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Il miracolo economico italiano (1958-1963) - Cardini, Sintesi del corso di Storia Contemporanea

ANTONIO CARDINI (A CURA DI) Il miracolo economico italiano (1958-1963) pp. 312, 978-88-15-11480-8 anno di pubblicazione 2007 Esame storia contemporanea -b (corso monografico sul miracolo economico), lettere moderne unipv Manca capitolo IX

Tipologia: Sintesi del corso

2015/2016

In vendita dal 14/09/2016

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CARDINI CAP 1
Periodo 1948-73.
Dopo 1945, quale periodizzazione possiamo proporre? Quella più frequentemente proposta è quella
dell'età dell'oro o golden age (dal 45 al 73-anno della crisi petrolifera): crescita economica senza
precedenti soprattutto nel mondo occidentale; economia mondiale imperniata sul dollaro e sul
sistema americano; i Paesi più coinvolti furono Germania occidentale , Giappone e Italia. I momenti
più importanti: Bretton Woods (accordi monetari) 1944, Piano Marshall (Erp 1947), accordi di Gatt
del 47 a cui italia fu ammessa nel 50, ammissione dell'italia al Patto Atlantico nel 49, adesione al
Mec nel 57, svalutazione dollaro (1971). In italia si costituisce una vera e propria economia
industriale, ma anche una profonda trasformazione sociale.
Cosa consentì il definitivo ancoraggio dell'Italia all'Occidente? Liberalizzazione degli scambi e dei
pagamenti, Erp e Patto Atlantico.
Tra il 1948 e il 1973 l'Italia diventa un Paese industrializzato; apice del processo è il miracolo
economico tra il 1958 e il 1963. Periodo del decollo: tra 1896 e 1926. Nel 1926 si interruppe in
Italia il grande ciclo espansivo che conobbe diverse battute d'arresto in cui l'Italia seguì l'andamento
ciclico dell'economia mondiale.
Per capire l'industrializzazione occorre concentrare l'attenzione sulla trasformazione dell'Italia
rurale e sulla sua fine. L'antica società agraria italiana viene sconvolta.
Italia mille anni.
Fine dell'italia rurale=per la prima volta, livellamento e omogeneizzazione tra città e campagna, tra
Nord e Sud, tra agricoltura e industria. “Italia mille anni” espressione usata da Rosario Romeo
riferendosi alla continuità e alla unicità della storia italiana dall'alto medioevo a oggi. Ciò che
caratterizza l'Italia dall'anno Mille a oggi, quindi per un intero Millennio, è il divario tra città e
campagna, tra Nord e Sud (divario radicato anche nella dimensione geografica) → il mondo italiano
è mondo rurale per tutto il secondo millennio.
Prima frattura: rinascita comunale all'uscita dal Medioevo, che determina nascita del mondo
cittadino e radicamento della civiltà rurale antica, quindi divario tra città e campagna e tra Nord e
Sud
Seconda frattura: tra XIV e XVI le grandi fortune mercantili sono investite nella terra e i mercanti
diventano nobiltà terriera; ciò determina frattura tra signori e contadini.
Questo mondo giunge fino alla seconda guerra mondiale; fascismo instaurato della borghesia
liberale per tenere immutato questo mondo.
Esso è sconvolto a metà del secolo XX, tra 47 e 73; il miracolo economico costituisce svolta
millenaria.
Il miracolo economico e la fine dell'Italia rurale.
Dopo il 1945 Italia è Paese ancora prevalentemente agrario, più precisamente Paese agrario con
isole di industrializzazione (cit Einaudi). Italia del 1971 era decisamente un moderno paese
industriale. Documentazione del cambiamento nel cinema del periodo, specialmente quello
neorealista; nei romanzi di Cassola e Bianciardi e negli scritti di Comisso e Russo (sono solo alcuni
esempi).
Humilemque videmus Italiam.
Primo novecento: la tipica famiglia contadina (colonica?) vive secondo i ritmi scanditi
dall'alternarsi delle stagioni, del giorno e della notte, dai lavori campestri; per quanto variabile fosse
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CARDINI CAP 1

Periodo 1948-73. Dopo 1945, quale periodizzazione possiamo proporre? Quella più frequentemente proposta è quella dell'età dell'oro o golden age (dal 45 al 73-anno della crisi petrolifera): crescita economica senza precedenti soprattutto nel mondo occidentale; economia mondiale imperniata sul dollaro e sul sistema americano; i Paesi più coinvolti furono Germania occidentale , Giappone e Italia. I momenti più importanti: Bretton Woods (accordi monetari) 1944, Piano Marshall (Erp 1947), accordi di Gatt del 47 a cui italia fu ammessa nel 50, ammissione dell'italia al Patto Atlantico nel 49, adesione al Mec nel 57, svalutazione dollaro (1971). In italia si costituisce una vera e propria economia industriale, ma anche una profonda trasformazione sociale. Cosa consentì il definitivo ancoraggio dell'Italia all'Occidente? Liberalizzazione degli scambi e dei pagamenti, Erp e Patto Atlantico. Tra il 1948 e il 1973 l'Italia diventa un Paese industrializzato; apice del processo è il miracolo economico tra il 1958 e il 1963. Periodo del decollo: tra 1896 e 1926. Nel 1926 si interruppe in Italia il grande ciclo espansivo che conobbe diverse battute d'arresto in cui l'Italia seguì l'andamento ciclico dell'economia mondiale. Per capire l'industrializzazione occorre concentrare l'attenzione sulla trasformazione dell'Italia rurale e sulla sua fine. L'antica società agraria italiana viene sconvolta. Italia mille anni. Fine dell'italia rurale=per la prima volta, livellamento e omogeneizzazione tra città e campagna, tra Nord e Sud, tra agricoltura e industria. “Italia mille anni” espressione usata da Rosario Romeo riferendosi alla continuità e alla unicità della storia italiana dall'alto medioevo a oggi. Ciò che caratterizza l'Italia dall'anno Mille a oggi, quindi per un intero Millennio, è il divario tra città e campagna, tra Nord e Sud (divario radicato anche nella dimensione geografica) → il mondo italiano è mondo rurale per tutto il secondo millennio. Prima frattura: rinascita comunale all'uscita dal Medioevo, che determina nascita del mondo cittadino e radicamento della civiltà rurale antica, quindi divario tra città e campagna e tra Nord e Sud Seconda frattura: tra XIV e XVI le grandi fortune mercantili sono investite nella terra e i mercanti diventano nobiltà terriera; ciò determina frattura tra signori e contadini. Questo mondo giunge fino alla seconda guerra mondiale; fascismo instaurato della borghesia liberale per tenere immutato questo mondo. Esso è sconvolto a metà del secolo XX, tra 47 e 73; il miracolo economico costituisce svolta millenaria. Il miracolo economico e la fine dell'Italia rurale. Dopo il 1945 Italia è Paese ancora prevalentemente agrario, più precisamente Paese agrario con isole di industrializzazione (cit Einaudi). Italia del 1971 era decisamente un moderno paese industriale. Documentazione del cambiamento nel cinema del periodo, specialmente quello neorealista; nei romanzi di Cassola e Bianciardi e negli scritti di Comisso e Russo (sono solo alcuni esempi). Humilemque videmus Italiam. Primo novecento: la tipica famiglia contadina (colonica?) vive secondo i ritmi scanditi dall'alternarsi delle stagioni, del giorno e della notte, dai lavori campestri; per quanto variabile fosse

