a sinistra mettendolo in rapporto con la sua origine ed
evoluzione a partire dalla “rottura” del ’43-’45. Crainz cita la posizione di Pavone, che
sostiene la “continuità” dello stato italiano nel passaggio dal fascismo al post-fascismo.
La Guerra fredda, inoltre, ha contribuito a cementare vecchie strutture di potere e al
tempo stesso a generare nuove articolazioni e nuovi umori.
2.Fascisti sì, comunisti mai: l’anticomunismo americano e made in Italy
Crainz si avvale di documenti americani per illustrare le modalità dell’azione
anticomunista negli anni ’50 (la massima asprezza è raggiunta durante la Guerra di
Corea, 1952-1956). Carlo Pinzani mete in luce il rapporto fra le pressioni americane e
l’iniziativa autonoma in senso anticomunista.
Il governo USA agisce a più livelli per contrastare il comunismo in Italia: Gladio, “Stay
Behind”, addirittura l’ipotesi dell’intervento armato (1961). Secondo lo Psychological
Strategy Board il governo italiano avrebbe dovuto:
a. “Progredire gradualmente verso la rimozione dei comunisti dalle cariche amministrative
nelle scuole e nelle università”
b. “Agire legislativamente e amministrativamente per prosciugare le fonti di reddito del
PC”
c. “Ridurre, ed eventualmente far fallire le cooperative controllate dai comunisti”.
L’anticomunismo “autonomo” innesca logiche, culture, pratiche destinate a consolidarsi
con effetti nefasti: esso inaugura il “doppio Stato” in cui convivono la “normalità” del diritto
e l’esclusione di fatto di un’ampia fascia di cittadini dal diritto stesso. Il nemico comunista
è discriminato in quanto ostile ed estraneo allo stato e alla nazione. Si tratta di aspetti che
emergono nel momento della crisi irreversibile del centrismo.
3.“occorre modificare la mentalità…”
Fonti di Crainz: documenti conservati nell’Archivio centrale dello Stato.
Le discussioni in materia di anticomunismo si susseguono nel consiglio dei ministri
durante la guerra di Corea e dopo il fallimento della “legge truffa” (1953, dimissioni di De
Gasperi). La premessa dei provvedimenti discriminatori e anticostituzionali è che “il PC
agisce fuori dalla Costituzione” contro la democrazia e in connivenza con una potenza
straniera.
I provvedimenti governativi mirano a:
1) discriminare le cooperative di sinistra (perquisizioni, scioglimenti, ispezioni)
2) estromettere le organizzazioni di sinistra da edifici del partito fascista occupati dopo la
Liberazione
3)intralciare e censurare i film di sinistra
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Guido CRAINZ, Storia del miracolo italiano. Culture,

identità, trasformazioni fra anni cinquanta e

sessanta, Donzelli, Roma, 2003

Fra continuità e “doppio stato”

  1. Il contesto

Crainz descrive il tipo di apparato statale che giunge alla prova degli anni del boom (1958-1962) e dell’apertura a sinistra mettendolo in rapporto con la sua origine ed evoluzione a partire dalla “rottura” del ’43-’45. Crainz cita la posizione di Pavone, che sostiene la “continuità” dello stato italiano nel passaggio dal fascismo al post-fascismo.

La Guerra fredda, inoltre, ha contribuito a cementare vecchie strutture di potere e al tempo stesso a generare nuove articolazioni e nuovi umori.

2.Fascisti sì, comunisti mai: l’anticomunismo americano e made in Italy

Crainz si avvale di documenti americani per illustrare le modalità dell’azione anticomunista negli anni ’50 (la massima asprezza è raggiunta durante la Guerra di Corea, 1952-1956). Carlo Pinzani mete in luce il rapporto fra le pressioni americane e l’iniziativa autonoma in senso anticomunista. Il governo USA agisce a più livelli per contrastare il comunismo in Italia: Gladio, “Stay Behind”, addirittura l’ipotesi dell’intervento armato (1961). Secondo lo Psychological Strategy Board il governo italiano avrebbe dovuto: a. “Progredire gradualmente verso la rimozione dei comunisti dalle cariche amministrative nelle scuole e nelle università” b. “Agire legislativamente e amministrativamente per prosciugare le fonti di reddito del PC” c. “Ridurre, ed eventualmente far fallire le cooperative controllate dai comunisti”. L’anticomunismo “autonomo” innesca logiche, culture, pratiche destinate a consolidarsi con effetti nefasti: esso inaugura il “doppio Stato” in cui convivono la “normalità” del diritto e l’esclusione di fatto di un’ampia fascia di cittadini dal diritto stesso. Il nemico comunista è discriminato in quanto ostile ed estraneo allo stato e alla nazione. Si tratta di aspetti che emergono nel momento della crisi irreversibile del centrismo.

3.“occorre modificare la mentalità…”

Fonti di Crainz: documenti conservati nell’Archivio centrale dello Stato. Le discussioni in materia di anticomunismo si susseguono nel consiglio dei ministri durante la guerra di Corea e dopo il fallimento della “legge truffa” (1953, dimissioni di De Gasperi). La premessa dei provvedimenti discriminatori e anticostituzionali è che “il PC agisce fuori dalla Costituzione” contro la democrazia e in connivenza con una potenza straniera. I provvedimenti governativi mirano a:

  1. discriminare le cooperative di sinistra (perquisizioni, scioglimenti, ispezioni)
  2. estromettere le organizzazioni di sinistra da edifici del partito fascista occupati dopo la Liberazione 3)intralciare e censurare i film di sinistra
  1. eliminare l’informazione relativa ai comunisti via radio e via tv
  2. garantire l’ “affidabilità” degli impiegati statali: i ministeri devono stabilire quali sono i posti chiave nei propri settori, e tali posti devono esser assegnati solo a funzionari che offrano la massima garanzia.

4.Le aree del “non diritto”

Non tutti i provvedimenti governativi anticomunisti trovarono concreta applicazione. Tuttavia è importante analizzare la modalità e la portata del loro aspetto psicologico e propagandistico nel funzionamento concreto dello stato e nella diffusione di un sentire comune (consolidamento della cultura del “non diritto”). L’aspetto psicologico influisce sia su chi subisce che su chi attua la discriminazione. La strategia anticomunista non era sempre discussa esplicitamente ma messa in pratica di fatto: ne è un esempio l’attività del Casellario Politico Centrale, di eredità fascista ed ufficialmente inesistente. Il Casellario agiva essenzialmente in funzione antisocialista e anticomunista (nel 1961 contava 12491 sovversivi). Ne sono vittime soprattutto gli insegnanti. L’iter della vigilanza e della repressione è il seguente: [ talora sulla base di un’ “informazione fiduciaria”] iniziativa del prefetto - ministero dell’Interno, ministero della Pubblica Istruzione - Provveditore - Preside - Sovversivo. Gli ultimi casi sorpassano gli anni ’50, avvicinandosi temporalmente al clima del “Piano Solo” di De Lorenzo. Un altro elemento da considerare sono le azioni promosse per iniziativa di questori e prefetti nei confronti di docenti e studiosi di sinistra e l’altrettanto significativa omertà dei tutori dell’ordine nei confronti della mafia.

5.Culture di governo

Tipico della malcultura governativa è l’uso deformato e deformante delle forze dell’ordine. Crainz ne fornice due esempi macroscopici.

  1. Nel 1959 A. Segni, presidente del Consiglio e ministro dell’Interno tiene sotto stretta sorveglianza tramite prefetti, funzionari e agenti di polizia, A. Fanfani , che, in vista del congresso di Firenze, si batte per l’apertura a sinistra.
  2. Nel 1957-58 l’allora Ministro dell’Interno Tambroni invia in forma strettamente riservata un questionario in sette punti ai prefetti in cui chiede: come influenzare favorevolmente l’elettorato, come combattere i comunisti evitando controproducenti proteste sociali in periodo elettorale, quali esponenti DC candidare localmente per ottenere un maggior numero di voti. Per influenzare positivamente l’elettorato i prefetti consigliano la realizzazione pre- elettorale di opere pubbliche ( o almeno la tempestiva notizia, opportunamente divulgata, dell’avvenuto finanziamento), anche di importanza irrisoria ma in centri disagiati, suggeriscono la creazione di una rete clientelare tramite “speciali riconoscimenti”, propongono talvolta interventi più onerosi. Il tutto in nome di cento Italie localistiche la cui separatezza è stimolata e consolidata dall’alto. I risultati del questionario, attraverso i ministeri di competenza e la Cassa per il Mezzogiorno, danno luogo ad una serie di finanziamenti indiscriminati a fini demagogici che danneggiano interventi più mirati (I “programmatori” avevano ottenuto proprio nel 1957 una modifica della Cassa al fine dell’industrializzazione…).

Le strategie di acquisizione del consenso della DC nei confronti dei ceti medi (Alessandro Pizzorno):

  • “attrazione individualistica”;
  • rafforzamento corporativo di gruppi e ceti: il cosiddetto “sistema differenziato” che da un lato si esprime nella “politica delle mance” (concessioni, cooptazioni, eccezioni), dall’altro

La sinistra denunciò il “fascismo Fiat” e autocriticò l’eccessiva politicizzazione dei conflitti sindacali e il verticismo contrattuale. La Fiat si serviva delle forze dell’ordine per controllare i dipendenti. Queste azioni si ricollegano al quadro della “libertà congelata” e della discriminazione. Il quadro economico non era ottimistico (crisi post-bellica: smobilitazione e riconversione): i licenziamenti colpiscono i nuclei organizzati della classe operaia. Il prolungarsi dei fattori di crisi è contemporaneo all’avvio dei processi che annunciano il boom. Infatti ai licenziamenti seguono assunzioni massiccie che aumentano l’isolamento degli operai organizzati. La sinistra tarda a cogliere la portata delle trasformazioni in corso: prevale l’interpretazione catastrofista del capitalismo in genere e dell’arretratezza di quello italiano. Si aspettava una “rottura”. La transizione non è facile. C’è il ’56, la distensione internazionale, l’impatto con la “grande trasformazione”. La tenuta elettorale del Pci nascondeva una distanza paurosa tra il numero degli iscritti e quello degli elettori e il crollo della federazione giovanile