la storia di un simile microcosmo da regione a regione ha una sua unitarietà nel legame con la terra, con la miseria, con il tempo, le stagioni ecc. fonti per la vita nella campagna: Cianferotti; Arrigo Serpieri, sulle condizioni prevalenti nella mezzadria tra le due guerra (= ciò che alimentava l'inquietudine dei mezzadri erano la cattiva direzione di proprietari gretti e incapaci e le angherie dei patti colonici che implicavano subordinazione sociale e manifestavano la gerarchia del mondo rurale). Consumatori inesistenti. Anni dopo la guerra affiorano inchieste e descrizioni di vita reale nelle campagne, soprattutto del Mezzogiorno → Giovanni Russo nel 49, descrive dieta dei contadini; odio dei contadini per i proprietari latifondisti, incapaci di sentire qualunque dovere sociale; salari di 500 lire mensili; agitazioni e disoccupazione erano dovute, secondo Russo, al fatto che i proprietari non rispettavano mai le norme sull'ingaggio della manodopera. I contadini erano consumatori inesistenti sul mercato nazionale. → Ernesto De Martino studiò nel 52 gli elementi pagani oltre che cristiani della cultura popolare nella civiltà agraria, svelando un mondo profondo ed antico. → Giovanni Comisso, descrizione della vita dei campi nel 49-50; nell'Italia Settentrionale, Veneto e provincie dell'arco alpino si scoprivano larghe zone rurali arretrate; la miseria contadina era diffusa tanto a Nord quanto a Sud. Anche il mondo rurale toscano del dopoguerra fu oggetto della descrizione di Comisso: in toscana i cardini della propaganda comunista erano la promessa della terra e le feste dell'Unità. I mezzadri avevano potuto dare sfogo alla loro ostilità contro i padroni, dopo la Liberazione, in agitazioni agrarie di violenza sconosciuta in città. Comunismo e Italia rurale. Antoni: l'Italia era comunista perchè la popolazione abitava più che le città le campagne. All'italia in via di industrializzazione si proponeva in politica interna ed estera il modello dell'Occidente, ma si trovava ostacolo nel Partito comunista che impersonava la resistenza contadina e l'eredità corporativa dell'antica italia cittadina, che il cattolicesimo ricomprendeva in sé. Immediato dopoguerra caratterizzato da occupazioni di terre e da vere insurrezioni contadini. Carlo Levi: l'emarginazione dell'Italia agricola era il problema centrale da risolvere per giungere alla democrazia; il mondo rurale non aveva mai accettato anche dopo l'inurbamento l'individualismo liberale, era rimasto attaccato al comunitarismo e al solidarismo; italia rurale esclusa dal risorgimento, poi presa a modello dal nazionalismo e dal fascismo per virtù primigenie. Era un'italia che si trasformava in società industraile, ma viveva con i codici solidaristici e comunitari dell'antica italia rurale, determinando insanabili incompatibilità tra edificazione delle strutture pubbliche e ideologia dei partiti parlamentari; italia contadini alimentava la cultura cattolica e marxista e respingeva quella laica. Studio recente: 1913 i mezzadri, nell'area geografico economica dove il Pci ha poi conservato una persistenza elettorale stabilissima, identificarono per la prima volta le loro sorti con quelle dei socialisti (poi dei comunisti) allorchè percepirono che tali partiti erano radicalmente osteggiati dai proprietari (si riproponeva secolare frattura tra signori e contadini). Anche il fondamento ideologico della propaganda socialista e comunista attirava i contadini: idea della società egualitaria ecc. il comunismo italiano quindi si instaurò nelle campagne, non solo tra gli operai di città, e divenne il sogni delle masse rurali, che conobbero così nel secondo dopoguerra la loro prima esperienza politica. Divengono consumatori. 1953 sempre più si avvertono i segni della modernità incalzante; Comisso nota come nelle valli di alta montagna grandi trasformazioni erano in atto, mutavano vecchie consuetudini e sparivano vecchi mestieri. La provincia rurale si sta riversando in massa a Roma, popolando le sempre più numerose borgate e

privilegiate) assegnò una funzione primaria all'interscambio commerciale. Ciclo espansivo messo in moto da guerra di Corea, ma la congiuntura economica non si esaurì, anzi volgeva in senso sempre più favore ai Paesi dell'E occidentale. Nascita della Comunità europea – l'italia approfittò dell'integrazione in misura superiore rispetto ad altri paesi comunitari. Cosa dà impulso a accumulazione di capitale e successivo investimento nell'industria? Instabilità monetaria, mancanza di controlli fiscali sul mondo degli affari e mantenimento di un tasso di sconto favorevole da parte della banca d'italia; agevolazioni statali concesse ad agricoltura, edilizia pubblica e privata + società finanziarie industriali di proprietà dello Stato, molto forti nei settori metallurgico, cantieristico, chimico ed energetico; fino alla fine del 61 l'aumento dei profitti unito a modesta lievitazione dei salari permise a industriali italiani di vendere a prezzi inferiori rispetto a concorrenza straniera e allo stesso tempo godere dei benefici necessari a finanziare un'ulteriore espansione. Fu la modernizzazione dell'apparato industriale + bassi salari ad assicurare ai prodotti italiani quella competitività a livello internazionale. Si temette un ritorno a sistema protezionistico (che avrebbe tutelato i settori arretrati), ma alla fine si capì che proprio l'apertura verso un mercato comunitario poteva rappresentare la soluzione a una sistema economico come quello italiano che, carente di materie prime e risorse energetiche, non aveva altra via che quella di finanziare l'importazione di beni primari con un flusso crescente di esportazioni su una varietà di prodotti tecnologicamente avanzati. Si parla di Effetto Mec: aumento della produttività per unità di lavoro impiegata in agricoltura, che rese possibile un maggior utilizzo di manodopera nell'industria – nel 1958 l'agricoltura fino ad allora settore trainante dell'economia fu superata dall'industria (40,1 % di forza lavoro occupata, vs 33,3 nel terziario e 26,6 all'agricoltura); calo della disoccupazione; MA rovescio della medaglia: al Mezzogiorno si ebbe spopolamento nelle zone interne, dovuto a migrazione verso aree urbane del Nord e in misura minore verso aree costiere del Sud. Le industrie esportatrici vs industrie rivolte al mercato interno. Industri meccaniche, chimiche e metallurgiche rivestirono un ruolo rilevante nello sviluppo del commercio estero del periodo; tali settori erano chiaramente orientati verso le esportazioni e, dovendo essere efficienti e competitivi sul piano internazionale, furono incoraggiati ad adottare tecnologie avanzate. I comparti tradizionali (tessile e alimentare), registrarono livelli di sviluppo nettamente inferiori alla media generale del settore, in quanto non indirizzati verso commercio estero - restarono indietro per produttività efficienza e innovazione tecnologica. → crescita dualistica dell'economia italiana. Impatto del Mercato comune sul tessuto produttivo e sociale del paese: modifiche della struttura dei consumi e la loro crescita di massa. Italia ricevette impulso ad acquisire un modello di consumo più vicino a quello degli altri stati europei, concedendo largo spazio a produzione di beni di massa e addirittura di lusso. Frigoriferi lavatrici automobili televisori macchine da scrivere e prodotti in plastica iniziarono ad essere esportati in misura notevole → straordinaria crescita di industria di elettrodomestici. Anche industria automobilisitca conobbe sviluppo rapidissimo e a ritmo crescente: protagonista della crescita su la Fiat. La formazione del Mec favorì dunque processo di rinnovamento tecnico e ristrutturazione produttiva per fronteggiare l'urto della concorrenza europea una volta riuniti i mercati; era diffuso inizialmente il timore che la concorrenza dei più forti avrebbe rallentato il nostro sviluppo. La scelta di un'assoluta gradualità delle mirure di transizione contribuì a tranquillizzare almeno in parte le categorie economiche ed industriali. Comunque furono proprio le iniziali condizioni di inferiorità ad indurre l'Italia a compiere sforzi inimmaginabili per mettersi al pari degli altri paesi Cee; così la situazione che avrebbe potuto generare un disastro economico fu invece all'origine del miracolo. I possibili effetti negativi che il Mec avrebbe potuto causare non si verificarono proprio perchè la