3.I limiti della cultura italiana

I limiti delle griglie interpretative del Pci sono comuni anche alla chiesa, che con Pio XII ha una visione catastrofica degli anni dello sviluppo e della modernizzazione. La cultura italiana è in ritardo su quella europea, è stata definita una cultura provinciale, “di recupero”, che si affanna per impossessarsi di contenuti d’importazione e di per sé del tutto sterile, non propositiva. L’arretratezza degli strumenti cognitivi conduce all’albagia: nel ’56 le denuncie di intellettuali di rilievo si susseguono e il dibattito si accende mettendo in luce la presunzione della sinistra. All’interno del Pci il dibattito si spegne quando davvero inizia a dilagare: con i due articoli di Togliatti viene definita la posizione ufficiale del partito (contro gli ungheresi e pro Urss)e continua la rimozione dei paesi del socialismo reale. Prevale il “bisogno di schieramento”, la volontà di non indebolire il blocco, l’incapacità di riflettere sul socialismo in occidente. In un’ampia area intellettuale è “l’ora della diaspora”. (Paolo Spriano). Secondo Crainz per la sinistra il ’56 è l’annuncio di una guerra perduta. Altri temi del dibattito culturale del ’56 sono la natura del capitalismo italiano e le caratteristiche delle trasformazioni in corso. Per qualche tempo convivono due correnti intellettuali esterne al partito: quella tecnologica e riformista e quella che punta alla ricostruzione di un sapere rivoluzionario. Il “recupero dei debiti culturali” che caratterizza la cultura italiana in generale interessa anche il Pci, il cui equilibrio è minato anche dalla “grande disillusione” della rivoluzione sfumata, da “spaesamenti e disamori”. La ripresa dell’antifascismo e dei movimenti di piazza dei primi anni sessanta devono essere letti tenendo conto delle trasformazioni interne al partito e alla società: la presunta continuità del Pci (testimoniata dalla “tenuta” del ’58 e dalla forte crescita del ’63) è solo apparente: nelle piazze degli anni ’60 manifesteranno soggetti sociali in parte nuovi, con speranze e valori almeno in parte differenti.

III. Un anno di confine

“Il ’58, anno decisivo” [Il “Giorno”]

Nei mesi precedenti avviene il lancio dei primi satelliti russi. È il periodo della distensione, smentito dalle tensioni innescate da americani e inglesi in medio Oriente. In Francia ritorna De Grulle e viene introdotto il nuovo ordinamento costituzionale (repubblica presidenziale): è un altro elemento che fa riflettere sulla crisi del centrismo. In Italia il clima internazionale favorisce l’incremento degli orientamenti autoritari (il governo è guidato dal ’58 da Fanfani, il ministro dell’Interno è Tambroni).

Il ’58 è letto dalle sinistre, dal governo e dai prefetti come un periodo di congiuntura economica sfavorevole, dai documenti dell’epoca Crainz rileva un prevalere di segnali d’allarme ed interpretazione poco ottimistiche: eppure siamo alle soglie del boom… Il ’58 costituisce l’incipit rivelatore, contraddittorio ed eloquente dei rapidissimi processi del 1958-1963 che attraverserà in orizzontale e in verticale tutte le Italie, sconvolgendone modi di pensare, di vivere e griglie interpretative

La condanna di un vescovo e la morte di un papa

Il rapporto fra Chiesa e società civile che si forma in quegli anni è definito come “diaclasi”. Anche i rapporti tra Chiesa e Stato si fanno più tesi (la tradizionale ed eliminando subalternità al potere religioso è portata all’o.d.g. da Fanfani) complessi. Il casus belli del 1958 è la condanna del vescovo di prato, denunciato da due parrocchiani accusati pubblicamente di concubinaggio per diffamazione. La Chiesa reagisce con anatemi e risentite reprimende che rilevano la sua tendenza a discriminare i non cattolici e ad ingerirsi negli affari dello Stato. Nel 1958 muore “televisivamente” Pio XII, “vicario di Cristo” lontano e inaccessibile e viene eletto il “Papa buono” Angelo Roncalli, che recupera il ruolo pastorale di vescovo di Roma (è un’apertura che tuttavia convive con rilevanti contraddizioni).

Le fabbriche

Nel 1958 la Fiat diffonde un opuscolo anonimo in funzione anti-Cgil: la Cisl denuncia l’abuso e chiede la cessazione delle interferenze padronali. All’interno della Cisl è scisisone. Si inaugura un nuovo periodo di collaborazione fra le organizzazioni sindacali, fra la Cgil e una nuove e agguerrita Cisl. La Cgil si riprende dalla crisi, che comunque aveva significato flessione, ma non crollo (dovuto anche al “ricatto delle commesse” dell’ambasciatrice americana Clare Boothe). Crainz rileva che questi sono segnali di processi più ampi:

  • da un lato muta la composizione sindacale per l’ingresso di giovani
  • dall’altro maturano sensibilità e valori nuovi nell’impatto con le nuova realtà industriale e urbana. Riemerge da parte “bianca” quella disponibilità al conflitto messa in sordina dall’anticomunismo anche a causa delle sperequazioni (aumento macroscopico della produzione senza corrispondente aumento dei salari). Le Acli poi criticano la pratica degli accordi separati. Si tratta tuttavia di segnali incerti e confusi.

Barletta-Italia?

. Barletta-Italia?

Intorno tra il 1956 e il 1958 nel settentrione d’Italia i prefetti denunciano agitazioni rurali d’altri tempi. Si susseguono incidenti sindacali e politici, con morti e feriti (nel brindisino, nel 1957; a Barletta, nel 1956). Nel ’59, per il crollo di uno stabile frutto degli abusi edilizi del dopoguerra, muoiono, sempre a Barletta, 58 persone. Crainz fa della Barletta teatro di scontri fra forze dell’ordine e braccianti (due vittime fra i dimostranti) e costituita da edifici pericolanti lo specchio dell’Italia.

La “gioventù dalle ali scottate” (Camilla Cederna)

Tra i giovani si diffonde la tenuta “dimessa” blue jeans- camicia a scacchi- scarpe da

Gli elettrodomestici irrompono nelle case italiane Assieme ad un’alimentazione finalmente accettabile e a condizioni abitative che iniziano ad essere appena decenti.

Nelle zone agricole più povere, luogo di partenza dell’emigrazione, gli Enti pubblici operanti rappresentano direttamente lo stato ed una via d’accesso alla modernità: la gestione clientelare e la corruttela hanno in quest’ottica una portata devastante. Spesso i proprietari terrieri hanno ancora concezioni semi-magiche dell’agricoltura.

Crainz sottolinea come il miracolo economico si sia svolto sullo sfondo della crisi del centrismo e dell’apertura a sinistra. Esso agisce in orizzontale e in verticale sulle mille italie della nostra penisola. I diversi territori e collettività vivono in misura e in modi differenti la modernizzazione e lo sviluppo, facendo i conti con la propria storia e la propria cultura, trovando in esse fattori di resistenza o di slancio. Crainz si sofferma inoltre sulla realtà della trasformazioni e parallelamente sulle immagini di esse che il paese cercò di darsi all’epoca.

Mondi rurali

A A partire dalle zone meno produttive, i diversi mondi rurali entrano in crisi, avvicinando l’Italia ad altri paesi europei (all’epoca, tra l’altro, si consolida la politica agricola comunitaria). E in rapporto all’assetto internazionale che vanno considerate le modifiche nel settore agricolo. L’intervento statale in campo agricolo raddoppia tra il 1951 e il 1960 (peso decisivo dello stato nella società rurale): nasce la politica agraria dello stato moderno, da cui trae alimento e potere la Federconsorzi di Paolo Bonomi e per questa via si consolidano centri molteplici di intermediazione e di controllo. Nella gestione della “cosa agricola” il clientelismo e la corruzione dilagano e gli “enti pletorici” sono spreconi e inefficienti. Ciò incide negativamente sui processi di formazione della coscienza collettiva, della morale pubblica. Nella gestione della distribuzione delle terre, della meccanicizzazione e delle misure essenziali di tutela, si fa pratica, di norma, di modalità volte a creare o a rafforzare dipendenze e appartenenze.

L’esodo dalle campagne

L’esodo dalle campagne diventa tumultuoso dopo le più rilevanti sconfitte del sistema sindacale e in corrispondenza della prepotente capacità di attrazione del mondo urbano. Il Polesine è la principale “area di fuga”, anche a causa di disastri (più o meno) naturali, verso Milano e altre aree lombarde, ma anche verso Torino, Bologna, Padova e altre città venete. Altre cause dell’esodo sono l’arretratezza della vita e la miseria degli alloggi rurali di fronte all’affermarsi di nuove esigenze e di nuove possibilità di lavoro, spostamento, vita (senso di umiliazione, di discriminazione civile). Nuove geografie si delineano, ma le lacerazioni non sono ugualmente profonde ovunque. Ad esempio in alcune aree emiliane e romagnole consolidate tradizioni solidaristiche attenuano guasti e ferite: si affermano modalità di transizione meno traumatiche. La Pianura Padana si trasforma in una zona industriale, costellata di insediamenti urbani e di colture a quasi nullo impiego di manodopera (pioppi). Poco dopo l’esodo si estende all’Italia centrale: fra il 1951 e il 1964 i mezzadri si dimezzano (1.100.000): antro i dieci anni successivi la mezzadria scompare. La motorizzazione e i mezzi di comunicazione hanno svolto un ruolo esenziale nell’esodo dalle campagne. Anche le frivolezze e le vuotaggini della tv erano percepite come un desiderabile miraggio di felicità. N el 1961 viene sancita l’abolizione della legge fascista contro le migrazioni interne. Sempre nel 1961 Fanfani denuncia i limiti dell’intervento statale, lento e poco razionale.