capacità di concorrenza dell'industria italiana fu maggiore del previsto, anche per l'inferiorità iniziale del costo della manodopera. Man mano che i salari andavano allineandosi sui livelli europei, si stimolò l'ammodernamento tecnologico e il potenziamento dell'apparato produttivo italiano (necessità di aumentare i salari spinge industriali a rendere più efficiente e avanzato il sistema produttivo, per ridurre i costi su quel fronte – anziché su quello dei salari). Con la crescita degli investimenti produttivi aumentò anche la concorrenzialità dell'industria italiana all'estero. Incremento di investimenti accompagnato anche da un periodo di singolare stabilità monetaria (vedi Oscar della moneta nel 1960). la stabilità dei prezzi rendeva a sua volta sempre più competitive le nostre esportazioni - un sistema autopropulsivo. Ai fini dello sviluppo delle nostre esportazioni si rese necessaria una collaborazione sempre più stretta tra azione privata e pubblica. Intervento statale fu più che opportuno per il progressivo inserimento nell'attività di esportazione di piccole e medie aziende che non potevano disporre dell'onerosa organizzazione richiesta per introdursi ed affermarsi sui mercati esteri. Intervento statale → assicura alle produzioni italiane condizioni di competitività rispetto a concorrenza internazionale e forme di assistenza sul piano informativo operativo e di propaganda. Solo tra fine 63 e inizio 64 si assistè a rallentamento della crescita. I salari medi italiani in soli due anni (62 e 63) crebbero così rapidamente che alla fine del 63 raggiunsero i livelli dei paesi più avanzati. Il rallentamento dovuto a crisi interna – crollo della bilancia commerciale: i prezzi interni aumentati del 6 % (aumento significa che erano poco richiesti?), mentre prezzi di prodotti importati aumentano solo dell'1,4% (più richiesti i prodotti d'importazione quindi, o comunque aumento della richiesta dei prodotti di importazione). I consumi privati avevano la responsabilità di avere fatto aumentare troppo le importazioni, quindi vengono aumentate le imposte per ridurre i consumi privati; in realtà il crollo fu dovuto in particolar modo al minor interesse degli industriali ad esportare, dal momento che il mercato interno offriva una domanda di beni pressochè inesauribile, a cui si aggiungeva l'aumento delle importazioni. Non appena le importazioni iniziarono a diminuire e le esportazioni ripresero a crescere si riequilibrò la situazione. Le esportazioni hanno quindi dimostrato di ricoprire un ruolo chiave in questo processo di sviluppo → lo sviluppo industriale in italia 'trainato' dalle esportazioni (export-led). L'italia del 63 diversa da quella del 57: da labour-intensive diventata capital-extensive, ovvero un tempo il lavoro umano era fonte produttiva principale; dopo era stato soppiantato dal capitale investito. Da paese ad economia agricola era divenuto paese ad economia fondalmentalmente industriale. Grazie a Cee da sistema chiuso l'italia era divenuto un sistema aperto. CAP 3 - LA GRANDE TRASFORMAZIONE, VARNI Il miracolo economico dal punto di vista politico. Dal 1953 vincoli rigidi che legano Usa ad Europa e questa al suo interno; dopo la vittoria di Eisenhower , repubblicano, questi vincoli dovevano essere ridiscussi – la sua politica non più volta al contenimento dell'espansione comunista, bensì favorevole a un drastico rifiuto di ogni scelta tollerante di eventuali annessioni imperiali effettuate, ovvero dottrina della rappresaglia massiccia. Era un modo indiretto di richiamare l'E a proprie nuove responsabilità. Clima di allora incerto dalla morte di Stalin, nel 53, e dall'armistizio in Corea. In quegli anni finiva quella visione compatta e senza sfumature dell'alleanza atlantica, la quale era viva via sostituita da prospettive di comunanza meno dominate dalle urgenze militari. Questo smobilitarsi del clima di emergenza post-bellico contribuì a sospingere l'E e singoli paesi al suo interno a programmare lo sviluppo economico in base a risorse proprie e non più attese dai rifornimenti americani? Trattato di roma del resto guardava alle motivazioni dello stare insieme per crescere economicamente e politicamente, senza l'esigenza di uniformarsi agli impegni imprescindibili dello scontro con Urss, ormai divenuto coesistenza competitiva.

Quindi: i due fattori propulsivi furono 1)domanda che cominciò a tirare e 2)allargamento al basso della struttura produttiva → crearono le premesse per la crescita della grande industria. In questa prima fase la politica economica praticata dai governi centristi ebbe una parte rilevante, per via degli stanziamenti destinati a favore del Sud (che allargarono gli spazi del mercato interno) e di alcuni provvedimenti finanziari (come l'istituzione del Fondo per l'industria meccanica). Importanti anche la liberalizzazione degli scambi con Paesi dell'Oece, la partecipazione dell'Italia alla Ceca e (57) alla Comunità economica europea. Dopo il 1958 la grande industria crebbe a tal punto da caratterizzare, da allora, il nostro modello di sviluppo come prevalentemente expert-led. L'accrescimento delle esportazioni era una strada obbligata per il nostro paese, privo di materie prime e risorse energetiche e ancora afflitto da scarso potere d'acquisto di tanta parte della popolazione. Per poter entrare nel mercato internazionale come economia aperta, l'industria italiana dovette organizzarsi sulla base delle struttura ereditate del passato, ossia intorno a un blocco di imprese attive per lo più nel settore tessile e meccanico. In compenso questi e altri comparti dediti in genere alla produzione di beni di consumo durevoli avevano due punti di forza: alto tasso di operosità imprenditoriale e presenza di una domanda elastica a in rapida crescita a livello internazionale; avevano inoltre il vantaggio competitivo del basso costo della manodopera (vantaggio comune anche a gruppi siderurgici, chimici, automobilistici, elettrici). Con progressivo ammodernamento e standardizzazione degli impianti si verificò un sensibile aumento della produttività. Aumento graduale dei salari tra 53 e 61 corrispose a crescita media della produttività (salari più alti → espansione degli investimenti del settore privato, in particolare?). La manodopera a basso costo non fu però la chiave di volta del miracolo, ma altri fattori: 1)maggior dotazione di infrastrutture realizzate dallo Stato 2)incentivi assicurati dalla mano pubblica al finanziamento e sviluppo di alcuni settori di base, come siderurgia e telecomunicazioni (facenti capo all'Iri), il comparto degli idrocarburi in cui operava Eni 3)possibilità di mutuare una serie di procedimenti tecnici e organizzativi già collaudati con successo in paesi più avanzati e acquisizione di vari impianti e beni d'investimento 4)crediti a tasso agevolato erogati dal sistema bancario in conformità alle direttive della Banca d'Italia 5)crescita della produzione derivante dall'ampliamento delle fonti energetiche (il che avvenne in seguito alla creazione di nuovi impianti termoelettrici e all'incremento della produzione di metano e la fornitura di crescenti partite di greggio e gas naturale da parte dell'Ente petrolifero di Stato) 6)le imposte sui redditi da capitale e d'impresa inferiori da noi rispetto a altri paesi in E. Nell'ascesa dell'industria italiana la Fiat svolse un ruolo cruciale: tra 57 e 61 venne raddoppiata la costruzione di autoveicoli arrivando a coprire 80% della domanda interna; anche vendite all'estero incrementate. Vittorio Valletta, protagonista e artefice dell'ascesa. Ma precisamente questa espansione fu il risultato di un processo che vide coinvolti in una sorta di simbiosi il Gruppo torinese, la Finsider e l'Eni. Si trattò di una programmazione dello sviluppo che venne realizzandosi sul piano operativo fra mano privata e pubblica. La prod d'acciaio aumentò del 160% tra 1951 e 1960 grazie alla conversione del settore siderurgico pubblico al ciclo integrale, dal minerale ai prodotti finiti + sostanziale stabilità dei prezzi delle materie prime resa possibile da accordi comunitari Ceca. Oscar Sinigaglia, presidente della finanziaria siderurgica dell'Iri (finsider), che affrancò l'industria dell'acciaio italiana da una secolare condizione di inferiorità. L'Eni contribuì ad aprire all'Italia un accesso diretto ai giacimenti di greggio di alcuni paesi produttori del Medio Oriente e avviò l'importazione di gas naturale dall'Unione Sovietica. Prezzi di materiali siderurgici bassi → essenziale per l'industria meccanica apporto Agip → Fiat sviluppi di una motorizzazione privata di massa → Eni. Tra anni 50 e 60 si affermò così una economia mista. Il vertice del capitalismo italiano assunse