Complessivamente, nel Meridione aumentano le differenze interne in seguito alla prima fase della Cassa (infrastrutture sul territorio) e alle opere di bonifica e irrigazione: decollano la “polpa” agricola ridisegnata da questi interventi (nell’ordine: Puglia, Campania, Sicilia, Sardegna, Calabria, Abruzzo e Basilicata) e le zone costiere.

Mobilità

Fra il 1955 e il 1970 si verificano quasi 25 milioni di spostamenti (di cui 10 interregionali). Fra il 1958 e il 1963 poco meno di 1 milione di meridionali si trasferisce al Centro-nord. A svuotarsi sono in primo luogo le aree rurali poco produttive e gli insediamenti isolati. Le mete sono i centri di maggiori dimensioni e le aree più industrializzate. Le linee di emigrazione si concentrano lungo le coste o lungo le grandi vie di comunicazione (Via Emilia). Agli spostamenti “definitivi” si affiancano gli spostamenti quotidiani delle masse di operai che convergono ogni mattina verso Milano o Torino dai comuni circostanti. Fino al 1961, in virtù della legge fascista, gli emigrati erano fuorilegge, clandestini del mercato del lavoro in patria, sfruttati anche in virtù di forme di appalto e subappalto della manodopera abolite solo nel 1961. in questo contesto c’è chi trae profitto dall’illegalità. Prefetti e ministri si interessano del fenomeno solo qualora implichi spostamenti a sinistra dell’elettorato: nessuno promuove norme di tutela legislativa e giuridica a favore degli emigranti - immigrati. L’ennesima “legislazione mancata insegna agli emigrati che la democrazia italiana è basata sul sistema della “spartizione delle spoglie” (Signorelli). A partire dalla fine degli anni ’50 si assiste ad una ripresa dei conflitti sociali: gli immigrati hanno aderito all’ideologia dominante a livello operaio sia per difendere i propri interessi sia per identificarsi meglio col nuovo ambiente urbano- industriale. In questa fase di ripresa delle lotte operaie la battaglia per il diritto segna tappe decisive importanti per il futuro dell’intero paese. La mobilità del lavoro o della ricerca del lavoro si intreccia con quella del tempo libero: entrambe segnano pesantemente il paesaggio italiano, trasformandone le infrastrutture e il territorio. Il governo premia la costruzione di autostrade a discapito delle ferrovie.

1Geografie industriali

LLLa data d’avvio dei processi che condurranno al boom può essere il 1953, con 4 eventi fondamentali:

  • la ristrutturazione della Finsider che rifonda la siderurgia offrendo acciaio all’industria meccanica
  • la nascita dell’Eni di Enrico Mattei (sfruttamento dei giacimenti di metano nella valle del Po)
  • costruzione del nuovo stabilimento Fiat di Mirafiori
  • approvazione della legge per lo sviluppo del credito industriale nell’Italia meridionale e insulare. I settori trainanti sono quelli dell’automobile, della chimica e della petrolchimica, della meccanica. Le differenti zone dell’Italia assumono caratteristiche peculiari. Nel Nord si assiste , tra gli altri aspetti, alla terziarizzazione di Milano, i grandi stabilimenti nel triangolo industriale, le piccole aziende e il grande sfruttamento nel campo degli elettrodomestici, le attività artigiane attivate dai disoccupati qualificati di sinistra della “transizione” alla produzione post-bellica, e le iniziative delle giunte di sinistra a favore delle piccole industrie. Al Centro lo sviluppo di vocazioni precedenti si intreccia con i processi nuovi. Nel Meridione è essenziale il rinnovo e la modifica della legge sulla Cassa (1957), che prevede l’obbligo

(seguono naturalmente anatemi cristiano-cattolici). In generale i periodici a diffusione popolare non si discostano dalla visione tradizionale. Contemporaneamente si affermano modelli diversi, dalla rottura della tradizione in nome della spregiudicatezza e dell’illegalità a nuovi modelli di conformismo (Macchina, Moglie Mestiere). Alle vacane lunghe si affiancano quelle brevi (fine settimana, festività).

La casa

Cambia l’aspetto della casa e con esso i riti famigliari. Le abitazioni si riempiono di elettrodomestici ed il design industriale propone mobili standard di qualità. Le case realizzate da architetti sono dotate di riscaldamento, ma quelle costruite da geometri ne sono molto spesso ancora prive.