tuttavia, nel tempo, altre connotazione rispetto a quelle originaria - l'ago della bilancia venne spostandosi a favore della mano pubblica (in seguito agli effetti della nazionalizzazione della energia elettrica prima, poi delle pesanti ripercussioni negative provocate negli anni settanta dalla svalutazione del dollaro e da due successive crisi energetiche); questo mutamento nei rapporti di forza avvenne anche in seguito alla crescente invadenza della Dc e dei partiti di maggioranza nella sfera economica. In ogni caso da anni settanta si è assistito a un deperimento strutturale del sistema industriale italiano, mentre la grande industria privata è andata perdendo quota, il settore pubblico ha finito per pagare il costo di oneri impropri (?). poi economia italiana ha risentito della mancanza di una politica di programmazione per fattori innovativi. Non solo gli ambienti politi, ma anche gran parte dell'opinione pubblica finirono per cullarsi nell'illusione che, una volta raggiunto sesto posto fra le potenze industriali conseguito in anni sessante, bastasse gestire l'esistente con poche varianti. Tra anni 80 e 90 molte aspettative di ripetere il miracolo vennero concentrandosi nell'exploit di tante micro-imprese. CAP 5 – PICCOLI E GRANDI IMPRENDITORI, ADRIANA CASTAGNOLI Imprenditori e imprese A partire da anni 80 dell'800 nella penisola si svilupparono poche grosse imprese e una miriade di imprese piccole e piccolissime; la diffusa presenza di minuscole imprese divenne una caratteristica strutturale e di lungo periodo dell'economia italiana. Molti osservatori si sono chiesti se in Italia mancassero veri talenti imprenditoriali. Dalle biografie dei Cavalieri del Lavoro (-fonte) capiamo meglio le trasformazioni avvenute in quegli anni nella formazione dell'imprenditorialità italiana: mettono in luce aspetti importanti riguardanti i modelli di imprenditorialità proposti dalle associazioni professionali. Se nell'industria italiana gli imprenditori italiani furono una minoranza, essi appaiono concentrati negli anni cinquanta, in particolare nella meccanica, nella chimica e nella farmaceutica; nell'agricoltura pure, settore dove fu l'elite a produrre importanti miglioramenti nella conduzione, nelle colture e nell'allevamento, secondo un modello di imprenditore profondamente radicato nelle reti sociali e territoriali (=che sa mettere a frutto reti sociali, incarichi pubblici e cariche associative). Fu importante anche l'ambiente culturale e politico da cui provenivano i manager, lo stesso in cui si inserivano le piccole Casse di Risparmio del Nord Italia e quelle popolari (legate per lo più al mondo cattolico) - queste furono le più importanti per il finanziamento delle piccole imprese del Nord. I settori del miracolo Come ha fatto l'Italia a compiere il miracolo? Condizioni favoreli della congiuntura post-bellica; adesione a modello di economia aperta; processo di democratizzazione compiuto sotto l'ala degli Usa; intensificazione internazionale degli scambi, accelerata da ingresso nel Mec → tutti questi fattori produssero le condizioni di fiducia necessarie perchè emergesse pienamente dal basso una imprenditorialità dinamica che impresse una nuova spinta concorrenziale all'economia italiana. Le maggiori imprese da parte loro trovarono lo spazio per l'organizzazione della produzione industriale su larga scala, in particolare fu l'imprenditorialità manageriale delle aziende a partecipazione statale a saper realizzare grandiosi progetti industriali (Eni e Italsider). Se il miracolo, tuttavia, fu dovuto in gran parte alle grandi imprese pubbliche e private, furono le piccole imprese a creare un maggior numero di posti di lavoro e ad allargare la base produttiva (1961, oltre metà di addetti all'industria manifatturiera è impiegata in imprese con meno di 100 addetti). L'economia italiana di anni 50 crebbe per la fisionomia eclettica del suo modello di sviluppo, in

di primo piano assunto da donne imprenditrici, che guidarono la trasformazione delle tenute familiari dalla conduzione a mezzadria a quella in economia (Veneto, val di chiana). Questa imprenditoria agricola di maggiori dimensioni può essere considerata per molti aspetti un business di elite: ne facevano parte i discendenti dell'aristocrazia fondiaria, poi vi erano i rappresentanti di una borghesia politicamente e impegnata, tecnici di alto livello; in ogni caso la visibilità sociale per cumulo di cariche pubbliche e associative appare come un tratto distintivo degli imprenditori dell'agricoltura, specie nel centro sud italiano. Il sistema del credito Interdipendenza tra banca e industria, un punto nodale del capitalismo italiano. Da parte degli imprenditori: strategia per assecondare la formazione di un sistema creditizio adeguato ai bisogni delle imprese appartenenti alla stessa comunità locale, che ha come esito il potenziamento delle banche locali e minori. Casse di Risparmio: Politicizzazione del sistema di credito dovuto alla nomina dei presidenti da parte del Tesoro. Funzionari e fiduciari di banche grandi hanno ricoperto incarichi di responsabilità sia in altre maggiori banche sia nelle minori → mobilità; anzi banche=canale di mobilità e selezione sociale collegato al sistema politico, infatti alcuni fra i maggiori banchieri del periodo del miracolo si distinguevano per impegni politici e di partito. Da parte di Casse di risparmio e banche popolari: sono state uno degli strumenti di orientamento politico delle attività economiche a livello territoriale Conclusioni. La storia del miracolo italiano è per molti aspetti la storia di una imprenditorialità molteplice e riflette la permanenza e il consolidamento del capitalismo familiare in Italia. Grandi protagonisti come Valletta, Olivetti, Sinigaglia, Mattei + miriade di imprenditori a capo di piccole e medie imprese che contribuì diffusamente alla crescita del paese. È l'attuale capitalismo italiano, di cui sono emblema le medie aziende – ha tratto origine e linfa dall'universo imprenditoriale del miracolo. Il sistema finanziario: influenzato da una cultura economica e politica tendente a privilegiare il credito bancario rispetto alla Borsa. Manager e banchieri alla guida del settore creditizio giunsero ad occupare tali posizioni di comando in gran parte per la loro contiguità con il mondo cattolico e con partito di maggioranza. Avvenne così che il sistema della casse di risparmio e delle banche locali e popolari fu in grado di influire politicamente sulle scelte economiche e le iniziative sviluppatesi a livello territoriale e di dare così concretezza al progetto politico democristiano per un capitalismo diffuso di piccola impresa nelle aree più industrializzate della penisola. CAP 6 - LA 600 E IL TELEFONO. UNA RIVOLUZIONE SOCIALE, STEFANO MAGGI. Fra 1953 e 1062 trasporti e comunicazioni portarono mutamenti inediti nella vita quotidiana della gente: la motorizzazione di massa, la diffusione del telefono, il completamento dell'elettrificazione di città e campagne, l'emigrazione sui treni S-N, le linee aeree, l'avvento della televisione → elementi di una grande rivoluzione economica, sociale, culturale. Navi e aerei al servizio dell'emigrazione. Dopo la seconda guerra mondiale iniziò una rivoluzione nei trasporti navali. Nel 1950 le tramps per il trasporto merci e le liners per il servizio misto merci e passeggeri. Nel periodo seguente vennero introdotti i primi container (diffusi in Italia dai primi anni 60), che favorirono un ampliamento dei traffici via mare su bastimenti specializzati: si evolveva la tecnologia della nave mercantile.