Fra anni cinquanta e villaggio globale

Nel ' 57 il 60 % dei giovani va al cinema una volta alla settimana (in media, al giorno, complessivamente, più di 2 milioni di persone): il cinema ha un’importanza reale tre i ragazzi. In un primo momento l’avvento della TV (1954) sembra irrobustire il cinema: quella ’57-’60 è una stagione di capolavori del cinema italiano. Nel sistema delle comunicazioni di massa avvengono cambiamenti fondamentali: la TV sostituisce la radio nelle case, compaiono i transistors e la radio va per le strade. Il mercato discografico, mondiale e pervasivo, costituisce un primo esempio di globalizzazione. Inoltre si afferma l’editoria di massa (Oscar Mondadori). Nel 1956 compare in Italia il “Giorno” dell’Eni di Mattei, attento al paese reale, alla società e progressista (inchieste e servizi in presa diretta sulle trasformazioni del paese), punta ad uno sganciamento del paese dal centrismo e dagli USA. Si affianca l’Espresso, anch’esso caratterizzato da inchieste di rilievo. La Chiesa cattolica, con Pio XII prima e con Papa Roncalli poi, respinge il mutamento, diffidando del cinema e dalla televisione, strumenti pervertitori della gioventù e delle famiglie italiane (mobilitazione di prefetti e organizzazioni cattoliche contro rappresentazioni teatrali e soprattutto cinematografiche). Nel 1959 Tupini diventa il primo ministro del Turismo e dello Spettacolo: seguono clamorose discriminazioni nei confronti di produttori e registi di sinistra, trionfa l’arbitrio oscurantista e la censura delle idee con la benedizione della Chiesa e della destra. Censura e contestazione colpiscono rispettivamente l’Arialda di Testori e La dolce vita di Fellini, ma la lista sarebbe lunghissima. In alto si difende una concezione arcaica dell’arte. L’Osservatore romano difende la libertà di censura minacciata (1960). Nel 1961 (governo delle “convergenze parallele”di Fanfani) si discute delle “visioni private”. Nel 1962 quello della censura sarà uno dei nodi da affrontare per il centro-sinistra sullo sfondo della “sprovincializzazione” della cultura italiana.

V. La fine del centrismo e le nuove forme di protagonismo

Una cesura decisiva

1960: è la crisi del centrismo, per più versi provocata dal governo Tambroni, sostenuto dai voti dei neofascisti. In reazione a ciò, si manifesta un nuovo antifascismo, un paradigma antifascista riformulato e ridefinito: il rifiuto del neofascismo si intrecciava alla ripulsa della realtà contemporanea. Nella stagione della guerra fredda era stato sostituito dal paradigma anticomunista nell’ideologia della classe di governo (addirittura non si facevano parlare oratori di sinistra alle poche, e osteggiatissime, celebrazioni della Resistenza).

Genesi e dimensione di una crisi

Due aspetti sono strettamente connessi alla crisi del centrismo:

  1. La politica degli USA nei confronti dell’Italia: a lungo l’America si oppone all’ingresso dei socialisti nel governo.
  2. L’atteggiamento della Chiesa: il distacco della santa Sede dalla politica italiana durante il papato-svolta di Roncalli, comportava una maggiore indipendenza della CEI, fortemente ostile all’apertura a sinistra. Le caute aperture del Consiglio generale della Dc di Vallombrosa, nel 1957, erano frenate da questi due fattori, ma trovavano conferme nell’evoluzione del Psi e in generale dello schieramento laico, dove prevalgono i leader favorevoli alla partecipazione al governo (Nenni fra i socialisti e La Malfa tra i repubblicani). La crisi del centrismo e la difficoltà del suo superamento sono sancite dalle elezioni politiche del 1958: vittoria democristiana coi voti della destra e crescita dei socialisti. Il governo autoritario di Fanfani, contemporaneamente segretario della DC, suscita dubbi sia a destra che a sinistra: Fanfani si dimette da entrambe le cariche. E’ un momento di gravissima crisi. Nel 1959, nel convento di S. Dorotea, nasce il raggruppamento Doroteo dall’interno della corrente di Fanfani. Aldo moro è eletto segretario della Dc. Egli non rinnega prudenti aperture ma ribadisce la fedeltà ai cardini Dc (posizione decisiva per la Dc come partito di maggioranza, ma letale per una politica di riforme). Febbraio 1959-febbraio 1960: governo monocolore Segni: si agitano tensioni e movimenti sotterranei che verranno alla luce col governo Tambroni dell’aprile-luglio 1960. indizi delle tensioni: nel ’59 Segni spia Fanfani (!), sostituzione di G. Baldacci, direttore del “Giorno” (vs Mattei), viaggio in Russia del Presidente della Repubblica Gronchi, irrequietezza delle forze dell’ordine (“indirizzo diverso ispirato a maggiore autonomia”…).