Contemporaneamente veniva meno il trasporto passeggeri: nel 52 la Grandi Motori Fiat presentava due nuovi transatlantici; dalla metà degli anni 50 però, per il naufragio dell'Andrea Doria, avvenne una svolta che segnò l'inizio dell'agonia dei grandi transatlantici che avevano trasportato milioni di emigranti nel nuovo mondo. Le navi per viaggiatori rimanevano dedicate ai servizi di traghetto su brevi distanze e alle crociere turistiche. La navigazione aerea: nel 57 fondata Alitalia, poi affiancata nel 63 dall'Ati (Aereo trasporti italiani), costituita per incentivare i collegamenti interni. Nel 61 inaugurato l'aeroporto di Fiumicino, per i voli intercontinentali. In questo periodo aumentava il movimento sulle linee aeree il cui prezzo cominciò a calare negli anni sessanta. Le scelte di politica economica avevano assegnato all'emigrazione un ruolo positivo per risolvere il problema della disoccupazione. In un primo tempo la via più battuta dai transatlantici e dagli aerei fu quella tradizionale delle terre d'oltre oceano (America, Australia). Nella seconda metà degli anni cinquanta assunse invece un ruolo primario l'emigrazione nazionale e continentale, che come mezzo di trasporto utilizzava soprattutto il treno. Il treno “trasporto dei poveri”. Nel 1953 il Settebello entrò in servizio. A parte il caso isolato dei treni lussuosi, il treno si stava avviando a diventare sempre più un mezzo per i poveri, dal momento che coloro che potevano permetterselo cominciavano a viaggiare in automobile. L'immagine del treno in qst periodo fu legata sopratt al trasporto degli emigranti dal Mezzogiorno e dal NE verso il triangolo industriale e altri paesi europei. Tra il 56 e il 57 vennero introdotte le carrozze a cuccette per la notte e abolita la terza classe. Es nel cinema: Rocco e i suoi fratelli del 60. i treni degli emigranti interni: il Treno del sole e la Freccia del Sud, i treni del levante dalla Puglia → percorrrevano tutta la penisola a basse tariffe; assecondarono il processo di emigrazione interna indispensabile per assicurare la necessaria manodopera alle industrie del settentrione. Mentre la mobilità aumentava sempre di più i viaggiatori sui treni diminuivano a significare che il trasporto privato si affermava con un'assoluta preminenza. La motorizzazione di massa. Lo sviluppo della motorizzazione: cominciato in italia tra 49 e 50 con la diffusione della Vespa (46) e della Lambretta (47), innovazioni puramente italiane. Negli anni successivi i tassi di crescita della motorizzazione individuale furono alti, tra 9 e 26%, a tal punto da dare luogo a un incremento di tipo esponenziale. Tale diffusione fu resa possibile da una scelta precisa, quella di favorire il trasporto privato a scapito di quello pubblico, o comunque concentrando lo sviluppo sul trasporto su gomma (vedi diffusione bus al posto di tram e scarsa costruzione di metropolitane rispetto ad altri paesi europei). Occorreva poi una rete viabile adeguata alla circolazione automobilistica; fu in questo settore che lo Stato investì le sue maggiori risorse dedicate alle opere pubbliche: rete autostradale costruita a partire da anni 50. Grazie al miglioramento delle strade e la costruzione delle autostrade l'Italia entrò nell'era dell'automobile di massa con la produzione di utilitarie, che potevano essere acquistate anche dai ceti meno abbienti. L'avvio rappresentato dalla Fiat 600, prodotta dal 55; poi la nuova 500 nel 57. l'acquisto dell'auto fu legato alla scoperta del tempo libero e della villeggiatura, ma anche all'ascesa sociale e all'edonismo: il valore simbolico dell'automobile. Grazie alle 600 fu realizzato, tra 55 e 56, un aumento del 20 per cento nella circolazione veicolare; la situazione regionale squilibrata tra N e S, con difformità al S; ma comunque fino al 1962 preponderanza dei motoveicoli (a due ruote). Parallelamente alla diffusione dell'auto si completava l'elettrificazione dell'Italia con campagne, montagne e piccoli centri del meridione. L'elettricità: dall'illuminazione agli elettrodomestici. I fenomeni più evidenti che accompagnarono la trasformazione della società italiana in società dei consumi di massa, furono rappresentati dalla motorizzazione e dalla diffusione di elettrodomestici. Prima del miracolo economico le famiglie italiane abitanti in nuclei aggregati avevano quasi tutte la corrente elettrica; nel 51 persistevano differenze territoriali, ma le differenze sarebbero scomparse in un decennio. Tra la fine degli anni cinquanta e inizio sessanta quando aumentò l'occupazione femminile e con essere il reddito familiare, fu finalmente possibile inserire nelle case dei ceti operai la lavatrice,