Tambroni e il luglio ‘

Nel 1960 a Firenze Tambroni si dichiara favorevole alla svolta a sinistra, ma la sua pratica politica smentisce questa presunta apertura. Appena eletto, insiste sui temi cardine della “moralizzazione” della “bonifica dell’amministrazione” e del “governo come amministrazione” contro la lotta tra partiti. Tenta di screditare il parlamento irrequieto. Dopo il sostegno determinante dei missini al governo e le dimissioni di una serie di ministri, Tambroni rinuncia all’incarico che riceve di nuovo in aprile (Fanfani fallisce a causa di pressioni Dc e vaticane). Il definitivo governo Tambroni si vuole “prevalentemente amministrativo”. due sono le linee d’azione del governo:

  1. ribasso dei prezzi di alcuni generi di prima necessità
  2. demagogia (minaccia della “congiura comunista”, “Debolezza dello stato”). Segue una feroce repressione attuata per mezzo dei prefetti nei confronti delle sinistre, con l’appoggio di Gronchi. Tra Gronchi e Tambroni si intrecciano le iniziative di De Lorenzo e del Sifar. Si verificano iniziative neofasciste e antisemite. In questo clima il Msi indice il proprio congresso nazionale a Genova. Tambroni ricerca la prova di forza e l’ampiezza della protesta popolare è enorme. A Genova il Msi è costretto a rinunciare al congresso, ma gli scontri si allargano a tutto il paese e si intrecciano ad altri momenti di tensione (ad es. il riaccendersi delle lotte operaie): vi sono numerosi scontri con le forze dell’ordine e alcuni dimostranti vengono uccisi. I prefetti parlano di “teppaglia rossa” intenzionata a sovvertire le istituzioni democratiche. Tambroni non abbandona la linea dura, anche contro gli orientamenti che stanno emergendo nella Dc: gli USA apprezzano la sua politica ed è ora di accantonare il carattere amministrativo per dedicarsi alla difesa e all’epurazione anticomunista. Tambroni riesce a rimandare le dimissioni. Il 16 luglio Moro dà la notizia di un accordo con liberali, repubblicani e socialdemocratici per dar vita a un monocolore Dc. Le dimissioni del governo arrivano infine il 19 luglio. Crainz rileva come in questa fase di profondissima crisi si possano ritrovare i toni e le

piede libero), concentrate soprattutto nel Norditalia. La Uil e il Sida filopadronali fanno il gioco di Confindustria. In giugno anche la Fiat ritorna allo sciopero. Negli scioperi torinesi è da sottolineare la partecipazione dei giovani immigrati (“Lì ci si incazzava in tutti i dialetti d’Italia” M. Revelli). L’oltranzismo padronale (rappresaglie con licenziamenti e serrate) porta alla radicalizzazione dello scontro in alcune zone e alimenta l’unità sindacale. Si intrecciano le tensioni per il rinnovo del contratto degli edili e le manifestazioni per la pace in concomitanza con la “crisi di Cuba”. A dicembre si conclude definitivamente la trattativa dei metalmeccanici con l’Intersind. Nelle aziende private che rifiutano ogni accordo la tensione è altissima: esse verranno sconfitte dallo sciopero unitario dell’8 febbraio. Anche l’accordo con la Confindustria sancisce notevoli vittorie operaie ( aumenti, diminuzioni d’orario, riduzione delle differenze fra operai e impiegati, riconoscimento di una, sia pur limitata, contrattazione integrativa). All’inizio del 1963 i giovani si mobilitano anche all’interno delle università. Iniziano le occupazioni attive a Milano, Torino e Roma

VI. Il riformismo perduto

La posta in gioco

OOgni analisi del centro sinistra finisce per risolversi in una discussione sull’ “occasione mancata” e a porre in luce una sfasatura notevole tra progetti e riflessioni da un lato e aspettative dall’altro e la pochezza della politica concreta. Crainz analizza le ragioni del fallimento: 1)Una prima ragione è la corposa presenza di resistenze e opposizioni efficaci, esplicite o sotterranee. Esse accomunano settori ampi del corpo sociale come degli apparati dello stato, nascono da interessi consolidati di gruppi e ceti e al tempo stesso da culture e orizzonti mentali radicati. Esempi: i veti e i vincoli imposti da Vaticano e USA. Le resistenze al riformismo trovano le loro radici nella natura e nei caratteri del blocco sociale che si era consolidato ai tempi del centrismo intorno alla Dc. Nel febbraio 1962 il congresso Dc di Napoli dà il via all’esperienza di governo con i socialisti. A smentire questa decisione viene eletto Antonio Segni come presidente della Repubblica. Le uniche vere riforme vengono attuate dal governo Fanfani che nasce nel febbraio 1962 con il solo il sostegno esterno del Psi (centro-sinistra “di programma”): già all’alba del 1963 si fanno sentire i colpi di freno Dc. Nel novembre ’63 (fine del boom, congiuntura economica negativa: spinte e meccanismi conservatori), col primo governo Moro i socialisti entrano a far parte direttamente del governo. Le giornate del giugno - luglio del ’64 segnano la crisi del centro-sinistra: crisi di governo, trattative e operazioni convulse che portano al secondo governo Moro sullo sfondo del “piano Solo”. Di lì in avanti il riformismo sopravvive ai contenuti che lo avevano ispirato, ai progetti che ne stavano alla base. 2)Una seconda ragione sta nei limiti dei progetti e delle pratiche politiche delle forze riformatrici: fallisce il riformismo come modello. Non solo: il Psi esce profondamente mutato (degenerato) da questa esperienza: vede la scissione (nascita del Psiup), l’isolamento di Riccardo Lombardi (“riformismo rivoluzionario”) e dell’ansia di riforme concrete. Il “pragmatismo” di Nenni si trasforma in una politica delle cose che degenera fino ad un utilizzo del potere di profilo sempre più basso. Non si cura l’amministrazione, strumento indispensabile dell’attuazione delle riforme.

Questa vicenda dal triste epilogo del centro-sinistra, che conseguenze ha avuto per il nostro paese?

  1. Il monocolore convergente, parallelo, reazionario e statico di Fanfani

Alla caduta di Tambroni segue il monocolore Dc delle “convergenze parallele” guidato da Fanfani, in cui è ampiamente rappresentata la destra del partito. Esso segna un negativo ristagno politico nel monumento del boom economico. Nascono le prime giunte di centro-sinistra e dall’autunno 1960 per la prima volta possono parlare in TV anche i leader delle opposizioni (“Tribuna elettorale”). Seguono strali Dc (“La colpa massima della tv è di aver introdotto Togliatti e le gemelle Kessler nel cuore delle famiglie italiane” firmato Gonella).

  1. Programmi e realtà

SSSettembre 1961, convegno di studi Dc a San Pellegrino: Ardigò sostiene (basandosi sulla e forzando la Mater et magistra) la necessità di una “socializzazione” della Dc per difendere la base elettorale e la necessità dell’intervento pianificatore dello stato in materia economica. Nel 1962 La Malfa, ministro del Bilancio, denuncia gli squilibri dello sviluppo italiano a più livelli: geografico e nella struttura del consumi (penalizzazione dei consumi pubblici, su cui deve concentrarsi lo stato): egli propone una programmazione dell’intervento pubblico. Nascono la “Commissione nazionale per la programmazione economica”, la “Commissione per la riforma tributaria” e la “Commissione per la riforma della pubblica amministrazione”. Per realizzare questi progetti sarebbe stata necessaria una volontà d’innovazione che alla Dc della continuità e della cauta sperimentazione mancava (la via del centro-sinistra era una iattura obbligata, imboccata malvolentieri e con lo scopo di parare i danni, sostanzialmente di cambiare per non cambiare affatto). All’immobilismo corrotto della Dc il Psi non sa opporre una valida alternativa, finisce per smentirsi e adagiarsi sul modello democristiano

  1. Le riforme

Le principali riforme attuate del governo Fanfani nel 1962 sono 4:

  1. Avvio della commissione per la programmazione
  2. Istituzione della scuola media statale unica e obbligatoria (libri di testo gratuiti alle elementari e presalario agli universitari)che abolisce la distinzione precedente fra scuola media e scuole di avviamento professionale. Non è accompagnata da provvedimenti analoghi per gli altri gradi dell’istruzione, ma è un passo vanti notevole verso la democratizzazione.
  3. Nazionalizzazione dell’energia elettrica. Ha un grosso limite: le società ex elettriche (forte trust) vengono rimborsate in contanti: hanno a disposizione cospicue risorse finanziarie che lo stato rinuncia a controllare. Il provvedimento non attua gli indirizzi previsti, fallendo nel suo ruolo di strumento della programmazione. Inoltre non vengono rinnovati i metodi di funzionamento degli enti pubblici (nepotismo politico che dilaga, ad es. tra i sottosegretari).
  4. Istituzione della “cedolare d’acconto”, un’imposta sui titoli azionari volta a rendere effettiva la nominatività dei titoli e ad evitare evasioni. Si aggiungono inoltre:
  • il diritto della donna ad accedere a tutti gli impieghi pubblici (1963)
  • istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta antimafia
  • “legge 167” sulle aree fabbricabili per l’edilizia popolare
  • legge di limitazione della censura. Crainz descrive una situazione di tensione fra l’arretratezza e i contesti istituzionali degli anni cinquanta, le esigenze e le aspirazioni nuove della società italiana, i limiti e i vincoli interni dei governi di centro-sinistra. Le riforme scatenano la resistenza Dc (ad es. sconfessione della riforma urbanistica di Lullo). Alle elezioni Dc e Psi si presentano divisi. Si registra un avanzamento della sinistra,

Moltissime università sono paralizzate: è la prima volta che gli studenti fanno sentire la loro voce con tanta forza (reclamano rappresentanza e diritto allo studio, trascurati dalla “Legge Gui”). Iniziano ad agitarsi anche gli studenti medi superiori. Più in generale è la società ad essere in fermento: del 1965è la proposta di legge sul divorzio del socialista Fortuna. Seguono strali di cattolici già inviperiti dalla questione de “Il Vicario”. Sulla base di queste annotazioni e di un ribollente scenario internazionale (ad es. la lettera del Che) è possibile comprendere meglio la durata e le forme che il ’68 assunse in Italia. Ma allora, sottolinea Crainz, furono solo i settori visibili ma largamente minoritari, quelli che scesero nelle piazze. Le parti più vaste del paese “erano destinate ad emergere e ad improntare di sé gli anni successivi”.