all'inizio è molto debole e la pubblicità marginale o non ammessa; ciò non rappresenta un problema perchè c'è abbondanza di denaro: gli investimenti iniziali della tv sono pagati con i proventi della radio. Gli enti televisivi nazionali. Ovunque il carattere pubblico della tv favorisce la costituzione di grandi apparati culturali e amministrativi, connessi al sistema politico, e la creazione di grandi stabilimenti di produzione. In tutti i paesi europei gli apparati televisivi dovranno stabilire alcuni compromessi tali da permettere alla televisione di svilupparsi senza lasciarsi travolgere dalle resistenze coalizzate. Un primo compromesso è necessario con le opposizioni politiche, preoccupate da un aumento della influenza governativa sulla popolazione. Infatti ovunque in E la televisione è stata controllata direttamente o indirettamente dall'esecutivo. Anche dove non esistevano condizioni di alternanza di partiti al governo, è stato cercato un compromesso. La regola non scritta delle televisioni europee diventò questa: l'informazione sarà tendenzialmente favorevole al governo ma contenuta. Altri compromessi erano necessari: 2)l'alta cultura che dominava l'uni e la produzione libraria e i commenti della stampa voleva essere rassicurata sulla funzione formativa della tv, ma anche sul suo carattere divulgativo che significava, implicitamente, la sua collocazione a un livello culturale più basso di quello che le elite occupavano. 3) I giornali volevano la sicurezza che la pubblicità televisiva non erodesse la loro principale fonte di reddito. 4)Il cinema non intendeva perdere troppi spettatori. 5) la scuola temeva la concorrenza con i modi più facili e attrattivi per bambini e ragazzi. In tutti questi campi fu più o meno trovato un accordo, che fu realizzato in una logica di bilanciamento politico, comprimendo le grandi possibilità espressive della televisione. Anche l'offerta di programmi delle varie televisioni ebbe caratteristiche simili: era un'offerta limitata e diretta dall'alto. L'elenco dei programmi settimanali si chiama palinsesto in italia. In esso ogni serata era dedicata a un genere. La tv veniva quindi accesa nelle serate in cui un certo programma interessava – no fruizione continua come in America. La tv stessa invitava a essere selettivi, infatti l'indice di ascolto non interessava ai dirigenti delle tv europee. I consumatori agiati furono i primi acquirenti, poi divenne un bene di acquisto popolare. Con l'aumento del benessere e la formazione di una grande classe media, forte consumatrice di tv, il mezzo si allontanò dai ceti benestanti e colti, a cui si tornò solo con la tv tematica a pagamento. Popolarità di massa di trasmissioni di successo, diffusione di locuzioni gergali, gesti e mode diffusi per tv furono la prevedibile conseguenza. Il caso italiano in radio e in televisione. Le premesse. Eiar= ente italiano audizioni radiofoniche; risale al 27 28, rappresentava una sorta di variante autoritaria dei principi del broadcasting britannico (Bbc), ovvero educare informare intrattenere. Dopo la liberazione diventa Rai = Radio Audizioni italiane. Intanto durante la risalita degli alleati, questi fondarono nelle principali città emittenti radiofoniche gestite dal Pwb, psycological warfare branch; grande protagonista di qste radio, accanto all'aspetto informativo e propagandistico, è la musica americana. Radio caratterizzata da: blocco di cattolici intransigenti e esponenti del Partito d'azione, ispirazione dalla radio inglese; il risultato: un tono anglofilo, colto, talvolta ispirato e mistico. Dopoguerra e televisione. 1953 compiuta la ricostruzione e il paese sta iniziando a esportare i manufatti del benessere, di cui a breve potrà iniziare a godere. Nuova convenzione ventennale tra Stato e Eiar (da qst momento Rai) nel 1952; la convenzione accentua il carattere para-pubblico della Rai, che era formalmente un'impresa privata con l'obbligo però di una maggioranza assoluta dell'Iri. Il 3 gennaio 54 iniziano le trasmissioni televisive; dal 56 la rete arriva in tutta Italia; nel 65 avviene il sorpasso sulla radio in quanto ad abbonamenti. Concordanza tra crescita motorizzazione e sviluppo della televisione. Modernità e/o clericalismo? Giudizio storico prevalente sulla prima tv: programmazione clericale, sorvegliata e bigotta; giudizio

espresso per la prima volta da Arturo Gismondi nel 56 in un libro che in appendice recava un documento riservato intitolato Norme di autodisciplina per le trasmissioni televisive, allora generalmente riferito all'amministratore delegato Filiberto Guala. Ma questo documento non è prova assoluta di una sua larga e fiscale applicazione e il testo non è nemmeno riconducibile a Guala (poco dopo si dimise e prese i voti). Anzi Guala fu uno dei pochi ad essere influenzato dal pensiero sociologico americano e a conoscere gli Usa: alla Rai organizzò un corso di formazione per reclutare funzionari, da cui uscirono i migliori dirigenti Rai degli anni a venire. La tesi: la sua figura fu determinante per conferire alla nascente televisione italiana un imprinting americano e quindi un ruolo centrale dell'intrattenimento, pur nella rigida cornice morale del tempo. Tv all'americana. Due giudizi possibili sulla prima televisione italiana: un american way of television o ricostruzione basata su valori tradizionali e su una cultura dello spettacolo di estrazione teatrale. La nostra tesi: è possibile pensare ad una televisione italiana particolarmente attratta dalla tv americana più di qualsiasi altra tv nazionale europea, pur all'interno di due principi irrinunciabili quali il monopolio e la direzione cattolica. La tv italiana ha fin da subito una vocazione al loisir, all'intrattenimento. Questa vocazione ha due radici: una autoctona che risale a una vocazione canzonettistica e ai generi bassi del teatro nei quali l'Italia è stata pto di riferimento mondiale in epoca premediale. La seconda radice è rappresentata dal mito americano, che si afferma come way of life e speranza di benessere. Lo strumento della diffusione di qst mito è il cinema hollywoodiano. All'interno dalla Rai non si distingue solo una dialettica di tipo alto/basso nel rapporto radio/tv, ma anche un duplice sistema di riferimenti internazionale (UK per radio, Usa per tv). Personaggio chiave della mediazione interculturale fra Usa e Italia fu Mike Buongiorno; da notare la stranezza, l'azzardo di aver iniziato le trasmissioni del nuovo medium con una persone esterna alla Rai che non aveva mai condotto prima nessuna trasmissione alla radio ed era sconosciuta. Questo si spiega con la deliberata intenzione, ai vertici Rai, di dare un segno americanizzante e moderno al nuovo medium. Televisione e vita italiana. Televisione che si pone come modello pedagogico anche nell'ambito dei consumi: insegna a consumare (Carosello, 57-77), educa alla modernità. Dal punto di vista dell'educazione alla modernità il quiz è paradigmatico: è una trasparente metafora dell'ascesa sociale ed è con esso che la tv si afferma prepotentemente, marginalizzando la radio e altri media. Sebbene sia vista con sospetto e diffidenza dagli intellettuali, sopratt quelli di sx, l'opinione più diffusa è che il suo arrivo abbia coinciso con un marcato mutamento culturale. I dati mostrano un drastico effetto di sostituzione della televisione rispetto alla radio. Una inchiesta di Lidia de Rita, I contadini e la televisione, attribuisce alla sola tv il ruolo della socializzazione primaria, anticipatrice di un benessere ancora lontano. Televisione e vita italiano, volume curato dalla Segreteria centrale della Rai nel 68, indaga ancora l'influenza della tv nella vita del paese. Storia linguistica dell'Italia unita (63) di T de Mauro: sottolinea il fondamentale apporto della tv alla costruzione della lingua nazionale, apporto che non fu in grado di dare la radio. Egli considera secondari e minori gli effetti della radio sulla lingua nazionale per il carattere formale e standardizzato del suo parlato, contrapposto all'informalità e alla varietà del parlare televisivo. Ettore Bernabei avrebbe dedicato, dopo il suo arrivo, la gran parte dei suoi sforzi nella crescita della tv, marginalizzando ancora di più la radio. CAP 7 – TELEVISIONE: LE IMMAGINI DEL MIRACOLO, BARBARA ROSSI. La televisione di Bernabei. Gennaio 1961: Ettore Bernabei diventa direttore generale Rai; obiettivo: riservare alla Dc

La transizione italiana al consumismo ebbe come referente il modello americano. Già negli anni cinquanta i prodotti cominciarono a essere pubblicizzati con specifico riferimento ai valori americani. La pubblicità di questo periodo vendeva un'idea nuova della persona. I valori erano americani, ma il modello adottato in tv per la pubblicità fu del tutto diverso da quello americano sia perchè la pubblicità all'inizio fu respinta sia perchè la Chiesa rimase diffidente verso la pubblicità in quanto valorizzava la dimensione materiale della vita. Dal febbraio 1957 per i ventanni successivi: Carosello; un contenitore che mutuando spunti da altre forme di spettacolo proponeva storielle, gags, macchiette, solo in parte esplicitamente pubblicitarie. Ebbe il merito di unificare il mercato dei consumi. Non apparivano mai nelle scenografie ambienti troppo lontani da quelli conosciuti da una piccola borghesia impiegatizia. Tribuna elettorale. Dal 58 spinte per modificare l'assolutismo democristiano dell'informazione erano divenute pressanti, vedi proposta di leggi di socialisti, ma senza successo. Poi varo della trasmissione Tribuna elettorale nell'agosto 1960. fu un gran successo di pubblico. Forma della conferenza stampa. Il consenso di pubblico ottenuto dalle trasmissioni elettorali però non piaceva a settori conservatrici di Dc. Da una ricerca del 64 sulla relazione tra comportamento elettorale e televisione risultava che la correlazione negativa tra numero di abbonati e voti alle elezioni del 59 e del 63 era negativa soltanto per la Dc → la Dc non traeva vantaggio dalla diffusione della televisione. Essa contribuì al superamento di una visione particolaristica della politica; creò effetti positivi ambigui e negativi ai fine del passaggio di una cultura politica del suddito a favore di una del cittadino. Democratizzazione della Rai vissuta da una parte come allargamento della partecipazione politica al vertice, dall'altra tale apertura percepita come una questione di concessione di uno spazio agli altri partiti. CAP 10 – I PARTITI POLITICI DI FRONTE AL CAMBIAMENTO DEL COSTUME, SIMONA COLARIZI Il 68: nel riflettere sulla contestazione sessantottina, si è sempre sottolineato l'allargarsi della forbice tra società politica e società civile. Se si assumono come indicatori i risultati elettorali non c'è alcun terremoto politico: le oscillazioni si limitano solo a qualche frazione di punto. Tuttavia la frattura soc civile-politica c'è e ha conseguenze immediate sul sistema politico, dove già dal 72 i governi di centro-sinistra di avviano alla fine. Questa è la spia del malessere crescente – secondo l'autore l'alleanza socialisti-cattolici era stata una risposta coraggiosa e secondo l'autore questo fu uno dei momenti di maggiore vitalità e dinamismo delle forze politiche, che furono capaci di mettersi in discussione ed elaborare un progetto riformista. La spinta innovativa del centro-sx si consuma però dopo solo 4/5 anni dalla nascita dell'alleanza, dopo i quali si innesca un processo di divaricazione profonda con la società civile. Una delle ragioni sta in un limite di fondo delle forze politiche maggioritarie: sono incapaci di rispondere al complessivo cambiamento di scenario, ovvero riescono a cogliere la trasf economica e sociale, ma affannano a comprendere il cambiamento del costume. Consideriamo i soggetti sociali più coinvolti dalla contestazione sessantottina: donne e giovani. Essi furono i soggetti politici entrati in scena a partire appunto dagli anni 60 e questo inedito protagonismo, risultato dell'accelerato cambiamento del costume, si determina malgrado l'ostilità delle due forze politiche dominanti. Cambiamento dei costumi → donne e giovani emergono come soggetti politici → ostilità del sistema politico nei loro confronti, perchè incapace di comprenderli→ divaricazione società civile- società politica. La discrasia tra il piano economico-sociale e quello dei costumi e dei valori: i consumi vengono accettati in quanto fondativi del welfare e capaci di assicurare benessere; tuttavia in una certa

misura essi sono demonizzati perchè eversori di un ordine valoriale e comportamentale tradizionale di cui i partiti si sentono i custodi. Dc si oppone alla modernità perché distrugge il patrimonio morale ed etico della cattoliticità; Pci, che in teoria presenta una visione alternativa della società, percepisce il cambiamento come indirizzato verso il modello nemico, quello capitalista e dell'american way of life. La stampa più che il ceto politico si rende conto del cambiamento in atto e talvolta prende le parti di certi soggetti costretti a subire i vecchi codici fascisti ( ci vuole il 68 perché sia deliberato che concubinato e adulterio non sono più reati; poi 1970 per la legge sul divorzio; metà anni 70 per la riforma dei diritti delle donne e dei minori). Possiamo capire in che misura l'ostilità verso il cambiamento dimostrato dal Pci abbia influito sul 68 dagli effetti dirompenti verificatesi nel corpo del partito, che ha visto disgregarsi la struttura delle sue organizzazioni giovanili, travolte dalla contestazione. Rischia allora di perdere il contatto con giovani e donne, restando nella sua posizione anti-rinnovamento. Ma perchè il Pci risulta così conformista? Innanzitutto si è trovato ad operare in un paese a stragrande maggioranza cattolica. Mettere il popolo comunista di fronte alla scelta tra fede e appartenenza politica è quanto i vertici del Pci si impegnano a evitare con cura. Inoltre l'antiamericanismo è l'altro elemento che spiega l'arretratezza del partito; tra l'altro è su questo terreno che convergono Pci e Dc. Entrambi vedono avanzare con timore l'egemonia americana del consumismo. La loro risposta consiste nel puntare alla conservazione di se stessi: la Dc difende i luoghi e le forme di socializzazione legate alla tradizione (chiesa, famiglia, scuola); il Pci conserva quelle più moderne (partiti, sindacati, media pre-televisione) → famiglia e classe, nuclei fondativi della società che si trovano ad essere insidiati dalle profonde modificazioni culturali e del costume che avvengono nella società, società in cui comincia a svilupparsi un inedito individualismo di massa. È questa la grande causa della divaricazione soc civile-politica: l'individualismo, figlio del consumismo e della società del benessere, svuota i luoghi della socializzazione tradizionale; anche la famiglia perde così la sua funzione. Ad accelerare questi processi: il nuovo medium. Pci in ritardo nel rendersi conto delle potenzialità del nuovo mezzo, respinto con grande ingenuità; Dc invece consapevole del peso politico del medium. Nelle altre nazioni europee sono prevalentemente i media a svolgere la funzione di far conoscere la politica e indirizzare l'opinione pubblica; in italia questo ruolo appartiene ai partiti. La formazione dell'opinione pubblica e le decisioni di voto passano per i canali partitici, attraverso meccanismi di appartenenza, clientela, scambi. Il monopolio della Rai-tv e il controllo politico sull'emittente relegano la televisione in un ruolo subalterno al sistema partitico, ma comunque, pur stretto da questi vincoli, il piccolo schermo produce nella società modificazioni tali da indebolire vistosamente il radicamento ai partiti. Quando le forze politiche cominciano a renderne conto la reazione è quella di limitare i danni aumentando il controllo sull'emittenza pubblica, da qui anche il tentativo di bloccare le trasmissioni a colori. La tv comincia ad essere demonizzata, in quanto stravolge i costumi, altera i valori; essa va bloccata o quanto meno frenata. Della critica ai consumi e al paganesimo dei consumi si appropriano i contestatori del 68. la contestazione si configura così come contraddittoria in sé stessa. Gli studenti, che per lo più sono di estrazione borghese, non si rendono conto che proprio lo sviluppo dei consumi con il correlato cambiamento del costume abbatte tutte le barriere, anche quelle di classe e innesca appunto una rivoluzione, anche se non quella idealizzata e studiata sui terzi del marxismo. È una rivoluzione che passa per gli spazi televisivi e mina alle radici del sistema politico italiano. CAP 11 – LA GRANDE TRASFORMAZIONE E LA SVOLTA DEL CENTRO-SINISTRA, MAURIZIO DEGL'INNOCENTI. Centro-sinistra: dal marzo 1962 (momento della formazione del governo Fanfani con astensione socialista) fino al 1976 (prima dei governi di solidarietà nazionale con Moro 1976-79). Diverse fasi:

  1. fase di A Fanfani (di rottura con l'esperienza centrista e di grande dinamismo), 1962,63.

economici. I problemi di fondo del capitalismo italiano non sono stati letti nel segno della scarsità di capitalisti o di capitali quanto piuttosto nel modo in cui con le peculiari istituzioni di cui si è dotato, il capitalismo italiano ha saputo o meno combinare i capitalisti con i capitali e infine selezionare e rinnovare l'elite dirigente. Fattori di modernizzazione.

  1. Trend di sviluppo
  2. industrializzazione
  3. affermazione della società dei conumi
  4. il voler fare e la carica riformatrice del centro-sinistra
  5. partecipazione al processo di sviluppo delle grandi nazioni europee
  6. welfare state, anche se si è strutturalmente legato alla condizione lavorativa è comunque difficile negare il carattere universalistico delle politiche scolastiche del centro-sinistra, dalla riforma della scuola media unificata e obbligatoria dal 62, al presalario per gli stud universitari, l'introduzione della scuola materna statale e il riconoscimento della libertà di accesso all'Uni nel 68; avvio della riforma pensionistica; rif ospedaliera del 68 e diritto all'assistenza nel 74 a tutti i cittadini.
  7. Il ruolo della Corte costituzionale, che smantellò la legislazione penale fascista Alcuni politologi privilegiano gli aspetti culturali della modernizzazione nel presupposto che il grado di rendimento delle istituzioni derivi non tanto dalla modernizzazione economica, ma dalla vivacità del tessuto sociale e culturale. Il problema del clientelismo: una volta ammessa la suddetta relazione tra modernizzazione e crescita della società civile, allora il localismo (=Tendenza a impostare e risolvere i problemi di natura politica o sociale da un punto di vista angustamente locale, senza tenere conto della situazione generale (della nazione o anche della regione o della provincia) potrà essere considerato una risorsa nella valorizzazione di beni e servizi. Il dinamismo locale non conflittuale con la modernizzazione, anzi occorre tenere conto che in un circolo virtuoso a quel dinamismo dovrebbe corrispondere sempre un analogo dinamismo di centro. Segnali di segno opposto alla frammentazione attribuita al modello italiano. Le politiche scolastiche e dei diritti e altri tre casi:
  1. la creazione dell'Enel
  2. la programmazione economica; ministero del Bilancio come strumento operativo per regolare l'equilibrio tra entrate e uscite; ministero delle partecipazioni statali, istituì un Comitato interministeriale sulla cui base fu creato con il ministero del Bilancio il Cipe, o Comitato interministeriale per la programmazione. La progettualità programmatoria del centro-sinistra non lasciò alle spalle solo sogni vani: qualcosa restò, ovvero le Regioni.
  3. l'avvento dell'Ente Regione; concepite per unificare meglio il paese, esse avrebbero dovuto essere le cellule fondamentali della programmazione democratica. Il paradosso fu che quando le Regioni ordinarie presero a funzionare, nella seconda metà della prima legislatura, era venuta meno quella programmazione economica nazionale che ne avrebbe dovuto essere il riferimento essenziale. Per le suddette ragioni pare fondato lo schema interpretativo prevalente che tende ad avvalorare un centro-sinistra delle riforme, cioè quello fanfaniano, in contrasto con quello successivo; quindi: divaricazione tra il riformismo proclamato delle origini e il governo praticato e condannato allo sterile immobilismo. È comunque convinzione che lo sviluppo econoico accresca la mobilità sociale e che l'indebolimento dei modelli culturali e delle strutture sociali tradizionali generi conflitto, cosicchè quanto più risulti rapido il processo di modernizzazione tanto maggiore sia la probabilità di situazioni conflittuali.

CAP 12 – L'AMMINISTRAZIONE PUBBLICA NEL MIRACOLO ECONOMICO, GUIDO

MELIS.

I tre grandi periodi dell'amministrazione italiana prima del miracolo economico.

  1. 800, l'amministrazione partecipa al processo di costruzione della nazione.
  2. Età giolittiana, fiancheggia il primo decollo industriale.
  3. Primo dopoguerra e fascismo, partecipa alla modernizzazione degli apparati di Stato a cospetto con la nuova società delle masse.
  4. Dopo caduta fascismo, un quarto periodo potenzialmente ricco di promesse: promesse che però non si realizzano, anzi il dopoguerra è caratterizzato dalla continuità e, nella continuità, dalla crisi del sistema amministrativo italiano. Per la prima volta un grande progetto di modernizzazione si svolgeva senza, anzi, contro l'amministrazione. Il personale: di ruolo + avventizi (fenomeno cronico dell'amministrazione italiana); provvedimenti per normalizzarlo integrando avventizi nei ruoli. Nei liv superiori si trattava dello stesso personale entrato in carriera nel corso dei secondi anni trenta, dopo la riapertura dei concorsi. La burocrazia italiana del dopoguerra era conservatrice, era meridionale (da ciò derivano: provincialismo, familismo, inclinazione a concepire impiego secondo logica proprietaria, quindi trasmissione ereditaria), era di cultura giuridico-formalistica. I livelli mediocri degli stipendi agivano nel senso di emarginare gli stessi vertici della burocrazia statale da quell'elite nazionale della quale erano stati partecipi fino ad allora. Nonostante queste premesse negli anni cinquanta relativa trasformazione del pubblico impiego dovuta a: scolarizzazione, espansione dei servizi pubblici innescata dal miracolo economico. Le spese dello Stato salirono, così quelle degli enti previdenziali e della pubblica amministrazione (stabili la difesa e la pubblica sicurezza ecc, ma crebbero istruzione e cultura). Il welfare italiano (fine anni sessanta) avrebbe visto la spesa per l'amministrazione pubblica tra le sue voci più significative. Nonostante ciò l'amministrazione non crebbe né in efficienza né in produttività. Le ragioni della non crescita:
  5. storico sociale: identificazione tra amministrazione e questione meridionale; nell'età giolittiana le radici del passaggio da una burocrazia prevalentemente settentrionale a una di estrazione meridionale. Diventa una sorta di ospedale pietoso per coloro che non potevano trovare posto nei settori di punta e nell'industria privata.
  6. Storico culturale: la giuridificazione, cioè la traduzione di tutto l'agire amministrativo nei termini del diritto; corrispose a questo processo l'espulsione dall'amministrazione delle elite tecniche. Da ciò derivano lentezza e complessità delle procedure.
  7. Di ordine organizzativo: fedeltà al modello per ministeri, gerarchico-discendente e autoritario. Tale sistema ha sempre resistito ad ogni politica di riforma. Nessuno dei soggetti di punta dell'economia italiana negli anni del miracolo pose la questione di una riforma radicale dell'amministrazione. Nel processo di sviluppo fu avvertitia spesso più come un peso che come potenziale risorsa. Priva di una sua identità e ignara del suo ruolo (che non fosse quello di distribuire posti di lavoro in cambio di bassi stipendi) l'amministrazione avrebbe assistito al cambiamento del paese senza influirvi. La frequenza con cui a partire dai secondi anni cinquanta si registrano episodi di corruzione pubblica nell'amministrazione può considerarsi un segnale della caduta dei controlli ispettivi interni e del progressivo infeudamento dell'amministrazione.